L’infinito inizia.


“Disegno della tua voce nella riva del sogno,
scogliere di cuscini con quest’odore di costa vicina,
quando gli animali buttati nella cala, le creature di sentina
odorano l’erba e per i ponti si arrampica
un tremito di pelle e di furioso godimento.
Allora mi capita di non conoscerti, aprire l’occhio di questa lampada
a cui sfuggi coprendoti il viso con i capelli,
ti guardo e non so più
se ancora una volta affiori dalla notte
con il disegno esatto di quest’altra notte della tua pelle,
con il ventre che palpita la sua respirazione soave
abbandonata appena nella nostra tiepida spiaggia
da un leggero colpo di risacca.
Ti riconosco, salgo per il profumo dei tuoi capelli
fino a questa voce che nuovamente mi sollecita,
contempliamo
nello stesso tempo la doppia isola sulla quale siamo
naufraghi e paesaggio, piede e arena,
anche tu mi sollevi dal nulla
con il tuo sguardo errabondo sul mio petto sul mio sesso,
la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri.
Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra
e tu gettata nelle alghe fingi l’ombra del mio corpo,
quando la sua angusta fronte ferisce le pietre e proietta
come un fragore di voragine all’altro lato, un territorio
che inutilmente investe e brama.
Ombra della mia luce, come raggiungerti,
come inguainare questo balenio nella tua notte!
Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni,
una pelle che si raffreddava e scendeva, un ritmo rotto,
si muta in convivenza, parola d’ordine, strappo
del vento che si infrange contro la vela bianca,
il grido della vedetta ci esalta,
corriamo insieme fino a che la cresta
dell’onda zenitale ci travolge
in una interminabile cerimonia di spume,
e ricominciano i naufragi, il lento nuoto verso le spiagge,
il sogno bocconi fra meduse morte e i cristalli di sale
dove arde il mondo.”
Julio Cortazar

Qalat al-Jabar, Syria

Foto di Valentina Perniciaro -AFFACCIATI SULL'EUFRATE-
          Qalat al-Jabar, Siria, Agosto 2003
  1. 22 maggio 2008 alle 15:50

    Poesia scabra del meno ispirato Cortazar ma di effetto “scenico” come molta lirica sudamericana coeva (eccettuate le serissime visioni borgesiane, il realismo magico ha generato mostri editoriali)
    “la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri” è davvero un bel lemma: c’è tutta la forza della violenza del fare-donna, di quel lenire ferite che un certo femminismo erotico (quantomai d’antan) detta a letto e purtroppo – in casi di raro revisionismo barbaro- anche nella vita. Bravissima Valentina, sei riuscita dove gli altri non osano nei blog, cioè rendere poetico tutto il tuo disprezzo per la singolarità dell’uomo. L’oggetto- uomo è perciò il nuovo cliché, ancor più di pessimo gusto, volgare e becero della donna-oggetto (ormai quasi un tormentone deamicisiano, da Libro Cuore).
    Ce ne fossero di persone innamorate della libertà come te: tutto libero, persino machete e manette e una bella frusta. Liberiamoci dalle pastoie del Male, quel male di buon gusto che non serve più. Un Cortazar mal tradotto, o peggio mal glossato riesce comunque a dire molto di te: brava, spirito libero privo dei legacci della buona volontà, nichilista e autarchico quanto basta: per i propri affari, insomma. Brava Valentina, volgiamo essere liberi e soprattutto vogliamo che liberamente ci si possa esprimere sulle idee di tutte e tutti, soprattutto quelle sbagliate. ma l’eco di un blog purtroppo non risuona come quello dei giornali. O no?

    "Mi piace"

  1. 26 agosto 2011 alle 15:19

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