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Parigi: “la beautè est dans la rue”. La xenofobia non ha terreno.

16 novembre 2015 Lascia un commento

Ancora una volta possiamo dire che queste parola rappresentano la Francia,
non il suo governo, non il suo stato d’emergenza, non la chiusura delle frontiere, non i bombardamenti.
Ma la bellezza per le strade.

La città di Parigi ha subito un attacco pesante, simultaneo, militare: si è trasformata in pochi secondi nella capitale del terrore occidentale. Pensate se fosse stata Roma, o Milano, Verona, Torino, Bari.
Provate ad immaginare se fossero entrati all’Olimpico, e magari contemporaneamente avessero falciato tutti quelli seduti ai tavolini del Marani, o del bar dello sport di qualche quartiere, uno a caso tra i tanti.
Immaginate le reazioni, le prime pagine (che già a distanza abbiamo dato il massimo),
immaginate la fuoriuscita dei nazisti dell’Illinois, della xenofobia,
immaginate i titoli oltre alle sirene, le ambulanze, le perquisizioni, i posti di blocco, gli elicotteri bassi, l’assedio. Non c’è cosa che più rappresenta il “terrore”.

Io se penso a Roma protagonista di una cosa simile immagino solo il terrore del giorno dopo,
il terrore che solo la fascistizzazione di un intero popolo può mettere, altro che i Kalashnikov.

Pensate alla prima pagina di Libero, pensate agli interlocutori in televisione, pensate a quante volte avete sentito dire la parola Islam nei nostri telegiornali, articoli, editoriali, blablabla vari: qui parliamo della Fallaci, e altre parole non servono.
Date un occhiate, oltre che al sangue sui marciapiedi, a come i francesi e la stampa descrivono la situazione: cerchiamo di imparare almeno a parlare da un popolo che mai si è fatto fregare nella quotidianeità delle sue strade, alla faccia delle decisioni dei suoi governi.

E per dimostrare questo basta questo piccolo video,
basta vedere quattro fascistelli xenofobi come son stati trattati dalla piazza:

la beautè est dans la rue, si urlava nel ’68 lanciando sampietrini.
Questo video dimostra che ce ne è rimasta un po’ di quella bellezza: questa è la sola risposta possibile e non certo la polverizzazione della centrale elettrica di Raqqa. Spazzare via dalle nostre strade l’esclusione, la xenofobia, i fascismi vecchi e nuovi.
Proteggere i rifugiati, il loro diritto al cammino, abbattere le frontiere, distruggere i centri di detenzione.

Rojava: le case delle donne

25 novembre 2014 2 commenti

Quest’articolo apparentemente breve raccoglie un mondo grandissimo, che ho in parte sfiorato.
Sono righe che fanno percepire all’istante l’empatia, la familiarità, la vicinanza umana e politica che si sente pulsare dentro nei confronti di queste donne, le combattenti kurde di Kobane,
così come le tante e tante altre, siriane, che da anni resistono ad una guerra dai mille fronti ormai.

Quest’articolo ci palesa un processo di liberazione ed emancipazione, femminile innanzitutto, che non riuscirà ad esser fermato da nessun califfato tagliagole o esercito marciante: queste donne e il faticoso percorso portato avanti negli anni non saranno facili da fermare e non possiamo non sostenerle con ogni sforzo possibile.
Oltre a quest’articolo potete leggere gli altri sul blog di Zeropregi e sulla sua pagina twitter: porta un nostro bacio a quella terra.

LE CASE DELLE DONNE NEL ROJAVA
Prima di tutto abbiamo dovuto inse­gnare cos’è libertà. Abbiamo dovuto ini­ziare a fare for­ma­zione per far capire cos’è la libertà per­ché c’era gente che non sapeva cosa fosse” dice così New­roz Kobane, 25 anni, dal nome impro­ba­bile ma che lei dice essere il suo, spie­gan­doci cos’è “il modello Rojava” e il lavoro fatto negli ultimi anni su quel ter­ri­to­rio deva­stato dalla guerra. Ci guarda fisso negli occhi e ci rac­conta per oltre un’ora com’era la sua vita a pochi km da qui, nella Kobane ora tea­tro dello scon­tro con l’Isis. Siamo nella tenda di uno dei campi pro­fu­ghi alla peri­fe­ria di Soruc dove New­roz è una delle respon­sa­bili, ci rac­conta di quando hanno aperto la casa delle donne o di quando hanno creato le scuole per le stesse donne a cui fino ad allora era impe­dito andarci.
“Ma non ci siamo limi­tate a farlo a Kobane, siamo andati vil­lag­gio per vil­lag­gio a spie­gare e a inse­gnare cos’è la libertà e cos’è la libertà delle donne”. Mi fermo a pen­sare a ciò che sono “le case delle donne” dalle nostre parti e dell’attacco che subi­scono quo­ti­dia­na­mente men­tre lei ci spiega il lavoro (enorme aggiungo io) che hanno fatto negli ultimi anni. “Per prima cosa abbiamo dovuto ridurre la pres­sione degli uomini sulle donne. Difen­de­vamo i diritti delle donne quando una di loro scap­pava di casa o veniva cac­ciata. Le acco­glie­vamo per­ché vole­vamo evi­tare che le donne subis­sero vio­lenze. Abbiamo fatto for­ma­zione con le donne su quali erano i loro diritti ma allo stesso tempo insieme ai tri­bu­nali e alle donne stesse deci­de­vamo le cause di sepa­ra­zione. Il nostro obiet­tivo erano i diritti delle donne ed era­vamo così rico­no­sciute che nei casi di vio­lenze o stu­pri era­vamo noi ad andare a pren­dere gli uomini per por­tarli in tri­bu­nale”.
A Kobane ogni quar­tiere aveva la sua casa delle donne ed erano tante coloro che ci lavo­ra­vano. Mi imba­razzo se penso che a Roma a stento ogni muni­ci­pio abbia un con­sul­to­rio. Ma penso anche che se oggi New­roz e le altre donne nei campi abbiano un ruolo e una impor­tanza è soprat­tutto gra­zie a que­sta rivo­lu­zione cul­tu­rale messa in atto da loro stesse.
“Abbiamo fatto anche for­ma­zione per gli uomini, cer­ta­mente. Ed è pro­ba­bile che la nostra deter­mi­na­zione gli abbia impe­dito di rea­gire con vio­lenza ai cam­bia­menti tanto che alla fine sono stati costretti ad accet­tarli”.
È una donna fiera della sua iden­tità e del suo essere musul­mana. Non da nes­suna dignità poli­tica e reli­giosa all’esercito isla­mico, lo liquida con un “sono disu­mani e non sono dei musul­mani”.
E mi imba­razzo di nuovo visto l’immaginario costruito nel mio paese dell’universo musul­mano. Per que­sto pro­ba­bile che loro vin­cano e che dalle mie parti invece giorno dopo giorno si perda un pezzo dei diritti con­qui­stati con anni di lotte.
Foto, video e report della Staf­fetta Romana per Kobane https://m.facebook.com/profile.php?id=635796289863470

5 amici siriani verso l’Europa… e la storia dei 3 che son riusciti ad arrivare…

27 ottobre 2014 1 commento

Di 5 amici sono arrivati in 3.
Gli altri giù a picco, insieme a centinaia di altri corpi, che ormai son migliaia…

E io non ce la faccio a mantenere la lucidità, io non so più guardare il mare.

Poi guardo questi 5 ragazzi e mi sembra di stare in corridio all’università di Damasco,
o in qualche locale la sera a cazzarare come un a manciata di anni fa.
Eccoli i migranti che il nostro paese non vuole, ecco quello che sarebbe l’invasione islamica,
il medioevo che viene ad invaderci: 5 pischelli che potrebbero essere del Trullo,
o di un qualunque quartiere del nostro paese di merda, razzista ed escludente come forse mai prima d’ora.

Guardatelo questo video, guardatelo ed ascoltateli.
Loro 3 ce l’hanno fatta, i loro 2 amici hanno galleggiato per un po’,
poi son diventati acqua, insieme a migliaia di altri siriani, somali, eritrei, libici………
E se insegnate nelle scuole, se avete a che fare con i bambini:
questa è la storia che dobbiamo raccontargli, questi i compagni di scuola che dobbiamo sperare abbiano,
fianco a fianco…

Kobane ha retto anche per oggi…

7 ottobre 2014 1 commento

Giro al volo e ringrazio Lena!

#‎Kobane‬ ha retto anche per oggi.
Riferisco quel poco dal confine: i jihadisti dell’IS sono ancora in citta’. E’ difficile sperare di scacciarli cosi’. Hanno carri armati, mortai e armi a lunga gittata, quintali di munizioni e soprattutto i tanti soldi dei rapimenti e della compravendita del petrolio (per non parlare dei milioni delle donazioni di Qatar & Friends. Dalla loro, le combattenti e i combattenti del Rojava hanno soltanto qualche fucile e le munizioni autofinanziate. Possono contare sul fatto che la loro citta’ la conoscono, che sanno cosa e chi stanno proteggendo. E aggiungo: c’e’ anche il fatto che, quando non combatti sperando di finire in paradiso, l’unica cosa che conta e’ quella di restar vivi.
Sono aumentati i bombardamenti americani. Oggi e’ stato un non-stop: i carri armati turchi che stavano a guardare i jihadisti, i jihadisti che bombardavano le forze del Rojava, gli Stati Uniti che bombardavano le rocce. I testimoni (di parte. Ci mancherebbe che mi interessano le opinioni moderate…) insistono che non servono a nulla, non bombardano aree strategiche e forse la strategia non ce l’hanno proprio in generale. All’ospedale oltreconfine di Suruç, sotto Urfa, oggi di combattenti feriti gravi ne sono arrivati molti. Ci sono poche speranze, perche’ li fanno aspettare troppo prima di lasciarli passare il confine. E quel che raccontano e’ che la comune di #Kobane, se la Turchia non viene costretta a lasciar passare munizioni, volontari e cibo, rischia veramente di cadere. Tempo stimato: due giorni massimo.
E’ per costringere il governo Erdogan alla resa e all’apertura dei confini (o quantomeno alla sospensione dell’aiuto, materiale e mediatico, ai jihadisti) che in tutta la Turchia si e’ scesi in strada. Da ieri sera le folle si autoconvocano, si piantano seduti nelle piazze fino al mattino, bloccano le autostrade e danno fuoco a copertoni, e cercano a colpi di ingovernabilita’ di costringere il governo Erdogan alla trattative. Ci sono state le prime voci di morti (uno confermato) e gli interventi della polizia sono stati puntualmente orribili. Pero’ si insiste anche stasera. Si prova a resistere. E’ vero che questi i tempi della Catalonia sono finiti, e che magari non possiamo andarcene a fare i partigiani a Kobane. Pero’ sarebbe gia’ qualcosa se facessimo i partigiani dove siamo, imponendo una presa di posizione. Erdogan, l’unico che puo’ smobilitare i suoi carri armati da quel confine e lasciar passare gli aiuti, va costretto a farlo.

Visto che sono qui a parlare a vanvera del piu’ e del meno volevo aggiungere un’ultimo paio di pensieri straordinariamente inutili. A parte che oggi i movimenti Kurdi hanno occupato il parlamento Europeo, quel famoso parlamento che le sinistre non hanno occupato neanche dopo anni di crisi che uccidono centinaia di insolventi, anni che hanno tolto il futuro e affogato migliaia di migranti. Insomma, ci voleva proprio che qualcuno ci facesse vedere come si fa nel giro di qualche ora. Altro che Articolo 18 e tasse sulla non-proprieta’.
E poi. Oggi un compagno fra gli status ha fatto notare che corre voce a Gaza si sventolino bandiere dell’IS. Chissa’. Quel che e’ certo e’ che a Sud le simpatie piu’ che altro sono verso ‪#‎Erdogan‬, che di esternazioni per Gaza come pure contro i massacri di Rab’a non ha lesinato, e che non nasconde certo di sentirsi piu’ a suo agio nei confronti dei salafiti che della comune del Rojava (non la chiamo comune kurda, perche’ accoglie e offre margini d’azione a tutte le etnie). Ecco, bingo. Questo dovrebbe farci riflettere su quanti colpi stiamo perdendo a sinistra, e su come le nostre strategie di solidarieta’ vadano davvero ripensate, su come a colpi di bandiere della pace e convogli di medicinali ci siamo ridotti a vedere i nostri fratelli come vittime piu’ che come soggetti politici, assolvendo qualsiasi posizione politica. Insomma, qui bisogna ripensare tutto. Mobilitiamoci per i compagni di Rojava. Mobilitiamoci subito. Ma non solo perche’ stanno morendo e perche’ e’ ingiusto. Mobilitiamoci perche’ dobbiamo imparare da loro. Perche’ hanno sognato un po’ piu’ in la’ di noi, e se vogliamo riuscire vedere come hanno fatto ci tocca sperare che Kobane resista.

Lena DG

Poi toccherebbe anche spiegare ai giornalisti che Kobane e Ayn al-Arab son la stessa cosa, lo stesso posto: le lingue son diverse.
troppo complicato, me rendo conto

Paolo Dall’Oglio giustiziato? Così racconta un disertore dell’Isis

26 maggio 2014 Lascia un commento

Sei il solo prete che porto nel cuore come un fratello, come un compagno posso dire.
E mi piace pensarti vivo, prigioniero sì, ma vivo.
Ora gira questa maledetta voce, anzi le voci sembrano aumentare ora dopo ora al contrario delle volte precedenti…
da Radio Baladna si parla di un disertore dell’Isis che avrebbe raccontato l’esecuzione, avvenuta appena due ore dopo la tua cattura. La scorsa estate.
Non è difficile pensare a quanto questo sia plausibile, visto nelle mani di chi sei capitato
Ma io ti voglio pensare vivo, voglio continuare a non crederci fino ad una prova, un video, una foto, un qualcosa che ci dica che sul serio sei volato via.
Un uomo difficile da non amare,
un uomo odiato dai più, dal giorno dell’inizio delle insurrezioni e della mattanza ancor di più.

Ma eccomi a pensarti non solo vivo, ma con quel tuo sorriso virale, il vocione e il grande profilo in cima a qualche ripidissima, polverosa e incastonata scala, stretto nella gola dove avevi trovato casa, in un monastero sospeso nel tempo e nell’arancione. Sento le chiacchiere davanti ad un cielo mattutino ancora timido, il profumo dell’incenso che preparavi con le tua mani.
“noi facciamo un po’ di meditazione prima della Messa, se volete vi aspettiamo”…
eravamo stanche e doloranti dopo un incidente stradale a pochi kilometri dal monastero, ma soprattutto -almeno per quel che mi riguardava- eravamo lontane anni luce dalla parola “messa”.

Quell’uomo dall’italiano elegante e dall’arabo che incantava tutto sembrava tranne un prete malgrado le sue vesti,
così mi sono incuriosita..ho pensato che una messa in arabo sarebbe stata interessante per me che ero una studentessa di quella lingua dai segni morbidi e dai suoni duri. Potevo riconoscere nelle poche parole percettibili qualche passo di Vangelo conosciuto e così aiutarmi nel comprenderla,
oltretutto era un arabo pur sempre recitato da un italiano, con suoni meno stretti di un madrelingua.
E così accettai timida quest’incontro sotto quell’enorme tendone con la vista sulla valle, tra il profumo di incenso, le note lente di una chitarra, il tuo vocione e le molte risate di chi era con te: quella una messa? Cavolo! E chi se l’aspettava…
Sei un uomo che riesce a far sentire a suo agio una blasfema  come me in un luogo sacro come la tua tenda profumata d’incenso, mentre la chiesa veniva ristrutturata da mani sapienti, sei un uomo che mi ha fatto rimpiangere di non esserci tornata spesso a quelle messe nel deserto,
che erano un pozzo di conoscenza linguistica, di suoni incredibilmente familiari.
Sono diventata parte della tua famiglia in pochi secondi lì, e tu ecco che fai parte della mia.
Il tuo volto è tra noi e lo è la tua risata… vorrei stupidamente che niente fosse com’è ora, vorrei ancora essere avvolta da quel colore,
vorrei saperti vivo e non credere alle fonti che iniziano ad accavallarsi.

Vorrei pensare che esiste ancora un gesuita che sento compagno,
vorrei l’amico Paolo, quello che fa un formaggio di capra buonissimo,
vorrei risentire una tua messa, pensa tu!
Proprio io, che col tuo Dio non ho niente a che spartire… ti ringrazio di esser parte della mia famiglia,
ti vorrei di nuovo tra noi Abuna.
Vorrei non aver letto di quei 14 colpi calibro 9 che ti avrebbero colpito, così come racconta questa testimonianza… o di quel cappio e quella buca, come si legge altrove…

speriamo di aver presto altre notizie… ti aspettiamo

Mediorente, neve, gelo e profughi

13 dicembre 2013 1 commento

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve.

La Valle della Beka’a e il suo susseguirsi di campi profughi, Photograph: Mohamed Azakir/Reuters

Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve avevano cambiato il profilo dei minareti e delle strade.

Ma non c’è niente di divertente.
Le immagini che arrivano dai campi profughi siriani sparsi tra Libano, Giordania e dintorni lasciano senza parole.
In Libano la situazione sta degenerando: le centinaia di migliaia di profughi che son giunte nel paese sono alloggiate spesso in campi di fortuna, non ufficiali, arrangiati con tende debolissime e senza alcuna struttura igienico-sanitaria. Tutta responsabilità, quindi, del governo libanese che sempre si è impegnato nel bloccare la costruzione di veri campi, così da tentar di scampare la stabilizzazione di migliaia di siriani nel paese.
Si chiama Alexa, questa tempesta ghiacciata, e si sta concentrando con i suoi venti gelidi e la sua portata di pioggia e neve proprio sulla Valle della Beka’a, dove son concentrati i due terzi del milione di siriani entrati in Libano: una mano santa proprio.

Poi ci sono i bimbi di Rastan, dove oltre alla popolazione del villaggio ci son molti fuggiti dalla vicina Homs.
Ieri a Rastan i bimbi non son morti sotto gli incessanti bombardamenti che colpiscono quella scuola, ma son morti di freddo: le immagini di quelle braccine irrigidite, senza vita, che sembrano chiedere “prendimi un po’ in braccio, che ho freddo” sono una coltellata in pieno petto.

ancora campi in Libano (foto AP)

Muoiono di bombe, muoiono di malattie e infezioni, muoiono di fame ed ora anche di freddo, in un silenzio irreale.
Irreale e colpevole.

Vi amo, piccoli bimbi di Siria,
ora che la mia vita è attraversata dal dolore dei bambini, ora che tutto il giorno e tutti i giorni vedo bimbi soffrire e a volte morire,
ora ancor più di prima darei la mia vita per voi.
Per rivedervi sorridere, in quella terra che profumava di vita.

Non metto le immagini di quel bimbo,
che non je la posso fare,
ma potete vedere il video a questa pagina (QUI).

Per il resto solo odio infinito.

 

“la madre di Cecilia” e il suo perpetuo dolore

1 luglio 2013 6 commenti

Sono le poche righe di quel mattone dei “Promessi Sposi” che ho nel cuore da quando avevo l’età di Cecilia,
che uccisa dalla peste veniva trasportata da sua madre, “col petto appoggiato al petto”.
Chissà perché, poco più di una bambina, mi son fatta scavar dentro da queste righe, con l’empatia di madre, più che di bimba uccisa.
Adesso quasi non riesco a leggerle più, sarà colpa di questo splendido pancione scalciante.
Adesso rivedo questa scena mille volte, in mille strade del medioriente e del resto del mondo: in strade sconosciute come in molte di cui ho assaggiato la polvere, le emozioni, i giochi dei bambini, le chiacchiere delle ragazze; le stesse ragazze che ora seppelliscono i propri figli. Uno ad uno.
Penso a te che m’hai aperto quel cortile tante volte, che su tre ne hai seppelliti tre, uno dopo l’altro, nella stessa amata terra rossa.

Non so perché stamattina ho ricercato queste righe,
delle volte la letteratura ha la capacità di accompagnarti come nessuno amico sa fare.
E di pugnalarti anche, ripetutamente.

[ringrazio Davide, che nel commentare mi ha rimesso in testa le righe successive, che mia madre per qualche strambo gioco della memoria ricordava a memoria e mi ripeteva quando bofonchiavo nello studiare Manzoni. Nel commento di Davide, sotto al post, trovate dettagli letterari importanti ed affascinanti.]

Fatima Bitar e la sua mamma

“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete».1012351_10151556787928429_1168377740_n Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato

[…]
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”. Alessandro Manzoni

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

La guerra e le bombe, visti con gli occhi di Goliarda Sapienza

19 maggio 2013 1 commento

Mi viene sempre da chiamarti per nome, da parlarti come fossi un’amica, cara Goliarda Sapienza.
Mi son precipitata su questo nuovo prezioso libro uscito, “Ancestrale”, dove ti mostri in versi, graffiante e calda come sempre, capace di far bruciare le immagini nella carne di chi ti legge.
L’ho letto tutto d’un fiato, perdendomi nel tuo dialetto di fichi d’india e picciriddi, per poi tornare sempre su queste righe, continuamente.

Periferia di Aleppo, 19 febbraio 2013

Son giorni, mesi, ormai due anni in cui la guerra e le bombe, le fosse, i profughi, gli orfani e la polverizzazione dei secoli sono entrati in casa proprio come un’esplosione. Qualche amico lasciato per strada, dilaniato sotto uno dei tanti ciechi e costanti bombardamenti, troppi altri esuli forse per sempre, alcuni a resistere alla fame e ai fuochi incrociati.
La quotidianità, anche dentro me, è scandita dai colpi di mortaio che cadono a pioggia sulla casa più calda mai avuta dopo la pancia che m’ha nutrito e scaldato.
E allora Goliarda, baaaam, le tue parole come al solito sbaragliano tutto, entrano, scavano, si scelgono il loro posto tra le lacrime e il cuore e rimangono attaccate con i loro artigli di donna mai doma. Ma dilaniata.
Grazie ancora una volta, che con le parole sai dipingere proprio con i colori che sceglierei io.

Dedico queste tue righe al mio fratello esule, ai nostri amici che sopravvivono nel basalto,
a Tamer e a tutti quelli come lui che son morti sotto i bombardamenti.
Le bombe, quelle sotto cui si muore senza sapere assolutamente perchè

E non ci furono più giorni né notti
solo un liso sudario, sbigottite
della luce schiacciata contro i muri
rari muri come denti cariati
fra le labbra convulse della terra.

E non ci furono più alberi o tramonti
solo uccelli sciallati con mammelle
nel fuoco dei motori.

Aida, dopo il bombardamento di Idlib in cui ha perso il marito e due bambini _Rodrigo Abd/Ap_

E non ci furono più alberi, ombre
né vecchio né carusi né picciotti
solo corpi snudati senza testa
fra la pioggia di cenere e grida.

E non ci furono più strade, palazzi
solo piazze, deserti, dune fumanti
fosse chiuse sui vivi e sui morenti.

E si videro topi inferociti
mordicchiare frenetici le mani
d’un soldato seduto addormentato
contro il palo divelto del lampione
che un tempo tu giravi
per entrare nel basso profumato
di minestra bollente e di liscivia.
Ti turbava l’odore di quel basso
mi dicesti sommessa dietro il banco
non sapevi quell’altro dolce di sangue
che travolse i tuoi sensi quella sera
quell’odore di fumo e calcinaccio
quell’odore di carne macellata
che t’uccise ancor prima dello schianto
che vibrò per i muri e il cortile.

C’inseguiva l’urlo dissennato

Quartiere di Wadi al Sayeh, Homs _Yazan Homsy/Reuters_

di sirena d’allarme, senza tregua
c’incitava a fuggire. Non ti vidi
varcare quella soglia, solo il moto
danzante delle trecce sulle spalle
tue esili e il balenio
dei quaderni sbattuti sul selciato.

E non ci furono più giorni né notti
né voci né silenzi, solo il latrare
di cani e di motori
fra l’accendersi d’odio dei bengala.

E nel lucore oscillante di quell’ira
si videro donne mute scarmigliate
con le palpebre enfiate senza ciglia
avanzare tenendosi per mano.
Caldo sangue scorreva sulle guance
calde lacrime rosse tatuate.

A NICA, MORTA NEL BOMBARDAMENTO DI CATANIA DELL’APRILE 1942

Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Aleppo e il suo minareto… la storia stuprata

25 aprile 2013 2 commenti

ADDIO

Foto di Anas al-Rifai

Foto di Anas al-Rifai

Non posso mettermi a cercare tra le migliaia di foto di tutti i miei anni siriani,
ma tu sbuchi ovunque, negli scatti aleppini, nei tramonti dalla cittadella, negli scorci tra le aperture del suq…
Tra le centinaia di minareti, migliaia, che sbucano tra Damasco e Aleppo, quelli omayyadi mi hanno sempre rubato il fiato,
nella loro architettura, nella loro eleganza.
Il minareto della moschea Omayyade di Aleppo era stato concluso nel 1090,
il calcolo degli anni fatelo voi, che le lacrime non permettono ai numeri di farsi strada nella mia testa.

Sono contenta di averti amato,
sono contenta di aver goduto della tua vista, di aver visto come tagliavi il cielo,
di aver sentito la dolce voce del tuo canto, dal tramonto all’alba.
Sono contenta e dilaniata dal poter immaginare il tuo profilo e non poter immaginare quella città senza.
Sono contenta di aver almeno avuto la possibilità di adorarti,
di osservare l’umile eleganza con cui portavi i tuoi quasi 1200 anni.

Addio.
Sei ridotto in macerie, hai fatto la fine del Kalybe, e presto molto altro ti seguirà.
Avete deciso di ridurre quel paese in briciole, state sbriciolando ognuno di noi.
Senza via d’uscita.
Un 25 aprile di dolore, smembrato.
Non una parola si riesce a pronunciare.

Eccoci qua….


I tre fratellini siriani…

27 febbraio 2013 1 commento

Nuova immagine

Tre fratelli: Rama, Israa e Omar

Loro erano tre fratelli di Damasco, rimasti sotto le macerie della loro casa:
da oggi invece saranno parte di questa carrellata di numeri.
maledetti bastardi vomitevoli numeri in continuo aggiornamento
(ma se uno lo dice è “servo del Qatar”, “leccaculo dei salafiti” “troia de al-qaeda”: sapevatelo!
virgoletto per rispetto all’autore)
e morite.

Syrians killed: 69,596
Children killed: 4,792
Females killed: 3,817
Soldiers killed: 7,897
Protesters killed under torture: 1,519
Missing: +60,000
Protesters currently incarcerated: +200,000
Syrians injured: +137,000
Syrian refugees since March: +936,717
Refugees in Turkey: +183,846
Refugees in Lebanon: +314,602
Refugees in Jordan: +300,341
Refugees in Iraq: +100,222
Refugees in Egypt: +20,064

Ieri… (12, 9 e 5 anni)

Solo una fotografia …

20 febbraio 2013 4 commenti

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Il cielo è plumbeo anche quando il sole splende, anzi più splende più volano, più volano più la pioggia esplode insieme a tutto il resto.
Questa foto parla di braccia e mani sbucciate a scavar cemento fuso,
Questa foto parla di occhi che affogano nel terrore guardando al cielo come al nemico più grande.
Questa foto racconta la Siria di questi mesi più di tante parole,
Spalanca le porte ad un dolore sordo, che scava implacabile le giornate di chi su quel suolo ha avuto solo che da imparare.
Imparare tanto.
Io son lì con voi, non c’è bomba che non squarci il mio petto.

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

Al telefono con Anna Frank, ora residente in Siria

10 gennaio 2013 5 commenti

Quanti anni avevo quando ho letto il Diario di Anna Frank?
C’è sicuramente scritto dentro, accanto al mio nome, come in ogni libro, nella prima pagina in alto a destra.
Avevo 9 anni mi sembra,

Io…e il mio Hauran amato sotto ai piedi!

toccavo quelle pagine con emozione, me ne sentivo parte,
le ho scritto qualche volta, abbozzi di prime lettere non spedibili.
Quindi la sensazione di “scrivere” ad Anna Frank ancora la ricordo; ero una bambina che sentiva quel dolore e quella segregazione nel sangue, la sentivo sorella, prendevo le sue confidenze come segreti tra noi.

Invece la sensazione di parlarci al telefono, quella no,
quella ha sbaragliato la realtà ieri. Per la prima volta in quasi 31 anni di vita:
SBAAAM, ieri son bastati pochi minuti per perder contatto con la terra, con la ragione,
con la capacità di razionalizzare il dolore.

ieri ho parlato con Anna Frank:
ha la voce di un ragazzo, mio coetaneo, che da 10 anni considero un fratello.
Un trillino sul telefono.
Il prefisso è giordano, cavolo! richiamo immediatamente, sarà sicuramente il mio amico da Bosra.
Di Bosra vi ho parlato tante volte, è la mia casa in Siria,
così vicina al border giordano che chi ancora vi resiste, ha la possibilità (almeno quello) di poter parlare un po’, senza pericolo che le proprie parole possano essere usate come arma contro la propria famiglia,
perché passano su altre antenne, oltre confine.

Foto di Valentina Perniciaro _Il pane di Bosra, che ora non c’è più_

Ho richiamato subito quello sconosciuto numero giordano,
subito e col cuore in gola. Un po’ di tentativi prima di prendere la linea, poi eccola la voce di Z., si sentiva chiara e vicina, decisamente diversa dall’ultima volta che c’eravamo sentiti,
appena una manciata di giorni fa.

“Ciaoooooooo, come stai?”
“Non me lo chiedere, ti prego. La situazione è di molto peggiorata dall’ultima volta che ci siamo sentiti.
Siamo scappati tutti dalla città vecchia, ora siamo a Bosra nuova, in 18 dentro due stanze.
Da 4 giorni non abbiamo nulla da mangiare, nevica e non c’è modo di trovare qualcosa per scaldarsi.
Più della metà della popolazione della città è scappata verso il campo profughi di Zaatari, in Giordania *.
Tuo figlio come sta?”
“Bene, ma che domande fai! Tua figlia come sta?”
“Mi fa strano pensare che i nostri figli hanno la stessa età: lei non cresce da molto tempo, rimane piccola, da quando è iniziata la guerra e da quando la situazione a Bosra è peggiorata la sua crescita è ferma.
Non c’è cibo, è terrorizzata dai continui colpi che sente.
Sai cosa succede qui intorno? Noi siamo tagliati fuori da tutto.”
“So che sotto bombardamenti in quella zona c’è Bosra al-harir e che nelle ultime 48 ore è peggiorata la situazione lungo l’autostrada Daraa-Damasco, ormai zona di guerra.”
“Grazie Vale, io da qui non so nulla, solo il bianco della neve che guardo fuori, la fame e il freddo.
La situazione è drammatica: Bosra la conosci bene, è sempre stata un crogiolo di religioni. Il regime è riuscito a far scoppiare la guerra civile tra noi, l’ha alimentata e c’è riuscito.
Io fino a poche settimane fa non sapevo il credo di nessuno delle persone con cui son cresciuto: è la cosa peggiore che poteva accadere.”

“baciami la tua bambina, tua madre…”
“Eccola mia madre, te la passo, dice che le manca giocar con te sotto al fico”
“Non sai a me Z., non sai quanto mi mancate tutti voi: mi raccomando, proteggete la vostra pelle, stai stretto stretto alla tua bimba: provo ad inviarvi soldi entro la settimana.
Ti voglio bene, ti chiamo presto…e presto i nostri figli giocheranno insieme”
“Lo spero; spero ci saremo ancora tutti quando il telefono squillerà di nuovo, grazie”

Sono circa 24 ore che cerco di riprendermi da questa chiacchierata, circa 24 ore che cerco di riposare,
di permettere al sangue di scorrere senza sentirsi così pesante,
sono 24 ore che cerco di essere forte, di non piangere, almeno di non farlo col singhiozzo
che ieri ha avvolto ogni cosa.

* Zaatari: il campo profughi da giorni è una distesa di fango, con le tende che galleggiano e qualche decina di migliaia di persone prive di tutto, in condizioni umanitarie non descrivibili.

comprendere l’esilio …

4 gennaio 2013 6 commenti

“Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque”
con queste parole mi hanno insegnato l’esilio, che ero una bambina; ci hanno provato, almeno.

Così, come una bastonata sui denti…. Bosra ash-sham, mio paradiso casa oasi mondo … in un Siria che probabilmente esisterà solo dentro di noi…

Solo ora capisco che l’empatia totale verso quel dolore, che sentivo così mia, era un’illusione, stolta e infantile.
Non lo conosco ancora l’esilio, perché ho imparato a capire che certe cose si comprendono solo quando aprono la carne,
quando spaccano la pelle come un callo dopo tonnellate di ore, giorni e mesi di ripetitiva fatica,
quando penetrano con violenza, come lama.
Pensavano di insegnarci l’esilio, pensavano di farci credere che Foscolo scrivesse dell’esilio per raccontarci qualcosa,
invece urlava solamente. Urlava, urlava come ora urlano i miei fratelli esuli, senza forse nemmeno il desiderio che qualcuno li ascolti.
Perchè, l’esilio, è un dolore che non si può raccontare, è un dolore che non riesce a costruire parole adatte malgrado milioni di capolavori siano stati scritti intrisi di quel sentimento dall’apparenza letale; malgrado la condizione d’esule è forse quella che più porta la mano a lasciar il segno sulla carta…
Ora che lo vedo, lo leggo, lo sento e lo osservo negli occhi blu di un fratello, e in quelli di sua madre,
mi sembra di conoscerlo meglio questo maledetto esilio.
Al punto che non lo sopporto, che non sopporto la letteratura che ne parla, al punto che pure i sonetti con cui son cresciuta mi sembrano delle minacce vaganti,
pronte a lanciarmi in lacrime nel vuoto, nel silenzio, nell’impossibilità di darmi delle risposte.

Foto di Mechal Al-Adawi Bosra ash-sham, e i suoi mille strati di storia…

Osservo le foto di quella cittadina polverosa e ne sento ogni rumore.
Non mi era mai successo prima. Non mi era mai successo prima di sentir l’odore di una fotografia,
di sentire il sapore scendermi in gola, farmi felice, riempirmi come il più gustoso sesso.
Il dolore di questa nostalgia ha un sapore schizofrenico: scende dolce, riempie il palato e sembra arrivare in testa in un effluvio di sapori di casa e mani sapienti
poi l’amaro prende il sopravvento,
obnubila il tutto, vela il panorama di grigio e di sangue.
L’esilio non conosce giorno e notte, come gli occhi del mio fratello, ormai venati di una stanchezza senza possibilità di ristoro.
Senza tetto, cibo, acqua, sangue, cuore che batte, bocca che ride, mano che stringe e accarezza: l’esilio sembra non riuscire ad aver sembianze di vita.

Per la prima volta forse, dopo una ventina d’anni da quando ho sentito l’urlo di Foscolo e il suo “fato di illacrimata sepoltura” credo di poter pronunciare la parola esilio, proprio ora che non ne ho la forza,
perché si ferma, non esce tutta intera senza tremare, senza affievolirsi tra le labbra, come un ultimo respiro.
Cerco disperatamente immagini attuali di quei vicoli di basalto e trovarle mi getta nella disperazione: mi sento violentata ad ogni scheggia di basalto che vola via,
sento ancora il sorriso di quei bimbi, i tramonti a giocar a nascondino nell’agorà, sottobraccio ai secoli…
proprio quando ho queste nette sensazioni di far ancora parte di quella terra, quando ne sento i rumori e il dialetto nella testa mi domando quanto ci si possa illudere di conoscere l’esilio, il significato reale di questa parola.
Quasi me ne vergogno, mio dolce beduino dagli occhi blu, di usare le parole senza sentirne il peso.
Il dolore, pietra nelle vene.

Beati quelli che credono in un Dio, beati loro che si affidano alle sue assenti cure e ne sentono il conforto,
beati quelli che credendogli possono accusarlo di cotanta distruzione improvvisa e imperdonabile, e poi di nuovo innamorarsene, confidando in un ritorno e in un ristoro, almeno celeste. Almeno non hanno il bisogno di razionalizzare il dolore come provo a far io, fallendo miseramente.

Questa la dedico a te, e alla tua bella mamma…

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

Ma buon anno dddechè!

31 dicembre 2012 8 commenti

Il più brutto anno.
Senza ombra di dubbio.
Il più brutto anno immaginabile, quello in cui si è perso tanto sonno, quello in cui il sogno si è infranto,
quello in cui si capisce senza possibilità di ritorno che si è perso tantissimo, che certe cose non si stringeranno più tra le mani.
Un anno dilaniante, doloroso, insonne, sommerso da valanghe di lacrime senza ascolto e senza voce.
Io non vivo più, non vivo più se gli occhi del mio fratello beduino hanno perso il loro azzurro, per diventare grigi d’esilio e solitudine.
Non vivo senza quel pensiero felice, senza le voci allegre dei loro saluti lontani.
Era l’anno in cui volevo portare mio figlio, il più bello dei gioielli del mio mondo, nella terra che aveva cambiato per sempre il corso dei miei giorni e delle mie notti, volevo che il mio bambino potesse assaporare sua madre in un’altra condizione.
Ancora troppo piccolo per capire quanto di stupefacente avrebbe avuto intorno, si sarebbe certamente accorto di aver tra le su braccia un’altra mamma.
Volevo tornare a casa, a Bosra, a baciare terra rossa e basalto, a rotolarmi nella polvere che canta i secoli e i popoli nomadi di una terra senza confini;
volevo portare a casa mio figlio affinchè conoscesse una sua coetanea dai ricci neri,
la cui voce si è fatta timida dopo mesi di bombardamenti.

Ad una grande donna…

e’ stato l’anno della fine dell’illusione che tutto potesse continuare a rimanere così come per secoli secoli secoli e ancora secoli era stato.
E allora non vi auguro buon anno, non lo auguro soprattutto a voi incapaci di guardare la Siria, a voi sapienti sostenitori di mattanze (da sinistra ovvio)
non lo auguro ai sapientoni (quelli che magari poi starnazzano dicendo con spocchia che “dietro ad Al-Jazeera ci sono i califfi” che, ahahhaah, ancora me sento male visto che abbiamo seppellito con gioia l’ultimo califfo nel 1924),
non la auguro a chi ha il vizio di creare tribunali, non lo auguro a chi ha l’ultima parola su tutto e spesso anche ridicola, impreparata,
non lo auguro a chi di lavoro manda in galera le persone (e mi riferisco a giudici e magistrati)
non la auguro a chi anfibi e chiavi d’ottone chiude diverse volte al giorno decine di persone nelle celle,
non la auguro soprattutto a chi, grazie ai deliri di geopolitica e antimperialismo sterile e rossobrunista e all’ignoranza folle e anche spocchiosa non riesce a portare solidarietà non dico ai siriani, popolo a loro sconosciuto e quindi inesitente, ma anche ai palestinesiche a decine muoiono nei campi profughi di Siria, come a Yarmouk. Ecco, a voi “dalla palestina sempre nel cuore” che appogiate Assad, il suo fratello Maher e le milizie di Jibril proprio non vi auguro un buon anno.

Auguro buon anno a tutti gli esuli, a tutti coloro che vivono la sete a Zaatari,
la auguro alla mamma del mio amico, strappata dalla sua terra dopo una vita di quella terra.
La sola a cui auguro un buon anno è la mamma, dagli occhi blu, del mio fratello beduino,
trascinata via dalla dolce Bosra e con il solo sogno di poterci morire, per esser seppellita accanto a suo marito.
A lei auguro un buon anno,
a lei che ha messo al mondo un grande uomo,
a lei la cui figlia ogni giorno rischia la pelle per cercare di strappare alla morte, alla tortura, alla prigionia qualcuno.

E allora grazie a queste due donne,
grazie alla loro forza e al loro dolore che sembra spaccare anche la mia quotidianità.
Grazie perchè se mai potremo tornare a ricostruire casa, sarà grazie a queste donne, la cui forza è impressionante…
e quasi non ve la meritata!

Alla Siria e all’amore che mi ha insegnato, alla polvere rossa, al nero basalto
al sangue dei suoi bambini e al ritorno, il ritorno sì,
perchè prima o poi avverrà…
e guardatelo questo video, che è un regalo bellissimo

i quasi 40.000 cadaveri abbandonati, a pochi km dalla Palestina

26 novembre 2012 11 commenti

Foto di Mechal Al-adawi…la quotidianità smarrita di Bosra

Un video agghiacciante ha fatto da buongiorno.
Un video dove c’è solo un accumularsi di corpi di bimbi, un accatastarsi di urla di madri private del più grande amore,
strappato via nel sangue e nell’incomprensibilità di un conflitto che ormai è trasceso nella mattanza,
semplice, chiara, palese,
mattanza.
I bimbi di questo video si chiamavano, e per le loro madri continueranno a chiamarsi, Shahd, Muhammed, Adnan Fateba, Zainab, Iman, Ounoud e Mamdouh.
Un paese che era gelsomino e pane caldo, ora è un mattatoio, una tonnara,
un qualcosa di indescrivibile.

Ed ora non voglio parlare di quest’abominio,
non voglio dirvi quel che penso dei missili, dei coltelli che sgozzano, dell’areonautica che lavora bombardando senza sosta dell’esercito di Assad,
non voglio dirvi quel che penso delle truppe mercenarie che si son appropriate di una rivolta reale che finalmente muoveva mani piedi e voci contro anni di silenzio forzato, di tortura e carcere.
Ora come ora parlare di Siria vuol dire vomitare un odio e un disprezzo infinito per buona parte delle forze in campo: anche se consapevole di quanta mia Siria è lì a resistere alle truppe di Assad come ai proclami islamici dei ribelli arrivati da chissà dove,
consapevole di quanto popolo siriano ci sia e ci sia stato nelle strade che urlavano IRHAL, via via da qui, al regime del partito Baath.
Insomma nessun articolo di racconti di guerra, nessun articolo di sterile geopolitica incapace di parlare del dramma umano.

Quel che voglio chiedermi in queste righe è PERCHE’,
perché a meno di 400 km dalla Palestina si accumulano nei furgoncini corpi di bimbi come fossero sacchi di farina,
perché le urla di quelle mamme non arrivano alle vostre orecchie,
non vengono pubblicate sulle vostre bacheche facebook che fino a pochi giorni fa erano invase solo da Gaza.
Giuro, non riesco a capirlo,
Sarà che ho giocato con i bimbi di Palestina nelle stradine dei loro campi profughi,
ma che per anni ho diviso giochi e pasti con le famiglie siriane,
nella loro terra fertile e profumata,
ho amato le loro case, i loro vassoi sempre pieni, la loro dolce solidarietà costante ai fratelli palestinesi.
Sarà che per me la Siria rimane casa, ma non riesco a capire questo silenzio,
non riesco a capire come fino a ieri urlavate e vi strappavate i capelli cercando di bloccare la bastarda guerra sionista su Gaza,
e davanti a questo invece,
semplicemente,
vi girate dall’altra parte.

Non riesco a capire, ma credo sia meglio così.

e vi lascio le dolci e dolorose righe di quel che era il mio fratello siriano, e che ora è diventato il mio poeta esule fratello siriano.

Rimango a distanza,
osservando la mia tristezza,

Bosra ash-sham,ormai una vita fa…
Foto di Valentina Perniciaro

abbracciato alla nebbia
di questa triste mattina,
di quest’esilio forzato,
guardando lacrime di dolore
lavare il volto del mattino
…..
Ogni giorno mi alzo prima del sole
lo guardo
oggi ci porterai della speranza?
Ma il sole rimane nel suo letto,
sbadiglia,
forse si vergogna di sorgere,
se il sole
non sorgerà nella terra che ho dentro di me
sorgerà mai sulla mia terra, laggiù?
………
In esilio il dolore è più pesante,
la tristezza più profonda
l’esilio è un surgelatore,
portiamo con forza
tutta la nostra memoria
vicina e lontana,
alla ricerca di un po’ di calore
ma è tutto futile quel che cerchiamo
…….
Cerchiamo tra le macerie,
rimasugli di una terra natale,
per la speranza, comunque misera,
di attendere un nulla,
che ci dia speranza,
che ci lasci vivere
almeno per una notte,
ma è tutto futile quel che cerchiamo
………..
Rimango a distanza,
assediato dal mio dolore
stringendo forte al petto il mio dolore
è un dolore che annega in ogni direzione,
cerco la mia terra,
ma brucia come una candela,
evapora come acqua
la mia terra è cambiata,
un cimitero di fratelli seppelliti sui fratelli.
………
Nonostante tutti i miei vestiti invernali
mi sembra di camminare nudo
per le strade di Roma,
mi vergogno
della compassione negli sguardi della gente,
un povero vagabondo senza patria,
E così anche l’abbraccio di mia figlia Benedetta,
di mia sorella Valentina,
la calda accoglienza degli amici
Leonardo e Riccardo,
La vispa Claudia,
così come la gentilezza di Giulia e Margherita,
tutti loro mi han donato del calore,
ma è stato come un anestetico locale,
perché il mio gelo è così profondo
e i duri colpi del freddo hanno attraversato il mio corpo
tutti i vestiti del mondo
non daranno calore alla mia anima lacerata.
……..
Le lacrime di dolore
non mi scaldano nel freddo dell’esilio,
non splende sole sulla mia terra,
non brilla la patria che ho dentro di me.

di Mechal Al-Adawi

Alla terra più amata
Ode a dolore, alla nostalgia, a Bosra
Un urlo da Bosra: la storia di Abdul Hadi
A Tamer
Sobborghi e campi palestinesi
Le bombe in casa NOSTRA

Ode al dolore, alla nostalgia, a Bosra

30 ottobre 2012 13 commenti

E’ un blog che procede a rilento,
sarebbe meglio dire che è un blog che non procede in queste settimane.
No, non va.
Come il resto d’altronde.
E non parlo di vita personale, che si potesse tarare il mondo su quella, sarebbe tutto anche troppo bello.

Foto di Valentina Perniciaro _ a lavoro, davanti all’arco del vento, Bosra ash-Sham_

Parlo di me, di me che non sono, che non riesco ad essere me,
che son spazzata via e priva di lucidità, di speranza di trovarne.

Spinoza quando parla di casa, di casa propria, dice che la si trova dentro,
che la propria casa è la propria razionalità, la logica, la capacità di indagare quel che si ha intorno.
Eppure io una casa l’avevo. E mi manca.
Avevo una casa che profumava di gelsomino e rose,
Avevo una casa di basalto, marmo, polvere e sorrisi,
Avevo una casa dove dormivo senza tetto, se non cotone, dove la luna faceva l’amore con i miei sogni, dove il cielo era tetto, era giorno, era pace.
Avevo una casa piena di gatti pronti a rubare ogni cosa commestibile,
Avevo una casa dove i ricci la notte venivano a cercar calore nel mio letto di coperte beduine,
Avevo una casa dove le leggende incrociano i millenni, e diventano presente.

Si chiamava Bosra Ash-Sham
e tante volte ve ne ho parlato.
Un paio di centinaia di kilometri: sali su un bus a Baramke (stazione meridionale di Damasco) e dopo meno di 200 km verso sud, a pochi minuti dal confine giordano,
incontri la terra delle città nere,
quelle dove il basalto si erige nella terra rossa, e blocca i secoli con calore e rispetto.

Bosra è stata la mia casa per tanti anni,
Bosra è stata la sola casa che il mio corpo ha sentito “casa”.
Bosra e tutto quello che m’ha lasciato nell’anima è stata e continua ad essere la mia migliore amica, quella capace di darmi pace quando nella mia testa incazzosa non c’è tregua e solo rabbia,
Bosra mi ha insegnato a gioire di nulla, Bosra mi ha fatto conoscere persone e situazioni che mi sono dentro come i racconti trasteverini della mia famiglia.
Alla stregua. Stesso immenso patrimonio di familiarità, d’amore.

A Bosra ho incontrato un fratello e tutta la sua gente, che in pochi secondi è diventata mia.
A Bosra ho una mamma tutta matta, avvolta nel velluto beduino, che ogni volta che entravo nel suo cortile, pieno di alberi da frutto rigogliosi e zuccherosi, mi lanciava a terra su quella polverosa stratificazione di tappeti,
per giocare, cantare, rotolarci: come due bimbe.
Era difficile comunicare, ma i nostri corpi si son fusi in poco tempo.
Ora la sua voce al telefono è lontanissima, come se tra me e la mia amata casa ci fossero galassie.

Foto di Mechaal Al-Adawi
Kalybe…ormai conosciuto come “il letto della figlia del re”
RIDOTTO IN MACERIE DA UN TANK DELL’ESERCITO SIRIANO,
CHE HA APPOSITAMENTE MIRATO, DALLA PIAZZA DELL’AGORA’

E allora questo blog è fermo,
perchè da una settimana vorrei raccontarvi di come “il letto della figlia del re” s’è sbriciolato, colpito a morte da una cannonata di un tank,
un tank dell’esercito siriano, adagiato coi suoi maledetti cingoli sull’agorà,
la sola piazza romana di marmo bianco (lo fecero arrivare dalla lontana Jarasa)
al centro della città nera.
Kalybe, il gioiello di Bosra, il simbolo dello scorrere dolce dei secoli in una terra che aveva portato sempre rispetto per il suo patrimonio storico ed archeologico.
Ho incontrato bambini semi analfabeti che mi parlavano degli intarsi romani, di Apollodoro, delle greche nabatee che ornano capitelli e nicchie,
Ho incontrato un popolo che aveva poco cibo, ma che si nutriva della sua storia.

Ed ora anche quella sta sanguinando a morte.
Con lo sbriciolarsi di quel gioiello, con la distruzione di quella meraviglia che da 2000 anni accarezzava lo sguardo dei pastori,
sento che la mia serenità s’è definitivamente spappolata. Esplosa, frammentata.
E così ve la racconterò un altro giorno la storia di quella camera,
la storia dello scorpione che andò a cercare fino a lassù la bella figlia del re.
Ve la racconto un altra volta,
che le lacrime iniziano a scorrere e solcare il viso con una violenza che spezza il respiro.

Con il cuore poggiato tra cardo e decumano,
con il sorriso incastonato nell’albero di fichi al centro di quel cortile, ora spianato.
Con il solo desiderio di poter far vivere a mio figlio l’atmosfera di quella che è stata la sola casa che ho veramente amato.
Quella dove non riuscivo a non tornare continuamente,
da ogni luogo del mondo,
tutte le mie strade m’hanno sempre portato a Bosra…
E un giorno torneranno a farlo,
per mano al mio bimbo.

Qui potete vedere il video di ciò che è rimasto…
Kalybe? Fa parte dei sogni di una vita che non c’è più.

A breve la storia di questo monumento, e la sua maledetta ingiustificabile fine.
Leggi anche:
Un urlo di dolore da Bosra
Le bombe in casa nostra / 2
Alla bimba di Bosra
Dalla Siria, per la Siria
L’inizio
Basalto, beduini e innamoramenti

Un urlo di dolore, dalla mia Bosra

22 ottobre 2012 3 commenti

“Quando la terra della città
diviene rossa
quando le pareti della città diventano nere
non c’è riposo nè spazio bianco

Foto di Mechaal Al-Adawi
Giocando nel mercato romano, Bosra ash-Sham

nella testa
scrivo il mio dolore

Abdul Hadi al-Miqdad era un giovane uomo della città di Bosra, nella Siria Meridionale. Aveva 24 anni. Lavorava come spazzino per il comune. Era un uomo molto umile. Bravo. Con delle disabilità mentali.
Si era sposato da meno di un mese.
Il 20 ottobre 2012 le truppe dell’esercito regolare sono entrate in città senza incontrare alcun tipo di resistenza.
Tutti i giovani sono scappati dalla città per paura di essere arrestati. Nella città erano rimaste le donne, con i bambini.
Abdul Hadi si è riufiutato di fuggire, perché non potevano accusarlo di nulla. Non era coinvolto in nessuna manifestazione ed era impiegato statale.
L’esercito ha rastrellato ogni casa per poi bruciarne molte (200 case) e per dare alle fiamme i negozi (circa 300 attività).
Poi è arrivato il turno della casa di Abdul Hadi, gli hanno chiesto di uscire fuori, che avrebbero dato alle fiamme la casa.
Lui si è rifiutato di uscire, era un novello sposo. La sua camera da letto (il sogno di una vita intera) era stata comprata nemmeno un mese prima. I soldati dell’esercito l’hanno messo al centro della stanza, lo hanno bruciato vivo insieme ai materassi e alle coperte, per poi chiudere la porta.
Lo spirito di Abdul Hadi al-Miqdad è andato in paradiso col sapore di una grigliata di carne umana”

di Mechaal Al-Adawi

Su Bosra ci sarebbe tanto…e mai avrei pensato sarebbero state macerie…
Le bombe in casa nostra / 2

A Tamer al-Awam, compagno di risate, bevute e canti di lotta…

17 settembre 2012 11 commenti

Ho un sacco di regali tuoi,
un fazzoletto rosso con una piccola falce e martello e il nome in arabo di un’organizzazione comunista degli anni ’70,
e poi quel foglietto, dove piano piano e cercando di usare un arabo scritto a me comprensibile mi hai scritto tutta “Fischia il vento”, orgogliosissimo, per poi cantarla sul punto più alto del terrazzino della “nostra” casa damascena.
Tanto, dicevi, la galera di Assad da comunista la conoscevi bene. Se pure ti riarrestavano saresti stato almeno orgoglioso di sapere che una piccola fanciulla italiana aveva imparato quella canzone anche nella tua lingua bella.

Oggi, solo oggi, con un tremendo ritardo, mi cade per sbaglio l’occhio sul tuo viso, in rete.
Oddio ma quello è Tamer..eh si, è proprio Tamer, Tamer al-awam,
quello che mi insegnava gli slogan dei compagni, quello che ballava allegro fino al mattino dicendo sempre che prima o poi avrebbe assaggiato la libertà.
Tu che avevi conosciuto la galera che non avevi nemmeno vent’anni, e che per tutta risposta non hai mai smesso di esser quello che eri. Anzi, eri diventato quel che ormai tanti anni fa dicevi di esser destinato a diventare…
un regista, un poeta, un uomo incapace di non comunicare sè stesso, il proprio amore per l’uguaglianza e la libertà.
E quindi, dopo due detenzioni sei fuggito via, in Germania,
per dar voce al tuo desiderio d’arte e fuga, per sentirti libero.

Mi dicono che hai fatto un film molto bello, tu, caro spilungone di Sweida, un’altra cittadina di basalto e terra rossa;
tu che tutti i giorni venivi coi tuoi microbus da Jaramana, sobborgo damasceno dove ci invitavi sempre,
per qualche cena di ceci e cammello per quelle strade polverose.
Ed oggi cado in un video dove tentano disperatamente di rianimarti, tu che avevi da pochi giorni rivarcato il confine siriano per seguire gli scontri ad Aleppo, telecamera alla mano… dopo le carceri di Assad padre e poi figlio, ora una bomba,
solo una bomba e il Tamer dal sorriso dirompente e dalle orecchie a sventola,
il Tamer che s’addormentava ovunque col suo corpo lungo lungo e fino…

a te non riesco a scriverlo un addio,
sento la tua risata tra i tetti di Damasco e sento una nostalgia di quelle serate che sarebbe in grado di squarciare il suolo.
Ciao Tamer, il tuo “fischia il vento” non lo dimenticherò mai,
quel foglietto è sempre con me…
Ora più che mai.

Da Gabriele Del Grande…sulla strada verso Aleppo

15 settembre 2012 1 commento

Da Gabriele Del Grande, penna e mente di FortressEurope, condivido questo aggiornamento di stato di una manciata di minuti fa.
Ti auguro buon viaggio, il viaggio che vorrei fare ora, il solo che potrei fare.
Sulla strada di Aleppo…con la fortuna sotto braccio, e il sole di Siria davanti agli occhi,
che la strada ti sia amica, fino al rientro a casa.

Ieri un contrabbandiere siriano a Yayladagi mi ha fatto vedere sul cellulare il video di due soldati del regime siriano mentre tagliano la testa con una motosega a un attivista. Lui, il contrabbandiere, le armi le ha prese dopo che un cecchino di Bashar ha colpito suo figlio alla testa. Aveva otto mesi e quando hanno sparato dormiva, dentro la carrozzina spinta dalla madre.
Il suo vicino di casa invece, le armi ha deciso di non imbracciarle. Per principio. È un comunista di Homs, tra i primi organizzatori delle manifestazioni contro il regime. Manifestazioni che per sei mesi sono state pacifiche, nonostante migliaia di uccisioni e decine di migliaia di arresti commessi dalle forze del regime e dai suoi sgherri.

I primi tre giorni a Hatay si alternano tra questi due sentimenti. L’entusiasmo dei combattenti pronti a morire pur di vendicarsi e mettere fine al bagno di sangue, e la delusione dei militanti non violenti che invece temono che la situazione degeneri e che sono convinti che già troppo sangue sia stato versato, anche a causa delle strategie dei combattenti rivoluzionari.
In mezzo a queste due posizioni ci sono i drammi personali di migliaia di famiglie ancora bloccate al confine tra Siria e Turchia, fuggiti dai bombardamenti aerei inflitti quotidianamente dal regime nelle zone insorte.
La Turchia non gli concede l’asilo politico, ufficialmente sono definiti “ospiti” e vengono accolti in dei campi profughi lungo tutto il confine. Contro di loro poi si è scagliata la sinistra turca, scesa in piazza per chiederne l’espulsione di massa, con slogan razzisti che accusano i profughi siriani di essere terroristi al soldo dell’imperialismo americano e sionista. Grossomodo le stesse frasi fatte che si sentono in certi ambienti della sinistra italiana, più attenti all’ideologia da risiko salottiero che non al racconto della realtà.
Per raccontare la realtà invece, noi stiamo per attraversare la frontiera. Partiamo stanotte con Alessio Genovese, direzione l’inferno. Aleppo. Inviati da nessuno perché “noi siamo concentrati su altro adesso” come mi ha scritto oggi uno dei più importanti settimanali italiani.
Questo invece il video che mi è arrivato ieri da Bosra, la mia cara Bosra:

Alla bimba di Bosra…

17 agosto 2012 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro -il campionato di Bosra-

Ciao piccola bimba di Bosra,
ciao piccola bimba nata tra le colonne di basalto, sulla terra rossa, tra quei sassi grandi e pieni di storia.
Ciao piccolo corpicino, mi dispiace che sei volata via ignara di quel che avevi attorno,
piccola come sei, dopo 19 mesi di guerra civile,
non avrai nemmeno realizzato il profumo di quel gelsomino,
non avrai riso per i concerti di rane e rospi che la sera allietavano il pubblico clandestino e scalzo davanti alla cisterna romana,
non avrai avuto modo di giocare a palla nell’agorà romana,
unica macchia bianca di marmo, immersa nell’oscuro e dolce basalto.
Hai l’età di mio figlio,
piccola bimba di Bosra, e non riesco a smettere di guardarti.
Ne ho conosciuti a centinaia di bimbi di Bosra, in tanti mi hanno insegnato a saltare tra i capitelli,
a mungere le capre, a tirare i sassi più lontano che si può,
mi hanno insegnato i numeri nella loro lingua bella, contando le stelle tra i capitelli.

E tutto ciò ora lascia attoniti.
Ciao piccola bimba di Bosra, la terra ti sarà lieve ne son certa,
la terra ti accoglierà spaccandosi dal dolore e abbracciandoti dolcemente…

(è un video che fa male al cuore)

Siria: le bombe in casa “nostra”

13 agosto 2012 15 commenti

Nei cassetti della mia memoria tu hai il posto più bello,
nei cassetti della mia memoria tu sei calda,
nei cassetti della mia memoria c’è il profumo del tuo cibo e dei tuoi fiori.

Nei cassetti della mia memoria non c’era spazio per questo scempio,
nei cassetti della mia memoria non deve entrarci, ti prego,
questo dolore.
No, li chiuderò anche se il chiudere non mi piace,
li chiuderò a forza quei cassetti, così che le vostre bombe non possano entrare,
così che tutto resti fermo.
A me che le cose ferme non piacciono, a me che vorrei un mondo sempre in movimento,
a me che è il “moto rivoluzionario” a dover far batter il cuore di tutto…
A me ora sventra di dolore l’idea che nei cassetti della mia memoria
da oggi ci sono queste immagini,
che forse non usciranno come le altre.

Ti parlo, terra rossa dell’Hauran,
come fossi un corpo amato, un corpo che m’ha sedotto e fatto godere,
Ti parlo, decumano di Bosra,
come fossi la sola strada che l’uomo abbia percorso,
come se quella porta del Vento fosse la sola a conoscerlo veramente, quel Vento.
E allora, oltre a parlarti costantemente,
Sappi che ti amo, terra rossa di fuoco e basalto,
sappi che ti amo come si ama la carne,
Sappi che ti sento mia come figlia, madre, utero, pelle,
sappi che muoio ogni secondo dentro,
muoio muoio muoio di un dolore che non ha voce,
non la trova o ha paura di farlo.

Sappi, dolce terra rossa dell’Hauran,
che le tue donne son forti come il basalto che ti ricopre,
che i tuoi ragazzi hanno occhi profondi che non si piegheranno,
E che chi è partito tornerà…
sappi che torneremo,
torneremo tutti.

LE FOTO CHE VEDETE QUA SOTTO SONO DI QUESTA MATTINA, QUANDO 8 COLPI DA 80MM L’UNO SON VOLATI SULLA CASA A ME PIU’ CARA AL MONDO, DA UN CARROARMATO DELL’ESERCITO DI ASSAD.
UNA CASA DOVE DA MESI ABITANO SOLO DUE DONNE CHE STANNO AIUTANDO LA POPOLAZIONE COME POSSONO.
BOSRA E’ SOTTO ATTACCO, LO SONO TUTTE LE FAMIGLIE CHE STANNO CERCANDO DI FAR QUALCOSA PER LA SITUAZIONE UMANITARIA. (avevo pubblicato un appello loro)
Non uomini, non combattenti, non armi nelle case che stanno colpendo in quella zona…ma un pezzo di cuore mio che…vabbè va…parole è meglio che non ne cerco!

Bosra ash-sham, 13 agosto 2012….
Dal Mansaf alle bombe…

I missili dell’esercito siriano colpiscono la più amata delle case,
Bosra Ash-Sham, 13 agosto 2012

Bosra Ash-sham, 13 agosto 2012 ….

Dalle Pussy riot alla Siria… passando per un coglione

12 agosto 2012 18 commenti

La libreria di Bosra, stamattina

Io stamattina mi son svegliata con una notizia divenuta in pochi istanti un lamento sordo, un pianto singhiozzante, un tremore irrefrenabile a tutto il corpo.
Il conflitto in Siria, sporchissimo e ormai senza remora alcuna, è approdato nel cortile di casa, è approdato con due belle bombe nel salotto di casa, quello dove ci si entrava tutti, intorno ai grandi vassoi lavorati a mano.
Vi ho parlato tante volte di Bosra, mia eterna oasi di pace, ed oggi ne parlo con un dolore al cuore che sventra, quanto le bombe.
Questo conflitto, le parole che intorno gli girano nei nostri confini, ha spento in parte questo blog, perché ho un senso di rifiuto che non mi lascia libertà di scrittura, perché le mani arrancano, il cuore batte lento e poi velocissimo, lento e poi velocissimo, nulla permette concentrazione, nè tantomeno lucidità.

Quindi son settimane, ve ne sarete accorti, che da queste parti si parla poco.
Pochissimo.
Oggi apro il computer, dopo i pianti su Bosra e il cortile di casa, e compare un commento che ho deciso di condividere con voi, così da rimarcare quel solco che pretendo mi divida da certa ideologia, da ‘sto cancro che veramente non sopporto più e che, mi dispiace, ma non attacca sulla mia pellaccia, non lui.
Piero Deola nemmeno mi scrive sulla pagina giusta, usa quella dedicata al saluto a Dario -compagno strappato alla vita di un presto che non ci son parole- invece che quella dedicata all’argomento da lui scelto per scrivere queste 4 righe.
Quattro righe importantissime, perché completano il ritratto che io non ho mai trovato le parole giuste per disegnare:
il ritratto ben delineato di quella cultura mostruosa che corrode il cranio di molti che si definiscono compagni,
anche con un’arroganza disarmante, se non ridicola.
Perché questa aggressione a me, sulle Pussy Riot, la capacità immediata che si ha nello scrivere cose come “chi ti paga” (che se ti avessi davanti Piero …) nel difendere il potere.
Si, nel difendere il potere più schifoso possibile: povero stalinista da quattro soldi che ti permetti di rivolgerti così, non a me, ma a quelle tre compagne che sono rinchiuse dal tuo rivoluzionarissimo, antimperialistisssssimo Putin. ( MA VE RENDETE CONTO????).

Da Piero Deola:
Inviato il 12/08/2012 alle 10:54

Brava,aiutiamo gli americani a sovvertire l’ordine in Russia. E dimmi deliziosa partigiana:cosa sarebbe successo negli USA bacchettoni di frote a una tale dimostrazione blasfema in una chiesa?
Chi ti paga per essere così democratica?

Mica ne trovo di parole eh?!
Perché questo commento poteva averlo scritto in un articolo su Bosra, come su Putin: qui con la scusa ormai anche politicamente ridicola (se preferite, tanto ve nutrite solo di quello, “geopoliticamente” ridicola) che TUTTO ciò che si muove è mosso da mano yankee siamo arrivati anche a dire che il punk femminista russo antiautoritario ha quella provenienza.
Stiamo alla frutta, allo stalinismo analfabeta: tenetevi Assad, tenetevi Putin, tenetevi Ahmadinejad, tenetevi ‘sta comitiva di assassini,
ma almeno levatevi ste velleità rivoluzionarie, cambiate lessico,
tra le calamite del vostro frigorifero toglietela ‘sta bandiera rossa,
fate aria, andate affanculo.
E poi, solo per chiarire, caro maschio Piero Deola: “deliziosa partigiana” non lo scrivere più.
Evita di infilare quel tono, evita di infilare anche l’odio di genere in quello che penso di te e delle tue righe perché scateni in me una rabbia proprio viscerale a quel punto.
Ci basta il tuo cervello in cortocircuito, il pisello almeno lascialo a casa, fa ‘r favore eh!

Questo blog ripudia lo Stato, ripudia il potere, ripudia chi pensa che il mondo si possa spartire e dividere con il righello o con le vostre bandierine antimperialiste,
alla larga, sciòòòòòò
o come se dice a Damasco… ruhhhh!

FREE PUSSY RIOT!
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
NO PUTIN ! NO ASSAD!
NO POWER!

Leggi anche: Punk, capitale, complotti e nausea

Interessante quest’articolo di Mazzetta sulla Russia delle PussyRiot: LEGGETELO

Questo invece il video solidale girato ad Ostia, GRANDISSIME!

Dalla Siria per la Siria

9 luglio 2012 24 commenti

Ho smesso da tempo di scrivere e parlare di Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _i vicoli di Bosra alle prime luci del mattino_

Perché fa male al cuore in un modo dolorosissimo, perché ho pezzi di vita sotto ai cingoli di quei carri armati,
perché non ce la faccio, psicologicamente, ad affrontare la marmaglia rossobruna e i suoi continui attacchi.
Quando qualche giorno fa mi ha chiamato Radio BlackOut chiedendomi una chiacchierata sulla situazione attuale nel paese che da un decennio chiamo “la terra più amata“, mi si è fermato il cuore,
perché so di essere “impopolare” in quel che penso di quella terra, perché so di non aver la lucidità per parlarne razionalmente,
senza che le emozioni prendano il sopravvento,
senza che la rabbia obnubili la ragione.
Perché continuo a non capire come si possa difendere quel regime,
come ci si possa dividere tra difensori di un orrore che ha diversi decenni,
e democratici merdosi interventisti, bombaroli da salotto in attesa della prossima devastante guerra.
Un territorio ormai completamente balcanizzato.
Sia il regime, sia chi in quel territorio gioca le carte più sporche, son riusciti ad ottenere il più ambito dei risultati :
spezzare l’unità di quel paese in tante piccole millet armate e guerreggianti,
spazzar via il ribelle desiderio di cambiamento e libertà con un livello di militarizzazione del conflitto impressionante.

Foto di Valentina Perniciaro -i bimbi di Bosra-

Alla luce di tutto ciò scriverne è faticoso,
soprattutto se poi sei costretto ad aver a che fare co’ sti finti rivoluzionari che si sentono pro-palestina
senza accorgersi che difendendo il regime baathista non fanno altro che difendere chi sulla palestina ha sempre lucrato,
chi i palestinesi l’ha sempre tenuti in gabbia,
chi ha creato un meccanismo di protezione/controllo/repressione sui profughi palestinesi che non ha molto da invidiare al sionismo.
Il regime baathista ha fondato la sua storia sul sangue palestinese, e sulle possibili strumentalizzazioni di cui quel sangue tanto caro è pieno.
Stiamo messi male, se questo è il pensiero della sinistra sul medioriente,
per quello forse è meglio tacere.

Però vi mando queste righe, che provengono dalla Siria che mi ha cresciuta, coccolata, nutrita.
Viene dalle famiglie che mi hanno offerto la loro uva, dalle famiglie che mi hanno insegnato ad essiccare il grano sul basalto,
da coloro che mi hanno aperto i loro cortili fioriti accogliendomi con un sorriso
che non solo non posso dimenticare,
ma che voglio poter rivedere sui loro volti.
E’ un appello proveniente da Bosra, quella che io per anni ho chiamato l’ “oasi millenaria di pace” …e che ora, come tutto il resto del paese,
è un lago di sangue.

Vignetta di Ali Ferzat _come il regime siriano difende la palestina_

APPELLO URGENTE PER RISPONDERE AI BISOGNI UMANITARI DELLA POPOLAZIONE SIRIANA

Cari amici,
sicuramente, come me, state seguendo gli aggiornamenti internazionali riguardo la tragedia che colpisce la Siria ormai da 15 mesi.
Tuttavia, una parte di questa tragedia non viene raccontata da nessuna testata giornalistica: mi riferisco alla vita quotidiana delle persone, alla miseria a cui sono costretti, cosa difficile anche per me descrivere a parole.

I dominanti interessi politici, l’insicurezza generale ed il crollo delle attività economiche hanno privato centinaia di migliaia di famiglie dei loro già limitati mezzi di sostentamento e come se non bastasse il quadruplicarsi del prezzo dei beni di prima necessità come pane, zucchero, riso e olio va a sommarsi alla difficile situazione interna. L’aumento dei prezzi ha purtroppo travolto anche il sistema medico sanitario e le medicine.
Inoltre sono molto poche le famiglie che sono riuscite ad abbandonare il paese, senza trovare, il più delle volte, condizioni di vita migliori.

Dal punto di vista politico la situaizone degenera ogni giorno di più, ed il peggio a mio avviso deve ancora arrivare. Dobbiamo aspettarci che gli scontri oltrepassino i confini siriani, perchè la Siria oggi non è che il primo campo di battaglia di quella che sarà purtroppo una guerra molto più grande, fomentata da diversi paesi che non vogliono altro che vedere raggiunti i propri obiettivi e interessi. La cosa peggiore è che a pagarne le conseguenze è la popolazione civile, impotente e inascoltata.
La popolazione siriana oggi non è altro che la benzina per alimentare gli scontri.

Ormai tutti i distretti sono coinvolti ed ogni città sta soffrendo. Ed io non posso che essere preoccupato per la mia città natale, Borsa, e ogni suo abitante, per cui la vita è diventata insopportabile. E per questo vi scrivo. Un gruppo di volontari locali si sta attivando per rispondere internamente ai bisogni della popolazione. Abbiamo deciso di raccogliere fondi per sostenerli nelle loro attività e voglio chiedervi di supportare con me a questa iniziativa e contribuire attivamente alle attività di soccorso.

Puoi fare una donazione atua discrezione tramite questo IBAN
n°.AE290450000001902002049(Account Number 1902002049) UNION NATIONAL BANK UAE..
I soldi ricevuti verranno utilizzati dai volontari locali solo ed esclusivamente per distribuire cibo e medicinali alle famiglie più povere di Bosra.

A nome mio e dei ragazzi che hanno scelto di attivarsi,
il più sincero ringraziamento per l’importante contributo!

Mechal, Zakarya, Musa, Ahmad. Mustafa

Una panoramica su Tienanmen

7 giugno 2012 9 commenti

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天安门事故

Vista così fa un altro effetto.
Vista così lascia ancora più senza fiato.
Spero che non lasci sconvolti quelli che appoggiano Assad,
Perché sarebbe surreale, fastidioso, ridicolo.
Che si vergognino, i sostenitori di qualunque carro armato che muove i suoi cingoli e punta i suoi cannoni contro chi chiede libertà.

Un risveglio con Nizar Qabbani… E un grillo sulla valigia

19 aprile 2012 1 commento

Sono rimasto in coda milioni di anni
per acquistare un biglietto
Ho dormito sulla mia valigia
Ho dormito sulle mie preoccupazioni
[…]
Mi stanca attendere ciò che non si attende.
Ho cercato nella pagina dell’oroscopo
il segno dell’Ariete
ma non ho trovato nè una colomba che sopraggiungeva
nè un itinerario di viaggio.
Ho cercato un bicchiere di cognac
delle sigarette.
Ho trovato un grillo sulla mia valigia
gli ho chiesto chi fosse e mia ha risposto di essere come me
uno senza patria … indossava cappello e cappotto.
Era come me seduto in attesa del treno.
[…] In attesa del fischio del treno
in attesa dal giorno in cui sono nato
dal momento in cui sono uscito dalle città polverose
in attesa che il mare avanzi sui miei versi
e che scroscino le piogge

Da mille anni
io sono in attesa di un’isola in mezzo al mare
un’isola ignota ai marinai
in attesa di una poesia dal sigillo d’oro
e dai fianchi di fuoco
in attesa della venuta di Fatima, scortata
da un esercito di alberi,
con pesci e lune che nuotano nelle acque del suo seno
in attesa di Fatima che reca nel suo parlare
la civiltà della rosa, non quella del fico d’India.
Se non fosse per le mani di Fatima
il giorno non sarebbe stato creato.

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Foto di Valentina Perniciaro

In Egitto gli scontri proseguono; in Syria un deserto di morte.

6 febbraio 2012 8 commenti

Dal massacro avvenuto nello stadio di Port Said non c’è ovviamente più stata tregua…
a quei 73 corpi, massacrati, se ne sono aggiunti altri, che purtroppo aumentano di giorno in giorno.
Da giovedì solo al Cairo sono otto i manifestanti rimasti uccisi, mentre il numero dei feriti balla da fonte a fonte,
ma è comunque altissimo. Appena poche ore di tregua durante questa notte,
poi appena il sole ha iniziato a riflettersi nelle acque del Nilo,
gli scontri davanti al Ministero dell’Interno sono ricominciati.
Il popolo ribelle non vede diminuire le sue fila: composte da shebab di tutti i credo e i gruppi.
La rabbia esplosa dopo quel massacro, foraggiato dall’indifferenza assassina della polizia e poi dal suo infierire,
si è portata via il paese intero, con Il Cairo in prima fila.
A Suez, la città dove il livello di scontro è sempre più alto che altrove,
chi si è riversato nelle strade l’ha fatto andando a colpire subito i centri nevralgici della repressione:
le questure, i commissariati, i tribunali.
Questa è la lotta che si combatte ora in Egitto, prima ancora di quelle nei posti di lavoro:
la lotta per liberarsi dall’oppressione,
la lotta per liberarsi dalla morsa costante ed immutata delle forze di sicurezza,
dei tribunali militari, delle celle delle prigioni dove si continua a torturare: la guerra è a Hussein Tantavi
e a tutto il Consiglio Supremo delle Forze Armate.
Gli slogan cambiano tono: non c’è più la ricerca di cambiamento, ora sembra esserci il desiderio di veder rotolare le teste.

Anche da quelle parti le ultime dichiarazioni dello Scaf farebbero sbellicare se non ci fossero tonnellate di vite di mezzo:
tutto quel che è accaduto a Port Said e quindi poi in tutto il paese, è causato da “forze straniere” che tentano di destabilizzare la transizione che invece loro son bravissimi a gestire.
Certo.
Va bene, c’è sempre la mano straniera, è tutto molto semplice.
Intanto guardate il volto di questa fanciulla, attivista del Cairo, colpita al volto come molte altre persone intorno a lei,

Il volto di @Salmasaid

mentre manifestava nei pressi del Ministero.
Colpita con pallini da caccia, che tentano di mirare agli occhi, spesso riuscendoci.
A @Salmasaid questa volta è andata bene, perfortuna.

Del muro abbattuto dalla furia l’altro giorno è rimasto poco, tanto che lo SCAF ha predisposto la costruzione di ben 4 muri al posto di quello…
ma le ultime informazioni dalla piazza ci raccontano che dopo le ultime cariche, i blindati sono arretrati di qualche centinaia di metri.
La voglia di buttarli giù tutti è palese: è un desiderio che vuole spazzar via i palazzi del potere e tutti coloro che scaldano quelle sedie.
Stavolta è così, il gioco l’hanno capito: stavolta vogliono le teste e affronteranno i loro fucili,
il gas nervino nei lacrimogeni come a novembre,
perderanno altri occhi e altre vite…
ma vi spazzeranno via.

IRHAL IRHAL YA TANTAWI!
Ora aspettiamo di vedere che giornata sarà l’11 febbraio, in cui è stato programmato uno sciopero generale nazionale contro l’esercito.

Nel frattempo, in Syria, il massacro avanza e ruota tutto intorno alla città di Homs, già pesantemente colpita nei giorni scorsi.
Il quartiere di Khalidiya l’altro ieri e quello di Bab Amro da una 30ina di ore, vivono uno stato di guerra guerreggiata.
Circondati dai carri armati, imprigionati in un assedio impenetrabile, vengono bombardati da ore.
Dei 337 morti della prima notte non abbiamo saputo molto altro; non sappiamo da quel momento a che cifra siamo arrivati, ma cambia poco.
E’ un vero e proprio bombardamento: i racconti parlano di interi palazzi ridotti in briciole, con famiglie intere rimaste là, prive della possibilità di chiedere soccorso o portarlo.
Una storia irraccontabile.
Che mi spezza l’anima.

Il massacro di Hama, 30 anni fa.

2 febbraio 2012 2 commenti

Non ho un bel rapporto con l’anno della mia nascita.
Il 1982 nella terra dove sono nata è stato l’anno cileno delle torture, del waterboarding, degli elettrodi sui genitali di uomini e donne.
Il 1982 è stato l’anno del massacro sionista di Sabra e Chatila. L’anno dell’avanzata israeliana in Libano e della mattanza più fastidiosa insopportabile e selvaggia che sia stata compiuta in Medioriente, negli ultimi decenni: un massacro senza fine per 72 ore, che ha lasciato al suolo più di 2000 corpi, di tutte le età, di una sola provenienza, quella palestinese.

Ma il 1982 è l’anno di un massacro che quasi nessuno ricorda.
Che quest’anno vede molta più luce riflessa sopra, non per la cifra tonda, ma perché per quelle stesse strade i massacri si stanno accavallando, giorno dopo giorno, cecchinata su cecchinata. Sto parlando di Hama, una città che dovrebbe esser famosa solo per il suo sistema di canalizzazione dell’acqua, per le sue belle “norie” senza tempo.
E invece Hama oggi celebra una mattanza, celebra l’esser stata rasa al suolo, sventrata in ogni sua abitazione e vita.
Il 2 febbraio 1982 il presidente siriano, a capo del partito Baath, Hafez al-Assad ordina l’attacco e così la città viene circondata dai carri armati e poi bombardata dai jet militari: doveva muover guerra alla fratellanza musulmana, ad un gruppo armato che si stimava essere di circa 500 persone. Il numero preciso dei morti dopo 27 giorni di campagna militare, non si è mai saputo, ma si aggira intorno alle 40.000 persone: ogni famiglia della città ha almeno un morto, ucciso in quelle giornate, o torturato a morte successivamente nelle prigioni di stato. La città rasa al suolo non è mai tornata come prima.
Son passati 30 anni: i figli di chi è stato ucciso son quelli che ora cadono sotto i colpi dei cecchini, dei carri armati e degli aerei militari. Sono passati 30 anni, il nome del presidente è variato di poco, il suo viso ringiovanito, i suoi metodi forse peggiori di quelli paterni.

QUI: Un articolo di Al-jazeera sul massacro di Hama

Siria: le poesie dal carcere di Faraj Bayraqdar

23 gennaio 2012 1 commento

(di Elena Chiti) da www.sirialibano.com
Torna di attualità Faraj Bayraqdar. Non che abbia mai fatto le prime pagine dei giornali. Certo non in Siria. Ma questo poeta originario di Homs e attualmente residente in Svezia ha fatto parlare di sé. O almeno storcere la bocca alle autorità siriane, che nel periodo della sua detenzione – di fronte alle voci di protesta che, soprattutto dall’estero, reclamavano la liberazione del poeta – sono arrivate a negare la sua stessa esistenza.

Faraj Bayraqdar, accusato di affiliazione al partito comunista, ha scontato quasi quindici anni (dal marzo 1987 al novembre 2000), visto che gli ultimi 14 mesi gli sono stati graziosamente abbonati dal regime, in cambio di una sua rinuncia a qualsiasi forma di militanza politica.
Ma non è bastato. Nel 2003, quando Bayraqdar – da uomo libero – si è rivolto all’Unione degli Scrittori siriani (Ittihâd al-Kuttâb al-Suriyyîn) perché gli pubblicassero Anqâd (“Rovine”), raccolta di poesie scritta negli anni vissuti da carcerato, si è sentito rispondere che, malgrado l’intrinseca qualità dei versi (espressamente riconosciuta nei rapporti dei due comitati dell’Unione incaricati della lettura), la raccolta era impubblicabile perché contenente molte poesie suscettibili di “nuocere al sentimento nazionale e al senso di appartenenza alla patria” (isâ’a ilâ al-fikr al-qawmî wa’l-intimâ’ ilâ al-watan).
Traduco qui sotto tre delle poesie più nocive, tratte dalla raccolta Anqâd (“Rovine”), con cui l’editore libanese Al-Jadîd apre il suo catalogo del 2012, presentato al Salone del Libro arabo di Beirut.

***
Giro (Titolo originale: Dawarân)

In esilio
sei tu che giri
intorno alla maledizione
in carcere
è la maledizione
che gira
intorno a te.

Carcere di Sednaya, 1995

***

Miseria (Titolo originale: Faqr)

Dio ha
un inferno di cui andare fiero
che miseria!
Non ha niente
di paragonabile al carcere di Tadmor
né di Mazza
o Adra
e nemmeno Sednaya.

Carcere di Sednaya, 1996

***

Matrioska siriana (Titolo originale: Mâtrûshkâ sûriyya)

Se il cielo è un velo
la terra è un velo
il mio paese è un velo
il carcere è un velo
il silenzio è un velo
la poesia è un velo
e io sono un velo
come faccio a vedere Dio
e Dio a vedere me?

Carcere di Sednaya, 1997

La Siria e lo sciopero della dignità

12 dicembre 2011 1 commento

Idrab al-Karamah
Lo sciopero della dignità: hanno deciso di dargli questo nome.
Ieri è stata una giornata importantissima per chi si ribella in Siria: importante perché per la prima volta sono riusciti a convocare un qualcosa che a livello nazionale è riuscito a bloccare tutto.
Per la prima volta si è lasciato da parte lo spontaneismo che fa uscire per le strade con le teste esposte senza alcuna difesa al mirino dei cecchini, con i propri corpi, spesso svegliati nel sonno da retate e quindi da arresti, torture e spesso sparizioni.
Questa ultimamente è stata la fine di molti giovani uomini e donne, uomini con nomi che alle nostre orecchie sembrano tutti uguali: ma che son contadini, pastori, nomadi, mercanti, ma anche professori, docenti, intellettuali e quant’altro.

Ma parliamo di ieri.
Il primo sciopero generale in questi mesi di rivolta, quotidianamente sedata in un bagno di sangue, ma che ogni giorno ricomincia, senza sbocchi che sembran decenti, senza minime vie d’uscita positive, come è stato per Egitto e Tunisia. La sorte peggiore tocca a chi esce a manifestare in Siria, oltretutto abbandonati dalla solidarietà internazionale, perché accusati di esser strumenti dell’imperialismo.
Quante stronzate si leggono e si scrivono: ci si lava le mani parlando di ingerenze, senza pensare a quanto (se pure fossero vere) è la gente comune che sta morendo per le strade e nelle celle..è chi non sostiene più il regime che da decenni priva di ogni forma di libertà.
Ma noi siamo tutti impegnati a fare i grandi esperti di geopolitica mediorientale: sparando stronzate, e abbandonando qualche milione di persone esasperate al punto di non badare nemmeno più a morte e tortura.
Ieri lo sciopero è andato benissimo: ieri lo sciopero ha visto intere città senza alcuna vetrina aperta, senza un solo carretto che vendeva pomodori o melograni: niente.
Tutto chiuso, tutto in silenzio, tutto deserto: lo sciopero della dignità è riuscito.
Tanto che questa è stata la reazione degli scagnozzi del regime: in questo video si vede una strada di Dara’a, città capoluogo dell’Hawran, dove partì la rivolta a marzo…guardate con i vostri occhi quel che fanno ai negozi chiusi…

Se conoscete un po’ di inglese invece, vi consiglio questa pagina, dove è riportata una lettera di una persona che conosco bene e che conosce meglio di me quella dolce terra… Apples and oranges?

SIRIA: solidarietà a PAOLO DALL’OGLIO

4 dicembre 2011 12 commenti

Parlate di Siria senza saperne nulla.
Parlate in difesa del rgime dicendo che chi si rivolta son fondamentalisti islamici, manovrati da chissà quale burattinaio occidentale.
Parlate e non prendete mai in considerazione non dico i contadini ammazzati, non dico i pastori o i nomadi di quella terra,
ma tutte le teste illuminate, tutti i rivoluzionari, tutti i docenti universitari (di una certa parte), tutti i vignettisti, i cantanti, gli attori, gli scrittori che vengono presi, massacrati di botte, torturati, uccisi.
Non prendete in considerazione nulla: è tutta finzione.
Anche la carne straziata di chi si conosce è Finzione sionista, per voi improvvisati esperti di Medioriente.

Siete così esperti di quella terra che sicuramente conoscerete Paolo Dall’Oglio,
conoscerete la sua storia, la sua forza, il luogo che ha fatto rinascere, sicuramente lo conoscerete.
Avrete munto qualche capretta ad alta quota, avrete fatto l’incenso con le vostre mani, o ascoltato la prima messa in arabo sotto una tenda..
davanti agli occhi sprizzanti giovinezza e ribellione di quel prete, unico al mondo.
Un prete così unico e raro, così amato da quella terra piena di confessioni, così innamorato dell’Islam e del suo Cristo… che ora è diventato un nemico per quel che regime che tanto difendete!
Va espulso, Paolo Dall’Oglio, dopo trent’anni di costruzione di una comunità straordinaria: religiosa eppur lontanissima da qualunque divisione confessionale. In quel monastero potevate incontrare Maometto sottobraccio a Cristo: in quel monastero, grazie a quest’uomo straordinario, potevate vedere con i vostri occhi qual è il vero Medioriente,
qual è il vero Islam, qual è il vero modo di vivere una terra, di amarla, di rispettarla e di ricostruirla con altri concetti di libertà.

Ora il caro Paolo ha un mandato d’espulsione sul groppone e in sua difesa si stanno muovendo tutte le componenti rivoluzionarie che si muovono nel territorio siriano in questi ultimi mesi, praticamente tutte islamiche.
Questo dovrebbe far capire, anche agli stolti che si riempiono la bocca da soli con l’antimperialismo sterile e reazionario, che chi sta morendo ammazzato per le strade polverose della mia Siria, non è per forza un salafita, non è per forza un fondamentalista, non è per forza qualcuno che vuol portare la divisione confessionale e la guerra civile: ma che queste sono strumenti del regime per farci chiacchierare…
Tutti stanno scrivendo, urlando e manifestando in difesa di Paolo Dall’Oglio, gesuita per caso, rivoluzionario da sempre.

TUTTA LA MIA SOLIDARIETA’ AL SOLO PRETE AL MONDO CHE M’HA FATTO ASCOLTARE UNA MESSA DALL’INIZIO ALLA FINE, CHE M’HA APERTO LA SUA CASA, CHE M’HA INSEGNATO COSE CHE MAI DIMENTICHERO’.
UN UOMO CHE NON PENSAVO ESISTESSE, E CHE ORA HA BISOGNO DI TUTTA LA NOSTRA SOLIDARIETA’!
FOTTUTO BASHAR AL-ASSAD, ASSASSINO, MACELLAIO.

Area Spa: aiutiamo il presidente siriano Assad a rastrellare e uccidere!

4 novembre 2011 7 commenti

Mentre gli aerei per e dalla Siria son sempre più vuoti di chi la ama, la abita o la visita, si riempiono di quei mercenari di ogni genere che guadagnano e investono sulla repressione e i sistemi di sicurezza usati dai regimi per sedare qualsiasi tentativo di rivolta.
Questa volta parliamo di una società che ha sede a pochi chilometri da Varese (nel comune di Vizzola Ticino), oggi nominata da Bloomberg in un lungo articolo che racconta come sta lavorando, da marzo, per il regime siriano, impegnata proprio nell’istallazione di un sofisticato sistema per intercettare e catalogare tutti messaggi telematici che attraversano la Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Siria: quante delle porte che m'hanno accolto saranno state buttate giù dagli anfibi della repressione di Assad?_

Si chiama “Asfador” e ci dicono che ancora non è stato ultimato, ma che sarà in grado di monitorare in tempo reale un po’ tutto: email, social network e chat, in un archivio che abbia una capillarità tale da archiviare utente per utente.
Pare che in ballo, tra il governo siriano (attraverso la compagnia Syrian Telecomunication Establishment) e la società italiana ci sia un accordo di ben 13 milioni di euro, sulla pelle di più di 3000 morti in sei mesi, di tortura e repressione (AH! In Italia ha messo in mobilità 41 dipendenti da marzo per la grossa crisi che ha colpito la società). Calcolando come vengono effettuati i rastrellamenti, calcolando le migliaia di persone finite in carcere, non oso immaginare quanto enorme sia la responsabilità degli arresti casa per casa, famiglia per famiglia, della società del varesotto.
La compagnia delle telecomunicazioni siriana riesce a controllare una piccola percentuale del traffico internet, ma con il programma che la Area SPA sta ultimando, grazie all’utilizzo di attrezzature di compagnie americane per quanto riguarda hardware e software ( Net App Inc, californiana) ed europee per la decriptazione dei social network (la francese Qosmos) e la connessione delle linee telefoniche ai pc impiegati per il monitoraggio (la tedesca Utimaco).
Nessuna di queste società si è impelagata con contratti ed accordi con il macellaio presidente siriano Bashar al-Assad: l’hanno fatto con la compagnia italiana, che è tranquillamente volata a Damasco.
Anzi Bloomberg ci descrive anche la stanza affittata dai tecnici italiani, in un quartiere residenziale vicino allo stadio, probabilmente dietro Baramke: meglio che non ci penso, che mi sento male.

Non solo al servizio delle procure nello schedare gli italiani, ora al servizio dei rastrellamenti: CHE SCHIFO!
Questo il loro sito e qui il numero di telefono, se volete dirgli qualcosa.

Nel frattempo il governo siriano prende in giro il mondo.
Nemmeno a 3 ore dall’accordo con la Lega Araba per il ritiro dell’esercito da tutte le città e i villaggi e il rilascio delle migliaia di persone detenute in questi mesi solo ad Homs si erano registrati 18 morti e stamattina i mezzi cingolati si son presentati anche a Lattakia, Hama, in alcuni villaggi dell’Hauran e a Zabadani, vicino Damasco.
Pensa se non arrivavano all’accordo, maledetto macellaio

Homs e la puzza di uova marce

10 ottobre 2011 4 commenti

La prima volta che ho sentito parlare di “puzza di uova marce” ero nel paesino abruzzese di Bomba, a parlare con una popolazione che si sta ribellando all’estrazione di gas da parte di una compagnia americana, proprio a pochi passi da un’enorme e quindi già preoccupante diga di terra.
Raccontavano di come in piena notte venivano svegliati da questa assurda e vomitevole puzza di uova marce, che avvolgeva la valle e quindi i centri abitati inerpicati sulle colline vicine: era il segno che la Forrest stava estraendo gas, stava cercando di capire quanto fosse e se era il caso di partire con le estrazioni.

Da Bomba allora arriviamo ad Homs, città siriana che da 7 mesi lotta è parte integrante della rivoluzione siriana, e una delle città che sta pagando il prezzo più alto, con incursioni ripetute da parte delle forze di sicurezza siriane, rastrellamenti e decine di morti e scomparsi.
Dal 3 ottobre è il quartiere di Rastan ad essere il più colpito, con più di 2000 arresti e cento morti oltre che la distruzione di decine di macchine, di botteghe e di abitazioni private: la macchina da guerra guidata da Bashar al-Assad e da suo fratello Maher calpesta con ogni mezzo e con una violenza tremendo la popolazione che però non desiste e non smette di scendere in piazza, contro cecchini, mortai e mezzi cingolati.
I video parlano chiaro,
ma son privi di olfatto.
Così, mentre ieri sera tutto il mondo era con gli occhi puntati al Maspero, la sede della televisione di stato egiziana al Cairo, dove l’esercito ha sparato sul corteo dei copti uccidendo decine di persone, con l’aiuto della

Vignetta di Ali Ferzat: la libertà d'espressione prima e dopo la cancellazione delle leggi speciali in Siria

Baltagheyya e cercando di far passare gli eventi per dei “tragici scontri inter-religiosi”, le truppe di Assad bombardavano e cannoneggiavano Homs.

E poco dopo, migliaia sono stati i messaggi su twitter provenienti da Homs, da Rastan, da Talbiseh, da Bab Sbaa, da Karm Zaitoon raccontavano la stessa cosa: una puzza mai sentita prima di uova marce che ha iniziato a terrorizzare la popolazione e che ha me ha fatto subito venire in mente i giacimenti di gas della Forrest e le signori abituate alla lavanda che si svegliano in piena notte con la sensazione di nuotare tra le uova marce.
Cosa vuol dire? Cosa stanno tirando sulla popolazione, qualcosa contenente acido solfidrico?
Non so certo rispondere, come non sanno rispondere tutti quelli che descrivono in rete questa puzza che sembra avvolgere l’intera città, che da ieri vive in una situazione di guerra totale, con decine di carri armati, continui cannoneggiamenti e scoppi di granate, cecchini e quant’altro.

Fortunatamente hanno la solidarietà della popolazione egiziana e tunisina, o quella del Bahrain e yemenita, perché qui alcune componenti anche della sinistra antagonista sembrano continuare a vivere vomitando complotti e alimentando l’appoggio ad un regime merdoso e assassino solo perchè abboccano ad una stantia e ridicola propaganda antisionista.

Con la popolazione di Homs, di Hama, di Dara’a, di Qamishli e di tutta la Siria…
anche dovessi esser la sola !

SIRIA: il massacro avanza. La storia di alcune donne, mamme, figlie …

23 settembre 2011 1 commento

Da Qamishli (pieno kurdistan) al sud druso, passando soprattutto per la zona centrale delle città di Hama e Homs, che stanno pagando il prezzo più caro in questi mesi di ribellione contro il regime del partito Baath e del presidente Bashar al-Assad, che sta vincendo il premio da macellaio , tra tutti i suoi colleghi mediorientali.

Zeinab al-Hosni, 18 anni, di Homs

La repressiona avanza drammaticamente nelle città e nei villaggi siriani: la violenza e l’accanimento delle forze di sicurezza si sta rivelando ogni giorno più macabra ed insostenibile.
Le notizie di questi ultimi giorni ci raccontano diverse storie assurde e vergognose: l’ultima salita alle cronache, di cui l’ufficialità c’è stata da poche ore, malgrado il volto di questa giovane donna girasse in rete già da un paio di giorni.
Si chiamava Zeinab al-Hosni e la sua storia è raccapricciante: arrestata il 27 luglio, probabilmente per intimorire e portare alla luce il fratello Mohammad Deeb al.Hosni, noto attivista di Homs e sospettato di essere uno degli organizzatori delle proteste.
Alla fine l’hanno convinto, chiamandolo, che consegnandosi avrebbe riscattato la libertà della sorella, diciottenne.
Niente da fare, mentre i familiari erano all’obitorio dell’ospedale militare di Homs per riconoscere il corpo di questo ragazzo, torturato fino alla morte nelle celle di sicurezza, hanno scoperto anche quello della loro figlia.
Violato in modo indecente: stuprato, decapitato, mutilato delle braccia e scuoiato in molti punti del corpo.
La mamma e il papà di Mohammad e Zeinab, hanno dovuto firmare -per poter aver indietro i corpi mutilati dei loro figli- un foglio in cui dichiaravano che erano stati portati via e uccisi da bande armate.
C’è altro da dire?

Volendo c’è anche la storia della famiglia Jandali, sempre di Homs.
Loro non hanno fatto altro che trovarsi dentro casa le forze di sicurezza del macellaio Assad, alla ricerca di loro figlio.
Ecco il trattamento che gli è stato riservato, visto che non hanno trovato il ricercato.

O la storia della signora Aldahik. Lei pochi giorni fa ha perso Ahmad, suo figlio, mentre cercava di girare un video di un rastrellamento: nemmeno 4 secondi è durato il filmato, che è stato cecchinato a morte.

La signora Jandali, di Homs

Ieri è morto anche suo fratello, di 24 anni: si chiamava Mahmoud Suleiman Aldahik, sceso in piazza contro il regime e per urlare la rabbia che aveva in corpo per l’assassinio di suo fratello.
Intanto oggi le manifestazioni, che chiedono a gran voce la liberazione di tutti i prigionieri, sono arrivate anche al centro della capitale: pochi minuti fa, alle nostre 14, c’è stato il primo morto in Baghdad Street, quella che prima rimaneva impressa per il gran traffico e le parolacce dei tassisti alla polizia stradale…

Siria: l’obiettivo ora è piegare Homs

9 settembre 2011 1 commento

Dopo Daraa, Lattakia, ed Hama ora sembra arrivato il turno di Homs, a pochi km dalla città dove è stato compiuto il “massacro del Ramadan” appena un mese fa.
Le forze di sicurezza di Assad ora stanno concentrando la loro potenza di fuoco ad Homs, nel centro del paese, facendoci pervenire notizie ed immagini che confermano quello che da mesi abbiamo davanti agli occhi, anche se facciamo finta di notarlo a malapena.

Il macellaio Assad disegnato da Carlo Latuff

Il regime di Assad è sempre più isolato: ieri l’Iran, oggi Erdogan hanno preso chiare le distanze dal governo siriano (a proposito di questo c’è un buon articolo di Christian Elia su Peacereporter ) e dalle metodologie repressive che da mesi ormai stanno piegando il paese facendolo precipitare in una latente guerra civile, invece che in un vero e proprio attacco al regime.
Una situazione drammatica, che allontana giorno dopo giorno le speranze che il massacro finisca presto, così come il regime.
Notizie di movimenti di mezzi e uomini che fanno pensare a preparativi di un attacco congiunto su più città contemporaneamente nel tentativo di sedare per sempre qualunque moto di rivolta.
La Lega Araba, da sempre serva di qualunque potere forte di turno e grande devota della dea vigliaccheria, ha rimandato la sua visita ufficiale che aveva il compito di chiedere la fine del bagno di sangue: è bastata una vaga comunicazione di Assad in cui chiedeva di posticipare la visita per “evidenti ragioni”, che il tutto s’è inchiodato. Poco importa, sarebbe stato inutile, come sempre.

Ad Homs gli scenari son di guerra: le comunicazioni sono spesso impossibili e le immagini che arrivano dai cellulari di chi non vuole mollare le strade alla violenza dei carri armati e dei rastrellamenti sono agghiaccianti.
Nei quartieri di Bab al-Dreib e Bab al-Hood, è difficile trovare uomini sotto i 40 anni: si son portati via centinaia di persone.
Diciotto persone sono state portate via dall’ospedale al-Barr, nel centro della città, il 7 settembre: comprese cinque persone prelevate dalla sala operatoria sotto anestesia, ed alcuni medici, come ci racconta anche il sito di Human Rights Watch. Dalle 6.30 del 7 settembre il terrore s’è appropriato delle strade di Homs, con un dispiegamento pesante di mezzi pesanti e con l’uso di artiglieria, come si vede anche in molti video, contro diverse abitazioni.
L’agenzia stampa di stato parla di “intervento contro gruppi terroristici” che a sentir loro avrebbero ucciso anche 8 membri delle forze di sicurezza: molti siti di attivisti ci raccontano altro, parlando anche di quel che è accaduto nel villaggio di Ibleen durante i rastrellamenti. Tra i soldati trovati morti ci sarebbe un ragazzo che proveniva proprio da quel villaggio, che s’era rifiutato di stare a quei maledetti ordini.

Oggi è un altro venerdì, l’ennesimo di guerra per molte delle città del paese.
Assad, nel perdere anche i suoi vecchi sostenitori, rischia di diventare molto più pericoloso di quel che è stato fino ad ora,
è il colpo di coda della bestia ormai ferita a morte, che non si rassegna a lasciare la presa.

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