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Posts Tagged ‘letteratura’

Niente osa varcare il silenzio di lava (Goliarda Sapienza)

6 marzo 2015 Lascia un commento

In questi mesi ho letto spesso queste righe. Poche, taglientissime.
E passo passo son riuscita a leggerle veramente, a sentire “l’ansia cessata” che poi a volte riappare e toglie il fiato nel sonno.
Vivo appoggiata sulla lava che Goliarda sa far vedere nitida senza perder parole nel descriverla.
Ancora una volta ringrazio le lettere graffiate con l’inchiostro, di questa sorella che è fatta di carne ancor prima che di carta.
Non vi disturbo ancora che basta lei…

E’ compiuto. E’ concluso. E’ terminato.
E’ consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. E’ consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha sigillato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

-Goliarda Sapienza-

Goliarda Sapienza

LEGGI:
La guerra vista da Goliarda
Parole barbare

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Mi insegnerai la pazienza di contare?

6 settembre 2014 2 commenti

“Edmund Hillary è morto l’11 gennaio.
Nello stesso giorno mio figlio ha percorso trecentocinquantanove passi.
Scalare il monte Everest, cme fece Edmund Hillary, può sembrare un’impresa un pochino più significativa rispetto a percorrere trecentocinquantanove passi, come ha fatto mio figlio.
Per chi ha una paralisi celebrale come lui, però, percorrere trecentocinquantanove passi di seguito, senza aiuto, senza cadere, senza spezzarsi i denti, è un evento epico, perlomeno nella nostra mitologia familiare. Se mio figlio è Edmund Hillary, io posso essere solo il suo sherpa, Tenzing Norgay.
Lui barcolla da un lato all’altro, con la sua andatura incerta, procedendo lentamente metro dopo metro,
io mi mantengo in retroguardia, indicandogli il cammino meno accidentato e preservandolo dalle cadute.
I trecentocinquantanove passi di mio figlio sono stati fatti durante le vacanze, a Venezia.
Stiamo già pianificando le nostre prossime sfide. Per prima cosa, faremo trecentocinquantanove passi sul Corcovado.
Poi, trecentocinquantanove passi sull’Acropoli.
Poi, trecentocinquantanove passi sulla Grande Muraglia.
Poi, trecentocinquantanove passi nel deserto del Sahara.
Poi, trecentocinquantanove passi sul monte Everest.
Mio figlio e io faremo il giro del mondo a piedi, di trecentocinquantanove passi in trecentocinquantanove passi.”
– Diogo Mainardi-
(tratto da “La caduta. Ricordi di un padre in 424 passi”)

Io non so se muoverai i tuoi passi e chissà come buffi saranno.
Io non so se saprai mai pronunciare il tuo nome, piccolo combattente nato appena un anno fa,
Con la fortuna contraria e lo sguardo dolce.
Il mondo in un anno è tutto nuovo e diverso, un mondo che chissà se saprò mai accettare, ma che sto provando a comprendere.
Sai son tante le volte che spaccherei tutto, che tutto crolla in frantumi, si sbriciola, mi affoga.
Devo imparare nuovamente a camminare anche io, devo imparare a guardare il mondo,
devo imparare ad esser madre in modo totalmente nuovo, devo imparare la disabilità, devo imparare a respirare e contare fino a cento e poi a mille e poi a bho. Devo imparare a contare sai?
Che se conto fino a cinque ora il tuo braccio mi accarezza il viso, prima dovevo contare fino a 28: e 28 secondi per una come me sembrano durare ore.
Devo imparare contare, che magari piano piano sti numeri si accorciano: tu hai una voglia pazza di essere un po’ schizzoide e rapido,
cromosomicamente simile a me e a tuo fratello, non potresti avere altro desiderio e ti si legge in quegli occhietti furbi che intercettano tutto.
Peccato che tu, prima di compiere qualunque cosa, ogni volta, devi sollevare il mondo tutto, noi invece solo alzare un braccio.

Non son riuscita a farti nemmeno gli auguri per il tuo compleanno,
perchè sei il solo al mondo che delle parole ha fatto un frullato, le hai spazzate via tutte, son scomparse:
Ora, come i tuoi neuroni, stanno provando a riorganizzarsi, ma arrancano, inciampano. E’ dura ritrovarle. La rabbia spesso non lo permette, non permette nemmeno di immaginarlo.

Dopo che il tuo cuore si è fermato ci hanno detto saresti stato una vita senza vita, inconsapevole del mondo e del tuo corpo.
Ora quasi sei seduto solo, osservi tuo fratello giocare ed è chiaro il tuo desiderio, è palese la fatica che già fai per avverare i tuoi desideri.
Tutto, tutto sposterò, tutto distruggerò, tutto proverò a costruire per veder la tua rivoluzione, la più inaspettata di tutte, il più grande sovvertimento possibile sotto il nostro cielo.
L’Everest è lì che ci aspetta, piccola stella che illumina il giorno.

 

La luna non è dei carcerieri!

25 luglio 2013 1 commento

Come te la racconto la luna?
E le stelle che cadono? Quanti anni sono che non ne vedi una?
Abbiamo conquistato la notte, l’abbiamo conquistata a morsi senza aver nemmeno il tempo di respirare,
ed ora che riusciamo minimamente a guardarci indietro scopriamo un passato lungo,
stretto stretto anche se diviso,

Dalle pagine di Walter Siti, fotografate da Maysa

che c’ha permesso di non dimenticarla, di viverla insieme comunque, anche se lo Stato non voleva.

E non vuole ancora. Fa di tutto per convincerci che non esiste più, che è proprietà dei vincitori, che loro ne dispongono la luce e la vista.

Perchè le nuvole che corrono al buio, le stelle che si rincorrono nei cieli estivi, i temporali che improvvisamente spazzano via tutto: ancora niente di tutto ciò ci è concesso.
Così la luna rimane là, ci osserva sorniona senza potersi far abbracciare, ci guarda malinconica sapendo che arriveremo,
ci aiuta ogni notte a spernacchiare uno Stato che pensa di vendicarsi così,
tenendo fino all’ultimo il tuo corpo per sè, cercando di appropriarsene, invano.

Ma poveracci i tuoi carcerieri,
i magistrati, i secondini, i direttori di sbarre: pensa a quante lune hanno avuto, libere, a disposizione,
nel tronfio esser convinti che lei stia lì per loro.
Non sanno che lei ha un cuore immenso ma libertario, non sanno che la luna è dalla parte di chi strappa la vita alle sbarre, non sanno che è nostra, che ogni notte in tutti questi anni ha dormito accanto a te e ai tuoi compagni.

Che quella che vediamo è come il cuscino sotto al lenzuolo che cerca di fingersi corpo,
mentre il corpo è scappato altrove:
quella che vedono i carcerieri non è una luna, è una grande pernacchia, è la finzione di se stessa,
perchè non vi vuole.
LA LUNA E’ CON NOI, CON CHI LA LIBERTA’ L’HA DENTRO,
CON CHI EVADE, CON CHI NON CREDE AI CONFINI, CON CHI SA AMARE.

_Foto di Valentina Perniciaro_ Tortuosa e in salita, ma meravigliosa.

_Foto di Valentina Perniciaro_
Tortuosa e in salita, ma meravigliosa.

Testi sul carcere: QUI
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Il manifesto per l’amnistia sociale: LEGGI e spamma
L’accanimento su Paolo Persichetti: QUI

“la madre di Cecilia” e il suo perpetuo dolore

1 luglio 2013 6 commenti

Sono le poche righe di quel mattone dei “Promessi Sposi” che ho nel cuore da quando avevo l’età di Cecilia,
che uccisa dalla peste veniva trasportata da sua madre, “col petto appoggiato al petto”.
Chissà perché, poco più di una bambina, mi son fatta scavar dentro da queste righe, con l’empatia di madre, più che di bimba uccisa.
Adesso quasi non riesco a leggerle più, sarà colpa di questo splendido pancione scalciante.
Adesso rivedo questa scena mille volte, in mille strade del medioriente e del resto del mondo: in strade sconosciute come in molte di cui ho assaggiato la polvere, le emozioni, i giochi dei bambini, le chiacchiere delle ragazze; le stesse ragazze che ora seppelliscono i propri figli. Uno ad uno.
Penso a te che m’hai aperto quel cortile tante volte, che su tre ne hai seppelliti tre, uno dopo l’altro, nella stessa amata terra rossa.

Non so perché stamattina ho ricercato queste righe,
delle volte la letteratura ha la capacità di accompagnarti come nessuno amico sa fare.
E di pugnalarti anche, ripetutamente.

[ringrazio Davide, che nel commentare mi ha rimesso in testa le righe successive, che mia madre per qualche strambo gioco della memoria ricordava a memoria e mi ripeteva quando bofonchiavo nello studiare Manzoni. Nel commento di Davide, sotto al post, trovate dettagli letterari importanti ed affascinanti.]

Fatima Bitar e la sua mamma

“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete».1012351_10151556787928429_1168377740_n Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato

[…]
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”. Alessandro Manzoni

La guerra e le bombe, visti con gli occhi di Goliarda Sapienza

19 maggio 2013 Lascia un commento

Mi viene sempre da chiamarti per nome, da parlarti come fossi un’amica, cara Goliarda Sapienza.
Mi son precipitata su questo nuovo prezioso libro uscito, “Ancestrale”, dove ti mostri in versi, graffiante e calda come sempre, capace di far bruciare le immagini nella carne di chi ti legge.
L’ho letto tutto d’un fiato, perdendomi nel tuo dialetto di fichi d’india e picciriddi, per poi tornare sempre su queste righe, continuamente.

Periferia di Aleppo, 19 febbraio 2013

Son giorni, mesi, ormai due anni in cui la guerra e le bombe, le fosse, i profughi, gli orfani e la polverizzazione dei secoli sono entrati in casa proprio come un’esplosione. Qualche amico lasciato per strada, dilaniato sotto uno dei tanti ciechi e costanti bombardamenti, troppi altri esuli forse per sempre, alcuni a resistere alla fame e ai fuochi incrociati.
La quotidianità, anche dentro me, è scandita dai colpi di mortaio che cadono a pioggia sulla casa più calda mai avuta dopo la pancia che m’ha nutrito e scaldato.
E allora Goliarda, baaaam, le tue parole come al solito sbaragliano tutto, entrano, scavano, si scelgono il loro posto tra le lacrime e il cuore e rimangono attaccate con i loro artigli di donna mai doma. Ma dilaniata.
Grazie ancora una volta, che con le parole sai dipingere proprio con i colori che sceglierei io.

Dedico queste tue righe al mio fratello esule, ai nostri amici che sopravvivono nel basalto,
a Tamer e a tutti quelli come lui che son morti sotto i bombardamenti.
Le bombe, quelle sotto cui si muore senza sapere assolutamente perchè

E non ci furono più giorni né notti
solo un liso sudario, sbigottite
della luce schiacciata contro i muri
rari muri come denti cariati
fra le labbra convulse della terra.

E non ci furono più alberi o tramonti
solo uccelli sciallati con mammelle
nel fuoco dei motori.

Aida, dopo il bombardamento di Idlib in cui ha perso il marito e due bambini _Rodrigo Abd/Ap_

E non ci furono più alberi, ombre
né vecchio né carusi né picciotti
solo corpi snudati senza testa
fra la pioggia di cenere e grida.

E non ci furono più strade, palazzi
solo piazze, deserti, dune fumanti
fosse chiuse sui vivi e sui morenti.

E si videro topi inferociti
mordicchiare frenetici le mani
d’un soldato seduto addormentato
contro il palo divelto del lampione
che un tempo tu giravi
per entrare nel basso profumato
di minestra bollente e di liscivia.
Ti turbava l’odore di quel basso
mi dicesti sommessa dietro il banco
non sapevi quell’altro dolce di sangue
che travolse i tuoi sensi quella sera
quell’odore di fumo e calcinaccio
quell’odore di carne macellata
che t’uccise ancor prima dello schianto
che vibrò per i muri e il cortile.

C’inseguiva l’urlo dissennato

Quartiere di Wadi al Sayeh, Homs _Yazan Homsy/Reuters_

di sirena d’allarme, senza tregua
c’incitava a fuggire. Non ti vidi
varcare quella soglia, solo il moto
danzante delle trecce sulle spalle
tue esili e il balenio
dei quaderni sbattuti sul selciato.

E non ci furono più giorni né notti
né voci né silenzi, solo il latrare
di cani e di motori
fra l’accendersi d’odio dei bengala.

E nel lucore oscillante di quell’ira
si videro donne mute scarmigliate
con le palpebre enfiate senza ciglia
avanzare tenendosi per mano.
Caldo sangue scorreva sulle guance
calde lacrime rosse tatuate.

A NICA, MORTA NEL BOMBARDAMENTO DI CATANIA DELL’APRILE 1942

Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Alla Comune di Parigi, Vladimir Majakovskij

18 marzo 2013 Lascia un commento

Pochi vi sono
che ancora ricordano
quei giorni,
quelle battagli, quei nomi,
ma il cuore
operaio
serba
il ricordo di quella rossa giornata.
Il capitale
era ancora giovane,
le ciminiere
erano meno alte;
essi
alzarono la bandiera della lotta
nella
loro Parigi francese.
Balenando
come speranza
nel cuore ai miseri,
consumando
d’angoscia i ricchi,
le parole
del socialismo vivente
per la prima volta
si accesero sulla terra.
Il mondo borghese
tutto intero
appaludì
con le mani grasse
il passaggio
sul nastro della strada
dei suoi gendarmi,
i versagliesi.
Senza frugare
negli articoli della legge,
senza discussioni,
nè buchi nell’acqua,
Galliffet,
loro Kolcak francese,
mise al muro
la Comune.
Tacquero definitivamente le loro voci,
ma si riuscì a soffocarle per sempre?
Per esserne sicure,
le dame
nei loro occhi
ficcavano
punte d’ombrello.
Di buon appetito
il borghese
divorò la Comune,
e le labbra
si forbì con bandiere.
Ci è rimasta solo
la parola d’ordine:
”Vincere!
Vincere,
o morire!”
I versagliesi,
rovesciando su Parigi
sputi di piombo,
se ne andarono
in un tintinnio di speroni,
e la faccia borghese
si fece di nuovo raggiante,
ma durò solo fino al nostro Ottobre.
La classe operaia
ora ha più intelletto
e più uomini.
Non ci abbattono
nè parole,
nè fruste.
Essi
tennero duro
per una manciata di giorni,
noi
terremo duro
per secoli.
Mormorando
col fruscio delle bandiere di seta i loro nomi
sopra il rosso corteo
delle masse,
oggi
per la nona volta
noi portiamo
il nostro lutto
e il nostro orgoglio.”

1927

           -Vladimir Valdimirovic Majakovskij-

Leggi anche la Canzone della Commune:QUI

L’ebreo “errante”, per natura contro Israele

2 gennaio 2013 7 commenti

Ho trovato queste righe di Bruce Chatwin straordinarie, oltre che commoventi.
Perchè in poche parole descrivono tanti mondi, così come un po’ tutta la storia ebraica.
Una storia per secoli errante e senza radici geografiche, un popolo (tanti popoli in uno) con una straordinaria capacità di muoversi di paese in paese, tra fughe, editti, inquisizioni, conversioni forzate accettate e rifiutate, e ancora persecuzioni, studio clandestino, paesi più disparati, lunghi viaggi con mete misteriose e lontanissime dove reinventare la propria comunità, per ricrearla sempre uguale nei secoli e in qualunque territorio.
Una storia di secoli e valigie sempre pronte e stracolme di libri,una storia affascinante, straordinariamente ricca.
Interrotta poi dal sionismo, dallo nascita dello Stato di Israele come entità ebraica e come stato militare occupante in guerra permanente, sulla pelle del popolo palestinese, giorno dopo giorno con più scientifica ferocia.
Una mutazione dell’essere ebreo, come nessuna persecuzione, nessuno olocausto, nessun esilio era riuscito in decine di secoli di storia.
Ma è stata una storia, la loro, capace di mutare mille e mille volte nel corso della storia,
speriamo che l’aberrazione Israele sia solo un piccolo pezzo. Piccolissmo.
buona lettura

…abiterete nelle tende tutti i giorni, perché
possiate vivere a lungo sulla terra,
dove vivete come forestieri.
GEREMIA

Era in viaggio per andare a trovare suo padre, rabbino a Vienna.
La sua pelle era bianca. Aveva baffetti biondi e occhi arrossati, gli occhi di un indagatore di testi.

Chagall e i suoi dolci voli

Reggeva un paltò grigio di saglia, non sapendo dove appenderlo. Era timidissimo.
Era così timido che non poteva spogliarsi se c’erano altri nello scompartimento.
Andai nel corridoio. Il treno prendeva velocità.
Le luci di Francoforte disparvero nella notte.
Cinque minuti dopo era sdraiato nella cuccetta più alta, placido e in vena di conversare.
Aveva studiato in un’accademia talmudica a Brooklyn. Suo padre era partito dall’America quindi anni prima:
Il mattino li avrebbe riuniti.
A lui e al padre l’America non piaceva. Del sionismo diffidavano.
Israele era un’idea, non un paese. D’altronde Yahvèh diede la terra ai suoi figli perché vi errassero, non perché vi si stabilissero o mettessero radici.
Prima della guerra la sua famiglia viveva a Sibiu, in Romania.
Venuta la guerra, avevano sperato di essere al sicuro: poi, nel 1942, i nazisti misero un marchio sulla casa.
Il padre rase la barba e si tagliò i riccioli. La serva, una gentile, gli procurò panni contadini, brache nere e una camicia di lino ricamata.
Lui prese con sè il figlio primogenito e fuggì nei boschi.
I nazisti presero la madre, le sorelle e il bimbi di pochi mesi. Erano morti a Dachau.
Il rabbino attraversò col figlio i boschi di betulle dei Carpazi. I pastori gli diedero asilo e carne.
Il modo in cui i pastori macellavano le pecore non offendeva i suoi princìpi. Infine egli varcò la frontiera turca e raggiunse l’America.
Ora padre e figlio sarebbero tornati in Romania.
Di recente avevano avuto un segno che indicava la via del ritorno.
A notte fonda, nel suo appartamento di Vienna, il rabbino era andato di malavoglia ad aprire a una scampanellata.
Sul pianerottolo c’era una vecchia con una borsa per la spesa.
“Vi ho trovato” disse la donna.
Aveva le labbra blu e capelli radi. Confusamente egli riconobbe la sua serva goy.
“La casa è salva” lei disse. “Perdonatemi. Per anni ho finto che fosse ormai una casa di gentili. Ci sono i vostri vestiti, e anche i vostri libri. Io sto per morire. Ecco la chiave”.
“Tutte le case sono case di gentili”, disse il rabbino.

Bruce Chatwin, 1978 [Anatomia dell’irrequietezza]

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