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Posts Tagged ‘prigione’

Il lavoro “giusto” per me

6 luglio 2008 2 commenti

“Oggi guardo indietro, a quei tempi, e misuro il distacco, la strada percorsa e sento che senza quell’esperienza forse non sai in galera, ma sento pure che se non fossi diventato comunista, l’intera mia viata non avrebbe avuto senso. E per me essere comunisti è l’unico modo di essere uomini. 
Il futuro, vada come vada, ma le cose giuste della mia vita non posso rifiutarle, respingerle, neppure per rendere più tollerabile la mia situazione: vada come vada, sono stato e sono un comunista.
Dicano quel che gli pare, i fottuti borghesi, me ne sono sempre sbattuto di loro, in modo giusto o sbagliato gli ho sempre sputato in faccia. E ora più che mai.
A maggior ragione ora che li conosco meglio, ora che ho conosciuto le loro galere, ho visto ciò che fanno ogni giorno ai poveri cristi. Non rimpiango di essermi ribellato contro i padroni, rimpiango di averlo fatto fuori tempo, in modo sbagliato.
Se fossi nato dieci anni prima forse sarei stato un gappista. Avrei vissuto la Resistenza, probabilmente, e l’avrei vissuta in un certo modo. Anche il tempo, la situazione in cui si vive, contano, nel determinare un uomo e la sua sorte. Legati a un movimento partigiano, in un momento in cui erano validi il sabotaggio e il terrorismo, noi avremmo potuto compiere azioni utilissime, decisive per la lotta in una città come Torino o Milano. Fare il partigiano in montagna non sarebbe stato affar nostro, ma in una città avremmo dato del filo da torcere a tedeschi e fascisti.
Se i partigiani erano in certo qual modo organizzazioni “regolari”, con una divisa, un territorio proprio, un confine sia pure labilissimo che li divideva dal nemico, un retroterra sia pure minimo in cui il nemico per inoltrarsi doveva impiegare forze massicce e poteva farlo solo in certe occasioni, per i gappisti si trattava di sparare proprio in mezzo al nemico, in casa sua.
Erano i partigiani dei partigiani.
Un lavoro durissimo, la tensione era continua, in genere gli uomini duravano solo pochi mesi. Ogni soldato, e anche il partigiano, quando non è impegnato nell’azione , ha la possibilità di scaricarsi, di vivere qualche giorno o anche solo qualche ora “fuori pericolo”, in mezzo ai suoi. Può parlare, cantare, dormire in un’atmosfera amica.
Per il gappista non c’è un momento solo in cui possa abbandonarsi, ogni faccia ce vede può essere il nemico, ogni parola nasconde un’insidia, chiunque lo avvicina può essere un delatore.
Ogni suono di campanello alla porta può essere il nemico che l’ha individuato e non c’è salvezza, in questo caso non ci sono azioni di difesa, non c’è strada di fuga, non c’è retrovia, non ci sono i compagni che possono intervenire. Quando si viene identificati è la fine, senza mediazioni, senza la possibilità estrema del combattimento o dello sganciamento.
Se fossi nato prima, quello sarebbe stato il lavoro “giusto” per me, ognuno è fatto in un certo modo e per un certo tipo di azione.”
__________SANTE NOTARNICOLA_________ “L’evasione impossibile”

Il libro che ha cambiato la mia vita, molto tempo fa. 
 

 

Perpetuitè

20 giugno 2008 22 commenti

“Erba: modo carcerario di dire ergastolo.
Avere l’erbetta sul groppone!
Non si conosce l’origine di questo eufemismo.
Immagini evocate:
Ne hai da brucare per tutta la vita! Oppure: campa cavallo che l’erba cresce. Come dire: passerà tanto di quel tempo che ti verrà l’erba sulle spalle.

A chi cresce l’erba sul groppone?
A chi è seppellito a pancia in giù.

Dal dizionario etimologico.
Ergastolo, dal latino ergastulum ‘prigione di schiavi’, adattamento del greco ergasterion ‘cava di lavoro’.

Ergastolo: Oggi, domani e sempre.

In francese, perpetuitè.

FINE PENA MAI: 99/99/9999
Incubo numerico che sostituisce il MAI nei certificati di detenzione computerizzati.

In Francia viene chiamato la “ghigliottina secca”.

“L’ergastolo è più della morte.
La morte dura un attimo e richiede un coraggio momentaneo.
L’ergastolo è un’esistenza” _Ignazio Silone: Il segreto di Luca_

Santo Padre,
sono la mamma di un detenuto politico condannato all’Ergastolo. Ora mio figlio si trova rinchiuso nel carcere di Rebibbia, sono cattolica e come me anche mio figlio. Molte volte mi viene a mancare la fede, perchè la parola Ergastolo è un tarlo che sta distruggendo il mio cervello.

Nicola Valentino -ERGASTOLO- Edizioni Sensibili alle Foglie


								

“senza approdo”

11 giugno 2008 5 commenti

“Sono la figlia di Marina Petrella.
Vorrei raccontarvi qualcosa su mia madre. Vorrei provare a dirvi cosa rappresenta la negazione della ricostruzione di un essere umano. Dobbiamo parlare di ricostruzione, visto che Marina non è uscita dalla sua storia politica nello stesso modo in cui ci è entrata. E’ successo poco più di 25 anni fa, quando già il vento della lotta armata cominciava ad andare via, quando i rumori metallici della notte tuonavano sempre più vicino, dopo che alcuni, quello che poi sono stati chiamati “pentiti”, incominciavano a barattare delle riduzioni di pena in cambio di denuncie e delazioni, fu allora che la storia politica di mia madre è ricominciata a finire. 
Erano i primi anni ’80. Dopo aver capito che le sue speranze di cambiare il mondo andavano incontro alla sconfitta e che l’impegno politico tenuto fino allora non poteva più continuare allo stesso modo, Marina decise di non fermare la sua vita, ma che dal suo percorso sarebbe potuta nascere una nuova storia.
Questa nuova storia è incominciata con me che ho scelto per nascere una calda giornata di agosto dentro una prigione speciale, in pieno articolo 90.
Solo chi ha vissuto quest’esperienza può capire l’immane volontà che serve per essere madre, dare al mondo e crescere una figlia tra le sbarre di un carcere. Solo chi è consapevole di questa prova può capire quanto questa scelta non sia una fuga nel personale, una soluzione egoista ma che sia la rappresentazione fisica di una pagina voltata. Questo è stato il suo modo per affermare che iniziava un nuovo percorso di vita, un diverso impegno sociale. Ed è anche grazie a questo nuovo stato di cose che otto anni dopo le è stato permesso di uscire dal carcere e di essere libera fino al verdetto della Cassazione del 1993. 
Già a quell’epoca Marina non era più quel soggetto pericoloso dipinto dai media al momento del suo nuovo arresto.  Ma l’Italia dimentica presto. Meglio, ricorda solo quel che vuole. Seleziona la memoria.
La Francia di Mitterand cercando di favorire una pacificazione del conflitto italiano degli anni ’70 ha accolto numerosi ex attivisti di quel periodo. I governi di sinistra come di destra hanno rispettato questo asilo di fatto. A noi, figli di quei rifugiati, è stato permesso di crescere, di vivere, di avere anche nuovi fratelli e sorelle. L’esilio c’è stato malgrado le contraddizioni, malgrado le incertezze di una vita difficile, precaria in attesa di un asilo. Un asilo che esprimeva una speranza di una vita nuova.
Dal nulla di un “fine pena mai” che Marina aspettava in Italia è nata nel 1997 mia sorella. Una bambina francese che ora vede quel paese che le ha dato una nazionalità ricacciare sua madre nel pozzo del carcere a vita.
Da quel 1993 quindici anni sono passati. Quindici anni quando un treno ci ha portati alla Gare de Lyon. Quindici anni da quando i nostri passi si sono mischiati a quelli dei nuovi migranti d’inizio secolo.
Anche speranzosi di una vita  che non fosse la galera della miseria. Perchè questo “pezzo” di tempo, che ha permesso di cambiare il loro impegno politico in un impegno sociale, non è più che legittimo per chiedere asilo? Perchè non è ora di girare la pagina di questa storia, per permettere a noi nuove generazioni un vero futuro e consentire a quelle persone come mia madre di vivere la seconda chance che gli è stata data?
A venticinque anni di distanza dai fatti imputati, quindici anni dopo l’esilio, un nuovo primo ministro francese ha deciso che bisognava rimangiarsi la parola data da tutti i suoi predecessori.
Il governo francese ha deciso di estradare mia madre, di cancellare la sua vita in Francia e di rinchiuderla non solo in un carcere ma di fare del passato la sua prigione. La Francia ha deciso tutto questo cedendo al populismo penale, all’ossessione sicuritaria ad una voglia di vendetta infinita che ha perso il significato della speranza. Il primo ministro ha deciso che la vita di mia madre doveva fermarsi. 
Ma quindici anni di esilio di fatto creano dei diritti e noi non lasceremo la Francia deresponsabilizzarsi dalla sua storia e cultura.
______ELISA NOVELLI PETRELLA_____ [da “Liberazione” del 11-06-2008]

 

Per ascoltare la corrispondenza registrata oggi ai microfoni di Radio Onda Rossa con Elisa: 

petrella.mp3

 “Le parole degli Stati sono come le foglie morte che si lasciano trascinare dalla direzione del vento. Non più parole date ma parole vuote. Questo deve aver pensato Marina quando si è vista notificare il decreto nella matricola dal carcere di Fresnes. […] 
Un paese che ha dato forma ad un singolare paradosso: non ha conservato la memoria degli anni ’70 ma è stata incapace di oblio. Alla memoria storica svuotata dei fatti sociali ha sostituito la memoria giudiziaria, all’oblio penale ha sovrapposto l’oblio dei fatti sociali. […]
Alla fine la zattera dei rifugiati, riparo precario d’esistenze sospese, è rimasta senza approdo davanti al porto della sua Itaca immaginaria. 
____PAOLO PERSICHETTI___ [Liberazione, 11 giugno 2008]
Ad Elisa tutto il mio cuore, 
A Marina solo un urlo di libertà, che sappia scalfire quelle mura!

Odio il carcere

9 giugno 2008 1 commento

sei la mia patria

5 giugno 2008 3 commenti

Mi sento felice.
Non ci sto capendo nulla del mio presente.
Se non che son felice, si, proprio felice.

 
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà 
Sei la mia carne che brucia 
come la nuda carne delle notti d’estate 
sei la mia patria 
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi 
tu, alta e vittoriosa 
sei la mia nostalgia 
di saperti inaccessibile 
nel momento stesso 
in cui ti afferro 
—Nazim Hikmet, Poesie dal carcere—

W la resistenza

1 giugno 2008 1 commento

GGGGIOIA!!

31 Maggio 2008 1 commento

Smog il drago e la bambola azzurra

18 Maggio 2008 1 commento

“Smog il drago amava i sogni, ma soprattutto amava le bambole di porcellana che riempivano i suoi sogni, le bambole di colori trasparenti o concreti, colori tenui e dolci o salati come il mare.

Ma Smog il drago amava soprattutto la bambola di porcellana che spesso, quasi sempre, compariva fiera e carica di stelle e soli, spargendo fiori profumati, cibo e acqua fresca. Allora dimenticava di essere nato per custodire il Tesoro, dimenticava il guadagno e la perdita, dimenticava i flutti profondi del mare, come se il vero tesoro fossero i suoi sogni.
Pensava alla bambola azzurra che appariva o che scompariva, sempre per poco. Ma era un poco che era troppo, un troppo poco, dal momento che non avrebbe più voluto risvegliarsi.
Non si accorgeva ormai della sua caverna tanto era occupato a pensare quali meravigliosi ornamenti avrebbe potuto ordire per le …Lei che, forse, non era soltanto un sogno perchè da qualche parte, era sicuro, i sogni si realizzano, per sempre… Sogni che sognano altri sogni in mondi di sogni che si ripetono senza alcuna stanchezza o trasparenza, dove la bambola azzurra passeggia in mezzo alle serre traboccanti di fiori e api che ronzano spezzando la fragranza, dove i cervi giocano con gli alberi, e dove il ciliegio cresce rosso rivolto verso il tramonto.
Pensava, Smog il drago, in quel paese di deporre le sue fiamme e di raccogliere al loro posto collane di perle di pioggia per parlare, finalmente, a lungo alla bambola azzurra. Voleva raccontarle tutti i suoi sogni di un tempo, le sue visioni di colori. Ascoltarsi parlare di sogni, i suoi sogni.

Obey ...Angela Davis

Verso sera nel ventre del vulcano il buio si faceva intollerabile, picchiava sugli occhi colla sua tintura di nero, anche l’oro cessava di brillare e al buio tutto acquistava un sapore di niente. Cercava di afferrare qualche suono lontano, magari un piccolo brandello, un mormorio, un bisbiglio, ma neppure il vento osava sostare vicino al tesoro quando il cielo spariva inghiottito da qualche lupo vorace.
Solitudine, forse, paura di non riprendere il sogno interrotto, di non incontrare più la bambola azzurra, di non sparire in un buio ancora più buio che potesse annullare quel buio. E l’azzurro era ancora un colore che Smog, il drago, poteva vedere anche di giorno, e nel buio nero, ogni tanto, si illudeva di vederne un bagliore.
Un giorno la bambola azzurra sembrò guardarlo e ora un pensiero continua a turbarlo, un pensiero che gli ha restituito la speranza … gli sembrò che fissandolo, ad un tratto, la bambola parlasse dicendogli: “Anche tu hai il colore del cielo.”

——FAVOLA DI CAPODANNO—— Giuliano Naria

Giuliano Naria, operaio genovese, era un militante delle Brigate Rosse. Accusato dell’azione che porta alla morte di Coco, passa diversi anni nelle carceri speciali (kampi) di Fossombrone, Cuneo, Asinara… Gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute vengono concessi a Giuliano solo nell’estate del 1985. L’anno dopo viene assolto dall’accusa di avere ucciso Coco e la sua scorta. Negli anni successivi viene assolto anche dalle altre accuse, ma il suo fisico è ormai gravemente debilitato. Nel 1995 gli viene diagnosticato un tumore e muore nel 1997. Ha scontato 9 anni e 16 giorni per poi essere dichiarato innocente.

Le sue favole sono un percorso dolce e colorato di evasione. Le sue favole hanno la capacità di svicolare, di scivolare dalle mani dei carcerieri, di volare libere.