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Torture: la storia di Francesco Giordano, tra martellate e finte esecuzioni

5 dicembre 2011 2 commenti

FRANCESCO GIORDANO,
arrestato a Milano il 7 ottobre 1980 dai Carabinieri, nell’ambito dell’inchiesta sulla Brigata 28 marzo

“Diciotto anni fa, nel mese di ottobre, esattamente martedì 7 er erano le ore 20, venivo arrestato a Milano in viale Premuda, difronte al cinema Cielo, su segnalazione di Mario Marano, mio coimputato.
Quelli che mi arrestarono erano in borghese e dopo il fermo mi fecero salire in un furgone con targa civile: ero ammanettato, seduto sopra una sedia ed accanto vi era un tavolino.
Con il furgone raggiungemmo il parcheggio della caserma dei Carabinieri di via della Moscova e da lì venni trasferito dentro una autovettura.
Con queta mi portarono sempre all’interno di una caserma posta sicuramente fuori Milano.
Dopo l’aresto, che certo non du tra i più canonici, se noni quel periodo per i comunisti, venni torturato, all’interno di quella caserma,che ancora adesso non saprei riconoscere.
Nel mio caso la tortura cosistette in quello che già all’epoca descrissi in una lettera fata recapitare al quotidiano Lotta continua e pubblicata il 6 dicembre 1980, a quasi due mesi dal mio arresto.
Lettera che, una volta resa pubblica, nessun magistrato “democratico” volle, con grande rigore, mai prendere in considerazione, anzi alcuni di questi furono gli organizzatori, certo sapevano ed hanno coperto i torturatori.
Dalla lettera: “Uno di loro mi prese a schiaffi mettendosi a cavalcioni sul mio petto (ero sdraiato), gli altri tre urlarono e mi schiacciarono i testicoli. Qualcuno disse al brigadiere della caserma di prendere il martello (di gomma, quello che si usa nei campeggi)e con questo mi picchiarono sui piedi. Quando finirono continuarono a dirmi che dovevo confessare. Prima di andare via mi fecero spogliare (rimasi solo con le mutande).”
Ancora nella mia lettera: “Arriviamo in un posto deserto, credo sia quasi mezzanotte, comunque è buio, mi fanno scendere dalla macchina chiedendomi se nel tragitto avessi cambiato idea,
perché mi restava poco tempo. Sempre con la pistola puntata contro di me insistono per farmi parlare”.

Questi, alcuni momenti, poi mi lasciarono in assoluto isolamento verso l’esterno per 38 giorni, poco cibo, tante minacce ed offerte di collaborare. Ancora adesso non ho una percezione esatta del tempo, ma credo che completamente nudo (solo con le mutande) ci rimasi per 5/6 giorni.
Ero in una piccolissima stanza senza finestre, sopra un materasso appoggiato in terra ed una coperta di quelle militari.
In questo posto mi davano poco o niente da mangiare e continuamente venivano a trovarmi diversi carabinieri, penso quelli di turno, che cercavano di convincermi a collaborare, dopo essersi informati di quelle che erano le accuse contro di me. E’ mio ricordo che non tutti fossero al corrente di queste accuse.
Da questa caserma, che ancora non saprei indicare, mi potrarono successivamente in quelal che certamente era vicino Arese, per interrogarmi. Nella stanza vi erano diverse persone,  qualcuno lo avevo già visto perché tra quelli che mi avevano arrestato, gli altri mi erano sconosciuti. In quella occasione mi hanno fatto più e più volte ripetere la mia storia politica, quella che fino a quel momento avevo raccontato, cioè la militanza in Lotta continua […]; tra l’altro anche quella sera mi ripeterono i nomi di SergioSegio e Gianni Stefan, di cui poi la redazione di Lotta continua, quando pubblicò la lettera, preferì mettere solo le iniziali.
[…]
Quando mi portarono via, appena usciti dalla caserma dissero che mi conveniva collaborare, che altrimenti avrebbero continuato passando ai fatti. Prima di questa frase effettivamente uno di quelli che aveva partecipato al mio arresto aveva parlato via radio con qualcuno, ovviamente non ho capito chi ci fosse dall’altra parte, ma le frasi riportate nella lettera le avevo sentite molto bene.
Adesso ripensandoci mentre scrivo non ricordo di aver avuto pensieri particolari in quei momenti, cioè quando,al buio mentre piovigginava mi fecero inginocchiare per terra facendo finta di spararmi;[…] tutto ciò accadeva prima di esser trasferito nella Caserma della zona Fiera, sempre a Milano.
Fu in quel posto, invece, che venni interrogato per la prima volta con la presenza del mio avvocato, duramente zittito più volte dall’onnipresente dottor Spataro perché aveva osato chiedere se avevo subìto altri interrogatori precedentemente, senza di lui o altri avvocati.
Rimasi in questa caserma per alcune settimane ed è solo alla fine di questo tempo ( in totale 38 giorni) che venni, con mio grande sollievo, trasferito nel carcere di San Vittore.
[…]
Occorre dire con estrema chiarezza che l’episodio da me testimoniato è stato uno frai tanti; molti altri ne sono stati denunciati con grande precisione e puntualità da chi li ha subìti, pur nella difficoltà di allora e devo dirlo con amarezza, in solitudine, perché gli impegnati e poetici democratici di oggi, in quel tempo preferivano stare dalla parte del potere.
La tortura contro i comunisti ha voluto dire quanto ho scritto sopra, ma anche uso di elettrodi, acqua e sale che veniva fatta bere a litri ai compagni, violenze sul corpo delle compagne ed altro, sempre denunciato, fino agli arresti degli avvocati che ci difendevano o le minacce fatte ai familiari.
Ancora occorre ricordare che questi metodi continuavano poi durante la carcerazione. Le carceri speciali o alcune sezioni delle principali carceri erano gestite in maniera autonoma e fuori dal normale circuito.
Di contro, ricordiamo i contratti tra giudici e delatori.
Voglio precisare che dopo l’incontro con il PM Armando Spataro, sincero democratico, non sentii mai più il desiderio di denunciare quanto avevo subìto; il signore sopradescritto mi aveva fatto ben capire che era perfettamente inutile, che loro si muovevano in assoluta libertà in quel genere di illegalità…”
Testo tratto da “Le torture affiorate” -Progetto Memoria- Edizioni Sensibili alle Foglie-

DELLA TORTURA: dove leggere altro materiale
Diamo un nome a De Tormentis??

Torture in Italia, atto I : quando si torturavano i tipografi…

5 dicembre 2011 24 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

L’anno delle torture argentine nelle celle di sicurezza e nei furgoni bianchi, compiute sui corpi dei prigionieri politici italiani è il 1982.
Abbiamo parlato spesso di quell’anno nero della nostra storia recentissima: anno in cui i “5 dell’Ave Maria”, guidati dal loro Dott. De Tormentis (di cui ci piacerebbe tanto scoprire il nome…ma siamo nel paese dei maniaci del “mistero”… siamo certi che un Lucarelli, un Fasanella, e compagnia bella si faranno in quattro per metter luce su questo NON mistero facilmente scoperchiabile) torturavano con tecniche precise e meticolosamente studiate i brigatisti catturati.

La storia che leggerete poche righe più sotto è un po’ l’apri pista delle torture, del waterboarding e di tutte le privazione compiute successivamente:
Enrico Triaca viene arrestato molto prima dell’anno argentino, nel maggio del 1978, ed oltretutto non è un uomo sospettato di esser parte di un “gruppo di fuoco”, è un tipografo e quella è la funzione che svolge all’interno dell’organizzazione armata.
Il tipografo.
Che può “vantare” d’esser stato il primo torturato delle Brigate Rosse…oltretutto denunciato e condannato per calunnia quando ha avuto il coraggio di raccontare quel che il suo corpo aveva subito. (Mi piace specificare la parola “corpo”, perché in questi anni di studi, racconti e letture sulla tortura la sola cosa che ho capito è che la testa non la torturano, che quella è capace di resistere… che è anche in grado di contare, per razionalizzare ciò che avviene sul proprio corpo, per discostarsene, per gaurdarsi da lontano, per dare un tempo a quel che accade e sapere che poi la sessione di tortura finirà, come quella precedente.La tortura ti vuole vivo, la tortura non vuole ucciderti: c’è chi è stato più forte di lei, chi ce l’ha fatta, chi neanche in quel modo ha aperto la sua bocca…per quello parlo di corpi…solo di corpi…solo quello è torturabile).
Ma ora…facciamo parlare Enrico Triaca, tipografo torturato

RICOSTRUZIONE GIORNALISTICA DELL’ESPERIENZA DI ENRICO TRIACA, Il Manifesto, 20 maggio 1982

“Esiste la tortura in Italia? Credo purtroppo che bisogna rispondere positivamente e non da oggi. Un caso, estremamente interessante, anche perché può essere ricostruito nei dettagli, essendo ormai gli atti tutti pubblici, è quello di Enrico Triaca, il tipografo delle BR che il 7 Novembre 1982 è stato condannato dalla 8° sezione del Tribunale di Roma, quale responsabile del delitto di calunnia “perché nell’interrogatorio reso al consigliere istruttore presso il tribunale di Roma il 19 Giugno 1982 quale imputato di partecipazione a banda armata e di altri reati, incolpava ufficiali e agenti di polizia giudiziaria di PS, sapendoli innocenti, di averlo costretto con torture fisiche a rendere dichiarazioni ammissione di responsabilità proprie ed altrui, il 17-18 maggio 1978”.
Triaca venne arrestato il 17 Maggio 1978 nella tipografia di Pio Foà a Roma. Nominò immediatamente l’avvocato Alfonso Cascone.
Dagli atti risulta:
1) che il Triaca venne interrogato il 17 maggio ore 17,50 nei locali della Digos da due ufficiali di Pg. Il verbale consta di sei facciate dattiloscritte a spazio uno. In esso non vi è alcun cenno al fatto che il Triaca è imputato, né al suo difensore.
2) che in data 18 maggio 1978 Triaca ha rilasciato “spontaneamente e personalmente ” una dichiarazione dattiloscritta davanti ad altro ufficiale di polizia giudiziaria, connettente affermazioni accusatorie nei confronti di terzi;
3) che in pari data il Triaca rilasciò altra dichiarazione accusatoria
4) che alle ore 22 di quello stesso giorno Triaca fu interrogato nel palazzo di giustizia dal consigliere istruttore su mandato di cattura dello stesso, in presenza del difensore Luigi De Cervo, del foro di Roma, nominato d’ufficio. Presente in quanto il Triaca revoca quello da lui nominato in precedenza
5) che il 19 maggio negli uffici della questura di Roma (non è indicata l’ora) Triaca viene interrogato da altro GI, in assenza di qualsiasi difensore. Dal verbale risulta avv. Maria Caurasano con revoca di ogni altra nomina.
Ma la Causarano non risulta presente, né vi è alcuna annotazione riguardante la urgenza di procedere senza aver avvisato il difensore. A questo punto, secondo i difensori attuali, del Triaca si perdono le tracce: né loro, né i parenti del detenuto riescono a sapere alcunché, sino a quando il 9 giugno nel carcere di Rebibbia il consigliere istruttore interroga il Triaca in presenza dell’avv. Cascone, suo difensore originario di fiducia. Nel verbale risulta che Triaca a domanda risponde di aver scritto una dichiarazione dettagliata da una persona della Questura, il cui contenuto però corrispondeva alle sue dichiarazioni.
In un successivo interrogatorio del 19 giugno, Triaca puntualizza: “Ritratto tutto quello che ho detto perché mi è stato estorto con la tortura”.
Domandato risponde: “Potevano essere le 23 e 30 quando fui portato giù e fatto salire su un furgone ove si trovavano due uomini con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Ad un certo punto fui fatto scendere e sempre bendato salii dei gradini. Sempre bendato venni legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca.
Ritengo che mi versò l’acqua in bocca per non farmi respirare. Inoltre per due volti qualcuno mi gettò in bocca della polverina.
Non so indicare il sapore di questa polverina. Rimasi legato per circa 30 minuti, mentre le persone che mi erano accanto che io non vedevo, perché ero bendato, mi incitavano a parlare. Quindi fui slegato, fui massaggiato e venni rivestito (infatti prima di legarmi mi avevano denudato). Fui portato fuori sempre bendato.
In questura mi tolsero le bende, dico meglio, dentro il furgone mi tolsero le bende, e mi consegnarono in questura, a due agenti che mi portarono in camera di sicurezza. il giorno dopo mi portarono in un ufficio della questura e mi fecero scrivere a macchina una dichiarazione in due fogli. Preciso che la prima dichiarazione la battei a macchina da me la mattina, e l’altra dichiarazione su altro foglio fu scritta da me a macchina in pomeriggio”.
L’imputato ha appena finito di rendere le sue dichiarazioni che il consigliere istruttore  gli contesta di essere indiziato del delitto di calunnia.

Il 4 luglio 1978 il Pm ordina la cattura per calunnia. Triaca, interrogato il girno dopo dichiara: “Confermo quanto ho dichiarato il 19 giugno 1978 al consigliere istruttore Gallucci; preciso che non ho visto particolarmente in faccia, nella semioscurità del furgone, i due agenti che mi ci fecero salire, il cui viso era oltretutto occultato dal casco. Non ho nemmeno badato ai connotati degli agenti che in questura mi portarono in camera di sicurezza, dopo la tortura, né a quelli che, dopo avermi tolto le bende, mi consegnarono ai suddetti agenti. Il fatto che io nei giorni successivi abbia confermato ai magistrati inquirenti tutto quanto avevo in precedenza dichiarato, fornendo anche ulteriori particolari, si spiega col fatto che per vari giorni ho agito nella sfera di intimidazione derivante dalla tortura subita, anche quando mi trovavo in ambiente del tutto estraneo a quello della questura.”

Gli ufficiali o agenti di PG che presero in consegna il 17 maggio Enrico Triaca, dopo che fu interrogato dai due funzionari di PS, non sono mai stati individuati. Durante il processo, celebrato col rito direttissimo, lo stesso Spinella dirigente della Digos, dichiarava che era impossibile identificare gli agenti che erano addetti alla camera di sicurezza sulla scorta di appositi registri.
Senonché, avendo il tribunale disposto che i registri venissero esibiti in visione, la questura rispondeva che non esistevano. Il tribunale, subito acquietato, emetteva la sentenza di condanna ad anni 1 e mesi 4 di reclusione.
Nella motivazione sostiene che non ci sono state torture in quanto già nell’interrogatorio regolarmente verbalizzato il 17 maggio (il primo) l’imputato aveva parlato.
Perciò non vi era ragione perché gli agenti gli usassero violenza. Dimentica però il tribunale che in un caso Triaca aveva parlato di sue responsabilità e nell’altro di responsabilità di terzi (il che per un appartenente ad un’organizzazione non è cosa di poco conto).
[…]
I metodi usati per Triaca (emarginare e se possibile far revocare i difensori scomodi – custodire gli arrestati in luoghi speciali, difficilmente controllabili) pare siano serviti poi da modello per i pentiti o per ottenere i pentimenti.

Risvolto di poco rilievo dell’uso distorto delle procedure e poi l’acquiescenza quasi generale degli organi di informazione.
L‘Unità dell’8 novembre 1978 per esempio arrivò a pubblicare la notizia della sentenza di condanna con commenti di questo genere: “il caso Triaca, dunque, è chiuso, anche perché persino uno dei difensori, ieri ha lasciato capire che il truculento racconto del brigatista è stato un bluff“.
Gli avvocati difensori hanno proposto querela per diffamazione, ma la querela è già stata archiviata.

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

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