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Guida pratica di resistenza a lacrimogeni e pepper spray

3 dicembre 2013 3 commenti

Quello che segue è la traduzione di un manuale pubblicato su OccupiedPalestine, di cui cè la traduzione sul blog FreePalestineRoma
Una guida per non farsi prendere alla sprovvista, per non lasciare che il panico renda impossibile salvare se stessi, le proprie mucose, la propria libertà o addirittura la pelle. La conoscenza è una grande arma, soprattutto quando un plotone infinito di playmobil armati come nei peggiori film di fantascienza ti si muove contro: quindi vi consiglio di leggerlo, di tenerlo a mente.
Senza pensare che possa non essere utile perchè tu no no no sei uno pacifico e non ti succede niente,
senza pensare che no no no solo quelli brutti e cattivi rischiano queste cose,
senza pensare che loro,quelli tutti uguali e con gli anfibioni, hanno sempre e comunque la meglio…
per capire che conoscenza, organizzazione e controllo della paura permettono lucidità … e allo stesso tempo, trasmettono paura,
alla massa informe di opliti che avanza aiutata da manganello e chimica.

Ci fanno sapere che anche qui,da gennaio, si “sperimenterà” lo spray al peperoncino.
Non lasciamo che la paura ci assalga,
non lasciamo che ci facciano del male, che poi si deve tornare TUTTI a casa.

La prima cosa che devi ricordarti rispetto all’esposizione a queste armi chimiche è che non è la peggior cosa che può capitarti. La mistificazione e la paura che le circondano è enorme, ma in realtà, se sei attento/a e sveglio/a, potrai cavartela senza problemi. Queste informazioni sono il risultato di coversazioni con esperti e dell’esperienza.

1. Come vengono utilizzati:
I lacrimogeni e il pepper spray possono essere spruzzati da piccoli nebulizzatori tascabili o estintori di grossa portata.
Il pepper spray può anche arrivare da proiettili di plastica che vengono sparati al torace per togliere il respiro alla persona colpita, la quale per riprendere fiato respirerà profondamente la sostanza urticante del proiettile esploso. I lacrimogeni vengono più comunemente utilizzati sotto forma di candelotto, sparati nella folla ed a volte direttamente alle persone.
E’ importante che tu non prenda con le mani i candelotti senza guanti adatti perchè sono estremamente incandescenti. Sappi che quando lo prenderai in mano per tirarlo, sarai fortemente esposto al fumo.
A campo aperto, non perdere di vista la traiettoria del candelotto di lacrimogeno e non dare mai le spalle alle forze repressive, se pensi sia meglio indietreggiare, cammina con piccoli passi all’indietro.

2. Che ripercussioni hanno sulle persone:

Sia i lacrimogeni che il pepper spray sono irritanti per la pelle, causano bruciori e una lacrimazione eccessiva degli occhi, così come perdite dal naso o ecceso di salivazione. Il pepper spray è usato più comunemente dalle autorità come strumento di controllo per la capacità di causare dolore immediato. E’ difficile da togliere dalla pelle ed ha la capacità di provocare un’ustione di primo grado.

Se sei esposto a lacrimogeni o a pepper spray potresti subire:
– Bruciore agli occhi, al naso, alla bocca o alla pelle
– Eccesso di lacrimazione che provoca l’annebbiamento della vista
– Naso che gocciola
– Aumento di salivazione
– Tosse e difficoltà nel respiro
– Disorientamento, confusione ed a volte panico
– La rabbia intensa è una reazione comune al contatto con il pepper spray; può essere utile se sei preparato/a a questo per riprenderti e tornare all’azione.
Incanala la tua rabbia, buttala fuori, evita di tenerla dentro.

La buona notizia è che gli effetti sopracitati sono temporanei.

Il malessere provocato da un lacrimogeno di solito sparisce dopo 5-30 minuti, mentre il malessere provocato dal peggior pepper spray per diminuire può richiedere dai 20 minuti alle 2 ore.
Gli effetti di entrambi con dei trattamenti diminuiscono presto ma dato che lo sray urticante penetra fino alle terminazioni nervose, i suoi effetti possono rimanere per ore anche dopo la rimozione dalla pelle.

3. Evitare sbagliati e pericolosi trattamenti leggendari:
Ci sono molte leggende sulla cura e la prevenzione. Molte di queste informazioni sbagliate sono potenzialmente pericolose. Molte di queste, se applicate, possono estremamente incrementare o prolungare le reazioni all’esposizione, o come minimo procurano un falso senso di sicurezza.

4. Quando evitare l’esposizione:
Per la maggior parte delle persone in salute, gli effetti dei lacrimogeni o del pepper spray sono temporanei. Tuttavia, per alcune persone gli effetti possono essere duraturi e mortali.
Le persone che soffrono delle condizioni indicate qui sotto, dovrebbero essere consapevoli di questi rischi ed eventualmente evitare l’esposizione.
E’ importante essere coscienti che durante azioni intense come quelle in cui il comportamento della polizia può essere imprevedibile, sottrarsi non sempre è possibile.
Coloro che sono nelle seguenti condizioni di salute dovrebbero evitare di entrare nella folla dove c’è il rischio d’esposizione a queste sostanze:

– Persone con disfunzioni respiratorie come asma, enfisema, etc. rischio dell’esposizione: peggioramento o danno permanente.
– Persone vulnerabili come bambini, anziani o con immuno deficienza, rischio: intensificare il problema o compromettere la vita
– Chiunque con condizioni di salute croniche o sotto terapie che indeboliscono il sistema immunitaro (per esempio: chemioterapia, Lupus, HIV, radiazioni, corticosteroidi come il prednisone) rischio: peggioramento della malattia, reazione intensa e possibile ritardo nella guarigione.
– Le donne che sono o potrebbero essere incinta, o stanno provando a esserlo, il rischio è di aborto spontaneo, o aumento del rischio di difetti di nascita.
– Le mamme nel periodo di allattamento hanno il rischio di passare le tossine ai loro figli.
– Persone con malattie della pelle (come ad esempio: forte acne, psoriasi o eczema) e malattie agli occhi (come congiuntivite o uveite) rischiano un peggioramento.
– Le persone che indossano le lenti a contatto possono riscontrare una maggiore irritazone degli occhi e un danno dovuto al fatto che gli agenti chimici rimangono incastrati sotto le lenti.

5. Protezione:
– Evita l’uso di oli, lozioni e detergenti perchè possono trattenere gli agenti chimici e prolungare così l’esposizione. Lava i tuoi vestiti, i capelli e la pelle con un detergente neutro e un sapone non profumato.
– Raccomandiamo l’uso di protezioni solari a base di alcol o di acqua (piuttosto che quelli a base di olio). Se la tua scelta è fra quello a base d’olio o niente, consigliamo l’uso di protezione solare. Se ti spruzzano il pepper spray su una scottatura non è divertente.
– Raccomandiamo anche la minima esposizione della pelle coprendola il più possibile. Questo può proteggerti anche dal sole, così come un cappello o una bandana.
– Le maschere antigas sono la miglior protezione facciale, se propriamente aderenti e sigillate. In alternativa, occhialetti da piscina (con lenti infrangibili), mascherine, può aiutare anche una bandana che ricopra naso e bocca, imbevuta nell’aceto.

6. Cosa fare in caso di esposizione:
– MANTIENI LA CALMA. Il panico aumenta l’irritazione. Respira lentamente e ricorda che è solo temporaneo. Se educhi te stesso/a prima di andare al corteo saprai cosa aspettarti e ridurrai le probabilità di entrare nel panico.
– Se vedi arrivare un lacrimogeno o avverti la minaccia, se puoi indossa le protezioni, o prova a spostarti controvento.

– Soffiati il naso, sciacquati la bocca e sputa ripetutamente. EVITA DI INGHIOTTIRE.
– Se indossi le lenti a contatto, prova a levarle o chiedi a qualcuno di farlo per te, con le dita PULITE ed incontaminate. EVITA DI INDOSSARE LE LENTI A CONTATTO PRIMA DI USCIRE.
– NON STROFINARE GLI OCCHI.

7. Rimedi:
Abbiamo fatto diversi tentativi per trovare buoni rimedi al pepper spray e abbiamo trovato qualcosa che sicuramente aiuterà a ridurre i problemi. Nessuna di queste è una cura miracolosa ma usare questi rimedi può aiutare una persona a sentirsi meglio il prima possibile, anche se non è una soluzione immediata.

Per gli occhi e la bocca:
Consigliamo una soluzione composta per metà da liquido antiacido (come il Maalox) e per metà d’acqua. Un flacone spray è l’ideale ma una bottiglia che ha il tappo che spruzza va bene comunque. Bagnate sempre dall’angolo interno dell’occhio a quello esterno, inclinando la testa all’indietro e leggermente di lato riuscirai a sciacquarlo. Dalle nostre prove è sembrato che ci sia bisogno di mandare il liquido nell’occhio per essere d’aiuto. Questo significa che anche se la persona è convinta di stare bene dovresti provare a farle aprire gli occhi. Nella maggior parte dei casi potrebbe non riuscire ad aprirli da sola, e l’apertura potrà causare un temporaneo stato di panico, ma la soluzione aiuta. Funziona ancora meglio se si risciacqua anche la bocca.

Per la pelle:
Consigliamo l’olio di canola (di colza) seguito da alcol. Evitando accuratamente gli occhi, strofina energicamente la pelle colpita dagli agenti chimici con uno straccio o una garza imbevuta con olio di canola. Subito dopo strofinati con dell’alcol. Ricorda che l’alcol negli occhi fa molto male.

Il trattamento secondario può includere: sputare, soffiarti il naso, espettorare, camminare con le braccia distese, togliere i vestiti contaminati e metterne di nuovi; è essenziale lavarti e lavare i tuoi vestiti appena puoi.

ATTENZIONE: il pepper spray che si asciuga sulla pelle viene riattivato con l’uso di acqua! Leggi ciò che segue per sapere come sbarazzarti del pepper spray prima di fare la doccia!

Queste sostanze sono tossiche e continueranno a contaminare te e chi ti sta intorno finché non te ne liberi. Fino a quel momento cerca di non toccarti gli occhi o la faccia né altre persone, mobili, tappeti, ecc. per evitare ulteriore contaminazione. Dopo che hai lavato i vestiti in lavatrice fai un ulteriore lavaggio a vuoto con la massima temperatura, per eliminrae i residui.

Ricorda che tutto questo è solo temporaneo e che i nostri corpi sono estremamente forti e dotati di meccanismi naturali di disintossicazione.

8. Equipaggiamento essenziale di protezione:
Una bandana imbevuta di aceto e legata stretta attorno al viso è l’ultima risorsa. E’ certamente meglio di nulla, ma ricorda che si tratta soltanto di una barriera e non di un filtro, che quindi non sarà efficace a lungo.
Puoi lasciarla in ammollo dentro un sacchetto di plastica finché non sarà il momento di usarla. Portane più di una, poiché con l’uso la bandana si impregnerà di gas quanto l’aria che ti circonda.

Per proteggere gli occhi gli occhialini da piscina funzionano bene quando hanno una perfetta aderenza alla pelle; meglio se sono anche antinfrangenti. Molti occhialini hanno dei fori per evitare l’appannamento: chiudili con della resina (colla).

Coprire questi buchi con del nastro adesivo può funzionare per un po’, ma non dura a lungo come protezione. Provali con la maschera o la bandana addosso per assicurarti che siano compatibili e ben stretti al viso.

Assicurati che qualsiasi protezione tu utilizzi sia sufficientemente resistente a livello visivo. Le maschere antigas sono la cosa migliore; hanno anche un aspetto un po’ inquietante e minaccioso che può intimorire le altre persone. Possono anche renderti un bersaglio per la polizia. Pensa attentamente all’impatto che abrai sulle altre persone al momento di decidere come proteggerti. L’obiettivo dovrebbe essere indossare lo stesso tipo di equipaggiamento nel gruppo: forza sta nella collettività, non in un solo individuo.

Ti suggeriamo di provare l’equipaggiamento a casa prima di indossarlo fuori, per capire come funzionano i meccanismi di protezione e familiarizzare con essi prima del momento di azione. Questo è un trucco che ho imparato dai manifestanti palestinesi:

Bagna con del succo di limone del tessuto che utilizzerai poi per coprire la bocca come una sciarpa, qualsiasi cosa tu possa usare per coprirti la bocca. Si dice che questo rimedi a tutti gli effetti del gas CS, anche se non l’ho ancora provato su me stesso.

9. Maschera antigas improvvisata:
Procurati una bandana o un pezzo di stoffa, qualcosa di resistente che tu possa legare intorno alla testa.

Ora procurati del carbone; spezzetta il carbone e imbevi la bandana o la stoffa in acqua. Sporca un lato della bandana o stoffa con la polvere di carbone, ripiegalo e legalo attorno al volto, coprendo naso e bocca.

10. Cipolle come protezione per il gas lacrimogeno:
In caso non avessi delle bandana imbevute di aceto o acqua, o qualcuno insieme a te non ne abbia, porta con te una cipolla.

In presenza di gas taglia la cipolla in due, annusala e portala vicino agli occhi: questo riduce in gran parte l’irritazione agli occhi e alla cavità respiratoria.
Assicurati che ciascuno dei tuoi amici abbia in tasca una cipolla prima di uscire.

11. Come sbarazzarsi del pepper spray in maniera sicura – NON USARE ACQUA!
Se hai avuto a che fare con gli spray OC (pepper gas) avrai notato che si attivano e riattivano con l’acqua. In altre parole anche se si è ormai seccato sulla tua pelle sei ancora a rischio che si riattivi, nel caso tu venga a contatto con dell’acqua.

La maniera più sicura per evitare la contaminazione della pelle è lasciar asciugare la pelle, tamponarla con della stoffa pulita o ventilare la pelle. A seconda della disponibilità si possono applicare prodotti come shampoo per bambini sulla pelle intorno a occhi e viso (funziona anche meglio se refrigerata prima dell’applicazione), in modo da fornire sollievo temporaneo. Anche l’asciugatura dopo lo shampoo aiuterà a rimuovere in gran parte la capsaicina.

Che cosìè la capsaicina? Da Wikipedia: la Capsaicina è l’ingrediente attivo
(derivato del peperoncino) fra gli agenti chimici utilizzati dai reparti antisommossa e nella difesa personale. Quando lo spray viene a contatto con la pelle, soprattutto con le membrane mucose o con gli occhi risulta molto doloroso e respirarne le particelle qando viene disperso nell’aria può provocare problemi respiratori; da qui il suo utilizzo per dissuadere gli aggressori.

E’ piuttosto normale avvertire la sensazione di non poter aprire gli occhi.

Quando viene spruzzato, a mio avviso il sollievo più rapido è dato dallo strizzare gli occhi in modo da lasciar scorrere le lacrime. Una volta che gli occhi riescono di nuovo a restare aperti e a lacrimare è consigliabile tenerli aperti il più a lungo possibile, in modo da lasciar scorerre le lacrime che puliscano gli occhi il più in fretta possibile.

Più tempo terrai chiusi e strizzerai gli occhi, più a lungo resterai contaminato.
E’ necessario lasciare che i liquidi del corpo fluiscano il più possibile dalla bocca, dal naso e dagli occhi (si tratta della naturale difesa del nostro corpo che si pulisce, aiutalo!).

12. Come sbarazzarsi del gas lacrimogeno in maniera sicura – NON USARE ACQUA!
NON lavarti il viso con acqua se soffri per il gas lacrimogeno. Non devi bagnare la pelle, perchè aumenterebbe l’effetto del lacrimogeno.

Invece, applica aceto o succo di limone in modo da sbarazzarti dell’effetto del lacrimogeno. Vestiti imbevuti di aceto di mele o di puro succo di limone sono molto utili negli scontri. Puoi spremere del succo di limone dentro una bottiglia di plastica prima di andare ad una manifestazione; puoi bagnare la tua maschera con succo di limone (o aceto), in modo da contrastare l’effetto del lacrimogeno.

In caso di gas lacrimogeno vecchio:
Niente acqua ma lievito sciolto in acqua o acqua fredda sotto la doccia.

13. Come maneggiare i candelotti di lacrimogeno
I guanti spessi utilizzati dai muratori sono perfetti per maneggiare i candelotti e rilanciarli verso i buffoni. Attenzione: i candelotti sono troppo caldi per afferrarli a mani nude!

14. Dopo, lava i tuoi vestiti appena puoi
Lava i vestiti il prima possibile perché sono pieni di sostanze chimiche!

Ricorda di mangiare bene e dormire abbastanza prima di andare ad una manifestazione. Se fumi o usi droghe non farlo prima di andare.
Per la pelle saranno utili un paio di confezioni di bicarbonato, da utilizzare insieme al normale sapone con emolliente.
Ricorda che il pepper spray penetra davvero a fondo nelle membrane mucose. Sotto le ascelle, sui genitali (brucerà davvero come il fuoco). Normalmente il muco comincia ad uscire dal naso come se qualcuno avesse aperto un idrante, bruciando per tutto il tempo. Se si gonfiano le palpebre consigliamo di utilizzare Benadryl (difenidramina cloridarto).

Anche se ti capita di ingerire del gas lacrimogeno non utilizzare acqua, perché non farà che peggiorare le cose; usa piuttosto del succo di limone o aceto.

15. Pensati per provocare panico – mantieni la calma:
Se sei in un’area contaminata dai lacrimogeni o da altri dispositivi, potresti avvertire la sensazione di non riuscire a respirare. E’ normale che funzioni in questa maniera, perché è concepito per funzionare così. Quando il panico si diffonde cessa la protesta. Il trucco è capire che finché avverti la sensazione di non riuscire a respirare, in realtà stai comunque respirando. I lacrimogeni non uccidono, a meno che non si abbia una grave reazione allergica o non ci si trovi già in una particolare condizione di debolezza o malattia.

Dunque devi cercare di mantenere la calma. Se puoi, cerca di sederti in un punto che si trovi fuori mano, e pensa che stai respirando. Sbarazzarsi del panico aiuta ad eliminare molta dell’efficacia dei lacrimogeni.

16. Conclusione:
Educa te stesso/a alla sfida dei lacrimogeni o pepper spray. Stampa questa pagina e condividila. Prepara vestiti, occhialini, aceto o succo di limone e acqua.

La conoscenza è forza!!!

Verso e oltre il processo per i fatti del 15 ottobre, “Nè spettatori, nè vittime”: fate girare

15 giugno 2013 1 commento

Vi giro e vi chiedo di spammare questo comunicato.
Perché quella è stata per tutti noi una giornata importante, che ha segnato chi ne ha fatto parte volente o nolente:
una giornata che ha sicuramente mutato equilibri e affinità, che ha fatto male al cuore e allo stesso tempo è stata una boccata d’ossigeno.
Una giornata che non è finita, perché ce la vogliono far pagare cara.
Qui il comunicato della Rete Evasioni: spammate!

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Tra lunedì 20 e mercoledì 22 maggio si è svolta all’università La Sapienza di Roma una tre giorni di dibattiti e discussioni, che si è poi conclusa, la settimana successiva, con una serata musicale a sostegno degli imputati e delle imputate per i “fatti del 15 ottobre” 2011.

Le discussioni hanno visto la partecipazione di diversi gruppi e collettivi, di ragazzi e ragazze, compagni e compagne di Roma e di altre parti d’Italia.

I collettivi autorganizzati di Scienze Politiche e Giurisprudenza, la Fucina 62 e la Rete Evasioni, hanno proposto dibattiti intorno a temi quali il carcere, le pratiche di piazza e l’organizzazione del controllo
poliziesco e statale nel suo assetto attuale. È stato un momento importante per parlare a distanza di tempo del 15 ottobre, sia rispetto alla repressione che ne è seguita, sia per scambiarsi sensazioni e riflessioni che quella giornata ancora suscita in molti di noi; si è avuto inoltre modo di misurare complessivamente l’inasprimento della repressione nei confronti dei movimenti di lotta.

Un’opportunità per discutere, incontrarsi e per organizzare quella solidarietà che, per chi lotta quotidianamente contro questo sistema, diviene ormai una tappa fondamentale e una pratica da assumere
collettivamente.

È stata anche l’occasione per ribadire la necessità di supportare la “cassa di solidarietà 15 ottobre”, indispensabile per affrontare le prossime scadenze processuali e le spese di chi è ancora detenuto.

EVASIONE!

EVASIONE!

Il prossimo 27 giugno si terrà presso il tribunale di Roma, a Piazzale Clodio, la prima udienza del processo del terzo troncone di indagini a carico di 18 persone accusate, tra le altre cose, di “devastazione e saccheggio”. Invitiamo tutti e tutte a partecipare numerosi, per far sentire le nostre voci e ribadire ancora una volta in modo determinato la nostra solidarietà e complicità.

Sentiamo forte l’esigenza di continuare, e possibilmente allargare, questo percorso: organizzare una rete solidale che sia in grado di affrontare al meglio, su un piano materiale e politico, i prossimi passaggi che riguardano il processo del 15 Ottobre e non solo.

L’accanimento poliziesco e giudiziario che nell’ultimo periodo si è scagliato contro ogni forma di conflitto non deve passare. Esige invece una risposta all’altezza della situazione.

Lanciamo un appello generale, rivolto a coloro che come noi ritengono necessario tenere alta l’attenzione rispetto alla questione della repressione, per dare inizio a un percorso determinato che sia in grado
di rilanciare in modo efficace la solidarietà e la complicità nelle lotte. Invitiamo tutti e tutte a partecipare all’assemblea che si terrà dopo il presidio, il 27 giugno all’università La Sapienza alle 17,00.

Sarà un momento di confronto per aggiornarci rispetto il processo per il 15 Ottobre e decidere insieme quali iniziative intraprendere nei prossimi mesi.

Tutte libere, tutti liberi!
Complici e Solidali a Roma

ulteriori info e aggiornamento sul sito della ReteEvasioni
sul 15 ottobre un po’ di link:
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

Conflitto, rivolta, autonomia e libertà: una quattro giorni a Roma

7 maggio 2013 Lascia un commento

4 GIORNI A SOSTEGNO DEGLI IMPUTATI E DELLE IMPUTATE PER LA RIVOLTA DEL 15 OTTOBRE 2011
Rete Evasioni e Collettivi Autorganizzati presentano:

CONFLITTO-RIVOLTA-AUTONOMIA-LIBERTA’
– Tutti i giorni al piazzale della facoltà di FISICA, Università La Sapienza –
Lunedì 20 Maggio:    ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Decostruire il carcere” esperienze, riflessioni ed analisi su detenzione, legalità e controllo sociale
a cura del collettivo Autorganizzato di Scienze politiche

Martedì 21 Maggio:   ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Su la testa! Pratiche e forme di conflitto nelle strade che si agitano”
presentazione dell’opuscolo “prima, dopo e durante un corteo” a cura della Rete Evasioni

Mercoledì 22 Maggio: ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Devastazione e Saccheggio, tra controinssurrezione e stato d’eccezione”
a cura del collettivo autorganizzato di Giurisprudenza e Fucina 62

Giovedì 30 Maggio:  OUR POTENCIAL, OUR PASSIONS!
Al piazzale della Minerva dell’Università La Sapienza
– dalle 20.00 aperitivo, cena e proiezione video “Autodefensa”
dalle 22.00 concerto con : ARDECORE
ALTERNATIVE ROCK, una rilettura della musica popolare romana
SERPE IN SENO  Hardcore rap, presentazione del nuovo disco “CARNE”
A seguire dj-set/live-set:  Electro-Techno, Drum’n’bass, Break beat :
MINIMAL ROME / THC / KNS / BLACK SAM

flyer4giorniulteriori info e aggiornamento sul sito della ReteEvasioni
sul 15 ottobre un po’ di link:
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

Due vademecum per muoversi tra piazze, cordoni, celle e domandine

11 dicembre 2012 2 commenti

La Rete Evasioni nasce all’indomani del 15 ottobre,
per sostenere attivamente e portare solidarietà a tutti e tutte coloro colpiti dalla repressione seguita a quella giornata di mobilitazione internazionale.
Pesanti, pesantissime le conseguenze legali per molti giovanissimi dimostranti,
che dati in pasto alla stampa (soprattutto grazie al meticoloso lavoro infame di La Repubblica) si sono visti sbranare dai tribunali, con richieste di carcerazioni pesantissime,
molte immediatamente effettive.
La Rete Evasioni, appunto, nasce in un clima estremamente sfavorevole non solo alle persone colpite ma a tutti coloro che hanno vissuto e analizzato quella piazza come qualcosa di nuovo, da conoscere ed affrontare,
con cui muoversi spalla a spalla, malgrado differenze e metodologie.
Questo è quel che abbiamo pensato mettendo in piedi questa rete: il portare solidarietà, un aiuto effettivo in aula, in cella e in qualunque luogo di privazione della libertà;
a coloro considerati, anche da buona parte del movimento italiano, “sfasciacarrozze”.

In quest’anno di governo tecnico il livello di repressione nei confronti di chi manifesta è aumentato vertiginosamente,
così come la partecipazione dei giovanissimi, che riempiono le piazze spesso senza rendersi conto della violenza dei manganelli che si trovano difronte.
E così sono stati prodotti due libricini,
due piccoli libretti che provano ad essere un aiuto tascabile,
per i nuovi masticatori di marciapiedi e conflitto,
ma anche per chi avrà la sfortuna di essere acciuffato,
quindi ammanettato, incarcerato, processato e magari condannato.

Un libricino sul “come stare in piazza”, sul come muoversi tra i cordoni, sul come muoversi col proprio materiale tecnologico, sul come gestire la tensione e la calma nei momenti di panico e scontro.
Poi, un libricino sul come affrontare la galera,
un piccolo vademecum che cerca di spiegare a chi lo ignora completamente,  quali sono i meccanismi della detenzione, le sue parole d’ordine, i piccolo consiglio che aiutano a gestire con lucidità la propria carcerazione.

Vi consiglio di leggerli,
di scaricarli, magari anche di stamparli e diffonderli nelle strutture, piazze, città, collettivi, consultori che frequentate….insomma, ovunque.

– PRIMA, DURANTE e DOPO il CORTEO: file PDF
– GUIDA PER CHI HA LA SFORTUNA DI ENTRARE IN CARCERE: File PDF

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

io propongo il NARCOTEST alla celere, oltre al numero identificativo…

16 novembre 2012 6 commenti

[leggi anche: I lacrimogeni DAL ministero]

L’altro giorno sono stata per qualche ora a stretto contatto con i reparti della polizia di Stato,
visto che son rimasta incastrata su Ponte Sisto, durante le prime cariche.
Ho poi seguito, insieme ad alcuni compagni e molti giornalisti, i drappelli che avanzavano,
verso Ponte Garibaldi, dove venivano compiuti rastrellamenti e arresti.

Ho scambiato qualche urlo, ho ricevuto tonnellate di “puttana bastarda”
“allontanatiiiii, vai via da qui brutta bocchinara comunista”…perché chiedevo agli arrestati i loro nomi, per darli agli avvocati.
Per l’ennesima volta e più del solito, in 17 anni di piazza, mi son trovata a che fare con dei bufali impazziti,
palesemente “stupefatti”, con le vene del collo che scoppiano, il fumo che esce dal naso come nei cartoni animati.

Ai tanti “puttana” ogni tanto qualche fanciulla rispondeva “ma quanto pippate? la pagate poco eh? vi esce dalle orecchie!”

Eh si, qualcosa dalle loro orecchie, narici, mucose, manganelli esce.
I reparti che gestiscono l’ordine pubblico sembrano sempre più orde di bisonti pippati…
e allora secondo me, faccio questa proposta,
oltre alla battaglia per il numero identificativo sui loro caschi,
dovremmo chiedere il narcotest,
io vorrei che un loro capello fosse analizzato prima di entrare in quelle camionette pronti a “gestire l’ordine pubblico” magari con migliaia di minorenni di fronte.

serve pure per il questore me sa…

Forse chiedo troppo, ma se il carabiniere che ha sferrato il calcio in faccia al ragazzo già bloccato a terra da altri agenti,
avesse avuto il numero identificativo ora vorrei un test tricologico del suo capello,
sì,
son curiosa di sapere quale sostanza aiuta così diligentemente lo Stato a massacrare minorenni, studenti, lavoratori….

poi son contro la galera, se sa…
so’ curiosa però…

Foto di Michele Massetani

Chi è Oscar Fioriolli? Biografia di un torturatore

31 luglio 2012 18 commenti

Dal blog di Paolo, INSORGENZE,  insieme al quale si combatte per far sì che tutto ciò diventi memoria collettiva,
parte integrante della nostra conoscenza sullo Stato, e i suoi metodi.
Buona lettura

Oscar Fioriolli, non dimenticate mai questo nome. Nella nota diffusa dopo la conferma definitiva delle condanne pronunciata dalla Cassazione contro i vertici investigativi del ministero dell’Interno, il capo della Polizia Antonio Manganelli dichiarava con parole che si volevano rassicuranti per i cittadini :

«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza. Per migliorare il proprio operato, a tutela della collettività, nell’ambito di un percorso di revisione critica e di aperto confronto con altre istituzioni, da tempo avviato, la Polizia di Stato ha tra l’altro istituito la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico al fine di meglio preparare il personale alla gestione di questi difficili compiti. Il tutto per assicurare a questo Paese democrazia, serenità e trasparenza dell’operato delle forze dell’ordine, garantendo il principio del quieto vivere dei cittadini».

A dirigere questa scuola, nata con decreto del capo della Polizia il 24 ottobre 2008 e operativa dal 1° dicembre successivo «con l’obiettivo – come recita il comunicato del ministero degli Interni – di formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività», è stato chiamato il prefetto Oscar Fioriolli.

Chi è questo grande esperto a cui il capo della Polizia ha attribuito il compito di formare dirigenti, funzionari e agenti di Ps affinché ricorrano a condotte più “professionali” durante manifestazioni, cortei ed eventi pubblici per evitare quanto accaduto a Genova nel 2001?

Fioriolli è stato questore ad Agrigento, Modena, Palermo, Genova (subito dopo il G8) e poi a Napoli. Risulta anche indagato in una inchiesta sugli appalti Finmeccanica condotta dai pm della procura di Napoli e in una indagine portata avanti dalla procura genovese su una strana vicenda di consulenze per auto blindate richieste da un dittatore della Guinea Conakry e rapporti con un faccendiere siriano che gli avrebbe elargito una somma di 50 mila euro. Questi scarni cenni biografici tuttavia ci dicono ancora molto poco del ruolo avuto da un funzionario che è stato nel cuore del dispositivo antiterrorismo del ministero degli Interni in anni cruciali (dalla metà degli anni 70 in poi).

Per conoscere qualcosa di più del suo passato dobbiamo ricorrere alla testimonianza di un suo collega: l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, che lo descrive (cf. l’Espresso del 6 aprile 2012;vedi anche la testimonianza video) mentre all’ultimo piano della questura di Verona conduce l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.

«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».

Era in corso il sequestro del generale americano James Lee Dozier, vicecomandante della Fatse (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona, da parte delle Brigate rosse-partito comunista combattente. Sempre secondo la testimonianza fornita da Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci presso la questura di Verona, presenti Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova, si decise il ricorso alle torture. A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (profesionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos.
De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» che in cambio forniva anche chiare garanzie di copertura. Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista.

Roma – Il giardino dei torturatori tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano

Roma – Il giardino dei torturatori tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano

Giovanni Coronas, Gaspare De Francisci e Umberto Improta sono morti nel frattempo. Un giardino in ricordo di Improta, capo della squadra di investigatori che praticarono le torture sistematiche impiegate da varie squadre di poliziotti in un arco di tempo che riveste almeno 11 mesi, è sorto non lontano da piazza san Giovanni, a Roma, tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano.
Salvatore Genova è in pensione ed è l’unico che ha deciso di raccontare la verità. Nicola Ciocia, il mago del waterboarding, vive nascosto in una casa del Vomero a Napoli. Non ha più il coraggio di uscire di casa, braccato dai fantasmi del suo passato di aguzzino. L’ex guardasigilli Virginio Rognoni mantiene profilo basso, mostra di ricordare con difficoltà sperando di non essere coinvolto nella riapertura del caso; Oscar Fioriolli è invece ancora al suo posto di dirigente della scuola di polizia. Una scelta davvero rasicurante: l’uomo giusto al posto giusto!

Sentito al telefono da Piervittorio Buffa, il giornalista che è riuscito a sfilare organigrammi e nomi degli autori delle torture dalla bocca di Salvatore Genova, che fino ad allora aveva solo denuciato i fatti senza mai indicare i corresponsabili (una prima volta nel 2007 davanti a Matteo Indice del Secolo XIX, poi nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer 2011, infine in una puntata di Chi l’ha visto?), Oscar Fioriolli ha rifiutato qualsiasi incontro per chiarire il ruolo avuto in quelle vicende e negato le circostanze riferite da Genova.
Gratteri, Luperi, Calderozzi, Mortola, Ferri, ed altri funzionari sono stati dimessi dai loro incarichi per le loro responsabilità accertatenel tentativo di depistare e coprire il massacro perpetrato all’interno della scuola Diaz.
Oscar Fioriolli, chiamato in causa con una testimonianza dettagliata per il ruolo avuto nelle torture e in una violenza sessuale, praticate durante gli interrogatori contro persone accusate di appartenere alla Brigate rosse, è sempre al suo posto.


Link

DELLA TORTURA

* * *


Qui sotto potete leggere l’articolo di Piervittorio Buffa, recentemente pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 20 luglio 2012, che rievoca i passaggi più importanti su questa vicenda.

Quando in Italia si seviziavano i brigatisti. Nel 1982, per liberare il generale Usa James Lee Dozier, la polizia decise di passare alle maniere forti con i primi arrestati. Ma chi diede l’ordine? «venne dall’alto»

di Pier Vittorio Buffa
Il Venerdì di Repubblica, 20 luglio 2012

Roma. «La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe». Salvatore Genova racconta così quello che accadde nella questura di Verona, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 1982. La ragazza è Elisabetta Arcangeli. Il suo compagno è Ruggero Volinia. Salvatore Genova è uno dei poliziotti che guidarono le indagini sul caso James Lee Dozier, il generale americano rapito dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. Genova sarà arrestato insieme ad alcuni suoi uomini con l’accusa di aver usato violenza su dei terroristi catturati, ma quella notte, in questura, è solo un testimone: conduce l’interrogatorio il suo collega Oscar Fiorolli.
I poliziotti capiscono che Volinia sta per cedere. «Fu uno dei momenti più vergognosi di quei giorni» dice Genova, «avrei dovuto arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece, caricammo Volinia su una macchina e lo portammo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e, dopo pochi minuti, parla, ci dice dov’è il generale Dozier».
A coordinare il tutto e a eseguire il trattamento De Tormentis con acqua e sale, una tortura già usata dai francesi e la squadretta nella guerra di Algeria, è una squadretta speciale guidata da un alto funzionario di polizia, Nicola Ciocia e composta da quattro poliziotti chiamati i Quattro dell’Ave Maria. La tecnica è all’apparenza semplice, ma bisogna essere molto esperti per praticarla in modo sicuro ed efficace. D prigioniero è legato a un tavolo, con un tubo gli vengono fatte ingurgitare grandi quantità di acqua e sale che provocano, oltre alla nausea, un forte senso di soffocamento.
Ciocia è in via Caetani a Roma quando, il 9 maggio 1978, viene trovato il corpo di Aldo Moro nella Renault rossa Lo si distingue di spalle, nelle foto, dietro Francesco Cossiga. La sua squadra entra in azione pochi giorni dopo, già con i primi arresti del dopo Moro. All’«acqua e sale» è infatti sottoposto, lo racconta lui stesso nei dettagli, Enrico Triaca, il tipografo delle Br. Ma Ciocia, che Umberto Improta, capo degli investigatori durante il sequestro Dozier, soprannominò dottor De Tormentis, non agì certo di sua iniziativa. Lo si capì già allora, nel 1982, che c’era un piano preciso, venuto dall’alto. Se ne è avuta la conferma ora, a distanza di trent’anni. Ciocia, pur non ammettendo le torture con l’acqua e il sale, ha detto di essere lui il dottor De Tormentis. Salvatore Genova, a sua volta, è stato molto preciso. Ha raccontato della riunione che si tenne in questura a Verona all’indomani del sequestro di Dozier: un via libera all’uso delle maniere forti con terroristi e fiancheggiatori, il timbro ai metodi di Ciocia-De Tormentis.
La riunione fu convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci. Nella stanza c’erano anche Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del lavoro, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova. Ascoltarono De Francisci dire, così ricorda Genova, che l’indagine su quel sequestro era «delicata e importante» e che bisognava fare «bella figura». E dare il via libera all’uso delle maniere forti per risolvere il caso. «Ci guardò uno a uno e con la mano destra» rievoca Genova «indicò verso l’alto. Ordini che vengono dall’alto, spiegò: quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fece sì con la testa e disse che si poteva stare tranquilli, che per noi garantiva lui. Il messaggio era chiaro e, dopo la riunione, cercammo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti? Fu questo che ci dicemmo tra di noi funzionari. E di far male agli arrestati senza lasciare il segno».
Ciocia, con i quattro dell’Ave Maria, arrivò il giorno dopo quella riunione e poi tornò in Veneto negli ultimi giorni del sequestro, quando le indagini portarono ai primi arresti dei fiancheggiatori. E quindi alla necessità di farli parlare. Tutti gli uomini di Improta assistettero alla prima «acqua e sale» di Verona, quella praticata a Nazareno Mantovani, che svenne durante il trattamento.
L’adrenalina scatenata dal successo dell’operazione Dozier (il generale liberato, i brigatisti catturati senza sparare un colpo) e i risultati ottenuti con le tecniche di Ciocia scatenarono lo spirito di emulazione. Nella caserma della Celere di Padova, dove furono portati i terroristi, non si andò tanto per il sottile. Genova e i suoi, infatti, furono arrestati con l’accusa di aver organizzato, tra l’altro, la finta fucilazione del br Cesare Di Lenardo.
In quelle settimane, il ministro dell’Interno Virginio Rognoni disse: «Possiamo respingere, con assoluta fermezza e grande tranquillità di coscienza, l’accusa adombrata in alcune interrogazioni e sicuramente presente in certa campagna di stampa, di avere trasferito la lotta contro il terrorismo su un terreno diverso da quello dell’ordinamento giuridico mediante una pratica sistematica e violenta del rapporto fra Stato e cittadino al momento dell’arresto…».
I giornali ai quali faceva riferimento il ministro erano soprattutto L’Espresso e la Repubblica.

Per costruire una manifestazione nazionale in solidarietà agli egiziani in lotta

10 gennaio 2012 1 commento

Al fianco della popolazione egiziana in lotta: verso il 25 gennaio!

Foto di Valentina Perniciaro ...Il Cairo ... quando anche il Nilo chiama alla rivolta

Ad un anno dall’inizio delle rivolte della popolazione contro il sistema militare dittatoriale, in Egitto la rivoluzione continua.
Mubarak è stato cacciato da un movimento composto dalle categorie sociali oppresse che ha dato vita ad un moto di trasformazione reale del paese.
Ma questo processo di liberazione è ancora sotto attacco: le violenze sui manifestanti continuano, giorno e notte, per mano della giunta militare al potere, nonostante questo, le piazze continuano a lottare ed autodifendersi.

Attivisti, lavoratori, studenti, blogger, uomini, donne e bambini hanno risposto a testa alta alla repressione premeditata e mirata.
Anche la tenacia e la rabbia di migliaia di donne fanno parte della risposta al dominio militare che pensava di poter ricattare l’intera popolazione imprigionando più di 12.000 persone e usando violenza mirata nei confronti di donne e bambini.

Dall’Egitto un appello internazionale, raccolto già da alcune città italiane, chiama a mobilitarsi in tutto il mondo al fianco della popolazione che continua la lotta.
Il 25 gennaio le piazze egiziane torneranno a riempirsi, non per una celebrazione nazionale ma per cacciare la dittatura dello SCAF.

Per costruire insieme un 25 gennaio di mobilitazione anche a Roma incontriamoci in un’assemblea cittadina domenica 15 gennaio, alle ore 17.00, all’occupazione del Porto Fluviale, in via del Porto Fluviale 12 [Metro Piramide, Linea B]

 

QUESTO VIDEO RACCONTA LE VIOLENZE DELLO SCAF, POST CADUTA DI MUBARAK!

Alaa è libero! Ora tutti gli altri e poi l’Egitto

25 dicembre 2011 2 commenti

Alaa è libero…sono ore che voglio aggiornare questa pagina ma non era mica facile, nell’orgia di questo natale squattrinato …

L'aereoporto del Cairo, ora

Alaa Abd El Fattah è finalmente uscito dal carcere militare dove era rinchiuso da più di otto settimane con accuse deliranti riguardanti la notte di scontri al Maspero, in cui lo SCAF sparò e uccise decine di persone, riaprendo definitivamente il percorso rivoluzionario che sembrava sospeso in attesa dell’apertura delle urne elettorali.
Alaa ha un percorso politico che non nasce il 25 gennaio con la rivoluzione, ma vien da molto lontano…
è diventato papà durante la detenzione, con un bambino dolcissimo, partorito da una donna di una forza rara e meravigliosa.
Quindi è impossibile aggiungere parole: solo un grande augurio per Alaa, Manal e il piccolo Khaled,
che finalmente potrà sentire la barba del suo papà sulla sua pelle, e imparare da lui il sorriso.

Ora, vogliamo tutti gli altri liberi,

a partire da Maikel Nabil: TUTTI LIBERI! EGITTO LIBERO!
NO ALLO SCAF, NO ALL’ESERCITO EGIZIANO!

In questo momento invece centinaia di persone sono fuori l’aereoporto del Cairo, in attesa del loro Ahmed Harara, di ritorno da uno dei primi viaggi per capire se potrà far qualcosa per i suoi occhi, persi a distanza di nove mesi l’uno dall’altro, per mano dei cecchini dell’esercito israeliano.
In centinaia ad aspettarlo, urlando l’abbattimento della giunta militare!
Con voi!

Ecco Alaa e il suo Khaled!

L’esercito egiziano e le donne e le violenze a sfondo sessuale

17 dicembre 2011 15 commenti

Una piccola serie di scatti e poi il video raccapricciante, che non hanno bisogno di parola alcuna.
Un articolo di Al-Arabiya che parla di queste foto: LEGGI
Il massacro è stato di una violenza inaudita…i corpi a terra sono troppi e come si vede chiaramente dal video e da molti altri, i colpi di pistola volavano come i sassi e le molotov.
QUI  qualche riga sui fatti delle ultime due giornate al Cairo.

Ecco i pericolosi anarchici che abitano la Valle di Susa

28 febbraio 2010 Lascia un commento

I compagni valsusini, mobilitati da anni ormai nella lotta contro i Treni ad Alta Velocità e la costruzione del corridoio n.5 che dovrebbe attraversare il loro territorio, chiedono di diffondere questo comunicato … cosa che faccio immediatamente

Il volto di Marinella

Marinella: 47 anni, madre, moglie, lavoratrice, abitante a Villarfocchiardo in Valle Susa.
Questo il referto medico dell’ospedale:
– Ferita profonda al viso
– frattura delle ossa e del setto nasale con infossamento
– frattura del margine orbitario di un occhio
– rottura scomposta della mandibola
– ferite alla testa con trauma cranico
– ematomi alle gambe
– versamento ad un’ovaia
Quattro “tutori dell’ordine” si sono accaniti su di lei quando era già a terra massacrandola a manganellate e calci.
I dis-onorevoli Stefano Esposito, Mimmo Portas e Gianfranco Morgando a nome del PD hanno emesso deliranti comunicati di solidarietà alle forze dell’ordine.

E’ il caso di ricordare queste piccole regole tratte dal “MANUALE DI ADDESTRAMENTO DELLA POLIZIA DI STATO”.
In rete sono stati trovati alcuni passi tratti dal manuale di addestramento dei reparti mobili della polizia. Speriamo che sia utile a tutti coloro che hanno avuto a che fare con quei loschi individui con casco e manganello. Da notare particolarmente, sono i paragrafi 1,2,5,7, che guardando i fatti recentemente avvenuti testimoniano quanto i “tutori dell’ordine” non abbiano rispettato una sola di queste istruzioni.

Pagina 4 del manuale di addestramento della polizia (reparto mobile):

Febbraio-2010 Val Sangone. La splendida vista dalla borgata Viretta verso il monte Musine' dopo una copiosa nevicata!!! Laggiu in fondo, all'imbocco con la Valle di Susa, vorrebbe passare il "mostro tav", 20 anni di lavori e distruzioni dell'ecosistema

-lo sfollagente non va mai considerato come mezzo punitivo; deve essere eventualmente impiegato contro gli elementi più violenti come strumento di difesa-offesa-interdizione; deve essere utilizzato con decisione,mai con brutalità.
– lo sfollagente non deve mai essere usato contro il capo,il viso e la spina dorsale.
-lo sfollagente in dotazione è composto da polimeri in gomma. E’ di forma cilindrica con impugnatura a nervature orizzontali per la presa. Ha una cavità ridotta e una lunghezza di sessanta centimetri. Il peso complessivo risulta di cinquecentocinquanta grammi.
-le indicazioni secondo le modalità di impugnatura corrette sono le seguenti : impugnare lo strumento con mano forte,esclusivamente dall’impugnatura a nervature orizzontali. Sistemare il cinturino in cuoio come da figura,al fine di svincolarsi facilmente da eventuali prese da parte di facinorosi,qualora venisse afferrato dagli stessi.
-giova ribadire e ricordare che lo sfollagente deve assolutamente essere maneggiato nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti in materia e che qualsiasi altro uso, oltre a compromettere l’efficace controllo dell’arma,determina ,modalità di impiego censurabili e perseguibili ai sensi di legge.
-il movimento del braccio che impugna lo sfollagente deve essere accompagnato sfruttando la combinazione spalla-tronco,che imprime maggiore potenza. Con una traiettoria diretta e non esterna.
-non appare superfluo ribadire che l’impiego dello sfollagente deve essere immediamente interrotto quando si raggiunge lo scopo dissuasivo e/o difensivo,evitando assolutamente inutili accanimenti non giustificati da azioni violente.
Bene, da tutto ciò si evince che i signori Esposito, Portas e Morgando, dis-onorevoli rappresentanti del nostro Parlamento hanno dato la loro solidarietà ad agenti di pubblica sicurezza che sicuramente NON hanno agito nel pieno rispetto della legge.


Vicino agli esclusi, tra gli esclusi … di Jean Marc Rouillan

20 gennaio 2009 Lascia un commento

Stralci di un libro che parla di carcere, che descrive il carcere minuto dopo minuto. Il libro di un prigioniero politico francese che ancora lotta per la sua libertà. Un libro per non dimenticarci mai cos’è il carcere e chi sono i carcerieri.531523-649325

Al risveglio, la prigione salta alla gola. 
Le prime sensazioni mi avvertono della sua presenza nascosta. Un angolo di muro illuminato dal chiarore dell’alba, l’odore del disinfettante, le diverse abluzioni dei congeneri, la carezza della coperta carceraria e lo scoramento indicibile. Mi penetra di colpo.
Tiranna sovrana, la “malamorte” della lebbra moderna e carceraria è qui, dentro di me. E non c’è modo di sfuggirle. Fino al più lontano e ultimo esilio, sentirò questa nausea. Non ci si abitua mai alla prigione. Più passa il tempo, più le mattine sono dolorose. Tredici anni. Più di 4750 mattine.
[…] La penultima porta è la mia. L’ingresso della mia pelle di cemento nudo, della mia conchiglia, della mia corazza. Bevo delle grandi tazze di caffè  e mi immergo. Torturo la tastiera con due dita incazzate. “Tu batti come gli sbirri”, sì, io batto con odio. Così forte che i nuovi vicini chiedono sempre cosa può essere questo ticchettio mitragliatore. […] Scrivo sentendo montare dentro di me la bomba ad orologeria di questi anni di solitudine. Ho paura di perdere la dignità, di sprofondare nella follia, di dimenticare l’etica della giusta rivolta. E action_directequesto timore oggi è tirannico.
No, non ho stile. Non ho talento per questo esercizio letterario. Scrivo perché non ho ancora trovato altro da fare per uccidere definitivamente le mie mattine in carcere. Oppure non ne ho avuto il coraggio. Scrivo perché queste mattine senza vita siano imprigionate e sprofondino nel dolore delle parole e della loro fragile architettura. 
[…]Intra-muros, si assassina per “fatalità” giuridico-amministrativa. Si elimina il non compatibile. Lo si scioglie nell’acido del tempo. Lo si fa crepare come un batterio. Siamo come quelle vecchie carpe tirate fuori dall’acqua che agonizzano per ore e ore nella cesta.
[…]In fondo alle scale, una porta blu sbarra il passaggio. E’ il limite blindato del nostro territorio. Direi quasi della nostra autonomia. […]jean-marc_rouillan
Quando in prigioniero è sotto sorveglianza, le videocamere seguono i suoi passi senza fine nei cortili dell’aria. Esse inclinano il loro muso verso l’erba quando ci si stende al sole. Da quando emergiamo dalla cella, esse ci arpionano nel loro mirino. Sulle scale. Dietro ogni cancello, ogni porta. Nei passeggi. Alla fine, ci sono più videocamere che prigionieri. Un povero diavolo si metteva sull’attenti a venti centimetri dall’obiettivo della telecamera principale del corridoio. E scandiva militarmente: “Cavia 848 a rapporto. Tutto bene, capo!”
Si interiorizza questa sorveglianza. Finisce per far parte di noi stessi. Si gioca alla normalità. Si fa “finta di niente”. Si mantiene il ruolo del detenuto modello. Si ridiventa veramente sè stessi soltanto quando si nasconde qualcosa. Non appena si riesce ad ingannare l’occhio guercio.
In questo paese, dove il buonsenso popolare sa bene che non si picchia un cane legato, altrimenti diventa cattivo, si accetta e si trova normale il fatto che qualche maniaco del manganello si accanisca su diverse migliaia di uomini incatenati.
 
 
Signor procuratore, voleva darci il tempo per capire. Ma cosa c’è da capire? Si, so bene che per lei bisognava farci entrare nel cranio: l’inutilità della resistenza, dell’illegalità, della violenza di fronte al migliore dei mondi che lei rappresentava. Ma per fare ciò, caro Procuratore, non era il caso di sprofondarci nelle sue viscere più immonde. Mi spiace dirglielo, ma il suo ragionamento è idiota. Ho il sospetto che fosse soltanto una retorica indispensabile alla miniatura della condanna amministrativa. Doveva aggiungergli corpo e stile. Eppure, se avesse voluto veramente farci riconoscere il migliore dei mondi, avrebbe dovuto spedirci sulle spiagge dove i padroni si abbronzano con tranquillità, imporci il lusso in cui si stravaccano con nobiltà. Avrebbe dovuto condannarci a gestire un portafoglio di azioni e obbligazioni, costringerci a portare la cravatta e lo Chanel per le signore, a farci portare in automobili climatizzate con autista, a pavoneggiarci nei lunch recitando le quotazioni e le futilità estremiste con cui si gargarizzano le tribù della bella società. Bisognava rinchiuderci nelle ville delle soap televisive, tra Helene in stanza e Cricri in cantina. In questa condizione, forse, avremmo potuto “capire” la futilità rivoluzionaria, sorridere alle minacce dei più poveri, alzare le spalle di fronte alle rivolte picaresche. Allora, per lassismo, per perdita del “senso comune”, avremmo bevuto fino alla feccia, fino alla cicuta, ogni vergogna, ci saremmo raddrizzati sugli speroni in nome della razza degli eredi.
Ma signor Procuratore, sulla paglia delle celle, vicino agli esclusi tra gli esclusi,  ai poveri tra i poveri, cosa potevamo “capire” che andasse nel suo senso?
Sono più di 13 anni che giro da un carcere all’altro… Ho molto disimparato.
Ho disimparato la notte. Non fa mai notte nelle vostre prigioni. Siamo sempre sotto i proiettori alogeni arancioni, come sulle autostrade belghe e nei parcheggi dei supermercati.
Ho disimparato il silenzio. La prigione non conosce silenzio. Ne esce sempre un lamento, un grido, un rumore.
Ho dimenticato l’odore del sottobosco, di quando andavamo a funghi nella foresta di Orlèans, qualche mese prima del nostro arresto.
Ho dimenticato il sibilo dei copertoni sul pavè bagnato. Il rumore dei passi la sera, tardi, sui marciapiedi.
162891186_1cc7ae677bDi sicuro, signor Presidente, in 13 anni di galera mi ha strappato alle cose più semplici. Alla vita. All’amore. Non mi ricordo neanche più dell’infinita dolcezza delle cosce di una donna.
Invece, le devo confessare che saprei ancora smontare e rimontare una Colt 45, a occhi bendati, con la stessa destrezza che le occorre per compilare il fascicolo di un povero sventurato.
Potrei far scivolare i proiettili nei tamburi con quella disinvoltura che è la sua, quando sorvola sulle pagine. 
Se la incontrassi per strada, non la riconoscerei neppure. Questo la rassicurerebbe quasi, no? Lei fa parte di quel gregge di mezzi-uomini mezzi-uniformi che mi misero le manette. E a cui ho svelato il mio buco del culo per il controllo regolamentare.
Guardi, signor Procuratore, ecco una cosa imparata in questi anni: mostrare il culo con distacco. E’ vero che nella vita di tutti i giorni, è più una cosa inconscia, una metafora. Si sporge il culo come si accende una sigaretta. Ma, in quei momenti, tutto è crudo. Si abbassano le mutande, ci si sporge in avanti, si fissa con l’occhio unico lo sguardo gendarmesco. “Tossisca!”
Ho compreso che, a mostrare così la propria intimità, non si perde nulla in dignità Alla fine, questo danneggia ancora più il sistema e coloro che lo impongono. […]Avevano bisogno di appropriarsi del corpo, di mostrare la propria autorità attraverso la fragilizzazione dell’altro, di metterlo a nudo di fronte all’uniforme. “Tossisca!”

Tratto da ODIO LA MATTINA, di Jean Marc Rouillan , ergastolano, militante di Action Directe arrestato  il 21 febbraio 1987 passerà oltre 10 anni in regime di isolamento. Qui sotto un articolo di Paolo Persichetti  (tratta dal suo blog: INSORGENZE ) di qualche mese fa, sull’annullamento della semilibertà che gli era stata concessa, dopo un’intervista ad un settimanale francese: 


Per una intervista al settimanale l’Express, sospesa la semilibertà a Jean-Marc Rouillan, co-fondatore di Action directe
di Paolo Persichetti
Liberazione 10 ottobre 2008

La sintesi di una intervista anticipata mercoledì 1 ottobre sul sito internet del settimanale L’Express è costata la sospensione della semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe, il gruppo armato dell’estrema sinistra francese attivo negli anni 80. La misura sospensiva emessa dal magistrato di sorveglianza è intervenuta su richiesta della procura generale di Parigi, titolare in materia di antiterrorismo, che ha domandato la revoca della misura prim’ancora che il testo integrale dell’intervista apparisse nelle edicole.
Dal 2 ottobre Rouillan è di nuovo rinchiuso nel carcere marsigliese delle Baumettes, da dove usciva ogni mattina per raggiungere il suo posto di lavoro presso la casa editrice 
Agone, in attesa che il prossimo 16 ottobre il tribunale di sorveglianza si pronunci sulla legittimità della richiesta di revoca. All’ex militante di Action directe, la cui domanda di liberazione condizionale doveva essere esaminata il prossimo dicembre, la procura contesta alcune frasi contenute nell’intervista uscita in contemporanea anche sulle pagine di Libération il 2 ottobre. L’anticipazione dell’Express ha bruciato sui tempi il quotidiano parigino che non ha mancato di sollevare una piccola polemica rilevando il carattere «un po’ delinquenziale» di chi dietro la frenetica caccia allo scoop ha innescato un artificioso caso mediatico sulla pelle di un ergastolano. Ed in effetti l’intera vicenda puzza di strumentalizzazione costruita ad arte.
Secondo la procura, Rouillan avrebbe «infranto l’obbligo di astenersi da qualsiasi tipo d’intervento pubblico relativo alle infrazioni per le quali è stato condannato». Condizione che gli era stata imposta al momento della concessione della semilibertà nel dicembre 2007, dopo aver trascorso 20 anni di reclusione tra isolamento e carceri speciali. Il suo avvocato, Jean-Louis Chalanset, contesta però questa interpretazione che considera «infondata giuridicamente». E non ha tutti i torti perché gran parte delle risposte fornite dall’ex esponente di Ad riguardano, in realtà, la sua adesione al processo costituente del Nuovo partito anticapitalista che sta raccogliendo attorno a se la galassia della sinistra sociale e antagonista francese. Ingresso di cui aveva parlato la stampa la scorsa estate dopo un incontro avuto con Olivier Besancenot, il porta parola della Lcr che da mesi svetta nei sondaggi ed ha promosso questo processo d’unificazione.screenshot_2
«Dopo 22 anni di carcere – dichiara l’ex membro di Ad – ho bisogno di parlare, di apprendere di nuovo dalle persone che hanno continuato a lottare in tutti questi anni (…) la mia adesione è una scelta individuale». Che lo scandalo suscitato dalle sue parole sia il prodotto di una manipolazione emerge chiaramente dal raffronto dei due diversi resoconti realizzati dai giornalisti che l’hanno incontrato, Michel Henry di
Libération e Gilles Rof dell’Express. Nel testo apparso su Libération vengono riportate delle affermazioni estremamente posate. Rouillan spiega come s’immagini «semplice militante di base. L’epoca dei capi è finita. Sono entrato nell’Npa per imparare dagli altri. Vorrei che dimenticassero chi sono». Ben 11 delle 20 domande riportate sull’Express insistono sulle ragioni di quest’adesione, dunque sul presente, non sul passato. Rouillan non si sottrae però a domande più difficili e spiega a Libération che seppur «assumo pienamente la responsabilità del mio percorso, non incito però alla violenza (…) se lanciassi un appello alla lotta armata commetterei un grave errore». Quando viene incalzato precisa che «il processo della lotta armata per come si è manifestato dopo il 68, nel corso di un formidabile slancio di emancipazione, non esiste più». E di fronte alle ulteriori, e a questo punto tendenziose insistenze del giornalista dell’Express, puntualizza che «quando ci si dice guevarista [il riferimento è a un’autodefinizione di Besancenot, Ndr] si può rispondere che la lotta armata è necessaria in determinati momenti storici. Si può avere un discorso teorico senza per questo fare della propaganda all’omicidio». Nel resto dell’intervista descrive sommariamente la sua concezione conflittuale della lotta politica e il senso di smarrimento di fronte ai disastrosi mutamenti della società scoperti dopo l’uscita dal carcere. Ricorda infine che degli ultimi 4 prigionieri di Ad, una di loro è morta e due sono gravemente malati, risultato dei durissimi anni di detenzione subiti.
Insomma nonostante lo sforzo di fargli dire dell’altro, Rouillan è chiaro. Tuttavia la procura e subito dietro i commentatori della stampa di destra come di sinistra, la presidente di Sos-attentats, un’associazione di vittime del terrorismo, hanno duramente stigmatizzato le sue parole denunciando l’assenza di rimorsi, la mancanza di una richiesta di perdono, intimando a Besancenot di liberarsi di una presenza ingombrante, equivoca, «ripugnante».
Eppure se ci si sofferma qualche istante sull’intervista, ci si accorge che Rouillan non ha fatto altro che attenersi alle prescrizioni del magistrato: «Non ho il diritto di esprimermi sull’argomento… – dice – ma il fatto che non mi esprima è già una risposta. È evidente che se mi pentissi del passato potrei esprimermi liberamente. Ma attraverso quest’obbligo al silenzio s’impedisce alla nostra esperienza di tirare un vero bilancio critico».
Il direttore della redazione dell’
Express, Christophe Barbier, alla notizia dell’intervento della procura ha reagito spiegando che se il bilancio di Action directe è «indifendibile», Rouillan è comunque «un cittadino che continua a pagare il suo debito con la società» e ha «diritto alla libertà di espressione». Gilles Rof, il giornalista freelanceche ha ceduto il suo pezzo all’Express, si è detto «scioccato» dalla reazione della magistratura e dal cortocircuito mediatico che ha deformato le affermazioni di Rouillan, rivelando che questi per ben due volte in passato aveva rifiutato l’intervista per alla fine accettare a condizione di rileggerne il testo prima della pubblicazione. «Non ha mai detto che non esprimeva rimorso per l’uccisione di Georges Besse [il presidente-direttore generale della Renault ucciso nel 1986, Ndr]. Anzi ha riscritto con cura la risposta per dire che non aveva il “diritto di esprimersi” non che non poteva esprimersi». Benché non avesse concordato domande sui fatti oggetto della condanna, Rof sostiene che evitare l’argomento avrebbe posto una questione di credibilità all’intervista.
Niente di quanto abbia fatto Rouillan durante la semilibertà, o detto nell’intervista, risulta reprensibile. Tra i requisiti previsti dalla legge francese non vi è alcun obbligo di
regret, ovvero d’esprimere ravvedimento. Le condizioni poste riguardano invece la verifica della cessata pericolosità sociale e gli obblighi civili di risarcimento. In realtà Rouillan quando sottolinea che il silenzio imposto sui fatti sanzionati dalla legge impedisce la possibilità di una vera rielaborazione critica e pubblica del proprio percorso, mette il dito nella piaga. Sono gli ostacoli frapposti al lavoro di storicizzazione, che presuppone un dibattito pubblico senza esclusioni e preclusioni, che impediscono il processo di oltrepassamento relegando un periodo storico negli antri angusti dei tabù sacralizzati, dell’indicibile se non nella forma dell’esorcismo che ha solo due forme espressive: l’anatema o il pentimento. Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove il paradigma del complotto che ha imperversato per due decenni è stato soppiantato dalla demonizzazione pura e semplice. Così oggi Rouillan rischia di essere ricacciato negli inferi del fine pena mai sulla base di una mancata abiura. Delitto teologico che già ha fatto parlare alcuni di «reato d’opinione reinventato» (Daniel Schneiderman su Libération del 6 ottobre).n1606848852_48703_3997
Questo intervento della magistratura sembra dare voce al dissenso di una parte degli apparati, e probabilmente di una parte dello stesso ministero della Giustizia, verso la politica messa in campo nei confronti dei residui penali dei conflitti politico-sociali degli anni 70-80. Infatti, dopo una iniziale politica di segno opposto, Nicolas Sarkozy è sembrato rendersi conto – forse anche sulla scia della vicenda Petrella – dell’utilità che poteva rappresentare la chiusura degli «anni di piombo». Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche sicuritarie si indirizzano altrove: migranti, banlieues, integralismo islamico. I residui penali del novecento rappresentano una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Così il 17 luglio scorso è stata concessa la liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, anche lei membro di Action directe e con diversi ergastoli, in semilibertà da un anno. Prima di lei, Joëlle Aubrun, arrestata nel 1987 con Rouillan, Ménigon e Georges Cipriani, aveva ottenuto negli ultimi mesi di vita la sospensione della pena a causa delle gravi condizioni di salute.6aa632
Nel quadro delle prescrizioni indicate dalla nuova legge sulla «retenzione di sicurezza» (vedi 
Queer del 13 luglio 2008), Georges Ibrahim Abdallah, Régis Schleicher, Georges Cipriani, Max Frérot, Emile Ballandras, tutti prigionieri politici con oltre 20 anni di carcere sulle spalle, sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime in prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale.

A questo punto la decisione che dovrà prendere la magistratura di sorveglianza il prossimo 16 ottobre non investe solo la sorte di Rouillan, ma il destino dell’intera “soluzione politica”. Intanto oggi e domani si tiene a Parigi un convegno di studi organizzato da uno degli istituti universitari più prestigiosi, la grande école di science po, sostenuto dall’istituto culturale italiano, il comune di Parigi, dedicato a «L’Italia degli anni di piombo: il terrorismo tra storia e memoria». Che sia utile a far riflettere i giudici? 

GENOVA: I SERVI CHE PRENDONO PAROLA

16 gennaio 2009 3 commenti

IL FORUM DELLA POLIZIA PARLA DEL G8 DI GENOVA: INFINITO LO SCHIFO CHE SI PROVA NEL LEGGERE QUESTE RIGHE

C. DA ROMA Non capisco perché non vogliate parlare degli errori commessi. Qui si tratta di dire chiaramente:
I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?

Foto di Valentina Perniciaro _PushBushOut, Roma_

Foto di Valentina Perniciaro _PushBushOut, Roma_

I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?
I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?
La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “Uno a zero” dimostra di essere intelligente?
Su queste cose non ci può essere ambiguità!!! L’esistenza è battaglia e sosta in terra straniera.

Clic.

E. DA PADOVA Caro C., rispondo alle tue domande:
“I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?”
No. Non mi vergogno del fatto che in polizia ci siano dei coglioni. Non più del fatto che ci siano in Italia. Sono fiero di essere celerino e italiano, nonostante loro!
“I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?”
No. Per questa domanda, oltre a valere la risposta sopra, concedimi anche il beneficio del dubbio. Chi prenderebbe seriamente un tentativo di violenza a una capra malata? Il popolo antagonista non brilla certo per l’attaccamento all’igiene! Non credo a quello che, sicuramente in malafede, sostengono questi personaggi!
“I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?”

Foto di Valentina Perniciaro _la nostra polizia_

Foto di Valentina Perniciaro _la nostra polizia_

No. Pur essendo convinto assertore della totale inutilità di infierire su un manifestante inerme (questo è l’unico sbaglio, sprecare le forze su uno solo), sappi che è impossibile farsi rivelare dal manifestante durante la carica, se è un “povero illuso pacifista” o meno. È inoltre abbastanza difficile, dopo ore di sassaiole subite, magari con fratelli feriti anche gravemente, beccare uno dei personaggi che ti stanno avanti e picchiarli solo un pochettino. Quello che dico è che il povero illuso, visti gli stronzi che stavano con lui, poteva tornarsene a casa invece di manifestarci insieme! Se gli è andato bene fare da scudo per questi delinquenti, allora non si può lamentare di subirne le conseguenze! Che poi qualche collega si sia comportato come un qualsiasi essere umano sotto stress non mi sembra né incomprensibile né disdicevole. Sicuramente qualcuno avrà commesso sbagli. Sai quanti poliziotti c’erano a Genova? Di sicuro non mi vergogno per i loro errori!
“La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “Uno a zero” dimostra di essere intelligente?”
 No. Ma come si dice a Roma, sti cazzi! Hanno messo a ferro e a fuoco una città, rischiando di farci fare una figura di merda a livello internazionale, provocando danni, feriti, spese enormi e si preoccupano della frase di una telefonista? Non mi vergogno per quello che ha detto.
Mi vergogno perché oggi la madre di un teppista imbecille, dimostrando una mancanza di scrupoli e un cinismo degni di una Kapò, è riuscita a
farsi eleggere senatrice della Repubblica; perché un partito italiano ha fatto intitolare un’aula all’imbecille!
Non voglio i soldi di questi politici. Non voglio i soldi da questo governo (e da un altro come questo). A difendermi ci penso da me, con
l’aiuto di Dio e dei fratelli celerini, che mi stanno accanto e non mi tradiscono nel momento del bisogno.

 

Once in the Celere, always in the Celere.

il resto qui: http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/cronaca/g8/parole-celerini/parole-celerini.html

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