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Posts Tagged ‘1977’

La NON storia di Rai Storia su Giorgiana Masi

13 aprile 2015 3 commenti

Schermata 2015-04-13 alle 10.00.28Incredibile.
Difficile in 9 parole più una data fare due errori madornali.
Grave, essendo un fatto storico che ha quasi 40 anni,
Grave ancor di più se pensiamo che tutto ciò è fatto da Rai Storia, in un social network dai poteri virali.

Neanche la data azzeccano: Giorgiana Masi è stata uccisa il 12 maggio, all’imbocco di Ponte Garibaldi.
Giorgiana Masi non è stata colpita da un proiettile vagante che gironzolava per il lungofiume romano:
No, Giorgiana è stata trucidata da un proiettile sparato da un agente di polizia in borghese,
e la storia è storia,
per quanto voi proviate a cambiarla, ci siamo sempre noi qui, pronti a ricordarvela.
Come vi piace esser collusi con gli assassini di Stato!

AGGIORNAMENTO 😉 :
Poco prima delle 11 la redazione di Rai Storia, forse insultata da qualche centinaio di utenti, ha mandato un messaggio che ci allarma non poco. Hanno corretto la data e reinserito il post con quella corretta.
Questo ci fa legittimamente pensare che il 12 maggio saremo costretti a leggere nuovamente di proiettili vaganti.
Vergognatevi ancora un po’.

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LEGGI: testimonianze di quel 12 maggio

Gli agenti in borghese di Cossiga, catturati dalla Leica di Tano D’amico

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Distrutta la lapide in ricordo di Valerio Verbano: l’afa fa uscire i fascisti dalle fogne.

8 agosto 2013 4 commenti

Parco delle Valli, 8 agosto 2013: il caldo e l’afa che si abbattono su Roma devono avere un effetto altamente deletereo per chi ha solo mezzo neurone in corpo. I fascisti si divertono a distruggere la lapide di Valerio Verbano, non consapevoli forse che per ogni pezzo distrutto altri mille ne verran affissi, ricostruiti, tatuati nella memoria delle nostre strade… voi tenetevi le targhe nelle fogne

Parco delle Valli, a pochi passi da casa di Valerio Verbano,
casa dentro la quale fu ucciso a sangue freddo davanti agli occhi dei suoi genitori.
Nella memoria di quell’assassinio bastardo e vigliacco siamo cresciuti tutti,
non sarà il gesto di qualche fascista accaldato a cancellare il ricordo della sua storia,
della sua militanza senza mezze misure.

Non pensavo che ai sorci piacesse il marmo, invece…

Su Valerio Verbano leggi:
Un fiore per Valerio
A Carla Verbano e Valerio, dopo una giornata insieme
Rispunta il Dossier Verbano

“Cronologia di una rivoluzione mancata” nelle librerie da oggi

15 aprile 2013 4 commenti

Esce oggi nelle librerie “Gli anni della lotta armata – Cronologia di una rivoluzione mancata” di Davide Steccanella, ed. Bietti
Ve lo consiglio, perché Davide è uno che la storia della lotta armata non l’ha avvicinata da molto, malgrado cronologicamente l’ha in parte guardata scorrergli accanto, fino a che non è caduto in un racconto, il racconto di Prospero Gallinari, in una lunga intervista.
E’ proprio Davide, sulle pagine di questo blog a raccontarmi come è iniziata…
<<e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori.>> 525245_10200253942244818_16526025_n
Quindi leggetelo questo libro, da oggi sfogliabile ed acquistabile nelle librerie di questo paese avvolto dall’oblio.
Perché oltre ad essere una boccata d’aria, è un libro utile: una cronologia dettagliata, da tener sempre al proprio fianco,
come il suo autore!

Non è vero che si trattò di una deriva isolata di pochi violenti che si inserì in un contesto di protesta pacifica, e questo lo dicono sia la cronologia storica dei fatti accaduti in Italia dal 1969 al 1983, sia i dati numerici sulla lotta armata raccolti dai volumi editi dalla cooperativa “Sensibili alle Foglie”.
Non è veero che fu una guerriglia condotta da annoiati studenti “radical chic” istigati da “cattivi maestri”, ed anche questo lo dicono i dati di “provenienza sociale” raccolti dai citati volumi, dove si può vedere come la grande maggioranza dei lottarmatisti fosse di provenienza operaia, contadina e “proletaria”, oppure leggere le tante auto o etero biografie pubblicate in questi anni.
Non è vero che la lotta armata, e più in generale la violenza politica, non trovò mai alcuna “adesione” da parte di una importante parte della società italiana di quegli anni, ivi compresa la classe operaia, e lo dicono sia le storie personali, sia il racconto di episodi storici che ormai si trovano in diverse pubblicazioni, sia le tante interviste ai protagonisti dell’epoca.
Non ci furono solo le Brigate Rosse (o Prima Linea) ad attaccare m ilitarmente lo Stato; dopo il 1978 in Italia si formarono almeno un centinaio di gruppi armati nella stagione del “terrorismo diffuso” e non è neppure vero che furono le Brigate Rosse a dare inizio alla violenza politica, basta consultare la cronologia prima del 1976, data in cui si compì il primo omicidio delle BR,
Non è vero che la stessa storia delle Brigate Rosse, che pure sono state di gran lunga l’organizzazione più longeva, sia sempre stata la medesima; erano diversi i percorsi personali di provenienza dei tanti militanti, basta confrontare la storia del gruppo dei “reggiani” con quella dei “romani” o dei “trentini” o degli operai emigranti, e sono state diverse anche le “strategie” guerrigliere adottate nel corso degli ani che hanno condotto, non a cas, a tutte quelle plurime spaccature “interne” dopo il 1980.
Non è vero che le Brigate Rosse furno “manovrate” da misteriosi poteri occulti nell’operazione Moro, intorno alla quale non residua nessun “mistero”, e su questo sono stati citati i testi di riferimento oltra alle unanimi dichiarazioni di tutti i diretti protagonisti, su questo concordi indipendentemente dalla successiva scelta da loro operata, oltre che le varie sentenze divenute definitive.
Non è vero che il movimento del ’77 era “figlio” di quello del ’68: basta leggere i tanti resoconti dei protagonisti di allora, oltre che la storia; e non è vero che ci fu un “unico disegno comune di insurrezione armata” sotto diverse sigle, coloro che provenivano dall’esperienza del ’77 e dell’Autonomia non avevano nulla a che spartire con le BR, sia per l’ideologia sia per operatività organizzativa, e non a caso la stessa operazione Moro venne pesantemente criticata da tutte le altre organizzazioni armate di sinistra.
Non è vero che lo Stato sconfisse la guerriglia armata senza ricorrere a leggi speciali e persino a metodi extra-legali; basta ricostruire alcuni episodi, da via Fracchia alle torture inflitte nel 1982 ai vari prigionieri, oppure ricordare la diffusa promulgazione in quegli anni di leggi speciali, gli arresti ingiustificati e le condanne sommarie, fino alle tante premialità giudiziarie in favore della dissociazione, a discapito di chi invece non si dissociò.
Non è vero che lo Stato non scese mai a “compromessi” per sconfiggere la lotta armata; basta pensare ad episodi accertati e plurimi di infiltrazione, ovvero di trattative occulte ed inquietanti come nel caso Cirillo, ovvero di favoreggiamento come nel caso Cossiga- Donat Cattin.
Non è vero che tutti coloro che ai tempi si erano armati si sono poi dissociati a parte pochi fanatici “irriducibili” (terminologia davvero infelice); basta leggere o ascoltare oggi le molte e rilevanti testimonianze di chi in questi anni ha scontato l’intera pena e ora, dopo 30 anni, è libero.

Tratto da “Gli anni della lotta armata – Cronologia di una rivoluzione mancata” di Davide Steccanella

“Si è ancora al giorno uno di una storia bloccata, ma bloccata non solo per loro: di più per la pubblica salute di un paese che non si è più disintossicato dall’emergenza e continua a inventarsene, a spacciarne, a iniettarsele in vena. Siamo un paese di bambini invecchiati, bisognosi di mostri.” (Erri De Luca)

Giorgiana Masi: come ieri, ancora oggi

5 maggio 2012 3 commenti

Il 12 maggio del 1977 le squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga assassinavano Giorgiana Masi, compagna femminista scesa in piazza insieme a tante e tanti altri sfidando il divieto di manifestare, nell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio. Le forze di polizia risposero sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Picchiati e maltrattati anche fotografi, giornalisti e passanti.

Pochi minuti prima delle 20, durante l’ennesima carica della polizia, due compagne furono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti, carabinieri e agenti in borghese.
Elena Ascione rimase ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studente del liceo Pasteur, venne centrata alla schiena. Morirà durante il trasporto in ospedale.

Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell’Interno, porteranno il governo con la complicità vergognosa del PCI, a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Kossiga prima elogiò in Parlamento “il grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine, poi fu costretto a modificare la propria versione dei fatti, ammettendo la presenza delle squadre speciali ma continuò sempre a negare che la polizia avesse sparato, pur se smentito da testimoni, foto e filmati.

L’inchiesta per omicidio si concluse nel 1981 con sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D’Angelo “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”.

Questa, in breve, la storia di quella giornata da cui sono passati 35 anni.

Da almeno 15 anni non si svolge una manifestazione nazionale in ricordo di Giorgiana, l’ultima fu nel 1997. Da almeno 5 anni non si svolge neanche più un corteo cittadino.

In questi ultimi tempi assistiamo a una crescente repressione e violenza dello Stato contro movimenti e individui, diversi per pratiche e ispirazioni, ma tutti mossi da una critica alla società esistente.

Il numero delle persone arrestate, rinchiuse e trattate, perché socialmente non disciplinate, sale di giorno in giorno. A dimostrazione che alla brutalità delle forze dell’ordine è sempre seguita la solerte repressione della magistratura: dalle 10 condanne per devastazione e saccheggio per il G8 di Genova 2001 con le quali sono stati dati fino a 12 anni di carcere, agli ultimi arresti del 15 ottobre del 2011, condannati a pene esemplari per il semplice reato di resistenza aggravata.

Anche alle lotte contro la nocività e al movimento NoTav hanno presentato il conto: centinaia di persone ferite alcune anche in maniera grave, truppe d’occupazione, espropri, per non parlare degli ultimi arresti e denunce.

Nonostante questo noi vogliamo continuare a metterci in gioco in prima persona.

SABATO 12 MAGGIO ORE 15
APPUNTAMENTO A PONTE GARIBALDI

 le compagne e i compagni

Franca Salerno e la copertina con la stella

14 ottobre 2011 6 commenti

Mi son venuti i brividi quando ho letto queste righe.
Perché ho nostalgia degli occhi di Franca Salerno, non sapete quanta.

Franca e Antonio

Ed è indescrivibile quella per Antonio, suo figlio, di cui si parla in questo racconto dalle celle del carcere speciale di Badu’ e Carros, nel non così lontano 1977. La loro storia l’ho raccontata tante volte sulle pagine di questo blog.

“(…) L’estate mi portò a conoscere tante persone coinvolte nella politica rivoluzionaria allora in piena attività. Al femminile c’era F.S. (*), appartenente ai Nuclei Armati Proletari. Con lei, dopo qualche giorno dal suo arrivo a Nuoro ho avuto modo di sviluppare un buon rapporto amichevole. I colloqui avvenivano via finestra, ma riuscivamo ugualmente a dirci molte cose. Il direttore aveva consentito che ci scrivessimo usufruendo della posta interna. L’intensità del nostro rapporto ci portò a vivere quasi una specie di innamoramoento anche se nessuno dei due manifestò il sentimento che ci aveva presi.
All’arrivo a Nuoro non stava bene perché era stata ferita al momento della cattura. Mi raccontò come andarono i fatti e certe sue affermazioni mi sbalordirono, perché da noi nessun carabiniere si permetteva di mettere le mani addosso ad una donna.
Nello scontro a fuoco cadde ucciso un suo compagno, lei ferita e immobilizzata, venne malmenata con calci allo stomaco e alla pancia.
“Vedi”, mi disse “ora sono preoccupata perché dopo queste botte perderò mio figlio. Ho delle fitte tutti i giorni e altro non possono essere che un principio d’aborto.”
Fortuna che la sua fibra forte le fece superare ogni difficoltà.
Le mie attenzioni per lei si fecero ogni giorno più intense. Il suo pancione aumentava regolarmente, pure lei si era ripresa in salute.
Pensai al regalo che potevo farle in vista della nasacita del figlio. Scelsi un passeggino adatto anche in caso di trasferimento da un carcere all’altro, e chiesi di poter inserire tutto quello che occorreva per un neonato. Una mia sorella, abile in lavori a maglia, preparò una copertina dove spiccava una grossa stella a cinque punte.
Quando tutto fu pronto, i miei familiari portarono il dono al colloquio ma venne respinto immediatamente dalle guardie e ci vollero diverse udienze col direttore per convincerlo ad autorizzare questo mio regalo. Dopo qualche settimana venne finalmente il permesso.
La felicità di F. era tale che dalla sua cella ogni tanto faceva sventolare la copertina per far notare con orgoglio la stella a cinque punte.”
[Annino Mele, Il passo del disprezzo]

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

Francesco Lorusso, come ogni anno

11 marzo 2011 3 commenti

I famigliari, gli amici e i compagni di Francesco Lorusso la mattina dell’11 marzo, come ogni anno, si ritrovano in via Mascarella, davanti alla lapide che ricorda l’assassinio di Francesco, nell’anniversario della sua uccisione avvenuta l’11 marzo 1977.
L’appuntamento è alle 10,15 in via Mascarella dove saranno deposti fiori e dove ci sarà un momento di ricordo. Alle 11,15 ci si sposterà al monumento di Francesco, al Giardino Francesco Lorusso (entrata da via Berti 2/2).
Si tratta di cerimonie molto informali che, però, nel corso di questi anni sono state fondamentali per trasmettere elementi di memoria storica che in tanti hanno provato a cancellare, senza riuscirci.
Per quelli più giovani che nel ’77 non erano ancora nati o erano piccolisimi mettiamo a disposizione la testimonianza di Gabriele, compagno e amico fraterno di Francesco (era stata pubblicata nel 1997 sul giornale bolognese Zero in condotta), insieme a due piccoli resoconti tratti dal libro “Marzo 77: fatti nostri”.
11 MARZO 1977
Di quel giorno ricordo anche le nuvole e il colore del cielo. Verso mezzogiorno andai in piazza Verdi per pagare la quota necessaria a partecipare alla manifestazione nazionale prevista a Roma per il giorno successivo. C’era un banchetto e una bandiera rossa, si chiacchierava tra pochi, data l’ora.
Da Porta Zamboni giunsero le detonazioni tipiche del lancio di candelotti e il primo pensiero che mi colse fu quello di assistere in diretta ad una vera e propria “invasione di territorio”, dato che fino a quel momento nessuna iniziativa repressiva aveva riguardato la cittadella universitaria.
D’istinto mi coprii il volto con un lembo della bandiera e corsi verso la zona degli scontri, incontro al fumo denso che si allargava.
Qualcuno mi disse che era inutile tentare di avvicinarsi da quella parte e si decise di provare a passare per via Bertoloni.
Mi bastò affacciarmi per capire che non era aria neppure lì: sul muro, all’altezza dei cavi della corrente elettrica, vidi distintamente le scintille prodotte da colpi di arma da fuoco. Già questo fatto costituiva una “prima volta”, un innalzamento del livello di scontro.
Poi non ricordo perché, procedendo verso gli sbocchi successivi, si decise di non risalire via Centotrecento.
Ci trovammo infine in un piccolo gruppo – cinque, sei persone – a procedere per via Mascarella.
Qui, per una ragione che non so spiegare neppure ora (forse per rendermi più utile, forse per l’inesperienza a situazioni del genere essendo sempre stato “esonerato” dalla partecipazione a scontri con la Polizia in ragione del fatto che mi trovavo in regime di buona condotta per due sentenze definitive, forse per una strana forma di coraggio o…. di paura) decisi di fare corsa solitaria e parallela sotto il portico di sinistra.
Correndo, vedevo gli altri procedere verso via Irnerio. Uno di loro, portatosi in mezzo alla strada, tirò un sasso verso un gruppetto di carabinieri ma sbagliò clamorosamente la mira scheggiando il palazzo d’angolo.
Una sciocchezza, se non fosse che, dopo, quel segno diventò la “prova” che qualcuno aveva sparato anche da via Mascarella e alimentò l’assurda insinuazione che Francesco poteva essersi trovato al centro di un tiro incrociato e dunque poteva essere stato colpito dai suoi stessi compagni. Giunto a poco più di dieci metri dallo sbocco su via Irnerio vidi, in prossimità dell’incrocio un camion, del tipo di quelli dell’esercito, ed alcuni carabinieri: tutto sommato pochi, come pochi si era dalla parte di qua.
Poi non vidi più, per effetto di una prospettiva troppo obliqua, ma sentii i rimbombi secchi di otto – nove colpi almeno di arma da fuoco, in rapida successione.
Feci retromarcia immediatamente, così come facevano gli altri, parallelamente a me. Solo che loro portavano, ognuno per un arto, il peso di un corpo senza energia. Ci ricongiungemmo e ci fermammo davanti all’uscita posteriore di un cinema.
Francesco morì lì, tra sguardi sbigottiti, mentre gli rivolgevo parole vane.
Fermammo una macchina per tentare di raggiungere l’ospedale più vicino. Nel frattempo giunse un’ambulanza e caricò il corpo di Francesco, ma le facce degli infermieri non lasciavano speranze.
Andai comunque al S. Orsola per sentirmi dire quello che ormai era già tragicamente palese.
Seppi subito dopo che contro i carabinieri era stata lanciata una molotov, che Francesco aveva avuto il tempo di dire “mi hanno beccato” e di fare con le sue gambe circa dieci metri, fino al punto in cui cadde, dove poi fu posta la lapide.
Seppi anche che ad originare tutto era stato un diverbio e una scaramuccia tra qualche decina di compagni ed esponenti di Comunione e Liberazione riuniti in assemblea. Roba che in altri tempi si sarebbe risolta con due parolacce, qualche spintone e poco più.
Da quel momento fu chiaro ad ognuno che tutto sarebbe stato diverso.
Già nel primo pomeriggio, Piazza Verdi era piena di gente, ma il tono delle voci era sommesso. Si fece una rapida assemblea tra l’odore pungente della benzina: si decise di dirigere il corteo verso la sede della Democrazia Cristiana, l’Ufficio di rappresentanza del Resto del Carlino e la Stazione. Nessuno parlò di vetrine, nessuno fece niente per impedire che andassero distrutte. Certo, era inquietante il rumore dei tonfi dei vetri che andavano in frantumi ai lati del corteo: cascate di ghiaccio attorno a noi, che portavano nell’animo un gelo ben più grande.
Personalmente trovai offensivo che il servizio d’ordine del PCI presidiasse il Sacrario dei Caduti della Resistenza e trovai di gusto discutibile il saccheggio conclusivo del Ristorante “Al Cantunzein”. Ma erano pensieri silenziosi: io non avevo fame.
Il giorno dopo, dal primo pomeriggio cominciarono gli scontri all’università. In mattinata venne rifiutata la parola ad un esponente del Movimento alla manifestazione sindacale: il cerchio di ferro si chiudeva. Per otto ore si resistette: sulle barricate verso sera suonava un pianoforte. Poi qualcuno decise e praticò l’esproprio dell’armeria Grandi: in tutta risposta arrivò una raffica di mitra ad altezza d’uomo. Per me la misura era colma.
Il giorno dopo ci svegliammo coi blindati in città e i tiratori speciali sui tetti. Cominciarono gli arresti di chiunque per strada formasse gruppi superiori a cinque persone e rifiutasse di disperdersi: così finirono dentro decine di tifosi del Bologna, venuti in centro in modo organizzato e circa 260 compagni. La detenzione di limoni era considerata sufficiente a dimostrare una volontà di resistenza. Radio Alice era chiusa. (Gabriele G.)
DOMENICA 13 MARZO: ARRIVANO I CARRARMATI
Domenica, all’alba, circa 3.000 fra carabinieri e poliziotti, con mezzi blindati, diedero inizio all’occupazione della zona universitaria, dove non trovarono assolutamente nessuno; sfondarono, fra l’altro, la porta della sede centrale e devastarono il CPS (Collettivo Politico Studentesco) dove, all’apertura dell’università, erano state trovate scritte fasciste.
Verso le 10, la situazione era apparentemente tranquilla e in Piazza Maggiore c’erano parecchie decine di persone tra studenti e cittadini. A questo punto, la polizia, uscita con tre camions dalla questura, si fermò all’angolo tra Via Rizzoli e Piazza Re Enzo, e cominciò a sparare lacrimogeni e caricare la gente che fuggiva senza capire. Queste cariche continuarono per tutta la mattina senza che fosse accaduto nulla, tranne alcuni slogans gridati dai compagni che si tenevano a distanza.
Poi la polizia si ritirò verso la Questura, mentre tra gli studenti si sparse la voce di un concentramento nel pomeriggio in S. Donato per tenere un’assemblea. Sempre in mattinata ripresero le trasmissioni a Radio Alice, sotto il nome di «Collettivo 12 marzo», ma vennero disturbate da qualcuno che trasmetteva un fischio sulla stessa frequenza.
Nel pomeriggio si tenne la prevista assemblea dove si decide di mandare una delegazione in Comune e alla Camera del Lavoro per chiedere le dimissioni del rettore e la smilitarizzazione della città.
In serata la polizia continuò a mantenere il clima di tensione sparando lacrimogeni contro chiunque si riunisse, anche in gruppi di 5 o 6 persone, nella zona del centro.
Nel pomeriggio intanto era stata chiusa Radio «Collettivo 12 marzo»; veniva tolta la luce a mezzo quartiere, poi, quando la radio riprese a trasmettere con delle batterie su una frequenza leggermente allontanata dal fischio, ci fu l’arrivo della polizia, che trovò la porta sbarrata. I compagni, questa volta, avevano fatto in tempo di fuggire. 

LUNEDÌ 14 MARZO: I FUNERALI ALLA CILENA
I funerali del compagno Francesco Lorusso furono stabiliti alle ore 10. L’ordinanza del prefetto che vietava ogni tipo di manifestazione nel centro storico impedì l’allestimento di una camera ardente nel centro della città; il funerale si tenne alla periferia della città, in Piazza della Pace. Per quanto riguarda i partiti: il PCI aderì ufficialmente, il PSI mandò una delegazione. Il sindacato indisse un’ora di sciopero con assemblee in fabbrica, proprio in coincidenza con l’orario del funerale… Gli studenti inviarono delegazioni nelle più grosse fabbriche, per spiegare l’accaduto e richiedere un prolungamento dello sciopero. Nonostante tutto vi fu una forte partecipazione da parte di operai, cittadini e studenti.

DOPO MARZO……
Seguì lo stato d’assedio e il divieto assoluto di manifestazione. Seguì la teoria del “complotto” imbastita dal PCI per estirpare dalla sua città-simbolo il corpo estraneo di un movimento che aveva il difetto di essere nato in contemporanea con la strategia del “compromesso storico” e di risultare indecifrabile e ingombrante per i criteri statici della loro lettura politica.
Nelle assemblee che seguirono si prese atto che quel processo straordinariamente innovativo che permetteva di tenere insieme differenze, devianze, soggetti diversi, in una convivenza certo non sempre idilliaca ma sostanzialmente tollerante, doveva omologarsi all’emergenza, far quadrato per difendere la propria identità senza degenerare.
Solo allora si diedero le condizioni perché qualcuno potesse definirsi con qualche approssimazione leader rappresentativo dell’intero Movimento, ma non si ricorda nessuno a fare gomitate per questo.

Il boia Kossiga è morto!

17 agosto 2010 7 commenti

E’ morto Cossiga.
Kossiga anzi, quello con le doppie S: “SS”

E’ morto quello che c’ha mandato contro i carri armati, quello che c’ha sparato addosso in pubblica piazza, alla schiena.
E’ morto Cossiga, che sulla coscienza non ha solo Giorgiana e Lorusso.
Ma, cavolo, quello si che è stato un nemico. Un nemico vero, che da nemici c’ha trattati.

Non da criminali, non da provocatori… nessuna dietrologia.
Un uomo che ha riconosciuto una guerra in corso, una vera e proprio guerra allo stato e l’ha difeso con tutto quello che aveva a disposizione: c’ha dato però la dignità dei nemici. Per Cossiga siamo esistiti: ci sparava addosso per quello.
Perchè aveva paura di noi, perchè doveva spazzare via migliaia di persone con una rabbia in corpo inarrestabile e pericolosa, troppo, per l’ordine costituito.

Io quindi, da questo blog, saluto Cossiga. (dai non fate quelle facce)
Lo saluto come si saluta un nemico vero.
Lo saluto, anche se non gli ho mai augurato del bene (assolutamente!), perché ho rimpianto di quel genere di nemici.
E di uno che, a guerra finita, ha detto chiaramente che tutt@ i prigionieri andavano liberati.
Ancora non è successo.
ADDIO BOIA ASSASSINO KOSSIGA

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