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Posts Tagged ‘Faccetta Nera’

Lavorare in un lager: la storia di Angela

31 agosto 2010 3 commenti

Una pagina da leggere, sicuramente.
Un ringraziamento a chi l’ha buttata giù, sulle pagine del suo blog

Angela racconta cosa significa vivere in un lager di stato

Le persone che conoscono direttamente i Cie (centri di identificazione ed espulsione) e non si esprimono per sentito dire, hanno imparato che non sono luoghi dove poter fantasticare a occhi aperti. Anzi, sanno benissimo che sono posti dove i sogni vengono spezzati e dove si puo’ incontrare una delle più crudeli realtà del XXI secolo. E’ un accumulo di esseri umani, gettati in una fogna, dove ogni diritto è sospeso.
Lo sa benissimo Miguel, che afflitto dalla disperazione, ingoia due pile e della candeggina. Non riesce a sopportare di sottovivere in prigione, senza aver commesso nessun reato. Compie un atto estremo e spera che qualcuno si accorga di lui, della sua storia, delle sue aspirazioni spezzate.
Eppure, le istituzioni chiamano “ospiti” le persone che entrano all’interno di questi centri. Qualcuno si sorprende quando vengono chiamati Lager di stato. Qualcun’altro non resta turbato quando viene a conoscenza di storie raccapriccianti, perché sa cosa succede all’interno di quelle celle e qualcun altro ancora, è indifferente e accetta quel che può subire una persona colpevole di non avere un documento a portata di mano.

Succede che più conosci quella realtà e più scopri racconti incredibili e persone che vogliono narrare le loro esperienze dirette, vissute da protagoniste all’interno di quelle gabbie. Ci sono i migranti reclusi (come Miguel, Adel, Elham, Joy ecc) che ti implorano a scrivere e raccontare di loro. Ma ci sono anche gli operatori spesso andati via dal centro disumano e che vogliono raccontare le atrocità subite dai migranti.

NON GRADITA A PONTE GALERIA

Molte volte gli operatori che lavorano nei vari Cie d’Italia mi chiedono di mantenere segreta la loro identità per paura di perdere il posto di lavoro o per il timore di essere perseguitati. Questa volta, ci sono Nomi e cognomi. “Puoi fare tranquillamente il mio nome e anche il cognome se vuoi, io dico solo la verità” dice Angela, quando gli chiedo se vuole che la sua identità venga svelata.
Angela Bernardini, ha lavorato nel Lager romano di Ponte Galeria con la CRI dal 1998 al 1999, con varie mansioni: segreteria, logistica, ambulatorio. Come un fiume in piena mi ha raccontato ciò che succedeva all’interno di quel centro disumano sempre esaurito e stracolmo di persone.
“All’epoca – racconta Angela Bernardini – non esistevano nè regole, nè tanto meno diritti, almeno non codificati da un regolamento. I reclusi andavano a fortuna, secondo chi era di turno nei vari settori di competenza o delle forze dell’ordine”. Vi era una estrema difficoltà ad avere colloqui con gli avvocati e con i familiari. Tutto ciò che avevano, quando venivano portati al centro, era sequestrato e custodito in alcune cassette. “Non so se quando uscivano i militari ridavano loro esattamente ciò che avevano all’inizio della detenzione” dice l’ex operatrice di Ponte Galeria.
Ho sempre cercato la vicinanza umana con i detenuti, volevo conoscere le loro storie, sapere della loro vita, aiutarli a restare persone”, perché spesso come mi hanno raccontato molti ragazzi reclusi in un Cie, è difficile restare se stessi, quando esci da quell’inferno cambi. “Io voglio restare me stesso, spero di farcela” mi diceva Miguel prima di essere espulso.
“Mi ero conquistata la loro fiducia ed il loro rispetto”, tanto che in un’occasione, Angela, è riuscita ad impedire una rivolta e in un’altra addirittura volevano fare lo sciopero della fame per lei. Era accaduto che in mensa un detenuto, “forse impazzito per davvero o forse per finta, mi ha mollato un cazzotto sulla fronte”, lasciando Angela stordita e dolorante. “Questo poveraccio – racconta l’ex volontaria della CRI – successivamente è stato massacrato di botte dai poliziotti, malgrado i miei tentativi di impedirlo”. Secondo Angela a condurre il pestaggio fu Massimo Pigozzi, che è uno dei tanti che parteciparono al pestaggio di Bolzaneto, durante il g8 del 2001, secondo le indagini condotte avrebbe dilaniato una mano ad una ragazza, divaricando le dita fino a quando la pelle si è lacerata. Secondo le agenzie di stampa, Picozzi è stato accusato anche di aver violentato nel 2005 alcune prostitute romene nella camera di sicurezza della Questura di Genova. Per precauzione, il comandante aveva deciso che per un pò Angela non entrasse in contatto con gli “ospiti” e proprio per questo motivo, i detenuti, “si sono rifiutati di andare alla mensa se non ci fossi stata io”.

ABUSI E LE VIOLENZE SNERVANTI

Era scomoda Angela, troppo umana per il potere che cinicamente deve dettare legge e impedire che uscissero fuori le vicende. La sua “confidenza” non piaceva nè ai responsabili della CRI, nè a quelli delle forze dell’ordine. “Mi spiavano, mi controllavano, mi seguivano per vedere se passavo loro droga o facevo favori sessuali”. Forse anche per trovare un pretesto e poi chiedere il suo silenzio ricattandola, chissà.
Ma ad abusare sessualmente delle detenute erano altri racconta Angela: “ So che alcuni militari, e anche qualche volontario, in cambio di sigarette e schede telefoniche avevano rapporti sessuali con viados e prostitute”. Spesso, all’interno del centro, si trovavano preservativi usati che certamente i detenuti non potevano avere con se, “come non erano certo i detenuti a far entrare la droga. Io stessa ho tirato fuori da un bagno un ragazzo in overdose”. C’era sempre qualcuno che abusava della loro debolezza e chi pagavano erano sempre le donne, con le “normali” prestazioni sessuali.
Angela comprava le sigarette ai detenuti, ma senza chiedere nulla in cambio. “A volte non potevo dar loro il cambio della biancheria intima”, entravano e uscivano praticamente sempre con quello che avevano addosso al momento del fermo. “Chi protestava veniva sedato, spesso con le botte e messo in isolamento in una stanza priva di tutto”.

Un giorno, Angela accompagna con l’ambulanza all’ospedale San Camillo un ragazzo che aveva dei gravi problemi di autolesionismo. “Io riuscii a convincerlo ed entrai in ambulanza con lui, malgrado non fossi di turno in ambulatorio”. Il ragazzo, aveva una lametta nascosta in bocca e avrebbe potuto fare del male a se stesso e ad Angela, ma con calma l’ex operatrice, cercò di farsi dare la lametta dal detenuto. Al rientro al CPT, “mi beccai una grande lavata di testa dal comandante e dopo due giorni, ricevetti una telefonata dal responsabile del mio gruppo, che mi diceva che non dovevo più presentarmi al Centro, perchè non gradita”. Sono seguiti giorni da incubo, “ho cercato di parlare con tutti i vertici della CRI, ma non ci sono riuscita. Mi avevano creato intorno un muro impenetrabile. Alla fine, mi hanno costretto ad andarmene, in quanto sottoposta ad un mobbing continuo”.

FACCETTA NERA
Un giorno, uno come tanti, verso l’ora di pranzo, Angela racconta che mentre alcuni internati uscivano dalla sala mensa, altri invece si erano intrattenuti ai tavoli per scambiare qualche parola tra loro. Improvvisamente, “dagli altoparlanti presenti nella sala, si sono diffuse ad alto volume, le note di Faccetta nera”. Tra il poco stupore degli ospiti, “che quasi certamente non conoscevano quella marcetta” e lo sconcerto tra i volontari in servizio, le note ad alto volume continuavano a cantare tra le risate dei militari. Angela, chiese dove fosse la centrale che governava gli altoparlanti, e “mi è stato risposto che era il posto di polizia, sito al secondo cancello di ingresso, quello che conduceva fisicamente dentro il corpo vivo del lager”.
Senza pensarci due volte, Angela si è precipitata verso il posto di polizia: “c’era un poliziotto con davanti a sè un mangianastri e la custodia di una cassetta dal titolo inequivocabile: Inni e canti del Ventennio”. Angela chiese al giovane poliziotto se si rendeva conto di quello che stava facendo, “non solo offendeva i reclusi, ma stava commettendo anche il reato di apologia di fascismo”. Incurante di tutto ciò e del potere conferitogli dallo Stato, sorrise e in maniera ironica “ha preso la cassetta dal mangianastri, l’ha riposta e ne ha presa un’altra, dicendomi: ma io stavo mettendo Baglioni”. Con coraggio Angela fece rapporto al funzionario di PS responsabile e il poliziotto fu successivamente allontanato dal CPT, ma “per molto tempo sono stata guardata malissimo da tutti i vari addetti delle forze dell’ordine”.

Oggi, al Cie di Ponte Galeria non c’è più la CRI, ma la Cooperativa auxilium. “Da quello che leggo, non mi pare che le cose siano migliorate”. E effettivamente non lo sono davvero. “Stare a Ponte Galeria mi ha cambiato per sempre la vita” parola di Angela.

Andrea onori

GENOVA: I SERVI CHE PRENDONO PAROLA

16 gennaio 2009 3 commenti

IL FORUM DELLA POLIZIA PARLA DEL G8 DI GENOVA: INFINITO LO SCHIFO CHE SI PROVA NEL LEGGERE QUESTE RIGHE

C. DA ROMA Non capisco perché non vogliate parlare degli errori commessi. Qui si tratta di dire chiaramente:
I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?

Foto di Valentina Perniciaro _PushBushOut, Roma_

Foto di Valentina Perniciaro _PushBushOut, Roma_

I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?
I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?
La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “Uno a zero” dimostra di essere intelligente?
Su queste cose non ci può essere ambiguità!!! L’esistenza è battaglia e sosta in terra straniera.

Clic.

E. DA PADOVA Caro C., rispondo alle tue domande:
“I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?”
No. Non mi vergogno del fatto che in polizia ci siano dei coglioni. Non più del fatto che ci siano in Italia. Sono fiero di essere celerino e italiano, nonostante loro!
“I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?”
No. Per questa domanda, oltre a valere la risposta sopra, concedimi anche il beneficio del dubbio. Chi prenderebbe seriamente un tentativo di violenza a una capra malata? Il popolo antagonista non brilla certo per l’attaccamento all’igiene! Non credo a quello che, sicuramente in malafede, sostengono questi personaggi!
“I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?”

Foto di Valentina Perniciaro _la nostra polizia_

Foto di Valentina Perniciaro _la nostra polizia_

No. Pur essendo convinto assertore della totale inutilità di infierire su un manifestante inerme (questo è l’unico sbaglio, sprecare le forze su uno solo), sappi che è impossibile farsi rivelare dal manifestante durante la carica, se è un “povero illuso pacifista” o meno. È inoltre abbastanza difficile, dopo ore di sassaiole subite, magari con fratelli feriti anche gravemente, beccare uno dei personaggi che ti stanno avanti e picchiarli solo un pochettino. Quello che dico è che il povero illuso, visti gli stronzi che stavano con lui, poteva tornarsene a casa invece di manifestarci insieme! Se gli è andato bene fare da scudo per questi delinquenti, allora non si può lamentare di subirne le conseguenze! Che poi qualche collega si sia comportato come un qualsiasi essere umano sotto stress non mi sembra né incomprensibile né disdicevole. Sicuramente qualcuno avrà commesso sbagli. Sai quanti poliziotti c’erano a Genova? Di sicuro non mi vergogno per i loro errori!
“La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “Uno a zero” dimostra di essere intelligente?”
 No. Ma come si dice a Roma, sti cazzi! Hanno messo a ferro e a fuoco una città, rischiando di farci fare una figura di merda a livello internazionale, provocando danni, feriti, spese enormi e si preoccupano della frase di una telefonista? Non mi vergogno per quello che ha detto.
Mi vergogno perché oggi la madre di un teppista imbecille, dimostrando una mancanza di scrupoli e un cinismo degni di una Kapò, è riuscita a
farsi eleggere senatrice della Repubblica; perché un partito italiano ha fatto intitolare un’aula all’imbecille!
Non voglio i soldi di questi politici. Non voglio i soldi da questo governo (e da un altro come questo). A difendermi ci penso da me, con
l’aiuto di Dio e dei fratelli celerini, che mi stanno accanto e non mi tradiscono nel momento del bisogno.

 

Once in the Celere, always in the Celere.

il resto qui: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/g8/parole-celerini/parole-celerini.html

Un libro che non si doveva fare.

6 ottobre 2008 1 commento

*questo libro non s’aveva da fare*

E’ stato pubblicato da Derive Approdi “Bolzaneto, la mattanza della democrazia” a cura di Massimo Calandri.Ovviamente a nostro avviso è un bene che si parli di Bolzaneto e di coloroche vi sono stati torturati dopo essere stati arrestati (tra questi anche i93 provenienti dalla mattanza della scuola Diaz).

E’ invece un male che in questo libro si violi totalmente la privacy di queste persone pubblicando le loro foto segnaletiche e tutti i loro dati personali. Sorprende e ferisce che a farlo, con la stessa leggerezza con cui lo farebbe Il Resto del Carlino, sia proprio una casa editrice “di parte” come DeriveApprodi. E ci stupiscono le risposte superficiali che ci hanno dato le persone coinvolte. La privacy delle persone non argomento da affrontare con leggerezza. Da parte nostra c’è la richiesta di non dare spazio con presentazioni o altro a questo libro a meno che non ne esca una versione priva delle foto e dei dati personali delle parti lese. Al limite potremmo approvare lapubblicazione delle schede degli agenti colpevoli  delle torture così se uno se li ritrova davanti quando va a rifare il passaporto sa con chi ha a che fare. Ma dubitiamo che DeriveApprodi trovi ora il coraggio che non ha avuto ieri con la prima edizione. L’invito invece che vogliamo fare a tutti è quello di cominciare seriamente a ragionare insieme sui meccanismi di tutela delle personecoinvolte, in questi ed altri processi, e sulla pluricitata privacy.

 L’augurio è che DeriveApprodi voglia togliere nella prossima edizione tutti i riferimenti personali che non sono solo invadenti, ma soprattutto inutili.
I processi a Genova non sono finiti. Se nemmeno le persone “vicine” hanno la dovuta e scontata minima sensibilità la nostra preoccupazione non può che essere ai massimi livelli.

 

Lettera/comunicato dell’autore del libro su Bolzaneto, Massimo Calandri, in risposta a SupportoLegale

Quando ho accettato la proposta di Sergio Bianchi di scrivere un libro su Bolzaneto, ho pensato: questa è finalmente l’occasione di raccontare a tutti cosa è accaduto. A tutti, e cioè non solo alle persone che allora furono coinvolte e a quelle che appartengono ad un circuito ben definito, informato ed impegnato. A tutti, e cioè anche e soprattutto a quelli che spesso si fermano ai titoli dei quotidiani o alle sintesi di un telegiornale. Che di Bolzaneto sanno tutto sommato poco. Che ricordano giusto la «devastazione» e il «saccheggio» della città. Che pensano – insomma – che quelli che sono stati fermati avranno comunque fatto qualcosa di male per meritarselo. Ho rifiutato l’idea di un libro fatto di verbali d’inchiesta e atti processuali. Però quegli atti ne rappresentano comunque la spina dorsale: dovevo essere rigoroso ed inattaccabile. L’editore mi ha contattato perché sono il giornalista che più di ogni altro ha seguito le indagini e il dibattimento. In questi anni ho ascoltato, letto, incontrato, preso nota. Ho pensato allora di raccontare Bolzaneto attraverso testimonianze e punti di vista diversi, esperienze che ho fatto dal 2001 e che ho continuato a fare. Intanto partendo dalla notte della sentenza. Poi dalle sensazioni provate dalla prima persona che fu condotta in caserma, quando ancora era tutto sole e silenzio. Quindi, il punto di vista di un avvocato che vive nel rimorso di non essere riuscito ad impedire tutto questo. Gli imputati, la loro storia. Il medico ribattezzato dottor Mengele, lo sprezzo con cui parla di questa storia. I pubblici ministeri e il tormento di un’inchiesta che nessuno voleva. Ma Bolzaneto è violenza, sopraffazione, tortura fisica e psicologica. E’ la storia di 252 persone – e forse più – che loro malgrado sono diventate degli eroi. Le indagini successive hanno denunciato che l’85% non doveva neppure essere portato lì. Invece sono stati fotografati di fronte e profilo, gli hanno preso le impronte come criminali comuni. Sono stati «schedati». Schedati come questa società fa con tutti coloro che la pensano diversamente. E quelle «schede segnaletiche», che provocatoriamente ho ribattezzato “le figurine”, sono la prova provata dell’orrore perpetrato. La forza, l’impatto emotivo di quei documenti è straordinaria. E’ l’orrore. Lo stesso, passatemi il paragone, che si prova osservando le immagini dei “desaparecidos”. Chi guarda quei documenti e legge cosa è accaduto a ciascuno fermato – così come dimostrato dal dibattimento –, non ha paradossalmente bisogno d’altro per capire. E’ già tutto scritto. Ed è sufficiente per far dire ad ognuno: MAI PIU’. Sono documenti pubblici ed è un patrimonio comune che abbiamo il dovere di far conoscere. Comprendo la scossa elettrica che ciascuna delle persone direttamente coinvolte possa provare, rivedendosi in quei documenti. E mi dispiace di averle in qualche modo ferite una volta di più. Fa male, fa paura. Mi spiace, ripeto. Ma c’è un’altra scossa, ancora più forte: ed è quella nella coscienza di chiunque legga il libro, affrontando quelle pagine e leggendo gli altri capitoli, in particolare la prefazione di D’Avanzo che è strettamente collegata a tutto ciò. Ne ho avuto tante testimonianze, in questi giorni. Ed è il segnale che questa è la strada che dobbiamo percorrere. Perché ognuno di noi ripeta: MAI PIU’. Massimo Calandri p.s. Qualcuno mi ha fatto notare: perché non avete pubblicato le fotografie dei poliziotti? Avete avuto paura, vero? Che sciocchezza. Non mi interessava pubblicare le immagini degli imputati, tutto qui. La loro storia, le colpe e le condanne sono raccontate in dettaglio. I volti non hanno alcun senso nel contesto del libro che vi ho raccontato. Non aggiungono nulla. Avrei potuto pubblicare le foto dei vertici dello Stato di allora, che secondo me sono i veri responsabili di questa barbarie. Ma li conoscete già. 

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