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Gezi Park un anno dopo “They call it chaos, we call it home!”

31 maggio 2014 Lascia un commento

Gezi Park un anno dopo avrà la stessa colonna sonora dello scorso anno.
Avrà una massa incredibile di persone che già sono in piazza, che non son proprio mai tornate a casa,
avrà lo scrosciare a pressione dell’acqua dagli idranti, le pallottole di gomma che fischiano e uccidono,
gli scoppi dei lanci di lacrimogeni, poi tosse, tosse, vomito, urla, cariche e ancora resistenza. Le immagini delle mascherine piene di sangue dello scorso anno non le dimentichiamo: Istanbul dodici mesi fa era quella città dove bastava respirare per sanguinare copiosamente.

Istanbul è di nuovo in strada, Istanbul non è mai tornata a casa da quella lunga giornata di 365 giorni fa.
Istanbul non è più quella di prima e sembra non voler far altro che dimostrarlo, ad Erdogan e ai suoi servi armati di tutto punto.
Istanbul e il popolo di Taksim, è lì sottobraccio a chi è stato ucciso,
Come è stato sottobraccio alla mamma di Berkin, uscito per del pane, nei 269 giorni di coma che l’hanno tenuto sospeso tra vita e morte.
“se andrete lì le forze di sicurezza vi arresteranno” Erdogan ha usato queste parole per dare il benvenuto a chi voleva commemorare quest’anniversario di lotta, e riceverà in cambio migliaia di persone contro qualunque divieto. Le cariche oggi non si son mai fermate, il numero degli arresti continua a salire (inizia a sfiorare i 100) e nessun anche oggi sembra voler tornare a casa…
Le immagini e la brutalità della polizia non stupiscono, ma lasciano sempre comunque attoniti: la bellezza delle vostre barricate apre il cuore e fa venir voglia di vomitar lacrimogeni con voi…
passo dopo passo con voi.

GEZI PARK, un anno fa:
La giornata dell’11 giugno: mattina /pomeriggio / sera
Racconto per immagini
Gli altri post di questi giorni:
Si respira e si sanguina
Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini
Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Turchia: se per i reporter si chiedono 7 anni di carcere… per gli altri?

24 luglio 2013 Lascia un commento

L’arresto di Mattia Cacciatori ad Istanbul

Dopo giornate (e soprattutto nottate) attaccata alle piazze turche, che dopo gli scontri al Gezi Park di piazza Taksim ad Istanbul, si erano mobilitate in tutto il paese, questo blog è entrato in un mutismo un po’ vacanziero dal quale ora sembra difficile uscire.

Il 6 luglio, dopo giorni di scontri e già con 5 morti sull’asfalto del paese, venne fermato anche un giovanissimo fotoreporter italiano, Mattia Cacciatori, che dopo tre giorni in stato di fermo era stato rilasciato dalla polizia, dopo l’intervento della diplomazia italiana. Era in Turchia per un progetto di reportage sulla comunità LGBT ed è tornato a casa, dopo la breve detenzione, con un decreto d’espulsione per un anno, che non gli permetterà di continuare il suo lavoro.
Ma non è solo questo il problema, anzi.
Infatti, a meno di tre settimane dal suo rientro ha già ricevuto una comunicazione dal Consolato turco: non si sono dimenticati di lui e stanno per aprire il processo.
Il fotografo italiano non viene considerato un reporter, la sua maschera antigas (senza la quale non avrebbe certamente potuto lavorare) lo identifica come manifestante quindi le accuse non possono essere altro che “manifestazione non autorizzata e ostacolo all’azione delle forze dell’ordine”, che in quel paese significa:
FINO A SETTE ANNI DI CARCERE.

Quindi nel portare solidarietà totale a Mattia, voglio ricordare i 5 morti, più di 8000 feriti e 11 occhi rubati per sempre dalle pallottole di gomma della polizia turca, mandata a spazzare via le piazze da Erdogan.
Poi , per rimanere in tema giornalisti: a decine sono stati arrestati o perquisiti anche per un solo tweet e più di 60  hanno perso il posto di lavoro per aver scritto a favore della rivolta in difesa del Gezi Park.

Perchè portava la maschera antigas? GUARDA COME FANNO SANGUINARE I LACRIMOGENI USATI!

[I link sulla rivolta turca son QUI
e QUI lo scambio tra gli occupanti di Gezi Park e il movimento NoTav]

Un racconto della “morte in diretta” di ieri a Taksim … e le armi chimiche

16 giugno 2013 4 commenti

La giornata, oggi, in cui Erdogan ha mostrato bicipiti e sorriso, ed ha riempito della sua gente una delle piazze di Istanbul.
Una delle piazze della città, già: mentre tutto il resto della grande megalopoli euroasiatica cercava di raggiungere Piazza Taksim, che da ieri sera è diventata un desolante deserto blindato.

Blindato e protetto da uno schieramento di forze di sicurezza impressionante, che è continuamente (tuttora) sotto attacca di decine di migliaia di persone che vogliono riappropriarsi di quel parco e della libertà di gestire quella piccola società liberata che sotto quelle fronde era nata e si stava fortificando.
Una giornata quella di ieri che sembra ancora non avvicinarsi alla fine: non ad Istanbul, non ad Adana, Ankara, Bursa e tutte le altre città che dal primo momento sono scese in piazza con GeziPark senza mai fare un passo indietro.

Ieri è stata la giornata della “chimica”: dell’uso e dell’abuso mostruoso di agenti chimici lanciati contro i manifestanti.
Non solo lacrimogeni, perché facevano sanguinare bocca e naso (GUARDA)
Non solo idranti, perchè dei barili blu venivano aggiunti all’ultimo minuto: avevano la capacità di colorare l’acqua di rosso e non solo. (LEGGI)
L’effetto è ustionante, come si può vedere dalle immagini dei feriti.

qui delle info sul prodotto : http://www.jenixbibergazi.com, è un aggiunta di peperoncino chimico nei TOMA

Vi lascio un racconto che mi è stato appena spedito da quelle strade in lotta, Luca era indeciso se intitolarlo “la notte dei lunghi coltelli”, questo fa capire chi è il nemico che si ha davanti, da venti giorni, nelle strade di Turchia.

La morte in diretta

Un’alba senza il fuoco della resistenza
Dà vita a un giorno morto, privo della sua stessa essenza.
Alessandro Lesa

E dire che nel pomeriggio era stata una bellissima giornata. L’unico attacco era stato quello portato dai moscerini che, dopo aver svernato negli alberi, al richiamo di un prematuro acquazzone estivo erano riusciti baldanzosi dalle loro larve. Se avessi saputo interpretare i segni del destino l’avrei capito subito che questa era una metafora di quello che sarebbe successo dopo. Ma mi manca la pratica divinatoria; sebbene viva in Turchia da tempo, ho ancora difficoltà a leggere i fondi di caffè; e l’ultima zingara che mi ha fatto i Tarocchi mi aveva promesso grandi avventure e mi sono sposato.

Lo sgombero del Gezi Park

L’acquazzone, dunque, io non l’avevo previsto. Che i blindati annaffiassero la piazza come un campo da coltivare, io non l’avevo capito. Che la pioggia fosse arrivata da terra, e non dal cielo, io non me lo sarei mai immaginato. Che l’attacco, quello vero, scoppiasse sul far della sera al dolce canto del muezzin, io… nemmeno in un incubo l’avrei potuto sognare. Non chiamatemi né Cassandro né Do Nascimiento. No. Chiamatemi testimone poiché questa è l’unica cosa che so fare, forse.

Comunque. Nel pomeriggio, insieme a dei compatrioti, chiamiamoli con fantasia Gianluca e Michele c’eravamo dati appuntamento a Taksim per un’allegra scampagnata al parco di Gezi. Ora, con questi valorosi çapulcu (“straccioni”), di diverse vedute politiche, eravamo tutti d’accordo a farci un giretto. Già, Erdogan connecting people. In Italia noi non saremmo mai (e poi mai) potuti andare d’accordo: qui sì. Poi al trio si era aggiunta Monica, e avevamo pareggiato lo schieramento politico.

Dicevo. Gezi Park era come al solito in festa. C’era chi suonava il saz, chi il piffero, chi la chitarra; il piano di “Bella Ciao”, invece, era stranamente silenzioso, come se anche lui aspettasse qualcosa.

Arresti di massa a Smirne

La libreria open-air era sempre attiva; e avevano coperto, con un telo, gli scaffali per impedire alle gocce che cadevano dai rami bagnati di ricongiungersi con la carta dei libri. Poi c’era chi ballava, chi pregava e chi arringava: “L’impegno per la democrazia andrà avanti!” E quasi tutti i manifestanti erano convinti che l’offerta di pace effettuata da Erdogan, tramite un referendum, non fosse né la nuova Magna Charta né tantomeno la nuova Tanzimat – c’è un giornalista che se la vuole rivendere? Era stato organizzato persino un piccolo kindergarten in cui le mamme (improvvisate e non) tenevano a bada le grida, già di protesta, degli infanti. C’erano molte donne e bambini nel parco. E la sera i poliziotti avrebbero preso di mira anche loro.

Nel completare il giro della piazza, dopo esserci rinfrescati con ayran corretto con grappa, abbiamo cominciato a vedere una grande massa di poliziotti cominciare a raggiungere gli altri rappresentanti delle forze dell’ordine presso l’entrata d’AKM, e cioè il vecchio teatro che dà sulla piazza. Ed io lì ho buttato my two cents: “Poiché l’ultimatum dello sgombero è scaduto da ventiquattr’ore e non è successo nulla, proveranno a sgomberare tutto con la manifestazione AKP di domani (oggi ndr), oggi solo violenza psicologica”. Ma come vi ho detto come indovino sono negato. Dovevo guardare bene tutti i venditori ambulanti che facevano fagotto e andavano via. Solo ora capisco che non ho creduto al valore di quel dettaglio. Che non era un

Il ponte sul Bosforo, ieri notte

dettaglio. E poi, infatti, sappiamo com’è andata a finire.

Dopo il terzo giro della piazza – non sia mai anche noi non si partecipi attivamente alla candidatura di Istanbul per le prossime Olimpiadi 2020 – abbiamo deciso di scendere lungo la via principale di Taksim, Istiklal Caddesi, in cerca di qualcosa da metterci sotto i denti. Meritato kebab. Ma manco il tempo di addentare la carne che, nello spazio acustico, è cominciato un lungo lamento divino. La chiamata alla preghiera. Ed è anche in nome di una religione, almeno secondo Erdoğan, che è iniziato l’attacco. E le sirene della polizia si sono unite al canto in maniera blasfema. In nome di un signore; non in nome del Signore.

Noi non ci abbiamo pensato due volte. E al posto di battere in una saggia ritirata abbiamo deciso incoscientemente di essere testimoni. Ma il nostro gruppo, nella calca di una massa di persone che affolla il sabato sera, si è diviso; non si poteva scegliere giorno migliore per fare una strage. Gianluca Michele e Monica sono rimasti sulla via principale dove già si vedeva formarsi il cordone di polizia; ed io sono svicolato per una via laterale per cercare di raggiungere la piazza. E ci sono riuscito. Mi sono acquattato insieme a giornalisti, attivisti e curiosi davanti all’albergo Marmara. Ma è stato un attimo. Dei poliziotti prima sono avanzati contro di noi e poi, d’improvviso, si sono ritirati lasciando andare avanti a loro delle grosse ombre. Il cielo, intanto, era coperto dai

Anche Ippocrate viene arrestato se cura i manifestanti…

fumi dei lacrimogeni e non si riusciva a vedere bene cos’erano. Molti di noi se ne sono accorti solo poco prima dell’impatto. Erano dei Toma, dei bulldozer. Con degli idranti caricati con acqua e una “sostanza nociva”, i Toma avanzavano senza fermarsi. E allora tutti siamo scappati verso l’unica possibile via di uscita a lato della banca Garanti. Nel fuggi fuggi ho scoperto, poi, che qualcuno c’era rimasto sotto.

Mentre fuggivo e tentavo di superare la barricata della piazza di Taksim, gli altri in fuga dicevano che avevano visto bulldozer, caterpillar e ruspe avvicinarsi al parco di Gezi; io, in quel momento, non ho potuto far altro che sperare e pregare che le donne e i bambini se ne fossero andati. Poi, con il telefono, ho provato a mettere in contatto gli altri e mi sono sorpreso a pensare come mai il telefono funzionasse. Era strano. Di solito c’era la schermatura. Ma forse loro volevano proprio questo. Volevano che noi raccontassimo la morte in diretta. E devo dire che ci sono riusciti. Michele e Gianluca, sebbene innaffiati e gasati anche loro, stavano bene; ma di Monica avevano perso le tracce.

Mentre camminavo ormai fuori pericolo vicino a Besiktas, ho visto scorrere sul telefonino le immagini di bambini gasati, di donne picchiate e di uomini che ancora resistevano nel parco. Bulldozer, Caterpillar, gas asfissianti, lacrimogeni, polizia a go-go… contro mani nude. Questo è stato. Del resto sono dei marginali. E dovevano essere emarginati. Ma come sans culottes i çapulcu, “gli straccioni”, continueranno la loro lotta radicale e non si arrenderanno. Mai.

Mentre correvano le voci che Starbucks, ancora una volta, aveva chiuso le sue ignominiose porte; c’erano pure le voci che Divan Otel le avesse aperte. Ho scoperto poi che alcuni dei manifestanti si erano rifugiati lì. Inseguiti dalla polizia fin dentro le camere. È da questo hotel che sono giunte le immagini strazianti dei bambini intossicati che si stringono nel grembo delle madri. Immagini che non so se siano giunte in Italia. Dove, ultimamente, mi ricordo di un bellissimo servizio di Floris su una Turchia che non esiste. Cazzo, Floris, ma da chi sei andato? È forse la Bonino che ti ha passato i contatti?

Il Divan Otel, che aveva offerto rifugio a feriti e bambini

Poi è arrivato un messaggio di Monica, stava bene. Ed è passata così la notte dei lunghi coltelli. E l’alba di un nuovo giorno (non) è arrivata. Oggi il giornale Sabah titola “Buongiorno Gezi” e sottotitola “polizia non fa spargimento di sangue”. Bugiardi. La verità è una menzogna. Buttano altra acqua sul fuoco. Non gli andava bene che la laicità del paese stesse nelle mani dell’esercito è l’hanno soppresso, ma nel farlo non hanno eliminato lo stato di polizia. Ops. Chiamatelo: passaggio di consegne. Ma sono negato per l’analisi. Io sono solo un testimone. Un testimone di questa resistenza.

Oggi camminare a Taksim è considerato “atto di terrorismo”. Ma se è vero che una volta tutte le strade portavano a Roma, oggi portano a Taksim. Chi è il terrorista?

di Luca Tincalla
su twitter: @lucatincalla

Qui il racconto della nottata (mio) e le foto degli idranti rossi e dei loro effetti: LEGGI
Quando basta respirare per il sangue: LEGGI
ALTRE LETTURE:
La giornata dell’11 giugno: mattina /pomeriggio / sera
Racconto per immagini
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Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
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I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Piazza Taksim: perché ci basta respirare per sanguinare? ce lo spiegate?

16 giugno 2013 22 commenti

Cosa stanno tirando sui manifestanti di piazza Taksim? Perché basta respirare per avere una mascherina piena di sangue? Cosa c'è in quei lacrimogeni? Di cosa state bombardando chi protesta da venti giorni?

Cosa stanno tirando sui manifestanti di piazza Taksim? Perché basta respirare per avere una mascherina piena di sangue? Cosa c’è in quei lacrimogeni? Di cosa state bombardando chi protesta da venti giorni?

Questa la situazione alle due di notte: da più di sei ore non c’è stato un secondo di tregua

Qui il racconto della nottata e le foto degli idranti rossi e dei loro effetti: LEGGI

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L’ennesimo attacco notturno sul Gezi Park, e la lunga notte in tutta la Turchia: RESISTANBUL

16 giugno 2013 8 commenti

Adana, non solo Istanbul, con GeziPark

L’ultimatum di questo pomeriggio è stato effettivo, le parole di Erdogan non sono state smentite dai fatti,
nessun albero nè pianoforte, nè corteo di mamme a sostegno dei propri figli in lotta è riuscita a bloccare la furia inguardabile della polizia turca e di tutti i mezzi a sua disposizione.
La carrellata di immagini che da qualche ora (mentre scrivo è quasi l’una di notte) lascia senza fiato: la piazza e il parco sgomberati con violenza e così ogni rifugio trovato dai manifestanti, come il Divan Hotel, l’ospedale tedesco, l’Hilton, il Ceylan Hotel, Il Marmara e altri alberghi della zona principale degli scontri, intorno a Taksim.
Tutti i feriti che si erano rifugiati, così come tutto il personale paramedico che da giorni si da il cambio in piazza e negli ambulatori da campo sorti in diversi luoghi e spazzati via in queste ore, sono in una situazione drammatica, intrappolati all’interno delle hall di alcuni alberghi, dove da ore tirano gas lacrimogeni e urticanti anche all’interno, come si può vedere dalle immagini.
Gli idranti nel frattempo hanno cambiato colore: ora son comparse coloratissime strisce rosse d’acqua a tagliare le cariche e i cortei.
La reazione della pelle è sconcertante.

Mentre scrivo ci sono decine di migliaia di persone che stanno provando ad avvicinarsi alla zona: il ponte sul Bosforo, che separa i due continenti è un fiume impressionante e fitto di persone che non sembrano muovere un passo indietro davanti allo schieramento di polizia; stessa scena sull’autostrada E-5 e in tutti i quartieri della città, con barricate in ogni dove.

L’ingresso del Divan Hotel (REUTERS/Yannis Behrakis)

Poi Adana, Bursa, Eskişehir, Ankara (che porta in piazza numeri da lasciar senza fiato), Çanakkale, Edirne, Izmir: non c’è punto del paese che non si sta inondando di persone, di rumore, di resistenza, di lotta e di una determinazione che supererà anche questa lunga notte.
Che a vedere da come hanno deciso di iniziarla, vorrebbero fosse l’ultima di Taksim, e di Gezi Park, che ha messo radici in ogni dove e non sarà facile estirparle.

[LE IMMAGINI CI RACCONTANO CHIARAMENTE CHE BASTA RESPIRARE PER UN PO’ QUEI GAS PER SANGUINARE —- Guarda QUI  gli effetti dei lacrimogeni——- COSA STANNO TIRANDO?
COSA C’E’ NEI LACRIMOGENI? COS’E’ IL ROSSO COMPARSO NELL’ACQUA SPARATA DAGLI IDRANTI? ]

Aggiornamenti
1.10 : il mastodontico corteo sul ponte che attraversa il Bosforo è stato appena attaccato con lacrimogeni.
1.20: sono già due i giornalisti turchi che parlano di sostegno della “gendarmeria” alla polizia che utilizza idranti.

VI ALLEGO IL COMUNICATO DA POCO USCITO SUL SITO Taksimdayanisma
Taksim Solidarity generated this announcement through meetings and forums that took long hours till the early morning.

Our resistance that started in order to prevent the demolition of Gezi Park and save its trees has spread to Istanbul and to the entire country with the anger of thousands of citizens accumulated over the 11 years of AKP rule. Hundreds of people completed the 18th day of the resistance.

L’acqua degli idranti oggi era rossa e lasciava tutto ciò…

We witness a resistance, the most expansive struggle to claim our rights in the history of our country, which has been exposed to intense police violence since day one. We are going through a period in which the rights of people, including right to life, are trodden. However, this cruelty have united the crowds instead of disintegrating them, has strengthened the solidarity of the people who get to know each other through this struggle. Under heavy gas bombardment, which suffocated every living being, more and more people filled the streets and turned this resistance into a major social movement.

The government’s fist reaction towards the crystal clear and righteous demands, which have been voiced since the very first day of the resistance was to ignore them entirely. Then, they attempted to divide the resistance, provoke people and damage the legitimacy of the movement. In both national and international public opinion, the government has failed in these attempts. At the end of the day, it was the legitimacy of the government, not the resistance, that eroded. Therefore, with the pressure of our righteous resistance, the AKP government was pushed to address the solidarity and start a dialogue. Nonetheless, this is just the beginning, our struggle continues.

During the first 18 days of the resistance four citizens lost their lives due to police violence: Ethem Sarısülük, Mehmet Ayvalıtaş, Abdullah Cömert and Mustafa Sarı. Many were wounded, lost their eyes, vision, and even limbs. We feel the pain of those who were killed and remember that they were killed in pursuit of their most basic democratic rights. We repeat that no serious legal action has yet been taken against those who perpetrated and oversaw the actions that lead to the killing of our friends, and we restate that we will make sure those who are responsible for the violence are brought to justice. Furthermore, many people are still in custody due to the arbitrary policies of the security forces concerning custody durations. On behalf of the people resisting in Gezi Park and Taksim Solidarity, we call for the release of those who were taken into custody because of their involvement in the uprisings across the country.

In questi quasi 20 giorni di lacrimogeni in piazza Taksim son stati contati: 8 cani, 63 gatti e più di mille uccelli morti.

During this time we have seen that we were able to unite, converse, create commons, and struggle together despite the violence inflicted upon us. What was considered to be the weakness of pluralist democracy allowed us to stand tall in resistance against majoritarianism. Against the government’s power, which is dependent on capital and ecological destruction, hundreds of thousands gathered in Gezi Park to defend the trees and thus defended their own lives and freedoms. The Gezi Park Resistance as a space of freedom has shown great resolve in keeping a peaceful conduct against police violence.

As people resisting in Gezi Park and Taksim Solidarity the most important thing we have learned so far is that the resistance cannot be contained within time or space, and that it will continue in every aspect of life, in every part of the city and the country, in every square meter and every moment.

Molti i bimbi nel Divan Hotel, intrappolati e gasati

On the 18th day of our resistance, on Saturday June 15th, we will continue our occupation for the park and all the living creatures within it, our trees, our life spaces, our private lives, our freedoms, and our future. We will pursue this struggle until our demands are met.

This resistance will be the reflection of the collective will of Taksim Solidarity and a symbol of our comprehensive struggle. From this day forward, we will continue to fight against all kinds of injustice and suffering in our country with the dynamism and strength generated by our struggle which has spread across the country and perhaps the world. We are stronger, more organized and more hopeful than we were 18 days ago.

THIS IS JUST THE BEGINNING, RESISTANCE WILL CONTINUE!

Per la diretta seguite sempre questo link:  http://gezipark.nadir.org

I segni dell’idrante “rosso”

che è costantemente aggiornato in diverse lingue.

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L’idrante rosso, da oggi nelle piazze turche

Turchia: un’altra lunga notte e un lungo articolo da leggere

14 giugno 2013 1 commento

Niente, dopo giornate in diretta costante con Taksim, Gezi Radio e quant’altro son crollata.
Oggi facciamo al contrario eh, vi metto un po’ di articoli e cose trovate altrove.

Ankara, Kennedy Caddesi questa notte

In primis qualche notizia sulla nottata, l’ennesima lunghissima nottata in cui si era previsto l’attacco finale di Erdogan, che per ore ha fatto schierare pullman di poliziotti e reparti speciali nelle vicinanze di Taksim, per la resa dei conti finale, post ultimatum

La richiesta, comica e così vicina alle tante ascoltate anche nelle nostre piazze (e montagne), chiedeva ai “veri ecologisti” di lasciare la piazza, permettendo al governo di muover mano dura contro chi rimaneva in piazza, che a quel punto sarebbero stati solo i “veri terroristi”.
Ma non sta andando così bene al primo ministro, sultano turco: la piazza ieri sera era più gremita che mai,
un lungo concerto al pianoforte ha accompagnato ore di percorsi collettivi, assemblee, balli, un po’ di relax, dirette video e radio con il resto del mondo, in ogni lingua, verso ogni dove.

Poi l’incontro con Erdogan durante la notte: con una delegazione della “piattaforma Taksim” e di altre anime della piazza: non è certo andata come voleva Tayyip, che sperava di veder velocemete la piazza svuotarsi visto l’avanzare della proposta del referendum sul destino di Gezi Park e sul progetto che era stato fatto di ricostruzione delle caserme ottomane, dell’antica moschea e ovviamente della nuova zona commerciale. Un po’ una presa in giro, così è stata vissuta dalla piazza la proposta di Referendum, che infatti è stata largamente rifiutata.
La nottata è comunque passata abbastanza tranquilla in quel di Istanbul, al contrario di Ankara, dove le proteste continuano ad allargarsi con sempre più determinazione e la mano della repressione si muove più tranquilla, essendo più distante dalla stampa mondiale e dagli occhi di noi tutti: da mezzanotte e trenta sono iniziate le pesanti cariche, con TOMA e celere che ha usato migliaia di lacrimogeni e granate assordanti.
Cinque le persone che risultano in stato di arresto.

Cinque anche i morti fino ad ora, senza contare tutti coloro che sono in fin di vita o in coma celebrale per i colpi subiti soprattutto da pallottole di gomma e candelotti lacrimogeni.
Vi lascio qui con un’analisi comparsa su Jadaliyya e tradotta dalla redazione di Infoaut (grazie!)

Occupy Gezi: i limiti del successo neoliberale della Turchia

4 giugno 2013, di Cihan Tugal , tratto da Jadaliyya e tradotto dalla redazione di Infoaut

🙂

Esistono due aspetti significativi, eppure spesso dimenticati, rispetto a che cosa ha iniziato e reso popolare le proteste rivoluzionarie in piazza Taksim a Istanbul. Le proteste sono cominciate come risposta al progetto del partito neoliberale al governo di trasformazione o rinnovo urbano; tuttavia, le questioni urbane sono presto passate in secondo piano quando le proteste sono diventate di massa. Comprendere questi due aspetti della mobilitazione aiuta molto a fare luce su che cosa sta avvenendo in Turchia e perché.

Ciò che il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) chiama in malafede “trasformazione urbana” è la demolizione di luoghi pubblici, aree verdi e siti storici, così come lo sgombero di popolazioni povere, per ricostruire la città coerentemente con l’immagine di capitale. Tutti questi spazi (e persone) indesiderati dovrebbero essere rimpiazzati da centri commerciali, grattacieli, uffici e patinati remake di edifici storici. La resistenza a questo progetto è andata sviluppandosi per un po’, prevalentemente fuori dalla vista dei media nazionali e internazionali. Solo in parte sono da accusare la mancanza di interesse da parte dei media o l’ostilità del mainstream per non aver dato copertura a queste resistenze del passato. Il partito al governo, con un apparato [di informazione] abilmente modellato e reso egemone, è stato piuttosto discreto nel dividere e marginalizzare le proteste. Ad esempio, quando gruppi di occupanti venivano sgomberati si provvedeva a pagare alcuni di loro in maniera selettiva: i proprietari di case (piuttosto che gli affittuari), le famiglie con più “agganci”, le persone inclini alla politica del quartiere venivano compensate profumatamente, dissolvendo la capacità di resistere. Quando il denaro non aiutava il nuovo regime piantava i semi della divisione etnica e settaria. Quando tutte le altre fallivano, gli occupanti sperimentavano la pesante repressione da parte della polizia. Solamente un quartiere nella gigante area metropolitana di Istanbul è riuscito ad opporsi a tutte queste pressioni e resistere in maniera coerente al progetto. Ma queste eccezioni confermano la regola: anche se si tratta di un progetto che riguarda milioni di persone, alla trasformazione urbana hanno fatto resistenza solamente in pochi, invece di resistere a livello dell’intera città (per non parlare del paese intero, dove è stata implementata [la protesta] con meno severità, ma comprensibilmente, distruggendo la vivibilità e la salute sia urbana che rurale – nonostante la dicitura “urbana”).

Idranti a go go

Le proteste dentro e intorno a Taksim sembrano avere unito le trame di resistenze altrimenti isolate. Quando intellettuali e artisti si sono mobilitati recentemente contro la demolizione di un caffè prima, e poi di un teatro storico a Istiklal Caddesi, sembrava che stessero combattendo una battaglia elitaria e di retroguardia, concentrandosi su luoghi che erano di poco interesse per le classi popolari. Ogni battaglia sarebbe rimasta marginalizzata in gruppi di elite o angoli di occupazioni della città, se la polizia non avesse brutalmente attaccato alcune decine di manifestanti che volevano proteggere l’ultima area verde (Gezi Park) nella principale piazza per lo svago di Istanbul, piazza Taksim. La volontà di salvare questo parco dal progetto di costruire un centro commerciale è ciò che ha dato inizio ad Occupy Gezi.

Diffusione ed espansione del programma di lotta
All’inizio sono accorsi in migliaia a portare solidarietà alle persone attaccate in piazza. Come risultato la brutalità poliziesca è diventato un tema prioritario nell’agenda politica, anche se durante la prima giornata della mobilitazione è rimasto centrale il dibattito sulla trasformazione urbana. In un paio di giorni però le tematiche legate alla brutalità poliziesca, il crescente autoritarismo dell’AKP e la costante mancanza di democrazia in Turchia hanno reso marginali le questioni urbane. Molti tweet e l’informazione che circolava in rete hanno sottolineato il fatto che le proteste “non riguardano qualche albero, riguardano la democrazia”. Questa è stata un’opposizione retorica molto rozza e sostanzialmente controproducente. Il significato di quel pugno di alberi è che ci si è spinti, temporaneamente, fuori dalla logica economica in un paese dove tutto poteva essere venduto e comprato liberamente. Nonostante questo si vedono ancora striscioni che insistono nel mettere l’enfasi sugli alberi, non solo come simbolo della natura ma anche come simbolo della rivolta popolare e democratica. Questo rispetta lo spirito iniziale delle proteste. Occupy Gezi è iniziato come una rivolta di persone che rifiutano di concentrare la propria vita tutto il tempo sul denaro; cosa che li porta ad affrontare governo e forze di polizia, che spazzano via ogni cosa nel segno del mercato. Gli alberi sono simbolo di unità fra gli occupanti presi di mira, gli studenti con misere prospettive di impiego, i lavoratori in sciopero e gli impiegati pubblici, gli intellettuali e la natura. Ma dovremmo comprendere che ci sono anche forti dinamiche che decentrano il focus riportandolo sulla trasformazione urbana.

Il contesto della repressione intensificata

Proiettili di gomma che cercano di colpire occhi e teste…

Alcuni elementi interni al governo hanno elaborato un piano molto rischioso negli ultimi mesi. Il governo ha preparato la Turchia ad una guerra regionale, e in questi tempi cruciali ha bisogno di un paese unificato senza un’opposizione minacciosa. E’ la ragione per cui dopo un decennio di emarginazione costante è arrivato ai curdi. I governanti turchi (piuttosto logicamente, pare) hanno visto i curdi come l’unica forza che potrebbe fermare il governo nel suo cammino. Con i curdi dalla propria parte, secondo questo piano, il governo potrà dividere, emarginare, e reprimere il resto della popolazione – molto meno organizzata rispetto ai curdi. Il processo di pace coi curdi ha anche dato al governo la possibilità di riconquistare molti liberali, che erano rimasti delusi dal 2010. Con un blocco egemone rinnovato, gli elementi del nuovo regime sentivano che avrebbero potuto facilmente mettere a tacere chiunque. Così il partito al governo ha incrementato la brutalità poliziesca e altri provvedimenti conservatori (come norme più severe in materia di alcol). Le persone non comprese in questo rinnovato blocco di potere – che siano di bassa, media o alta estrazione sociale, laici o aleviti, uomini o donne, nazionalisti di destra o socialisti – si sono sentite minacciate. Quando Occupy Gezi è diventata una protesta contro la polizia, centinaia di migliaia di individui si sono uniti esprimendo la propria frustrazione contro il crescente autoritarismo.

Ciò naturalmente porta in scena anche molte persone che hanno beneficiato delle trasformazioni urbane. Alcune di queste persone non avevano avuto alcun problema né con la brutalità poliziesca né con l’autoritarismo prima che venissero esercitati contro i lavoratori, i curdi, i socialisti o gli aleviti. Alcuni di loro intonano slogan estremisti nazionalisti per tutta Istanbul e la Turchia. Va sottolineato che questi gruppi sono gruppi sovrapposti: non c’è necessaria unità tra queste fazioni, sebbene quasi tutti le chiamino in breve “ulusalcı” (estremisti nazionalisti). Nonostante la propaganda del governo, essi costituiscono la minoranza attorno a Piazza Taksim, ma sono certamente la maggioranza nelle parti più agiate della città. Ci sono tra di loro nazionalisti meglio organizzati che vogliono dirottare le proteste. Eppure molte di queste masse sconnesse non comprendono nemmeno le proteste e le problematiche che le hanno avviate. Vi prendono parte principalmente come un modo di difendere i loro stessi interessi e stili di vita. Queste persone non definiscono il movimento di Gezi, ma hanno già confuso le acque. Occupy Gezi è diventata molto più forte in parte grazie alla loro partecipazione, ma il suo messaggio nazionale ed internazionale rischia ora di essere meno chiaro.

Valigette rivoluzionarie

Gli Ostacoli
Le persone che hanno iniziato le proteste (e che ora controllano Taksim) sono ben consce di questi pericoli, dato che alcune di loro sono attivisti con anni di esperienza. Le dichiarazioni pubbliche che rilasciano si concentrano direttamente sulle trasformazioni urbane, la brutalità poliziesca, l’autoritarismo, sebbene queste dichiarazioni si perdano nel magma delle enormi proteste in tutto il paese. Questi esperti attivisti si trovano ad affrontare due ostacoli.
In primo luogo ci sono le questioni strutturali e le riuscite mosse politiche egemoniche che fin qui hanno diviso le proteste contro le trasformazioni urbane. E’ tuttora molto difficile, per ragioni che spero di analizzare altrove, costruire un blocco coerente contro le trasformazioni urbane con una visione alternativa di sviluppo, urbanizzazione e natura. La classe, la cultura, la posizione e molto altro isolano le une dalle altre le persone che subiscono le trasformazioni urbane. A differenza del partito al governo e dei suoi tecnici, che hanno una panoramica di come sia connesso il subire tali trasformazioni, [le persone] si conoscono reciprocamente ben poco. Non è facile sorreggere e divulgare Occupy Gezi allo stesso tempo se essa si limita ad integrare le questioni urbane.

In secondo luogo, e forse problematica altrettanto importante, c’è il processo di pace della Turchia con i curdi. Il governo ed i suoi alleati liberali diffondono la propaganda che le attuali manifestazioni siano contro il processo di pace. In realtà, non è difficile credere che parte delle sconnesse masse turche precedentemente delineate siano state parzialmente motivate da un’opposizione alla pace con i curdi (oltre a svariate altre cose, incluse le norme sull’alcool). Tuttavia, i gruppi che ancora controllano Taksim hanno difeso la pace per decenni, mentre lo stato turco (incluso il nuovo regime) combatteva le proprie sanguinose battaglie contro i curdi. In questo contesto, disonestà sarebbe una parola leggera per gli ideologhi liberali del nuovo regime che accusano le proteste di fomentare la guerra.

oooops!

Eppure, anche se vi sono molti attivisti curdi oggi a Taksim (assieme a centinaia di altri mobilitati altrove in supporto delle proteste), molti curdi non si sono uniti alle proteste, temendo che alla fine queste facciano deragliare il processo di pace. Nessuno può biasimarli, come curdi per lungo tempo hanno pagato un prezzo salato. Uno dei compiti più difficili di Occupy Gezi sarà di trovare un modo di attrarre i curdi senza alienarsi la schiacciante maggioranza delle persone non di sinistra, le quali hanno dato al movimento una parte della propria forza vitale. Questo è un movimento multi-classista e trans-ideologico contro l’autoritarismo e la mercatizzazione. Il movimento non ha ragione di escludere alcune fazioni di fascia medio-alta e di elite (che in maniera diseguale beneficiano e subiscono la mercatizzazione e l’autoritarismo), ma queste ultime potrebbero decisamente tirarsi fuori se intervenissero i curdi (il che è una piccola probabilità da cui iniziare).

Occupy Gezi si situa in una posizione privilegiata quando si confrontano queste problematiche. Da un lato, a differenza di Occupy Wall Street e movimenti simili in tutto l’Occidente, molti degli attivisti non rifiutano le forme tradizionali dell’organizzazione e della pianificazione politica (nonostante tali sentimenti siano diffusi tra alcuni dei giovani manifestanti più in vista di Taksim). Tale astensionismo dalla politica formale è costato caro ai movimenti occidentali dell’ultimo biennio. Dall’altro lato, a differenza dei manifestanti arabi, gli attivisti turchi e curdi hanno vissuto e respirato sotto una semi-democrazia, così hanno parecchia esperienza poltica quotidiana alle spalle. In breve, “la rivoluzione senza leader” non è arrivata in Turchia. Tuttavia lo svantaggio di Occupy Gezi è quello di fronteggiare un regime neoliberista molto più egemonico rispetto ai regimi occidentali ed arabi. I conservatori turchi sono stati molto più efficienti nel costruire una base popolare ed un’intellighenzia liberal-conservatrice militante (ma pragmatica) in raffronto alle loro vuote e fanatiche controparti in occidente, per non parlare delle loro inesperte controparti nel mondo arabo. Questo consenso è multidimensionale, ed integra compromessi ed articolazioni a livelli ideologici, religiosi, politici ed economici. La smobilitazione e la contro-mobilitazione che l’egemonia neoliberista potrebbe generare non possono essere prese alla leggera.
Se gli attivisti turchi e curdi troveranno modalità innovative di superare questi ostacoli, la Turchia avrà il potenziale di aggiungere una nuova torsione all’onda globale di rivolta post-2011.

ALTRE LETTURE:
La giornata dell’11 giugno: mattina /pomeriggio / sera
Racconto per immagini
Gli altri post di questi giorni:
Tutti i link sulla rivolta turca:
Taksim – NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini  / Respiri lacrimogeni? sanguini!
Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazzaL’ennesimo attacco notturno: 15 giugno

11 giugno ’13: la giornata della grande resistenza ad Istanbul, per immagini

12 giugno 2013 3 commenti

Non sono nemmeno le 7 di mattina quando la polizia si schiera tutta intorno a piazza Taksim con l’intenzione di “pulirla” dai manifestanti e riprendere il parco.

L’attacco è partito immediatamente con una violenza indescrivibile, soprattutto per l’uso massiccio di gas lacrimogeni ed idranti ad una mostruosa pressione

Ma a casa non si torna, si arretra e si riavanza per tutta la mattinata, senza paura e con una determinazione che fa tremare i TOMA

Centro!

Più prosegue la giornata più avanza pesantissimo il Taksim Gas Festival, a tutto tondo

Già, proprio a tutto tondo…

Ma più di una volta la polizia non è riuscita che ad avvicinarsi alla scalinata per poi dover riarretrare. Malgrado gas lacrimogeni, urticanti, granate assordanti, idranti e pallottole di gomma: SI RIMANE COME UN MURO!

Pirotecnia, rivoluzione

Fuoco e fiamme, mica solo lacrimogeni e manganelli!

Centinaia di arresti indiscriminati in tutta la città

una cinquantina di avvocati, del tribunale di Caglayan (il più importante della città), intenti a difendere i manifestanti vengono portati via dalla polizia

Catapulta autogestita

La rivoluzione, di certo non ha età, ed è molto donna!

Dopo le cariche mattutine, quelle al concentramento delle 12, anche la manifestazione delle 19 è stata immediatamente attaccata, con scontri violentissimi che si son protratti praticamente tutta la notte, ad Istanbul come nelle altre grandi città turche.

L’hotel Divan, tra i più lussuosi della zona, offre rifugio ai feriti e permette la nascita di un’infermeria da campo, evitando l’ingresso delle forze dell’ordine. Applausi

Questa è scattata alle 2.38 di notte: insomma, A CASA NON SI TORNA

BUONA LOTTA, VISTO CHE AL RISVEGLIO IL PARCO ERA ANCORA NELLE VOSTRE MANI.
E’ LA SECONDA SETTIMANA CHE NON FATE UN PASSO INDIETRO: PRONTI A DIFENDERVI DA QUALUNQUE ARMAMENTO LA REPRESSIONE TURCA VI MUOVE CONTRO.
CON VOI, SU OGNI BARRICATA, IN OGNI SASSO LANCIATO, IN OGNI BACIO RUBATO.

La giornata di ieri: mattina /pomeriggio / sera
Gli altri post di questi giorni:
Tutti i link sulla rivolta turca:
Taksim – NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini  / Respiri lacrimogeni? sanguini!
Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazzaL’ennesimo attacco notturno: 15 giugno

Gezi Park: l’attacco finale della polizia? RESISTANBUL #geziparki

11 giugno 2013 5 commenti

Arrivano da ogni dove, per circondare i manifestanti

Non son nemmeno le venti, nemmeno un’ora è passata dalle 19, scelte per il concentramento serale di questa giornata eterna, iniziata alle sette di mattina con il violentissimo tentativo di sgombero di piazza e parco da parte degli agenti antisommossa e dei reparti speciali turchi.
Una giornata campale, caratterizzata da una resistenza senza precedenti che ha tenuto la piazza e ha saputo ricacciare indietro ripetutamente la polizia, a Taksim come altrove, erigendo barricate li dove venivano abbattute dai TOMA ( i blindati turchi), difendendo passo passo ogni pezzetto conquistato in queste giornate.

Ma eccoci, e a guardarla sembra la resa dei conti.
GeziRadio, la radio dagli alberi, che seguiamo costantemente non ha fatto in tempo a ricominciare a trasmettere che eccola nel delirio più totale e di nuovo raggiungibile da poco (COMPLIMENTI!) : le cariche sembrano esser più pesanti di stamattina, se una cosa simile è immaginabile.
Ormai la piazza è un’enorme fitta nuvola tossica, da dove giungono le continue esplosioni delle granate assordanti.
Intanto dagli altri quartieri, che già si stavano recando verso la zona di Taksim, iniziano a muoversi cortei di ogni genere e tipo, dalle maschere antigas alle padelle: l’assedio della polizia inizia ad esser sotto assedio ancora una volta.
RESISTANBUL!!!!

AGGIORNAMENTI ORE 21.45:
Le immagini tolgono il fiato, la piazza è ormai una tonnara affumicata e le prime tende iniziano ad essere spazzate via dai reparti che avanzano, protetti da questa incredibile nuvola di armamento chimico che sembra muoversi con loro.
Intanto non è ovviamente Istanbul la sola piazza calda di queste lunghissima serata: Ankara, Bursa, Izmir, Edirne, in ogni dove ci sono migliaia e migliaia di persone in piazza, pronte a marciare anche al buio come a Bursa, dove l’amministrazione locale ha deciso anche di tagliare completamete l’illuminazione pubblica. Cosa che non fa desistere proprio nessuno.

Proverò ancora a dar notizie su Istanbul, dove ormai le tende sono in fiamme anche a causa dei candelotti lacrimogeni, e dove più di diecimila persone si stanno muovendo in corteo per cercare di raggiungere la piazza dove si combatte.
NON UN PASSO INDIETRO!

Il post di questa mattina QUI
e gli aggiornamenti pomeridiani QUI
I post dei giorni precedenti e i comunicati della piazza:
Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini
Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Cariche e scontri a Taksim: la giornata prosegue in guerriglia

11 giugno 2013 8 commenti

Anche i giornalisti vengono trattati molto bene

Molotov vs TOMA

Dopo le prime righe mattutine (QUI) , la situazione è ulteriormente degenerata.
Per le 13 era stata convocata una grande manifestazione, in attesa che da tutta la città i manifestanti riuscissero a raggiungere Taksim e i quartieri intorno, malgrado il blocco della metropolitana e di tutti i mezzi di superficie.
Già da poco prima di mezzogiorno le autorità e le forze di sicurezza avevano fatto capire le loro intenzioni, come ad esempio facendo circolare dentro il palazzo di giustizia (Çaglayan) che “I cittadini che non hanno nulla a che fare con gli eventi, si allontanino o verranno arrestati”, tanto che poco dopo anche alcuni avvocati sono stati tratti in arresto e risultano ancora in stato di fermo.
Hanno provato a portare i fermati nella vicina stazione di polizia a Vatan ma quello che si son trovati davanti li ha costretti a cambiare rapidamente idea: migliaia di persone li stavano aspettando ed hanno iniziato ad avanzare senza paura verso di loro…. che via, son tornati da dove venivano.

Barricate si erigono qua e la a vista d’occhio e malgrado vengano abbattute dalle decine e decine di TOMA che carosellano per la zona, continuano a sbucare e bloccare l’avanzata.
Alcune immagini raccontano con chiarezza quasi comica quante volte la polizia è stata costretta ad arretrare gambe in spalla perché completamente circondata da tutti i lati.

L’appello degli ultimi minuti è rivolto ad infermieri e medici, di raggiungere l’infermeria da campa costruita a Gezi Park, dove il numero di feriti e intossicati dall’attacco chimico che Erdogan muove contro chi manifesta aumenta costantemente.

🙂

Il prossimo appuntamento cittadino unitario, anche se non esiste inizio e fine di manifestazione da dodici lunghi giorni e notti, è per le 19, sempre a Taksim, dove con cautela si ricomincia a prender posto,
visto con quanta determinazione si son cacciati via i soldatini di Tayyep.

A dopo.

I post dei giorni precedenti e i comunicati della piazza:
Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini
Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
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Sempre questo pomeriggio, Taksim

La polizia entra a Taksim: le prime notizie della mattinata

11 giugno 2013 4 commenti

QUI GLI AGGIORNAMENTI POMERIDIANI: LEGGI

Eccoli.
Da questa mattina, poco dopo che la luce dal sole ha iniziato ad illuminare l’immensa città dei due continenti,
agenti antisommossa, TOMA, onde tossiche, idranti, manganelli e armi da fuoco hanno iniziato ad avanzare per ripulire il Gezi Park, che da più di una settimana sempra una piccolo stato a parte, liberato e resistente.

A Tarlabaşı, un TOMA in fiamme

“Fuori la polizia”, “Taksim è ovunque, la resistenza è ovunque”, “Governo: dimissioni”
chi sta resistendo in piazza dimostra tutta la sua determinazione, quella che in questi giorni abbiamo imparato non solo per le strade di Istanbul, ma in quelle di tutte le grandi e meno città turche: malgrado le folli e provocatorie dichiarazioni di Tayyep Erdogan, quello che sembra palese è che c’è una generazione che non vuole tornare a casa,
ma continuare a masticare i marciapiedi, marciando verso una libertà totalmente diversa.
La nottata nella sola città di Ankara è trascorsa con ore ed ore di scontri.
Rimanendo focalizzati su Istanbul: a Tarlabaşı ad Harbiye, a Istiklal Caddesi,  la battaglia è pesantissima e la resistenza di piazza sta rilanciando al mittente migliaia di lacrimogeni e gas urticanti, oltre ad aver formato una catena umana (gestita dalla “Taksim Dayanismasi) che cerca di rendere fruibile a chi vuole la fermata metropolitana, invasa dal fumo, ma poi chiusa dal governo: la polizia da ore cerca anche di bloccare tutti gli autobus che dalle altre zone della città raggiungono Taksim e quell’area.
L’intenzione è isolare i manifestanti, con la stupida illusione che questo sia possibile blindando una zona della città e rendendola totalmente inadatta alla respirazione e alla sopravvivenza: non sarà così che fermeranno questa rivolta.

Son loro ad essere circondati.
Da qualche minuto a questa parte si è passati massicciamente all’uso di pallottole di gomma: dalla parte opposta oltre alla miriadi di sassi in volo e di candelotti boomerang, un largo uso di fuochi d’artificio aiuta a tener TOMA e celere minimamente distanti. Poveri alberi di Taksim, completamente gasati.

E non ce fate incazzà eh, che non ve conviene!

Non è una rivolta che si chiuderà con questi dodici giorni di autodeterminazione, resistenza e libertà:
una volta scesi in strada, una volta capito quanto forti si può essere, A CASA NON SI TORNA.

[Qui un link, in inglese,  che racconta le violenze a sfondo sessuale che la polizia commette sui fermati: LEGGI ]

I post dei giorni precedenti e i comunicati della piazza:
Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini
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I primi morti / Che poi son 3
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Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
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Le richieste della piazza

Turchia / NoTav: “Una faccia, una piazza”. Taksim scrive al movimento NoTav

9 giugno 2013 11 commenti

Avevamo già precedentemente pubblicato la prima lettera del movimento di Piazza Taksim al movimento NoTav e la successiva risposta. QUI:  Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Il rapporto epistolare continua, e son felice di pubblicarlo.

Cari compagni No TAV,
fratelli di lotta;
la Resistenza in Val di Susa, come la Resistenza per Gezi park, e’ una resistenza contro un sistema di interessi e poteri; un sistema di valori che vorrebbe toglierci cio’ che e’ nostro – lo spazio, la valle, il parco, e la possibilita’ di viverci – in nome di un “progresso” che, nei fatti, vuol dire solo il profitto dei pochi che ci investono. Questo profitto e’ una forma di oppressione del quale la polizia, i lacrimogeni, la censura mediatica, i tribunali, le accuse di vandalismo sono soltanto l’espressione piu’ esterna.La vostra solidarieta’ ci onora. Non soltanto per il prezzo che continuate a pagare con la vostra resistenza ma soprattutto per quello che voi, come ora noi, avete imparato dalla resistenza: la riappropriazione di cio’ che ci appartiene, il coraggio di restare, l’occupazione, l’autorganizzazione, la fiducia gli uni negli altri. In questi giorni a Gezi abbiamo imparato a lottare insieme nonostante le nostre molte differenze interne: contro i lacrimogeni, si’ ma anche contro la pioggia che ci allagava le tende. Insieme si vince una piazza, insieme si montano le barricate; e insieme si distribuiscono le coperte, si organizza il cibo, si smaltisce la spazzatura, si monta una radio, ci si reinventa una nuova quotidianita’. Come avete fatto voi in questi anni di occupazione in valle.Mentre i nostri compagni ad Ankara, Antakia, Adana, Izmir vengono attaccati in queste ore ancora una volta da quei poteri forti che noi di Istanbul abbiamo lasciato al di la’ delle barricate appena una settimana fa, noi in questa piazza che ora e’ nostra stiamo imparando a restare uniti e ad avere fiducia nella lotta che ci ha fatti incontrare. Non sappiamo quanto riusciremo a restare qui, non sappiamo ancora che ne sara’ della nostra resistenza dopo questi pochi giorni. Ma abbiamo imparato a lottare insieme. E che da qui si puo’ soltanto imparare ancora di piu’. E siamo sicuri che in questo vi siamo fratelli, nonostante la nostra distanza geografica.
La vostra resistenza e’ la nostra resistenza e questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!
Müştereklerimiz

http://mustereklerimiz.org/val-di-susa-direnisi/

Tutti i link sulla rivolta turca:
Taksim – NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini  / Respiri lacrimogeni? sanguini!
Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazzaL’ennesimo attacco notturno: 15 giugno

Turchia: la brutalità della polizia per immagini. Com’è che si dice? A.C.A.B.

5 giugno 2013 14 commenti

Lanciati dritto per dritto, per far male

Come potete vedere da quest’agghiacciante immagine. Tirati dritti in faccia, possibilmente a far saltare l’occhio

La voglia di ammazzare sembra essere tanta nella polizia turca

Neanche dentro casa c’è via di scampo

Chi finisce nelle loro mani viene pestato con spranghe e bastoni, oltre che con l’aiuto di squadracce

Per finire come questa ragazza, con ossa rotte e lividi ovunque

o la schiena di questo ragazzo

Malgrado questo non mi sembra che nessuno abbia intenzione di tornare in casa. La battaglia di Taksim si allarga a vista d’occhio, malgrado la pesante repressione, che mette mano ad ogni tipo di armamento contro chi manifesta. RESISTANBUL! TURCHIA RESISTE E LOTTA

1.2.1.3.

Tutti i link sulla rivolta turca:
Taksim – NoTav: una faccia, una piazza
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Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
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Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazzaL’ennesimo attacco notturno: 15 giugno

Turchia: le ultime parole di Abdullah.. e la lotta prosegue

5 giugno 2013 11 commenti

“Ho dormito solo 5 ore in 3 giorni, ho respirato troppo gas al peperoncino, ho rischiato di morire 3 volte e tu sai cosa dice la gente? Stai tranquillo ragazzo, sei tu che vuoi salvare il tuo paese? Sì, anche se non

Abdullah Comert

dovessimo riuscirci morirei per questo ( sono così stanco che ho bevuto 7 bevande energetiche, ho preso 9 antidolorifici in 3 giorni, ho perso del tutto la mia voce ma anche stamattina mi sono alzato alle 6 del mattino. Per la rivoluzione!
P.S.: Cari vicini, per favore lasciate le porte dei vostri palazzi aperte”
Le ultime parole di Abdullah Comert, ucciso a colpi di pistola ad Antakya.

Nel frattempo la nottata è andata abbastanza tranquilla ad Istanbul, a partire dalle 2 di notte, quando son terminati gli scontri sia a Beylikdüzü che in piazza Gazi,
mentre ad Antakya si è andati avanti fino alle 5 di mattina.
Attendiamo gli aggiornamenti della giornata.

Oggi è 5 giugno: l’anniversario di una morte che ancora pesa.
Mara Cagol veniva uccisa quasi 40 anni fa dentro la Cascina Spiotta, luogo dalla lunga storia e molto amato da Mara, che come nome di battesimo aveva Margherita.
Due pagine su questo blog in suo nome, leggetele:
A MARA
QUANDO PORTAI UN FIORE IN SPIOTTA

Tutti i link sulla rivolta turca:
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Dopo il comunicato di Taksim, la risposta solidale dei NoTav!

4 giugno 2013 9 commenti

Nel momento in cui l’altro ieri ho pubblicato la traduzione dell’appello dal Taksim Solidarity Platform, vi ho sottolineato la loro richiesta di farlo leggere al movimento NoTav,
che in Turchia conoscono bene e che è nel cuore di chi sta rivoltandosi oggi nelle piazze di tutto il paese.
Qui il link del comunicato turco (LEGGI) , e qui sotto la risposta NoTav!

Anche i dervisci…che ve credete!

Cari compagni,

stiamo seguendo con solidarietà la vostra lotta al Parco Gezi di Istanbul.

La Val Susa ha una lunga storia di sgomberi, attacchi, assalti vigliacchi all’alba, carcere, di bulldozer mandati a distruggere le nostre terre. Non sono riusciti a prevalere grazie alla resistenza della nostra gente.

La vostra lotta è la nostra lotta. È la lotta per il futuro, consapevoli di rappresentare un pericolo per l’ordine costituito che si accanisce per batterci con ogni mezzo necessario, che vuole cancellarci perché sa che con noi e dopo di noi saranno in dieci, cento, mille.

Ma noi e voi abbiamo anche un’altra consapevolezza: sappiamo di poter vincere questa battaglia, perché abbiamo il tempo, le ragioni, i sogni e la caparbietà dalla nostra parte. E questo non può essere sconfitto né dai lacrimogeni, né dai tribunali.

Dal movimento No Tav, la nostra solidarietà

“Sevgili yoldaşlar ve arkadaşlar,

Gezi Park’ta vermiş olduğunuz mücadeleyi dayanışma ile Val Susa’dan (Turin) takip etmekteyiz.

Val Susa’nın (Susa Vadisi) polis baskınları, şafak vakti yapılan korkakça saldırılar ve hapis cezaları ile dolu bir tarihi vardır;  Turin-Lyon adında işe yaramaz ve pahalı bir yüksek hızlı tren için bizim topraklarımızı yok etmek amacıyla gönderilen bir buldozere tanıklık etmiş bir tarih. Halkımızın direnişi bu planların başarıyla gerçekleştirilmesine izin vermedi.

Mücadeleniz mücadelemizdir. Ortak mücadelemiz ise gelecek mücadelesidir. Bu mümkün olan her türlü araçla bize saldıran kurulu düzen için bir tehlike arz ettiğimizin farkında olarak verdiğimiz mücadeledir. Bizleri ortadan kaldırmak istiyorlar çünkü bizden sonra bizim gibi onlarcası, yüzlercesi ve binlercesinin geleceğini biliyorlar.

Sizler de bizler de biliyoruz ki, bu kavgayı kazanabiliriz çünkü gaz bombası ya da mahkemelerce yenilemeyecek olan zaman, nedenler, hayaller ve inatçılık bizden yana.”

Tutti i link sulla rivolta turca:
I primi morti    / Che poi son 3
Le ultime parole prima di essere ucciso
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Turchia: 3 morti, numeri identificativi cancellati e scioperi in costruzione

4 giugno 2013 13 commenti

Quando ieri parlavamo, anche attraverso l’articolo di Vollo (leggetelo che è interessante: QUI) che la protesta stava dilagando per tutta la penisola anatolica non stavamo certo delirando.
Un’altra serata e nottata che non hanno visto un secondo di tregua in ogni angolo del paese, proprio come i comunicati dalle piazze ci raccontano e purtroppo anche gli obitori.
Il terzo morto di quest’insurrezione che va avanti da quasi una settimana aveva anche lui solo 22 anni, Abdullah Comert è morto dopo molte ore di battaglia con un proiettile in testa, di cui non si conosce la provenienza.
E’ stato colpito ad Antakya, nell’Hatay, regione del sud ovest del paese, a pochi passi dal confine siriano.
Il “continente” turco è tutto in strada, in ogni dove, tutti insieme.

Questa è l’autostrada, a Bursa, bloccata dai manifestanti ieri sera

Ieri la piazza, quella principale (tra Taksim e Besiktas) ha visto anche un fatto importante e splendido: un gruppo ben organizzato si è infilato in piazza, nemmeno così piccolo, per andare a cercare dei kurdi da pestare.
Intuita l’aria, si son formati diversi cordoni di persone, strette attorno alla componente kurda in piazza, che urlavano “uniti contro il fascismo” e che hanno fatto correre gambe all’aria quelle merde,
scese tipo baltagheyya e intenzionate a fare il morto con le loro mani.
Ma è dura quando l’insorgenza è così inarrestabile, quando migliaia di ragazzi sono intenti a passarsi sassi e tutto il trovabile per bloccare le strade ed alzare barricate sempre più alte.
Contro la violenza di Stato, per la libertà.

Manca poco per lo sciopero generale: dopo la chiusura per protesta delle principali università del paese e delle scuole (vedi Istanbul ed Ankara) sono molte le categorie che si stanno unendo alla protesta, con l’intenzione di costruire nelle prossime ore un immenso sciopero generale.
Come la vedo male Tayyep, la vedo proprio male!

Ankara continua a rimanere la città dove la repressione muove mano pesante più che altrove,
forse proprio per l’enorme componente kurda in mobilitazione. Le immagini della nottata mostrano una violenza senza precedenti e intenzionale: basta guardare i caschi della polizia, che avrebbero il numero identificativo e invece lo potete trovare coperto da una mano di vernice in ogni scatto.

Ankara e i poliziotti col numero identificativo cancellato

Link dei giorni precedenti e comunicati dalla piazza:
I primi morti
Le ultime parole prima della morte
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Istanbul: appuntamento oggi alle 19 per riprendere Taksim

3 giugno 2013 2 commenti

Proseguono gli scontri e prosegue il dilagare di insurrezione nel paese, in particolar modo ad Ankara, dove la repressione si sta muovendo in modo ancora più brutale che ad Istanbul.
I morti accertati sono due ad Istanbul, ma non si riesce ad aver conferma degli altri gravi feriti, soprattutto nelle altre città.
Vi metto qui la traduzione del comunicato da poco diffuso, che invita tutti in piazza alle 19, per riprendersi Taksim.
Lo potete trovare su questo sito, che vi consiglio di seguire: mustereklerimiz.org

L’ondata di resistenza partito dal Gezi Park di Taksim ha raggiunto i più disparati angoli del paese, nelle strade, nelle case, negli ospedali, dento le università.A Taksim, Besiktas, in Ankara, in Adana, ed Izmir, siamo ora in una nuova fase della nostra esperienza: una sollevazione popolare che la polizia sta ancora tentando di reprimere con la violenza. Il terrore dichiarato dallo Stato contro quest’insurrezione è ciò che sta causando tutta questa follia e violenza brutale. Per dimostrare il terrore di Stato, per esporre le richieste della nostra resistenza, per salutare questi sei giorni di battaglia, noi della Taksim Solidarity Platform invitiamo tutta la cittadinanza di Istanbul alle 7 di questo pomeriggio per gioire insieme ancora una volta e riprenderci la nostra piazza.
Taksim Solidarity Platform

Gli altri Link:
I primi morti
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Ciao Ethem, morto ammazzato nella rivolta in Turchia

3 giugno 2013 24 commenti

Etham Sarisuluk, ucciso ad Ankara

Aggiornamento ore 15.30: I morti confermati sono due, il secondo Mehmet Ayvalıtaş, 20enne, è stato travolto da un’auto. Era un attivista del Socialist Solidarity Platform.

Che fosse solo questione di attimi si era capito da poco dopo l’inizio degli scontri ad Istanbul.
L’incredibile resistenza popolare trovata in ogni dove dalla polizia turca, ha visto attacchi sempre più violenti e con tutti gli armamenti utilizzabili: ma per il piombo non s’è poi dovuto attendere così molto.
E mentre girano notizie non confermate di altri in pericolo di vita, compare il volto di Ethem completamente sanguinante e in morte celebrale dopo pochi istanti, ucciso ad Ankara
Cadi a terra ammazzato, nel giorno in cui Hikmet (tuo meraviglioso poeta) morì.

Abdullah Comert:  Che la terra ti sia lieve come brezza di mare

Link sulla rivolta di Istanbul:
3 morti e caschi della celere contraffatti
Le ultime parole prima di essere ucciso
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Turchia: la protesta dilaga, di Michele Vollaro

3 giugno 2013 18 commenti

Ci vanno leggeri

Un articolo coraggioso, perché fare un sunto di queste ore è veramente complicato: quindi vi consiglio di leggerlo.
Conoscendo bene quei vicoli, Michele Vollaro ci fa un’analisi dei fatti e della compagine presente nelle strade.
(sottobraccio per rivolte qua e la per il Mediterraneo, questa ci tocca guardarla da lontano, Vollo!!)

Vi consiglio di leggere anche questo suo articolo : La rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali
e i suoi reportage da Haiti: QUI

Turchia: si estendono in tutto il paese le proteste contro Erdoğan

Per il terzo giorno consecutivo sono proseguite ieri in numerose città della Turchia le manifestazioni che, cominciate a Istanbul per salvare un parco al centro della città dalla costruzione di un ipermercato e di una moschea, hanno rapidamente assunto il carattere di una protesta a livello nazionale contro le politiche portate avanti dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan nel suo decennio di governo.

Una protesta che è emersa all’inizio della settimana scorsa, quando una cinquantina di abitanti del quartiere di Taksim hanno cominciato a riunirsi sotto i 600 alberi del parco di Gezi per impedire alle ruspe di abbatterli e ha visto prima l’appoggio del deputato curdo del Partito della pace e la democrazia (BDP), Sırrı Süreyya Önder, eletto in quel distretto, e poi anche di altri parlamentari membri del kemalista Partito popolare repubblicano (CHP).

La partecipazione, soprattutto di giovani e abitanti del quartiere, ai presidi nel parco al centro di Istanbul è andata aumentando fino a venerdì, quando è iniziata una serie di tentativi di sgombero violento da parte delle forze dell’ordine. La violenza utilizzata per cacciare i manifestanti da Gezi e il silenzio in merito da parte della maggior parte dei principali media nazionali, assordante mentre su internet e sulle reti sociali le cariche della polizia diventavano il principale argomento di discussione e venivano condivise le prime immagini e i video dalla piazza, hanno spinto ancora più persone ad aggregarsi ad Istanbul ed altre hanno cominciato a scendere in strada anche nelle altre città, nella capitale , a Smirne, Antalya, Adana, Trebisonda, Diyarbakır.

Ieri nel primo pomeriggio il ministro dell’Interno, Muammer Güler, ha riferito che da venerdì fino a quel momento erano state più di 1700 le persone arrestate nel corso delle manifestazioni svoltesi in 90 diverse città del paese, mentre i feriti sarebbero 53 tra i protestanti e 26 tra le forze dell’ordine. Anche se la maggior parte degli arrestati dovrebbe essere stata liberata dopo un primo interrogatorio, il bilancio dei feriti comunicato ad alcune agenzie di stampa indipendenti turche da fonti mediche aveva raggiunto domenica mattina circa un migliaio di persone portate negli ospedali ad Istanbul e di almeno altre 500 ad Ankara. Decine sarebbero quelli in gravi condizioni.

Dopo gli scontri che hanno caratterizzato la giornata di sabato a Istanbul, soprattutto nei quartieri di Taksim e di occupygeziBeşiktaş, quando decine di migliaia di persone hanno affrontato i gas lacrimogeni ed i cannoni ad acqua della polizia opponendosi alle cariche fino ad ora tarda, i manifestanti sono scesi di nuovo per le strade domenica per pulirle dai rifiuti della notte precedente e partecipare festosamente alle iniziative previste nel parco di Gezi, riconquistato temporaneamente alle ruspe. Alcune cariche e tafferugli si sono registrati nei pressi dell’ufficio del primo ministro a Beşiktaş, ma gli scontri più gravi e violenti si sono registrati ieri soprattutto ad Ankara e Smirne, dove i manifestanti si sono scontrati per diverse ore con la polizia, che secondo alcune ricostruzioni avrebbe sparato oltre ai gas lacrimogeni ed ai proiettili di gomma anche pallottole vere.

Nonostante le dichiarazioni del presidente della Repubblica, Abdullah Gül, e del sindaco di Istanbul, Kadir Topbaş, entrambi colleghi di partito di Erdoğan, per alleggerire la tensione sostenendo che “abbiamo imparato la lezione”, il primo ministro ha reiterato ieri la propria volontà di voler andare avanti con il programma di ridisegno urbanistico della città respingendo le critiche di chi durante le proteste lo ha definito un “dittatore” per l’uso eccessivo della forza contro le manifestazioni.

Intervento della polizia turca contro un manifestante ad Izmir

Il suo controllo assoluto sul partito, che grazie ad una serie di riforme costituzionali si è lentamente esteso all’intero apparato statuale, la decapitazione attraverso il carcere con l’accusa di cospirazione o il prepensionamento dello stato maggiore dell’esercito che nel primo momento della sua avventura governativa si era opposto all’AKP, le forti pressione sui media che progressivamente si sono sempre più allineati alle posizioni del primo ministro, le recenti decisioni in politica estera in particolare rispetto agli eventi in corso in Siria ed infine tutta una lunga serie di misure volte a imporre un maggiore controllo dello Stato sulla vita dei cittadini, culminate con l’approvazione della legge per il divieto di vendita d’alcol durante la notte o il tentativo di vietare l’aborto e la pillola del giorno dopo, sono i motivi principali che hanno portato quella che sembrava essere destinata a rimanere una marginale protesta ambientalista ed anti-capitalista a forse la più importante sfida cui l’AKP si sia mai trovato a dover essere confrontato.

“La lotta per il parco di Gezi ha fatto scattare la rivolta giovanile di almeno due generazioni cresciute sotto i governi autoritari di Recep Tayyip Erdoğan e le imposizioni dell’AKP – si legge in un comunicato preparato dal Network per i beni comuni ‘Müştereklerimiz’, facente parte della piattaforma per la resistenza di Taksim – Sono i figli delle famiglie sfrattate da Tarlabaşı in nome della speculazione edilizia, sono gli operai licenziati in nome della privatizzazione, i precari schiacciati ogni giorno sotto la ruota del profitto”.

mustereklerimiz“Dal parco la resistenza ha travolto piazza Taksim, e da piazza Taksim via verso il resto del paese, finché Gezi è diventato per tutti noi lo spazio in cui tirar fuori tutta la rabbia contro chiunque voglia imporci come vivere nella nostra città – prosegue il comunicato – Le lotte a venire faranno tesoro di questa rabbia. Ma c’è molto di più. La resistenza per il parco di Gezi ha cambiato la stessa definizione di quel che chiamiamo spazio pubblico, perché la battaglia per il diritto a restare in piazza Taksim ha stracciato l’egemonia del vantaggio economico come regola morale”.

occupygezi2L’aspetto fondamentale di questa protesta è che per la prima volta nella storia recente della Turchia il primo ministro eletto per tre volte alla guida del governo, viene contestato e messo in difficoltà da un piazza composta da una pluralità di soggetti diversi: giovani della classe media, studenti, militanti dei più diversi partiti d’opposizione, venditori ambulanti, intellettuali, artisti, gruppi di tifosi, uniti dall’opposizione a quella che viene vissuta da una larga parte della popolazione turca come una sua deriva autoritaria. Alle manifestazioni partecipano persone che hanno votato l’AKP alle precedenti elezioni, affidandosi alle promesse di sviluppo economico e all’immagine islamica moderata di Erdoğan, ma anche militanti delle numerose organizzazioni della sinistra radicale così come simpatizzanti del nazionalismo kemalista laico e sostenitori del CHP. Ed è proprio la presenza in strada, discreta e senza bandiere di partito, di questi ultimi, che insieme all’esercito hanno dominato la politica turca dalla fondazione della repubblica, a suscitare gli interrogativi più interessanti su come potranno proseguire le mobilitazioni. Come ha scritto infatti lo storico turco Zihni Özdil, che insegna all’Università Erasmus di Rotterdam, nei Paesi Bassi, “se in precedenza i regimi laici al governo in Turchia prendevano di mira soprattutto il dissenso religioso, il governo dell’AKP ha utilizzato le stesse forme di repressione contro le critiche laiche”, ricordando poco più avanti che un suo amico impiegato presso l’Associazione per i diritti umani IHD, focalizzata sulla questione curda, ripetesse sempre “l’AKP è il CHP con il turbante”.

In Egitto si incoraggiano i cittadini all’arresto dei “vandali”

12 marzo 2013 Lascia un commento

Che è complicato anche scriverle due righe di commento a quest’articolo…le parole di Talaat Abdullah, praticamente un appello alla manetta libera, sembrano parlare direttamente a quel che nei tempi di Mubarak si chiamava la Baltagheyya, e che non credo proprio abbia cambiato nome. I fedelissimi, le squadracce pronte a difendere l’ordine costituito e il potere, quelle della battaglia dei cammelli, delle violenze, degli omicidi durante gli attacchi, dei ripetuti stupri degli ultimi mesi alle attiviste e militanti delle piazze del paese.
Con lo scontro tra polizia e esercito che s’è palesato a Port Said al suon dei proiettili che volavano, ci mancava anche un’ufficiale deligittimazione delle forze armate e d’ordine pubblico per “armare i fedelissimi”.E’ la risposta alla risposta popolare di queste settimane, la risposta alle sentenze, le grandi lotte operaie che iniziano a conoscere oltre allo sciopero e all’autorganizzazione anche l’autogestione dei posti di lavoro.
Un laboratorio di repressione si struttura, per rispondere all’immenso laboratorio rivoluzionario che è l’Egitto

Sta suscitando un ampio dibattito sulla stampa la dichiarazione rilasciata domenica dal Procuratore generale egiziano, Talaat Abdullah, per il quale i cittadini hanno il diritto di arrestare chi trasgredisce la legge.

Port Said, 7 marzo 2013

“Il Procuratore generale incoraggia tutti i cittadini ad esercitare il diritto assegnato loro dall’articolo 37 della legge di procedura penale dell’Egitto emesso nel 1950 – si legge nel comunicato diffuso dalla Procura – di arrestare chiunque sia trovato a commettere un crimine e consegnarli al personale delle forze di sicurezza”.

In una precisazione diffusa ieri, la Procura ha aggiunto che il procuratore generale non intendeva estendere ai civili i poteri d’arresto giudiziario, ma piuttosto circoscriverli al solo personale di polizia. Entrambe le dichiarazioni hanno però acceso numerose critiche, soprattutto da parte degli esponenti dell’opposizione laica e liberale al governo guidato dal presidente Mohamed Morsi, secondo i quali questa misura sarebbe il preludio alla sostituzione della polizia da parte di milizie appartenenti al movimento della Fratellanza musulmana o a gruppi ad esso vicini.
Numerosi membri di gruppi politici islamici hanno infatti immediatamente accolto con dichiarazioni positive la proposta di Abdullah.

“La decisione è un primo passo per porre fine alla sistematica violenza in corso in Egitto – ha detto per esempio all’agenzia di stampa nazionale MENA il segretario del partito ultra-conservatore Al-Gamaa Al-Islamiya, Alaa Abu El-Nasr – Il potere politico ha il diritto di avere una propria forza di polizia, capace di combattere i crimini per le strade”.
Nazer Gharab, membro dello stesso partito, ha specificato in un’intervista concessa alla televisione di voler istituire al più presto “una forza di polizia islamica per ristabilire l’ordine”.

Il timore che si diffondano milizie politiche armate nel paese, esacerbando ulteriormente il livello dello scontro, ha portato diversi esponenti militari, che hanno preferito parlare sotto condizione dell’anonimato, a suggerire la possibilità di un intervento dell’esercito.
Una fonte militare citata dal quotidiano governativo Al-Ahram ha infatti detto che “questa decisione aprirebbe la strada alla creazione di milizie private, garantendo una copertura politica alla violenza che significherebbe semplicemente la fine dello stato di diritto e l’avvio sulla strada di una guerra civile: in quel caso l’esercito non potrebbe restare a guardare”.
Michele Vollaro, InfoAfrica

Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

Israele e i suoi ultras: se li chiamiamo “nazisti” ci dicono pure che siamo “antisemiti”…vabbhé

25 marzo 2012 5 commenti

A poche ore dalla strage avvenuta a Tolosa fanno ancora più rabbrividire queste immagini.
Perché anche chi sa bene cos’è il sionismo, anche chi ha visto con i propri occhi questo tipo di violenza,
non riesce mai ad abituarsi.
Non ho paura a dirlo, non ho paura a dire che quando i miei occhi in Palestina (tondi tondi 10 anni fa) leggevano sui muri dei Territori Occupati “Gas the arab” “death to all arabs” o cose simili ho avuto quella chiara sensazione di vivere in prima persona qualcosa che pensavo parte della storia.
I rastrellamenti di Nablus o di Gaza sono molto simili a quelli di Varsavia, ma se lo dici sei tacciato di antisemitismo.

Non si parla di altro e non c’è accusa più sterile e facile da lanciare contro chi ha a cuore il popolo palestinese (come qualunque altro sotto occupazione militare, apartheid  e costretto a 60 anni di fuga e diaspora), contro chi lotta per l’autodeterminazione di un popolo che vive in uno stato di detenzione e soprusi costanti, inimmaginabili.
Ma la violenza sionista non è solo fatta di coprifuoco, di muri che crescono e mangiano terre, villaggi, campi e fonti d’acqua,
la violenza sionista non è solo bombardamenti, tank e cecchini,
non è solo fosforo bianco e uranio impoverito,
non è solo la morte, l’assenza di possibilità di curarsi, tumori e malformazioni dovuti agli armamenti usati,
Israele non è solo quello.

Il sionismo è quello che ieri ha portato 85 ulivi alla morte solo nell’area di Betlemme, estirpati da ruspe scortate da coloni armati e sorridenti,
il sionismo è quello di questi ragazzi, tutti tifosi della più antica squadra di calcio israeliana,il Beitar,
che entrati in un grande magazzino, usano la loro goliardìa da ultras deficienti, non per rubare qualche panino o maglietta,
ma per una becera, nazista, incommentabile “caccia all’arabo palestinese”.

Ed io non ho parole per descrivere queste cose,
perché vedo gli occhi di mia nonna che mi raccontano degli anfibi tedeschi che marciavano,
perché vedo il sorriso spaventato di qualche anziano abruzzese, a cui hanno minato la porta di casa e un pezzo di vita per rappresaglia,
vedo quelle migliaia di bimbi polverosi cresciuti nei campi profughi nei paese adiacenti alla loro terra,
bambini che crescono con il solo desiderio di poter un giorno cogliere le olive o le arance dei loro nonni.
Spesso ignari che non ne esiste più traccia, e che al posto loro troverebbero i parchi divertimenti dei loro aguzzini.
Israele è tante cose,
è il miglior libro aperto di storia per capire il nazismo.

Egitto: sciopero generale !

12 febbraio 2012 1 commento

Così come lo scorso anno la caduta del regime non è stata frutto solamente dello spontaneismo e dell’imponenza di Tahrir,
ma dell’enorme lavoro portato avanti in anni di lotte sui posti di lavoro, nei campi, negli scioperi generali, nel canale di Suez e nelle fabbriche…
Così ora è nelle loro mani l’avanzata di un processo rivoluzionario.
Nessuna altra strada esiste se non il portare il conflitto e la lotta nella quotidianeità dei posti di lavoro, tutti; con la nascita costante di organizzazioni capaci di canalizzare le energie e creare una coscienza di classe e operaia in grado di spazzar via gli anfibi del regime, così come quelli dell’esercito che dovrebbe garantire la transizione,
e che ovviamente sta garantendo solo la repressione, il terrore, l’annullamento del processo rivoluzionario.
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE EGIZIANA… TAHRIR IN OGNI POSTO DI LAVORO!

Vi allego, come sempre 😉 un articolo di Infoaut

Secondo gli organizzatori è stato “un vero successo!” lo sciopero generale del movimento rivoluzionario egiziano. E a parlare sono anche le cifre, come sempre ridotte all’impossibile, che sono state costrette a rendere note le fonti ufficiali: “almeno il 60% dei lavoratori”. La grande iniziativa di lotta era stata lanciata in un percorso politico e sociale tutto in salita perché se è vero che sabato scorso era il primo anniversario delle dimissioni di Mubarak non era affatto scontato che l’occasione da farsa celebrativa (per il potere) si tramutasse in giornata di lotta in continuità con il processo rivoluzionario.
Gli Imam e gli esponenti politici di spicco del movimento islamista moderato dei Fratelli Musulmani si erano sgolati tutta la settimana per sabotare lo sciopero
condannandolo duramente e invitando gli egiziani a non prendere parte all’iniziativa che avrebbe potuto trascinare nel caos l’economia egiziana. In perfetta sintonia con la fazione islamista anche i rappresentanti politici e clericali della comunità cristiana che si sono uniti al coro del ritorno all’ordine e alla pace sociale.
Eppure lo sciopero c’è stato e ha fatto male alla controparte individuata dal movimento nella giunta militare, lo Scaf, che venerdì in una nota si era detto molto preoccupato per i complotti in corso contro lo stato e per uno sciopero che a dir loro avrebbe messo a repentaglio gli esiti della rivoluzione.

Foto di 3arabawy

All’indomani della strage dello Stadio di Port Said il movimento ultras di Piazza Tahrir aveva fatto appello alla vendetta contro la giunta militare ritenendola responsabile della punizione contro una delle tifoserie più attive della piazza rivoluzionaria. Ne erano seguiti giorni di scontri violentissimi nei pressi del Ministero degli Interni in cui erano stati uccisi dalla polizia anche numerosi manifestanti. Lo sciopero generale di sabato era stato indetto proprio in questo contesto altamente conflittuale anche con l’obiettivo di dare uno sbocco alla forza politica che il movimento stava esprimendo sulle barricate. Solo venerdì decine di migliaia di manifestanti erano riusciti a raggiungere il Ministero della Difesa scandendo lo slogan delle ultime settimane “il popolo vuole giustiziare il federmaresciallo” esortando a continuare la lotta e a costruire per il giorno dopo (il sabato dello sciopero) una importante iniziativa.

Allo sciopero generale, oltre a settori del pubblico e del privato, hanno preso parte anche diverse università e moltissimi studenti medi che fin dalle prime ore del mattino hanno presidiato gli edifici dei propri istituti per poi muoversi in corteo scandendo slogan contro lo Scaf. In questo modo il processo rivoluzionario si è mostrato per quello che è: radicatissimo nel cuore dei rapporti sociali del paese, tra fabbriche, università e quartieri.

Lo sciopero generale di sabato è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi: ha mostrato la completa autonomia del movimento, è riuscito a dare sbocco politico e sociale all’alta conflittualità raggiunta negli scontri di piazza degli ultimi giorni, e, elemento decisivo, sta continuando a provocare le controparti (Scaf, potere esecutivo, e Fratelli Musulmani, potere legislativo) facendole emergere per quello che sono: il blocco reazionario in marcia. Viste le cifre di adesione allo sciopero c’è da chiedersi quanti elettori del movimento islamista vi hanno preso parte non curanti degli appelli ad andare al lavoro ripetuti dalla fratellanza, e come avranno digerito le dichiarazioni dei propri eletti all’assemblea parlamentare che per alcuni giorni hanno parlato in sintonia con le dichiarazioni della giunta militare evocando complotti contro lo stato di chissà quale potenza oscura.

Un nuovo goal per il movimento rivoluzionario egiziano, che c’è da crederlo fino a quando non raggiungerà l’obiettivo minimo di scacciare i militare dal potere non lascerà la piazza, ma anzi sembra proprio ben attrezzato per raggiungere anche ben altri e importanti grandi scopi.

LEGGI IL RESTO SULL’ EGITTO: QUI

Egitto: scoppiati ora pesanti scontri davanti al ministero dell’interno. “Taglieremo le vostre teste con le nostre mani, non con mani straniere” si legge nel volantino degli Ultras in piazza

2 febbraio 2012 3 commenti

La rabbia e il desiderio di vendetta dopo i morti di ieri a PortSaid si son riappropriate delle strade del Cairo,
sempre le stesse, in un deja vu di mobilitazioni che vedono incrementare vertiginosamente il livello di scontro.
Poi oggi è 2 febbraio, l’anniversario della battaglia dei cammelli raccontata dalle televisioni di tutto il mondo,
la giornata storica in cui tutta la città, da giorni in piazza, s’è vista un esercito di servi di regime attaccarli con ogni mezzo a loro disposizione. Un anniversario di decine di morti, molti uccisi a coltellate da chi, in borghese e senza una divisa da indossare andava a difendere gli interessi di un regime immobile mannaia alla mano.
L’anniversario della battaglia dei cammelli ha visto scendere in piazza la rabbia Ultras, ma non solo.
non certo solamente le tifoserie delle squadre di Al-Ahly e dello Zamalek, ma tutti coloro che in quest’anno non hanno mai smesso di ribellarsi,
Contro Mubarak e i suoi apparati di sicurezza,
contro la baltagheyya e le sue lame infami,

Foto di Valentina Perniciaro _le fiamme di Tahrir_

contro l’esercito e la sua finta transizione fatta di tribunali e prigioni militari.
tutti sono ora in piazza, da mezzora (18 ora italiana ) sotto i continui lanci di gas lacrimogeni,
che sappiamo che effetti producono su chi li respira: i nuovi acquisti, a partire da novembre hanno fatto diverse vittime,
tra le convulsioni e i polmoni ustionati.
Le componenti ultras si sono immediatamente lanciate sul muro costruito dallo SCAF su Mohammed Mahmoud, la strada che porta alla sede del Ministero dell’Interno, terreno di battaglia e purtroppo di decine di cadaveri, appena due mesi fa.
AL secondo mattone caduto, tra uno slogan e l’altro che chiedevano la caduta di Tantawi e l’abbattimento del Consiglio Supremo delle Forze Armate, c’è stato il primo attacco, tutt’ora in corso.
I blindati cercano di avanzare per ributtare tutti verso Tahrir, mentre due ospedali da campo già lavorano a pieno regime,
uno in Midan Falaki e l’altro in Bostan Street, parallela alla via del Ministero dell’Interno.
Sarà una notte lunghissima.
Lunga vita alla rivoluzione,
che la terria sia lieve a tutti coloro rimasti uccisi ieri e in quest’anno di orgogliosa rivoluzione.
Cercate di tornare TUTTI a casa: non vogliamo altri morti, shabab!

LEGGI IL VOLANTINO DEGLI ULTRAS AL-AHLY, tradotto dalla redazione di InfoAut

Si! Sono martiri, sono diventati martiri i compagni insieme ai quali, per 5 anni, abbiamo condiviso gioia e dolore.
Oggi il maresciallo e i suoi complici hanno voluto mandare un chiaro messaggio, vogliono punirci e condannarci a morte perché ci uniamo alla rivoluzione, perché lottiamo contro l’oppressione e i crimini, come quelli di oggi.
Signori, questa è una nuova serie delle tante serie di crimini della repressione del regime, repressione che vuole uccidere la rivoluzione dei giovani egiziani e aumentare il numero dei martiri.
E non sapevi che ogni goccia di sangue versata, avrebbe riacceso la nostra rivoluzione, e avrebbe riacceso le nostre urla che chiederanno la tua testa, caro maresciallo traditore?

E avete creduto che l’Egitto e il suo popolo potessero fare un passo indietro?
Non si sono presentati né il governatore, né il capo della sicurezza, non trovammo né la polizia militare né la sicurezza centrale.
Per la prima volta nella storia degli incontri di entrambe le squadre, la polizia s’è ritirata.
Sì, il vostro piano è chiaro.
D’ora in poi inizieremo una nuova guerra per difendere la nostra rivoluzione e i diritti dei nostri martiri, e ci prepareremo a ricordare il 28 gennaio.

Vi faremo riassaporare i momenti in cui, chi come voi appoggiava il precedete governo si dovette fermare e si dovette arrendere mentre osservava i rivoluzionari egiziani, di cui noi facciamo parte, seminare la propria libertà.
Sapete benissimo cosa significa affrontarci e sapete pure che noi fummo la rivoluzione, ancora prima che essa avvenisse.
La vostra repressione non ci spaventa e non ci è nuova.
Numerose sono state le iniziative per risolvere le divergenze tre Ultras delle squadre egiziane; questo non vi è bastato e avete iniziato a mettere in atto la vostra strategia.
Per questo vi comunichiamo che anche noi abbiamo una nostra “strategia”, ed è quella di tagliare le vostre teste con le nostre mani, e non con mani straniere.

Non aspetteremo che ci opprimiate volta per volta: difenderemo la nostra rivoluzione, difenderemo e ricorderemo i nostri martiri con tutti i mezzi possibili.
Si, il vostro messaggio ci è arrivato. La nostra risposta arriverà presto.

Memoria e gloria per i nostri martiri.

Ultras Tahrir Squares

Egitto: la mattanza di Port Said

2 febbraio 2012 7 commenti

Una tragedia immane, di cui non riesco a scrivere.
Malgrado io non conosca minimamente una curva, uno stadio, uno scontro dentro o fuori uno stadio,
sono senza parole. Incapace a raccontare, figuriamoci a commentare.
Conosco PortSaid, mi ha accolto a una manciata di giorni dalla caduta di Mubarak, col suo canale ancora bloccato dagli scioperi,
con le persone per la strada e tanti sorrisi pieni di futuro, intrisi di aspettative.
Oggi PortSaid vive una tragedia indescrivibile dai numeri folli: più di 70 morti, più di 1000 feriti.
E le responsabilità della polizia, già così palesemente evidenti, nel bloccare le vie di fuga e permettere la mattanza.
Come dicevo all’inizio non me ne intendo minimamente, non conosco le dinamiche ultras,
ma conosco la tifoseria egiziana.
L’ho vista in piazza, l’ho continuata a seguire dall’Italia, nella sua costante e radicale partecipazione alle mobilitazioni,
nella capacità di tener testa all’esercito e di organizzare un po’ la piazza, sempre così drammaticamente spontanea.

E quindi ancora una volta lascio la parola ai compagni di Infoaut, che dal primo giorno seguono la primavera araba e l’Egitto,
ma che da sempre hanno avuto un occhio puntato su queste componenti di giovani tifosi,
rivoluzionari.

73 morti e più di mille feriti. E’ il bilancio provvisorio degli scontri scoppiati al termine della partita tra una delle squadre di calcio del Cairo, El Ahly e la squadra El Masryla cui tifoseria ha invaso il campo al fischio di conclusione del match attaccando sia la squadra che la curva avversaria. Durante i primi minuti degli scontri la polizia schierata in assetto antisommossa non è intervenuta lasciando ripetere gli attacchi dei tifosi de El Masry. Solo in un secondo momento i celerini hanno preso parte agli incidenti unendosi all’assalto contro la curva dell’ El Ahly. Secondo fonti mediche molti ragazzi uccisi riportano ferite da armi da taglio.

La curva de El Masry e la polizia sono responsabili di una delle più gravi carneficine dall’inizio della rivoluzione, una vera e propria punizione contro una delle tifoserie più attive e coinvolte nel movimento rivoluzionario. Una provocazione omicida al movimento e a uno dei suoi bracci più generosi perché sempre in prima fila durante ogni appuntamento di lotta e conflitto contro Mubarak prima e lo Scaf (giunta militare) oggi. Non a caso la tifoseria dell’altra squadra cairota, lo Zamalek è subito scesa nelle strade della capitale scandendo slogan contro lo Scaf e annunciando di volersi dirigere verso lo stadio a Port Said per aiutare e difendere i tifosi dell’Ahly.

Entrambe le squadre del Cairo dai primi giorni della rivoluzione hanno siglato una sorta di “fratellanza rivoluzionaria” dimenticando le rivalità e unendosi per difendere i cortei dalle provocazioni e dalle aggressioni della polizia.

La tensione sale alle stelle in Egitto e dopo che ieri il movimento rivoluzionario si era scontrato nei pressi del parlamento con il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani con la mattanza dello stadio di Port Said il ritorno del faccia a faccia tra potere e piazza rivoluzionaria sembra essere ad un passo. Intanto le mura dello stadio continuano ad essere avvolte dalle fiamme ed è di questi minuti la notizia della sospensione del campionato. Voci parlano dell’arrivo di elicotteri per trasportare i tifosi dell’Ahly e nei pressi dei club sparsi per le città iniziano a radunarsi ultras e solidali.

Una lunga notte per l’Egitto rivoluzionario che con odio e rabbia ripete uno degli ultimi slogan scanditi dalla curva dell’Ahly: “Sento la madre di un martire che dice: i cani dei militari hanno ucciso mio figlio! Abbasso la giunta militare!”. [guarda il video della curva dell’Ahly mentre scandisce lo slogan]

Carlos Latuff commenta con una vignetta...

Tahrir e la marcia del milione contro lo SCAF … un po’ di immagini di questi giorni

25 novembre 2011 2 commenti

Al-meliuniya --- La chiamata alla marcia di un milione è per oggi, in piazza Tahrir

La piazza, che da una settimana porta avanti la più dura delle battaglie, contro quello stesso esercito di cui si son fidati una manciata di mesi fa

Quasi 40 i morti fino a questo momento, tra colpi di fucile e soffocamento da gas di cui non c'è ancora dato sapere la composizione, ma i cui effetti abbiamo visto tutt@

La sinistra, i salafiti, gli ultras, gli studenti, copti e molte organizzazioni hanno chiamato alla grande marcia per questa mattina. I Fratelli Musulmani, ormai completamente collusi nelle dinamiche pre-elettorali, boicottano la piazza...

Forza Egitto, oggi può essere una grande occasione, anche per rispondere alla nomina di Ganzouri di ieri sera, ennesima presa per il culo dello SCAF

CONTRO L'ESERCITO, CONTRO I TRIBUNALI MILITARI, CONTRO LA GRANDE PRESA PER IL CULO A CUI NON VOGLIONO ASSOLUTAMENTE STARE! W LA RIVOLUZIONE EGIZIANA, CHE NON SI LASCIA PRENDERE IN GIRO

Noi, giovani palestinesi, rifiutiamo che Al-Aqsa e la causa palestinese vengano utilizzate come strumento per colpire la grande rivoluzione egiziana.
L’Egitto è testimone di una nuova ondata rivoluzionaria condotta da coraggiosi/e giovani egiziani/e che rifiutano che lo SCAF dirotti la loro rivoluzione. Mentre i/le giovani stanno resistendo all’oppressione delle forze di sicurezza, i Fratelli Musulmani hanno chiamato ad una marcia milioni di persone in solidarietà con Gerusalemme.
Consideriamo questo appello come una deviazione rispetto tutti i movimenti e settori egiziani che hanno annunciato per domani, venerdì, un corteo enorme per far cadere il Generale Tantawi.
I Fratelli Musulmani hanno il diritto di prendere le loro decisioni nelle questioni interne all’Egitto. Ma rifiutiamo che i Fratelli Musulmani prendano la testa dei tiranni arabi che sistematicamente usano la causa palestinese come strumento per praticare la loro oprressione.
La libertà di Al-Aqsa e della Palestina non arriverà passando sopra la dignità delle popolazioni arabe.
Siamo solidali con gli eroi di Piazza Tahrir e di tutte le città dell’Egitto.
La Palestina è più forte con un Egitto libero.

Versione araba/inglese

Terroristi urbani: ecco il nuovo nemico

18 ottobre 2011 12 commenti

IL VIMINALE E IL SINDACO DI ROMA ATTACCANO IL DIRITTO DI MANIFESTARE
sulle pagine di Liberazione domani,
a firma di Paolo Persichetti

Quando in Italia si manifesta un’emergenza politico-sociale è subito pronta una legge d’eccezione. Un vizio che mette radici nei lontani anni 70. Anni tabù che si ripresentano continuamente sotto forma di spettro. Chi sabato scorso ha risposto ai pericolosi caroselli della polizia in piazza san Giovanni (tre mila secondo il Viminale) è un «terrorista urbano».
Il ministro degli Interni Roberto Maroni, dopo l’invocazione venuta da Antonio Di Pietro di una nuova legge Reale (la famigerata normativa sull’ordine pubblico che dal 1975 al 1990 ha provocato 625 vittime, tra cui ben 254 morti per mano delle forze di polizia), ha subito risposto coniando una nuova tipologia criminale (in incubazione da oltre un decennio) che va ad accrescere la lunga lista dei nemici politici dello Stato. In parlamento il ministro di polizia ha spiegato che sono in cantiere una serie di misure calco dei dispositivi d’eccezione già applicati per reprimere la delinquenza negli stadi: l’arresto in flagranza differita, i Daspo anche per i cortei (in barba all’articolo 21 della costituzione), l’ennesimo specifico reato associativo per chi esercita violenza aggravata nelle manifestazioni politiche (oramai siamo quasi a quota dieci all’interno del nostro codice penale, oggi molto più repressivo del testo originale coniato dal guardasigilli del fascismo Alfredo Rocco).
L’idea cardine contenuta nel nuovo edificio legislativo d’eccezione è quella di arretrare il più possibile l’avvio del reato, e dunque l’intervento penale, sanzionando non più soltanto il fatto compiuto o il suo tentativo ma gli «atti preparatori». Nozione incerta, volutamente fumosa, assolutamente pericolosa poiché apre all’abisso del processo alle intenzioni. Giuristi come Luigi Ferrajoli dissentono profondamente: «occultare l’incapacità del governo e la cattiva gestione dell’ordine pubblico con nuove misure repressive non serve. E’ assurdo che addirittura un sindaco possa introdurre un limite alle libertà costituzionali come quella di manifestare».
Per Gianni Ferrara, «una legislazione repressiva di questo tipo è inammissibile perché in contrasto non solo con un sistema costituzionale e una civiltà risultato di secoli di lotte sociali e politiche, ma è soprattutto inutile e dannosa come lo fu a suo tempo la legge Reale». Stavolta però questa nuova emergenza giudiziaria non è calata dall’alto dei Palazzi arroccati della politica. L’invocazione di legge ed ordine è venuta dall’interno stesso della manifestazione di sabato 15 ottobre. La reazione scomposta di pezzi ampi di ceto politico, le grida avventate di personaggi e strutture navigate, che hanno recepito le violenze e gli scontri come uno spodestamento del proprio ruolo, insieme all’ambiguo protagonismo di settori crescenti di società civile legati alla multiforme galassia giustizialista, vero must culturale egemone che tiene insieme i vari pezzi di ciò che resta della sinistra, subito pronti a lanciare la rincorsa alla delazione, le dichiarazioni dei vertici del Pd, la pressione di Repubblica(che aveva tentato di mettere il cappello alla giornata di sabato amplificando la grottesca dichiarazione dell’estensore della lettera della Bce, Draghi, nella quale si chiedevano lacrime e sangue per la popolazione italiana), hanno aperto la strada alla discesa in campo di Di Pietro e alla sortita di Marroni. Un boomerang clamoroso che ha portato addirittura all’ukaze di Alemanno, il sindaco che ha sospeso per un mese l’applicazione della costituzione a Roma, vietando tutte le manifestazioni. La politica e morta e che come Valentino Parlato che, memore di altre epoche, sul manifesto di domenica aveva provato a ricordare che «nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici era inevitabile che ci fossero scontri con la polizia e manifestazioni di violenza […]segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», è rimasto solo.

 

Nel frattempo per giovedì 20 ottobre alle 17 è stato convocato un presidio in solidarietà con gli arrestati durante la manifestazione:
L’appuntamento è al Gianicolo, all’altezza dell’Anfiteatro, sopra al carcere di Regina Coeli dove son rinchiusi i fermati (uomini)

Fascisti carogne

26 agosto 2008 Lascia un commento

Sono passati ormai 2 anni da quando , il 27 agosto del 2006, Renato, uscendo da una dance hall reggae sulla spiaggia di Focene, insieme alla sua fidanzata e al suo amico Paolo, furono aggrediti da due giovani scesi dalla loro auto coltelli alla mano. Gli urlarono di tornare a casa, che quello non era il loro territorio. Colpirono Renato che, a 26 anni, morì poche ore dopo in ospedale. Nella disperazione di quei giorni i familiari, gli amici e i compagni si trovano a spiegare una scomoda verità: chi esce di casa armato di coltello per colpire chiunque possa essere considerato diverso, altro, di colore, gay, di sinistra, è un fascista. Che solo a Roma, nell’anno precedente c’erano state più di 130 aggressioni di matrice fascista. Oggi, che sono passati quasi 2 anni, si apre il processo per l’imputato minorenne. Il PM sostiene che Renato sia stato ucciso al termine di “banale diverbio degenerato per futili motivi”, e così lo uccidono una seconda volta.

Il prossimo 27 agosto saranno 2 anni che una mano fascista ci ha portato via il sorriso e gli occhi di Renato. Tante iniziative in questi 2 anni, frutto della passione di tanti compagni e compagne hanno permesso di realizzare i suoi sogni. Uno di questi è la sala prove e registrazione Renoize attraversata in questi pochi mesi di vita già da tantissimi giovani gruppi musicali e fucina di riflessioni sulle autoproduzioni. Grazie a questo progetto il prossimo 29 agosto ricorderemo Renato attraverso la musica, la sua grande passione, in un concerto in cui si esibiranno Apostoli della strada, Bestie Rare, Rancore, Ork’s Machine vs Muver, Filippo Gatti, Bobo Rondelli e i 24 Grana e in cui attraverso i suoni, le immagini e le parole racconteremo ancora una volta la verità su cosa accadde quella maledetta notte sul litorale di Focene, quando l’odio per il diverso di due giovani di 17 e 19 anni strappò con 8 coltellate la vita di Renato. Con Renato nel cuore, ma anche per Carlo, Dax, Federico e Nicola che sono Ognuno di Noi
Venerdì 29 agosto 08 dalle 18 alle 24 Parco della Basilica di San Paolo Via Ostiense, Roma.

Con rabbia e con amore

i compagni e le compagne di Renato

 

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