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Bahrain: a pestaggi, ergastoli e lacrimogeni, si aggiungono gli stupri


un ferito da un lacrimogeno al volto, poco prima di mezzogiorno oggi...per chiedere il rilascio di Hassan

Che giornate in Bahrain, dove da mesi si lotta per un po’ di libertà contro uno stato ed una repressione che ha pochi simili al mondo in violenza…il primo giorno dell’anno l’ennesimo funerale di un manifestante di 15 anni è stato scenario dell’ennesimo brutale attacco delle forze di sicurezza, con lacrimogeni, pallottole di gomma, e tante, tante bastonate.

Ogni tanto abbiamo parlato di quella piccola striscia di terra tra i mari,
abbiamo parlato di ergastoli e sentenze a morte nei confronti di numerosi attivisti per i diritti umani, abbiamo raccontato di come i medici sono stati arrestati…spesso tutto quel che son riuscita a raccontare veniva dalla testimonianza preziosissima e quotidiana di @angryarabiya,
giovane militante che ha conosciuto bene la repressione sulla sua pelle (l’ultimo suo arresto è di un mese fa) e su quella dei suoi cari: ergastolo al padre, una pesante condanna al marito.

Ieri si è parlato di revisione dei processi nei confronti degli attivisti, anche di quelli che son stati sentenziati a morte, o al carcere a vita: poi in realtà questa mattina in aula stanno cercando di accusare anche gli ergastolani di altre cose, precedenti ai fatti della condanna.
ieri, stessa giornata in cui alcuni villaggi soprattutto ad Al-Aker e Sitra, sono stati colpiti dalle cariche della polizia, dalle bastonature e dal fitto lancio di quegli strani lacrimogeni privi di etichetta che stanno intossicando il paese.
Strani mostri neri, senza nome nè composizione, sparati come fossero acqua su chiunque prova a manifestare.

E’ di pochi minuti fa la drammatica notizia dell’ennesimo arresto di Hassan Awns, che malgrado la sua età ha già conosciuto le prigioni del suo paese approfonditamente, tanto che questo è il suo quarto arresto.

Hassan Awns, 18 anni, stuprato e torturato... è stato riarrestato oggi

Hassan ha raccontato poco tempo fa quale tipo di tortura è stata compiuta sul suo corpo: è stato ripetutamente stuprato, oltre che pestato, e dal giorno del suo rilascio non ha mai avuto pace, con continue minacce e messaggi che lo stupro sistematico sarebbe ricominciato presto.
Ha riconosciuto nell’ufficiale  Yousif Al- Mulla Bkheet il suo aguzzino e stupratore, ed è probabilmente colui che lo tiene detenuto in questo momento
Tanto che dopo il suo arresto di questa mattina sul suo posto di lavoro, un centinaio di persone sono immediatamente corse a chiederne il rilascio davanti alla stazione di polizia dove è detenuto in questo momento, e dove ci son scontri da un’ora.
Hassan ha 18 anni, vive a Samaheej , Bahrain…un paese che interessa a pochi.

FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!
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  1. Gianni
    3 gennaio 2012 alle 19:18

    Venire a conoscenza delle situazioni come quelle del Bahrain, della Siria, della Grecia, dell’Egitto e non saper come aiutare questa povera gente, per me e per tutti quelli come noi è una sofferenza inimmaginabile che non ho mai provata, e che non avrei mai pensato di poter “toccare con mano”. Altri prima di noi ne hanno viste di simili o saputo di simili ed hanno sperato o gli hanno illusi dicendo che erano delle variabili inpazzite,,,ma non è stato così! eh cari uomini di merda che volete governarci? Primo Levi una volta disse: “..se sono esistiti i campi di concentramento tedeschi (io aggiungerei anche i gulag russi) non può esserci un Dio!!” ..e poi non dateci degli assassini o, se ce lo date,, sappiate che per lo meno siamo stati dalla parte degli “ultimi”, perchè assassini siete anche voi ma state dalla parte di chi ha tutto.

  2. 3 gennaio 2012 alle 19:51

    Grazie, Valentina. E come sempre sto condividendo come faccio per tutte le cose più importanti.
    Meno male che ci sono le persone come te che pubblicano notizie su paesi dove non ci sono interessi economici per l’Occidente, non si fanno “guerre umanitarie” del cavolo con la scusa di tentare di liberarli e non gliene frega niente a nessuno che se la gente viene ammazzata, torturata, stuprata nel corpo e nell’anima…

  3. Claudia
    1 febbraio 2012 alle 17:28

    Non ho parole, qualora fosse vero….: quelli che dovrebbero dirigere e governare, pensano ad aumentarsi gli stipendi? Sono ladri non governanti.
    Non si deve scambiare lucciole per lampioni o lampioni per ………
    Irresponsabili bimbi presi dall’avidità che giocano a fare i Grandi, con bava alla bocca per qualche misero centesimo
    Dove sono maturità, responsabilità. Solidarietà …. tanto proclamata?

  4. Gianni Sartori
    21 maggio 2014 alle 09:47

    COSA RESTA DELL’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI?
    In questi articoli e interviste ho voluto mantenere inalterati testo e cronologia, senza rielaborare con “il senno di poi” quanto avevo scritto, mosso in genere dall’indignazione, sulle vicende del popolo curdo. Alcune ipotesi sono state confermate, altre si sono perse per strada (ma forse solo temporaneamente), altre ancora si sono manifestate in maniera inaspettata. Sia nel dramma dei profughi curdi abbandonati dall’Onu in Iraq (dove rischiavano di venire sterminati) che nella paradossale vicenda del boicottaggio contro la Turban-Italia (ero io l’autore del volantino incriminato, ovviamente), la tensione è quella vissuta in quel preciso momento.
    Come si può dedurre da questa “postfazione”, coltivo qualche perplessità sugli sbocchi assunti da alcune lotte di liberazione in tempi recenti (talvolta strumentalizzate dal sistema industriale-militare – l’imperialismo – o da qualche potenza regionale), ma non per questo rinuncio a schierarmi a fianco degli oppressi e contro l’oppressione. Altri verranno e sapranno comprendere, interpretare con maggiore chiarezza gli avvenimenti, non sempre di facile lettura, degli ultimi decenni. Da parte mia, metto a disposizione questo omaggio alla dignità e fierezza di un popolo coraggioso, mai domato, mai addomesticato, mai rassegnato.
    Per i colonizzatori il “divide et impera” non è una novità. Viene praticato con successo almeno dai tempi di Giulio Cesare. La strumentalizzazione, operata dal regime turco, di altre minoranze contro gli armeni (durante la deportazione e il genocidio del 1915) potrebbe aver fornito un protocollo per l’utilizzo da parte della Francia, e in seguito degli Usa, di alcune minoranze indocinesi contro la resistenza vietnamita. Senza ovviamente dimenticare che a combattere in Indocina, Parigi aveva inviato soprattutto soldati originari dall’Africa. Così come l’Italia fascista aveva fatto ampio uso (oltre che dei gas) di ascari africani contro altri africani: eritrei contro la resistenza libica e truppe libiche nel Corno d’Africa. Negli anni ottanta, Londra inviò i gurka nepalesi alle Malvinas. A Belfast e Derry, nell’Irlanda del Nord, frange di proletariato dei quartieri protestanti, manipolate dai servizi segreti inglesi, si resero responsabili di omicidi settari (non di rado indiscriminati, indipendentemente dalla militanza delle vittime nel movimento repubblicano) contro gli abitanti, cattolici, di Falls Road e Rossville Flats. Da sottolineare che entrambi (nativi irlandesi e discendenti dai coloni immigrati dalla Scozia) erano di origine celtica. Un elemento in più per sottolineare l’artificiosità e la strumentalità della divisione su base religiosa delle due comunità, reciprocamente ostili. Sciiti e sunniti, a fasi alterne, vengono strumentalizzati in Medio oriente e lo stesso avviene con le nazioni senza stato e con le minoranze etniche: curdi, beluci, turcomanni, alimentando – e armando – le loro aspirazioni ad una maggiore autonomia o all’indipendenza.
    Per conto di chi agivano i miliziani sciiti di Amal (“Speranza”) che nel 1986 assediavano i campi palestinesi, ormai indifesi e ridotti alla fame dopo l’allontanamento dell’Olp dal Libano? E in base a quali calcoli gli Stati Uniti hanno integrato nell’esercito e nella polizia irachena formazioni come il gruppo Sciri e Al-Da’wa, notoriamente filoiraniani e responsabili di violazioni dei diritti umani? Contraddizione nella contraddizione: contemporaneamente Washington starebbe utilizzando in funzione anti-Teheran gruppi di indipendentisti beluci (sunniti) legati ad Al Qaeda. Chi, se non i servizi segreti turchi, può aver organizzato nel 2007 gli assalti – ufficialmente opera di rom – contro le baracche dei profughi curdi a Istanbul?
    Un caso limite quello dei karen, in perenne fuga tra Birmania e Thailandia, che da qualche tempo verrebbero sostenuti da gruppi neofascisti europei.
    Anche le “guerre tra poveri” che stanno insanguinando il subcontinente indiano danno l’impressione di essere in parte manovrate, ma individuarne la vera matrice non è semplice. Nel 2007 alcuni gravi attentati compiuti in occasione di feste nazionali e anniversari dell’India, vennero inizialmente attribuiti ai gruppi islamici. Successivamente emerse la pista dei separatisti del Nord-est (popolazioni bodo e naga). Lo scontro è stato particolarmente duro nell’Assam (dove gran parte della popolazione è induista). Dal 1989 al 1996 la guerriglia dei bodo (in maggioranza cristiani) aveva causato la morte di circa duemila persone. Nel dicembre 1996 un attentato al Brahamaputra Express, mentre attraversava l’Assam, provocò più di trecento morti. Ancora prima delle rivendicazioni, l’atto terroristico venne attribuito ai bodo che due giorni prima avevano fatto saltare un ponte ferroviario. Alcuni osservatori parlarono esplicitamente di “strategia della tensione” e di manipolazioni dei servizi.
    Molto probabilmente in alto loco qualcuno pensa che è “sempre meglio che si ammazzino tra di loro”, purché il controllo del territorio e delle risorse rimanga saldamente nelle mani di chi detiene il potere. Si tratti di un esercito di occupazione, di una multinazionale o di criminalità organizzata come nei pogrom di Ponticelli. E naturalmente anche l’oppresso, il diseredato di turno ci metterà “del suo”.
    Ormai la strumentalizzazione dei movimenti di liberazione nazionale, come di quelli autonomistici o identitari, non è più appannaggio esclusivo dei servizi segreti. Le varie potenze planetarie operano alla luce del sole decretando la legittimità o meno delle rivendicazioni. Manuel Castells ha parlato di “indipendenze a geometria variabile” , denunciando come la comunità internazionale si dichiari favorevole all’autodeterminazione di un popolo o difenda l’integrità di un paese “a seconda di chi, del come e del quando”. Ricordava che osseti e abkhazi si erano ribellati contro la Georgia nello stesso periodo in cui i ceceni si sollevavano contro la Russia. Inizialmente gli Usa appoggiarono l’insurrezione cecena, ma tollerarono facilmente la repressione da parte della Georgia. Analogamente nel caso del Kosovo (dove è stata poi costruita un’immensa base statunitense) si è invocato il diritto all’autodeterminazione, mentre per il Tibet non si va oltre qualche protesta simbolica. Quanto agli uiguri, sembra quasi che non esistano come popolo.
    “Le posizioni sul diritto all’autodeterminazione – sostiene il sociologo catalano -sono frutto di un cinismo tattico” e l’indipendentismo sarebbe divenuto uno “strumento geopolitico fondamentale in un mondo globalizzato e interdipendente”.
    Gli esempi si sprecano. Pensiamo al trattamento riservato ai curdi in Iraq, praticamente autonomi e quasi alleati degli Usa, mentre quelli in territorio turco continuavano ad essere bombardati, imprigionati e torturati da Ankara, storicamente alleato strategico degli Stati Uniti. Cui prodest? Non certo alla nazione curda nel suo insieme. E intanto i curdi dell’Iran (“Partito per una vita libera in Kurdistan”, PJAK, considerato il ramo iraniano del PKK attivo in Turchia), dopo una serie di impiccagioni che l’opinione pubblica mondiale ha ignorato, nel 2010 si sarebbero rassegnati a collaborare anche con il Mossad (lo aveva documentato Le Monde, ma poi le cose sarebbero cambiate).
    Nel caso di Timor Est, la popolazione subì per anni un vero e proprio genocidio nell’indifferenza dell’opinione pubblica. Tra le poche eccezioni Noam Chomski e la “Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli” (Lidlip, fondata da Lelio Basso). Solo di fronte al rischio concreto di una dissoluzione dell’Indonesia intervennero le forze internazionali, ripescando l’ex guerrigliero Gusmao, leader del Frente revolucionària de Timor-Leste independente (Fretilin) per farne il presidente. Pare che inizialmente non ne fosse particolarmente entusiasta, dato che aspirava a ritirarsi e darsi all’agricoltura. Paradossale che tra i militari inviati a tutelare il diritto all’autodeterminazione di Timor Est vi fossero esponenti dei corpi scelti dell’antiterrorismo britannico provenienti direttamente da Belfast.
    Due situazioni molto simili come l’Irlanda del Nord e il Paese basco, negli ultimi anni sembravano aver imboccato strade antitetiche. Soluzione politica, abbandono della lotta armata da parte di Ira, Inla e delle principali milizie lealiste, liberazione dei prigionieri politici e cogestione del governo locale a Belfast e Derry. Repressione, ancora casi di tortura, tregue effimere, illegalizzazione di partiti (Herri batasuna, Batasuna, Bildu, Sortu…), associazioni ( Jarrai, Haika, Segi, Gestoras pro Amnistia, Askatasuna…) e giornali (Egin, Egunkaria) a Bilbo, Donosti e Gasteiz. Solo nel 2012, con la definitiva rinuncia alle armi di ETA e la possibilità per la “sinistra abertzale” di partecipare alle elezioni (con Sortu), si è riaperta la possibilità di una soluzione politica del conflitto. Ma al momento Arnaldo Otegi e altri esponenti indipendentisti rimangono ancora in galera (come se durante le trattative Blair avesse fatto arrestare Gerry Adams) e per i prigionieri politici baschi (in particolare per gli etarras) la situazione rimane molto difficile.
    La mia ipotesi è che negli anni novanta il “grande laboratorio a cielo aperto per la contro-insurrezione” dell’Irlanda del Nord dovesse chiudere in vista della partecipazione britannica alle guerre in Afghanistan-Iraq e del ruolo fondamentale assunto da Londra. Meno convincente la tesi della conversione di Blair al cattolicesimo, anche se non si può mai dire. Quanto agli Usa, Clinton avrebbe agito per conservare il voto dei cittadini statunitensi di origine irlandese che solitamente votano per i Democratici.
    E’ ipotizzabile che in Irlanda del Nord la stessa Cia abbia dato una mano per togliere di mezzo qualche capo delle milizia lealiste (filobritanniche) che non aveva compreso la nuova situazione. Ipotesi formulata anche dal compianto Stefano Chiarini. Al contrario, già negli anni novanta Washington inviava agenti della Cia nel Paese basco per coadiuvare l’apparato repressivo.
    Il problema di “quale autodeterminazione” si pone soprattutto nel caso di stati nati dalla colonizzazione, dato che le loro frontiere sono state stabilite in base a trattati europei con cui si decideva arbitrariamente il destino delle popolazioni. I poteri globali reali (economici, militari, tecnologici) stabiliscono caso per caso, di volta in volta, se appoggiare una lotta di liberazione, legittimarne la repressione o anche inventarne una di sana pianta. Al limite della farsa l’episodio che ha visto un gruppo di aspiranti golpisti (quasi tutti membri di una loggia massonica) arruolare mercenari per sobillare la rivolta secessionista nel Cabinda, regione angolana ricca di petrolio. Da segnalare per l’uso spregiudicato di due ONLUS (Freedom for Cabinda e Freedom for Cabinda Confederation) create appositamente per ricevere donazioni.
    Alcuni casi esemplari, storici, di separatismo a puro uso e consumo di qualche potenza coloniale (come il Katanga di Tshombe nell’ex Congo belga) potrebbero tornare di attualità. Per esempio in Bolivia con Santa Cruz, capoluogo di una regione ricca, abitata prevalentemente da discendenti dei colonizzatori, che ha spinto per l’indipendenza. Chissà? Forse Evo Morales (il presidente boliviano esponente del MAS, Movimento al socialismo) ha rischiato davvero di finire come Lumumba, il presidente progressista del Congo, assassinato nel 1961 dagli sgherri di Tshombe al servizio dell’imperialismo belga.
    Forse non è un caso che nel 2008, dopo anni di impegno a fianco dei popoli oppressi, la Lega internazionale per i diritti e la liberazione dei popoli (Lidlip), riconosciuta dall’Onu e dall’Unesco, abbia definitivamente sospeso le sue attività. Fondata da Lelio Basso, la Lidlip è stata per trent’anni portavoce delle minoranze, delle popolazioni perseguitate, dei movimenti di liberazione dal colonialismo, grazie all’impegno di Verena Graf, segretaria generale e rappresentante permanente della Lidlip all’Onu. Ci mancherà.
    GS

    Qualche notizia sull’autore
    Gianni Sartori è nato a Vicenza nel 1951.
    Giornalista, ha realizzato articoli, interviste, reportage e servizi fotografici in difesa dei diritti dei popoli e su questioni ambientali. In particolare si è occupato di Irlanda del Nord, Paesi Baschi, Kurdistan, Armenia, Corsica, Paisos Catalans, Sudafrica, Sudan… e in genere di minoranze oppresse (Ogoni, U’wa, Moseten, Tamil, Sinti…).
    Ha collaborato con varie testate sia locali (Nuova Vicenza, Corriere vicentino, La Voce dei Berici, Vicenza abc…) che nazionali (Etnie, Umana Avventura, Frigidaire, Liberazione, Narcomafie, A-rivista anarchica, Germinal, Nigrizia, Senza Confini, Azimut…).
    Negli anni ottanta, per la Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli (Fondazione Lelio Basso) ha curato un ampio dossier sulla questione basca. In rappresentanza della stessa Ong nel 1997 ha seguito come osservatore internazionale il processo di Madrid contro gli esponenti della formazione politica basca Herri Batasuna.
    Tra i libri pubblicati: “Euskal Herria – Indiani d’Europa” (2004); “Irlanda, tutti i colori del verde sotto un cielo di piombo” (2005); “Catalogna, storia di una Nazione senza Stato” (2007).
    Come direttore responsabile ha reso possibile la pubblicazione di varie riviste legate ai movimenti ambientalisti e pacifisti (“La Fucina”, “Unainforma”, il mensile del presidio NoDalMolin…).

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