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Posts Tagged ‘Consiglio supremo delle forze armate’

Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

La rabbia che si riappropria delle strade d’Egitto: yalla!

23 novembre 2012 2 commenti

L’Egitto torna in piazza urlando al nuovo faraone che la rabbia è tanta,
non meno di quella che lo scorso anno ha portato ai feroci scontri che per giorni sono avvenuti in via  Mohammad Mahmoud, verso il Ministero dell’Interno.
Caddero corpi come mosche sotto i colpi delle armi dello SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate che doveva garantire la transizione dall’era Mubarak alle elezioni.

Molti altri persero la vista, colpiti con scientifica intenzione, agli occhi.
Non è la prima volta che l’Egitto ci riprova, non è la prima volta che diverse componenti della società egiziana, progressiste o anarchiche, organizzazioni giovanili e gruppi ultras,  rivolgono  la loro rabbia alla Fratellanza Musulmana, che dopo l’accordo di tregua tra Hamas e Israele ha assunto un ruolo internazionale non da poco.
Non è la prima volta che le strade dicono la loro sulla Fratellanza Musulmana.
La piazza non crede a nessuna delle promesse fatte, il proletariato egiziano non credo certo alle promesse di liberazione della Palestina del proprio Rais Morsi,
e insorge.
La piazza insorge contro un decreto che appare più come un colpo di stato.
Da ore la piazza è stracolma e gli scontri si succedono su Qasr al Aini, con un fitto lancio di gas lacrimogeni e già molti feriti che vengono trasportati venrso Tahrir,
tra poco gli ospedali da campo probabilmente torneranno a sbucare qua e là,
per le strade di una città che ha la capacità ormai di trasformarsi in un fitto campo di battaglia, spesso ben organizzato.

Bandiere rosso nere dal quartier generale dei Fratelli Musulmani, oggi

Molte le sedi politiche prese d’assalto e incendiate dalla folla,
anche la sede di Al-Jazeera ha avuto lo stesso trattamento
Una bandiera rosso-nera sventola dal quartier generale di Morsi,
le frange progressiste, come quelle anarchiche, hanno voglia di dire la loro.
E noi siamo al loro fianco.

W L’EGITTO CHE RESISTE!

LEGGI ANCHE da INFOAUT: QUI

Per altro materiale sull’Egitto: QUI

Amnistia in Egitto

9 ottobre 2012 1 commento

Mohammed Morsi “festeggia” i suoi 100 giorni di carica come presidente egiziano, annunciando un’amnistia che tirerà fuori dal carcere tutti coloro che sono stati arrestati nei mesi della rivoluzione avvenuta per abbattere Hosni Mubarak, e il suo decennale potere.
Il decreto è disponibile anche sui Social Network, molto utilizzati prima dalla giunta militare ed ora dal governo presediuto dalla fratellanza musulmana, per comunicare con la cittadinanza: il testo completo è infatti apparso poco dopo il suo discorso sulla pagina ufficiale che gestiscono su Facebook.

E’ un’amnistia che coinvolgerà e libererà dalla prigionia tutti i detenuti arrestati a partire dal 25 gennaio del 2011, fino all’insediamento di Morsi (quindi anche tutti coloro che hanno partecipato alle manifestazioni successive alla caduta di Mubarak, contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate.)
Saranno migliaia i prigionieri che torneranno in libertà.
L’amnistia sì, quella che dalle nostre parti resta un’eterna sconosciuta, rimossa e bistrattata

Rivoluzione Egiziana: istruzioni per l’uso

17 giugno 2012 1 commento

ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE,
dal blogger Hossam el-Hamalawy, che da anni segue gli sciopero e la lotta di classe di Egitto.

Mentre parecchi in Egitto stanno piangendo la “morte della rivoluzione” ed il conseguente “colpo di stato militare”, è ora di sottolineare, o di ri-sottolineare, alcuni punti:

Foto di Hossam el-Hamalawy

1- Parlare di un colpo di stato militare nel giugno 2012 significa credere che, sin dal rovesciamento di Mubarak, l’Egitto abbia avuto un governo civile, il che è completamente ridicolo. Il colpo di stato è più o meno iniziato l’11 di febbraio 2011, quando i rivoluzionari sono riusciti a scalzare Mubarak, che venne rimpiazzato dai suoi generali.

2- Fin dall’inizio la giunta militare sta utilizzando tutte le sue armi costituzionali, legali e politiche per influenzare il processo [rivoluzionario], e non hanno esitato ad utilizzare i proiettili ogni qual volta che il loro “soft power” non falliva nell’intento.

3- Tra i vari attori politici, la giunta militare è quella che più di tutti vuole il “passaggio del potere” ad un governo civile. Durante la scorsa settimana i veicoli da trasporto truppe ed i camion militari erano in giro per le strade per distribuire comunicati ed per incoraggiare la gente ad andare a votare al secondo turno. Messaggi simili, sia indiretti che espliciti, sono trasmessi in continuazione dalle tv pubbliche. La giunta vuole “mollare” , tornare alle caserme con le garanzie legali, politiche e costituzionali che non verrà toccata la loro posizione, i privilegi, il potere decisionale ed il controllo sull’economia. In breve: sognano il vecchio “modello turco”.

4- Una rivoluzione non si fa in 18 giorni o 18 mesi. Se siamo tutti d’accordo che questa è una guerra con il regime che durerà per diversi anni, allora perché tutti sono improvvisamente preda al panico e stanno dicendo che è finita? Qualcuno credeva che la rivoluzione fosse una curva lineare di vittorie? Sicuramente stiamo attraversando un periodo catastrofico in cui la controrivoluzione è all’attacco, ma non dobbiamo credere che la rivoluzione sia finita. Quante volte nell’ultimo anno e mezzo è stato detto ed è stato scritto “È finita! La rivoluzione è sconfitta”, solo per poi essere sorpresi da una ripresa delle proteste di piazza, delle occupazioni e degli scioperi che hanno costretto la giunta a fare dei passi indietro?

Foto di Hossam el-Hamalawy

5- Questa rivoluzione ancora non ha una leadership semplicemente perchè nessuno dei gruppi politici esistenti ha un radicamento territoriale sufficiente per dirigerla. Per questo qualsiasi accordo politico tra lo SCAF [letteralmente: consiglio supremo delle forze armate, la giunta militare NdT] ed una qualsiasi forza politica con lo scopo di attenuare le proteste e gli scioperi è inutile.

6- Gli scioperi, che incarnano l’unica speranza per rovesciare il regime, non seguono mai in un percorso lineare verso l’alto. Proprio come le proteste di piazza, gli scioperi hanno flussi e riflussi. Eppure, rimane un fatto: l’ondata di scioperi è entrata nel suo sesto anno consecutivo, senza la prospettiva di una loro fine, semplicemente perché le ragioni oggettive e strutturali del suo scoppio sono ancora lì, e nessun candidato presidenziale, né un profeta può risolvere questi problemi finché il regime neoliberista rimane al suo posto.

7- Gli scioperi, anche se non sotto una leadership unificata, hanno visto ripetuti scontri diretti con l’esercito, cori contro la giunta militare, così come degli attriti con i parlamentari della Fratellanza Musulmana o dei salafiti che nelle loro zone hanno cercato di attenuare le mobilitazioni, oppure non si sono preoccupati di intervenire in sostegno dei lavoratori.

8- La stessa opposizione islamista è piena di contraddizioni e spaccature interne. Lo spettacolo penoso dato in parlamento (ora disciolto), la collaborazione con la giunta nell’anno passato, e l’incapacità di ottenere un qualsiasi vantaggio nazionale concreto per il popolo durante la breve e defunta legislatura può solo significare che potrebbe potenzialmente aumentare la disillusione tra i poveri ed i giovani.

9- Ci sono buone ragioni per aspettarsi alcuni mesi difficili davanti a noi. L’apparato del (formalmente) disciolto Partito Nazionale Democratico [il partito di Mubarak, n.d.t.] in queste elezioni aveva fortemente sostenuto Shafiq, e i membri del partito si sono sentiti a loro agio ad uscire allo scoperto dopo essere scomparsi per un anno dagli occhi dell’opinione pubblica. I capi della sicurezza di Mubarak sono stati tutti assolti, e ogni giorno ci sono notizie di agenti di polizia e caporali prosciolti da ogni accusa relativa all’omicidio di manifestanti. Anche se la legge di emergenza è stata revocata ufficialmente due settimane fa, il ministro della Giustizia ha concesso alla polizia militare ed ai funzionari dell’intelligence il potere di arrestare i civili . Senza un parlamento o di una costituzione in vigore, l’elezione di Shafiq come presidente porterà a dei severi provvedimenti contro gli attivisti democratici, i gruppi di opposizione, ed i rivoluzionari, con il pieno appoggio della SCAF.

10- La prossima ondata di repressione non la farà finita con la rivoluzione. Ancora una volta, ci vorranno diversi anni per permettere alla polvere di depositarsi. Il campo rivoluzionario non dispone degli strumenti essenziali per contrattaccare, in altre parole, non dispone di un’organizzazione nazionale dei settori più avanzati dei lavoratori e dei movimenti giovanili e di un fronte coerente e unito che coordini i diversi gruppi rivoluzionari nella capitale e nelle province. E in questi tempi difficili, quando la controrivoluzione va a tutta forza, la necessità di una tale organizzazione diventa sempre più urgente.

* Hossam El-Hamalawy è un giornalista indipendente ed attivista egiziano. Attivo fin dai tempi della dittatura è un membro di spicco dei Socialisti Rivoluzionari. Il suo blog è uno dei più seguiti in patria ed all’estero http://www.arabawy.org/ .

Titolo originale in inglese “The troubled revolutionary path in Egypt. A return to the basic”

Fonte: http://www.jadaliyya.com/pages/index/6012/the-troubled-revolutionary-path-in-egypt_a-return-

Traduzione a cura di Emanuele Calitri
International Tahrir 

Il muro di Mohammed Mahmoud, foto di Hossam el-arabawy

Il muro di Mohammed Mahmoud, foto di Hossam el-Hamalawy

Egitto: ricominciamo da Tahrir?

14 giugno 2012 5 commenti

…tutto da rifare.
Tutto completamente da rifare perché la Corte Costituzionale ha deciso così, le elezioni sono annullate.
Si ricomincia.
Con il Consiglio Supremo delle Forze Armate che tiene stretto il potere nelle mani, con Shafiq lì ad osservare soddisfatto.
Che dire? Come leggevo oggi sulle pagine di alcuni compagni egiziani “parliamo di mesi di rivoluzione, ma dobbiamo farla”.
Eh si, dolcissimo mio Egitto, i cui sogni di rivoluzione ho condiviso sulle tue strade…
ricominciamo dagli scioperi, ricominciamo dai campi di cotone, ricominciamo dalle fabbriche ferme,
dal canale di Suez immobilizzato e deserto.
Ricominciamo da Tahrir, da Suez e le sue fiamme, dalle strade di tutto il paese.
Ricominciamo dal conflitto al potere e all’esercito senza cadere in trappole e in illusioni.
Ricominciamo dall’organizzazione, che non è mai esistita…
dai popolo di Tahrir, siamo con te.
Yalla

Egitto: tenetevi pure Tahrir, noi vogliamo la rivoluzione!

5 maggio 2012 1 commento

Sono giorni che non aggiorno questo blog,
sono giorni che sto fuori dal mondo, e le strade del Cairo riesplodono di violenza.
Una violenza bestiale, che il Consiglio Supremo delle Forze Armate, che doveva garantire la transizione, sta muovendo contro tutti coloro che stanno scendendo nelle strade in questi ultimi giorni, in solidarietà con i militanti salafiti che si son visti attaccare manu militari il presidio pacifico indetto per protestare contro  l’esclusione, decisa dalla giunta militare, di Hazem Salah Abu Ismail dalla corsa presidenziale.

Quel che è stato chiaro dal primo momento, quando il piombo dello SCAF ha iniziato a colpire a morte gli attivisti,
ma soprattutto quando gli scagnozzi della Baltageyya sono arrivati con i loro bastoni a pestare chi si trovavano davanti,
è che tutta la società civile, laica e militante del Cairo è scesa a portare solidarietà,
e a cercare di ricacciare via Baltagheyya ed esercito dalle strade della città, a pochi passi dal ministero della Difesa, nel quartiere di Abasseya.
Gli unici rimasti a Tahrir, in barba alla repressione e ai morti che si accatastavano velocemente, sono stati i Fratelli Musulmani,
intenti a cantare in piazza, come se nulla fosse:
quei canti gli si rivolteranno contro,
l’Egitto laico e rivoluzionario, come anche quello salafita,  i giovani degli stadi ( i 75 morti di Port Said bruciano ancora) e delle università, i bimbi scalzi venditori ambulanti,
insomma….
A sarà dura, per la fratellanza musulmana tenere le fila di questo suo potere arrogante, diviso con i carriarmati dell’esercito,
dalle facce e dai nomi provenienti tutte dall’era Mubarak,
e protetti dai loro scagnozzi di regime, pronti a sbucare con bastoni o cammelli, ovunque serva pulizia,
ovunque serva massacrare il desiderio di libertà, e di costruire quell’abbozzo di rivoluzione che da un anno e mezzo prova a far capolino.

Il “venerdì della fine” è finito, con altri 3 morti ad aggiungersi alla ventina del giorno prima,
con i Fratelli Musulmani che hanno rapidamente lanciato notizie che “nessuno dei loro militanti” era in quelle strade a scontrarsi,
e il “movimento 6 aprile” che s’è ritirato per “evitare il bagno di sangue”.

Le strade di Abbasseya rimangono piene: laici, salafiti, cristiani, la vera unità rivoluzionaria è quella che sta sfidando i proiettili (italiani, non ce lo scordiamo, sono tutti della Fiocchi) dello SCAF e gli  arroganti stornelli della fratellanza in piazza.
Tenetevi pure Tahrir, noi vogliamo la rivoluzione! 

Data la mia incapacità di stare al passo con le notizie ultimamente, non vi scordate mai che esiste Infoaut, quindi LEGGETELO!
Qui, le vecchie notizie sull’Egitto: leggi

Egitto: sciopero generale !

12 febbraio 2012 1 commento

Così come lo scorso anno la caduta del regime non è stata frutto solamente dello spontaneismo e dell’imponenza di Tahrir,
ma dell’enorme lavoro portato avanti in anni di lotte sui posti di lavoro, nei campi, negli scioperi generali, nel canale di Suez e nelle fabbriche…
Così ora è nelle loro mani l’avanzata di un processo rivoluzionario.
Nessuna altra strada esiste se non il portare il conflitto e la lotta nella quotidianeità dei posti di lavoro, tutti; con la nascita costante di organizzazioni capaci di canalizzare le energie e creare una coscienza di classe e operaia in grado di spazzar via gli anfibi del regime, così come quelli dell’esercito che dovrebbe garantire la transizione,
e che ovviamente sta garantendo solo la repressione, il terrore, l’annullamento del processo rivoluzionario.
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE EGIZIANA… TAHRIR IN OGNI POSTO DI LAVORO!

Vi allego, come sempre 😉 un articolo di Infoaut

Secondo gli organizzatori è stato “un vero successo!” lo sciopero generale del movimento rivoluzionario egiziano. E a parlare sono anche le cifre, come sempre ridotte all’impossibile, che sono state costrette a rendere note le fonti ufficiali: “almeno il 60% dei lavoratori”. La grande iniziativa di lotta era stata lanciata in un percorso politico e sociale tutto in salita perché se è vero che sabato scorso era il primo anniversario delle dimissioni di Mubarak non era affatto scontato che l’occasione da farsa celebrativa (per il potere) si tramutasse in giornata di lotta in continuità con il processo rivoluzionario.
Gli Imam e gli esponenti politici di spicco del movimento islamista moderato dei Fratelli Musulmani si erano sgolati tutta la settimana per sabotare lo sciopero
condannandolo duramente e invitando gli egiziani a non prendere parte all’iniziativa che avrebbe potuto trascinare nel caos l’economia egiziana. In perfetta sintonia con la fazione islamista anche i rappresentanti politici e clericali della comunità cristiana che si sono uniti al coro del ritorno all’ordine e alla pace sociale.
Eppure lo sciopero c’è stato e ha fatto male alla controparte individuata dal movimento nella giunta militare, lo Scaf, che venerdì in una nota si era detto molto preoccupato per i complotti in corso contro lo stato e per uno sciopero che a dir loro avrebbe messo a repentaglio gli esiti della rivoluzione.

Foto di 3arabawy

All’indomani della strage dello Stadio di Port Said il movimento ultras di Piazza Tahrir aveva fatto appello alla vendetta contro la giunta militare ritenendola responsabile della punizione contro una delle tifoserie più attive della piazza rivoluzionaria. Ne erano seguiti giorni di scontri violentissimi nei pressi del Ministero degli Interni in cui erano stati uccisi dalla polizia anche numerosi manifestanti. Lo sciopero generale di sabato era stato indetto proprio in questo contesto altamente conflittuale anche con l’obiettivo di dare uno sbocco alla forza politica che il movimento stava esprimendo sulle barricate. Solo venerdì decine di migliaia di manifestanti erano riusciti a raggiungere il Ministero della Difesa scandendo lo slogan delle ultime settimane “il popolo vuole giustiziare il federmaresciallo” esortando a continuare la lotta e a costruire per il giorno dopo (il sabato dello sciopero) una importante iniziativa.

Allo sciopero generale, oltre a settori del pubblico e del privato, hanno preso parte anche diverse università e moltissimi studenti medi che fin dalle prime ore del mattino hanno presidiato gli edifici dei propri istituti per poi muoversi in corteo scandendo slogan contro lo Scaf. In questo modo il processo rivoluzionario si è mostrato per quello che è: radicatissimo nel cuore dei rapporti sociali del paese, tra fabbriche, università e quartieri.

Lo sciopero generale di sabato è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi: ha mostrato la completa autonomia del movimento, è riuscito a dare sbocco politico e sociale all’alta conflittualità raggiunta negli scontri di piazza degli ultimi giorni, e, elemento decisivo, sta continuando a provocare le controparti (Scaf, potere esecutivo, e Fratelli Musulmani, potere legislativo) facendole emergere per quello che sono: il blocco reazionario in marcia. Viste le cifre di adesione allo sciopero c’è da chiedersi quanti elettori del movimento islamista vi hanno preso parte non curanti degli appelli ad andare al lavoro ripetuti dalla fratellanza, e come avranno digerito le dichiarazioni dei propri eletti all’assemblea parlamentare che per alcuni giorni hanno parlato in sintonia con le dichiarazioni della giunta militare evocando complotti contro lo stato di chissà quale potenza oscura.

Un nuovo goal per il movimento rivoluzionario egiziano, che c’è da crederlo fino a quando non raggiungerà l’obiettivo minimo di scacciare i militare dal potere non lascerà la piazza, ma anzi sembra proprio ben attrezzato per raggiungere anche ben altri e importanti grandi scopi.

LEGGI IL RESTO SULL’ EGITTO: QUI

In Egitto gli scontri proseguono; in Syria un deserto di morte.

6 febbraio 2012 8 commenti

Dal massacro avvenuto nello stadio di Port Said non c’è ovviamente più stata tregua…
a quei 73 corpi, massacrati, se ne sono aggiunti altri, che purtroppo aumentano di giorno in giorno.
Da giovedì solo al Cairo sono otto i manifestanti rimasti uccisi, mentre il numero dei feriti balla da fonte a fonte,
ma è comunque altissimo. Appena poche ore di tregua durante questa notte,
poi appena il sole ha iniziato a riflettersi nelle acque del Nilo,
gli scontri davanti al Ministero dell’Interno sono ricominciati.
Il popolo ribelle non vede diminuire le sue fila: composte da shebab di tutti i credo e i gruppi.
La rabbia esplosa dopo quel massacro, foraggiato dall’indifferenza assassina della polizia e poi dal suo infierire,
si è portata via il paese intero, con Il Cairo in prima fila.
A Suez, la città dove il livello di scontro è sempre più alto che altrove,
chi si è riversato nelle strade l’ha fatto andando a colpire subito i centri nevralgici della repressione:
le questure, i commissariati, i tribunali.
Questa è la lotta che si combatte ora in Egitto, prima ancora di quelle nei posti di lavoro:
la lotta per liberarsi dall’oppressione,
la lotta per liberarsi dalla morsa costante ed immutata delle forze di sicurezza,
dei tribunali militari, delle celle delle prigioni dove si continua a torturare: la guerra è a Hussein Tantavi
e a tutto il Consiglio Supremo delle Forze Armate.
Gli slogan cambiano tono: non c’è più la ricerca di cambiamento, ora sembra esserci il desiderio di veder rotolare le teste.

Anche da quelle parti le ultime dichiarazioni dello Scaf farebbero sbellicare se non ci fossero tonnellate di vite di mezzo:
tutto quel che è accaduto a Port Said e quindi poi in tutto il paese, è causato da “forze straniere” che tentano di destabilizzare la transizione che invece loro son bravissimi a gestire.
Certo.
Va bene, c’è sempre la mano straniera, è tutto molto semplice.
Intanto guardate il volto di questa fanciulla, attivista del Cairo, colpita al volto come molte altre persone intorno a lei,

Il volto di @Salmasaid

mentre manifestava nei pressi del Ministero.
Colpita con pallini da caccia, che tentano di mirare agli occhi, spesso riuscendoci.
A @Salmasaid questa volta è andata bene, perfortuna.

Del muro abbattuto dalla furia l’altro giorno è rimasto poco, tanto che lo SCAF ha predisposto la costruzione di ben 4 muri al posto di quello…
ma le ultime informazioni dalla piazza ci raccontano che dopo le ultime cariche, i blindati sono arretrati di qualche centinaia di metri.
La voglia di buttarli giù tutti è palese: è un desiderio che vuole spazzar via i palazzi del potere e tutti coloro che scaldano quelle sedie.
Stavolta è così, il gioco l’hanno capito: stavolta vogliono le teste e affronteranno i loro fucili,
il gas nervino nei lacrimogeni come a novembre,
perderanno altri occhi e altre vite…
ma vi spazzeranno via.

IRHAL IRHAL YA TANTAWI!
Ora aspettiamo di vedere che giornata sarà l’11 febbraio, in cui è stato programmato uno sciopero generale nazionale contro l’esercito.

Nel frattempo, in Syria, il massacro avanza e ruota tutto intorno alla città di Homs, già pesantemente colpita nei giorni scorsi.
Il quartiere di Khalidiya l’altro ieri e quello di Bab Amro da una 30ina di ore, vivono uno stato di guerra guerreggiata.
Circondati dai carri armati, imprigionati in un assedio impenetrabile, vengono bombardati da ore.
Dei 337 morti della prima notte non abbiamo saputo molto altro; non sappiamo da quel momento a che cifra siamo arrivati, ma cambia poco.
E’ un vero e proprio bombardamento: i racconti parlano di interi palazzi ridotti in briciole, con famiglie intere rimaste là, prive della possibilità di chiedere soccorso o portarlo.
Una storia irraccontabile.
Che mi spezza l’anima.

Finalmente il movimento rivoluzionario egiziano si distacca dalla fratellanza, a suon di ceffoni !

1 febbraio 2012 3 commenti

La cosa era nell’aria,  già da qualche settimana precedente le commemorazioni per l’anniversario, il primo , di quella che ormai chiamiamo “rivoluzione egiziana”.

Foto di Valentina Perniciaro, pane caldo per il Cairo

La vittoria delle elezioni, schiacciante,  ha aperto a nuovi scenari, non poi così inaspettati: la cosa che speravo, e che sembra stia iniziando ad avvenire con una cadenza quasi quotidiana, è che la piazza (tutte le piazze egiziane) capissero che quel tipo di potere, colluso ed accondiscendente da sempre con i meccanismi e i meandri del regime di Mubarak, non è altro che un rivale, l’ennesimo servo del “tutto rimarrà immutato, malgrado voi e la vostra Tahrir”.
E così già la scorsa settimana, nel 25 gennaio ormai simbolo di liberazione, il corteo più radicale e partecipato, che ha puntato subito verso il Maspero si è già caratterizzato come una manifestazione che NON desiderava alcuna partecipazione da parte della fratellanza musulmana.
Se ne potevano rimanere a Tahrir, sotto i loro due enormi palchi, troppo enormi e sfarzosi per piacere a chi è stato abituato a cucire le proprie ferite nelle tende della piazza, tra uno sgombero ed una carica.
Insomma… eccolo il nuovo terreno di scontro che dobbiamo osservare ed alimentare. Ecco quel che dobbiamo imparare a conoscere del nuovo Egitto, ai suoi primi vagiti.
Sperando che questo movimento rivoluzionario sappia trovare le capacità organizzative necessarie, che sappia entrare nelle fabbriche e nei campi, che sappia spazzare via i servi di regime, qualunque maschera indossino.

VI LASCIO CON UN ARTICOLO PRESO DA INFOAUT, che ringrazio

Duri scontri tra il movimento rivoluzionario e i Fratelli Musulmani al Cairo. Almeno 40 i feriti. E’ l’episodio più cruento mai avvenuto fino ad ora nell’ambito dei regolamenti di conti tra i soggetti politici emersi nell’immediato post-Mubarak e le forze sociali rivoluzionarie egiziane.

Doveva essere il pomeriggio delle celebrazioni ufficiali per il nuovo parlamento insediatosi dopo le elezioni con tanto di intervento del premier Kamal El-Ganzouri, e invece l’attenzione si è concentrata sulle strade intorno all’edificio dove i cortei convocati dal movimento rivoluzionario sono entrati in collisione con il servizio d’ordine, armato di tutto punto (anche di manganelli teaser), dei Fratelli Musulmani. Il movimento islamista moderato a quanto pare non poteva sopportare che i protagonisti della rivoluzione gli rovinassero la festa per la schiacciante vittoria conseguita alle elezioni politiche.

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Più di 40 organizzazioni rivoluzionarie avevano indetto per oggi, il martedì della perseveranza, diversi cortei che si sarebbero dovuti concludere con un presidio unitario nei pressi del parlamento. L’obiettivo dei manifestanti era contestare lo Scaf rivendicandone lo scioglimento e la messa a giudizio da un tribunale, e l’immediata convocazione delle elezioni presidenziali per l’11 febbraio (data delle dimissioni di Mubarak). Ma invece di trovare solo i plotoni della polizia militare a difendere uno dei palazzi del potere questa volta il movimento si è trovato di fronte anche il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani.

Che la tensione era salita alle stelle era già chiaro dalle iniziative del 25 gennaio. Durante il primo anniversario dell’inizio della rivoluzione più di 2milioni di egiziani avevano raggiunto piazza Tahrir per dare continuità alla lotta contro lo Scaf. Spesso in quell’occasione lo slogan “irhal!”, “vattene!”, da sempre rivolto contro Mubarak o gli uomini del vecchio e attuale regime, venne gridato da migliaia di manifestanti in faccia ai portavoce dei Fratelli Musulmani che si alternavano sul palco del movimento islamista. Non è servito a niente alzare il volume dell’impianto audio che per coprire la contestazione pompava versetti del corano a tutto volume visto che i numerosi contestatori per esprimere ancora meglio l’ostilità politica contro “La Fratellanza” alzarono le scarpe minacciosamente in aria.

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

I Fratelli Musulmani che non hanno mai aderito ufficialmente al movimento rivoluzionario, oggi godono, con il loro partito Libertà e Giustizia, di 235 seggi su 498 e di ben 12 commissioni parlamentari su 19. Da subito configuratisi come forza politica del “ritorno all’ordine e alla pace sociale” sono entrati fin dalle prime ore post-Mubarak in perfetta sintonia con lo Scaf di cui hanno appoggiato la proposta delle (leggere) riforme costituzionali al posto dell’elezione dell’assemblea costituente come reclamato dalla piazza rivoluzionaria. I Fratelli Musulmani si sono caratterizzati come uno degli elementi attivi della transizione democratica in senso reazionario e gli eventi di oggi approfondiscono radicalmente l’abisso tra il movimento rivoluzionario egiziano e le forze della contro-rivoluzione. La frattura post-islamista praticata dal movimento rivoluzionario tunisino ed egiziano non poteva avere solo come nemici le persistenze del vecchio regime ma anche le formazioni politiche islamiste che un tempo seppur avendo vissuto all’opposizione dei Rais, non hanno poi esitato un solo istante a collocarsi nel nuovo scenario politico istituzionale come forze reazionarie e organizzate per bloccare e contrastare le straordinarie trasformazioni politiche, sociali e culturali interne ai processi rivoluzionari.

Seppur costata numerosi feriti tra i compagni e le compagne, la giornata di oggi può essere salutata come un nuovo passo avanti del movimento rivoluzionario che dopo le insurrezioni d’autunno continua a definire, localizzare ed isolare i propri nemici. La tendenza in atto sembra voler spingere il potere esecutivo e lo Scaf ad esprimere il suo ruolo reazionario nella forma più pura, isolata e allo stesso tempo fragile per costringerli allo scioglimento e conquistare lo spazio per un ulteriore sviluppo del processo rivoluzionario.

Intanto con l’entrata in scena del nuovo potere legislativo il movimento non ha aspettato un solo istante a dare battaglia per svelarne l’orientamento esplicitamente reazionario e approfondire l’ostilità tra la posizione islamista moderata e il punto di vista rivoluzionario.


LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI SULL’EGITTO!

Egitto: dichiarato illegale il test della verginità!

27 dicembre 2011 3 commenti

«La corte ordina che la pratica dei test di verginità sulle ragazze all’interno delle carceri militari sia fermata»: raramente riporto parole di un giudice, ma questa volta quelle di Ali Fekry hanno lasciato un segno importantissimo, grazie a Samira Ibrahim.
Non sarà più possibile per i militari egiziani, eseguire il test di verginità a chi viene fermato, quindi alle attiviste o alle lavoratrici fermate durante manifestazioni e scioperi: questo schifoso abuso, normalmente perpetrato sui corpi delle  egiziane è ora dichiarato ufficialmente ILLEGALE.
Fuori legge.
Nessuno più potrà chiedere ad una donna se è vergine o no, nessuno più potrà eseguire test per accertare o no la veridicità di quanto dichiarato: Samira è una donna di 25 anni, di cui vedete il volto in questa foto, che si sta battendo contro la tortura in Egitto, cercando di inserire la pratica del “virginity test” tra quelle da combattere e debellare: lei è stata arrestata il 9 marzo insieme ad altre 16 donne, ed è rimasta in stato di fermo per quattro giorni durante i quali è stata ripetutamente picchiata per poi esser sottoposta al test, davanti a diversi soldati.
Un abuso sessuale che l’ha cambiata irrimediabilmente: a giugno ha infatti poi sporto denuncia contro l’esercito, ed è riuscita a far aprire il processo, conclusosi oggi. L’ha fatto quasi completamente sola, o almeno senza l’aiuto di alcun esponente islamico, malgrado la sua condizione di donna non sposata e di musulmana osservante.
E’ andata!
Una vittoria incredibile per tutte le donne d’Egitto: una percorso coraggioso portato avanti da una piccola donna, fino alla vittoria.
Il verdetto si è trasformato in un grande boato festoso delle centinaia di donne ed attivisti che attendevano fuori.

E il pensiero non può che andare a Maikel Nabil, che è in condizioni sempre peggiori, detenuto in un carcere militare, condannato a 3 anni di prigionia per aver scritto contro l’esercito e per essersi soprattutto mobilitato a fianco delle donne di Tahrir, contro il test della verginità.
FREE MAIKEL, FREE ALL PRISONERS
FREE EGYPT

I graffiti di Tahrir, contro il test sulla verginità e in solidarietà a Samira

Alaa è libero! Ora tutti gli altri e poi l’Egitto

25 dicembre 2011 2 commenti

Alaa è libero…sono ore che voglio aggiornare questa pagina ma non era mica facile, nell’orgia di questo natale squattrinato …

L'aereoporto del Cairo, ora

Alaa Abd El Fattah è finalmente uscito dal carcere militare dove era rinchiuso da più di otto settimane con accuse deliranti riguardanti la notte di scontri al Maspero, in cui lo SCAF sparò e uccise decine di persone, riaprendo definitivamente il percorso rivoluzionario che sembrava sospeso in attesa dell’apertura delle urne elettorali.
Alaa ha un percorso politico che non nasce il 25 gennaio con la rivoluzione, ma vien da molto lontano…
è diventato papà durante la detenzione, con un bambino dolcissimo, partorito da una donna di una forza rara e meravigliosa.
Quindi è impossibile aggiungere parole: solo un grande augurio per Alaa, Manal e il piccolo Khaled,
che finalmente potrà sentire la barba del suo papà sulla sua pelle, e imparare da lui il sorriso.

Ora, vogliamo tutti gli altri liberi,

a partire da Maikel Nabil: TUTTI LIBERI! EGITTO LIBERO!
NO ALLO SCAF, NO ALL’ESERCITO EGIZIANO!

In questo momento invece centinaia di persone sono fuori l’aereoporto del Cairo, in attesa del loro Ahmed Harara, di ritorno da uno dei primi viaggi per capire se potrà far qualcosa per i suoi occhi, persi a distanza di nove mesi l’uno dall’altro, per mano dei cecchini dell’esercito israeliano.
In centinaia ad aspettarlo, urlando l’abbattimento della giunta militare!
Con voi!

Ecco Alaa e il suo Khaled!

Roma sta con Tahrir: azione davanti all’ambasciata egiziana

22 dicembre 2011 1 commento

Azione davanti all’ambasciata egiziana di via Salaria a Roma in solidarietà con la rivoluzione egiziana e per chiedere la libertà di tutte le prigioniere e prigionieri politici arrestati dall’esercito. 

A poco meno di un anno dall’inizio della rivoluzione egiziana che ha portato alla caduta del regime dittatoriale di Mubarak, l’apparato dominante continua a schiacciare la popolazione e le piazze del Cairo e di tutto l’Egitto che continuano ad essere attraversate da centinaia di migliaia di uomini e donne che resistono alla brutale repressione da parte dell’esercito. Da gennaio ad oggi più di 12.000 persone sono state processate di fronte alla corte militare e quasi 5.000 sono ancora in stato di detenzione.

Più di 1.000 i morti solo nei primi giorni della rivoluzione e centinaia di altri in questi ultimi mesi. Non sono e non vogliamo che siano solo numeri, ma persone, uomini donne e anche bambini che lottano in strada ognuno per mille buoni motivi.

Si anche i bambini ci sono, e sono molti, tra i giovani che riempiono le strade e animano le lotte.
L’ultimo, Islam Abdel Hafeez di soli 11 anni, è stato ucciso ieri con un colpo di arma da fuoco che lo ha colpito al cuore, mentre molti altri minori restano rinchiusi nelle carceri in condizioni disumane, costretti a subire ogni tipo di violenza.
Tra le migliaia di persone arrestate, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, c’è anche Alaa Abd El Fattah, blogger e attivista, una delle voci della rivoluzione, accusato di aver criticato lo strapotere dell’esercito.

Vogliamo Alaa libero, così come vogliamo libere tutte le persone rinchiuse e torturate nelle carceri per aver desiderato e lottato per una rivoluzione appena iniziata.
La libertà non si arresta
La rivoluzione continua
Solidarietà a Piazza Tahrir e a tutta la popolazione in lotta.

Dal sito Freepalestine.noblogs.org

Alaa scrive alla sua compagna e a suo figlio appena nato: da una cella

15 dicembre 2011 5 commenti

Questa lettera è stata scritta in una cella,
luogo capace di creare delle lettere d’amore uniche, piene di carne, di baci, di tatto, di strazio: le lettere d’amore da o per il carcere, sono la cosa che più lacera il mio cuore, son quello che ha cambiato la mia vita…
Quando conosci quella sensazione di privazione forzata non te ne liberi più, perché hai scoperto che la carta è carne, che lo diventa facilmente…immagino quante lacrime siano scese sul volto di Manal quando ha letto queste righe, immagino il modo in cui ha stretto suo figlio, in cui ha tenuto le sue manine nella sua, apparentemente enorme.
E allora il mio pensiero va a loro due, ad una madre privata della gioia di dividere l’emozione più bella con l’uomo che ama,
ad un padre…che non ha ancora sentito l’odore della pelle di suo figlio.
NO AI TRIBUNALI MILITARI
NO AL CONSIGLIO SUPREMO DELLE FORZE ARMATE
EGITTO LIBERO, ALAA LIBERO!

Om Khaled,

Mia partner, mia amica, mia metà, mio amore, madre dei miei figli, mio supporto in vita. MI MANCHI, TI AMO.

L’unica ragione per cui tollero di stare separato da te viene dal tuo supporto.
Ho le fotografie, sono confuso in merito a ciò che provo ora ma anche felice. Non è corretto che io non possa stare con te per confortarti, non è giusto che io debba aspettare te per stare bene e che sia tu a dover confortare me. E’ oltremodo scorretto che non posso tenere in braccio Khaled per ore come potei a suo tempo tenere in braccio innumerevoli neonati, dando amore e attenzioni a figli e figlie di amici e parenti. Ancora non posso fare lo stesso con mio figlio.

Vorrei sapere quanti anni potrà avere Khaled quando finalmente riuscirò ad uscire da qui, mi piacerebbe sapere.. cos’altro mi perderò? Le sue manine? La prima volta che stringerà le sue piccole dita? La prima volta in cui realizzi che i suoi occhi si stanno focalizzando su di te? O andrà ancora peggio ed io non potrò vedere il suo primo sorriso?

Che cosa si prova a tenerlo tra le braccia? Qual’è il suo odore? Com’è il suono del suo pianto?

Mio figlio, nostro figlio, il nostro piccolo Khaled.
Ho mostrato le fotografie a tutti nella cella, sono davvero felici per me ma come tutto per me in questa prigione, mi rende ancora più solo e mi fa sentire la solitudine.
Ho pensato molto alla nostra vita in Sud Africa al semplice piacere di stare insieme vivendo una vita semplice e piacevole, sempre continuando a fare un buon lavoro. Commentavamo spesso quanto la gioventù Egiziana aspiri solamente ad avere una casa ed una famiglia ed un lavoro per potersi sostentare. Succederà quando la popolazione avrà i suoi diritti, il giorno in cui potremo godere di poter essere una famiglia in Egitto con certezze per il futuro, felici nella nostra tranquillità e realizzati nei nostri lavori, sarà il giorno in cui la rivoluzione sarà finita.

Fino a quel momento per ottenere ciò dobbiamo restare uniti affrontando qualsiasi cosa la vita ci faccia capitare, sapendo che fin quando tutti saremo uniti, tutto sarà perfetto.
Mi manchi da morire, immagino che tu conosca questa sensazione, sono sopraffatto da quanto ciò è diventato scorretto e senza senso a questo punto, ma sò che siamo entrambi in buone mani, Khaled è protetto dall’amore incondizionato non solo dei suoi genitori ma di moltissime famiglie e centinaia di zie e zii, crescendo spero possa apprezzare tutto questo.

Alaa,
6-12-2011
cell 6/1 ward 4
Tora prison

Tahrir e la marcia del milione contro lo SCAF … un po’ di immagini di questi giorni

25 novembre 2011 2 commenti

Al-meliuniya --- La chiamata alla marcia di un milione è per oggi, in piazza Tahrir

La piazza, che da una settimana porta avanti la più dura delle battaglie, contro quello stesso esercito di cui si son fidati una manciata di mesi fa

Quasi 40 i morti fino a questo momento, tra colpi di fucile e soffocamento da gas di cui non c'è ancora dato sapere la composizione, ma i cui effetti abbiamo visto tutt@

La sinistra, i salafiti, gli ultras, gli studenti, copti e molte organizzazioni hanno chiamato alla grande marcia per questa mattina. I Fratelli Musulmani, ormai completamente collusi nelle dinamiche pre-elettorali, boicottano la piazza...

Forza Egitto, oggi può essere una grande occasione, anche per rispondere alla nomina di Ganzouri di ieri sera, ennesima presa per il culo dello SCAF

CONTRO L'ESERCITO, CONTRO I TRIBUNALI MILITARI, CONTRO LA GRANDE PRESA PER IL CULO A CUI NON VOGLIONO ASSOLUTAMENTE STARE! W LA RIVOLUZIONE EGIZIANA, CHE NON SI LASCIA PRENDERE IN GIRO

Noi, giovani palestinesi, rifiutiamo che Al-Aqsa e la causa palestinese vengano utilizzate come strumento per colpire la grande rivoluzione egiziana.
L’Egitto è testimone di una nuova ondata rivoluzionaria condotta da coraggiosi/e giovani egiziani/e che rifiutano che lo SCAF dirotti la loro rivoluzione. Mentre i/le giovani stanno resistendo all’oppressione delle forze di sicurezza, i Fratelli Musulmani hanno chiamato ad una marcia milioni di persone in solidarietà con Gerusalemme.
Consideriamo questo appello come una deviazione rispetto tutti i movimenti e settori egiziani che hanno annunciato per domani, venerdì, un corteo enorme per far cadere il Generale Tantawi.
I Fratelli Musulmani hanno il diritto di prendere le loro decisioni nelle questioni interne all’Egitto. Ma rifiutiamo che i Fratelli Musulmani prendano la testa dei tiranni arabi che sistematicamente usano la causa palestinese come strumento per praticare la loro oprressione.
La libertà di Al-Aqsa e della Palestina non arriverà passando sopra la dignità delle popolazioni arabe.
Siamo solidali con gli eroi di Piazza Tahrir e di tutte le città dell’Egitto.
La Palestina è più forte con un Egitto libero.

Versione araba/inglese

Tahrir si prepara al grande venerdì: oggi è stata un’altra lunga giornata

24 novembre 2011 1 commento

Dispiegatevi in marcia!
Non c’è posto per cavilli di parole.
Oratori, silenzio!
(Vladimir Majakovsij)

Sarà Kamal Ganzouri l’incaricato a formare il nuovo governo egiziano, su richiesta del Consiglio Supremo delle Forze armate del paese, che negli ultimi 6 giorni è stato responsabile della morte di 38 persone e 2256 feriti.
Oggi è stata una giornata relativamente più calma di quelle precedenti: tutto si muove intorno all’organizzazione della piazza di domani, forse il più importante venerdì da quando è iniziata l’avventura di Tahrir, cioè l’esplosione del desiderio di abbattere il regime, che ha coinvolto ogni provincia e villaggio del paese.
Il regime è solidissimo al suo posto, malgrado Mubarak e figli siano in attesa di giudizio in stato di detenzione; la transizione garantita dall’esercito s’è trasformata nel solito carnevale di repressione, tortura, tribunali e carceri militari per centinaia di attivisti.
E per attivisti non intendo i blogger, gli intellettuali, o chi cellulare alla mano guida le rivolte, come sento dire spesso anche dalla compagneria italiana: vuol dire anche occupanti di casa, lavoratori che scioperano, e tanto altro.

Domani sarà una grande giornata, una giornata che riempie di speranza almeno quelli come me che hanno sempre desiderato veder la rivolta egiziana trasformarsi in vera e propria rivoluzione: domani sarà una giornata che rideterminerà le presenze in questa battaglia e probabilmente sancirà nuovi nemici, nuove spaccature, nuove alleanze strategiche.
La piazza è stracolma di compagni, appartenenti alla sinistra più radicale e non…e di salafiti.
Son pochi i copti, molti meno di quelli che c’erano nei 18 giorni di Tahrir (tra gennaio e febbraio), molti meno di quelli che hanno riempito le mobilitazioni in questi mesi, fino al massacro del Maspero. Sarà dovuto a quello?

Arrestato, picchiato e torturato: sono a caccia di "giornalisti rivoluzionari"

Oppure, come la fratellanza, giocano un gioco che non vuole più svolgersi in piazza, sull’asfalto, tra i sassi e il gas tossico,
tra i blindati che sfrecciano e le pallottole di gomma sparate da tre metri in piena faccia…
oggi gli Ikhwan (proprio poco fa) si son schierati su Mohamed Mahmoud per cercare di evitare, con metodologie via via più arroganti e violente, che la gente affluisse verso la prima linea delle barricate e degli scontri: cercano di limitare la partecipazione…
chissà cosa faranno domani.
domani sarà una giornata lunghissima: che speriamo porti a compiere l’ennesimo balzo in avanti.
Che speriamo porti alla consapevolezza di quanto sia necessaria un’organizzazione capillare ora: per far cadere meno persone possibile sul selciato, per conquistare legittimità sasso dopo sasso, per gettar le basi vere di un nuovo Egitto.
Che rifiuta il regime e tutti quelli che tentano di mascherarlo.
Kamal Ganzouri era un uomo di Mubarak, un primo ministro di Mubarak, un suo servo.
Ora è stato nominato alla guida del nuovo governo: l’ennesima presa per il culo, utile solo a convincere definitivamente gli egiziani a non tornare a casa, finchè non si sarà costruito, tenendolo stretto in mano, il futuro.
La possibilità di autodeterminarsi.

La giornata di oggi è stata caratterizzata anche dall’attacco ai giornalisti: la storia che più ha fatto scalpore è accaduta alla nota giornalista Mona Eltahawy, con doppio passaporto (usa-egitto).
Il suo arresto è durato fortunatamente solo 12 ore, all’interno della sede del ministero degli Interni, molte delle quali bendata: quel che più schifa son le metodologie usate nei suoi confronti, tutte a sfondo sessuale.
“In 5 o 6 mi son saltati addosso, mi hanno stretto il seno e afferrato con violenza la zona genitale. Non so quante mani hanno tentato di infilarsi all’interno dei miei pantaloni!” Dopo poco è stata rilasciata con tante scuse e le braccia spezzate: il suo passaporto con stelle e strisce le ha salvato la vita. A lei, non a tutte le altre che combattono in quella piazza e nel resto del paese.

Tahrir, la traduzione di un volantino da Infoaut

23 novembre 2011 1 commento

DA INFOAUT
(GRAZIE)
Pubblichiamo la nostra traduzione di un volantino distribuito dai Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione in Egitto. Raccolto nelle strade intorno Piazza Tahrir il 18 novembre, si tratta dell’appello alla mobilitazione che poi sfocerà nella grande insurrezione ancora in corso nella capitale e nel resto del paese egiziano. In poche righe si condensa il programma della rivoluzione riconoscendo nell’ultimo paragrafo il grande lavoro di lotta e organizzazione che ha attraversato l’Egitto dalle giornate di gennaio fino ad oggi. L’esortazione è che quel lavoro rivoluzionario trovi finalmente la massima espressione politica e sociale per compiere il nuovo titanico passo avanti nel proseguimento degli obiettivi della rivoluzione, primo tra tutti lo scioglimento del Consiglio Militare.

Insieme per il Potere del Popolo 

I Comitati Popolari per la Difesa della Rivoluzione partecipano alle manifestazionidi Venerdì 18 Novembre, per richiedere il passaggio di potere al governo dei civili, così realizzando gli obiettivi della rivoluzione che il popolo egiziano ha richiesto. I quali sono: giustizia sociale, libertà e dignità. Il Consiglio Militare sta bloccando la loro realizzazione a causa della propria parzialità verso i propri interessi che, necessariamente, sono in contraddizione con gli interessi del popolo. Il popolo vuole il suo pane quotidiano, ma essi vogliono accumulare ampie ricchezze nei loro conti bancari personali. Il popolo vuole libertà, ma essi non possono continuare a governare senza trascinare migliaia dei nostri ragazzi nelle loro prigioni. Il popolo vuole dignità, ma essi la schiacciano a terra migliaia di volte al giorno. Questa e la realtà nell’ombra del governo del Consiglio Militare, che protegge i lasciti di Mubarak, garantendo ad essi il controllo sul nuovo parlamento. Questo è ciò che ci ha spinto a dire con sicurezza che il Consiglio Militare è il primo nemico della rivoluzione, il vero leader della contro-rivoluzione, che non vuole il meglio per l’Egitto o per il suo popolo.

Al contrario, dal momento che il Consiglio Militare è salito al potere, esso ha preparato il sentiero catastrofico attraverso il quale siamo stati condotti, riguardo all’amministrazione del paese. E’ un sentiero basato sulla repressione; tribunali militari per i civili; esasperazione del conflitto settario tra cristiani e musulmani di quando in quando per distrarre il popolo dalle proprie vertenze di principio; degenerazione della sicurezza pre-programmata; assenza di processi per gli uccisori dei martiri; ritardo nel mettere a processo l’assassino Mubarak ed i suoi complici; e l’assassinio di cittadini, crivellati di colpi e travolti da mezzi corazzati che gli egiziani hanno comprato con i loro magri redditi.

Oggi, gli egiziani non hanno nulla, se non la loro unità e l’organizzazione dei propri gruppi rivoluzionari e comitati popolari in espansione in ogni strada d’Egitto, che si preparano a strappare il potere al Consiglio Militare e a stabilire un’autorità popolare rivoluzionaria che dia alla nazione ed ai cittadini la propria dignità ed il proprio diritto ad una vita libera e degna. Alcuni hanno ventilato che raggiungere questo obiettivo sia impossibile. Diciamo ad essi che è impossibile andare avanti sotto il peso di un governo autoritario che ha succhiato il sangue del popolo egiziano per più di trent’anni. E’ impossibile arrendersi sugli obiettivi della rivoluzione, che il popolo egiziano ha sognato per molti lunghi anni. Libertà e giustizia non sono troppo per gli egiziani, perché essi possono realmente strapparle alla morsa dei tiranni del Consiglio Militare, che si immaginano di essere al di sopra del popolo e di ogni responsabilità.

Insieme per un Governo Civile Rivoluzionario

Abbasso il Governo Militare

Tahrir: lacrimogeni o gas nervino? giudicate voi

23 novembre 2011 3 commenti

AGGIORNAMENTO ORE 13
UN NEONATO, DI NOVE MESI, E’ MORTO IN BRACCIO ALLA SUA MAMMA MENTRE PASSAVA IN UNA STRADA ADIACENTE ALLA PREFETTURA, DOVE STAVANO AVVENENDO SCONTRI CON LE FORZE ARMATE.
I GAS L’HANNO UCCISO IN POCO TEMPO. E’ IL PIU’ GIOVANE MORTO DELLA RIVOLUZIONE EGIZIANA.
SI INIZIA A PARLARE UFFICIALMENTE DI NERVINO…

“To the doctors in the field (tahrir and elsewhere), my experience with the gas used by the police: It causes extra-pyramidal symptoms (involuntary jerks in extremities and trunk mimicking a convulsive seizure, occulo-gyric crisis, etc.) and little respiratory distress. The jerking is relieved by low-dose (3-5mg) diluted diazepam given slowly IV.
The type of gas used is still uncertain but it is certainly very acidic and is not the regular tear gas used in January. Please try to capture as many videos as possible of the symptoms for documentation (and eventually legal action).”
Queste son le considerazioni di alcuni medici degli ospedali cairoti, riguardo i sintomi provocati dai gas che invadono l’aria di tutta la zona adiacente a piazza Tahrir.
Cosa c’è nelle centinaia di candelotti lanciati?
Non certo gas lacrimogeni, visto quante morti ci son state per asfissia: gli effetti sono drammatici, questi gas bloccano il sistema nervoso con paralisi che durano ore, che causano soffocamento e ripetuti conati di vomito.
Le immagini parlano da sole.
Oltre ai proiettili rivestiti che fanno saltare occhi su occhi dei manifestanti che non vogliono mollare la piazza, questi maledetti gas stanno cercando di spazzare via questa rivoluzione: che non è la seconda.
E’ semplicemente la prima, al 302esimo giorno di svolgimento!
Peccato solo che si son fidati così tanto, peccato che hanno dato per mesi fiducia a quelli che -come immaginavamo- ora godono nel vederli cadere a terra morti.
THAWRA HATTA AL-NASR

I Fratelli musulmani disertano: non scendono a Tahrir ad affrontare l’esercito

22 novembre 2011 2 commenti

Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
di Anthony Santillida OsservatorioIraq

Dall’inizio del mese di novembre e sino a venerdì scorso la Fratellanza aveva svolto un ruolo di leadership nelle iniziative volte a contestare l’esercito, in particolare dall’apparizione del famoso “documento al-Selmi”.
La loro visibilità su tutti i media nazionali e internazionali era in crescita, anche in vista delle prossime elezioni. Da quando tuttavia sono cominciati gli scontri tra la piazza e gli apparati di sicurezza egiziani, gli Ikhwan hanno deciso di fare un passo indietro.
Mentre i movimenti salafiti e la sinistra più radicale erano per le strade, e il numero dei morti e dei feriti aumentava inesorabilmente, i Fratelli musulmani si sono limitati ad una “ferma condanna” delle violenze in corso.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra: febbraio 2011. E chi se li scorda quei sorrisi_

Non si possono dimenticare le affermazioni del Segretario generale del partito della Giustizia e della Libertà [braccio politico degli Ikhwan] di domenica scorsa. Il dr. Sa’ad Katatny aveva infatti criticato la pratica dei sit-in prolungati che avrebbero, a suo dire, “paralizzato la città”.
Una velata critica a chi aveva deciso di rimanere in piazza la notte tra venerdì e sabato, quando invece i Fratelli si erano già ritirati.
Intanto gli scontri continuavano. Costretta a schierarsi, la Fratellanza ha emesso numerosi comunicati, solo apparentemente contraddittori. In un loro comunicato di ieri [21 novembre, ndr] gli Ikhwan hanno affermato di ritenere “il Consiglio supremo delle forze armate il principale responsabile di tutto quanto accaduto” e “il governo provvisorio il secondo principale responsabile di questi sanguinosi eventi”.

Tra le principali richieste vi erano l’immediata cessazione di qualsiasi atto di aggressione verso i manifestanti, il ritiro delle truppe dalla piazza, le dimissioni del governo provvisorio, una road map che definisca in maniera dettagliata il ritiro dei militari, e la costituzione di un governo civile entro la metà del 2012.

Tuttavia, in un altro comunicato sempre di ieri si affermava che “la Fratellanza si asterrà dal partecipare a qualsiasi sit-in o protesta che potrebbe causare altri scontri”. Questo atteggiamento apparentemente ambiguo riflette in realtà una tendenza in seno alla Fratellanza che da tempo oramai sembra prevalere nel dettare i comportamenti dell’elite dirigente.
I Fratelli musulmani intendono agire nel solco della legalità. La loro lotta contro il documento al-Selmy partiva da presupposti giuridici ben definiti che la Fratellanza ha sempre manifestato in maniera trasparente. La sostanza delle critica portata al documento era che, in uno stato di diritto, non si può condizionare la sovranità popolare attraverso documenti dettati dall’alto.
Ecco motivata la loro richiesta di costituire una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità delle violenze di questo lungo week-end. Ecco perché hanno deciso di non supportare, almeno ufficialmente, le mobilitazioni in programma per oggi in tutto l’Egitto.
Non vogliono presentarsi come dei semplici agitatori, ma come partner affidabili a livello interno e nel panorama internazionale, sostenitori quindi del processo elettorale che, a loro avviso, non deve essere sospeso.

Ieri...

Tuttavia, in un momento delicato come quello che sta vivendo l’Egitto, il loro atteggiamento non è certo condiviso da chi in piazza ha lasciato morti e feriti. Bisognerà allo stesso tempo vedere quello che la stessa base della Fratellanza deciderà di fare.
E’ emblematico tuttavia quanto accaduto a piazza Tahrir ieri pomeriggio. In un primo momento la Fratellanza aveva declinato l’invito a scendere in piazza. Ma quando Muhammad al-Beltagi, una delle più eminenti figure della Fratellanza, aveva deciso di entrare in piazza, pur senza un folto seguito, i manifestanti hanno deciso di cacciarlo.
La scissione che si ebbe nei primi giorni delle mobilitazioni, che portarono lo scorso febbraio alla cacciata di Mubarak, è nota. Da una parte i quadri del movimento non vollero sostenere le proteste, mentre le generazioni più giovani decisero di “disobbedire” scendendo per strada. Il sostegno ufficiale alla rivolta, dato solo a posteriori, rappresentò una vittoria della base.

Nelle prossime ore capiremo come le differenti correnti in seno al movimento, assieme agli altri gruppi, reagiranno alla tradizionale ambiguità imposta dall’alto.

Egitto: altro rinvio per Maikel Nabil ormai allo stremo, e grandi mobilitazioni in solidarietà di Alaa

1 novembre 2011 1 commento

Ieri la mobilitazione in sostegno di @Alaa, blogger e attivista politico di spicco nel movimento di piazza Tahrir condannato a scontare quindici giorni per essersi rifiutato, da civile, di rispondere alle domande postegli dalla corte militare, è stata massiccia. Alaa è un personaggio molto noto, che aveva già conosciuto le carceri egiziane del regime di Hosni Mubarak e le manifestazioni in suo sostegno ci son state al Cairo, ad Alessandria e in Tunisia, oltre alla grande mobilitazione avvenuta in rete. Il fratello, altro noto attivista, che è riuscito ad avere un colloquio con lui, ci racconta di una cella priva di luce, con la possibilità di uscire per recarsi al bagno solo due volte al giorno, per venti minuti.
Migliaia di persone si sono riunite in piazza Talaat Harb, a pochi passi da piazza Tahrir, per manifestare solidarietà al compagno e amico Alaa e urlare la propria rabbia cntro il Consiglio Supremo delle Forze Armate, la grande delusione (anche troppo scontata per quel che ci riguarda) della rivoluzione del gennaio di quest’anno.
Tra i cingolati dei carri armati dello Scaf trovavano riparo e letto le migliaia di persone che per settimane hanno abitato i marciapiedi e l’asfalto della downtown del Cairo, nelle mani di quei soldati hanno imprudentemente consegnato la loro lotta, convinti che gli sarebbe stata garantita una transizione pacifica verso delle elezioni democratiche a cui tutti sono impreparati.
Ma insomma, era un po’ come crede alle favole e il sogno dell’esercito buono dalla parte del popolo e contro agli ancestrali meccanismi e mandri di un regime quarantennale si è spappolato come le teste dei coopti che manifestavano davanti alla sede nazionale della Tv di stato, pochissime settimane fa.
Decine di morti, molti schiacciati sotto le ruote dei blindati di quell’esercito tanto amato: quella sera è stata definitivamente tirata una linea di demarcazione, e lo SCAF è dalla parte del regime, del potere, della repressione, del carcere, della tortura, degli assassinii.
E i nomi iniziano ad esser troppi, da quella lunga notte in cui fu ucciso anche il giovane blogger Mina Daniel, tra quelle 40 persone, accorse immediatamente in sostegno dei copti colpiti.
Maikel Nabil è un altro blogger, un ragazzo coraggioso che dalle sue pagine ha denunciato per primo il test della verginità sui corpi delle donne che venivano fermate in piazza, o negli scioperi: tre anni di condanna inflittagli da un tribunale militare, contro il quale ha iniziato uno sciopero della fame. Una storia processuale un po’ rocambolesca, un continuo posticipare le udienze – proprio come avvenuto anche questa mattina- che sta portando il corpo di Maikel a non farcela più.
Oggi, allo sfiorar del settantesimo giorno senza cibo, lo scheletrico Maikel Nabil Sanad s’è visto schiaffeggiare con un altro rinvio: altre due settimane, forse quelle fatali viste le sue condizioni.

Questi alcuni dei casi, insieme a quello di Essam, il ragazzo torturato a morte di cui si son fatti i funerali nella piazza simbolo della rivoluzione nemmeno una settimana fa, che stanno facendo esplodere la rabbia egiziana verso l’esercito.
Ancora una volta è l’inaspettato ad aver la meglio nelle mobilitazioni: mai si sarebbe pensato a slogan contro Mubarak fino allo scorso anno e abbiamo visto quel che è stato.
Mai si sarebbe pensato, nei mesi successivi alla sua caduta, di sentire migliaia di persone urlare per l’abbattimento dell’esercito con tanta determinazione: ora è quello di cui risuonano le strade.

Egitto: tortura e carcere. Nulla cambia: l’ennesimo funerale in piazza Tahrir

28 ottobre 2011 4 commenti

Un’altra giornata di rabbia infinita per il Cairo e per tutte quelle migliaia di persone che non mollano la lotta contro un regime che non sembra proprio voler andare a casa, dopo la caduta del rasi Hosni Mubarak.
Il consiglio supremo delle forze armate, che doveva garantire la transizione dalla dittatura alle prime elezioni senza Mubarak dopo decenni, sta continuando a calpestare le speranze di chi ha mobilitato il paese a Tahrir come in tutte le altre province del paese.
Un esercito che continua ad uccidere e torturare, che continua a reprimere i lavoratori in lotta e chi dissente: nulla sembra cambiare per l’Egitto.

E oggi è stata un’altra giornata indimenticabile, che ha riportato la rabbia delle giornate in cui l’esercito ha sparato sul corteo copto, ha calpestato i manifestanti con i blindati, lasciando a terra decine di persone, tra cui il caro blogger e attivista Mina Daniel.
Oggi parliamo di un detenuto di 24 anni, di nome Essam Ali Atta Ali, morto la scorsa notte all’interno dell’ospedale Qasr el-‘Aini, in seguito alle lesioni riportate dopo le brutali torture subite in carcere: a far scoppiare il caso è stato il quotidiano al-Ahram, spinto dal Centro El-Nadeem, (che si occupa proprio della riabilitazione delle vittime di torture) che ha riportato la testimonianza del fratello, che ha visto i segni di tortura su quel corpo ed ha denunciato il caso.
La sua condanna, arrivata il 25 febbraio, era a due anni, datagli dal tribunale militare per l’occupazione di un appartamento e la stava scontando nel carcere di massima sicurezza di Tora.
Le punizioni corporali subite sarebbero partite dopo il ritrovamento di una SIM card nella sua cella: a quel punto sarebbe stato torturato con l’inserimento di alcuni tubi in bocca e nell’ano di Ali, che gli anno causato emorragie letali.

Oggi tutti gli attivisti del Cairo si son mobilitati per andare tutti insieme all’obitorio del Cairo a recuperare il corpo di questo ragazzo brutalizzato a morte: col suo corpo in spalla migliaia di persone si son recate dall’obitorio dell’ospedale alla moschea di piazza Tahrir, per la preghiera della sera, alla quale si sono aggiunti i suoi familiari. Più di diecimila persone sono arrivate in midan al-Tahrir per salutare Essam e per urlare con tutto il proprio fiato l’infinita rabbia contro il potere militare, che tanto era riuscito ad illudere chi pensava di essersi liberati da una dittatura.
C’è ancora da fare: la repressione di Stato non smette di accanirsi su chiunque può, arrestando, condannando, torturando e uccidendo.

A fianco di tutti voi, che oggi siete andati a salutare Essam, ennesimo martire di una rivoluzione tutta da fare.

Maikel Nabil: sarà una sentenza a morte lenta

11 ottobre 2011 7 commenti

Per Maikel Nabil hanno deciso una morte silenziosa e lenta.
L’altro ieri sera per molti altri, che partecipavano al corteo indetto dai copti le sentenze a morte sono state tante ed immediate: molte delle quali eseguite schiacciando letteralmente le teste sull’asfalto con i blindati. Le autopsie parlano chiaro e fanno paura, se si pensa a quanto poco c’è voluto per lasciare sul selciato decine di persone: molte colpite in testa, senza troppi problemi, con un colpo di fucile.
Tra queste anche Mina Daniel, volto noto di Tahrir e della rete, la cui mancanza si sentirà.

Il Comando Supremo delle Forze Armate egiziane (SCAF) e il suo tribunale militare, stanno giocando una partita sporca e perversa con Maikel Nabil, condannato in aprile a tre anni per le sue attività: noto attivista già precedentemente alla rivoluzione, con il movimento contro la leva obbligatoria, è stato accusato e condannato per aver “insultato le forze armate”. E’ da 45 giorni in sciopero della fame, in condizioni ormai decisamente pericolose.

Oggi viste le sue condizioni si sperava in una scarcerazione, in vista dell’udienza d’appello, già rinviata la scorsa settimana.
Niente da fare, non solo non è stato previsto alcun rilascio di un Maikel Nabil ormai in fin di vita, ma la decisione è stata di rifare il processo completamente da capo e inviarlo ad un nuovo distretto militare. Tutto da rifare, lasciandolo morire in carcere nella battaglia che sta portando avanti, probabilmente fino alla morte.
Questo conferma come erano vere le sue parole quando scriveva che “il popolo e l’esercito non sono la stessa mano” …
mentre al contrario delle menzogne della stampa egiziana ed internazionale la piazza copta attaccata e gli imponenti funerali di massa del giorno dopo urlavano “cristiani e musulmani sono una mano sola“.

QUI la pagina su Maikel di qualche giorno fa.

L’ultimo saluto a Mina Daniel … ucciso dall’esercito egiziano

10 ottobre 2011 8 commenti

Mina Daniel è il nome più noto tra la ventina di cadaveri stesi nell’obitorio del Cairo.
Era un attivista, un blogger, un giovanissimo militante della rivoluzione egiziana: sempre presente nelle piazze e capace di dar copertura costante di ciò che accadeva per quelle strade.
E’ stato ammazzato negli “scontri” di ieri, che sappiamo perfettamente che non erano scontri tra copti e musulmani, ma un becero attacco della Baltagheyya (le squadracce di Mubarak) e dello SCAF (il Comando generale delle forze armate) che dovrebbe garantire la transizione e che invece sta mandando avanti una pesante politica di repressione e carcerazione dei militanti che non pensano che la rivoluzione si sia fermata l’11 febbraio, giorno in cui Mubarak s’è ritirato dalle scene dopo 40 anni di regime.
Ecco Mina Daniel, questa foto lo ritrae durante gli scontri del 28 gennaio, quelli che hanno cambiato per sempre la storia d’Egitto.
Alle 11 di questa mattina ci saranno i suoi funerali. (#perdio)

QUI il resoconto di ieri: LEGGI

Mina Daniel, per le strade del Cairo, il 28 gennaio 2011

Il Cairo: una serata di sangue. Attaccato il corteo copto, l’esercito fa più di dieci morti

9 ottobre 2011 9 commenti

La polizia egiziana e il palazzo della televisione di Stato (Maspero) AFP

Una nottata come non si vedevano da mesi per le strade d’Egitto, sia per il gran numero di morti e il troppo sangue a macchiare l’asfalto, sia per la ricomparsa delle squadracce in borghese, quella “baltagheyya” di regime che si era fatta conoscere al mondo per la “battaglia dei cammelli”, la settimana dopo l’inizio della rivoluzione di piazza Tahrir, nei primi giorni di febbraio di quest’anno. Oggi, giorno di festa per i cristiani copti d’Egitto, era stata convocata una loro manifestazione di protesta davanti alla sede della televisione di Stato, che porta il nome di Maspero, visti i ripetuti attacchi contro le chiese avvenuti degli ultimi dieci giorni. Primo tra tutti l’attacco nel villaggio Merinab, vicino Assuan, del 29 settembre, che come gli altri fa pensare a qualcosa di organizzato dagli scagnozzi del vecchio regime per far credere che ci sia una reale pericolosità per la popolazione copta e quindi creare scompiglio. Non si capisce bene la dinamica dei fatti, come la battaglia e la mattanza sia iniziata: ma quello che appare chiaro dai racconti dei manifestanti è che il corteo è stato attaccato a colpi d’arma da fuoco e poi dall’attacco -coltelli alla mano- delle squadracce fedeli ad Hosni Mubarak, che ricominciano a far capolino sempre quando si tratta di provocare scontri interreligiosi. In ospedale sono già arrivato diciassette corpi senza vita, tutti feriti da armi da fuoco e da tagli, tra cui anche due soldati: alcuni mezzi blindati sono andati in fiamme dopo che la manifestazione copta ha reagito alla violenza con una fitta sassaiola e il lancio di alcune bottiglie molotov. La situazione alle 22 è ancora tesa e difficile da capire, con migliaia di manifestanti che stanno cercando di ricompattarsi in questi minuti verso piazza Tharir, cercando di proteggerla con un cordone di macchine nei punti d’accesso per cercare di limitare l’eventuale avanzata dei mezzi pesanti del Consiglio Supremo delle Forze Armate.

Poco fa, sotto il palazzo della televisione di Stato #Maspero

Gli slogan che ora risuonano per una città avvolta dall’aria irrespirabile di centinaia di lacrimogeni lanciati per disperdere, invano, i manifestanti copti e musulmani che si stanno riversando nelle strade: chi non c’era sta accorrendo, per portare massima solidarietà alle componenti copte sotto attacco e per ribadire con forza e tutti uniti che musulmani e cristiani sono una cosa sola, e che vogliono spazzare via l’esercito che avrebbe dovuto garantire la transizione e che invece sta reprimendo con sempre maggior forza chiunque non vuole smettere di rivendicare i propri diritti e il proprio desiderio di cambiare realmente il paese. “Non lasceremo che i fratelli cristiani prendino in faccia il piombo dell’esercito senza di noi” , queste alcune delle tante parole urlate dai cortei spontanei che si stanno muovendo per la città, tra i caroselli dei blindati, i fumi di gas lacrimogeni e i pestaggi sui marciapiedi. Quest’esercito deve sparire, questa finta transizione può anche terminare se questo è quello che sta portando avanti, con decine di giovani condannati dai tribunali militari, con l’isolamento in carcere, i pestaggi e gli attacchi indiscriminati a chiunque voglia manifestare: saranno delle elezioni farsa, una grande opera teatrale che tutti coloro che da mesi vivono per le strade, al Cairo come a Suez, a Mahalla come ad Alessandria, iniziano a comprendere e quindi a voler boicottare. Quello che sta accadendo in questi minuti è l’ennesima prova che il regime di Mubarak è comodamente seduto sulle sue poltrone, e il piombo che sta uccidendo chi alza la testa non è molti differente da quello che ha terrorizzato il paese per quarant’anni.
Sarà una lunga notte… mentre i carri armati iniziano ad ammassarsi intorno al Maspero e verso piazza Tahrir, e chi l’ha vissuto inizia ad aver la sensazione di rivivere il 28 gennaio…
le piazze aumentano, i cortei stanno arrivando da tutti i quartieri della città..

contro l’esercito, contro i tribunali militari, contro il tentativo tutto “di Stato” di creare disordini inter-religiosi.

NON CI DIMENTICHIAMO DI MAIKEL NABIL!

Egitto: Maikel Nabil Sanad sta morendo in carcere.

7 ottobre 2011 7 commenti

La storia di Maikel Nabil Sanad sta iniziando a scuotere l’Egitto, l’Egitto dei movimenti rivoluzionari, dei giovani di piazza Tahrir e di tutti quelli che credono che la rivoluzione sia solo all’inizio.
Parlavamo pochi giorni fa di come si incazzano molti militanti egiziani nel sentir parlare di rivoluzione dei social network, pensando siano stati quelli a portare in piazza quella marea umana che ha provato a spazzare via tutto, riuscendo solo nella prima parte dei suoi obiettivi.

Maikel Nabil durante le mobilitazioni a piazza Tahrir

Non è certo la rivoluzione di twitter o dei blogger, ma la repressione del Consiglio Supremo delle Forze Armate sta colpendo a muso duro anche loro, con sentenze fino a quattro anni di carcere anche per una sola pagina online.
Lo stesso Consiglio Supremo che ha garantito la transizione e che nei primi giorni di rivoluzione s’è schierato quasi immediatamente dalla parte della popolazione e della sua rabbia.
La storia del blogger Maikel Nabil nasce con il suo arresto a marzo, quando fu accusato di insultare i militari attraverso il suo blog e di diffondere informazioni false: fu proprio Maikel il primo a far uscire pubblicamente la notizia del test della verginità per le donne che venivano fermate dalle forze di sicurezza, cosa che poi furono costretti ad ammettere.
Ventiseienne, fu additato in diretta televisiva proprio dallo stesso Ismail Etman,a capo del “moral affairs department” ( mi rifiuto di tradurlo) come uno che si era azzardato ad usare un linguaggio inappropriato per diffamare l’esercito. Trasferito subito nel famigerato carcere militare di Hikestep, nella periferia del Cairo, è stato picchiato ferocemente fino alla sentenza a tre anni, due settimane dopo, dopo la quale è stato trasferito nella prigione di Qalubeya ad El-Marg, in regime di totale isolamento.
Il suo reato è stato scrivere e diffondere i comportamenti del Consiglio Supremo e i loro abusi,
il suo reato è stato scrivere e dire la verità, per far uscire quello che subivano le donne tratte in arresto o anche solo fermate nei pressi di una mobilitazione.

Ora sta morendo.
Dal 23 agosto ha iniziato un rigido sciopero della fame contro il suo regime di isolamento e in solidarietà con tutti coloro che in questi mesi dalla caduta di Mubarak sono passati per i tribunali militari. L’udienza d’appello del 4 ottobre, tenutasi già con un Maikel moribondo al 43esimo giorno di sciopero della fame in cui si sarebbe dovuta chiedere la sua liberazione, è stata arbitrariamente spostata di una settimana.
La famiglia, i compagni e gli amici di Maikel hanno il terrore che non arrivi vivo all’udienza, viste ormai le condizioni in cui versa.
Le manifestazioni in sua solidarietà fuori dal tribunale sono state immediatamente attaccate dalle forze di sicurezza, che hanno compiuto quattro arresti e sequestrato tutto il materiale video dei giornalisti presenti: ogni manifestazione contro i tribunali militari egiziani viene immediatamente repressa da chi dovrebbe garantire la cosiddetta transizione alle elezioni farsa di fine novembre.

Con i lavoratori egiziani,
con i prigionieri, con tutti i compagni di quella grande terra che giorno dopo giorno stanno portando avanti la loro rivoluzione.
Per la liberazione immediata di Maikel e di tutti i prigionieri politici.
Si doveva discutere

Quattro chiacchiere con Hossam el-Hamalawy, con l’Egitto nel cuore

5 ottobre 2011 1 commento

Foto di Hossam el-Hamalawy

Foto di Hossam el-Hamalawy

Hossam El-Hamalawi non ha iniziato la sua attività di blogger nelle giornata di piazza Tahrir, così come la sua militanza nel movimento socialista rivoluzionario in Egitto. Ed è proprio quello che è venuto a raccontarci in una splendida serata al CSOA Ex Snia di Roma, il 4 ottobre.
Se avesse avuto davanti una platea di persone che non sapevano nemmeno dove collocare l’Egitto geograficamente, è cosa certa che tutti si sarebbero alzati con una consapevolezza profonda di quel che sono i mutamenti che sta vivendo quell’enorme paese, immenso nella sua storia e nel suo territorio.
Una rivoluzione appena iniziata, certamente non terminata con la caduta di Hosni Mubarak.
La prima cosa che ha voluto sottolineare, con quella durezza e chiarezza che caratterizzano il suo modo di parlare, è stato proprio il grande superficiale errore di denominare le rivolte della primavera araba come le “rivoluzioni dei social network”. Erano ironici ma anche furiosi i suoi occhi mentre sciorinava le definizioni multimediali che sono state affibbiate al movimento egiziano che ha portato milioni di persone in piazza, fino alla caduta di Hosni Mubarak, ma non del suo regime.
E’ venuto a raccontarci una rivoluzione che non è nata il 25 gennaio 2011, che non è stata un evento su Facebook, che non è stata trascinata dietro dalle rivolte tunisine e la caduta di Ben Ali: è stato lì, con un timbro di voce forte e orgoglioso, a spiegarci la lunga strada della rivoluzione egiziana, gli anni e le lotte che hanno portato a quell’improvvisa e per tutti inaspettata folla rabbiosa, che ha sfidato tutto e tutti per ottenere almeno il primo pezzo delle propria libertà.
Il lavoro di Hossam, sul suo blog, si concentra soprattutto sulle lotte e gli scioperi dei lavoratori egiziani: dal Delta del Nilo dove le industrie tessili impiegano decine di migliaia di operai e operaie, al Sinai del Canale di Suez, dei gasdotti, dei grandi porti.
I primi scioperi degli anni 90 e l’ondata di repressione che ha caratterizzato quel decennio: sparizioni , carcere, tortura sono sempre stati all’ordine del giorno per chiunque provava solo a reclamare qualche pound in più sul proprio salario.
L’enorme macchina di controllo e sicurezza di Hosni Mubarak e dei suoi scagnozzi non permetteva nemmeno di sussurrare il suo nome, nemmeno in aperto deserto.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-Kubra: la serrata delle fabbriche_

Poi l’anno della svolta, il 2000, quando anche grazie al fervore della seconda intifada palestinese, il panorama nei posti di lavoro e dentro le facoltà universitarie è iniziato a cambiare, anche se ancora nessuno aveva il coraggio di uscire per la strada, di manifestare nelle piazza, di cantare slogan contro il potere, il regime, gli abusi, la mancanza totale di libertà, i salari da fame.
Tahrir inizia ad esser “presa” da piccoli gruppi di manifestanti a partire dal 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq  e la nascita del movimento Kifaya (“basta” in arabo), che poi verrà definitivamente sventrato, nell’estate del 2006, dal regime.
Ma è proprio nel dicembre 2006, ci racconta Hossam, che gli scioperi di Mahalla portano per le strade 27.000 operai a braccia incrociate, e 3000 donne: proprio loro sono state a trascinare le industrie tessili nei quattro storici giorni di sciopero. Sono state loro ad entrare per prime in sciopero, le operaie, e a trascinare per il bavero i loro uomini, padri mariti e figli verso un nuovo livello di scontro.
Da Mahalla al-Kubra è un attimo, e tutte le fabbriche del Delta del Nilo incrociano le braccia, fino ad arrivare ad Alessandria e al Sinai: per la prima volta il regime trema, le basi di piazza Tahrir iniziano a costruirsi, la gente inizia a trovare il coraggio non solo di nominare il rais, ma di inventare e cantare slogan contro di lui.
Insomma, Hossam non lascia spazio a fraintendimenti su questo: la rivoluzione di piazza Tahrir di gennaio nasce molti anni prima, negli scioperi sempre più consistenti e nelle richieste della classe operaia, nasce a Suez, nasce nelle zone dei campi di cotone, nasce nell’indotto del Canale da Port Said al Mar Rosso, nelle richieste tutte politiche di chi scende in piazza sfidando le forze di sicurezza, il loro piombo e le loro retate.

Poi, il 25 gennaio.
L’inaspettato. Per tutti. Nessun egiziano, e questo me l’hanno raccontato tutti per le strade di quella città e di quei villaggi, si sarebbe mai aspettato quel che è accaduto: nessuno immaginava di arrivare in quella piazza in decine di cortei spontanei che si spostavano da ogni quartiere. Nessuno avrebbe mai pensato che quel giorno tutti, di ogni strato sociale d’Egitto, stavano riempiendo le strade urlando una sola cosa: IL POPOLO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME.
La Fratellanza Musulmana, che non aveva aderito immediatamente alle mobilitazioni s’è vista costretta a farlo perché tutti i suoi giovani erano in piazza.
I copti, malgrado il terrore iniziale ( per decenni il regime li ha convinti che la loro sopravvivenza dipendeva dalle forze di sicurezza di Mubarak) hanno iniziato a scendere in piazza: nessuno è rimasto a casa.
E non li hanno fermati i cecchini sui tetti, non li hanno fermati la baltagheyya e la battaglia dei cammelli: nessuno ha potuto fermare quella marea umana che avanzava verso l’inizio di un nuovo Egitto, faccia alta e mani vuote.
Hossam ci ha raccontato di Tahrir ma anche di come nulla sarebbe cambiato se non fossero state tutte le altre città a rivoltarsi, in alcune zone anche con livelli di scontro estremamente pesanti, come a Suez: non è stata piazza Tahrir a far cadere il regime, ma gli scioperi di massa che dopo pochi giorni dalle prime mobilitazioni hanno inchiodato il paese tutto.

Foto di Valentina Perniciaro _Bye bye Mubarak_

Ha sottolineato però, che la controrivoluzione sta avanzando: c’ha raccontato come il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta reprimendo le mobilitazioni e tentando di eliminare la possibilità di scioperare per i lavoratori, c’ha raccontato con nomi e cognomi come ancora gran parte dell’apparato di regime sia al suo posto, seduto comodamente sulla sua poltrona, c’ha raccontato di quanto ancora deve avanzare questa rivoluzione e del grande circo che saranno le elezioni del prossimo novembre. I socialisti e tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria le boicotteranno.

Difficile raccontare tutto quello che è uscito dalla bella chiacchierata di ieri sera.
Quando gli è stato chiesto della partecipazione femminile c’ha detto: “ma come, se v’ho detto che son state le donne a prender i lavoratori per il collo e a farli scioperare urlando che eran dei codardi!”. Con tono molto critico ha detto di come sia sterile la lotta di alcuni movimenti femministi della borghesia egiziana che si stanno mobilitando solamente per le quote rosa e per la possibilità di muoversi con il passaporto senza il lasciapassare di un uomo della propria famiglia. Importantissime istanze -ovviamente- ma, dice Hossam, ora dobbiamo preoccuparci delle priorità delle donne egiziane, delle lavoratrici, delle donne dei villaggi e dei piccoli centri che non sanno neanche cosa sia un passaporto. Per Hossam, e mi trova d’accordo, il processo di liberazione femminile in Egitto -essenziale e prioritario per il cambiamento del paese- non passa certo per le quote rose, ma casa per casa nella quotidianeità di ogni donna, ogni ragazza, ogni bambina.

Si è parlato ovviamente di Siria, dell’infinita solidarietà verso chi si sta ribellando al regime di Bashar al-Assad e del partito Baath, sopportando una repressione che non s’era ancora vista in questa stagione di rivolte mediorientali e nordafricane. Spazzato via in quattro chiare parole qualunque discorso su deliri complottistici e ingerenze occidentali o sioniste in Siria, il caro Hossam el-Hamalawy ha conquistato la mia più profonda stima.
Saremmo stati per ore a parlare e fargli domande, ma la stanchezza di queste giornate italiane a raccontare la sua esperienza era più che leggibile nel suo sguardo:un ragazzo che a trent’anni ha conosciuto la tortura e il carcere, che ha passato la sua vita a seguire sciopero per sciopero i lavoratori in lotta,
un giovane rivoluzionario che c’ha dato un po’ di grandi piccole lezioni in poche ore insieme.
C’ha raccontato di una rivoluzione reale, che sta passando sul corpo delle donne, dei lavoratori, degli studenti d’Egitto; una rivoluzione che non vuole fermarsi nè farsi ingannare, che sa riconoscere i suoi nemici, che cerca la solidarietà di ogni pezzetto di mondo e che ha l’orgoglio di voler ispirare il mondo che la circonda.
Grazie ad Hossam, alle sue parole chiare, al suo immenso lavoro, al suo essere per la strada giorno dopo giorno.
Fino alla vittoria.

Foto di Valentina Perniciaro

APPENA SARA’ POSSIBILE LINKERO’ L’AUDIO DELLA SERATA.

QUI IL BLOG DI HOSSAM: 3ARABAWY

Egitto: scioperi e sindacati independenti

27 settembre 2011 2 commenti

Non posso non girare questo articolo, comparso sulle pagine del ri-nato Osservatorio Iraq, firmato dalla penna di un amico e compagno nonché voce anche lui della mia amata Radio Onda Rossa, con la trasmissione su Africa e Medioriente intitolata “Afriche in movimento”.

Foto di Valentina Perniciaro _i ragazzi di Mahalla al Kubra festeggiano la caduta di Mubarak, febbraio 2011_

Questo articolo ci racconta quel che, sul fronte della lotta di classe e per i diritti dei lavoratori, si sta muovendo nell’Egitto post-Mubarak: quello piegato dal controllo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, ma anche quello stesso paese che ha fatto irruzione nell’ambasciata israeliana, che presidia in migliaia ogni processo ai rivoltosi, che scandisce ogni giornata con scioperi, manifestazioni, presidi e quando serve assalti.
Un popolo che ha iniziato un processo di liberazione dal suo vecchio regime e che ora si trova a fare i conti, come era ovvio, con il tentativo di restaurazione compiuto dalle forze armate e da quegli stessi apparati che per decenni hanno fatto da spalla a Hosni Mubarak, il faraone caduto.
E’ proprio la lotta sui posti di lavoro, nelle fabbriche di cotone, nell’indotto del Canale di Suez, nella zona del delta del Nilo: è la lotta dei lavoratori quella che ha iniziato il processo di presa di coscienza che ha poi portato il paese alle giornate di febbraio di quest’anno e al movimento di piazza Tahrir.
E andiamo a vedere come si muovono i nuovi soggetti politici e sindacali in Egitto


C’è chi attende le prossime scadenze elettorali per le elezioni parlamentari e chi invece continua a mobilitarsi per costruire in Egitto una nuova dialettica politica, fatta di autorganizzazione e di responsabilizzazione dal basso. La moltiplicazione di nuovi sindacati indipendenti, protagonisti indiscussi delle ultime proteste, è forse il fenomeno più innovativo prodottosi dallo scorso 25 gennaio.
Mentre l’attenzione mediatica sull’Egitto post-Mubarak sembra focalizzarsi sulle prossime scadenze elettorali e sulla legge che dovrà regolamentarle, in Egitto da qualche mese a questa parte sta emergendo un fenomeno tanto inedito quanto gravido di conseguenze per il futuro. Si tratta della costruzione di reali pratiche di autorganizzazione che dal basso vogliono ridiscutere con lo Stato sia le regole della propria rappresentanza, sia le modalità attraverso le quali avviene la redistribuzione delle ricchezze nel paese.
Università, scuole, insediamenti industriali e servizi pubblici, questi sono i principali settori da dove sta nascendo un nuovo modo del popolo egiziano di rapportarsi al potere costituito e, in fin dei conti, anche un nuovo modo di fare politica. Perché se i maggiori partiti tradizionali hanno da sempre implicitamente legittimato il regime attraverso la loro opposizione solo formale, è in quei luoghi dove la politica sembrava fosse stata bandita che si è trovata la forza per costruire una nuova dialettica tra parti sociali e istituzioni politiche.

Foto di Valentina Perniciaro _Il canale di Suez è immobile a causa degli scioperi_

In questo inedito contesto, lo sciopero ha rappresentato uno degli strumenti più efficaci per scrivere una nuova storia della relazioni di potere. Alcuni esempi delle lotte portate avanti nelle ultime settimane possono aiutarci a comprendere l’importanza del fenomeno.

Sciopero degli insegnanti

Causa principale, la crisi cronica del sistema educativo egiziano, che ha visto una riduzione sostanziale del budget statale ed un progressivo impoverimento del corpo insegnante. Un problema di lungo periodo, se si pensa che dalla fine del regime nasseriano, che aveva introdotto in Egitto un sistema d’istruzione di massa, le condizioni del sistema educativo sono andate progressivamente peggiorando. Oggi a causa del basso potere d’acquisto dei salari, gli insegnanti sono spesso costretti ad avere un secondo lavoro. A volte anche a chiedere ai propri studenti denaro per delle lezioni private.
Negli ultimi mesi si è assistito ad una serie di scioperi a catena in varie località dell’Egitto.
La richiesta principale, una riforma strutturale nel finanziamento del sistema educativo egiziano, che potesse permettere agli insegnanti di avere uno stipendio dignitoso. La figura oggetto di maggiori contestazioni, il ministro dell’Educazione, Ahmad Gamal al-Din Mussa, accusato di essere un esponente del vecchio regime e quindi di portare avanti la stessa politica.
Gli scioperi che a livello locale si sono susseguiti negli ultimi mesi hanno costruito le basi per la grande manifestazione del  10 settembre, con più di 40 mila persone a gridare la loro determinazione di fronte al palazzo del governo. L’apice delle mobilitazioni lo si è avuto tuttavia dal 17 settembre, data d’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Quel giorno è cominciato il primo sciopero nazionale del settore, un evento che non si vedeva dal lontano 1951.
L’adesione è stata altissima, anche del 90 % in alcuni governatorati come quello di Suez. La determinazione delle mobilitazioni ha spinto il governo ad emettere un comunicato dove si garantiva, attraverso una concertazione tra i ministri dell’Educazione e delle Finanze, incentivi per oltre 600.000 insegnanti e la stabilizzazione dei docenti che hanno al momento un contratto a tempo determinato. Rassicurazioni che non hanno ammorbidito la protesta. Sabato scorso (24 settembre) ancora migliaia di insegnanti venuti da tutto il paese si sono radunati al Cairo.

Foto di Valentina Perniciaro _Piazza Tahrir non vi vuole più_

La sera dello stesso giorno la maggior parte dei manifestanti ha comunicato di sospendere lo sciopero in attesa di una risposta dal governo, mentre una minoranza più agguerrita ha tentato di piantare delle tende di fronte al palazzo del gabinetto. Le forze di polizia le hanno immediatamente sgomberate con la forza.

I trasporti pubblici

Sciopero ad oltranza anche nel settore del trasporto pubblico, in particolare degli operatori nei depositi dei bus e degli autisti. Lo sciopero era cominciato due settimane fa: principale richiesta un incremento del 200% degli incentivi al salario. La mobilitazione era stata sospesa domenica 18 settembre, dopo che si era garantito ai lavoratori che si sarebbero prese in esame le loro richieste entro lo scorso martedì (20 settembre). La protesta si è riaccesa a seguito delle successive affermazioni del Presidente dell’Autorità dei trasporti pubblici Safwat Nahhas (“la negoziazione è ancora in corso, nulla è stato deciso”).

La mobilitazione è quindi ripresa mercoledì 21 aprile. A nulla sono servite le intimidazioni delle forze di sicurezza, entrate nei depositi dei bus per impedire la mobilitazione attraverso l’arresto di alcuni dimostranti. Importanti manifestazioni di solidarietà tra differenti settori in sciopero si sono prodotte sabato scorso (24 settembre) quando un gruppo di scioperanti del settore dei trasporti ha raggiunto la manifestazione degli insegnanti.
Accanto a questi due esempi si devono aggiungere anche gli scioperi nei settori della raffinazione dello zucchero, della sanità (in primis dei medici), delle telefonia e dell’università, per citare solo le ultime iniziative. In tutte queste mobilitazioni, un ruolo determinante è stato svolto dai neo costituiti sindacati indipendenti. Moltiplicatisi con velocità progressiva in tutti i segmenti dell’economia egiziana, hanno saputo aggirare le barriere imposte dai sindacati tradizionali, oggi in una fase di stallo a causa delle profonde trasformazioni che stanno vivendo nel post-Mubarak.

I sindacati tradizionali: uno strumento nelle mani del potere

Sin dall’epoca nasseriana infatti i sindacati hanno subito un processo di cooptazione da parte dello Stato. Sono diventati nel corso del tempo un’arma in mano ai regimi per controllare il malcontento che emergeva nel paese. La Federazione nazionale dei sindacati era quindi sotto lo stretto controllo del regime, ne assecondava le politiche economiche ed evitava qualsiasi concertazione dal basso tra i diversi settori dell’economia.

Foto di Valentina Perniciaro _i sorrisi di Tahrir_

Dalla cacciata di Mubarak qualcosa si è mosso. Alcune sentenze hanno dichiarato truccate importanti tornate elettorali per l’elezione dei consigli direttivi di alcuni organi di rappresentanza sindacale. Tra le molte, forse la più importante è stata quella che ha dichiarato fraudolente le elezioni del 2006 del consiglio direttivo della Federazione egiziana dei sindacati. Lo scioglimento del consiglio ha rappresentato un’importante vittoria del movimento sindacale in Egitto, per una battaglia cominciata nel lontano 2007.

I sindacati indipendenti: il nuovo motore della contestazione

Accanto a questa politica di denuncia, il mondo del lavoro ha portato avanti anche una battaglia per la costruzione di sindacati indipendenti che non facessero parte della Federazione “filo-governativa” sopra evocata. Un primo esperimento riuscito, dopo anni di forte repressione, fu quello della costruzione di un sindacato indipendente dei lavoratori nel settore della riscossione delle imposte, nel 2009. Le contestazioni del mondo del lavoro hanno continuato a svolgere un ruolo fondamentale nella delegittimazione del regime prima della sua caduta, con una determinazione ed un attivismo superiore a quello mostrato dai movimenti come Kifaya che concentravano la loro attenzione sulla rivendicazione di diritti politici (basti pensare alle mobilitazioni che, dal 2000 a questa parte, si sono prodotte nelle zone industriali del paese, come a Mahalla el-Kubra). Se in Egitto è nata e si è diffusa una cultura della protesta contro il potere costituito lo si deve principalmente a loro.

La caduta del regime ha dato il via alla proliferazione di nuovi sindacati indipendenti, che oggi sono coordinati in una federazione con a capo Kamal Abu Eita, il protagonista della nascita del primo sindacato non controllato dal regime. Le mobilitazioni da loro promosse hanno rappresentato negli ultimi mesi un filo rosso che è riuscito a spingere la piazza egiziana anche nei momenti più difficili, come quello attuale.

Le prossime scadenze elettorali stanno infatti dividendo quel fronte compatto che tanti risultati aveva prodotto nei primi mesi. Le proteste di questi sindacati mantengono vivo il germe della contestazione perché nascono da problemi concreti che il governo post-rivoluzionario di Essam Sheraf non sembra voler risolvere. Esse riescono a mostrare con un’evidenza disarmante la connivenza tra il governo ed il Consiglio supremo delle forze armate. Mostrano alla popolazione egiziana come i problemi sostanziali che attanagliano il paese non possono essere risolti se non attraverso una radicale trasformazione dei rapporti di forza. Ma mostrano anche come siano possibili forme di autorganizzazione indipendenti dall’enorme apparato di controllo costruito dallo Stato egiziano nel corso del tempo; soprattutto, che queste forme di autorganizzazione, a lungo andare, paghino.

Intanto i sindacati tradizionali sono impegnati in un processo di restyling, con le tradizionali forze politiche a contendersi seggi e potere. In primis troviamo esponenti del vecchio regime accanto a membri dei Fratelli Musulmani. Sono loro i più attivi nella presentazione di candidature per le elezioni che via via si stanno promuovendo nei diversi settori. Questo attivismo lo si può comprendere solo se pensiamo che il Consiglio Supremo delle forze armate ha affermato che, una volta terminate le elezioni parlamentari, sarà il momento di costruire un’Assemblea costituente per la redazione di una nuova costituzione. Sembra che accanto ad una maggioranza di membri che verranno scelti dal Parlamento, l’assemblea dovrà includere anche esponenti delle istituzioni religiose, dei partiti e del movimento sindacale. Il controllo dei sindacati significherà quindi, in una prospettiva non molto lontana, avere maggior voce in capitolo nella redazione della prossima carta costituzionale.

Resta da capire come reagiranno i nuovi sindacati indipendenti ad un processo di transizione istituzionale che sembra non riconoscerli come parte in causa.

Anthony Santilli
27 settembre 2011

Egitto: distrutto il muro dell’ambasciata israeliana, il popolo di piazza Tahrir più rabbioso che mai

9 settembre 2011 4 commenti

Ancora è difficile fare un bilancio della giornata che sta vivendo il popolo Egiziano, soprattutto al Cairo, oggi, per il “venerdì del ritorno sulla strada giusta”
Le manifestazioni convocate da questa mattina e che sembravano essere iniziate con un profilo molto basso visto le poche presenze all’ora di pranzo in piazza Tahrir, che non superavano le 3000 persone. La Fratellanza Musulmana ha fatto di tutto per boicottare questa mobilitazione contro l’Esercito, che è invece voce della parte più progressista e laica del movimento.

Il muro davanti all'ambasciata israeliana del Cairo, prima di esser distrutto dai manifestanti

Poco dopo pranzo da Zamalek, da Giza, da Talaat harb, molti sono stati i cortei che son confluiti nel primo pomeriggio nella piazza centrale e tutti estremamente affollati, rabbiosi e decisi ad arrivare agli obiettivi prefissati.
Una volta colmata la piazza ci si è divisi in diverse direzioni: molti verso l’Ambasciata Israeliana, poi il Ministero dell’Interno e il palazzo di Giustizia.
I nemici del popolo di Piazza Tahrir oggi sono stati tutti spudoratamente presi d’assalto.
Davanti l’ambasciata Israeliana, grazie ai nuovi freschi accordi di sicurezza siglati tra Egitto ed Israele, aveva un muro nuovo di zecca costruito dal Consiglio Supremo delle Forze Armate in difesa della bandiera israeliana … il muro è stato assaltato da migliaia di persone, alcune delle quali dotate di martelli che in poco tempo hanno completamente distrutto il muro.
I pezzettini stanno andando a ruba tra i giovani venditori ambulanti delle strade del Cairo.
Il ministero dell’Interno, come il palazzo di Giustizia sono ricoperti di scritte e graffiti, dopo il fitto lancio di sassi che hanno rotto buona parte dei vetri, centinaia di giovani hanno divelto e poi portato in corteo come trofeo la grande aquila fissata sul palazzo.
La richiesta è così semplice: la fine definitiva dei processi militari per i civili, la liberazione di tutti i prigionieri e gli arrestati per manifestazioni e scioperi e l’indipendenza della magistratura dall’esercito.

La serata è ancora lunga, le fotografie che ci arrivano si son lasciate alle spalle anche le luci del tramonto sulle rive di quel Nilo che non vuole mollare la lotta iniziata a gennaio: la serata sta calando rapida, ma nessuno -ancora una volta- sembra aver alcuna intenzione di tornare a casa

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ORE 23.10 La tensione è salita per tutta la serata, ma alla fine, malgrado l’aumentare del dispiegamento di forze di sicurezza (alcune anche disarmate e quasi spogliate dai manifestanti), una del presidio è riuscito ad entrare nell’ambasciata israeliana.
I messaggi che girano in questi momenti sono di lanci di centinaia di fogli dal primo e dal secondo piano … come fossero banconote, lanciati a chi sta sotto, che incredulo urla all’unità tra egiziani e palestinesi.
Entrambe le bandiere ora sono sventolanti e fiere … sull’ambasciata israeliana!
E’ quasi inimmaginabile!
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Occhi puntati su piazza Tahrir oggi: giornata della rabbia, dopo gli arresti delle ultime settimane

27 maggio 2011 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _Le giornate di Piazza Tahrir al Cairo_

Lo dicevamo da un po’ di giorni di come avanzava al galoppo la controrivoluzione in Egitto, contro quella massa di giovani incazzati e speranzosi che aveva animato l’occupazione di piazza Tahrir e che per settimane aveva resistito agli attacchi della polizia e dei loro scagnozzi in borghese.
Una rivoluzione a metà, l’abbiamo sempre detto: una rivoluzione che invece di avanzare a passo di carica aveva lasciato che passasse il pericoloso concetto di “transizione” dal regime di Hosni Mubarak alle nuove e prime libere elezioni.
Una transizione che sarebbe stata sostenuta e garantita dall’esercito, che nei giorni di piazza Tahrir aveva dimostrato di voler stare dalla parte di un sovvertimento di regime, anche se non interno alle forze armate.
Una rivoluzione regalata ad un esercito non è una rivoluzione.

Certo.
Ma non era facile parlare di questo tra le strade egiziane in quei giorni: quando ci provavamo vedevamo occhi brillanti e speranzosi che rispondevano “ce la faremo, abbiate fiducia in noi”. Niente da fare, malgrado la tenacia e gli occhi brillanti di chi pensava di aver già vinto, la controrivoluzione ovviamente dilaga: l’esercito si comporta da esercito, la repressione è ripartita in quarta, come se il vecchio regime fosse saldo al suo posto.
E l’hanno capito questa volta i giovani egiziani rabbiosi, l’hanno capito e lo stanno pagando sulla loro pelle, per l’ennesima volta.
Dal 15 maggio, anniversario della Nakba palestinese, l’ondata di arresti non s’è più fermata: abbiamo iniziato con le retate in difesa dell’ambasciata israeliana nel giorno della “catastrofe” ed ora sembra arrestino chiunque prova a dare un volantino per la manifestazione #May27, quella di oggi pomeriggio.
Ieri sono stati catturati tre noti artisti/blogger mentre affiggevano manifesti vicino al sindacato dei giornalisti, in pieno centro, per chiamare alla manifestazione di oggi, il “secondo venerdì della rabbia”.
Tra loro anche Ganzeer (mohammad fahmy) famoso per i suoi graffiti e molto seguito su twitter dai giorni della rivolta!
Si arresta per i volantini: vedremo oggi che accade.

Occhi puntati su piazza Tahrir, che deve portare avanti la sua rivoluzione…
nel frattempo a Roma abbiamo l’onore di avere Wahel Abbas, blogger tra i più famosi di questi mesi egiziani, ospite di alcune iniziative promosse da Un Ponte Per…

Egitto: la repressione colpisce i blogger

12 aprile 2011 1 commento

Ieri è arrivata l’ennesima condanna ad un blogger, più grave delle altre perché questa volta non è stato il regime di Mubarak a sancire il carcere per questo ragazzo. La condanna decisa per questo ragazzo, colpevole delle parole usate online, è la prima da quando il Consiglio supremo delle forze armate tiene le redini del potere, in attesa delle elezioni. 
Maikel Nabil è stato condannato da un tribunale militare a ben tre anni di prigione per aver postato su internet, attraverso il suo blog (intitolato “L’esercito e il popolo non sono mai dalla stessa parte”)e alcuni social network, messaggi che criticavano il ruolo dell’esercito sia nell’era del regime, sia durante e dopo le settimane della cosiddetta rivoluzione di piazza Tahrir. Gli avvocati, peraltro non informati dell’udienza e quindi non presenti in aula, hanno detto che ricorreranno in appello per tentare di bloccare la repressione su Maikel. Oggi le notizie che giungono dal paese del grande fiume ci raccontano di Safwat el-Sharif, uomo chiave del rerime, che da oggi si trova in regime di custodia cautelare per accuse riguardanti appropriazioni indebite di denaro: insieme a lui anche l’ex presidente dell’Assemblea del popolo Fathi Sorour e l’ex capo di gabinetto Zakaria Azmi.

In piazza Tahrir, dove alcuni manifestanti cercavano di rimanere dalla manifestazione dello scorso venerdì, l’esercito si sta dispiegando in numero più massiccio per eliminare traccia di qualunque accampamento. Le notizie dell’ultima ora ci parlano anche di un ricovero di Mubarak nell’ospedale si Sharm el-Sheik… ancora una volta

 

Egitto: peggio di prima!

10 aprile 2011 1 commento


Si dovevano celebrare i due mesi senza la presenza di Hosni Mubarak, due mesi dalla sua caduta, dalla fuga nel fortino di Sharm, mentre piazza Tahrir stremata da 18 giorni di rivolta, esultava troppo presto per una rivoluzione ancora tutta da fare.
La manifestazione indetta è stato un territorio di battaglia, dove i soldati hanno attaccato i manifestanti e tirato giù le tende presenti, tende che appaiono e scompaiono continuamente da quelle isola di aiuole al centro dell’immensa piazza. Ci sono due morti a terra, uccisi da colpi d’arma da fuoco e 71 feriti (molti violentemente picchiati o intossicati dal fitto uso di gas urticanti e asfissianti). L’esercito ha caricato quasi immediatamente per disperdere le duemila persone che erano già arrivate in piazza, incredule davanti a quella reazione, totalmente inaspettata malgrado la situazione per i manifestanti sia mutata già da una manciata di settimane.
La piazza poi si è riempita, più di diecimila persone si sono scontrate con le forze armate… probabilmente la furia dell’esercito è scattata quando molti sottoufficiali, dal palco della piazza, si sono uniti alla manifestazione con una chiarezza mai espressa fino ad ora, contro i loro stessi vertici, che pochi minuti dopo hanno iniziato ad ordinare di sparare e disperdere tutti. Un pulmann dell’esercito è stato dato alle fiamme, ma i sassi sono stati l’arma più usata, in risposta a gas e piombo. Quarantadue persone risultano in stato di fermo.

Foto di Valentina Perniciaro _Qualcuno già aveva capito, in piazza Tahrir_

Il popolo di piazza Tahrir sembra aver finalmente capito che l’esercito rientra tra i nemici di questa rivoluzione e l’ha capito ovviamente solo dopo aver visto scorrere il proprio sangue: l’esercito ha sparato contro di loro, ha dimostrato di essere parte integrante di quel regime che troppo ingenuamente pensavano di aver raso al suolo solo con le magnifiche giornate di febbraio … un’illusione finita più che velocemente, come si poteva immaginare.
In piazza si scendeva anche contro il generale Hussein Tantawi, a capo del Consiglio supremo delle Forze armate egiziane, in cui in troppo avevano creduto fino a poco fa “Non hai più la nostra fiducia” urlavano i manifestanti e, fino a poco prima delle cariche, uno degli slogan era anche “Forze Armate, avete un posto nel nostro cuore, non perdetelo”… cosa accaduta definitamente pochi minuti dopo.
Non vogliono più che l’esercito sia per le strade, vorrebbero ancora poter credere in un reale cambiamento nella gestione del potere ma la frustrazione è ormai l’unico sentimento che pregna chi fino a poco tempo fa festeggiava per un futuro tutto nuovo in via di costruzione.

Questa mattina Ahmed Salah, espontente del movimento 6 aprile e leader di piazza Tahrir ha detto che in Egitto “è in atto una cospirazione evidente per mantenere il vecchio regime. Quasi tutti i partiti di opposizione tacciono per opportunismo. Stanno uccidendo la rivoluzione, nessuna delle nostre richieste è stata esaudita. Chiediamo – racconta – che i militari lascino subito il potere, sostituiti da un consiglio presidenziale civile. Che si fermi davvero la corruzione rimuovendo e processando tutti gli elementi del vecchio regime, compresi Mubarak e famiglia. Vanno rimossi anche i giudici che continuano a fare processi pur essendo collusi col vecchio regime. Infine la richiesta di rinviare il voto di settembre: è troppo presto, si devono ancora formare partiti liberi, manca una vera Costituzione, ci vogliono riforme. La gente prima di votare deve sapere chi è” … se il referendum fosse andato diversamente non starebbero in questa situazione, ma il tradimento di alcuni partecipanti della “rivoluzione”, come i Fratelli Musulmani è ormai dichiarato.

Intanto già alle prime ore dell’alba i manifestanti hanno tentato di riprendere posizione e barricarsi…il filo spinato usato dall’esercito per bloccare gli accessi è ora nelle loro mani, che stanno tentando di usarlo per proteggere i punti di ritrovo…

anche questa giornata sarà lunga, per le strade del Cairo.

 

Al-Aswani ci racconta quest’Egitto della controrivoluzione …

3 aprile 2011 3 commenti

Un articolo interessante, comparso pochi giorni fa sulle pagine del giornale indipendente egiziano Al-Masry al-youm, a firma del noto scrittore Alaa al-Aswani, noto anche per essere uno tra i fondatori del partito Kifaya (“basta!”), “movimento egiziano per il cambiamento”, nato nel 2004. NOn per sposare ogni sua parola, ma per dare un ulteriore elemento per capire quello che sta accadendo lungo le sponde del Nilo, da qualche mese a questa parte…

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo del post Mubarak_

Parlavamo già un po’ di tempo fa del rischio che sta correndo il popolo di piazza Tahrir, che per un attimo e forse troppo ingenuamente, ha sentito la rivoluzione tra le dita delle mani. L’abbiamo raccontata col più sincero degli entusiasmi, ma allo stesso col terrore che possa essere, come dice in questa pagina al-Aswani, un’occasione sprecata. Una panoramica, che fa trapelare la rabbia per come l’esercito ha gestito l’arrivo ai referendum, il volta faccia dei Fratelli Musulmani, l’attesa popolare per un’incriminazione di Mubarak che continua a non arrivare…

Dopo la riuscita rivoluzione del 1919, e dopo che le forze d’occupazione britanniche ebbero ceduto alla volontà del popolo egiziano, re Faruq istituì una commissione incaricata di redigere una nuova costituzione. Essa venne nominata anziché eletta. Il leader nazionalista Saad Zaghloul si oppose, chiedendo che venisse eletta un’assemblea costituente per garantire che la costituzione rispecchiasse la volontà del popolo. Ma re Faruq insistette sulla sua posizione. La commissione nominata redasse la costituzione del 1923, che diede al re il diritto di sciogliere il parlamento in qualsiasi momento. Questa grave carenza costituzionale guastò la vita politica trasformando il parlamento in uno strumento nelle mani del re. Il partito Wafd di Zaghloul, che aveva la maggioranza dei seggi in parlamento, prese il potere una sola volta nel corso dei successivi 30 anni.
Stranamente, Zaghloul accettò la costituzione del 1923, nonostante i suoi difetti. In qualità di leader incontrastato dell’Egitto in quel momento, egli avrebbe potuto invitare gli egiziani a insistere sul loro diritto a una costituzione giusta e democratica. Ma l’occasione andò persa.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra e la sua vita quotidiana_

Dopo la rivoluzione del 1952, l’Egitto sprecò un’altra occasione di democratizzazione. La corrente antidemocratica presente all’interno degli Ufficiali Liberi dominò la rivoluzione, e il 16 gennaio 1953 emanò la decisione di sciogliere tutti i partiti politici e di confiscare il loro denaro e i loro uffici. Il partito Wafd era il partito di maggioranza all’epoca, ed era in grado di mobilitare l’opinione pubblica contro la dittatura, nel qual caso gli Ufficiali Liberi avrebbero ritirato la propria decisione e il sistema democratico in Egitto sarebbe stato preservato. Ma il partito Wafd non sollevò obiezioni. Fu un’altra occasione sprecata per l’Egitto. Invece, il paese rimase sotto il dominio autoritario per i successivi 60 anni.
Purtroppo, la storia dell’Egitto è piena di opportunità di democratizzazione sprecate. Ora abbiamo un’altra opportunità, che mi auguro non venga persa. La rivoluzione del 25 gennaio ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi. Centinaia di egiziani hanno sacrificato la loro vita per amore della libertà. Fin dai suoi inizi, tuttavia, la rivoluzione si è trovata di fronte a una feroce controrivoluzione – sia all’interno dell’Egitto che all’estero.
Pochi giorni fa, il quotidiano kuwaitiano ‘Al-Dar’ ha riferito che le autorità egiziane stanno subendo enormi pressioni da parte dei governanti arabi, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, affinché Mubarak non venga processato. Secondo il giornale, questi Stati arabi hanno apertamente minacciato di congelare tutti i rapporti con il Cairo, di tagliare tutti gli aiuti finanziari, e di ritirare i loro investimenti dall’Egitto. Tali regimi si sono spinti addirittura a minacciare di licenziare i 5 milioni di egiziani che lavorano nei loro paesi, se Mubarak dovesse essere processato.

Da parte sua, Israele ha sempre difeso Hosni Mubarak, uno dei suoi migliori alleati. La stampa israeliana non nasconde le sue preoccupazioni di fronte al significativo cambiamento democratico in Egitto. L’amministrazione americana ha una posizione simile. Sia i funzionari americani che quelli israeliani riconoscono il potenziale dell’Egitto e sanno che diventerebbe una potenza regionale nel giro di pochi anni, se diventasse una democrazia.

Foto di Valentina Perniciaro _Preghiera serala a Port Said_

Sul quotidiano britannico ‘Guardian’, il noto intellettuale americano Noam Chomsky ha sostenuto che gli Stati Uniti appoggiano l’autoritarismo in Egitto, non perché temono l’estremismo islamico, come solitamente affermano, ma perché temono un Egitto indipendente che non faccia affidamento sul sostegno americano. L’amministrazione USA si impegnerà a fondo – Chomsky ha aggiunto – per garantire che il prossimo presidente dell’Egitto resti fedele agli interessi americani.

Oltre alle minacce internazionali contro la rivoluzione in Egitto, ci sono anche seri problemi interni. Le basi del regime di Mubarak sono ancora intatte. L’ex Partito Nazionale Democratico (NDP) rimane radicato in tutto l’Egitto. Centinaia di migliaia di membri dell’NDP faranno del loro meglio per riconquistare il potere, sia pure sotto una nuova denominazione. Centinaia di agenti della sicurezza statale, che hanno perso i loro posti di lavoro, sono ora liberi di provocare devastazioni. Decine di migliaia di consiglieri comunali, governatori, rettori e presidi di università (nominati dall’apparato di sicurezza), oltre a esponenti dei media, leader d’impresa e di falsi sindacati, stanno ora cospirando contro la rivoluzione.
Quali sono gli obiettivi della controrivoluzione? Le dichiarazioni di Mubarak alla stampa internazionale, prima che egli si dimettesse, sono particolarmente significative.
“Voglio farmi da parte, ma temo il caos in Egitto … ho paura che i Fratelli Musulmani possano arrivare al potere”.
La controrivoluzione sta ora implementando un piano per trasformare in realtà le paure di Mubarak al fine di mostrare che l’ex presidente aveva ragione. Questo piano comprende:

Foto di Valentina Perniciaro _bevendo l'indimenticabile kassab_

1. Fomentare il caos e terrorizzare gli egiziani per farli sentire insicuri. Ciò serve a farli stancare della rivoluzione e a spingerli ad accettare le mezze soluzioni per motivi di stabilità. Questo piano ha avuto inizio con il ritiro delle forze di polizia in tutto l’Egitto e con la liberazione di 40.000 criminali dal carcere, che sono stati armati e hanno ricevuto istruzioni di attaccare la popolazione civile. Il piano è rimasto in vigore durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro. Quando Essam Sharaf ha preso il suo posto, hanno avuto luogo diversi episodi di vandalismo e di tensioni settarie, umiliando in tal modo il governo post-rivoluzionario. Nonostante i grandi sforzi intrapresi dal nuovo ministro degli interni, Mansur Al-Issawi, la polizia rimane in gran parte assente. Il rifiuto della polizia di proteggere questa nazione costituisce un tradimento. Gli agenti di polizia possono astenersi dal compiere il proprio lavoro solo se gli viene dato un ordine in tal senso. E’ chiaro che coloro che ordinano agli agenti di polizia di non compiere il proprio dovere sono ancora più influenti dello stesso ministro degli interni.

Gli episodi di criminalità e di teppismo in Egitto non sono casuali. Sono per lo più pianificati e mirati. Ad esempio, il personale di sicurezza di fronte al seggio di Moqatam non è intervenuto quando il sostenitore delle riforme Mohammad ElBaradei è stato attaccato dai sostenitori dell’NDP il giorno del referendum. Nel quartiere di Shubra, nei due giorni precedenti il referendum, alcuni teppisti sono stati autorizzati a bloccare le strade, a terrorizzare la gente e a sparare a casaccio colpi di arma da fuoco, causando diversi morti. Non un singolo funzionario di polizia o soldato dell’esercito è intervenuto per proteggere i cittadini. Il fatto che molti copti vivano a Shubra e che i leader copti avessero annunciato la loro opposizione agli emendamenti costituzionali non ha nulla a che fare con questi attacchi? Gli attacchi erano forse mirati a terrorizzare i copti per costringerli ad accettare gli emendamenti, o avevano l’obiettivo di punirli per aver insistito sul diritto degli egiziani ad avere una nuova costituzione?

2. Celebrare processi selettivi, la maggior parte dei quali si svolge sotto i riflettori dei media. I media statali (che erano anch’essi sotto il controllo dell’apparato di sicurezza dello Stato) si sono precipitati a fotografare gli ex-membri dell’NDP Ahmed Ezz, Zoheir Garana, e Ahmed Maghrabi nelle loro uniformi da detenuti, durante le indagini nei loro confronti. Lasciando da parte il fatto che ciò è andato contro tutti gli standard professionali, lo scopo era quello di assorbire la rabbia degli egiziani e convincerli che si stava facendo giustizia. Con tutto il rispetto per il procuratore generale, ci sono molte domande senza risposta a questo proposito.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo e la città dei morti strabordante di vivi_

Perché Mubarak e i suoi familiari non sono stati indagati? Perché gli ex-leader dell’NDP Zakaria Azmi, Fathi Sorour e Safwat al-Sherif non sono stati messi sotto processo? Perché il procuratore generale non ha indagato a proposito delle 24 denunce presentate dai lavoratori dell’aviazione civile contro Ahmed Shafiq, accusato di sprecare il denaro pubblico? Durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro, perché il procuratore generale non ha compiuto alcuna indagine sugli agenti di polizia accusati di aver ucciso i manifestanti? Dopo che Shafiq ha presentato le dimissioni, perché la procura ha rilasciato gli agenti accusati di omicidio? Il loro rilascio non permetterà loro di nascondere le prove che potrebbero essere usate per incriminarli? Qual è lo scopo di processare funzionari corrotti e assassini in maniera selettiva?

3. Agli egiziani non è stato permesso di eleggere un’assemblea costituente in grado di redigere una nuova costituzione che rifletta la volontà del popolo e che porti l’Egitto verso un’era di democrazia. Invece, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha sorprendentemente adottato la proposta di Mubarak di compiere limitati emendamenti costituzionali. Il processo di elaborazione e di approvazione degli emendamenti è stato afflitto da una serie di mancanze. In primo luogo, i membri della commissione incaricata di formulare gli emendamenti non sono stati selezionati sulla base di criteri chiari. In secondo luogo, il referendum si è svolto in tutta fretta dopo l’annuncio delle modifiche proposte, rendendo difficile per i cittadini comprendere appieno le problematiche coinvolte. Terzo, i cittadini potevano solo accettare o respingere l’intero pacchetto degli emendamenti, e non votarli singolarmente. In quarto luogo, la Fratellanza Musulmana e l’NDP si sono ritrovati uniti per la prima volta nell’appoggiare l’approvazione degli emendamenti. I Fratelli Musulmani hanno dimostrato di essere pronti a modificare la loro posizione a seconda dei propri interessi. Dopo aver raccolto le firme per mesi per sostenere la campagna di riforma di ElBaradei, essi hanno voltato le spalle a tutto questo e si sono alleati con l’NDP.
I principi dell’Islam sembrano essere sospesi per i Fratelli Musulmani durante la stagione elettorale, in quanto essi sembrano essere pronti a tutto pur di ottenere il potere. La Fratellanza Musulmana ha accusato i suoi oppositori di essere agenti stranieri. Ha distribuito zucchero e olio ad alcuni elettori, ha terrorizzato altri, e addirittura si è spinta a definire alcuni di loro ‘apostati’. La dimostrazione di forza della Fratellanza, anche se non è del tutto indicativa della sua influenza in tutto l’Egitto, sta servendo gli obiettivi della

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, tutti "ar gabbio"_

controrivoluzione. Da un lato, il movimento sta polarizzando gli egiziani sulla base della religione. Sta minando l’unità nazionale che la rivoluzione aveva invece alimentato. Dall’altro, esso dimostra ai simpatizzanti della rivoluzione in Occidente che Hosni Mubarak era davvero l’ultimo baluardo contro gli estremisti. Coloro che sono rimasti frustrati dalla calda accoglienza che i media hanno riservato al leader e assassino della Jihad Islamica Abud al-Zumur, dopo la sua liberazione dal carcere la scorsa settimana, devono riconoscere che queste immagini offrono un sostegno alla controrivoluzione. Al-Zumur, la cui lunga barba ricorda quella di Osama bin Laden, ha annunciato in televisione che uccidere in nome della religione è legittimo. Quest’affermazione ha terrorizzato milioni di occidentali che simpatizzavano con la rivoluzione egiziana, ma che ora sono pronti ad accettare il ritorno del vecchio regime in nome dell’esigenza di proteggere l’Egitto dagli estremisti.

Coloro che erano a favore degli emendamenti costituzionali hanno vinto il referendum. Pur rallegrandomi per la grande affluenza alle urne e rivolgendo il mio rispetto agli elettori, è mio dovere affermare che portare avanti il processo di transizione con un ritmo così rapido è contro gli interessi dell’Egitto e della rivoluzione.
Se coloro che sono al potere vogliono veramente sostenere il cambiamento democratico, il nostro sistema elettorale incentrato sui candidati deve essere cambiato. Questo sistema permetterà all’NDP e ai Fratelli Musulmani di aggiudicarsi la maggior parte dei seggi alle prossime elezioni. Che siano costoro a ricevere l’incarico di redigere la nuova costituzione egiziana è inaccettabile. La maggior parte dei giuristi ha sostenuto che una costituzione redatta da un parlamento eletto attraverso il sistema attuale non rappresenterebbe la volontà del popolo egiziano. Il loro ammonimento deve essere preso sul serio. La grande rivoluzione egiziana non diventerà un’altra occasione sprecata. Se il processo di transizione ci riporterà indietro, nessuno potrà impedire al popolo egiziano, che ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi, di ottenere da sé la propria libertà.
La democrazia è la soluzione.
Tradotto da Medarabnews

Egitto: attacco frontale al cambiamento!

26 marzo 2011 1 commento

Gli sviluppi egiziani non stanno andando per il verso giusto, e si era capito già dai risultati dei referendum, che avevano tirato il freno a mano su un percorso di transizione favorevole alla coalizione dei rivoltosi, che hanno guidato i giorni di Piazza Tahrir.
Il referendum è andato male perchè ha vinto il desiderio di rallentare la corsa, di non fare il salto di riscrivere la propria Costituzione, quindi prendere nelle proprie mani realmente la possibilità di cambiare drasticamente le “regole” di gestione del potere e i diritti minimi di una popolazione stremata da un silenzioso e decennale regime.

Foto di Valentina Perniciaro _le porte di Mahalla al-kubra, città operaia_

Amnesty International ci ha raccontato pochi giorni fa come si sono svolti gli arresti delle donne della rivoluzione, avvenuti nei giorni di piazza Tahrir e durante i primi scontri con le forze di sicurezza di Hosni Mubarak. Non solo ispezioni vaginali, ma test della verginità. Le parole dei racconti di quelle donne sono agghiaccianti, il sopruso su quei corpi è vergognoso, aumentato anche dalla possibile incriminazione per “prostituzione” qualora il test avesse dato risultati negativi. Una pagina di tortura che si aggiunge a tante altre.

La notizia di ieri invece ha lasciato senza parole tutto il movimento egiziano: dopo aver fatto cadere, a furor di popolo, anche il primo ministro succeduto alla caduta di Mubarak ed aver fatto giurare il suo successore (Sharaf) direttamente in piazza davanti ai manifestanti, il colpo di coda è arrivato.
Pesante. A tentare di travolgere tutto quello che si è costruito, anche sui corpi di più di trecento giovani rimasti uccisi.
Ora l’attacco frontale è al diritto di sciopero e a quello di manifestare: il potere si sta ritrincerando e vuole rimettere dei paletti solidi per non esser più facilmente spodestato da un popolo che crede di aver ora il diritto di scender nelle strade per difendere e conquistare diritti. Niente più diritto a manifestare nè tantomeno a fermare le attività lavorative: pericolosissimo e agghiacciante, visto il salto democratico ottenuto proprio invadendo le strade, giorno e notte, per mesi. Ora vogliono riportare tutti a casa, fare in modo che ci si dimentichi di come si stava, tutti insieme, nelle tante piazze Tahrir nate in quel paese. Parlano anche di una multa per chiunque sia trovato a manifestare o scioperare che può raggiungere anche i sessantamila euro: eheheh, praticamente il reddito di qualche villaggio.
La Coalizione dei giovani del 25 gennaio, che tanto aveva confidato anche nel Consiglio supremo delle forze armate ora è costretta ad aprire gli occhi, ad alzare il livello dello scontro se non si ha voglia, subito, di riabbassare la testa e risottomettersi ad un potere militare.

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