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Posts Tagged ‘letteratura /citazioni’

solo due righe d’amore

29 gennaio 2013 1 commento

Giorni che non aggiorno Polvere da Sparo,
giorni in cui uno dei più cari viaggiatori che conosco ha mosso tappa verso Roma, per raccontarmi un po’ dei colori che ha vissuto passeggiando per questo mondo.
Giorni intensissimi però nel “mio” mondo.. il Cairo e l’Egitto tutto fibrillano di rivolte e repressione,
l’eccidio di Port Said e le successive condanne a morte, il giubilo da una parte, la rabbia altrove, lo Stato e i suoi apparati che ne escono sempre illesi. Da scriverne ce ne sarebbe per ore e mi riprometto di farlo, almeno per quanto riguarda gli eventi di Mahalla al-kubra, città dei grandi scioperi e delle grandi lotte e sabotaggi dei lavoratori.
Vorrei parlare degli stupri a tahrir, di cui sulla stampa internazionale si legge e si rimane basiti..
tanta carne al fuoco, speriamo solo di trovare un secondo in più oltre a quelli dedicati alla respirazione.
[intanto vi segnalo questo link che racconta dei black  bloc, novità delle piazze egiziane]

ora solo un po’ d’amore,
ora solo una dedica dolce,
in una giornata che ha ancora l’odore della prima.
Le ho scelte proprio perchè surreali queste righe, righe che parlano di notte e risveglio, tutto quello che in questi cinque meravigliosi anni ci è stato negato.
A noi, sorridenti e spettinati, e al nostro bambino, esplosione di felicità.

E quando tutti se ne andavano
e restavamo noi due soli
tra bicchieri vuoti e posacenere sporchi,

Com’era bello sapere che eri
lì come l’acqua di uno stagno,
sola con me sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più del tempo,

Eri  quella che non se ne andava
perché uno stesso cuscino
e uno stesso tepore
ci avrebbero chiamato ancora
a risvegliare il nuovo giorno,
insieme, ridendo, spettinati.

Julio Cortàzar

Foto di Valentina Perniciaro _quando uno diventa due_

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“Avessi studiato”: Fortini, rivoltelle pianti e libertà

10 dicembre 2012 Lascia un commento

Avessi studiato da giovane
Quand’ero pazzo di me.
Non avessi sciupato il tempo
e non so nemmeno perché.
Non avessi creduto nel mondo.

Me lo disse una donna spettro
a Milano nel Quarantatré
mentre bruciavano le strade
il fumo faceva tossire
e per quello che non si vedrà
si cominciava a morire.

Una donna terribile come
una furia “Bada” mi disse
“tu credi troppo al domani”.
Ma troppo parevano belle
le ragazze le vive mani
sul nero delle rivoltelle
i pianti la libertà.

Oggi sarei come il buon Cases
come Folena come Caretti
che conoscono i doveri,
ordinari, autori seri
che si schiudono i libretti
degli esami nei bui chiostri
delle dolci università.

Avessi studiato da giovane.
Non sapessi la verità.

Franco Fortini, da “L’ospite ingrato”

Altro di Fortini su questo blog:
Fortini, Israele e la “decenza democratica”
Lettera agli ebrei italiani
Questione palestine ed “eredità” (di classe)
I cani del Sinai
Fortini sul caso 7 aprile
Non crediamo più alle vostre parole
Forse il tempo del sangue ritornerà

Foto di Valentina Perniciaro _scavalcando il muro, Campi profughi palestinesi in Libano_

“dove per la prima volta, io, mi son sentito tutti” una lezione di vita da Evgenij Evtušenko

27 novembre 2012 5 commenti

Non ricordo più l’età che avevo quando ho letto queste righe,
so che hanno plasmato la mia crescita, so che han mutato la percezione degli sguardi e della polvere,
dei ciottolati, e delle fessure nelle falesie,
ha plasmato i miei desideri con i colori del mondo,
ha segnato una strada che mai avrà fine, finchè non sarò parte della terra…
e vorrei tanto, come lui, esser deposta su una lontana collina,
non verde, ma di terra rossa e fertile.
Buona lettura…

Vorrei

Vorrei
nascere
in tutti i paesi,
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto,

e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani
nelle strade del mondo.

Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio,
la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso,
ma vorrei tuffarmi
in profondità del Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Mississippi.

Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo –
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa,
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto –
in nessun caso.

Vorrei essere uomo,
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Honk Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh

Foto di Valentina Perniciaro _corno piccolo_


o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.

Vorrei giacere,
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità,
raccogliere luride cicche –

purchè in me non s’insinui
il microbo ignobile della superiorità.

Non vorrei far parte dell’elite,
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,
nè dei cani del gregge,
nè dei pastori che al gregge si conformano,

vorrei essere felicità,
ma non a spese degli infelici,
vorrei essere libertà,
ma non a spese di chi è asservito.

 

Vorrei amare
tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io –
magari una volta soltanto…

Madre-natura,
l’uomo è stato da te defraudato.
Perchè non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perchè
certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.

Vorre essere essenziale –
magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla
nella brodaglia di un carcere di Haiti,

Foto di Valentina Perniciaro _Damasco e la sua acqua_


o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare:
che mi mangino pure
e mi bevano –
purchè nella mia morte
ci sia una utilità.

 

Vorrei appartenere a tutte le epoche,
far trasecolare la storia tanto
da stordirla
con la mi impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.

Vorrei cento volte
prolungare la durata di un attimo:
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori della Lena,
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla Renault
correre dietro un pallone con i ragazzi di Copacabana,
vorrei essere onnilingue,
come le acque segrete del sottosuolo.

Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta,
un altro, un militante clandestino spagnolo,
un terzo, uno studente di Barkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.

Un quinto – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…

Poco per me essere me stesso-

Foto di Valentina Perniciaro


tutti, fatemi essere!
E per ciascun essere,
in coppia,
come si usa.

Ma dio,
lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte.

Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno,
affinchè la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.

Vorrei, umanità,
lottare su tutte le tue barricate,
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede
della grande fratellanza umana
e fare proprio
il volto di tutta l’umanità.

E quando morirò –
sensazionale Villon siberiano –
non deponetemi
in terra inglese
o italiana –
ma nella nostra terra russa,
su quella verde,
serena collina,
dove per la prima volta
io
mi sono sentito tutti.

1972

in punta di polpastrelli, il mio nuovo mondo…

 

#14N un sciopero “per udire i passi del tiranno che se ne va”

13 novembre 2012 3 commenti

Ringrazio la bella Slavina per questo dono,
ringrazio la mia cara Slavina perché ha permesso a queste righe di entrare dentro di me con la forza di una slavina vera e propria, come solo Goliarda  Sapienza sa fare.

E allora grazie ancora e leggete il suo blog ( e il suo libro!!),
e soprattutto: DOMANI NON LAVORATE, INCROCIATE LE BRACCIA, SCENDETE IN PIAZZA, STRAPPATE IL FUTURO A MORSI.

SCIOPERO GENERALE, SCIOPERO EUROPEO,
TUTTI INSIEME CONTRO IL CAPITALE, LO SFRUTTAMENTO, I PADRONI

fotografia di Willy Ronis: 1938, occupazione della fabbrica Citroen-Javel. Rose Zehner arringa le compagne

Sciopero

Voglio uno sciopero dove andiamo tutti.
Uno sciopero di braccia, gambe, di capelli,
uno sciopero che nasca in ogni corpo.
Voglio uno sciopero
di operai di colombe
di autisti di fiori
di tecnici di bambini
di medici di donne.
Voglio uno sciopero grande,
che raggiunga anche l’amore.
Uno sciopero dove tutto si fermi,
l’orologio le fabbriche
il personale i collegi
l’autobus gli ospedali
le strade i porti.
Uno sciopero di occhi, di mani e di baci.
Uno sciopero dove non sia permesso respirare,
uno sciopero dove nasca il silenzio
per udire i passi del tiranno che se ne va.

(Gioconda Belli – tratta da un articolo del blog di Coral Herrera Gomez e tradotta da Silvia Corti)

In riva al mare con Saffo, Britomarti e il caro Cesare…

24 settembre 2012 1 commento

Ancora i Dialoghi con Leucò, ancora Cesare, ancora -come da sempre- a rifuggire tra righe che si potrebbero recitare a memoria,
senza saperne il motivo, solo per sentire se il friccichio della schiuma di quell’onda è sempre lo stesso del primo istante.
Schiuma d’onda, una chiacchierata tra Saffo e Britomarti…

(Parlano Saffo e Britomarti).

SAFFO: E’ monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non t’annoi?
BRITOMARTI: Preferivi quand’eri mortale, lo so. Diventare un po’ d’onda che schiuma, non vi basta.
Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perché l’hai cercata?
Foto di Valentina Perniciaro _Strapiombo e blu… _
SAFFO: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
BRITOMARTI: Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.
SAFFO: E tu perché hai cercato il mare, Britomarti – tu che eri ninfa?
BRITOMARTI: Non l’ho cercato, il mare. Io vivevo sui monti. E fuggivo sotto la luna, inseguita da non so che mortale. Tu, Saffo, non conosci i nostri boschi, altissimi, a strapiombo sul mare.
Spiccai il salto, per salvarmi.
SAFFO: E perché poi, salvarti?
BRITOMARTI: Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo.
SAFFO: Dovevi? Tanto ti dispiaceva quel mortale?
BRITOMARTI: Non so, non l’avevo veduto. Sapevo soltanto che dovevo fuggire.
SAFFO: E’ possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati – lasciar la terra e diventare schiuma d’onda – tutto perché dovevi?  Dovevi che cosa? Non ne sentivi desiderî, non eri fatta anche di questo?
BRITOMARTI: Non ti capisco, Saffo bella. I desiderî e l’inquietudine ti han fatta chi sei; poi ti lagni
che anch’io sia fuggita.
SAFFO: Tu non eri mortale e sapevi che a niente si sfugge.
BRITOMARTI: Non ho fuggito i desiderî, Saffo. Quel che desidero ce l’ho. Prima ero ninfa delle
rupi, ora del mare. Siamo fatte di questo. La nostra vita è foglia e tronco, polla d’acqua,
schiuma d’onda. Noi giochiamo a sfiorare le cose, non fuggiamo. Mutiamo.
Questo è il nostro desiderio e il destino. Nostro solo terrore è che un uomo ci possegga, ci fermi.
Allora sì che sarebbe la fine. Tu conosci Calipso?
SAFFO: Ne ho sentito.
BRITOMARTI: Calipso si è fatta fermare da un uomo. E più nulla le è valso. Per anni e per anni
non uscì più dalla sua grotta. Vennero tutte, Leucotea, Callianira, Cimodoce, Oritía,
venne Anfitrìte, e le parlarono, la presero con sé, la salvarono. Ma ci vollero anni, e che
quell’uomo se ne andasse.
SAFFO: Io capisco Calipso. Ma non capisco che vi abbia ascoltate.
Che cos’è un desiderio che cede?
BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?
SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia,
accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra.
E’ accettare, accettare, se stesse e il destino.
SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?
BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.
SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e
nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.
BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
Foto di Valentina Perniciaro
– Dunque accetti il desiderio?
– Non lo accetto, lo sono.
SAFFO: Non sono mai stata felice,
Britomarti. Il desiderio non è canto.
Il desiderio schianta e brucia,
come il serpe, come il vento.
BRITOMARTI: Non hai mai
conosciuto donne mortali che
vivessero in pace nel desiderio
e nel tumulto?
SAFFO: Nessuna… forse sì…
Non le mortali come Saffo.
Tu eri ancora la ninfa dei monti,
io non ero ancor nata.
Una donna varcò questo mare,
una mortale, che visse sempre nel
tumulto – forse in pace.
Una donna che uccise, distrusse,
accecò, come una dea – sempre uguale
a se stessa. Forse non ebbe da sorridere
neppure. Era bella, non sciocca,
e intorno a lei tutto moriva e combatteva.
Britomarti, combattevano e morivano
chiedendo solo che il suo nome fosse un
istante unito al loro, desse il nome alla
vita e alla morte di tutti.
E sorridevano per lei… Tu la conosci – Elena Tindaride, la figlia di Leda.
BRITOMARTI: E costei fu felice?
SAFFO: Non fuggì, questo è certo. Bastava a se stessa. Non si chiese quale fosse il suo destino.
Chi volle, e fu forte abbastanza, la prese con sé. Seguì a dieci anni un eroe, la ritolsero a lui,
la sposarono a un altro, anche questo la perse, se la contesero oltremare in molti,
la riprese il secondo, visse in pace con lui, fu sepolta, e nell’Ade conobbe altri ancora.
Non mentì con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.
BRITOMARTI: E tu invidi costei?
SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta.
Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.
BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?
SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.
BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.
SAFFO: Bella forza. E’ nel vostro destino. Ma che cosa significa?
BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.
SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio,
desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna,
come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi,
e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa,
e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi.
Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?
BRITOMARTI: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.
SAFFO: Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina?
Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.
BRITOMARTI: Dovresti conoscerlo il mare. Anche tu sei da un’isola…
SAFFO: Oh Britomarti, fin da bimba mi atterriva. Questa vita incessante è monotona e triste.
Non c’è parola che ne dica il tedio.
BRITOMARTI: Un tempo, nella mia isola, vedevo arrivare e partire i mortali.
C’erano donne come te, donne d’amore, Saffo. Non mi parvero mai tristi né stanche.
SAFFO: Lo so, Britomarti, lo so. Ma le hai seguite sul loro cammino?
Ci fu quella che in terra straniera s’impiccò con le sue mani alla trave di casa.
E quella che si svegliò la mattina sopra uno scoglio, abbandonata.
E poi le altre, tante altre, da tutte le isole, da tutte le terre, che discesero in mare e chi fu serva,
chi straziata, chi uccise i suoi figli, chi stentò giorno e notte,
chi non toccò più terraferma e divenne una cosa, una belva del mare.
BRITOMARTI: Ma la Tindaride, tu hai detto, uscì illesa.
SAFFO: Seminando l’incendio e la strage. Non sorrise a nessuno. Non mentì con nessuno.
Ah, fu degna del mare. Britomarti, ricorda chi nacque quaggiù…
BRITOMARTI: Chi vuoi dire?
SAFFO: C’è ancora un’isola che non hai visto. Quando sorge il mattino, è la prima nel sole…
BRITOMARTI: Oh Saffo.
SAFFO: Là balzò dalla schiuma quella che non ha nome, l’inquieta angosciosa, che sorride da sola.
BRITOMARTI: Ma lei non soffre. E’ una gran dea.
SAFFO: E tutto quello che si macera e dibatte nel mare, è sua sostanza e suo respiro. Tu l’hai veduta, Britomarti?
BRITOMARTI: Oh Saffo, non dirlo. Sono soltanto una piccola ninfa.
SAFFO: Tu vedi, dunque…
BRITOMARTI: Davanti a lei, tutte fuggiamo. Non parlarne, bambina.

Foto di Valentina Perniciaro _Un’isola all’ergastolo_

“Se un canto non saccheggia una stazione,a che serve la corrente alternata?”

30 novembre 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _una giornata sottobraccio a Majak_

Cantilenano le brigate dei vecchi
la stessa litania.
Compagni!
sulle barricate!
Barricate di cuori e di anime.
è vero comunista solo chi ha bruciato
i ponti della ritirata.

Basta con le marce, futuristi,
un balzo nel futuro!
Non basta costruire una locomotiva:
fa girare le ruote e fugge via.
Se un canto non saccheggia una stazione,
a che serve la corrente alternata?

Ammonticchiate un suono sopra l’altro,
e avanti,
cantando e fischiettando.
Ci sono ancora buone consonanti:
erre,
esse,
zeta.
non basta allineare,
adornare i calzoni con le bande.
Tutti i soviet insieme non muoveranno gli eserciti,
se i musicisti non suoneranno la marcia
portate i pianoforti sulla strada,
alla finestra agganciate il tamburo!
Il tamburo
spaccate e il pianoforte,
perché un fracasso ci sia,
un rimbombo.

Perché sgobbare in fabbrica,
perché sporcarsi il muso di fuliggine,
e, la sera,
sul lusso altrui sbattere gli occhi sonnacchiosi?
Basta con le verità da un soldo.
ripulisci il cuore dal vecchiume.
Le strade sono i nostri pennelli.
Le piazze le nostre tavolozze.

Non sono stati celebrati
dalle mille pagine del libro del tempo
i giorni della rivoluzione!
Nelle strade, futuristi,
tamburini e poeti!
VLADIMIR MAJAKOVSKJI

Foto di Valentina Perniciaro _la bella tra le belle_

Agosto in un paese di cadaveri ( e una poesia di Cortazar … )

17 agosto 2011 8 commenti

Che dire, in queste giornate Polvere da Sparo è stato abbastanza assente.
Malgrado l’attenzione per quel che accade in Siria, malgrado abbia quasi sempre lavorato,
malgrado la normale routine mutata di poco malgrado la callaccia estiva,

Carlos Latuff...sugli scontri in UK

non riesco a star dietro a queste pagine.
Sono poco comunicativa, un po’ chiusa a riccio ad osservare.
Perché poi mi guardo intorno e… bho…le prossime buste paga saranno di molto peggiori di queste che già fan fare una vita di merda,
ma tutto tace…
siamo l’unico paese dove tutto tace. Sembra quasi comico per quanto è surreale.
Siamo un paese di cadaveri precari, un paese di morti che camminano senza pensione,
un paese di zombie trentenni senza casa e la speranza di averla …
un paese che però, ad occhio e croce, ad osservarlo anche solo distrattamente, si merita tutto quel che ha.
Quindi ritorno un po’ nell’eremo, ritorno a godere la gioia infinita del mio bimbo dai boccoli arricciati sull’allegria e la meraviglia,
torno alla carta, tanta carta, tanta voglia di carta, per un po’ di giorni…
e vi lascio con le righe dolci di Cortazar che dedico al sorriso di cui ho più nostalgia,
a quella risata che non posso pensare mio figlio non potrà mai amare, al sapore delle sue orecchiette,
ad ogni sua ruga felice, ai tuoi capelli senza tempo.

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle s’piagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.

La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.

Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all’assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l’architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
La nonna, di Julio Cortazar

Radici

 
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