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Quando Davide Diventa Golia

29 luglio 2010 Lascia un commento

GERUSALEMME: QUANDO DAVIDE DIVENTA GOLIA

I residenti di Silwan, quartiere di Gerusalemme Est, affrontano il gigante israeliano, ma per quanto potranno resistere ancora?

SERVIZIO SPECIALE DI ELENA HOGAN da Gerusalemme, 29 luglio 2010, Nena News (foto di Rebecca Fudala) –
Fakhri Abu Diab interrompe l’intervista improvvisamente, quando il suono allarmante di fischi lo raggiunge dalla strada. Si alza e si precipita fuori dalla tenda del “Centro Al Bustan”, una struttura di legno fatta alla buona e ricoperta da un telo nero, sul quale sono affisse foto ingrandite che ritraggono alcune scene della lotta popolare di questa area di Silwan, quartiere di Gerusalemme Est occupata e presunto sito della Città del Re Davide. Lo stesso Davide che sfidò Golia. Giovani ragazzi urlano e i fischi si moltiplicano mentre tre, poi quattro, jeep militari israeliane  sgommano per poi fermarsi davanti alla tenda. Un gruppo di sei o sette soldati che indossano  passamontagna neri e caschi, in tenuta antisommossa, salta giù, gridando  e puntando gli M-16, in assetto da combattimento.
“Vedi cosa accade?” chiede retoricamente Abu Diab, “Questa è la nostra vita. Questo è il problema. E’ così qui ogni giorno ormai.” Il suo sguardo passa dai soldati ai tre ragazzi piccoli, ad un metro di distanza che aspettano l’autobus. “E vedi quei bambini? Non hanno paura, non si spostano, restano lì…non vogliono dare ai soldati l’opportunità di sparare…vedi? Noi glielo insegniamo. Adesso le jeep se ne vanno.”
Abu Diab, presidente del Comitato popolare dell’area di Al Bustan a Silwan e membro del comitato popolare generale di Silwan (che unisce tutte e 12 le zone di Silwan), si volta e torna sotto la tenda.
Costruita nel febbraio del 2009 dagli abitanti della zona, la tenda è il luogo d’incontro per la lotta popolare collettiva di Al Bustan,  che tenta di proteggere 88 abitazioni, le case di più di 1.500 persone. 88 abitazioni i cui residenti hanno ricevuto multipli ordini di demolizione, perche’ al loro posto verra’ attuato l’ampliamento del sito archeologico israeliano della “Città di Davide”, un progetto di recupero di un patrimonio culturale che le autorità israeliane vorrebbero fosse esclusivamente ebraico; un progetto che però comporta l’espulsione di decine di famiglie palestinesi, che ad Al Bustan vivono da secoli. Alcune delle case di Al Bustan già segnalate per la demolizione, risalgono a prima della creazione dello Stato d’Israele nel 1948, mentre la maggior parte sono state costruite prima dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est nel 1967. Tutti pagano l’Arnona, la tassa municipale israeliana sui beni immobiliari, versata al municipio da quando Israele ha “annesso”, nel 1980, la parte est della città. Anche se dichiarata “nulla” dalla risoluzione ONU 478, in quanto atto che viola il diritto internazionale, quest’annessione continua a rappresentare una realtà di fatto che comporta conseguenze concrete per i palestinesi di Gerusalemme.
Abu Diab, come uno dei nove volontari eletti che formano il comitato popolare di Al Bustan, passa la maggior parte del suo tempo libero in contatto con gli avvocati che seguono gli 88 processi legali in corso nelle corti israeliane. E’ il portavoce di Al Bustan nelle riunioni con il municipio e tiene aggiornati i media, i suoi vicini di casa e i gruppi di attivisti israeliani sulle azioni militari e le demolizioni previste, attraverso il sito web del comitato e tramite contatti diretti.

Il centro Al Bustan dà luogo alla preghiera collettiva del venerdì, una protesta spirituale settimanale. In più, ospita campi estivi e corsi per il primo soccorso, la gestione della paura, il trauma infantile, e  lezioni in lingua inglese ed ebraica. Ma nonostante gli sforzi interminabili, dieci degli 88 edifici di Al Bustan sono già stati abbattuti. In più, tutti i suoi abitanti stanno pagando delle multe salate in quanto considerati occupanti abusivi, multe che ammontano a cifre pari ai 65.000 NIS (circa 13.000 euro), dal momento che i residenti rifiutano di andarsene.
“Non abbiamo nessun potere e  Israele è al di sopra della legge internazionale, quindi cosa dobbiamo fare?” chiede Abu Diab, “Possiamo aiutare la gente a contattare gli avvocati, ad organizzare le manifestazioni…ma quando vedo i miei figli o mia moglie, loro non sono felici…Quando torno a casa, vedo la cucina, le camere da letto, la sala, e dico ‘forse questa è l’ultima cena, l’ultimo caffè, l’ultima volta che mi siedo con i miei figli in casa mia’…molte famiglie soffrono di problemi psicologici, e per affrontare questi problemi, noi, la comunità, non riusciamo ad aiutarli”.

Abu Diab cita come esempio un ragazzo di Al Bustan di sette anni molto studioso. Il suo maestro ha cominciato a preoccuparsi quando il bambino ha smesso di prendere dei buoni voti. Un giorno il maestro ha fermato il ragazzo e gli ha chiesto se aveva bisogno di aiuto per i suoi compiti. Gli ha detto di aprire lo zaino, e quando il ragazzo l’ha fatto, il maestro ha scoperto che dentro era pieno di giocatoli anziché  libri di scuola. L’insegnante si è recato dai genitori del ragazzo per discuterne con loro. Quando la madre gli ha chiesto perché aveva lo zaino pieno di giocatoli, il bimbo ha risposto che aveva sentito i genitori discutere di come la loro casa sarebbe stata distrutta, ma che nessuno sapeva esattamente quando. Ha spiegato, che stava portando con sé a scuola i suoi giocattoli preferiti, per proteggerli dai bulldozer.

Ma la grave situazione di Silwan non è limitata ad Al Bustan. Sul pendio adiacente, nella zona chiamata Baten el-Hawa, sette famiglie palestinesi, dell’edificio Abu Nab, sono sotto minaccia costante di “sfratto” da parte delle famiglie di coloni israeliani che occupano l’edificio Beit Yonatan, li’ accanto. Abu Nab è costruito sul sito dove nel XIX secolo sorgeva una sinagoga yemenita, motivo più che idoneo per le autorità israeliane per sfidare il diritto di proprietà di qualsiasi palestinese. Appena più avanti sulla stessa strada, Zuhair Rajabi, padre di quattro bambini piccoli,  passa buona parte del suo tempo a documentare sistematicamente la violenza che circonda casa sua, tramite sei videocamere che ha montato in tutti gli angoli del suo palazzo.
Vive accanto ad un’altra casa occupata di Silwan, il Beit al-’Asl (conosciuta come Beit Haduash dai suoi occupanti). Il fatto che Zuhair possieda i documenti che attestano l’acquisto di Beit al-’Asl da parte di suo zio dalle mani di un’altra famiglia palestinese, prima che anche questa casa venisse dichiarata di proprietà di coloni israeliani, finora non lo ha aiutato. “Così stiamo lottando contro [i coloni] nel tribunale israeliano. Che cosa altro possiamo fare? Israele è forte e noi siamo deboli. Ogni settimana, due o trecento persone vengono alle riunioni del comitato popolare, ci stiamo chiedendo cosa possiamo fare, come possiamo resistere. L’ironia è che noi siamo residenti di Gerusalemme, quindi paghiamo le bollette dell’acqua, dell’elettricità, le tasse allo Stato d’Israele. E con questi soldi Israele finanzia il suo esercito e paga le sue forze di sicurezza per opprimerci”.
Zuhair mantiene contatti costanti con gruppi di attivisti israeliani come Tayoush, ICAHD, e Breaking the Silence, e fino a 20 attivisti alla volta passano la notte nel palazzo di Abu Nab per tentare di proteggere i suoi residenti palestinesi dai coloni israeliani. Insieme ai suoi video, Zuhair ha preservato tutti i bossoli degli M-16 che hanno colpito la sua casa e la sua macchina, e il fumogeno lanciato dentro la sua sala durante la notte del 26 giugno—l’ultima volta i coloni hanno deciso di mettere in scena un tentato esproprio ‘autogestito’ di Abu Nab—casomai dovessero servire un domani come prove legali.

Nella vallata di Wadi Hilwe all’entrata di Silwan, una bambina minuta, di circa otto anni, figlia di coloni, cammina per la strada. E’ seguita da una scorta armata privata, a sua volta seguita da un jeep militare israeliana. Una fila di case occupate spuntano su tutta la strada, facilmente identificabili dalle grandi bandiere israeliane che sventolano dai balconi: case da cui le famiglie palestinesi sono state cacciate per fare spazio alle ragioni dei coloni israeliani. La bambina e la parata armata che la scorta, sfilano di fronte al Centro di informazioni di Wadi Hilwe di Silwan, un’altra tenda fatta alla buona, eretta come risposta palestinese al Punto d’informazione turistico israeliano della Città di Davide, ubicato a pochi metri di distanza sulla stessa strada e circondato da soldati. “Abbiamo il diritto di raccontare la nostra storia qui e non soltanto di sentire gli altri che raccontano la storia di questo quartiere come se non fossimo mai esistiti qui”, spiega Nihad Siyam, uno dei membri fondatori del centro, “Siamo qui da migliaia di anni, anche se questo è un fatto che vorrebbero cancellare”. Il centro funziona come base per i tour archeologici alternativi di Silwan condotti in collaborazione con gli archeologi israeliani di Emek Shaveh, che sottolineano il ruolo politico dell’archeologia all’interno del conflitto israelo-palestinese e promuovono una visione di proprietà collettiva del passato archeologico della zona piuttosto che la sua appartenenza esclusiva ad un solo gruppo etno-religioso.

Così Davide è diventato Golia: un campione dell’impunità internazionale, ingabbiato da Israele nel retaggio storico di una narrazione esclusivamente ebraica.   E gli abitanti palestinesi di Silwan continuano le loro battaglie legali apparentemente senza speranza, dove la giustizia viene decisa dall’oppressore. Continuano con creatività ad ideare e ad organizzare iniziative dal basso, tecniche di resistenza e attività mirate a rafforzare la loro comunità. Ma per quanto tempo ancora Silwan potrà continuare a resistere di fronte a questa massiccia aggressione israeliana prima di esplodere affidandosi all’uso disperato di molto più che solo pietre e fionda? (Nena News)

Le soldatesse israeliane tirano fuori un po’ di cadaveri dall’armadio…

4 febbraio 2010 6 commenti

6 anni dopo l’inizio della sua attività possiamo dire che l’organizzazione israeliana “Breaking the silence” sta facendo un buon lavoro. Il giornalista israeliano Amir Shilo racconta su Y-net le ultime testimonianze uscite su un libricino di testimonianze di soldati israeliani. Queste ultime dichiarazioni hanno una particolarità comune non da poco: sono state tutte rilasciata da donne, soldati dell’IDF, impegnate nei Territori Occupati.
Ci raccontano come le donne abbiano la necessità di dimostrare ai colleghi uomini la loro forza e la loro capacità di essere macchine da guerra e quindi, spesso, questa morbosa necessità si risolve diventando peggio di loro, usando ancora più violenza, umiliando ancora di più il nemico. Che in questo caso, molto spesso, è inerme, è minorenne, è in uno stato di totale costrizione.
E così le dichiarazioni lasciano particolarmente senza parole, i metodi usati per umiliare gli arabi fanno rabbrividire e pensare che tutto ciò venga compiuto da donne alla sottoscritta fa decisamente più schifo del solito. Negli ultimi anni il numero delle donne soldato impiegate nelle operazioni di guerra e in quelle di frontiera è di molto moltiplicato: avere testimonianze da loro è ancora più difficile perchè in quanto minoranza all’interno dell’IDF si trovano in una situazione di debolezza.

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Campo profughi di Dheishe, marzo 2002_

Ma nel report dell’associazione sono circa 50 le donne soldato ad aver preso parola: tutte raccontano di come la violenza sia molto più brutale rispetto a quella dei loro colleghi. Si prendono i prigionieri e li si sbatte al muro, li si umilia facendoli cantare canzoncine, facendoli saltare al ritmo desiderato, deridendoli e schiaffeggiandoli anche per 6-8 ore di fila, senza alcuna ragione.
Una soldatessa impiegata nell’unità di polizia militare Sachlav racconta di un bambino palestinese che ripetutamente avrebbe provocato i soldati e lanciato anche alcune pietre. Lo stesso bambino sembrerebbe aver causato la frattura di una gamba ad un soldato, perchè spaventatosi dal lancio di una pietra, sarebbe caduto rompendosi l’arto. L’immediata ritorsione viene raccontata così: il bimbo viene preso da due soldati e caricato su una jeep per esser portato al check point, da dove esce con una mano rotta, rotta sulla sedia su cui era stato fatto sedere.
Ma nemmeno i bambini più piccoli vengono risparmiati da queste perversioni legalizzate: un’altra donna soldato racconta di un bimbo di soli 5 anni, schiaffeggiato con forza perchè piangeva. Gli urlavano di smettere di piangere, quando c’è riuscito ed ha abbozzato un sorriso gli è stato dato un forte pugno nello stomaco: “Non mi ridere in faccia!”, gli è stato urlato.
Chi ha provato a ribellarsi a simili atti di violenza gratuita è stata/o rimproverato dagli ufficiali. “Anche chi non partecipa a certe azioni sa che avvengono: tutti sanno e vedono quello che compie l’IDF”, racconta una testimone di guardia in un checkpoint nell’area di Jenin.

Sui muri di Hebron ... stiamo messi bene!

“Ai checkpoint ci appropriamo del cibo e di qualunque oggetto: giocattoli, batterie, sigarette. Sono sicura che qualcuno di noi prende anche i soldi durante le perquisizioni. Una volta uno di questi furti è stato ripreso da una telecamera. Pensavo scoppiasse un caso e invece nessuno è stato punito. A noi è permesso colpire e umiliare come vogliamo.”
Alcune testimonianze parlano con preoccupazione delle procedure israeliane per poter aprire il fuoco nei Territori Occupati, in particolare in situazioni di “ordine pubblico”. Ad esempio è procedura comune usare i proiettili di gomma puntando all’addome. Viene raccontato un episodio che ha portato alla morte di un bambino di 9 anni. Aveva provato a scavalcare la palizzata, è caduto e ha rinunciato fuggendo via in bicicletta: colpito all’addome (hanno dichiarato che stando in bici non lo riuscivano a colpire alle gambe). “Nessuno viene mai punito per questo. Subito viene decisa una versione ufficiale: si parla di situazioni fuori controllo, pericolo di fuga di terroristi e il caso viene chiuso.”

Le testimonianze sono tante e fastidiose che non ho la forza di raccontarvele tutte: non mi piace mettermi a tradurre le perversioni di una donna in divisa che per sentirsi “accettata” da un arabo in stato di fermo lo prende a calci nelle palle con i suoi “spettacolari anfibi militari”. Penso che non serva, sbagliandomi probabilmente, entrare per forza nel dettaglio.
Ieri invece è stato PeaceReporter ( le notizie vengono sempre dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ) a raccontarci come furono riscritte le regole di ingaggio per l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza lo scorso anno. Anche questa volta le notizie ci arrivano attraverso le ammissioni di un alto ufficiale israeliano. “Non ci deve essere nessuno nell’area delle operazioni. Se ci sono segni di movimento, si spara. Sono queste, essenzialmente, le regole d’ingaggio. Sparare a cio’ che si muove”.

Scientificamente assassini

15 luglio 2009 Lascia un commento

Una guerra contro i civili, utilizzati come scudi umani, uccisi in modo indiscriminato: è l’operazione “Piombo fuso” condotta nella Striscia di Gaza da Israele, secondo i racconti dei suoi stessi soldati. A raccogliere le denunce è stata “Breaking the Silence”,tsahal_scudoumanoun’organizzazione fondata e costituita da militari israeliani. In un rapporto pubblicato ieri sono contenute le testimonianze di 26 soldati che parteciparano al conflitto combattuto fra Dicembre e Gennaio, un conflitto che ha causato oltre 1400 vittime palestinesi a fronte di appena 13 caduti israeliani. I soldati raccontano che a Gaza i combattimenti con i “militanti” nemici erano molto rari. La regola di base, si afferma nel rapporto, era “prima sparare e poi preoccuparsi”. Nelle testimonianze dei militari emergono abusi sistematici: dai civili utilizzati come scudi umani durante le avanzate e le occupazioni di edifici “a rischio” all’impiego in zone residenziali del fosforo bianco, un’arma chimica il cui uso è disciplinato in modo rigoroso dal diritto internazionale. “Breaking the Silence” sottolinea che le testimonianze dei soldati rivelano la totale inadeguatezza delle inchieste sulle stragi di Gaza condotte sinora dalle Forze armate

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