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Posts Tagged ‘Genova’

Sciopero selvaggio dei trasporti a Genova, della logistica a Bologna: odor di lotta di classe?

22 novembre 2013 7 commenti

Quando uno sciopero selvaggio va avanti 4 giorni inizia a spaventare.
E’ proprio il concetto di “sciopero selvaggio” che già sbaraglia la realtà padronale, la fa tornare indietro trent’anni,
lascia nell’aria delle città quel profumo di secolo scorso di cui tanto si ha bisogno,
almeno nelle lotte.
I lavoratori del trasporto pubblico della città di Genova ci stanno dando una lezione incredibile nella loro lotta contro la privatizzazione,
ci stanno rispiegando la “lotta di classe”, hanno tolto strati e strati di polvere e ragnatele a parole ormai rimosse, a partire appunto da “sciopero selvaggio” …
per domani è confermato il 5° giorno di sciopero per tutte le 24 ore.
AVANTI COSI!

Da Infoaut:

Una risposta situata e dal basso all’ansia privatizzatrice: una lotta che può vincere!
IV giorno di mobilitazione: oggi verso La Regione, domani  per le vie della città.

La battaglia iniziata a Genova dai dipendenti dell’Amt ha un ché di esemplare: per i nodi politici e sociali che investe, per come polarizza gli attori sociali, per la linea di demarcazione che traccia tra chi sta al di qua e al di là della barricata, per come sbugiarda la politica istituzionale e le sue politiche di cortissimo respiro, per come arriva a porre la questione di un bene comune (il diritto alla mobilità per tutti) in termini concreti e non meramente legislativo-formali. Il tutto non a partire da supposti interessi generali (che sono quelli cui si appella il sindaco in quota Sel Doria) ma dalla difesa di un interesse molto parziale qual è il diritto ad un salario (cioè alla sopravvivenza) dei lavoratori del comparto trasporti pubblici genovesi.
E’ una vicenda in cui sembrano riecheggiare temi e toni dei grandi scioperi francesi dell’autunno-inverno 1995. Come allora la lotta sembra travalicare il confine chiuso della difesa del posto di lavoro per porsi come battaglia più generale per un diritto alla città e all’uso delle sue risorse differente da quella che hanno in mente i gestori istituzionali, uguali nelle loro differenze (qui di nuovo Sel mostra la sua assoluta omologazione col PD) nel mettere sempre di fronte a tutto la necessità di “avere i conti in equilibrio”.
Oggi in piazza, con gli autisti sono scesi anche i lavoratori delle altre partecipate, Aster (azienda di manutenzioni) e Amiu, impegnata nella raccolta rifiuti e molt* cittadin* che sentono questa battaglia come propria. E’ un buon primo passo nel deserto che ci circonda, potremmo dire: una prima risposta al nuovo pacchetto di privatizzazioni messo in campo dal governo di larghe intese.

Ma quello che questa lotta ci insegna è soprattutto che solo uniti e determinati si può tentare di vincere. Non diciamo “si vince!” perché troppa è ancora l’asimmetria tra le forze in campo… ma almeno questa battaglia sta avendo il merito di mostrare come solo vendendo cara la pelle si può pensare di difendere e ottenere qualcosa. I lavoratori dell’Amt non sono andati al tavolo di trattativa fino a quando questa non ha aperto uno spiraglio di possibilità reale: la trattativa l’hanno imposta con un rapporto di forza costato 4 giorni di blocco totale della mobilità cittadina. Solo allora il “benecomunista” Doria è tornato sui suoi passi..
Nelle ultime assemblee i lavoratori hanno ribadito la volontà di proseguire ad oltranza. Ieri il Sindaco Doria aveva confermato la volontà di mantenere l’azienda pubblica nel 2014, paventando però tagli agli stipendi e contratti di solidarietà, per ripianare i bilanci e svendere Amt nel 2015. Oggi si rimangia tutto e apre un tavolo di trattativa in Prefettura alle 17.30.
Vedremo come andrà a finire.
Per domani, intanto, resta per ora confermato un presidio itinerante di solidarietà coi lavoratori in lotta.
Avanti Genova!

Nel frattempo domani anche a Bologna ci sarà una manifestazione che già si percepisce imponente, così come la lotta dei facchini è stata dal primo giorno, in tutto il territorio italiano.
Domani a Bologna i facchini incroceranno le braccia; domani il movimento operaio della logistica si da un appuntamento nazionale…
Vi lascio il comunicato e buon viaggio a chi parteciperà alla manifestazione.

Nei magazzini della Logistica il padrone vuole trattarci come schiavi, vogliono che teniamo la testa bassa e la schiena curva, ma abbiamo detto no a tutto questo!
Abbiamo iniziato le lotte nei magazzini con coraggio e senza paura, per la nostra Dignità, stanchi di essere sfruttati e tante volte abbiamo vinto contro i padroni, guadagnando paghe più alte lavori meno duri e cacciato l’arroganza di capi e padroni!
Tutti insieme, stando uniti, siamo una forza che fa paura e che vince contro il sistema dello sfruttamento rappresentato dalle cooperative, dai padroni della logisitica e dalle centrali sindacali vendute che fanno gli interessi dei padroni.
Ci siamo sollevati ribellandoci a tutto questo e loro hanno avuto paura, perchè picchetto dopo picchetto, sciopero dopo sciopero, in tutta Italia siamo cresciuti come movimento e non siamo mai stati soli nella lotta, perchè la solidarietà è arrivata da molti altri che come noi sono sfruttati.
Qua a Bologna ai picchetti, alle nostre assemblee generali, all’interporto durante gli scioperi gli studenti, gli operai degli altri settori, gli universitari, i lavoratori precari e i compagni del Lab Crash! sono stati a bloccare insieme a noi, perchè tutti sentono lo sfruttamento sulla pelle: subiamo il ricatto di affitti alti, di governi che rubano i nostri soldi per regalarli alle banche o ai mafiosi che vogliono costruire la TAV, invece di darle per le scuole, gli ospedali e le case.
Tutti insieme siamo stati a Roma il #19 ottobre, in 70.000 facchini, precari, studenti ad Assediare i palazzi del potere, contro i ministeri complici della crisi e che fanno gli interessi del padrone.
Oggi vogliono toglierci quello che abbiamo conquistato, oggi i padroni vogliono tornare a schiacciarci nei magazzini con il loro tallone di ferro, per questo in molti magazzini provano a rimangiare gli accordi, per questo i lavoratori della Granarolo non sono ancora stati assunti, per questo vogliono spaventarci con denunce e ci minacciano di non dare il permesso di soggiorno.

Ma noi non abbiamo paura! Le loro minacce sono parole di istituzioni corrotte lontane dalla gente e non valgono nulla per noi!
Mai ci fermeremo, mai verremo sconfitti fino a che rimaniamo uniti e solidali tra noi, fino a quando avremo vinto ottenendo per tutti gli sfruttati e le sfruttate diritti e dignità!
I padroni, le cooperative, le istituzioni vogliono attaccarci, togliendoci quello che abbiamo conquistato, non permettiamoglielo!
Scendiamo tutti in piazza per far vedere che non abbiamo paura, che non lasciamo soli i nostri compagni lottatori della Granarolo, che tutti insieme siamo una forza e vinceremo!
Il Laboratorio Crash convoca tutta la Bologna in lotta contro l’austerità e la crisi e far sentire la sua forza solidale al fianco dei facchini!
Corteo del movimento operaio della logistica, concentramento a Bologna, sabato 23 novembre, ore 15:00 Piazza Maggiore
SI-Cobas – Laboratorio occupato Crash!

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Stupratore di 4 donne e torturatore a Bolzaneto: è Massimo Pigozzi, poliziotto

1 ottobre 2013 18 commenti

Una sentenza di Cassazione, a conferma dei due precedenti gradi di giudizio, che condanna il poliziotto Massimo Pigozzi a dodici e anni e mezzo di reclusione per lo stupro di ben 4 donne. Stupri che il Picozzi compieva durante l’espletamento delle sue mansioni lavorative, quindi all’interno delle camere di sicurezza della Questura di Genova ai danni di donne in stati di fermo.

Massimo Pigozzi però noi lo conosciamo già, il suo nome, prima degli stupri “in divisa” era già noto alla magistratura,
ma soprattutto a noi che eravamo per quelle strade in quei giorni indimenticabili; non un poliziotto qualunque, un playmobil tra i troppi che ce ne sono…
Massimo Pigozzi -mi piace ripetere il suo nome tipo nenia, così che il tempo lo lasci comunque indelebile nella memoria-  era ben noto come torturatore, e per questo già condannato a tre anni e due mesi, per aver … non so trovare il verbo adatto…  divaricato le dita delle mani di un manifestante fino a spaccargli la mano (dopo Giuseppe Azzolina fu suturato con 25 punti e ha riportato una lesione permanente ) .

Insomma, Massimo Pigozzi è un uomo di Stato e in quanto tale è stato condannato per aver compiuto tortura su un uomo in stato di fermo,
e in quanto tale ha stuprato ben 4 donne dentro una Questura anche loro in stato di fermo, quindi in una condizione di debolezza totale.
La corte di Cassazione ha per questo stabilito che il risarcimento venga pagato dallo Stato, dal Viminale per essere precisi, perchè se stupro c’è stato,
dice senza troppi giri di parola la sentenza depositata oggi – e c’è stato per ben 4 volte- è stato possibile per volere dello Stato, che dopo la condanna per i fatti di Bolzaneto ha pensato bene di mantenere quel personaggio a svolgere il suo lavoro,
avendo oltretutto modo di avvicinare e poter rimanere solo con persone in stato di fermo.

Dopo i giorni di Genova ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo la condanna a tre anni e due mesi per i fatti di Bolzaneto, ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo uno stupro e poi un altro e poi un altro e poi un altro, tutti avvenuti in caserma mentre continuava a fare il suo mestiere.
Oggi il terzo grado di giudizio: il fatto che sia la magistratura a toglier dalle caserme questi personaggi e non il “furor di popolo” mette un po’ di tristezza, ma tant’è.

Son sentenze che però andrebbero lette e rilette in faccia a chi diceva che a Genova in quei giorni c’è stata la “sospensione della democrazia”,
o a chi parla di “mele marce” quando avvengono certi fatti in caserma.

1.3.1.2.
ACAB

GENOVA NON E’ FINITA: Conferenza Stampa a Palazzo di Giustizia

11 giugno 2012 2 commenti

CONFERENZA STAMPA
di presentazione della campagna

GENOVA 2001 NON È FINITA.
10X100 ANNI DI CARCERE

Martedì 12 giugno – ore 14
Roma, Palazzo di Giustizia – Piazza Cavour

In occasione dell’udienza della Corte di Cassazione per il processo relativo alle violenze perpetrate nella Scuola Diaz a danno dei manifestanti durante il G8 di Genova 2001,

si terrà una conferenza stampa di presentazione della campagna

“Genova 2001 non è finita 10×100 anni di carcere”.

La Campagna chiede l’annullamento della condanna

per devastazione e saccheggio per tutti gli attivisti e le attiviste
imputati che hanno preso parte a quelle giornate.

Interverrano

Laura Tartarini e Francesco Romeo

Avvocati del Legal Team Europe

Due attivisti della campagna

Sarà presente
Carlo Bachschmidt, regista del film documentario Black block,

in competizione nella sezione Controcampo italiano alla
68esima Mostra del Cinema di Venezia e al Festival del Cinema di Berlino.

Sito della Campagna
www.10×100.it

Per informazioni alla Stampa
Cell. 338 80 25 313
Cell. 340 80 71 544

FIRMA L’APPELLO : QUI!

Ore 21.00
nella piazza del mercato di San Lorenzo

proiezione di: LA PROVVISTA  di Carlo A. Bachschmidt
sul blitz alla scuola Diaz, interviene il regista

GENOVA NON E’ FINITA: 10 – NESSUNO – 300.000

10 giugno 2012 6 commenti

Nel luglio del 2001 ci recammo a Genova in 300 mila per gridare ai potenti del G8 “un altro mondo è possibile”.
Un mondo dove le scelte politiche non fossero dettate dalle banche e dagli speculatori e dove la voce dei molti non fosse azzittita dall’arroganza dei pochi. Arrivammo in una Genova blindata, sbarrata dalle inferriate, dove neppure gli abitanti potevano circolare senza permesso. In 300 mila invademmo le strade con i nostri bisogni e desideri. E con le idee ben chiare che quel modello di sviluppo capitalistico non ci andava bene; ci trovammo di fronte un potere armato che aveva preparato una gestione di piazza sanguinaria, culminata con l’omicidio di Carlo Giuliani. Lo stesso potere che costruiva le false prove per l’irruzione alla scuola Diaz e allestiva la camera di tortura di Bolzaneto.

Oggi dopo 11 anni, c’è chi vorrebbe che di quelle giornate rimanessero solo delle sentenze dei tribunali: l’assoluzione per lo Stato e i suoi apparati e la condanna di 10 persone accusate di devastazione e saccheggio. 10 persone a cui vorrebbero far pagare il conto, con 100 anni di carcere, per aver disturbato i piani dei potenti della terra. Un reato che prevede condanne dagli otto ai quindici anni e che risale al Codice Rocco, emanato durante il regime fascista ed usato contro chi si opponeva alla dittatura. E’ così che oggi la magistratura lo applica con lo stesso intento.
Ma chi sono i veri devastatori e saccheggiatori?
A 11 anni di distanza possiamo dire che allora avevamo ragione. Quel potere che si riuniva per decidere le sorti del mondo ha mostrato in questi anni quali fossero i suoi reali progetti: la globalizzazione secondo i dettami del neoliberismo, la devastazione e messa a profitto dei territori e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, sementi), il saccheggio delle nostre vite, le politiche di austerity che ci impoveriscono sempre di più, le truppe di occupazione nel nostro paese e in giro nel mondo. Mentre a pagare è sempre chi lotta dalle parte delle classi più deboli, gli organizzatori e gli esecutori dei massacri di Genova non solo non sono riconosciuti come responsabili ma vengono addirittura premiati. Ce lo dimostra anche la recente nomina a sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, di Gianni De Gennaro capo della polizia all’epoca del G8 di Genova .

Rimandiamo indietro ai veri devastatori e saccheggiatori le condanne che vogliono infliggerci.

Lanciamo questo appello a tutti e tutte, alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell’udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l’accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio. Una campagna che non permetta che siano dieci capri espiatori a pagare per lotte che appartengono a tutti e tutte e che sappia costruire momenti di solidarietà e vicinanza. Una campagna comunicativa che utilizzi diversi strumenti e che sappia coinvolgere tutta la società in una battaglia di libertà.
Invitiamo il movimento tutto, le compagne e i compagni che da tutto il mondo animarono quelle giornate di Genova ad aderire alla campagna e muoversi muoversi su questi temi da qui alla data del 13 luglio.
La campagna verrà lanciata il 12 giugno
con una conferenza stampa presso la Cassazione
a Piazza Cavour ore 14

FIRMA L’APPELLO: QUI

A questo LINK il redazionale di Radio Onda Rossa con l’avvocato Francesco Romeo sulle cassazioni e sul reato di “devastazione e saccheggio”

Il Gruppo 22 ottobre e la morte di Floris

26 marzo 2011 1 commento

Genova, venerdì 26 Marzo 1971: è la data stabilita dalla “banda 22 Ottobre” per una rapina che andrà a colpire l’Istituto autonomo case popolari (Iacp).

26 marzo

La banda genovese, nata nell’Ottobre del 1969 e di composizione variegata (ex partigiani, operai, portuali, alcuni dei quali militanti cresciuti nelle sezioni del Pci) è tra le prime, assieme ai GAP, a portare la lotta armata sul panorama italiano; il gruppo, già noto per altre azioni, tra cui il rapimento di Sergio Gadolla avvenuto nell’estate del ’70, in una prima fase mira a colpire il capitale e finanziatori di forze politiche di destra; il colpo allo Iacp si inserisce invece in un’ottica di lotte per l’autoriduzione dei canoni di affitto (che proprio l’Istituto, accusato anche di malgestione e corruzione, aveva recentemente aumentato).
Il colpo è stato studiato da tempo nei dettagli soprattutto grazie all’aiuto di Giuseppe Battaglia, membro della banda che lavora all’Istituto e che ha così potuto studiare il giorno e le modalità di arrivo delle paghe dei dipendenti.

La sera del 25 Marzo il gruppo si riunisce per dividersi i compiti: Mario Rossi e Augusto Viel scipperanno la borsa con le paghe e scapperanno a bordo di una Lambretta rubata in precedenza; ad attenderli su un’auto poco più in là, pronto a ricevere il bottino, ci sarà Malagoli, il quale lo consegnerà poi a Marletti per la custodia.
L’intenzione è di svolgere il tutto senza sparare, lanciando un po’ di pepe negli occhi del capoufficio dell’Istituto, Giuseppe Montaldo, e del suo fattorino Alessandro Floris, ma Rossi è irremovibile sul fatto di recarsi comunque armato all’azione.

La mattina successiva il colpo viene effettuato ma non tutto va come dovrebbe: l’arrivo di Montaldo e Floris si fa attendere molto più del previsto, cosicché Malagoli si allontana con l’auto convinto che qualcosa non abbia funzionato; Rossi e Viel riescono ad afferrare la borsa e fuggono a bordo della Lambretta ma Floris, nonostante le ripetute intimidazioni dei due membri della banda, li insegue ostinatamente, Rossi spara alcuni colpi in terra per tenerlo lontano e uno di questi colpisce accidentalmente a morte il fattorino.
I due proseguono la fuga per le vie del centro genovese ma l’azione non è passata inosservata e alcuni automobilisti si lanciano al loro inseguimento; Viel riesce a rifugiarsi nell’appartamento di un amico, mentre Rossi viene bloccato ed arrestato da alcuni carabinieri.
Il giorno successivo i giornali operano un vero e proprio linciaggio mediatico nei confronti di Rossi, definito senza esitazioni come un mostro e un omicida volontario; l’obiettivo è raggiunto anche grazie all’uso di alcune fotografie, scattate casualmente da uno studente residente nei paraggi dell’Istituto, che vengono però proposte dalla stampa nell’ordine sbagliato e in modo parziale o rielaborato per avallare ricostruzioni dei fatti affrettate e poco veritiere.
Il 2 Ottobre del 1972 si apre il processo non solo a Rossi, ma anche a quasi tutti gli altri componenti della banda, arrestati nei mesi precedenti con prove spesso labili; tutti i componenti affermano tra l’altro di essere stati trattati in modo feroce durante la detenzione.
Il processo si conclude con pene pesantissime, basate perlopiù su testimonianze poco attendibili ed indizi.
L’esito incontra l’approvazione e l’applauso quasi unanime dei giornali ma altre voci si levano invece a denunciare le irregolarità con cui indagini e processo si sono svolti: l’eco della banda XXII Ottobre arriva fino in Francia, dove si forma persino il “Comité aux camarades du XXII ottobre” secondo cui i compagni italiani sono stati sottoposti ad un processo “degno delle dittature sudamericane”.
Durante l’istruttoria, inoltre, da un registratore montato all’esterno del tribunale riecheggia, tramite le frequenze di Radio Gap, un comunicato di solidarietà agli imputati: “Compagni della 22 Ottobre, fra voi e noi si alzano le mura di questo infame edificio. Sono mura robuste, ma non possono impedire che la nostra voce vi giunga. Inutilmente le forze coalizzate del potere hanno tentato di serrare intorno a voi il muro ben più tenace della menzogna e del silenzio. […] La 22 Ottobre ha aperto la via; altre forze la sostituiranno, alimentate continuamente dalla stessa ferocia distruttiva del potere dominante“.
COPIAMO INVECE DA “LE PAROLE SCRITTE”. VOL 2 del PROGETTO MEMORIA. Edizioni Sensibili alle Foglie
“Attenzione attenzione qui Radio Gap. Non avvicinatevi, è pericoloso. Compagni del 22 ottobre, fra voi e noi si alzano mura di questo infame edificio. Sono mura robuste, ma non possono impedire che la nostra voce vi giunga. Inutilmente le forze coalizzate del potere hanno tentato di serrare intorno a voi il muro ben più tenace della menzogna e del silenzio. L’esercito dei poliziotti che vi controlla e le menzogne della stampa che vi isolano non riusciranno a cancellare il fatto fondamentale che voi, con le vostre azioni, avete iniziato in Italia una tradizione che nessuno più estirperà. Per questo vi temono e continueranno a temervi. Non disperate per le apparenze, oggi i padroni e i loro servi appaiono più forti ma dietro questa forza si nasconde la loro debolezza, la loro insicurezza. Sentono di non avere ormai altro scopo che la difesa del loro miserabile potere, la sua conservazione a tutti i costi e sono certo pronti a distruggere tutto attorno a sè pur di conservarlo, a trascinare tutti nella rovina, ma i proletari non hanno nulla da perdere. Venga pure la loro rovina perché da essa soltanto comincia la nostra vita. Il 22 ottobre ha aperto la via; altre forze lo sostituiranno, alimentate continuamente dalla stessa ferocia distruttiva del potere dominante. Compagni del 22 ottobre, di fronte a voi i padroni di Genova hanno tremato. Voi siete riusciti laddove hanno fallito decine di lotte inutili e perdenti. Non fatevi intimidire, andatene fieri.
non c’è miglior corteo di quello che vi accompagna tutti i giorni al processo. NOn c’è ritrovo più adatto per gli uomini veri di un tribunale di giustizia. Sono quelle oggi le vie obbligate per chi rifiuta il compromesso di una lotta politica inutile.
Ben lo sa chi di voi ha scontato anni di galera sotto il fascismo. Andate fieri anche della calunnia che la stampa imbastisce nei vostri riguardi. La verità infatti appartiene solo a noi. Lasciate pure che l’Unità vi chiami fascisti, la calunnia è infatti alimento quotidiano con cui il PCI tiene ancora insieme il corpo putrido del suo apparato. Compagni del 22 ottobre, voi avete scelto la via più difficile e coerente, e con la vostra scelta avete iniziato un processo inevitabile. 
Detenuti del carcere di Marassi, solidarizzate con i compagni del 22 ottobre. Per voi come per loro il carcere non è certo il luogo di espiazione.
Da anni nelle carceri si è aperto il fronte di lotta proletario; le grandi rivolte di Genova, Torino, Milano, sono state parte dello stesso movimento rabbioso e cosciente che ha aggredito i centri del potere capitalistico. Anche voi, detenuti del carcere di Marassi, ne siete stati protagonisti. I carnefici del tribunale e delle caserme, i vari Sossi, e Napolitano, i Corallo e i Lo Muscio non sanno immaginare le rivolte che come opera astuta e interessata di alcuni sobillatori, come calcolato disegno di cui voi sareste gli ingannati strumenti e i cui scopi vi sarebbero estranei. Ciò si può ben capire.
Essi hanno paura della realtà. si illudono di poter confinare la marea montante della rivoluzione nell’immagine di uno stato maggiore che azioni a comando l’insurrezione e la resa, di una consorteria di capi che manovrino a loro piacimento una massa inerte. Essi cercano di separarvi dalle ragioni reali del vostro rifiuto, le ragioni della vita umana e della libertà dall’oppressione sociale.
Vi blandiscono con promesse di riforme che ancora oggi non avete visto, vi minacciano di punizioni più dure, aumento delle pene, botte, morte.
E voi sapete purtroppo che non  minacciano invano. Chi di voi non ricorda il sadico torturatore Ferrigno? Chi ha dimenticato il massacro a sangue freddo nelle carceri di Rebibbia ordinato dal ministro per dare esempio?
Ora vi chiamano canaglie, ora bravi uomini, per farvi sentire diversi e umiliati; sempre cercano dio coltivare in voi, senza riuscirvi, la figura disperata del delinquente incallito e quella mite e rassegnata del cittadino tornato sulla retta via dell’onestà, del faticoso lavoro che aumenterà i loro profitti, i loro privilegi, la vostra miseria.
A tutto ciò voi avete risposto da tempo con un no deciso e violento. La vostra rivolta sorge come la nostra, come quella di ogni proletario che non vule morire per condizioni insopportabili a cui bisogna porre fine. Il carcere non può essere trasformato, deve essere distrutto anche materialmente.
L’esempio ci viene dai detenuti di Torino che l’anno scorso hanno incendiato e rese inabitabili le carceri di quella città.
W i detenuti di Marassi
W il 22 Ottobre
RADIO GAP, GENOVA, AUTUNNO 1974 (Comunicato trasmesso con un registratore su un traliccio fuori le mura del carcere di Marassi durante il processo di primo grado al Gruppo 22 Ottobre

 

Assolti….i macellai della Diaz

7 ottobre 2009 Lascia un commento

MEGLIO CHE COPIO E INCOLLO DIRETTAMENTE L’AGENZIA, DI UNA QUARANTINA DI MINUTI FA.
A DIRE/FARE/PENSARE AD ALTRO, ORA, NON RIESCO!

NON PENSO SIA LO STATO A DOVER FARE GIUSTIZIA, NON PENSO CHE CERTI CONTI CON LA STORIA POSSANO PASSARE PER LE AULE DEI TRIBUNALI, MA ALLO STESSO TEMPO SENTO UN BRIVIDO FREDDO CHE SALE….
GENOVA, 7 OTT – Assolti per non aver commesso il fatto l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e l’ex dirigente della Digos di Genova Spartaco Mortola accusati di aver indotto alla falsa testimonianza l’ex questore di Genova Francesco Colucci in riferimento all’irruzione della Polizia nella scuola Diaz durante il G8 del 2001. Mentre Colucci è stato rinviato a giudizio. L’ex capo Gianni De Gennaro non era presente alla lettura del dispositivo mentre è in aula Spartaco Mortola. Lo scorso luglio il pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini titolari dell’inchiesta avevano chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi per Mortola.(ANSA)

Foto di Valentina Perniciaro _Piazzale Kennedy, G8 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Piazzale Kennedy, G8 2001_

Carlo Giuliani, quel passo in più

20 luglio 2009 10 commenti

Dal blog Insorgenze, prendiamo queste parole per Carlo…
Quel passo in più mentre gli altri andavano indietro… La tua vita è tutta lì. Per questo ti vogliamo bene

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida, s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva freddamente preso la mira per fucilarlo alle spalle. In quel momento il suo sorriso s’era trasformato in una smorfia di dolore. goteborg.assassiniColpito alla schiena ma ancora incredulo continuava a camminare ma le sue falcate sembravano ormai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all’incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi.

Carlo Giuliani la morte l’ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d’indietreggiare di fronte a quell’arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d’improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.

“Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”(1), non trovò migliore espressione una dirigente dell’organizzazione antimondialista Attac per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d’insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell’associazionismo, una nuova burocrazia della società civile che pensava di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l’idea di poter fermare l’Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d’alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come “i cassonetti bruciati e le vetrine rotte”. Costoro invocavando manifestazioni ordinate e ottenevano nient’altro che forze dell’ordine.

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell’adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim’ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d’alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette Rai di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati (2), ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d’inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell’ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d’armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell’ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d’ordine nei cortei, l’arrogante e mai pago presidente della Lila, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della Cgil genovese, il “reprobo” Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.

(1) Le Courrier d’information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.

(2) Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto Bertinotti.

Dieci anni da Genova

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