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Parigi: “la beautè est dans la rue”. La xenofobia non ha terreno.

16 novembre 2015 Lascia un commento

Ancora una volta possiamo dire che queste parola rappresentano la Francia,
non il suo governo, non il suo stato d’emergenza, non la chiusura delle frontiere, non i bombardamenti.
Ma la bellezza per le strade.

La città di Parigi ha subito un attacco pesante, simultaneo, militare: si è trasformata in pochi secondi nella capitale del terrore occidentale. Pensate se fosse stata Roma, o Milano, Verona, Torino, Bari.
Provate ad immaginare se fossero entrati all’Olimpico, e magari contemporaneamente avessero falciato tutti quelli seduti ai tavolini del Marani, o del bar dello sport di qualche quartiere, uno a caso tra i tanti.
Immaginate le reazioni, le prime pagine (che già a distanza abbiamo dato il massimo),
immaginate la fuoriuscita dei nazisti dell’Illinois, della xenofobia,
immaginate i titoli oltre alle sirene, le ambulanze, le perquisizioni, i posti di blocco, gli elicotteri bassi, l’assedio. Non c’è cosa che più rappresenta il “terrore”.

Io se penso a Roma protagonista di una cosa simile immagino solo il terrore del giorno dopo,
il terrore che solo la fascistizzazione di un intero popolo può mettere, altro che i Kalashnikov.

Pensate alla prima pagina di Libero, pensate agli interlocutori in televisione, pensate a quante volte avete sentito dire la parola Islam nei nostri telegiornali, articoli, editoriali, blablabla vari: qui parliamo della Fallaci, e altre parole non servono.
Date un occhiate, oltre che al sangue sui marciapiedi, a come i francesi e la stampa descrivono la situazione: cerchiamo di imparare almeno a parlare da un popolo che mai si è fatto fregare nella quotidianeità delle sue strade, alla faccia delle decisioni dei suoi governi.

E per dimostrare questo basta questo piccolo video,
basta vedere quattro fascistelli xenofobi come son stati trattati dalla piazza:

la beautè est dans la rue, si urlava nel ’68 lanciando sampietrini.
Questo video dimostra che ce ne è rimasta un po’ di quella bellezza: questa è la sola risposta possibile e non certo la polverizzazione della centrale elettrica di Raqqa. Spazzare via dalle nostre strade l’esclusione, la xenofobia, i fascismi vecchi e nuovi.
Proteggere i rifugiati, il loro diritto al cammino, abbattere le frontiere, distruggere i centri di detenzione.

Rojava: le case delle donne

25 novembre 2014 2 commenti

Quest’articolo apparentemente breve raccoglie un mondo grandissimo, che ho in parte sfiorato.
Sono righe che fanno percepire all’istante l’empatia, la familiarità, la vicinanza umana e politica che si sente pulsare dentro nei confronti di queste donne, le combattenti kurde di Kobane,
così come le tante e tante altre, siriane, che da anni resistono ad una guerra dai mille fronti ormai.

Quest’articolo ci palesa un processo di liberazione ed emancipazione, femminile innanzitutto, che non riuscirà ad esser fermato da nessun califfato tagliagole o esercito marciante: queste donne e il faticoso percorso portato avanti negli anni non saranno facili da fermare e non possiamo non sostenerle con ogni sforzo possibile.
Oltre a quest’articolo potete leggere gli altri sul blog di Zeropregi e sulla sua pagina twitter: porta un nostro bacio a quella terra.

LE CASE DELLE DONNE NEL ROJAVA
Prima di tutto abbiamo dovuto inse­gnare cos’è libertà. Abbiamo dovuto ini­ziare a fare for­ma­zione per far capire cos’è la libertà per­ché c’era gente che non sapeva cosa fosse” dice così New­roz Kobane, 25 anni, dal nome impro­ba­bile ma che lei dice essere il suo, spie­gan­doci cos’è “il modello Rojava” e il lavoro fatto negli ultimi anni su quel ter­ri­to­rio deva­stato dalla guerra. Ci guarda fisso negli occhi e ci rac­conta per oltre un’ora com’era la sua vita a pochi km da qui, nella Kobane ora tea­tro dello scon­tro con l’Isis. Siamo nella tenda di uno dei campi pro­fu­ghi alla peri­fe­ria di Soruc dove New­roz è una delle respon­sa­bili, ci rac­conta di quando hanno aperto la casa delle donne o di quando hanno creato le scuole per le stesse donne a cui fino ad allora era impe­dito andarci.
“Ma non ci siamo limi­tate a farlo a Kobane, siamo andati vil­lag­gio per vil­lag­gio a spie­gare e a inse­gnare cos’è la libertà e cos’è la libertà delle donne”. Mi fermo a pen­sare a ciò che sono “le case delle donne” dalle nostre parti e dell’attacco che subi­scono quo­ti­dia­na­mente men­tre lei ci spiega il lavoro (enorme aggiungo io) che hanno fatto negli ultimi anni. “Per prima cosa abbiamo dovuto ridurre la pres­sione degli uomini sulle donne. Difen­de­vamo i diritti delle donne quando una di loro scap­pava di casa o veniva cac­ciata. Le acco­glie­vamo per­ché vole­vamo evi­tare che le donne subis­sero vio­lenze. Abbiamo fatto for­ma­zione con le donne su quali erano i loro diritti ma allo stesso tempo insieme ai tri­bu­nali e alle donne stesse deci­de­vamo le cause di sepa­ra­zione. Il nostro obiet­tivo erano i diritti delle donne ed era­vamo così rico­no­sciute che nei casi di vio­lenze o stu­pri era­vamo noi ad andare a pren­dere gli uomini per por­tarli in tri­bu­nale”.
A Kobane ogni quar­tiere aveva la sua casa delle donne ed erano tante coloro che ci lavo­ra­vano. Mi imba­razzo se penso che a Roma a stento ogni muni­ci­pio abbia un con­sul­to­rio. Ma penso anche che se oggi New­roz e le altre donne nei campi abbiano un ruolo e una impor­tanza è soprat­tutto gra­zie a que­sta rivo­lu­zione cul­tu­rale messa in atto da loro stesse.
“Abbiamo fatto anche for­ma­zione per gli uomini, cer­ta­mente. Ed è pro­ba­bile che la nostra deter­mi­na­zione gli abbia impe­dito di rea­gire con vio­lenza ai cam­bia­menti tanto che alla fine sono stati costretti ad accet­tarli”.
È una donna fiera della sua iden­tità e del suo essere musul­mana. Non da nes­suna dignità poli­tica e reli­giosa all’esercito isla­mico, lo liquida con un “sono disu­mani e non sono dei musul­mani”.
E mi imba­razzo di nuovo visto l’immaginario costruito nel mio paese dell’universo musul­mano. Per que­sto pro­ba­bile che loro vin­cano e che dalle mie parti invece giorno dopo giorno si perda un pezzo dei diritti con­qui­stati con anni di lotte.
Foto, video e report della Staf­fetta Romana per Kobane https://m.facebook.com/profile.php?id=635796289863470

5 amici siriani verso l’Europa… e la storia dei 3 che son riusciti ad arrivare…

27 ottobre 2014 1 commento

Di 5 amici sono arrivati in 3.
Gli altri giù a picco, insieme a centinaia di altri corpi, che ormai son migliaia…

E io non ce la faccio a mantenere la lucidità, io non so più guardare il mare.

Poi guardo questi 5 ragazzi e mi sembra di stare in corridio all’università di Damasco,
o in qualche locale la sera a cazzarare come un a manciata di anni fa.
Eccoli i migranti che il nostro paese non vuole, ecco quello che sarebbe l’invasione islamica,
il medioevo che viene ad invaderci: 5 pischelli che potrebbero essere del Trullo,
o di un qualunque quartiere del nostro paese di merda, razzista ed escludente come forse mai prima d’ora.

Guardatelo questo video, guardatelo ed ascoltateli.
Loro 3 ce l’hanno fatta, i loro 2 amici hanno galleggiato per un po’,
poi son diventati acqua, insieme a migliaia di altri siriani, somali, eritrei, libici………
E se insegnate nelle scuole, se avete a che fare con i bambini:
questa è la storia che dobbiamo raccontargli, questi i compagni di scuola che dobbiamo sperare abbiano,
fianco a fianco…

Kobane ha retto anche per oggi…

7 ottobre 2014 1 commento

Giro al volo e ringrazio Lena!

#‎Kobane‬ ha retto anche per oggi.
Riferisco quel poco dal confine: i jihadisti dell’IS sono ancora in citta’. E’ difficile sperare di scacciarli cosi’. Hanno carri armati, mortai e armi a lunga gittata, quintali di munizioni e soprattutto i tanti soldi dei rapimenti e della compravendita del petrolio (per non parlare dei milioni delle donazioni di Qatar & Friends. Dalla loro, le combattenti e i combattenti del Rojava hanno soltanto qualche fucile e le munizioni autofinanziate. Possono contare sul fatto che la loro citta’ la conoscono, che sanno cosa e chi stanno proteggendo. E aggiungo: c’e’ anche il fatto che, quando non combatti sperando di finire in paradiso, l’unica cosa che conta e’ quella di restar vivi.
Sono aumentati i bombardamenti americani. Oggi e’ stato un non-stop: i carri armati turchi che stavano a guardare i jihadisti, i jihadisti che bombardavano le forze del Rojava, gli Stati Uniti che bombardavano le rocce. I testimoni (di parte. Ci mancherebbe che mi interessano le opinioni moderate…) insistono che non servono a nulla, non bombardano aree strategiche e forse la strategia non ce l’hanno proprio in generale. All’ospedale oltreconfine di Suruç, sotto Urfa, oggi di combattenti feriti gravi ne sono arrivati molti. Ci sono poche speranze, perche’ li fanno aspettare troppo prima di lasciarli passare il confine. E quel che raccontano e’ che la comune di #Kobane, se la Turchia non viene costretta a lasciar passare munizioni, volontari e cibo, rischia veramente di cadere. Tempo stimato: due giorni massimo.
E’ per costringere il governo Erdogan alla resa e all’apertura dei confini (o quantomeno alla sospensione dell’aiuto, materiale e mediatico, ai jihadisti) che in tutta la Turchia si e’ scesi in strada. Da ieri sera le folle si autoconvocano, si piantano seduti nelle piazze fino al mattino, bloccano le autostrade e danno fuoco a copertoni, e cercano a colpi di ingovernabilita’ di costringere il governo Erdogan alla trattative. Ci sono state le prime voci di morti (uno confermato) e gli interventi della polizia sono stati puntualmente orribili. Pero’ si insiste anche stasera. Si prova a resistere. E’ vero che questi i tempi della Catalonia sono finiti, e che magari non possiamo andarcene a fare i partigiani a Kobane. Pero’ sarebbe gia’ qualcosa se facessimo i partigiani dove siamo, imponendo una presa di posizione. Erdogan, l’unico che puo’ smobilitare i suoi carri armati da quel confine e lasciar passare gli aiuti, va costretto a farlo.

Visto che sono qui a parlare a vanvera del piu’ e del meno volevo aggiungere un’ultimo paio di pensieri straordinariamente inutili. A parte che oggi i movimenti Kurdi hanno occupato il parlamento Europeo, quel famoso parlamento che le sinistre non hanno occupato neanche dopo anni di crisi che uccidono centinaia di insolventi, anni che hanno tolto il futuro e affogato migliaia di migranti. Insomma, ci voleva proprio che qualcuno ci facesse vedere come si fa nel giro di qualche ora. Altro che Articolo 18 e tasse sulla non-proprieta’.
E poi. Oggi un compagno fra gli status ha fatto notare che corre voce a Gaza si sventolino bandiere dell’IS. Chissa’. Quel che e’ certo e’ che a Sud le simpatie piu’ che altro sono verso ‪#‎Erdogan‬, che di esternazioni per Gaza come pure contro i massacri di Rab’a non ha lesinato, e che non nasconde certo di sentirsi piu’ a suo agio nei confronti dei salafiti che della comune del Rojava (non la chiamo comune kurda, perche’ accoglie e offre margini d’azione a tutte le etnie). Ecco, bingo. Questo dovrebbe farci riflettere su quanti colpi stiamo perdendo a sinistra, e su come le nostre strategie di solidarieta’ vadano davvero ripensate, su come a colpi di bandiere della pace e convogli di medicinali ci siamo ridotti a vedere i nostri fratelli come vittime piu’ che come soggetti politici, assolvendo qualsiasi posizione politica. Insomma, qui bisogna ripensare tutto. Mobilitiamoci per i compagni di Rojava. Mobilitiamoci subito. Ma non solo perche’ stanno morendo e perche’ e’ ingiusto. Mobilitiamoci perche’ dobbiamo imparare da loro. Perche’ hanno sognato un po’ piu’ in la’ di noi, e se vogliamo riuscire vedere come hanno fatto ci tocca sperare che Kobane resista.

Lena DG

Poi toccherebbe anche spiegare ai giornalisti che Kobane e Ayn al-Arab son la stessa cosa, lo stesso posto: le lingue son diverse.
troppo complicato, me rendo conto

Paolo Dall’Oglio giustiziato? Così racconta un disertore dell’Isis

26 maggio 2014 Lascia un commento

Sei il solo prete che porto nel cuore come un fratello, come un compagno posso dire.
E mi piace pensarti vivo, prigioniero sì, ma vivo.
Ora gira questa maledetta voce, anzi le voci sembrano aumentare ora dopo ora al contrario delle volte precedenti…
da Radio Baladna si parla di un disertore dell’Isis che avrebbe raccontato l’esecuzione, avvenuta appena due ore dopo la tua cattura. La scorsa estate.
Non è difficile pensare a quanto questo sia plausibile, visto nelle mani di chi sei capitato
Ma io ti voglio pensare vivo, voglio continuare a non crederci fino ad una prova, un video, una foto, un qualcosa che ci dica che sul serio sei volato via.
Un uomo difficile da non amare,
un uomo odiato dai più, dal giorno dell’inizio delle insurrezioni e della mattanza ancor di più.

Ma eccomi a pensarti non solo vivo, ma con quel tuo sorriso virale, il vocione e il grande profilo in cima a qualche ripidissima, polverosa e incastonata scala, stretto nella gola dove avevi trovato casa, in un monastero sospeso nel tempo e nell’arancione. Sento le chiacchiere davanti ad un cielo mattutino ancora timido, il profumo dell’incenso che preparavi con le tua mani.
“noi facciamo un po’ di meditazione prima della Messa, se volete vi aspettiamo”…
eravamo stanche e doloranti dopo un incidente stradale a pochi kilometri dal monastero, ma soprattutto -almeno per quel che mi riguardava- eravamo lontane anni luce dalla parola “messa”.

Quell’uomo dall’italiano elegante e dall’arabo che incantava tutto sembrava tranne un prete malgrado le sue vesti,
così mi sono incuriosita..ho pensato che una messa in arabo sarebbe stata interessante per me che ero una studentessa di quella lingua dai segni morbidi e dai suoni duri. Potevo riconoscere nelle poche parole percettibili qualche passo di Vangelo conosciuto e così aiutarmi nel comprenderla,
oltretutto era un arabo pur sempre recitato da un italiano, con suoni meno stretti di un madrelingua.
E così accettai timida quest’incontro sotto quell’enorme tendone con la vista sulla valle, tra il profumo di incenso, le note lente di una chitarra, il tuo vocione e le molte risate di chi era con te: quella una messa? Cavolo! E chi se l’aspettava…
Sei un uomo che riesce a far sentire a suo agio una blasfema  come me in un luogo sacro come la tua tenda profumata d’incenso, mentre la chiesa veniva ristrutturata da mani sapienti, sei un uomo che mi ha fatto rimpiangere di non esserci tornata spesso a quelle messe nel deserto,
che erano un pozzo di conoscenza linguistica, di suoni incredibilmente familiari.
Sono diventata parte della tua famiglia in pochi secondi lì, e tu ecco che fai parte della mia.
Il tuo volto è tra noi e lo è la tua risata… vorrei stupidamente che niente fosse com’è ora, vorrei ancora essere avvolta da quel colore,
vorrei saperti vivo e non credere alle fonti che iniziano ad accavallarsi.

Vorrei pensare che esiste ancora un gesuita che sento compagno,
vorrei l’amico Paolo, quello che fa un formaggio di capra buonissimo,
vorrei risentire una tua messa, pensa tu!
Proprio io, che col tuo Dio non ho niente a che spartire… ti ringrazio di esser parte della mia famiglia,
ti vorrei di nuovo tra noi Abuna.
Vorrei non aver letto di quei 14 colpi calibro 9 che ti avrebbero colpito, così come racconta questa testimonianza… o di quel cappio e quella buca, come si legge altrove…

speriamo di aver presto altre notizie… ti aspettiamo

Mediorente, neve, gelo e profughi

13 dicembre 2013 1 commento

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve.

La Valle della Beka’a e il suo susseguirsi di campi profughi, Photograph: Mohamed Azakir/Reuters

Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve avevano cambiato il profilo dei minareti e delle strade.

Ma non c’è niente di divertente.
Le immagini che arrivano dai campi profughi siriani sparsi tra Libano, Giordania e dintorni lasciano senza parole.
In Libano la situazione sta degenerando: le centinaia di migliaia di profughi che son giunte nel paese sono alloggiate spesso in campi di fortuna, non ufficiali, arrangiati con tende debolissime e senza alcuna struttura igienico-sanitaria. Tutta responsabilità, quindi, del governo libanese che sempre si è impegnato nel bloccare la costruzione di veri campi, così da tentar di scampare la stabilizzazione di migliaia di siriani nel paese.
Si chiama Alexa, questa tempesta ghiacciata, e si sta concentrando con i suoi venti gelidi e la sua portata di pioggia e neve proprio sulla Valle della Beka’a, dove son concentrati i due terzi del milione di siriani entrati in Libano: una mano santa proprio.

Poi ci sono i bimbi di Rastan, dove oltre alla popolazione del villaggio ci son molti fuggiti dalla vicina Homs.
Ieri a Rastan i bimbi non son morti sotto gli incessanti bombardamenti che colpiscono quella scuola, ma son morti di freddo: le immagini di quelle braccine irrigidite, senza vita, che sembrano chiedere “prendimi un po’ in braccio, che ho freddo” sono una coltellata in pieno petto.

ancora campi in Libano (foto AP)

Muoiono di bombe, muoiono di malattie e infezioni, muoiono di fame ed ora anche di freddo, in un silenzio irreale.
Irreale e colpevole.

Vi amo, piccoli bimbi di Siria,
ora che la mia vita è attraversata dal dolore dei bambini, ora che tutto il giorno e tutti i giorni vedo bimbi soffrire e a volte morire,
ora ancor più di prima darei la mia vita per voi.
Per rivedervi sorridere, in quella terra che profumava di vita.

Non metto le immagini di quel bimbo,
che non je la posso fare,
ma potete vedere il video a questa pagina (QUI).

Per il resto solo odio infinito.

 

“la madre di Cecilia” e il suo perpetuo dolore

1 luglio 2013 6 commenti

Sono le poche righe di quel mattone dei “Promessi Sposi” che ho nel cuore da quando avevo l’età di Cecilia,
che uccisa dalla peste veniva trasportata da sua madre, “col petto appoggiato al petto”.
Chissà perché, poco più di una bambina, mi son fatta scavar dentro da queste righe, con l’empatia di madre, più che di bimba uccisa.
Adesso quasi non riesco a leggerle più, sarà colpa di questo splendido pancione scalciante.
Adesso rivedo questa scena mille volte, in mille strade del medioriente e del resto del mondo: in strade sconosciute come in molte di cui ho assaggiato la polvere, le emozioni, i giochi dei bambini, le chiacchiere delle ragazze; le stesse ragazze che ora seppelliscono i propri figli. Uno ad uno.
Penso a te che m’hai aperto quel cortile tante volte, che su tre ne hai seppelliti tre, uno dopo l’altro, nella stessa amata terra rossa.

Non so perché stamattina ho ricercato queste righe,
delle volte la letteratura ha la capacità di accompagnarti come nessuno amico sa fare.
E di pugnalarti anche, ripetutamente.

[ringrazio Davide, che nel commentare mi ha rimesso in testa le righe successive, che mia madre per qualche strambo gioco della memoria ricordava a memoria e mi ripeteva quando bofonchiavo nello studiare Manzoni. Nel commento di Davide, sotto al post, trovate dettagli letterari importanti ed affascinanti.]

Fatima Bitar e la sua mamma

“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete».1012351_10151556787928429_1168377740_n Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato

[…]
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”. Alessandro Manzoni

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