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Alaa scrive alla sua compagna e a suo figlio appena nato: da una cella

15 dicembre 2011 5 commenti

Questa lettera è stata scritta in una cella,
luogo capace di creare delle lettere d’amore uniche, piene di carne, di baci, di tatto, di strazio: le lettere d’amore da o per il carcere, sono la cosa che più lacera il mio cuore, son quello che ha cambiato la mia vita…
Quando conosci quella sensazione di privazione forzata non te ne liberi più, perché hai scoperto che la carta è carne, che lo diventa facilmente…immagino quante lacrime siano scese sul volto di Manal quando ha letto queste righe, immagino il modo in cui ha stretto suo figlio, in cui ha tenuto le sue manine nella sua, apparentemente enorme.
E allora il mio pensiero va a loro due, ad una madre privata della gioia di dividere l’emozione più bella con l’uomo che ama,
ad un padre…che non ha ancora sentito l’odore della pelle di suo figlio.
NO AI TRIBUNALI MILITARI
NO AL CONSIGLIO SUPREMO DELLE FORZE ARMATE
EGITTO LIBERO, ALAA LIBERO!

Om Khaled,

Mia partner, mia amica, mia metà, mio amore, madre dei miei figli, mio supporto in vita. MI MANCHI, TI AMO.

L’unica ragione per cui tollero di stare separato da te viene dal tuo supporto.
Ho le fotografie, sono confuso in merito a ciò che provo ora ma anche felice. Non è corretto che io non possa stare con te per confortarti, non è giusto che io debba aspettare te per stare bene e che sia tu a dover confortare me. E’ oltremodo scorretto che non posso tenere in braccio Khaled per ore come potei a suo tempo tenere in braccio innumerevoli neonati, dando amore e attenzioni a figli e figlie di amici e parenti. Ancora non posso fare lo stesso con mio figlio.

Vorrei sapere quanti anni potrà avere Khaled quando finalmente riuscirò ad uscire da qui, mi piacerebbe sapere.. cos’altro mi perderò? Le sue manine? La prima volta che stringerà le sue piccole dita? La prima volta in cui realizzi che i suoi occhi si stanno focalizzando su di te? O andrà ancora peggio ed io non potrò vedere il suo primo sorriso?

Che cosa si prova a tenerlo tra le braccia? Qual’è il suo odore? Com’è il suono del suo pianto?

Mio figlio, nostro figlio, il nostro piccolo Khaled.
Ho mostrato le fotografie a tutti nella cella, sono davvero felici per me ma come tutto per me in questa prigione, mi rende ancora più solo e mi fa sentire la solitudine.
Ho pensato molto alla nostra vita in Sud Africa al semplice piacere di stare insieme vivendo una vita semplice e piacevole, sempre continuando a fare un buon lavoro. Commentavamo spesso quanto la gioventù Egiziana aspiri solamente ad avere una casa ed una famiglia ed un lavoro per potersi sostentare. Succederà quando la popolazione avrà i suoi diritti, il giorno in cui potremo godere di poter essere una famiglia in Egitto con certezze per il futuro, felici nella nostra tranquillità e realizzati nei nostri lavori, sarà il giorno in cui la rivoluzione sarà finita.

Fino a quel momento per ottenere ciò dobbiamo restare uniti affrontando qualsiasi cosa la vita ci faccia capitare, sapendo che fin quando tutti saremo uniti, tutto sarà perfetto.
Mi manchi da morire, immagino che tu conosca questa sensazione, sono sopraffatto da quanto ciò è diventato scorretto e senza senso a questo punto, ma sò che siamo entrambi in buone mani, Khaled è protetto dall’amore incondizionato non solo dei suoi genitori ma di moltissime famiglie e centinaia di zie e zii, crescendo spero possa apprezzare tutto questo.

Alaa,
6-12-2011
cell 6/1 ward 4
Tora prison

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NO all’incarcerazione di Christa Eckes

15 dicembre 2011 5 commenti

Il 1° dicembre 2011 la Corte d’appello di Stoccarda (Oberlandsgericht Stuttgart) ha deciso che l’ex militante della Rote Armee Fraktion (RAF) Christa Eckes deve essere imprigionata per 6 mesi poiché si rifiuta di testimoniare.
La ‘Beugehaft’ è la carcerazione coercitiva prevista dal codice tedesco per costringere un testimone a rivelare quanto di sua conoscenza. Christa è gravemente malata, in cura per leucemia, e questo ordine di carcerazione potrebbe essere la sua condanna a morte.

Scrive il blog dedicato keinebeugehaft :

La nostra amica e compagna Christa Eckes deve andare in prigione perché la corte d’appello ha accolto la richiesta della Procura federale.
Nell’agosto scorso è stata diagnosticata a Christa una leucemia linfatica acuta, e dall’inizio di settembre viene trattata con chemioterapia e radiazioni nella clinica dove è ricoverata e dove lotta per la propria vita.
Una incarcerazione interromperrebbe il trattamento, mettendo in serio pericolo la sua vita. La misura coercitiva che è stata ordinata la mette quindi in rischio coscientemente e cinicamente.
Dal 30 settembre 2010 è in corso a Stoccarda un processo di quelli con grande messinscena mediatica, contro Verena Becker, ex militante della RAF.
Oggetto della procedura è l’esecuzione nel 1977 del Procuratore generale federale Buback. Benché Christa fosse all’epoca dell’attentato già in carcere da anni, è stata, come altri ex militanti della RAF, convocata alla Corte federale di Karlsruhe come testimone in preparazione di questo processo.
Si è rifiutata di rilasciare dichiarazioni, e già su richiesta della Procura federale le appiopparono 6 mesi di ‘Beugehaft’, misura che venne però poi ritirata.
Nel settembre 2011 è stata di nuovo convocata come testimone dalla corte d’appello di Stoccarda. Il certificato medico che precisava natura e gravità della malattia non ha trattenuto la Corte dall’ordinare un’interrogatorio forzato nei locali dell’ospedale. Christa era sottoposta proprio in quel momento ad una infusione di chemioterapia, ma malgrado l’esplicita ingiunzione del primario che l’interrogatorio non durasse in nessun caso più di 30 minuti, la procedura continuò per quasi un’ora.
Christa ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni, e la Corte d’appello ha ordinato, il primo dicembre, sei mesi di carcerazione. Prima dovrebbe comunque essere accertata la sua ‘incarcerabilità’.
La decisione del tribunale è stata trasmessa per fax alla sala dell’ospedale, dove poteva essere letta da ogni passante. Il 9 dicembre le è stato notificato l’inizio della carcerazione coercitiva. Si deve presentare entro il 23 dicembre 2011 al centro medico di esecuzione pena di Hohenasperg presso Stoccarda. La sua incarcerabilità non è stata accertata.
Risulta assolutamente chiaro che in carcere Christa non potrà proseguire la terapia che le permette di sopravvivere -neanche in uno dei centri medici penitenziari, che più che curale, mettono le persone sotto pressione. E poi è molto importante per Christa, in questa situazione estrema, la vicinanza e lo scambio con le amiche, gli amici e la sua famigglia -l’essere circondata da persone che le fanno bene.
Il successo del suo trattamento è già comunque sul filo del rasoio, ed ora viene pure ad aggiungersi la minaccia della giustizia.
(…)
Col processo contro Verena Becker la furia persecutiva della giustizia non arriva alla fine. Altre procedure contro ex militanti della RAF, già condannati, sono state avviate.
Ora bisogna attivarsi, Christa ha bisogno di voi tutti!
Siate rumorosi ed inventivi, protestate!
Esprimete la vostra indignazione!
Chiediamo la revoca immediata della carcerazione coercitiva!
Giù le mani da Christa!

Conto di solidarietà
I costi finanziari per Christa possono crescere in modo enorme, poiché le spese giudiziarie, compreso il carcere, le verranno fatturate direttamente.

Förderverein für antifaschistische Kultur (Associazione di sostegno alla cultura antifascista)
Konto Nr.222 664 15
Banca: Sparkasse Karlsruhe, BLZ 660 501 01
IBAN: DE92660501010022266415
causale di versamento: Beugehaft

Aggiungiamo gli indirizzi per protestare direttamente presso la Corte d’appello di Stoccarda (OLG è per Oberlandsgericht):
OLG 6. Strafsenat
Richter Wieland
Olgastr. 2
70182 Stuttgart

per fax: +49 721 81083848
per e-mail: poststelle@olgstuttgart.justiz.bwi.de

Questi ultimi indirizzi sono tratti da un messaggio di informazione dell’11.12.2011 in cui si legge:

Christa è in ospedale, gravemente malata. Da agosto è sottoposta a chemioterapia, con una probabilità di sopravvivere del 50%.
In una condizione che normalmente fa rilasciare i detenuti perché non carcerabili, dovrebbe ora andare in prigione!
Non si tratta tanto di ottenere che rilasci una qualche dichiarazione, quanto piuttosto di spezzare qualcuno che difende la propria storia e non collabora con i funzionari di Stato.
Di tutti gli ex militanti della RAF convocati a questo processo, nessuno ha parlato. E nessuno ha per questo ricevuto una ‘Beugehaft’.
Il tribunale vuole finire prossimamente il processo e per la conclusione fa pressione su Christa, che sta tra la vita e la morte, per farla collaborare.
Questa è l’esatta definizione di tortura.

Parla o t’ingabbio
Tortura, vi pare una espressione troppo forte?
E che ne dite della definizione della Beugehaft, l’incarcerazione del testimone renitente, data da un procuratore tedesco del 1989: si tratta di una… “misura educativa” (Erziehungsmassnahme)!
Legalmente è una misura coercitiva che non pretende di educare al nazismo, è il cosiddetto ‘arresto coercitivo’ (Erzwingungshaft‭“‬) previsto dall’art. 70 del codice di procedura penale tedesco per chi rifiuta di testimoniare, senza disporre di un diritto a non testimoniare. Può durare al massimo sei mesi ed essere applicata una sola volta nella stessa procedura.
L’arresto coercitivo viene usato soprattutto nei procedimenti per partecipazione ad associazione sovversiva o terroristica, come strumento per fomentare la desolidarizzazione dei militanti dei gruppi di sinistra. Lo riconobbe esplicitamente la Procura federale nel 1987 argomentando che occorreva ‘rompere l’azione collettiva per mezzo della Beugehaft’.
Resta che coercitivo significa ‘che impone sulla volontà altrui, con l’uso della forza o del ricatto’.
Le dichiarazioni così ottenute, che valore potranno mai avere? Il fine dichiarato è proprio mettere la persona nella condizione di dichiarare qualsiasi cosa pur di uscirne.
E quale impalpabile differenza può distinguere quelle dichiarazioni coercitive da quelle ottenute mediante ‘tortura’? L’unico aspetto mancante è la minaccia di morte, che, vera o presunta, sempre distingue la tortura.
E qui siamo al caso di Christa Eckes, seriamente minacciata di morte dall’ordine di arresto coercitivo. No, non è ‘troppo forte’ parlare di tortura in questo caso.

Nella memoria degli episodi di uso politico del metodo dell’arresto per ottenere dichiarazioni, era rimasto forse solo quello, ma dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, di Bernardine Dohrn.
La dirigente dei Weather Underground uscì dalla clandestinità all’inizio degli anni ’80, e le accuse principali contro di lei vennero ritirate perché l’FBI aveva passato ogni limite nel tentare di catturarla, così da invalidare gli atti. Venne però poi arrestata per rifiutarsi di collaborare nel caso di una violenta rapina ad un furgone blindato attuata dal Black Liberation Army (BLA) con l’appoggio di alcuni militanti che venivano dai Weathermen. Per Comptent of Court venne imprigionata per sette mesi, dopodiché dovettero ammettere che non v’era alcuna possibilità che cambiasse idea e collaborasse, neanche tenendola per il massimo di 18 mesi, e, coprendola di insulti, la rilasciarono. La pena sarebbe passata da coercitiva a punitiva, dissero (qui la sentenza).

Appare insomma che l’uso politico di questa misura, in sé piuttosto barbara, abbia soprattutto il senso di vendetta impotente, del ‘ti faccio comunque pagare qualcosa, sporco sovversivo’.
Nel contesto tedesco attuale, è difficile dare un senso diverso a quanto accade. Attorno al processo contro Verena Becker, pieno di ambiguità e segreti mantenuti, come quello della sua collaborazione con l’organismo di difesa della Costituzione (servizio segreto antiterrorista), ci sono stati numerose richieste di arresto coercitivo.
Il processo nasce dall’insistenza del figlio del procuratore Siegfried Buback nel voler identificare con precisione i ruoli dei militanti che parteciparono all’azione del ‘Kommando Ulrike Meinhof’ della RAF. In effetti i fatti furono già giudicati, gli autori condannati e le lunghe pene interamente eseguite, ma Buback junior vuole sapere esattamente chi sedeva davanti e dietro sulla moto usata per l’attentato.
Il processo va avanti con testimonianze improbabili (come il giornalista che riferisce che il suo amico dell’antiterrorismo, ormai deceduto, gli aveva detto dopo i fatti chi era stato) e sembra svolgere soprattutto un ruolo mediatico e politico e, anche se non raggiunge le vette di misteriologia che si conoscono in Italia, tende a riattizzare una campagna d’odio che copra la memoria storica.

I militanti della RAF hanno assunto collettivamente, fino allo scioglimento dell’organizzazione, le responsabilità delle azioni, senza mai fare dichiarazioni testimoniali davanti ai magistrati, e questo l’hanno pagato molto duramente, con pene lunghissime, isolamento totale nei bracci della morte, massacranti scioperi della fame, e molti di loro (almeno 9 della RAF) non sono usciti vivi di galera.
Che poi i processi abbiano attribuito colpe singole a persone che non avevano compiuto il singolo atto, è noto a tutti ed è anche giusto ricordarlo -sono contraddizioni del sistema. Altra cosa è invece dire, hanno condannato tizio per quella cosa, che invece l’ha fatta caio.
Gli ex della RAF non sono caduti in questa trappola, avevano rifiutato di testimoniare ai tempi, ed in prigione, e continuano a farlo ora, da liberi.
Sicché sono intervenute dal marzo 2011 almeno 11 richieste di Beugehaft contro di loro; si tratta di Günter Sonnenberg, Stefan Wisniewski, Rolf Heißler, Adelheid Schulz, Waltraut Liewald, Knut Folkerts, Brigitte Mohnhaupt, Sieglinde Hofmann, Rolf Clemens Wagner, Irmgard Möller, Siegfried Haag, vedi il sito dedicato dal Soccorso rosso: beugehaft.
I difensori hanno però fatto valere che avevano un diritto legittimo a non deporre, col rischio di testimoniare contro se stessi.


Perché allora questo diritto non vale per Christa Eckes?
Qui siamo ad un paradosso. Come s’è detto sopra, Christa a momento dell’attentato Buback (aprile 1977) era in carcere. Era stata arrestata nel 1974 (la foto sopra illustra bene il modo in cui i ‘mostri’ rivoluzionari arrestati venivano presentati alla stampa, tirandoli per i capelli se recalcitravano) e fu condannata a 7 anni per l’attacco ad una banca, nel settembre 1977, in pieno sequestro Schleyer. Scarcerata nel 1981, venne di nuovo arrestata nel 1984.
Che diavolo potrebbe dunque sapere e testimoniare su un’azione clandestina esterna? Non si sa e non importa, ciò che conta è che siccome non era libera e non può aver partecipato all’azione, non rischia di autoincriminarsi e quindi deve testimoniare!

La magistratura germanica delle condizioni di salute dei ‘terroristi comunisti’ incarcerati se n’è sempre fottuta allegramente. Recentemente s’è vista l’estradizione di Christian Gauger, affetto da amnesia totale a seguito di grave crisi cardiaca (vedi qui e qui), mentre ai tempi Günter Sonnenberg venne processato, condannato all’ergastolo e messo in isolamento pur essendo incapace di parlare, intendere e ricordare perché colpito da un proiettile in testa, e malgrado le dure proteste dei medici.
Christian però è stato recentemente scarcerato, e nel caso ancor più grave di Christa Eckes si deve far di tutto per riportare a un minimo di ragionevolezza i magistrati, che possono ancora accogliere il ricorso del suo avvocato e attestare la sua incompatibilità col carcere.
Perciò vale la pena scrivere e protestare agli indirizzi dati sopra, non importa in che lingua, si tratta di far sentire che c’è presenza ed attenzione.

E per andare indietro con la memoria: il procuratore federale Siegfried Buback era stato membro del partito nazista.
L’ex militante Stefan Wisniewski s’è presentato ad un’udienza con una scritta sulla maglietta: ‘seguite la traccia – 8179469’.
Era il numero della tessera di Buback, che come tanti alti funzionari e dirigenti del regime hitleriano ha continuato la carriera nel regime democratico.
Ai tempi dell’epurazione vennero protetti, vi fu uno zelo esattamente contrario a quello applicato a Christa ed ai militanti di sinistra oggi

A Walter Alasia

15 dicembre 2011 23 commenti

Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

WALTER ALASIA, “LUCA”

– Nasce a Milano il 16 settembre 1956
– Frequenta le scuole medie all’Ernesto Breda a Sesto San Giovanni, poi un anno di corso per grafici pubblicitari presso una scuola dell’Enalc di Milano e poi due anni all’Itis di Sesto San Giovanni
– continua gli studi frequentando le serali
– milita nel movimento studentesco e operaio
– lavora per un periodo come operaio nel reparto meccanico della Farem, alla periferia di Sesto, poi si licenzia
– lavora per un po’ presso un’officina per l’istallazione di apparecchi telefonici
– lavora per tre mesi a scaricare pacchi alle poste, alla stazione centrale di Milano
– milita nelle Brigate Rosse
– viene ucciso dalla polizia a Milano, il 15 dicembre 1976, mentre tenta la fuga dopo aver ucciso due agenti.

-Comitato Operaio Magneti Marelli, Volantino –frammento-, Milano ’76:
“Il terrorismo l’ha fatto la polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col fuoco. Possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il terrorismo contro gli operai non è stato il suo ma quello dei padroni dello Stato e dei suoi uomini armati”

Testimonianze al Progetto Memoria: Renato Curcio, carcere, Roma 1995
“Ero a Pisa, Walter, quel 15 dicembre 1976. Isolamento duro e prolungato. Pensa, di fronte alla mia cella, stazionava 24 ore su 24, un agente. Si sedeva lì, e, quando non ne poteva più dormiva. Dormiva anche quando la Tv passò la notizia. Io facevo “le righe”, Walter, su e giù, su e giù per la cella. Diceva il mezzobusto che a Sesto era successo un casino. Un terrorista aveva ucciso due poliziotti e, altri poliziotti, lo avevano ammazzato. Eri tu l’ammazzato e, appena fecero il tuo nome, mi fermai. Bloccato. Dissero molte parole in quel telegiornale ma io non riuscii più ad ascoltarle. Ero lì, in piedi, immobile, come lo eri tu nelle braccia della morte. Ascoltavo il mio cuore che mentre mi ripeteva il tuo nome mandava immagini del tuo volto sorridente.
Quel primo nostro incontro –ti ricordi?- in zona Ticinese. Io che mi presentavo come ex operaio della Fiat e tu che te la ridevi sotto i baffi. E poi gli addestramenti nelle grotte di qualche valle bergamasca. Tu che mi scherzavi per via dell’età: “Lascia a me questa Luger, è troppo grossa per un vecchietto come te!” E io che ti sfidavo mentre risalivamo il fiume: “Ne hai da fare di strada ragazzo prima di tener dietro al mio passo”. Ridevamo. Ma la Luger, che Feltrinelli mi aveva lasciato, io te la affidavo volentieri. Pur se di generazioni diverse eravamo entrambi in quel gioco d’armi pieno e vero e tu, per me, rappresentavi il futuro. Soprattutto mi piaceva quel tuo disincanto, quel tuo guardare Milano con gli occhi di un ragazzo smagato.
“Vieni ti porto a San Donato, a San Giuliano, così vedrai coi tuoi occhi le ronde dei carabinieri su e giù per le strade del paese col mitra in spalla due a due a piedi, pronti a sparare. Vedrai la rabbia sul volto dei ragazzi che già per il solo fatto di esistere vengono sospettati … Vieni ti presento qualche amico che vive come può, un giorno operaio all’Autobianchi, un giorno disoccupato incazzato, un giorno a portar via motorini di fronte all’autodromo di Monza … Molti di questi ragazzi che ti ho fatto conoscere –mi dicevi- non sanno più cosa inventare per resistere alle ferite della vita”.
L’idea delle “calate” sula grassa Milano stava appena incubando. Cominciava a circolare l’eroina. Ci capitò di esplorare insieme i primi luoghi dello spaccio. Brutti presagi, vero? Non ci piacevano affatto.
Io venivo da un’esperienza al tramonto e tu da un futuro che era appena annunciato. Per noi, davanti, ci sarebbero stati solo pochi mesi. L’idea che il carcere o la morte stessero già aspettando, in quei giorni non ci sfiorava neppure. E comunque non ci impedì di andare a “recuperare” insieme armi e documenti in una casa “insicura”. Fu quella l’occasione in cui mi presentasti tua madre.

Renato Curcio tra le sbarre

“Ci aiuterà una compagna di Sesto, una operaia della Pirelli – mi dicesti – puoi fidarti, è mia madre”.
Andammo insieme tutti e tre, in un pomeriggio di pioggia. Missione riuscita.
Ridevano i tuoi occhi al ritorno, mentre io non finivo di “scoprirti”. Era felice tua madre di aver partecipato insieme a te a quell’azione.
“Mia madre è la migliore confidente. Ci battiamo per le stesse cose. E ci vogliamo bene”. Era bello sentirtelo dire, bella la voce del tuo cuore.
Non mi stupì perciò che proprio a casa sua ti rifugiasti la sera del tuo appuntamento con la morte. Qualunque amarezza ti abbia spinto, qualunque ambascia vi siate confidati, so che per te fu certo buona cosa. E che se sfidasti le regole della clandestinità non fu per superficialità ma per qualche profondo buon motivo.
Molti mi hanno chiesto di te, dopo la tua morte. Le mie risposte sono state spesso inadeguate. Come se il registro politico fosse davvero l’unico rilevante nel definire il senso della tua rapida esistenza. Di ciò ti chiedo scusa, Walter, perché so che tu per primo, di fronte alle mie parole seriose, avresti preso la chitarra e suonato una canzone. Mi avresti canzonato, proprio come facevi nelle valli del bergamasco quando ci andavamo ad addestrare.”

Ivana Cucco, Intervento processuale, Milano 1984:
“Allora l’accusa si reggeva sostanzialmente sul mio rapporto con Walter, rapporto che è stato per me un’esperienza ricchissima e importante e che è stato ridotto a capo di imputazione e a una specie di marchio negativo.
Un rapporto criminalizzato, forse perché è inconcepibile amare un brigatista.
Il brigatista doveva essere presentato come una specie di nostro, un individuo senza radici e senza ragioni, senza legami e senza valori positivi. Chi l’ha conosciuto sa invece che Walter era una persona meravigliosa: due occhi azzurri come il cielo sereno e una gioia di vivere che gli sprizzava da tutti i pori. Dopo la sua morte si sono sprecati fiumi di inchiostro sul suo conto. E’ stata persino scritta una biografia che faceva scempio della sua identità e della sua storia. Ogni pezzettino della sua vita è stato radiografato e vivisezionato al fine di scoprire l’origine della sua malattia, per trovare una spiegazione plausibile alle sue scelte di vita e di lotta; una motivazione razionale al fatto che un ragazzo di vent’anni possa essere ucciso sotto casa mentre cerca di sottrarsi all’arresto in una mattina di dicembre. Tutte cose da mass media e da sociologia da strapazzo. Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto, la grossa cittadella operaia impregnata fino in fondo e in ogni ambito della vita sociale della cultura operaia comunista.
Walter è nato e cresciuto dentro a questa cultura e questo sistema di valori. Ha respirato da sempre quest’atmosfera. La sua vita si è snodata tutta dentro il clima di tensione di quegli anni e di quell’ambiente. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita, non di morte. Una scelta e un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita. Walter non era diverso da molti altri perché quelle stesse tensioni di esperienze sono appartenute a migliaia di persone sono state lo scenario dentro cui si è affermata ed espressa un’intera generazione di soggetti che aspiravano a un cambiamento radicale di questa società.
[…] Walter fu il più bello degli incontri, quello che ancora oggi mi porto dentro. Non solo i suoi compagni hanno pianto la sua morte. C’era Sesto San Giovanni. Dai ragazzi di vent’anni come lui ai vecchi operai cinquantenni. Non è stato sepolto né come un mostro né come un orfano.
Anche allora, anche il suo funerale, è stato oggetto di criminalizzazione. Ci fu, in particolare, una martellante campagna condotta da Leo Valiani sulle pagine del Corriere della Sera, in cui sosteneva che si sarebbero dovuti schedare e arrestare tutti i presenti in quell’occasione, tutti quelli che avevano sfidato il clima di terrore e la militarizzazione a tappeto, per andare a urlare il loro amore e il loro dolore per la sua morte.
Il 15 dicembre 1976, il giorno della morte di Walter, sono stata arrestata.

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