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Archive for 16 dicembre 2011

Torture e “De Tormentis”: arriva l’interrogazione parlamentare

16 dicembre 2011 7 commenti

L’interrogazione presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini
Le torture ai militanti Br arrivano in Parlamento

di Paolo Persichetti
Liberazione 17 dicembre 2011

Approda in parlamento la storia delle torture impiegate da alcune squadre speciali del ministero dell’Interno, indicate dall’ex commissario (oggi questore) Salvatore Genova, uno degli autori delle indagini contro le Br nei primi anni ’80, col nome ripreso da alcuni cult movie del cinema, “I cinque dell’ave maria” e “I vendicatori della notte”, per fronteggiare i gruppi che praticavano la lotta armata come le Brigate rosse, tra la fine fine degli anni ’70 e i primi anni ’80.

Grazie, come sempre, a Carlos Latuff

Una interrogazione parlamentare al ministero dell’Interno e della Giustizia è stata depositata dalla deputata radicale Rita Bernardini.
Il testo prende spunto dalle rivelazioni contenute nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si riportano le ammissioni del funzionario dell’Ucigos (l’attuale polizia di prevenzione), conosciuto con l’eteronimo di “professor De Tormentis”, che guidava la squadra di poliziotti provenienti dalla mobile napoletana addestrati a varie tecniche di tortura e violenze psico-fisiche, tra le quali il waterboarding, l’annegamento con acqua e sale.

Nel libro di Rao l’ex commissario della Digos Salvatore Genova racconta in questo modo il trattamento riservato a Nazareno Mantovani, uno dei primi fermati durante le indagini per il rapimento del generale Nato Dozier: «Fu spogliato, disteso supino su un tavolo di legno e legato alle quattro estremità, con la testa e la parte superiore del tronco che uscivano fuori. Le persone che lo circondavano erano tutte incappucciate. Urlavano, minacciavano, annunciavano cose terribili […] uno teneva la bocca del prigioniero aperta e gli chiudeva il naso, un altro gli teneva la testa, mentre un terzo cominciò a versare in maniera sistematica, ritmica e controllata acqua e sale, attraverso una cannula inserita in gola in maniera sapiente. Mezzo litro, si fermava qualche decina di secondi per dar modo a Mantovani di non soffocare e poi ricominciava […] Mantovani non parlò. Dopo un’ora e mezzo di trattamento il professore decise di sospenderlo. Il sospetto brigatista era già svenuto due volte e c’era il rischio che ci rimettesse la pelle».
Alla fine dello spettacolo, un paio di uomini di Genova dissero al loro capo che se ne tornavano a casa. Non se la sentivano di assistere ad una cosa del genere.

L’interrogazione della parlamentare del partito radicale si avvale anche dell’inchiesta pubblicata da Liberazione l’11 dicembre scorso riportandone ampi stralci, in particolare la testimonianza e soprattutto la dettagliata descrizione del curriculum professionale, culturale e politico del personaggio, di facile identificazione, che si cela dietro il lucubre soprannome ripreso dal celebre Tractatus De Tormentis, scritto da un anonimo criminalista di scuola bolognese sul finire del 1200 (la datazione tuttavia resta incerta secondo altri studiosi), ultracitato dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame, e nel quale si inquadra la tortura all’interno di un sistema di minuziose regole procedurali funzionali a dare corpo alla «regina delle prove»: la confessione del reo.
Nel testo si chiede se il ministro di competenza «non intenda verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenga opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Rita Bernardini vuole anche sapere dal governo se intenda «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi sia l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari».
L’obiettivo è quello di arrivare all’adozione urgente di provvedimenti che contrastino ogni manifestazione di violenza non giustificabile sui cittadini da parte di funzionari delle Forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni. Un fenomeno in netta recrudescenza come dimostrano i molti casi di cronaca recenti.

QUI LA SEZIONE TORTURA, con altri articoli su De Tormentis e le sue gesta :LEGGI

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Strage razzista a Firenze: un’intervista alla vedova di Modou

16 dicembre 2011 1 commento

Vi giro con piacere e dolore queste righe, scritte da Khadidiatou Sonko, sul quotidiano senegalese Walf Grand Place, due giorni fa.
Poche righe che ci danno la possibilità di capire, anche solo vagamente cosa sono le vite di queste persone, che arrivano qui in modi assurdi (quando arrivano) per poi vivere nell’esclusione sociale, sottoposti alle nostre leggi sui migranti che li rendono rei, colpevoli di muoversi.
Camminano con una condanna sulla testa, in attesa di un decreto d’espulsione, senza documenti che gli permettono di tornare a casa…per far l’amore con la propria compagna, per conoscere i propri figli o salutare i propri genitori morti.
E poi, finire ammazzati da un fascista di merda

“Son 13 anni che non ho più visto mio marito”

Il dramma di Firenze dove un militante di estrema destra ha aperto il fuoco su degli emigrati senegalesi ha seppellito tutti i sogni di Kene Mbengue, vedova di Modou Samb. Questo emigrato, ucciso l’altro ieri, non avrà mai più l’opportunità di rivedere sua figlia nata dopo la sua partenza per l’avventura e che oggi ha 13 anni.
Quando suo marito la lasciò nel 1999 per andare a provare l’avventura in Europa, Kene Mbengue era incinta di 3 mesi. è dopo la partenza di suo marito Modou Samb che ha dato alla luce una figlia che oggi ha 13 anni. Solo che Kene non ha più visto suo marito. E sua figlia non avrà mai l’opportunità di assaporare il piacere di sedersi sulle gambe del suo papà. Modou Samb è stato ucciso l’altro ieri da un razzista folle che ha aperto il fuoco su degli emigrati senegalesi a Firenze in Italia. Modou Samb é infatti uno dei Senegalesi ucciso da un certo Gianluca Casseri che si è, tra l’altro, dato la morte. Kene Mbengue e la sua famiglia, che aspettavano con impazienza il ritorno di Modou, vivono nel dolore da martedì.

Nato a Mont-Rolland, località situata a 17 km al nord di Thies, Modou Samb era un sostegno per la famiglia. La sua morte è una pesante perdita per la sua famiglia, ma anche per i suoi amici. Raggiunta al telefono grazie a un fratellastro del suo defunto marito, la vedova di Modou Samb, ancora in lacrime, racconta come ha saputo della triste notizia. Kene Mbengue: “è uno dei suoi amici che mi ha chiamato per dirmelo. all’inizio, credevo che fosse per dirmi che mio marito non aveva spedito dei soldi”. Ma, Kene, che aspettava un invio di denaro apprende la più triste delle notizie. “Ma, a mia sorpresa, mi ha detto che mio marito era morto”, piangendo alla cornetta. Secondo la vedova, erano almeno 13 anni che non vedeva suo marito. “L’ultima volta che l’ho visto è stato nel 1999. Ci eravamo appena sposati. Dopo soltanto tre mesi di vita coniugale, è partito in Italia. Non è mai tornato”, confida Kene Mbengue, con una pena che si sente forte nella voce. Ha  una sola figlia con suo marito. Ora ha 13 anni. Nonostante il dolore, Kene testimonia: “Mio marito era un buon sposo che si occupava bene della sua famiglia e che ci chiamava sempre. E ci spediva regolarmente dei soldi”.
Amico d’infanzia di Modou Samb, Moussa Faye, poliziotto a Malick Sy, continua nello stesso senso. “Modou Samb era un buon amico. L’ho visto l’anno scorso durante le mie ferie. Ero partito in Italia. Si preoccupava constantemente della sua famiglia, voleva il meglio per loro. è una perdita enorme per noi”.

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