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Posts Tagged ‘guardie’

A Patrizia Moretti, madre e guerriera

29 marzo 2013 6 commenti

Chissà se una volta madri il dolore e l’empatia prendono colori e intensità diversi davanti a certe notizie, a certe sofferenze.
Non sono riuscita a capirlo, nemmeno da madre.

In questi giorni, lontana dalla rete (quella “mia”), ho osservato a lungo lo sguardo di Patrizia Moretti, guerriera, madre di Federico Aldrovandi … barbaramente massacrato da 4 uomini in divisa,
quattro poliziotti,  quattro assassini di Stato, ormai 8 lontani anni fa.
Sono stati condannati per omicidio, la sentenza che li condanna, LE sentenze che li condannano, parlano una lingua chiara, durissima, malgrado insabbiamenti e quant’altro.

8 anni, certo non servono a nulla per smussare il dolore della perdita del proprio figlio adolescente,
8 anni non cancellano quelle intercettazioni, quell’omicidio avvenuto con una metodologia che più di una volta non sono riuscita a descrivere, tanto il rischio che il vomito soffochi il respiro.
Federico, il nostro piccolo Aldro, è morto di una morte atroce e sadica,
voluta da 4 sbirri ai quali non va giù che siano chiamati assassini,

Aldro, cucciolo

che ci sia scritto OMICIDIO sulle carte che li hanno costretti ad assagiare il carcere,
anche se per un piccolo residuo pena.

Quel che riesce, ed ha dell’incredibile questo!, addirittura a superare in orrore tutta questa storia è il presente, quello che avviene ad 8 anni da quell’assassinio.
E’ la continua persecuzione che la famiglia di Aldro, e soprattutto sua madre, sono costretti a vivere da più di un mese, da quando questo merdoso sindacato di polizia (Cosip), ha deciso di portare solidarietà attiva ai 4 colleghi condannati, con striscioni e pulmino, in giro per Ferrara.
(LEGGI : Applausi del Sap, camper del Cosip: la polizia si rivendica Aldro)
Così attiva da presentarsi anche sotto il municipio della città, sotto le finestre dove lavora Patrizia, che è stata poi costretta a scendere e a mostrare, per l’ennesima volta, la foto del corpo martoriato di suo figlio. Fotografia che il segretario di questo sindacato ha anche apostrofato per “taroccata”, quando è agli atti processuali.
Di un processo concluso, concluso con 4 assassini.

Franco Maccari, segretario del Cosip al quale auguro una pioggia di carcinomi maligni,  afferma:
“La signora Moretti mamma di Federico e tutti dipendenti comunali, hanno abbandonato il loro lavoro per manifestare con una foto falsa. Hanno fatto una manifestazione senza autorizzazione, è un reato penale molto grave e qualcuno dovrà provvedere. Un gruppetto di maledetti bastardelli ha condizionato la nostra protesta”.

Il ministro Severino ha usato parole dure, è vero, davanti a questa schifosa provocazione,
ma non basta di certo.
Quelle divise vanno stracciate, quei distintivi fatti a pezzi: di tutti coloro che hanno portato solidarietà a quei 4 balordi, di tutti coloro che son andati sotto le finestre di sua madre,
di tutti coloro che si son permessi di insultarla,
e di insultare ancora Federico.

Che non vi dimenticate,
non è solo figlio di tutte noi madri di Italia,
ma è soprattutto sangue di tutti i compagni e le compagne.
E il sangue prima o poi si vendica, o comunque non lo si scorda mai.
Mai, statene certi
MALEDETTI ASSASSINI

Il ringraziamento più grande va ad Anonymous, che ha buttato giù i loro siti,
a questo link potete leggere il comunicato.

Applausi del Sap, camper solidali del Cosip: ecco come la polizia si rivendica Aldrovandi

26 febbraio 2013 14 commenti

E non venitemi a parlare di mele marce eh! Che nemmeno si riesce a commentarla questa notizia,carica
tanto è lo schifo che provo per voi,
maledetti assassini di Stato.

(ANSA) – BOLOGNA, 26 FEB – E’ uscito dall’aula del tribunale
di Sorveglianza di Bologna, che deve decidere se disporre il
carcere, tra gli applausi dei colleghi: c’erano una trentina di
appartenenti al Sap (sindacato autonomo di polizia) ad
accompagnare e manifestare vicinanza a Enzo Pontani, ultimo dei
quattro agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi
a dover ancora discutere la propria posizione. Gli altri tre,
Monica Segatto, Luca Pollastri e Paolo Forlani sono in carcere
dopo l’ordinanza del tribunale del 29 gennaio.

Anzi, il Cosip, sindacato indipendente di polizia ha fatto proprio il Camper della solidarietà in difesa dei 4 boia di Aldro. DIcono che dal 2 marzo gireranno per Ferrara (provincia compresa) con il loro bel camper per dimostrare la vicinanza alle “vittime di una campagna d’odio attuata da alcuni contro le forze dell’ordine”.
Il resto delle dichiarazioni nemmeno riesco a riportarle, che è già abbastanza così

Ho vinto HUNTER, lo stalker fascista: ce lo dividiamo?

12 novembre 2012 15 commenti

Il fatto è questo: di insulti di fascisti e personaggi vari questo blog ne ha sempre ricevuti diversi, cestinati senza troppi problemi nè enfasi. Ora però la cosa inizia ad essere fastidiosa perché il personaggio è sempre lo stesso e ormai son tre giorni che passa da queste parti lasciando messaggi minacciosi, di insulti, in cui ora mette in mezzo anche i bimbi. Insomma: siete in migliaia quotidianamente a leggere queste pagine: divertitevi con il suo IP che io non son capace a farci nulla. (Ve lo mando completo in privato)

Andiamo con ordine:
9/11/2012: trovo un commento in attesa di approvazione su un post dedicato a Sole e Baleno (questo: 12 anni fa ma non dimentichiamo)

da: HUNTER
mail: infibulatiTroia@vaffanculo.it
IP: 2.156.82.XXX
Testo: Evabbé, prima o poi qualcosa di buono lo fate anche voi schifosi ratti merdosi: vi levate dai coglioni, bisognerebbe istituire associazioni tipo Exit apposta per merdomani come voi.

11/11/2012: ancora un commento in attesa di approvazione, lasciato su un post che comunque qualcosa ha a che fare con la morte di Sole e Baleno (questo: Ogni tanto buone nuove: il boia Laudi e il suo infarto )
Il tono qui è decisamente diverso, ma leggete e commentate da soli

da: HUNTER
mail: vaffanculo@bastarda.it
IP: 82.54.198.XXX
Testo: Schifosa merdomane, godi per la morte di un uomo; quando schiatterai tu nessuno se ne accorgerà; ah ti auguro una bella visita della digos nella baracca incrostata di merda in cui vivi, e un bel trattamento tipo diaz/bolzaneto…hai presente no? 🙂 sacca di merda piena di piscio, schiatta col pugno chiuso BASTARDA!

12/11/2012: anche oggi un commento dal caro Hunter (per la prima volta pare venga da Roma quest’IP e non da Genova, dove probabilmente passa il weekend, e pare da un cellulare della 3)
Stavolta smaschera il suo animo fascista, scegliendo questo posto per lasciare il suo bel commento, in cui tira in ballo anche mio figlio
I fascisti hanno un nome, i senegalesi no, scritto subito dopo la strage di Firenze.

da: HUNTER
mail: vaffanculo@bastarda.it
IP: 176.207.194.XXX
Testo: che cazzo vuoi pretendere, sfigata pezzente merdaiola coprofaga? sei merda allo stato puro: scommetto che se venivano ammazzati due leghisti eri qui a festeggiare; fai così, mandami il tuo indirizzo, ti mando un pacco pieno di merda così almeno hai qualcosa da mangiare e tu e qeull’aborto di tuo figlio potete giocare a tirarvela addosso.
merdomane schifosa

Questo è…
mi fa piacere condividerlo con voi perché so che tra chi passa da queste parti ci sarà sicuramente qualcuno in grado di divertirsi un po’.

Ciao Hunter, alla prossima.

Se questi non sono assassinii: la storia di Giuseppe Piccinini, 65 anni

5 novembre 2012 7 commenti

Da quando ho parlato di un morto in carcere su questo blog…
ne son morti tanti, di detenuti. Un numero sempre più impressionante, avvolto in un silenzio mostruoso, di cui si è tutti colpevoli.

Giuseppe Piccinini, 65 anni, sopravvissuto per meno di 48 ore al carcere.

Il carcere uccide, spesso lo fa con una lentezza micidiale,
altre volte con una velocità che è disarmante anche solo raccontarlo,
non si hanno strumenti per comprendere come può sprofondare la vita umana, in un lasso di tampo brevissimo, quando il proprio corpo entra nelle mani dello Stato.
Il buon vecchio caro Stato, che oltre a carcerarti, ti uccide.

La storia di Giuseppe Piccinini, di ben 65 anni, è sconcertante.
Giuseppe è morto per il vino, come nelle canzoni di De Andrè.
E’ morto per il vino perchè il giorno di Natale di 4 anni fa si rifiutò di fare l’alcoltest dopo un tamponamento subìto.
Immediata denuncia, quindi processo, quindi condanna.
Una condanna a 4 mesi, anch’essa notificata con un po’ di sapor di vino durante una partita a carte con la compagnia di sempre, al bar sotto casa: ordinanza di carcerazione.
La richiesta dei domiciliari presentata dall’avvocato era stata rigettata dal magistrato di sorveglianza per “mancanza di idoneità del domicilio nonchè di programma ambulatoriale presso il Sert per abuso di alcol”, malgrado fosse anche in attesa, a momenti, di intervento chirurgico delicato.
E così Giuseppe saluta gli amici, e si avvia in carcere, sottobraccio a quelli coi pennacchi in testa … la storia mentra la si racconta sembra di sentire le dita di Faber sulla chitarra.
Era venerdì pomeriggio.
Lunedì mattina è squillato il telefono, a casa sua: «Suo marito è mancato»
Sulla cartella per ora c’è un generico, e quanto mai monotono nelle carceri italiane, “arresto cardiaco”.

Odio i tribunali di sorveglianza quasi più della galera.
Ultimamente.

Su uno sfratto torinese: all cops are BASTARD, altro che “pecorelle”.

19 giugno 2012 2 commenti

Questa è Torino.
Questo è il nostro paese.
Questo continuerà ad essere il nostro paese se non impariamo a vivere,
a difenderci, a pretendere altro nella nostra vita e strapparglielo via.
Queste due fotografie sono state scattate questa mattina e circolano in rete grazie al CSOA Gabrio, che faceva parte del presidio antisfratto duramente attaccato oggi.

Dalle 7 di mattina Corso Cosenza è stato incaso da diverse camionette e molti agenti della Digos:
il tentativo di sfratto s’è fatto subito violento. Manganellate, spintoni e calci,
per arrivare a sfrattare Hedia, suo marito e i suoi bambini.

LA DIGNITA’ NON SI SFRATTA.
LE NOSTRE VITE NON SI MANGANELLANO.
PAGHERETE CARO.


Le “donne” dei prigionieri e la storia rimossa, la nostra storia

1 settembre 2010 19 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

Quest’articolo lo lessi che ero poco più di una bambina, a tredici anni, riportato tra le note di un libro che cambiò la mia vita (regalatomi da una mano completamente inconsapevole):
Dall’altra parte”  – l’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici- di Prospero Gallinari e Linda Santilli.
Un articolo, un “reportage”, una testimonianza scossa di una giornata passata con le “donne dei detenuti” br e non, reclusi nel carcere speciale di Trani dopo appena un mese dalla rivolta. Le compagne di uomini fatti a pezzettini dai GIS, uomini con dita denti schiene e costole spezzate: detenuti politici che avevano messo a ferro e fuoco un carcere e che ora scontavano sulla loro pelle e quella dei loro cari la repressione dello stato.
Uno stato che doveva dimostrare la sua forza: uno stato che aveva mandato i GIS a sedare la rivolta …e c’era riuscito, ovvio!, peccato che al rientro dell’operazione – nei festeggiamenti per il capodanno- il generale che aveva guidato il masssacro è stato ucciso sul pianerottolo di casa.
Quest’articolo racconta il mai raccontato, quello vissuto da chi ha avuto la vita sventrata dal carcere, dalle leggi speciali, dall’ergastolo solo perchè madre, figlio, amore di un compagno prigioniero.

La tradotta di Trani ferma a Barletta. Per Trani si cambia.
Sul marciapiede, alle sette di mattina si riversano i familiari. Perlopiù sono donne, madri, compagne, sorelle. Nei venti minuti d’attesa prima che arrivi il Roma-Bari che bisognerà prendere al volo, di corsa dal giornalaio a raccattare quotidiani, di corsa al gabinetto, di corsa al bar a buttar giù un caffè; poi dieci minuti ancora , questa volta in piedi contro gli sportelli del treno, e giù di nuovo su un altro marciapiede, quello della stazione di Trani.
Qui il femminismo non avrebbe ragione d’esistere.
Le donne dei prigionieri sono forti, gestiscono le loro azioni con autorevolezza, a tratti perfino con allegria. Di fronte al procuratore capo De Marinis, ogni sabato, da quando c’è stata la rivolta, la dignità la chiarezza la determinazione sono loro […].
Il primo sabato: le visite e i pacchi sono sospesi. Il secondo, ancora niente visite e niente pacchi.  Le donne si organizzano, attuano il blocco dei cancelli, aspettano dieci ore, circondate dai carabinieri minacciosi, e commettono un peccato d’onestà: credono all’ufficiale che promette un colloquio con il direttore se il blocco viene tolto. Naturalmente l’ufficiale non rispetta la parola. Però i pacchi passano.
Il terzo sabato, ancora visite distanziate, ancora il ritrovarsi davanti al secondo cancello. Per ogni nome chiamato passa un’ora. I colloqui dovranno essere con i vetri. NO, prigionieri e donne dicono no. […]

Si decide di nuovo il blocco dei cancelli. […]
Da tutte le parti piovono autoblindo, e carabinieri, a nugoli come le mosche. Arriva anche un funzionario in borghese, forse Digos. Dice che le manifestazioni sono proibite, dice che bisogna sgombrare se no ci pensa lui, e infatti ci pensa.
I carabinieri si schierano a pochi passi dalle donne, faccia a faccia. Rigidi e neri che sembrano lì come per un film. Comparse che non conoscono tutta la trama, ma solo il povero ruolo che le riguarda. E caricano duro.
Piovono le botte e gli spintoni, ma il funzionario capisce che la loro è solo forza fisica.[…]
Le notizie che filtrano dall’interno sono come sassi in faccia e perdono ordine e priorità, trasformandosi in una sorta di onda d’urto che spinge le donne ad agire. Guardie incappucciate, da Ku Klux Klan, chiamano per nome i detenuti, e a mano a mano che uno viene crocifisso dalla luce dei fari, giù botte. Quindici prigionieri vengono trascinati sul tetto: le guardie che li tengono chiedono alle altre, in basso, se ci sono morti o feriti tra i loro colleghi. Sono pronte, a una risposta affermativa, a buttar giù i detenuti.
Il policlinico di Bari si lascia portari via dai carabinieri i feriti gravi. Ma questo è avvenuto subito dopo la rivolta. Le donne si sono già battute per organizzare una fitta rete di controinformazione, ma tranne le trasmissioni di poche radio libere e qualche stralcio di notizia censurata dagli stessi giornalisti che la passano, all’opinione pubblica non arriva niente.
Altre notizie, sassi in faccia. I prigionieri sono ammassati in cameroni e come unica forma di protesta possibile attuano la “guerra batteriologica”, buttano escrementi e immondizie nei corridoi e dalle finestre. I feriti curati alla bell’e meglio subito dopo la rivolta peggiorano. I punti vanno in suppurazione, alcuni hanno la febbre alta e non si reggono in piedi, altri hanno le ossa rotte, le mani le caviglie, le costole.
Falco il medico della prigione, che nome meglio di così non poteva avere, non si fa vivo. Neanche il Giudice di sorveglianza. […]
Quando vengono concessi i colloqui, le donne e i prigionieri li rifiutano: si vorrebbe ancora farli parlare attraverso vetri e citofoni. Vengono pestati e trascinati all’isolamento, ma non si illudano i carcerieri che questo possa spingere i detenuti o i loro familiari alla rinuncia della propria dignità umana. Le donne stendono una denuncia. La firmano nominalmente, la portano alla procura, la presentano come legge vuole,  anche se si immaginano che finirà in un cassetto. Trasmettono altri comunicati attraverso l’Ansa, ma anche su questi cala la nebbia.
Notte e nebbia. Nacht und Nebel sulle carceri speciali.
Notte e nebbia sulle coscienze. Nel paese delle interrogazioni parlamentari non si alza una sola voce, fosse anche semplicemente per chiedere. Ma di quello che accade o che potrebbe accadere nei lager di questa repubblica qualcuno dovrà pur rispondere.

Laura Grimaldi
Il Manifesto

29 Gennaio 1981

[A mamma Clara, a suo figlio Bruno]

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

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