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Gramsci e la “tessera della libertà”

4 maggio 2011 Lascia un commento

Antonio Gramsci  I diritti del cittadino [La tessera della libertà]

La tessera per il pane non basta – sostieneil «Corrie­re della Sera» – è necessario introdurre anche la tessera della libertà. E geniale, non è vero? Tanto geniale che ci rendiamo subito solidali con la proposta, rendendola subito concreta.

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 Gennaio 2002_

La tessera potrebbe consi­stere in una legge che affermasse:

  1. Un cittadino italiano che venga arrestato, non può per più di dieci giorni essere tenuto all’oscuro sulle cause del suo arresto, ma deve entro dieci gior­ni essere condotto dinanzi al suo giudice naturale, e riottenere la sua libertà anche se provvisoria.
  2. L’arresto preventivo èmantenuto solo per gli accusati di colpe gravissime – quando gli indizi della colpevolezza siano tali da fare apparire probabilissima la condanna – e non deve mere prolungato per un termine superiore alla misura minima della condanna.
  3. Gli agenti, i giudici, i carcerieri, per colpa dei quali un cittadino viene arbitrariamente privato della libertà, sono tenuti a pagare al malcapitato una indennità in solido ciascuno di lire diecimila, da scontarsi in tanti, giorni di prigione in caso di insolvibilità, con iscrizione nella fedina penale, rimozione dall’impiego e perdita dei diritti civili per cinque anni.

La tessera importa una limitazione, ma deve anche importare una garanzia sicura e concreta del minimo di libertà accordato. La tessera non deve essere solo per i cittadini comuni, deve anche essere per i citta­dini tutori. E rigorosa, per gli uni, ma specialmente per gli altri. Non deve capitare come per lo zuc­chero.

La libertà, come il pane, deve essere garantita: la tessera della libertà, come questa da noi invocata, esiste da quasi tre secoli in Inghilterra, paese allea­to, che combatte anch’essa la guerra per la libertà e la giustizia. La introduca anche il governo italiano, e sia pure per decreto luogotenenziale. Ma l’Italia del «Corriere della Sera», che ammira l’Inghilterra per i suoi miliardi, intende tessera… italiana; per lo zuc­chero, senza zucchero; per il pane, senza pane; per la libertà, con Bava-Beccaris e con gli stati d’assedio.

10 settembre 1917

4 Maggio 1978, Roberto Rigobello

4 maggio 2011 2 commenti

Roberto Rigobello
– Nasce a bologna il 25 aprile 1957
– Studia fino a 17 anni
– Lavora come operaio meccanico alla Cesab di Bologna
– Milita in una Formazione Autonoma
– Viene ucciso dalla polizia a Bologna il 4 maggio 1978

Cinzia Bonacorsi Testimonianza al Progetto Memoria Bologna 1993

“Roberto Rigobello, chiamato Rigo dagli amici, muore poco più che ventenne nel corso di una rapina colpito da un proiettile sparato da un agente di PS  contro di lui  mentre, a bordo di un’auto, cercava di allontanarsi per sottrarsi alla cattura. Non vi fu conflitto a fuoco vero e proprio, sebbene alcune testimonianze dicano che forse da parte di Rigo sia stato sparato un colpo di pistola mentre si dava alla fuga. siamo_stanchi
Roberto non era un rapinatore. La sua partecipazione a quell’azione era stata frutto di una scelta; un atto con il quale Rigo rivendicava la sua presa di coscienza di quello che era, allora, il contesto politico nel quale vivevamo.
Una presa di coscienza maturata nel contesto della sua vita quotidiana, nel quartiere dove viveva, nella fabbrica dove lavorava, nelle contraddizioni forti e apparentemente insolubili che specialmente in quegli anni la “politica” mostra apertamente. Una presa di coscienza maturata attraverso la sua breve esperienza fatta di tutto quanto è solidarietà, socializzazione, riappropriazione di tempi e spazi che l’ “ordine” sistematicamente tendeva a reprimere.
Di Roberto come di tanti altri non rimane nelle cronache nient’altro che quel fatto specifico. Ma per lui quell’atto non era altro che un passaggio per dare corpo e forza ad altri valori che con il denaro (inteso come potere, ricchezza…) non avevano nulla a che fare, anzi quel denaro non sarebbe più stato elemento di divisione, bensì di aggregazione.
Roberto per la sua grande sensibilità e disponibilità e il suo desiderio di vivere in un mondo migliore ha scelto di percorrere la strada di una lotta difficile sulla quale non era solo: la sua organizzazione erano i suoi rapporti con i suoi compagni di lavoro, nella vita, la gioia e la voglia che lo univa alle persone, nelle cose che faceva con altri, nell’intenzione di migliorare la qualità di una vita che sapeva importante per sé e per gli altri.
Non ricordiamo Rigo associato a nessuna organizzazione. Lo ricordiamo come nostro compagno quotidiano.[…]
Rigo pur non essendo un militante nel senso stretto, aveva come referente Potere Operaio. La scelta della rapina viene fatta non per motivi strettamente economici ma per fare velocemente un salto di qualità esistenziale e politico. Ma la poca esperienza e la generosità gli fanno perdere la vita. Perde del tempo prezioso per fuggire quando già la polizia è arrivata, per tentare fino all’ultimo di liberare uno dei compagni che erano con lui, che era rimasto intrappolato fra le due porte a scatto della banca.
Quando tenta la fuga è troppo tardi e viene colpito alla schiena dai colpi sparati dalla polizia. Non ci sarà  nessuna inchiesta  perché la madre rifiuta di costituirsi parte civile.
Il compagno rimasto intrappolato all’uscita della banca (Marco Tirabovi) viene arrestato, si fa qualche anno di galera partecipando attivamente alle lotte in carcere e alla vita quotidiana con i compagni.
Quando esce ricomincia a frequentare i suoi compagni, senza però fare più attività politica, scrive, parla, insomma cerca di essere attivo senza integrarsi comunque nelle cose che aveva sempre rifiutato. Entra in una profonda crisi, ha molto dolore dentro se stesso, e nel febbraio 1990 si suicida.”

Arresti di compagni anarchici a Firenze, dopo Bologna

4 maggio 2011 4 commenti

Intorno alle 6 del mattino le abitazioni di diversi compagni e compagne attivi a Firenze sono state invase dagli operatori della repressione per mettere in atto una nuova tappa nell’attacco all’Anarchia. Come recentemente avvenuto a Bologna, anche in questo caso, lo strumento utilizzato per colpire e arrestare dei compagni, è il reato di associazione a delinquere. Da quanto possiamo apprendere dalle veline diffuse dai media di regime, questa volta avrebbe assunto una nuova declinazione: se per i compagni bolognesi l’accusa era inizialmente di “associazione a delinquere con finalità eversive”, questa volta si tratterebbe, con uno strano avvitamento, di “associazione a delinquere finalizzata all’istigazione a delinquere”, sostenuta da reati specifici quali occupazione abusiva di edifici pubblici, danneggiamento, deturpamento e imbrattamento di beni immobili, resistenza, violenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico servizio e violenza privata.
Da notare come questo attacco al movimento anarchico e studentesco fiorentino, oltre ad avere evidenti promotori nell’amministrazione locale, abbia coinvolto gli apparati centrali della repressione italiana come esplicitato in questo estratto:
“I provvedimenti sono stati eseguiti dalla Digos e coordinati dalla
Direzione centrale della polizia di prevenzione (Ucigos). […] All’indagine hanno contribuito anche i
servizi segreti (Aisi) con il loro supporto informativo.” [Ansa.it]

Sommare reati specifici di scarsa rilevanza penale e riunirli sotto il cappello del reato associativo, sembra essere una strategia da somministrare a livello nazionale, coinvolgendo direttamente i centri nevralgici della repressione, per scardinare le realtà di conflitto, dissenso e controinformazione presenti nelle diverse città.
Attacchi di questo tipo denotano la paura che si instilla nel Potere Democratico, nell’osservare come certe pratiche e certe relazioni, riproducibili e moltiplicabili, possano disturbare i riti e le maschere con i quali cerca di celare una realtà di oppressione e violenza.

Solidali con i compagni di Firenze
informa-azione
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