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Agosto in un paese di cadaveri ( e una poesia di Cortazar … )


Che dire, in queste giornate Polvere da Sparo è stato abbastanza assente.
Malgrado l’attenzione per quel che accade in Siria, malgrado abbia quasi sempre lavorato,
malgrado la normale routine mutata di poco malgrado la callaccia estiva,

Carlos Latuff...sugli scontri in UK

non riesco a star dietro a queste pagine.
Sono poco comunicativa, un po’ chiusa a riccio ad osservare.
Perché poi mi guardo intorno e… bho…le prossime buste paga saranno di molto peggiori di queste che già fan fare una vita di merda,
ma tutto tace…
siamo l’unico paese dove tutto tace. Sembra quasi comico per quanto è surreale.
Siamo un paese di cadaveri precari, un paese di morti che camminano senza pensione,
un paese di zombie trentenni senza casa e la speranza di averla …
un paese che però, ad occhio e croce, ad osservarlo anche solo distrattamente, si merita tutto quel che ha.
Quindi ritorno un po’ nell’eremo, ritorno a godere la gioia infinita del mio bimbo dai boccoli arricciati sull’allegria e la meraviglia,
torno alla carta, tanta carta, tanta voglia di carta, per un po’ di giorni…
e vi lascio con le righe dolci di Cortazar che dedico al sorriso di cui ho più nostalgia,
a quella risata che non posso pensare mio figlio non potrà mai amare, al sapore delle sue orecchiette,
ad ogni sua ruga felice, ai tuoi capelli senza tempo.

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle s’piagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.

La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.

Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all’assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l’architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
La nonna, di Julio Cortazar

Radici

 
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  1. 17 agosto 2011 alle 18:12

    Grazie!

  2. ginodicostanzo
    17 agosto 2011 alle 18:34

    cadaveri… già…
    un abbraccio ed un bacio al bambolotto

  3. Marco Pacifici
    17 agosto 2011 alle 19:59

    In questi giorni,per esattezza il 12,le guardie infami hanno sgomberato con un esercito di soldatini di piombo il nostro CSOA Pirateria a Roma : NON FERMERANNO LE NOSTRE SCORRERIE,NOI NON DIMENTICHIAMO NOI NON ARCHIVIAMO. Hasta Marco il monello Velen(A)

  4. 17 agosto 2011 alle 20:13

    E un abbraccione anche da parte mia.
    Da “allargare” al piccolo.
    E al grande Paolo Persichetti.
    Non tutti i figli del ’68 son malati di protagonismo e di narcisismo.
    C’è anche chi, come me, non s’è mai venduto al miglior offerente.
    Ci meravigliamo per il fatto che tutte le rivoluzioni son fallite.
    La risposta c’è, e l’abbiamo davanti agli occhi, nella vita di tutti i giorni.
    Io la mia generazione non la stimo affatto.

    sergio

  5. elio belleboni TORINO
    18 agosto 2011 alle 00:42

    Me piaciuto molto…comunica oltre a senso,attesa,anche anima,calore… tutte cose
    che ci servono per continuare nel nostro cammino di lotta

  6. Mallory
    19 aprile 2012 alle 10:38

    Ciao! Vorrei chiederti un favore: visto che sei appassionato di Cortazar, sapresti dirmi dove posso trovare questa poesia in lingua originale e -se possibile- in quale sua opera è contenuta? Grazie mille e complimenti per il tuo stile!

  7. 19 aprile 2012 alle 11:06

    Ciao!!
    Allora questa poesia è tratta da un libro ormai difficilmente reperibile intitolato “le ragioni della collera” che ha il testo originale a fronte!
    Un saluto!

  1. 26 agosto 2011 alle 15:19

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