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Posts Tagged ‘Fratelli Musulmani’

Arrivano 25 condanne ai compagni in Egitto. Maledetti!

24 febbraio 2015 1 commento

Bisogna sperare che venga accettata l’apertura del terzo grado di giudizio.

i volti dei condannati…

Bisogna sperare che la libertà avvolga ancora la vita di questi compagni, che tanto hanno fatto per l’Egitto e per la vittoria della libertà sul silenzio, nelle lotte di Tahrir e in quelle successive che hanno investito il Cairo, come tutta la zona del Delta, come anche il resto del paese.

I condannati di ieri sono 25 (tutte le condanne oscillano tra i 3 e i 15 anni, con il pagamento di 13.000$ a testa), i condannati di ieri sono tutti compagni che hanno sfidato il primo giorno di nuova legge sulle manifestazioni, nel novembre del 2013 e uno di loro, Alaa Abd El Fattah è un blogger ormai di fama mondiale, che dal primo giorno delle rivolte del gennaio 2011 nella grande piazza Tahrir si è esposto a livello internazionale per far conoscere e allargare la grande rivolta popolare che buttò giù Mubarak, per poi essere spazzata via dalle violenze dello Scaf, dal governo Morsi e dall’attuale al-Sisi, che ha confermato la sua vigliaccheria e infamia con le sentenze di ieri. Alaa è stato ripetutamente arrestato in questi anni, sotto ognuno dei leader egiziani che si sono avvicendati dalla caduta di Mubarak.
In primo grado erano stati condannati a 15 anni, ieri almeno 10 di questi ( ma non per tutti) son stati buttati nella spazzatura, ma la condanna è arrivata. Pesante. Un macigno di carcere e isolamento.
Tre condanne rimangono a 15 anni: 15 anni.
Di 25 condannati ben 24 parteciparono attivamente alla manifestazione autorizzata, consapevoli del rischio d’arresto,
consapevoli di poter perdere un occhio (era lo sport preferito dello Scaf quello di centrare bulbi oculari), consapevoli di rischiare la vita e quei brandelli di libertà conquistati.
Uno di loro no.
Uno di loro non era in piazza. Non aveva nemmeno scelto di essere in piazza quel giorno, ma quando ha visto il pestaggio di una donna da parte di agenti in borghese non è potuto rimanere con le mani in mano.

Mohammed Abdel-Rahman Noubi : ecco uno dei 25 processati nello “ShuraTrial”. Lui quel giorno non potè non tentare di salvare una ragazza da un pestaggio effettuato da un poliziotto in borghese. Mohammed nell’assistere ad un pestaggio non riuscì a non intervenire per cercare di salvarla. La sua condanna ammonta a 3 anni di carcere e 13.000 $ di spese.

Lui è il più giovane dei condannati e per i compagni porta il nome di Mohammed Yassin. Il suo nome completo è Mahmoud Mohamed Abdelaziz ed è uno studente. Almeno lo era. Visto che quando è stato arrestato aveva 17 anni, visto il pesante isolamento subito nel carcere di Tora e Athbs. E’ stato dal primo giorno della rivoluzione in piazza, da tutti conosciuto e amato.

Di Alaa abbiamo molto materiale su questo blog e tanto altro ancora si trova in rete.. (LEGGI)
materiale che consiglio di leggere ed approfondire per poter comprendere quanto questi compagni siano nostri compagni,
sangue nostro. Che va tirato fuori da quelle prigioni, che va fatto tornare libero,
Che deve continuare a lottare per abbattere l’oppressione.

TUTTI LIBERI.
SOLIDARIETA’ TOTALE AI CONDANNATI.
Mubarak, Morsi, Sisi: una faccia, una feccia.

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Egitto: “revolution till infinity”

20 novembre 2013 Lascia un commento

The martyr (by Ammar Abu Bakr) and the killer (by El Zeft)

I rivoluzionari in Egitto ci sono e sono ben determinati, malgrado le mazzate prese in questi tre anni ormai.
In Egitto, anche visitando con i miei occhi la gioia di Tahrir, ho avuto immediata la sensazione che a casa non si sarebbe tornati.
Non è durata tanto l’illusione di Tahrir, ma a casa non si è tornati lo stesso: questo è quel che c’hanno dimostrato le lunghe giornate di Mohammad Mahmoud due anni fa… e quel che i rivoluzionari d’Egitto non smettono di dimostrare, malgrado il livello di repressione, arrivato alle stelle.
Nonostante i passaggi di potere di questi anni, nonostante le barbe e la loro pretesa di mutar la terra in sharia,
nonostante i cingoli che avanzano e che ieri si son presi la piazza con non molta difficoltà.

“Non vogliamo i fratelli musulmani, non vogliamo lo SCAF, non vogliamo i resti del regime di Mubarak!”, chi è impegnato ad abbattere il potere, è consapevole di quante forme possa avere, e le vuole abbattere tutto: dalla radice.

Le pagine sulle lotte rivoluzionarie in Egitto: QUI
Vi lascio l’articolo di Infoaut per il verso racconto delle ultime ore in piazza:

Una giornata, quella di ieri, molto importante per un Egitto diviso tra i due poteri – militari e Fratelli Musulmani – che, con la loro guerra, sembravano aver relegato ai margini della scena politica tutti coloro che continuano a sperare in un Egitto veramente libero.

Oggi cade il secondo anniversario degli scontri di Mohamed Mahmoud. Dal 19 novembre 2011 nei pressi del ministero degli interni 47 manifestanti vennero uccisi. Da quella battaglia sorse nuova coscienza popolare: il nemico non era solo il regime di un Mubarak allora

Caino e Abele… contro gli scontri interreligiosi _Via Mohammad Mahmoud_

appena imprigionato, ma anche lo SCAF, che con il suo Capo Supremo allora governava il paese da pochi mesi. Cinque giorni di scontri, di barricate, 47 morti, 3000 feriti. Con la successiva presa del potere da parte dei Fratelli Musulmani, e poi la loro spettacolare uscita di scena grazie ad un colpo di mano militare in gran stile populista, l’eredità di Mohamed Mahmoud si trova sballottata tra i palazzi del potere militare e la vittimizzazione dei Fratelli Musulmani di Rabaa e Nasser City.

Nei giorni scorsi si è assistito ad un immorale gioco mediatico. La propaganda di tutti i poteri forti che hanno cercato di rivendicare la paternità di quei morti, di volerne celebrare le gesta. I Fratelli Musulmani in questi giorni utilizzano la violenza della polizia per riabilitare la figura del “presidente di tutti” Morsi, spodestato dall’intervento dei militari. Allo stesso modo il regime militare dichiara martiri le 47 vittime e le 3 vittime registrate lo scorso anno, durante il primo anniversario. Lo stesso potere militare che prima uccide, poi onora la memoria delle vittime. Ma, mentre da giorni ormai il regime promuove, in TV e con immense gigantografie nelle strade, il raduno per questa mattina in Piazza Tahrir, tutt’altra è stata la direzione intrapresa dai giovani egiziani, scesi in piazza già da ieri pomeriggio.

Le giornate di Mohammad Mahmoud, oltre a decine di morti a terra, son passate alla memoria rivoluzionaria per “gli occhi”… tanti occhi quel giorno hanno perso la loro casa ma non la loro capacità di guardare il futuro

Ieri nelle strade c’erano i familiari delle vittime, gli amici, chi era insieme a loro sulle barricate. Ieri in piazza c’era chi non ha accettato di vivere in un paese regolato dalla Sharia o dall’Islam corrotto, ma anche chi non accetta il potere dei militari. Non l’accettavano 2 anni fa durante i 5 giorni di scontri in Mohamed Mahmoud, e non l’accettano adesso.In molti hanno marciato da piazza Abdeen, per poi dirigersi in Piazza Tahrir, dove hanno preso d’assalto un monumento, inaugurato la stessa mattina dal primo ministro Hazem El-Beblawi, su cui una grande scritta ricordava, con tutta l’ipocrisia dello stato militare, l’onore “dei martiri del 25 gennaio alla rivoluzione del 30 giugno”. L’ipocrisia di un regime che prima uccide e poi cerca di associare i valori della Piazza Tahrir del gennaio 2011 con gli eventi del 30 giugno 2013, da loro considerati una rivoluzione, ma da tanti altri visto, con senno di poi, nient’altro che come un colpo di stato.

In molti ieri sono scesi per le strade, per una giornata ribattezzata “Non dimenticare, ricorda sempre” che, riempiendo le mura del Cairo di scritte anti-militari e scandendo slogan contro i Fratelli Musulmani, si è infine diretta in Piazza Tahrir, riportandovi finalmente i contenuti rivoluzionari, e riversando la propria rabbia su quel monumento che rappresenta, ora più che mai, l’ipocrisia del regime militare. Ieri si è chiesto a gran voce giustizia per le vittime, processi per i crimini del regime e della sua polizia e fine dei processi militari ai civili. Si legge nell’appello della manifestazione: “La brutalità della polizia è rimasta la stessa… la polizia continua a torturare detenuti e arrestare arbitrariamente.. la repressione e l’impunità non sono cambiate. Mubarak, lo SCAF e i Fratelli Musulmani, sono tutte facce dello stesso regime”.

Non è stato facile, ma sembra che la coscienza popolare nata 2 anni fa negli scontri di Mohamed Mahmoud rinasca quest’oggi, guidata da tutti coloro che hanno perso un amico o un compagno in questi lunghi anni di lotta.

In queste ore manifestazioni contrapposte stanno nascendo nelle vicinanze di Piazza Tahrir. Le opposte fazioni si avvicinano e iniziano a scontrarsi. Seguiremo gli sviluppi da Infoaut. In serata aggiornamenti

Aggiornamenti: 

In un clima di estrema tensione, con uccisioni e instabilità in tutta l’area desertica del Sinai, fin da ieri molta era la paura di nuovi morti e di una nuova, ennesima, repressione. Fino a questa mattina non si erano registrati grandi scontri, con l’esercito che ha preferito dispiegare le proprie forze a difesa delle istituzioni e dei palazzi del potere, non attaccando i manifestanti.

Diversa è stata invece la giornata di oggi, con l’apparato militare presente in forze nelle strade egiziane. Scontri si sono registrati al Cairo, a Alessandria e a Mansoura, (tra manifestanti e forze dell’ordine, tra sostenitori dei Fratelli Musulmani e polizia, tra pro-Morsi e familiari delle vittime), con un bilancio di una ventina di feriti.

Una nuova giornata di lotta, ma soprattutto una ritrovata contrapposizione di piazza tra i diversi schieramenti. Del regime e della sua propaganda, dei giovani Fratelli Musulmani – concentrati soprattutto nelle università – e dei giovani rivoluzionari, nelle strade della capitale. Tutti a commemorare un massacro i cui colpevoli sono da ricercare all’interno del regime, in tutte le forme che ha assunto dalla caduta di Mubarak.

Idea racchiusa in semplici parole, scritte a caratteri cubitali su un grande striscione all’entrata di piazza Mohamed Mahmoud [luogo simbolo dove in decine sono periti, 2 anni fa, sotto i colpi dello SCAF] “vietato l’ingresso ai Fratelli Musulmani, ai militari e ai resti del regime di Mubarak”.

Dai “compagni di Tahrir”, passando per Rio e Taksim

1 luglio 2013 Lascia un commento

Fonte in inglese: Jadaliyya
Quella in italiano: FreePalestine (shukran)

[Grazie davvero a Stephanie per la traduzione veloce, buona lotta anche a te.]

A voi, al cui fianco lottiamo,

Il 30 giugno segnerà per noi una nuova fase di ribellione, basata su ciò che è iniziato il 25 e il 28 gennaio del 2011. Questa volta ci ribelliamo contro il regime dei Fratelli Musulmani che ha rafforzato le stesse forme di sfruttamento economico, violenza della polizia, torture e uccisioni.

I riferimenti alla venuta della “democrazia” non hanno alcuna rilevanza quando non c’è la possibilità di vivere una vita decente con dignità e mezzi di sostentamento decorosi. Le rivendicazioni di legittimità, attraverso un processo elettorale, distraggono dalla realtà che in Egitto la nostra lotta continua perché siamo di fronte al perpetuarsi di un regime oppressivo che ha cambiato il suo volto sì, ma mantiene la stessa logica di repressione, austerità e brutalità della polizia. Le autorità mantengono la stessa mancanza di una qualsiasi responsabilità nei confronti del pubblico e posizioni di potere si traducono in opportunità per aumentare il potere e la ricchezza personali.

Alessandria, ieri

Il 30 giugno si rinnova l’urlo della Rivoluzione: “Il popolo vuole la caduta del sistema”. Vogliamo un futuro né governato dall’autoritarismo meschino e dal capitalismo clientelare dei Fratelli Musulmani, né da un apparato militare che mantiene una stretta mortale sulla vita politica ed economica, né da un ritorno alle vecchie strutture dell’era Mubarak. Gli schieramenti dei manifestanti che scenderanno in piazza il 30 giugno non saranno tutti uniti, ma questo deve essere il nostro appello, deve essere la nostra posizione, perché non accetteremo un ritorno ai sanguinosi tempi del passato.

Anche se le nostre reti sono ancora deboli, traiamo speranza e ispirazione dalle recenti rivolte, in particolare in Turchia e Brasile. Ognuna di queste nasce da diverse realtà politiche ed economiche, ma noi tutte e tutti siamo stat* governat* da circoli ristretti il cui desiderio di avere sempre di più ha protratto la mancanza di visione di un qualsiasi bene per il popolo. Traiamo ispirazione dall’organizzazione orizzontale del Free Fare Movement fondato a Bahia, in Brasile nel 2003 e le assemblee pubbliche che si stanno diffondendo in tutta la Turchia.

In Egitto, i Fratelli Musulmani hanno aggiunto solo una patina religiosa al processo, mentre la logica di un neoliberismo contestualizzato schiaccia il popolo. In Turchia una strategia di crescita aggressiva del settore privato si traduce altresì in un regime autoritario, la stessa logica della brutalità della polizia come arma primaria per opprimere l’opposizione e tutti i tentativi di immaginari alternativi. In Brasile un governo radicato in una legittimità rivoluzionaria ha dimostrato che il suo passato è solo una maschera che indossa mentre si schiera con lo stesso ordine capitalista a sfruttare sia le persone che la natura.

Queste recenti lotte condividono le lotte più vecchie in corso, come quelle dei curdi e dei popoli indigeni dell’America Latina. Per decenni, il governo turco e brasiliano hanno provato, ma senza riuscirci, a cancellare la lotta per la vita di questi movimenti. La loro resistenza alla repressione dello Stato ha fatto da precursore alla nuova ondata di proteste che si sono diffuse in tutta la Turchia e il Brasile. Noi vediamo l’urgenza di riconoscere la profondità di ognuna di queste lotte e cercare forme di ribellione in modo da espandersi in nuovi spazi, quartieri e comunità.

Le nostre lotte condividono il potenziale per opporsi al regime globale degli Stati nazionali. Sia in tempi di crisi che di prosperità, lo Stato – in Egitto sotto il governo di Mubarak, la giunta militare o i Fratelli musulmani – continua ad espropriare e privare al fine di preservare ed aumentare la ricchezza e il privilegio di chi è al potere.

Nessuno di noi sta combattendo in isolamento. Siamo di fronte a nemici comuni in Bahrain, Brasile, Bosnia, Cile, Palestina, Siria, Turchia, Kurdistan, Tunisia, Sudan, Sahara occidentale e in Egitto. La lista è lunga. Ovunque ci chiamano teppisti, vandali, saccheggiatori e terroristi. Stiamo lottando per qualcosa che è più dello sfruttamento economico, della violenza della polizia o di un sistema giuridico illegittimo. Non è per una riforma dei diritti o della cittadinanza che lottiamo.

Ci opponiamo allo stato-nazione come strumento centralizzato di repressione, che consente ad una élite locale di succhiarci la vita e alle potenze mondiali di conservare il loro dominio sulle nostre vite quotidiane. I due lavorano all’unisono, facendo uso di mezzi diversi, dai proiettili ai media e quant’altro c’è nel mezzo. Non stiamo chiedendo di unificare o equiparare le nostre diverse battaglie, ma è la stessa struttura di autorità e di potere che dobbiamo combattere, smantellare e abbattere. Insieme, la nostra lotta è più forte.

Vogliamo la caduta del sistema.

Compagn* del Cairo

In Egitto si incoraggiano i cittadini all’arresto dei “vandali”

12 marzo 2013 Lascia un commento

Che è complicato anche scriverle due righe di commento a quest’articolo…le parole di Talaat Abdullah, praticamente un appello alla manetta libera, sembrano parlare direttamente a quel che nei tempi di Mubarak si chiamava la Baltagheyya, e che non credo proprio abbia cambiato nome. I fedelissimi, le squadracce pronte a difendere l’ordine costituito e il potere, quelle della battaglia dei cammelli, delle violenze, degli omicidi durante gli attacchi, dei ripetuti stupri degli ultimi mesi alle attiviste e militanti delle piazze del paese.
Con lo scontro tra polizia e esercito che s’è palesato a Port Said al suon dei proiettili che volavano, ci mancava anche un’ufficiale deligittimazione delle forze armate e d’ordine pubblico per “armare i fedelissimi”.E’ la risposta alla risposta popolare di queste settimane, la risposta alle sentenze, le grandi lotte operaie che iniziano a conoscere oltre allo sciopero e all’autorganizzazione anche l’autogestione dei posti di lavoro.
Un laboratorio di repressione si struttura, per rispondere all’immenso laboratorio rivoluzionario che è l’Egitto

Sta suscitando un ampio dibattito sulla stampa la dichiarazione rilasciata domenica dal Procuratore generale egiziano, Talaat Abdullah, per il quale i cittadini hanno il diritto di arrestare chi trasgredisce la legge.

Port Said, 7 marzo 2013

“Il Procuratore generale incoraggia tutti i cittadini ad esercitare il diritto assegnato loro dall’articolo 37 della legge di procedura penale dell’Egitto emesso nel 1950 – si legge nel comunicato diffuso dalla Procura – di arrestare chiunque sia trovato a commettere un crimine e consegnarli al personale delle forze di sicurezza”.

In una precisazione diffusa ieri, la Procura ha aggiunto che il procuratore generale non intendeva estendere ai civili i poteri d’arresto giudiziario, ma piuttosto circoscriverli al solo personale di polizia. Entrambe le dichiarazioni hanno però acceso numerose critiche, soprattutto da parte degli esponenti dell’opposizione laica e liberale al governo guidato dal presidente Mohamed Morsi, secondo i quali questa misura sarebbe il preludio alla sostituzione della polizia da parte di milizie appartenenti al movimento della Fratellanza musulmana o a gruppi ad esso vicini.
Numerosi membri di gruppi politici islamici hanno infatti immediatamente accolto con dichiarazioni positive la proposta di Abdullah.

“La decisione è un primo passo per porre fine alla sistematica violenza in corso in Egitto – ha detto per esempio all’agenzia di stampa nazionale MENA il segretario del partito ultra-conservatore Al-Gamaa Al-Islamiya, Alaa Abu El-Nasr – Il potere politico ha il diritto di avere una propria forza di polizia, capace di combattere i crimini per le strade”.
Nazer Gharab, membro dello stesso partito, ha specificato in un’intervista concessa alla televisione di voler istituire al più presto “una forza di polizia islamica per ristabilire l’ordine”.

Il timore che si diffondano milizie politiche armate nel paese, esacerbando ulteriormente il livello dello scontro, ha portato diversi esponenti militari, che hanno preferito parlare sotto condizione dell’anonimato, a suggerire la possibilità di un intervento dell’esercito.
Una fonte militare citata dal quotidiano governativo Al-Ahram ha infatti detto che “questa decisione aprirebbe la strada alla creazione di milizie private, garantendo una copertura politica alla violenza che significherebbe semplicemente la fine dello stato di diritto e l’avvio sulla strada di una guerra civile: in quel caso l’esercito non potrebbe restare a guardare”.
Michele Vollaro, InfoAfrica

Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

Egitto: i rivoluzionari devono resistere a Morsi, ma anche opporsi al vecchio regime di Mubarak

30 novembre 2012 2 commenti

I provvedimenti di Morsi sono un segno di debolezza. I poteri del vecchio regime sono ancora in pista e potrebbero approfittare della situazione. La sinistra non deve cadere nella trappola dell’alleanza con i nemici della rivoluzione.

Di Tamer Wagih *

Il 12 agosto, il presidente Mohamed Morsi ha emanato un decreto costituzionale attraverso il quale ha messo fine potere del Consiglio Supremo delle forze armate (SCAF).

Tre mesi più tardi, il 22 novembre, ha promulgato un secondo inatteso decreto costituzionale per un nuovo processo ai vertici del regime di Mubarak accusati di aver ucciso manifestanti e rendendo immune l’Assemblea Costituente e il Consiglio della Shura, così come le sue decisioni, dal potere giudiziario. La dichiarazione costituzionale gli consente inoltre di destituire il procuratore generale e, se ritiene che il paese sia in pericolo, di mettere in atto qualsiasi provvedimento esecutivo.

La prima dichiarazione costituzionale ha incontrato un’opposizione minima, ma la seconda è stata contrastata da un ampio spettro di forze, dalla sinistra rivoluzionaria fino ai feloul (espresione peggiorativa per indicare gli esponenti del vecchio regime di Mubarak) come il capo del sindacato dei giudici, Ahmed al-Zend, e l’avvocato Mortada Mansour .

Infatti, il contenuto di ciascuna delle due dichiarazioni costituzionali può in parte spiegare la differenza nelle reazioni, ma i tempi e gli sviluppi del conflitto politico in corso sono altrettanto importanti per capire perché si sono avute reazioni diverse.

Nei paragrafi che seguono, presenterò alcune analisi sulla natura delle recenti decisioni di Morsi e sul loro contesto storico.

(1)ultras_ahly

Morsi ha facilmente messo in crisi lo SCAF, apparentemente molto potente. La facilità con cui è stato congedato lo SCAF era inspiegabile, soprattutto il fatto che l’istituzione militare sembrava accettare senza resistenza l’estromissione del feldmaresciallo Hussein Tantawi e del capo di Stato maggiore Sami Anan.

Era chiaro che la rabbia contro la SCAF montava dentro l’istituzione militare nel corso dell’ultimo anno e mezzo che ha preceduto la dichiarazione costituzionale del 12 agosto.

L’esercito ha dovuto affrontare faccia a faccia a più riprese le masse arrabbiate, facendo sentire in pericolo i leader al di fuori dello SCAF. Il coinvolgimento diretto dell’esercito nella politica e l’impegno nella vita pubblica ha aperto la porta alla politicizzazione dell’esercito, e forse anche a spaccature interne. Inoltre, questo impegno in politica ha sollevato la possibilità di ribellione dei giovani ufficiali che non vogliono impegnarsi in scontri di questo tipo.

Inoltre, nei suoi ultimi giorni al potere, lo SCAF si stava trasformando in un gruppo di interesse ristretto che cercava di proteggere i suoi membri da ogni responsabilità, dalle richieste di giustizia – dopo che erano stati implicati nell’uccisione di manifestanti – e di conservare il loro potere e la ricchezza.

Nel giro di pochi mesi, lo SCAF si era trasformato da guardiano della rivoluzione in una banda centrata su se stessa per salvaguardare i propri vantaggi. Il suo ultimo decreto costituzionale, emesso il 17 giugno 2012, dichiarava disperatamente che lo SCAF continuava a governare “con la sua composizione attuale.”

Tale trasformazione ha certamente creato una disparità tra gli interessi dei militari in quanto istituzione e quelli dei generali dello SCAF, causando la formazione di un gruppo di leader militari non cooptati nello SCAF che cercavano di tenere l’esercito fuori dal caos politico, il tutto mantenendo i propri interessi economici e lo status privilegiato – proteggendosi da qualsiasi responsabilità politica.

(2)

Gli interessi di Morsi erano in accordo con quelli dei leader militari scontenti, ed il decreto del 12 agosto è stato un accordo tra loro. Questo accordo è stato ben accolto dagli Stati Uniti, che vi ha visto il modo migliore per uscire dall’impasse politica egiziano.

Questo accordo è stato inoltre accolto con favore dalla maggior parte delle istituzioni sovrane dello Stato – le forze di polizia ed i servizi segreti civili e militari – in quanto non ha comportato l’eliminazione della corruzione o la limitazione dei loro poteri. Piuttosto l’affare era lo scambio di favori reciproci, impedendo agli altri di indebolire Morsi mentre venivano assicurati i loro posti di potere. L’accordo ha rimosso i vertici che si opponevano ai Fratelli Musulmani e li ha sostituiti con altri più disposti a collaborare. Morsi ha fatto questo insieme ai militari, i capi dei vari servizi segreti, il Ministero dell’informazione, i quotidiani statali, l’ufficio presidenziale, il governo ed i governatori a livello nazionale.

L’unica istituzione che ha sfidato l’accordo di Morsi era la magistratura. L’indipendenza che essa gode in uno Stato capitalista ha permesso ai nemici della Fratellanza di mantenere le loro posizioni.

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Morsi è stato al potere per cinque mesi, ma anche questo breve periodo è stato abbastanza a lungo per rivelare la natura della Fratellanza e peggiorare una crisi già esistente.

La Fratellanza non è un partito rivoluzionario che spinge il popolo a lottare per raggiungere i propri interessi, e non è un gruppo riformista radicale e nemmeno un gruppo riformista tradizionale.

I gruppi riformisti radicali possono ostacolare i movimenti rivoluzionari nel raggiungere il loro fine logico – sradicare il regime – ma almeno lottano per introdurre importanti cambiamenti alle istituzioni al potere ed utilizzano a tal fine la mobilitazione popolare.

I riformisti tradizionali sono più cauti dei riformisti radicali e più propensi a negoziare con il vecchio regime al fine di raggiungere un compromesso. Ma poiché l’egemonia dei riformisti tradizionali si basa sul sostegno di settori progressisti delle masse – come i lavoratori organizzati – spesso svolgono un ruolo progressista per mantenere la loro base popolare.

La Fratellanza non si adatta a nessuna delle due categorie di riformisti. Per quanto strano possa sembrare, la Fratellanza è un potere riformista conservatore.

306400_2631774604409_1556722979_2619228_21052157_nLa sua base popolare è più conservatrice e reazionaria di quella dei riformisti tradizionali.

La Fratellanza è più popolare tra i settori più conservatori della classe medio-bassa, piuttosto che la classe operaia o dei giovani membri della classe media più radicale e della classe medio-bassa.

Sì, è vero che il nucleo della leadership organizzativa del gruppo è composto da persone della moderna classe medio-alta (ricchi professionisti, alcuni dei quali sono diventati uomini d’affari). Tuttavia, la base del gruppo è radicata nelle aree più arretrate, dove si mescola la rabbia contro la modernizzazione con le tendenze conservatrici che cercano di introdurre un cambiamento etico.

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Morsi è la sintesi di questa mentalità.

Ha stabilito il suo potere attraverso la riconciliazione con il vecchio stato, trascurando la necessità di eliminare la corruzione dalle istituzioni. Infatti ha concesso a polizia ed esercito una libertà di azione tale da renderli relativamente indipendenti. Fintanto che non si oppongono al potere presidenziale possono operare senza incontrare resistenza.

Morsi ha preso a fatica qualsiasi azione decisiva per soddisfare le richieste della rivoluzione. È tutto chiacchiere e non ha fatto nulla per questioni come la richiesta di giustizia per l’omicidio dei manifestanti antigovernativi, l’eliminazione della corruzione o la modifica delle strutture salariali o delle politiche pubbliche

Gli ultimi cinque mesi hanno dimostrato che Morsi non ha sostanzialmente cambiato nulla. L’esercito ha miseramente fallito nel Sinai, la decisione di respingere il procuratore generale ha causato un’enorme controversia, gli scioperi sono in aumento e l’esercito e la polizia stanno combattendo per le strade.

Nel frattempo, l’opposizione a Morsi e alla Fratellanza è cresciuta, mentre i segnali di stabilità sono pochi.

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Questo era il contesto in cui Morsi ha preso le sue decisioni. Potrebbe essere stato incoraggiato a pubblicare la nuova dichiarazione costituzionale dal suo successo nel creare la tregua tra Israele ed Hamas, ma le divisioni ed i conflitti in Egitto sono stati le prime cause per questo gruppo di provvedimenti.

Quella di Morsi è una mentalità tipica della Fratellanza che è incapace di concepire dei confronti sinceri per raggiungere le richieste della rivoluzione e per convincere il popolo. La sua mente gli dice che il miglior modo per occuparsi del periodo di transizione egiziano sia di monopolizzare il processo politico.

Credo che Morsi sia convinto che per scrivere la costituzione non ha importanza il contenuto, e che regolare l’ordinamento giuridico dell’Egitto sia la sola soluzione all’impasse della transizione. Secondo questa logica la stabilità è l’unico modo per attrarre investimenti, e la promulgazione della costituzione è la strada per la stabilità.LA BELLEZZA E' PER LA STRADA!

Così in questo “passaggio critico” ha deciso di calmare le strade ordinando il nuovo processo contro Mubarak ed altri assassini di manifestanti antigovernativi, e concentrandosi interamente sul completamento della costituzione proteggendo l’Assemblea Costituente dallo scioglimento e le sue decisioni dalle sfide del sistema giudiziario.

Queste decisioni dittatoriali provengono da un sentimento di debolezza e dal desiderio di conservare il potere, piuttosto che dalla sicurezza data dal suo rafforzamento.

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Le decisioni di Morsi costituiscono un colpo di stato politico “soft”, ma anche un grosso rischio visto che sullo sfondo i conflitti si acuiscono: i militari resteranno in silenzio? Nel lungo periodo la polizia sosterrà la sua decisione?

Queste istituzioni non sono leali con nessuno, specialmente con un presidente che proviene dalla Fratellanza Musulmana. Per cui la risposta a queste domande dipende dagli esiti dei conflitti in corso e da quelli che probabilmente ci saranno in futuro.

Se i poteri che si oppongono a Morsi riescono a mobilitargli contro la gente su larga scala, ed anche se ci riescono solo parzialmente, ed al contempo la condizione politica continua a deteriorarsi e ad accrescersi le divisioni, la classe dominante del vecchio regime di Mubarak propenderà per un golpe, indipendentemente dalle forme legali che assumerà.

Non è nell’interesse del movimento rivoluzionario che Morsi venga abbattuto con un golpe, visto che ne conseguirebbe una dittatura anche peggiore con l’obiettivo principe di eliminare tutta l’opposizione “per salvare il paese da un pericolo imminente”.

Ma non è nei suoi interessi nemmeno assistere a Morsi che schiaccia l’opposizione e rende più saldo il suo controllo. Sarebbe come se un debole uomo divenisse dittatore vincendo una scommessa, più o meno ciò che successe con l’ex presidente Anwar Sadat.

Personalmente escludo la possibilità che avvenga la seconda ipotesi, credo sia abbastanza difficile che Morsi e la Fratellanza si assicurino definitivamente il potere. Ma è ancora tutto da vedere.

Il vero problema è nella struttura dell’opposizione. A causa dell’assenza di un rilevante blocco rivoluzionario coerente, l’opposizione è un guazzabuglio di forze che appartenevano al precedente regime corrotto ed altri forze centriste-liberali-riformiste-populiste – che approssimativamente possiamo definire “forze civili”.

Purtroppo, visto che queste forze civili non sono rivoluzionarie e possiedono indistinguibili caratteristiche centriste tendono a riconciliarsi, ed anche ad allearsi, con i sostenitori del precedente regime nella battaglia contro Morsi, credendo che sia lui il loro nemico numero uno.

Ritengo che questa attitudine avrà ripercussioni catastrofiche per il futuro della rivoluzione. Permetterà ai feloul di essere riprodotti come agenti accettabili nello scenario politico, e ci sarà la possibilità di un ritorno del regime di Mubarak, stavolta in forma peggiore.

I paragoni con la sollevazione del 25 gennaio non tengono: allora milioni di persone scesero in strada per la rivolta contro il regime e c’era un’alleanza tra le forze rivoluzionarie e quelle riformiste conservatrici che con esitazione vi si opponevano. Oggi invece ci troviamo davanti ad un’alleanza nascente con le peggiori e più estreme forze di destra, e siamo fuori dal contesto di una rivoluzione.

La missione dei rivoluzionari è dura ma inevitabile: dovrebbero dare battaglia alla dittatura confusa e non rivoluzionaria della Fratellanza senza cadere nella trappola dell’alleanza con gli altri nemici della rivoluzione.

La vera speranza è una terza alternativa rivoluzionaria che non recluti i rimasugli del regime di Mubarak nella lotta contro la Fratellanza.

* Tamer Wagih è un’opinionista dell’Egypt Indipendent.

Traduzione di Emanuele Calitri
Pubblicato su International Tahrir

Link originale: http://www.egyptindependent.com/opinion/revolutionaries-must-resist-morsy-also-feloul

Altri articoli di Tamer Wagih http://www.egyptindependent.com/staff/tamer-wagih

La rabbia che si riappropria delle strade d’Egitto: yalla!

23 novembre 2012 2 commenti

L’Egitto torna in piazza urlando al nuovo faraone che la rabbia è tanta,
non meno di quella che lo scorso anno ha portato ai feroci scontri che per giorni sono avvenuti in via  Mohammad Mahmoud, verso il Ministero dell’Interno.
Caddero corpi come mosche sotto i colpi delle armi dello SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate che doveva garantire la transizione dall’era Mubarak alle elezioni.

Molti altri persero la vista, colpiti con scientifica intenzione, agli occhi.
Non è la prima volta che l’Egitto ci riprova, non è la prima volta che diverse componenti della società egiziana, progressiste o anarchiche, organizzazioni giovanili e gruppi ultras,  rivolgono  la loro rabbia alla Fratellanza Musulmana, che dopo l’accordo di tregua tra Hamas e Israele ha assunto un ruolo internazionale non da poco.
Non è la prima volta che le strade dicono la loro sulla Fratellanza Musulmana.
La piazza non crede a nessuna delle promesse fatte, il proletariato egiziano non credo certo alle promesse di liberazione della Palestina del proprio Rais Morsi,
e insorge.
La piazza insorge contro un decreto che appare più come un colpo di stato.
Da ore la piazza è stracolma e gli scontri si succedono su Qasr al Aini, con un fitto lancio di gas lacrimogeni e già molti feriti che vengono trasportati venrso Tahrir,
tra poco gli ospedali da campo probabilmente torneranno a sbucare qua e là,
per le strade di una città che ha la capacità ormai di trasformarsi in un fitto campo di battaglia, spesso ben organizzato.

Bandiere rosso nere dal quartier generale dei Fratelli Musulmani, oggi

Molte le sedi politiche prese d’assalto e incendiate dalla folla,
anche la sede di Al-Jazeera ha avuto lo stesso trattamento
Una bandiera rosso-nera sventola dal quartier generale di Morsi,
le frange progressiste, come quelle anarchiche, hanno voglia di dire la loro.
E noi siamo al loro fianco.

W L’EGITTO CHE RESISTE!

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