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Li abbiamo fatti annegare senza intervenire, “per prudenza”


La notizia che riporta Eunews è di quelle che fa aumentare la frequenza cardiaca:
a me ad esempio avviene proprio che tutto il sangue del corpo mi sale in testa e non riesco a darmi pace.
Non ci riesco.
E questo avviene sempre, ogni qual volta si parla di migranti e mare, di speranze che affogano, di braccia conserte lì ad osservare.
Questa volta non ci serve nemmeno immaginarlo, perché la Guardia Civil non si vergogna a raccontarlo,
nel dettaglio, quel che accadde la mattina del 6 febbraio nello specchio di mare del confine spagnolo a Ceuta.
Ci raccontano che ” per prudenza”, per scampare un “pericolo di collisione con loro”.
Provano a lavarsi le mani raccontando che la pattuglia aveva un mezzo che non consentiva un simile avvicinamento, e quel che ancora fa più male è che al loro arrivo “quasi nessun migrante era ancora in acqua”.
Quella mattina i mezzi usati sono stati proiettili di gomma e lacrimogeni, ma nessun mezzo adatto al salvataggio di vite umane, nessuna chiamata è stata fatta ad altra struttura organizzativa per recuperare le persone in acqua
… “a causa del gran numero di persone che stavano nuotando si valutò che qualsiasi tipo di manovra andava realizzata con la massima prudenza, restando a una certa distanza da loro che continuavano ad entrare in acqua”. “nessuno è stato visto chiedere aiuto”.
Una voglia pazza di vedere voi chiedere aiuto.

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  1. 1 gennaio 2015 alle 16:25

    Le regalo una parte importante della mia vita sperando che serva ad altri per una vita migliore, più vera e più giusta.

    “LO STRANIERO
    Scoreggerai nella seta, gli dissero al bar quando seppero che avrebbe lasciato il paese per la Svizzera. Lì per lì pensò fosse una specie di augurio, quelli che si fanno agli amici di ferro che probabilmente non vedremo più. Ne parlò col suocero e questi impiegò meno di un secondo per aggiungere: “Altro che seta, se ti va di lusso lo farai sulla paglia! La Svizzera è il paese dei ricchi e dei padroni che apprezzano il silenzio e la mansuetudine dei suoi poveri molto più dei bucolici paesaggi”. Non gli dette peso perché sapeva che non parlava il padre di sua moglie, ma l’ex partigiano che aveva rifiutato al partito la consegna del fucile durante la normalizzazione democratica nella seconda metà degli anni quaranta. Arrivò prima a Chiasso, poi a Lugano e sei mesi dopo lo raggiunsero i figli ancora in età scolastica. Sul lago ha riavviato la famiglia, lavorato onestamente e di gran lena, è diventato nonno e infine, come capita a tutti, morto. Ora che la terza generazione della famiglia si affaccia al mercato del lavoro, quell’augurio di tanti anni fa non è più neanche tale, solo un lontano ricordo di chi era giovane a quel tempo, destinato a scomparire come lacrime nella pioggia quando toccherà a lui passare il testimone. Non c’è seta per chi lavora per vivere, non c’è mai stata né ci sarà. Aveva ragione il nonno!

    Ecco perché tutte le volte che vedo tanti miei fratelli gironzolare per le vie della città, penso alla seta e alla paglia e vorrei fermarli per raccontare loro la storiella del bar nella valle dell’Arno. Ancora non l’ho fatto, forse penalizzato dalla lingua o dal non sapere come loro dicono “scoreggia”. Emigrare per il lavoro è un po’ come andarsene per necessità politiche; in entrambi i casi si lascia il proprio posto di lotta. I padroni come gli avversari politici sono dappertutto e, spesso, hanno anche la stessa divisa. Tanto vale non muoversi e lottare a casa”

  2. 1 gennaio 2015 alle 16:31

    LO STRANIERO

    Scoreggerai nella seta, gli dissero al bar quando seppero che avrebbe lasciato il paese per la Svizzera. Lì per lì pensò fosse una specie di augurio, quelli che si fanno agli amici di ferro che probabilmente non vedremo più. Ne parlò col suocero e questi impiegò meno di un secondo per aggiungere: “Altro che seta, se ti va di lusso lo farai sulla paglia! La Svizzera è il paese dei ricchi e dei padroni che apprezzano il silenzio e la mansuetudine dei suoi poveri molto più dei bucolici paesaggi”. Non gli dette peso perché sapeva che non parlava il padre di sua moglie, ma l’ex partigiano che aveva rifiutato al partito la consegna del fucile durante la normalizzazione democratica nella seconda metà degli anni quaranta. Arrivò prima a Chiasso, poi a Lugano e sei mesi dopo lo raggiunsero i figli ancora in età scolastica. Sul lago ha riavviato la famiglia, lavorato onestamente e di gran lena, è diventato nonno e infine, come capita a tutti, morto. Ora che la terza generazione della famiglia si affaccia al mercato del lavoro, quell’augurio di tanti anni fa non è più neanche tale, solo un lontano ricordo di chi era giovane a quel tempo, destinato a scomparire come lacrime nella pioggia quando toccherà a lui passare il testimone. Non c’è seta per chi lavora per vivere, non c’è mai stata né ci sarà. Aveva ragione il nonno!

    Ecco perché tutte le volte che vedo tanti miei fratelli gironzolare per le vie della città, penso alla seta e alla paglia e vorrei fermarli per raccontare loro la storiella del bar nella valle dell’Arno. Ancora non l’ho fatto, forse penalizzato dalla lingua o dal non sapere come loro dicono “scoreggia”. Emigrare per il lavoro è un po’ come andarsene per necessità politiche; in entrambi i casi si lascia il proprio posto di lotta. I padroni come gli avversari politici sono dappertutto e, spesso, hanno anche la stessa divisa. Tanto vale non muoversi e lottare a casa

  1. 9 dicembre 2014 alle 09:08

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