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In Egitto si incoraggiano i cittadini all’arresto dei “vandali”

12 marzo 2013 Lascia un commento

Che è complicato anche scriverle due righe di commento a quest’articolo…le parole di Talaat Abdullah, praticamente un appello alla manetta libera, sembrano parlare direttamente a quel che nei tempi di Mubarak si chiamava la Baltagheyya, e che non credo proprio abbia cambiato nome. I fedelissimi, le squadracce pronte a difendere l’ordine costituito e il potere, quelle della battaglia dei cammelli, delle violenze, degli omicidi durante gli attacchi, dei ripetuti stupri degli ultimi mesi alle attiviste e militanti delle piazze del paese.
Con lo scontro tra polizia e esercito che s’è palesato a Port Said al suon dei proiettili che volavano, ci mancava anche un’ufficiale deligittimazione delle forze armate e d’ordine pubblico per “armare i fedelissimi”.E’ la risposta alla risposta popolare di queste settimane, la risposta alle sentenze, le grandi lotte operaie che iniziano a conoscere oltre allo sciopero e all’autorganizzazione anche l’autogestione dei posti di lavoro.
Un laboratorio di repressione si struttura, per rispondere all’immenso laboratorio rivoluzionario che è l’Egitto

Sta suscitando un ampio dibattito sulla stampa la dichiarazione rilasciata domenica dal Procuratore generale egiziano, Talaat Abdullah, per il quale i cittadini hanno il diritto di arrestare chi trasgredisce la legge.

Port Said, 7 marzo 2013

“Il Procuratore generale incoraggia tutti i cittadini ad esercitare il diritto assegnato loro dall’articolo 37 della legge di procedura penale dell’Egitto emesso nel 1950 – si legge nel comunicato diffuso dalla Procura – di arrestare chiunque sia trovato a commettere un crimine e consegnarli al personale delle forze di sicurezza”.

In una precisazione diffusa ieri, la Procura ha aggiunto che il procuratore generale non intendeva estendere ai civili i poteri d’arresto giudiziario, ma piuttosto circoscriverli al solo personale di polizia. Entrambe le dichiarazioni hanno però acceso numerose critiche, soprattutto da parte degli esponenti dell’opposizione laica e liberale al governo guidato dal presidente Mohamed Morsi, secondo i quali questa misura sarebbe il preludio alla sostituzione della polizia da parte di milizie appartenenti al movimento della Fratellanza musulmana o a gruppi ad esso vicini.
Numerosi membri di gruppi politici islamici hanno infatti immediatamente accolto con dichiarazioni positive la proposta di Abdullah.

“La decisione è un primo passo per porre fine alla sistematica violenza in corso in Egitto – ha detto per esempio all’agenzia di stampa nazionale MENA il segretario del partito ultra-conservatore Al-Gamaa Al-Islamiya, Alaa Abu El-Nasr – Il potere politico ha il diritto di avere una propria forza di polizia, capace di combattere i crimini per le strade”.
Nazer Gharab, membro dello stesso partito, ha specificato in un’intervista concessa alla televisione di voler istituire al più presto “una forza di polizia islamica per ristabilire l’ordine”.

Il timore che si diffondano milizie politiche armate nel paese, esacerbando ulteriormente il livello dello scontro, ha portato diversi esponenti militari, che hanno preferito parlare sotto condizione dell’anonimato, a suggerire la possibilità di un intervento dell’esercito.
Una fonte militare citata dal quotidiano governativo Al-Ahram ha infatti detto che “questa decisione aprirebbe la strada alla creazione di milizie private, garantendo una copertura politica alla violenza che significherebbe semplicemente la fine dello stato di diritto e l’avvio sulla strada di una guerra civile: in quel caso l’esercito non potrebbe restare a guardare”.
Michele Vollaro, InfoAfrica

Egitto: tortura e carcere. Nulla cambia: l’ennesimo funerale in piazza Tahrir

28 ottobre 2011 3 commenti

Un’altra giornata di rabbia infinita per il Cairo e per tutte quelle migliaia di persone che non mollano la lotta contro un regime che non sembra proprio voler andare a casa, dopo la caduta del rasi Hosni Mubarak.
Il consiglio supremo delle forze armate, che doveva garantire la transizione dalla dittatura alle prime elezioni senza Mubarak dopo decenni, sta continuando a calpestare le speranze di chi ha mobilitato il paese a Tahrir come in tutte le altre province del paese.
Un esercito che continua ad uccidere e torturare, che continua a reprimere i lavoratori in lotta e chi dissente: nulla sembra cambiare per l’Egitto.

E oggi è stata un’altra giornata indimenticabile, che ha riportato la rabbia delle giornate in cui l’esercito ha sparato sul corteo copto, ha calpestato i manifestanti con i blindati, lasciando a terra decine di persone, tra cui il caro blogger e attivista Mina Daniel.
Oggi parliamo di un detenuto di 24 anni, di nome Essam Ali Atta Ali, morto la scorsa notte all’interno dell’ospedale Qasr el-‘Aini, in seguito alle lesioni riportate dopo le brutali torture subite in carcere: a far scoppiare il caso è stato il quotidiano al-Ahram, spinto dal Centro El-Nadeem, (che si occupa proprio della riabilitazione delle vittime di torture) che ha riportato la testimonianza del fratello, che ha visto i segni di tortura su quel corpo ed ha denunciato il caso.
La sua condanna, arrivata il 25 febbraio, era a due anni, datagli dal tribunale militare per l’occupazione di un appartamento e la stava scontando nel carcere di massima sicurezza di Tora.
Le punizioni corporali subite sarebbero partite dopo il ritrovamento di una SIM card nella sua cella: a quel punto sarebbe stato torturato con l’inserimento di alcuni tubi in bocca e nell’ano di Ali, che gli anno causato emorragie letali.

Oggi tutti gli attivisti del Cairo si son mobilitati per andare tutti insieme all’obitorio del Cairo a recuperare il corpo di questo ragazzo brutalizzato a morte: col suo corpo in spalla migliaia di persone si son recate dall’obitorio dell’ospedale alla moschea di piazza Tahrir, per la preghiera della sera, alla quale si sono aggiunti i suoi familiari. Più di diecimila persone sono arrivate in midan al-Tahrir per salutare Essam e per urlare con tutto il proprio fiato l’infinita rabbia contro il potere militare, che tanto era riuscito ad illudere chi pensava di essersi liberati da una dittatura.
C’è ancora da fare: la repressione di Stato non smette di accanirsi su chiunque può, arrestando, condannando, torturando e uccidendo.

A fianco di tutti voi, che oggi siete andati a salutare Essam, ennesimo martire di una rivoluzione tutta da fare.

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