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Ancora sull’ “operazione Mos Maiorum”: di cui siamo solo al secondo giorno

14 ottobre 2014 Lascia un commento

Un’articolo su Mos Maiorum, che ci racconta un po’ i dettagli dell’operazione e il significato del nome.
Da quando son bambina, mi son sempre chiesta chi sceglie il nome delle operazioni, avrei sempre voluto vedere il volto di chi partorisce questi deliri lessicali, un po’ in ogni latitudine.
Prima di lasciarvi alla lettura dell’articolo volevo segnalarvi che la polizia dovrà compilare e inviare moduli ogni giorno dalle 11 a questa mail gruppo.frontiere@interno.it quindi, che dire, #tifiamoHacker

A questa pagina invece potete trovare un bollettino, in lingua francese, che ci racconta la prima giornata di operazione oltr’Alpe: LEGGI

PARTE LA RETATA EUROPEA CONTRO I MIGRANTI,
Di Paolo Persichetti

Una retata su scala europea in nome della tradizione. Parte oggi, sotto l’egida del semestre di presidenza italiano dell’Unione, “Mos maiorun”, un’imponente operazione di polizia e intelligence contro i migranti. Per due settimane, dal 13 al 26 ottobre, le forze di polizia cercheranno di fermare e arrestare i migranti in situazione irregolare e raccogliere il massimo di informazioni sulle reti clandestine, le rotte e i percorsi utilizzati per entrare e spostarsi in Europa. 18 mila poliziotti saranno mobilitati per rafforzare i controlli alle frontiere, negli aeroporti, le stazioni e i porti. Il coordinamento dei lavori sarà affidato alla direzione centrale per l’immigrazione e alla polizia di frontiera del Ministero dell’Interno italiano, affiancati da Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne nei paesi dell’area Schengen che, secondo quanto precisato all’Ansa dal direttore esecutivo dell’agenzia, Gil Arias Fernandez, fornirà solo un contributo di tipo statistico senza aver avuto alcun ruolo nella pianificazione e nell’implementazione dell’operazione.

Stando a quanto descritto nel documento del consiglio dell’Unione europea, reso pubblico dall’associazione britannica Statewatch, i Paesi partecipanti all’iniziativa sono invitati a raccogliere per ogni persona fermata il profilo (nazionalità, genere, età, luogo e data d’ingresso nell’Unione), il percorso effettuato, il tipo di trasporto impiegato, la data di partenza, le tappe intermedie verso la destinazione finale, con particolare attenzione alle tendenze ed eventuali rapidi cambiamenti. Altresì vanno segnalati nel corso delle operazioni: il modus operandi, la falsificazione dei documenti, le somme versate e la tracciatura dei soldi usati per i viaggi, l’identificazione dei collaboratori, la nazionalità e il Paese di residenza dei “facilitatori”. Un report finale sulla retata sarà presentato l’11 dicembre.

Presentata come un’operazione volta ad «indebolire la capacità dei gruppi criminali organizzati che gestiscono le vie dell’immigrazione illegale», l’iniziativa è stata duramente criticata dalle associazioni che si occupano d’assistenza, sostegno e integrazione dei migranti. Il documento del consiglio europeo, infatti, nulla dice sulla sorte che sarà riservata alle persone fermate. Saranno internate, ricondotte alla frontiera, incarcerate? Inoltre i controlli su base razziale, sottolineano ancora la associazioni per i diritti dei migranti, «sono metodi assolutamente illegali secondo il diritto europeo» e l’operazione messa in piedi non sarebbe altro che «una vera e propria caccia al migrante su scala continentale».

Retate del genere non sono rare in Europa, spiega Chris Jones dell’associazione Statewatch, «Operazioni del genere vengono svolte più o meno ogni sei mesi sotto la direzione del Paese che presiede l’unione europea. Prima di “Mos maiorum”, c’era stata “Aerodromos”, pilotata dalla presidenza greca, e ancora prima “Perkuna”, diretta dalla presidenza lituana».
Il ricorso a nomi classici, greci o latini, per designare queste operazioni di polizia non ha solo ragioni linguistiche (la radice comune con molte lingue dell’Unione), serve anche a conferire loro magnificenza, un prestigio quasi mitologico e una retorica di potenza. In taluni casi i nomi hanno delle connotazioni più accentuate che rinviano ad implicazioni di tipo morale o guerresco, come è accaduto con “Mare Nostrum”, l’operazione umanitaria condotta dalla marina militare italiana conclusasi recentemente. “Mare nostrum” era il nome che i Romani avevano dato al mar Mediterraneo quando ne dominavano l’intero bacino, dalla Spagna all’Egitto. Il termine era stato ripreso nel XIX° secolo dai nazionalisti per poi condire la retorica espansionista di Mussolini. L’uso che se ne è tornato a fare oggi, al di là degli importantissimi salvataggi in mare, rinvia ancora una volta ad un immaginario di supremazia e possesso delle acque. Siamo gentili ed umani con voi, o genti disperate che nei flutti cercate salvezza dalle vostre terre martoriate, ma i padroni di questo mare restiamo noi…

La stessa cosa si può dire per l’utilizzo ancora più inquietante dell’espressione latina “mos maiorum”. Non siamo di fronte ad un freddo acronimo o ad un termine descrittivo ma ad una precisa scelta. Si tratta del riferimento più che esplicito a quella morale degli antenati che alimentava le correnti più conservatrici dell’antica società romana. Una visione dei costumi e del sistema di valori che nella battaglia ideologico-culturale della Roma antica era opposta alla decadenza del nuovo. Ciò vuole dire che la politica migratoria deve intendersi innanzitutto come un affare morale, di difesa dei valori, di tutela identitaria di fronte alle invasioni barbariche. Una rappresentazione che rinvia senza mezzi termini ad una visione dell’Europa come fortezza assediata, messaggio di chiusura culturale, di difesa di una purezza immaginaria contro la contaminazione del caos. E’ chiaro, qualcuno pensa ancora che sui nostri bagnasciuga si gioca uno scontro di civiltà.

Una campagna di allerta per i migranti è stata preparata nelle scorse settimane. Volantini in otto lingue sono stati diffusi sulla rete e nelle strade d’Europa per mettere sull’avviso i migranti dai rischi supplementari incorsi in questo momento. Un invito ad utilizzare SMS e social network per segnalare controlli, retate e posti di blocco è venuto dalle reti militanti di solidarietà. Su Twitter, Fb eccetera chi vuole può utilizzare l’hashtag #StopRaids#nomedellacittà per segnalare controlli, retate, posti di blocco.

Leggi anche: Parte l’operazione Mos Maiorum / Blocca le retate

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è nata la piattaforma Support Kobane: sostienila!

14 ottobre 2014 2 commenti

Support Kobane e’ una piattaforma creata per movimenti europei e singoli cittadini per consegnare contributi in sostegno alla resistenza di Kobane, che si combatte sul doppio fronte di chi lotta – Kurdi, siriani di altre etnie, attivisti ed attiviste turche – contro lo Stato Islamico ma anche di chi affronta l’esodo da Kobane: piccole municipalita’ al confine, dove il partito di Erdogan non e’ riuscito a vincere alle elezioni e il Governo si limita a mandare carri armati e convogli di polizia. La’ si affollano e accalcano in ogni angolo qualcosa come 160mila persone in citta’ che a malapena ne ospitavano 50mila. Senza contare la privatizzazione selvaggia dei servizi sanitari, della quale l’ospedale di Suruç fra i tanti paga il prezzo insieme ai volontari giunti da ogni lato della Turchia.

Per qualsiasi donazione, non importa quanto simbolica, basta specificare su Paypal l’indirizzo supportkobane@riseup.net come destinatario.

Support Kobane non nasce come una raccolta di aiuti. Il paradigma della carita’ alla vittima passiva non ci pertiene. Questa e’ una piattaforma di solidarieta’ pratica, di supporto fra lotte per lotte – in questo caso, quella che e’ e rimane una lotta politica, e non una semplice tragedia. Kobane ha scelto di resistere. Le donne e gli uomini che resistono da quasi un mese stanno difendendo un modello di autorganizzazione e di convivenza oltre che di laicismo. E la popolazione lungo il confine – la municipalita’ di Suruç, i volontari arrivati da ogni lato della Turchia – hanno scelto di sostenerla.
Quindi quanto raccolto verra’ consegnato a gruppi politici, soggetti attivi schierati politicamente e legati al territorio e alla volonta’ delle popolazioni di quel territorio che si stanno autorganizzando per rispondere ad un’emergenza che vede piu’ di 160mila persone in fuga da Kobane nelle condizioni di cui si e’ parlato in questi giorni. Sappiamo che grazie al modello di democrazia diretto perseguito in quelle zone, la decisione di come distribuire i fondi viene mediata a livello orizzontale in base a bisogni reali – coperte, servizi igienici, medicinali, e cosi’ via.
Per questo, e anche perche’ la situazione peggiora di ora in ora, abbiamo scelto il sistema della donazione diretta piuttosto che del convoglio, e di fare appello ai movimenti perche’ la solidarieta’ sia un veicolo di coinvolgimento collettivo verso una lotta che parla il nostro linguaggio politico.

LA PAGINA E’ QUI: VAI

l’emergenza delle popolazioni Yazide stravolte dall’attacco dell’IS continua anche se e’ sparita dai giornali. E che ‪#‎UnPontePer‬ sta tuttora facendo un lavoro straordinario nel cercare di normalizzare il piu’ possibile il quotidiano di popolazioni sconvolte dall’avanzata dell’IS. Anche anche se Support Kobane e’ nata con una temporalita’ precisa (ci siamo dati due-tre giorni per consegnare i fondi) e con altri fini, mi sembrerebbe incompleto parlare di supporto al Rojava senza invitare a sostenere Un Ponte Per. (Lena DG)

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