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Posts Tagged ‘Minolta’

Maometto e la polizia


POI DICI PERCHE’ MI SONO MESSA A STUDIARE ARABO! GRAZIE RAFIQQ PER QUESTO REGALONE!

Il profeta Muḥammad al vedere un lupo in paradiso gli domandò:

“Un lupo in paradiso?”

Il lupo rispose: “Ho mangiato il figlio di un poliziotto”

Commentò Ibn ʿAbbās:
“Questo ed era solo il figlio: se avesse mangiato il padre sarebbe stato innalzato fino al paradiso supremo”

من حديث المعراج
النص العربي هو التالي
رأى النبي محمد (ص س) ذئبا في الجنة فسأل
ذئب في الجنة؟
فأجابه :أكلت ابن شرطي
علق ابن عباس في الحكاية: هذا وقد أكل ابنه، لو أكله لرفع في العليين
وأخذته من كتاب -المستطراف الجديد، مختارات من التراث – للكاتب العراقي هادي العلوي

Foto di Valentina Perniciaro _Genova 2001: piazzale Kennedy. Fiondate sui servi di Stato_

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Le soldatesse israeliane tirano fuori un po’ di cadaveri dall’armadio…

4 febbraio 2010 6 commenti

6 anni dopo l’inizio della sua attività possiamo dire che l’organizzazione israeliana “Breaking the silence” sta facendo un buon lavoro. Il giornalista israeliano Amir Shilo racconta su Y-net le ultime testimonianze uscite su un libricino di testimonianze di soldati israeliani. Queste ultime dichiarazioni hanno una particolarità comune non da poco: sono state tutte rilasciata da donne, soldati dell’IDF, impegnate nei Territori Occupati.
Ci raccontano come le donne abbiano la necessità di dimostrare ai colleghi uomini la loro forza e la loro capacità di essere macchine da guerra e quindi, spesso, questa morbosa necessità si risolve diventando peggio di loro, usando ancora più violenza, umiliando ancora di più il nemico. Che in questo caso, molto spesso, è inerme, è minorenne, è in uno stato di totale costrizione.
E così le dichiarazioni lasciano particolarmente senza parole, i metodi usati per umiliare gli arabi fanno rabbrividire e pensare che tutto ciò venga compiuto da donne alla sottoscritta fa decisamente più schifo del solito. Negli ultimi anni il numero delle donne soldato impiegate nelle operazioni di guerra e in quelle di frontiera è di molto moltiplicato: avere testimonianze da loro è ancora più difficile perchè in quanto minoranza all’interno dell’IDF si trovano in una situazione di debolezza.

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Campo profughi di Dheishe, marzo 2002_

Ma nel report dell’associazione sono circa 50 le donne soldato ad aver preso parola: tutte raccontano di come la violenza sia molto più brutale rispetto a quella dei loro colleghi. Si prendono i prigionieri e li si sbatte al muro, li si umilia facendoli cantare canzoncine, facendoli saltare al ritmo desiderato, deridendoli e schiaffeggiandoli anche per 6-8 ore di fila, senza alcuna ragione.
Una soldatessa impiegata nell’unità di polizia militare Sachlav racconta di un bambino palestinese che ripetutamente avrebbe provocato i soldati e lanciato anche alcune pietre. Lo stesso bambino sembrerebbe aver causato la frattura di una gamba ad un soldato, perchè spaventatosi dal lancio di una pietra, sarebbe caduto rompendosi l’arto. L’immediata ritorsione viene raccontata così: il bimbo viene preso da due soldati e caricato su una jeep per esser portato al check point, da dove esce con una mano rotta, rotta sulla sedia su cui era stato fatto sedere.
Ma nemmeno i bambini più piccoli vengono risparmiati da queste perversioni legalizzate: un’altra donna soldato racconta di un bimbo di soli 5 anni, schiaffeggiato con forza perchè piangeva. Gli urlavano di smettere di piangere, quando c’è riuscito ed ha abbozzato un sorriso gli è stato dato un forte pugno nello stomaco: “Non mi ridere in faccia!”, gli è stato urlato.
Chi ha provato a ribellarsi a simili atti di violenza gratuita è stata/o rimproverato dagli ufficiali. “Anche chi non partecipa a certe azioni sa che avvengono: tutti sanno e vedono quello che compie l’IDF”, racconta una testimone di guardia in un checkpoint nell’area di Jenin.

Sui muri di Hebron ... stiamo messi bene!

“Ai checkpoint ci appropriamo del cibo e di qualunque oggetto: giocattoli, batterie, sigarette. Sono sicura che qualcuno di noi prende anche i soldi durante le perquisizioni. Una volta uno di questi furti è stato ripreso da una telecamera. Pensavo scoppiasse un caso e invece nessuno è stato punito. A noi è permesso colpire e umiliare come vogliamo.”
Alcune testimonianze parlano con preoccupazione delle procedure israeliane per poter aprire il fuoco nei Territori Occupati, in particolare in situazioni di “ordine pubblico”. Ad esempio è procedura comune usare i proiettili di gomma puntando all’addome. Viene raccontato un episodio che ha portato alla morte di un bambino di 9 anni. Aveva provato a scavalcare la palizzata, è caduto e ha rinunciato fuggendo via in bicicletta: colpito all’addome (hanno dichiarato che stando in bici non lo riuscivano a colpire alle gambe). “Nessuno viene mai punito per questo. Subito viene decisa una versione ufficiale: si parla di situazioni fuori controllo, pericolo di fuga di terroristi e il caso viene chiuso.”

Le testimonianze sono tante e fastidiose che non ho la forza di raccontarvele tutte: non mi piace mettermi a tradurre le perversioni di una donna in divisa che per sentirsi “accettata” da un arabo in stato di fermo lo prende a calci nelle palle con i suoi “spettacolari anfibi militari”. Penso che non serva, sbagliandomi probabilmente, entrare per forza nel dettaglio.
Ieri invece è stato PeaceReporter ( le notizie vengono sempre dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ) a raccontarci come furono riscritte le regole di ingaggio per l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza lo scorso anno. Anche questa volta le notizie ci arrivano attraverso le ammissioni di un alto ufficiale israeliano. “Non ci deve essere nessuno nell’area delle operazioni. Se ci sono segni di movimento, si spara. Sono queste, essenzialmente, le regole d’ingaggio. Sparare a cio’ che si muove”.

E’ morto Mahmud Darwish.

9 agosto 2008 Lascia un commento

LEGGI: L’altra metà dell’arancia
Scrivo per mostrare la mia esistenza

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e’ sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero’ nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra I ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

E’ morto il poeta Mahmud Darwish. E’ morto poco fa, a Ramallah, un uomo che aveva il potere di far profumare i versi di gelsomino e resistenza. Un resistente, un dolce poeta, un uomo innamorato della sua terra, grande cantore, ultimo romantico di quella striscia di terra fertile e dilaniata. Nato ad Akka nel 1941, pochi anni prima la Nakba, pochi anni prima che la grande tragedia si abbattesse sulla Terra delle arance e degli ulivi.

Allah ma’ek usthad … addio grande maestro, che il suolo di Palestina ti sia dolce letto.
Che almeno ora tu possa rimangiare quelle arance…
PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!

Palestina, Betlemme,Campo profughi di Dheishe -Marzo 2002- Funerale di un ragazzo morto a causa delle ustioni causate da un missile che ha colpito la macchina dove viaggiava.Foto di Valentina Perniciaro 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

 ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai 

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio 

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

 Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

                                                  Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.

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