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“la madre di Cecilia” e il suo perpetuo dolore


Sono le poche righe di quel mattone dei “Promessi Sposi” che ho nel cuore da quando avevo l’età di Cecilia,
che uccisa dalla peste veniva trasportata da sua madre, “col petto appoggiato al petto”.
Chissà perché, poco più di una bambina, mi son fatta scavar dentro da queste righe, con l’empatia di madre, più che di bimba uccisa.
Adesso quasi non riesco a leggerle più, sarà colpa di questo splendido pancione scalciante.
Adesso rivedo questa scena mille volte, in mille strade del medioriente e del resto del mondo: in strade sconosciute come in molte di cui ho assaggiato la polvere, le emozioni, i giochi dei bambini, le chiacchiere delle ragazze; le stesse ragazze che ora seppelliscono i propri figli. Uno ad uno.
Penso a te che m’hai aperto quel cortile tante volte, che su tre ne hai seppelliti tre, uno dopo l’altro, nella stessa amata terra rossa.

Non so perché stamattina ho ricercato queste righe,
delle volte la letteratura ha la capacità di accompagnarti come nessuno amico sa fare.
E di pugnalarti anche, ripetutamente.

[ringrazio Davide, che nel commentare mi ha rimesso in testa le righe successive, che mia madre per qualche strambo gioco della memoria ricordava a memoria e mi ripeteva quando bofonchiavo nello studiare Manzoni. Nel commento di Davide, sotto al post, trovate dettagli letterari importanti ed affascinanti.]

Fatima Bitar e la sua mamma

“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete».1012351_10151556787928429_1168377740_n Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato

[…]
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”. Alessandro Manzoni

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  1. davide
    4 luglio 2013 alle 10:41

    Cecilia (la poesia)
    Si trova, dicevamo in questo capitolo 34, dopo pagine e pagine di eventi e di quant’altro penna umana abbia mai saputo raccogliere in un sol libro, il secondo vero e grande momento di pura poesia di Manzoni dopo il celebre “addio ai monti” che chiudeva il capitolo 8. Ma, sia consentito di dirlo, per quanto meraviglioso neppure quel lirico saluto alle proprie terre assurge alla grandezza poetica di questo pezzo, giustamente celebrato da tutti i più accreditati commentatori del novecento.
    A parte la straordinaria bellezza del quadro, sapientemente collocato tra tante circostanti brutture, non credo possa esservi lettore, neppure tra i più scafati, in grado di respingere, alla prima lettura, quella “commozione straordinaria” che due righe dopo Manzoni attribuisce a quel suo Renzo, unico ed involontario testimone di una siffatta scena.
    Si tratta, io credo, di una delle più belle pagine della letteratura mondiale, così misurata ed al contempo devastante ed in grado di trasportarci, in un modo così triste ma al contempo immensamente felice, entro il mistero della ineguagliabile intensità dell’amore materno.

    “Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”

    Al termine di questa, si immagina, proficua lettura, propongo due “paralleli” che quivi si colgono a mio parere in modo evidente.
    La ben diversa scelta della aggettivazione mostra infatti la straordinaria capacità del narratore nel significare al lettore la peculiare differenza dei personaggi cui….si rivolge:

    1) la descrizione dei volti di Gertrude e della mamma di Cecilia:
    Gertrude al capitolo 9:
    Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.
    La mamma di Cecilia al capitolo 34:
    una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta.

    Potrebbero avere la medesima età e puranco la medesima avvenenza segnata da tormento e sofferenza, le due donne in questione.
    Ma la bellezza di Getrude è “sfiorita” mentre quella della mamma di Cecilia è “non trascorsa”, e se quella della prima appare, a chi la osserva, già “scomposta”, quella della seconda appare ancora “non guasta”….

    2) La aggettivazione della diversa “emotività” dell’ Innominato e di Renzo:
    L’innominato al capitolo 20
    una solitudine “tremenda”
    Renzo al capitolo 34
    una commozione “straordinaria”.
    Anche qui, si badi, il lettore si trova a dovere affrontare un momento di altissima quanto intima emotività di due personaggi di forse pari intensità, eppure la solitudine di quell’uomo non ancora toccato è “tremenda”, mentre la commozione di Renzo è….”straordinaria”, il permanente “giudicare” del Manzoni trapela anche e soprattutto nella compiaciuta scelta di certe aggettivazioni piuttosto che di altre.

    da “I promessi sposi in cialdoni” di davide steccanella, 2005

  2. enza
    4 luglio 2013 alle 19:12

    lo spunto parte da diario di Siria di Asmae Dachan? o è una coincidenza?

  3. 4 luglio 2013 alle 20:20

    Una coincidenza in realtà !
    Era un po’ che avevo quel testo in mente, oggi sono andata a cercarne i versi per non mettermi a ribatterli e mi son trovata davanti il blog di cui mi parli tu, dove ogni tanto inevitabilmente cado.
    Le ho mandato la pagina infatti 😉
    Grazie della segnalazione cmq

  4. giulia
    7 febbraio 2014 alle 17:59

    Mi chiamo giulia, ho 18 anni e, come molti, ho studiato il romanzo a scuola, apprezzandolo particolarmente. Ricordavo questo passaggio probabilmente dalle scuole medie ed un giorno decisi di leggerlo in cucina,ad alta voce, mentre mia madre stava stirando. Non sono riuscita a finirlo senza scoppiare in un pianto inaspettato e, per certi versi, anche incomprensibile. Anche la mamma si era commossa ascoltando quelle parole cosi magistralmente accostate. Da quel giorno lo rileggo spesso ed ogni volta piango. Perchè nonostante tutto ciò che può succedere, nonostante la miseria, la morte quella mamma, distrutta dal dolore, vuole donare alla sua piccola bambina la dignità che l’uomo comune le stava per neagare. è l’amore che “la madre di cecilia” prova per le sue piccole creature che la evidenzia, come una luce limpida e pura in un ambiente buio e tetro. Quella madre, quella bambina, quelle parole rimarranno importanti per sempre come un esempio da ricordare nei momenti di “buoi” dell’umanità.
    spero di riuscire a portar proprio questo brano come tesina per la maturità.

  1. 5 luglio 2013 alle 22:02
  2. 14 luglio 2013 alle 18:34

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