Archivio

Posts Tagged ‘muro’

Il festival di Sanremo abbraccia i morti di Lampedusa: ce lo potevano risparmiare

12 febbraio 2015 2 commenti

Stiamo parlando dell’ennesima strage che ha inghiottito nel mare blu qualche centinaio di persone.
Il tutto a poche ore dall’inizio dell’ennesimo Festival della canzone italiana di Sanremo: festival che è approdato nel nuovo millennio e nel mondo dei social network con una pagina twitter che probabilmente ha lo stesso ufficio stampa che gestisce l’Expo (quello che due giorni fa ha attribuito il David di Michelangelo a Donatello, come se niente fosse).
Quindi senza ulteriori inutili, sprecate, parole
ecco a voi il tweet che commenta 300 cadaveri ancora non galleggianti di persone senza colpa se non quella di provare a vivere.
Magari liberi. Magari schiavi. Ma vivi.

mi fate schifo.

Due gommoni alla deriva, in mezzo ad un mare di vergogna

11 febbraio 2015 1 commento

Due gommoni vuoti in mezzo al mare.
Due gommoni vuoti in balia delle onde, in pieno inverno.
Due gommoni senza vita, quando invece la vita sopra ci si era accalcata per trovare posto e respiro durante la traversata.
Traversata impossibile, traversata che l’Europa ha deciso di trasformare in una morte quasi certa.

Un’altra strage in mare, un’altra strage di vite che non interessano a nessuno ma che son vite,
son occhi e sorrisi, son fotografie nelle tasche, indirizzi scritti sulla pelle, son soldi nelle mutande, son figli attaccati ai capezzoli, son bambini che han lasciato a terra sorelle o madri,
son persone sì, persone con in tasca il futuro e davanti una morte annunciata, decisa a tavolino, già bella che scritta.
Una morte che non interessa a nessuno, di cui nessuno parlerà, su cui qualcuno speculerà.
Che qualcuno dovrebbe vendicare.

I racconti parlano di un gommone con 200 persone a bordo.
Il gommone galleggia vuoto.
In mezzo al mare, in mezzo ad un mare di vergogna e di complici.

LEGGI:
Morire di freddo
La resistenza di Kobane morirà nel mare?
Altri 500
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Quando si assassina col freddo e col gelo

9 febbraio 2015 2 commenti

Mentre tutti postate fotografie di come la neve imbianca il vostro quartiere, si muore di freddo.
Si muore di freddo bambini, si muore di freddo donne, si muore di freddo in gravidanza,
in un battello galleggiante in mezzo al nulla.
In mezzo ad un universo di acqua in cui si confida al punto di chiamarlo futuro.

I morti di oggi, assiderati durante una traversata, dopo ore di difficoltà di navigazione a largo di Lampedusa sono stati deliberatamente assassinati dalle scelte europee sui profughi e i richiedenti asilo che salpano dal nord Africa per arrivare in Europa, in questo grande vergognoso lager che è l’Europa.
I 29 morti di oggi non son morti di freddo, ma assassinati dalla scelta di sospendere anche Mare Nostrum,
che almeno le vite le salvava, anche se poi le immetteva in meccanismi repressivi e di privazione di libertà di movimento.

Si muore di freddo, nemmeno affogati, ma di freddo.
Bastava nulla per salvare quelle vite: nulla. Solamente 7 dei 29 son stati trovati morti a bordo quando i soccorsi sono arrivati: gli altri son morti mentre arrivavano verso terra.
Bastava nulla per salvare quelle vite.
Nulla.

LEGGI:
La resistenza di Kobane morirà nel mare?
Altri 500
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Li abbiamo fatti annegare senza intervenire, “per prudenza”

8 dicembre 2014 3 commenti

La notizia che riporta Eunews è di quelle che fa aumentare la frequenza cardiaca:
a me ad esempio avviene proprio che tutto il sangue del corpo mi sale in testa e non riesco a darmi pace.
Non ci riesco.
E questo avviene sempre, ogni qual volta si parla di migranti e mare, di speranze che affogano, di braccia conserte lì ad osservare.
Questa volta non ci serve nemmeno immaginarlo, perché la Guardia Civil non si vergogna a raccontarlo,
nel dettaglio, quel che accadde la mattina del 6 febbraio nello specchio di mare del confine spagnolo a Ceuta.
Ci raccontano che ” per prudenza”, per scampare un “pericolo di collisione con loro”.
Provano a lavarsi le mani raccontando che la pattuglia aveva un mezzo che non consentiva un simile avvicinamento, e quel che ancora fa più male è che al loro arrivo “quasi nessun migrante era ancora in acqua”.
Quella mattina i mezzi usati sono stati proiettili di gomma e lacrimogeni, ma nessun mezzo adatto al salvataggio di vite umane, nessuna chiamata è stata fatta ad altra struttura organizzativa per recuperare le persone in acqua
… “a causa del gran numero di persone che stavano nuotando si valutò che qualsiasi tipo di manovra andava realizzata con la massima prudenza, restando a una certa distanza da loro che continuavano ad entrare in acqua”. “nessuno è stato visto chiedere aiuto”.
Una voglia pazza di vedere voi chiedere aiuto.

Altri 500 corpi a picco nel Mar Mediterrano, uccisi da noi

15 settembre 2014 7 commenti

Il Guardian è il solo giornale che leggo volentieri,
il solo giornale che reputo faccia giornalismo, in tutto il suolo europeo.
Quest’articolo del Guardian oggi lascia senza parole, senza voce, con quella stretta d’odio che dall’aorta si fa tutto il sistema venoso, prima centrale e poi periferico.
Sì mi scorre odio in ogni piccola venuzza quando guardo il nostro mare, son cresciuta guardando le coste della mia terra come un luogo agognato di approdo,
son stufa di veder raccogliere corpi e corpicini, e di sapere che la maggior parte volano a picco verso il fondo,
per non comparire mai più.
Non son mai riuscita a veder quei corpi come corpi annegati, come cadaveri, mai una sola volta.
Ogni fottuta volta ho visto persone, storie, sguardi pieni di parole che avrei voluto ascoltare,
ogni volta ho visto la vita, la speranza di chi scappa senza nulla.

Di quei corpi mi son sempre sentita responsabile,
delle vite colate a picco di quelle persone -migliaia e migliaia di persone- vi reputo responsabili.
Ogni fottuta maledetta volta.
E questa volta il Guardian che, ripeto, non è un giornale qualunque,
ci racconta che queste 500 vite umane son state ammazzate deliberatamente...e chissà quante altre volte è successo.
Sono almeno mille dollari a persona, mille dollari a persona per 500 persone che mai arriveranno:
pagare la propria morte, di propria mano, pagarla cara, pagare con tutto quel che si possiede, con molto di più di tutto quel che si possiede.
Parlo a vanvera, sono l’antigiornalismo in persona perchè manco i fatti riesco a raccontare,
mi son stufata di farlo. Andatevelo a leggere da soli.
Voglio solo urlare, voglio abbracciare uno di quei bambini che parte sottobraccio alla mamma e la vede affogare,
vorrei dirgli qualche parola nella sua lingua, aprirgli la mia casa e la mia vita.
Vorrei poter far qualcosa, vorrei poter far qualcosa…
vorrei prosciugarlo questo maledetto mare per poter far qualcosa per voi…
voi che il mondo non saprà mai che avete un nome,
un luogo di nascita, un colore preferito, un cibo che vi disgusta e uno che vi ricorda l’infanzia.
Vorrei poter far qualcosa e poi leggo queste righe di Nawal e capisco che non posso

Ieri…
Un padre e’ venuto dalla Svezia…
Attendevo l’arrivo del figlio partito dall’Egitto…
Mi seguiva ovunque….
Mi faceva le liste delle persone che dovevano partire in treno…
Ci guardavamo come se lui fosse mio padre e io fossi in una barca forse affondata….
Gli ho detto tuo figlio arrivera’… Era una bugia…
sapevo gia’ che la barca affondata era quella egiziana e non libica….
Sono arrivati i rifugiati che hanno conosciuto i due superstiti ed hanno raccontato tutto….
Io mi sono allontanata..
Le lacrime erano acqua…..
Lui era seduto a terra….
Io avevo ancora 100 biglietti da fare….
Volevo solo scomparire….
Non potevo star vicino…
Dovevo andare……

LEGGI:
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Eurosur: la nuova “fortezza Europa” con droni, satelliti, muri… altro che Grande Fratello!

3 dicembre 2013 5 commenti

Nessun in questo paese sembra accorgersi di certe notizie,
non hanno spazio nemmeno minimo, non creano nè indignazione nè tantomeno un minimo di dibattito,
non arrivo a pensare ad una rivolta o sommossa popolare.

Centro di controllo Eurosur a Varsavia

E’ il silenzio che mi sconcerta, l’incapacità di capire (e siamo i primi, compà!) che il grimaldello è l’immigrazione.
Sono i confini, la segregazione di corpi colpevoli di movimento, la xenofobia che latente e nemmeno troppo silenziosa si intrifula nella nostra quotidianità.
Vivo da 4 mesi in un reparto molto delicato del Bambin Gesù, vi assicuro che nemmeno lì, nemmeno tra mamme si è esenti dal vedere segregazione e xenofobia: la solitudine che vivono le “mamme” straniere, da tutti (DA TUTTI, soprattutto quelli dai santini ovunque e dal pregare senza sosta) isolate, impossibilitate ad avere un aiuto, una traduzione, un sorriso.
Niente: nemmeno lì,
nemmeno in una terapia intensiva neonatale le sovrastrutture anti “diverso” perdono terra sotto i piedi, anzi, si incancreniscono in modo osceno.

Vi lascio quindi con la notizia, in questo articolo di Michele Vollaro, che ringrazio.

Sembra banale e ripetitivo, ma la “Fortezza Europa” si avvicina sempre più a quella società distopica con a capo un Grande Fratello, immaginata da George Orwell in 1984. L’ultimo sviluppo in questo senso è l’entrata in funzione ieri 2 dicembre, primo lunedì del mese, di Eurosur, un sistema che grazie a satelliti, elicotteri e ovviamente droni senza pilota consentirà di ampliare le capacità di monitoraggio delle frontiere dell’Unione Europea da parte dell’attuale Frontex, l’Agenzia incaricata della gestione della cooperazione internazionale lungo i confini esterni degli stati membri dell’UE.
Nei documenti ufficiali, fra gli obiettivi dell’Eurosur viene indicata la riduzione del flusso dei migranti irregolari, oltre alla diminuzione, grazie a delle più vaste operazioni di salvataggio, del numero delle vittime fra chi cerca di giungere in Europa attraversando il Mediterraneo. Altra finalità sarebbe poi quella di consolidare la sicurezza all’interno dell’UE con una sinergia nel constrasto alla criminalità transnazionale, al traffico della droga e delle persone. Come ottenere tutto ciò? Grazie ad un budget iniziale di 244 milioni di euro da utilizzare tra il 2014 ed il 2020, anche se non è escluso che lo stanziamento finanziario venga aumentato in caso di necessità. In ogni caso una cifra di tutto rispetto considerando che è quattro volte le spese sostenute negli ultimi sei anni per tutti i programmi Frontex nel mar Mediterraneo.

un giorno la guerrà finirà ed io tornerò alla mia poesia (di Eva Ziedan)

Ieri il sistema Eurosur è entrato in funzione in Bulgaria, Estonia, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia, cioè intanto in quei paesi le cui frontiere rappresentano il confine “esterno” dell’UE. Gli altri stati membri seguiranno soltanto a partire dal dicembre del prossimo anno, quasi come a dire un regalo di Natale alla volta.

Nonostante sui media italiani – almeno sui principali, i cosiddetti main-stream – non vi sia praticamente traccia della notizia, che invece occupa ampio spazio in Germania e Francia, le critiche al nuovo programma sono state aspre e numerose. Su tutte credo basti il commento di Human Right Watch, che in un comunicato diffuso dal suo ufficio di Berlino ha semplicemente scritto “Eurosur rafforza soltanto il ruolo di Grande Fratello che l’agenzia Frontex porta avanti nella regione del Mediterraneo, sigillando la ‘fortress Europe’ ancora più di quel che già è”.

Un ruolo, quello del grande fratello, che i funzionari di Frontex non rigettano, anche se giustamente (da parte loro) preferiscono mettere l’accento sull’impossibilità di monitorare le frontiere esterne dell’UE nella loro interezza, a meno dell’utilizzo della tenologia più moderna. Lo stesso coordinatore del progetto, Michael Juritsch, ha ammesso che la scelta del nome Eurosur possa essere stata leggermente infortunata: dall’inglese “European surveillance”, il nome ufficiale in italiano è “sistema europeo di sorveglianza delle frontiere”.

“In realtà Eurosur è giusto un quadro normativo – ci tiene a specificare Juritsch all’emittente radiofonica tedesca Deutsche Welle – per rendere disponibili agli stati membri nuovi e differenti strumenti e garantire lo scambio delle informazioni”. 244 milioni di euro in sei anni per garantire l’istituzione di un quadro normativo…
E’ significativo leggere nel regolamento istitutivo di Eurosur, approvato dal Parlamento europeo lo scorso 10 ottobre e poi dodici giorni più tardi dal Consiglio UE, che il compito di Eurosur oltre a “prevenire e combattere l’immigrazione clandestina” sia anche quello di “garantire la protezione e la salvezza della vita dei migranti”.

mare nostrum

Questa frasetta che chiude il primo articolo del regolamento istitutivo di Eurosur illumina infatti ciò che sta succedendo al di là di queste frontiere esterne della nostra cara UE, anche se prima di uscirne vorrei segnalare un altro interessante programma finanziato da Bruxelles, questa volta con poco meno di una ventina di milioni di euro in sette anni.
Traduco soltanto la prima frase della didascalia al video presente sul sito dello Spiegel e le parole del responsabile per progetto ‘Talos’, David Gutierrez Gonzales, al minuto 2:20, più o meno: “Potrebbe portare alla protezione ottimale delle frontiere esterne dell’UE contro fastidiosi flussi di migranti” e “Nella fase di sviluppo del progetto avevamo pensato di aggiungere anche delle armi non-letali, ma l’UE ha detto che in questa fase non è necessario”.

Bene! Le nostre frontiere esterne da ieri quindi sono più sicure grazie alla videosorveglianza con satelliti, droni e robot. Ma ricordiamoci che tutto ciò è stato fatto per salvaguardare la vita dei migranti… Infatti è per questo motivo che in Turchia stanno costruendo un muro lungo il confine con la Siria (e qui bisognerebbe aprire anche una lunga parentesi, perché poco si parla dei negoziati tra Turchia ed Unione Europea riguardo all’armonizzazione delle politiche sull’immigrazione in vista di un futuro ingresso tra gli stati membri o dei finanziamenti europei ad Ankara per costruire in territorio turco nuovi centri di identificazione ed espulsione dei migranti, per evitare che questi arrivino in Europa e possano essere espulsi direttamente prima). Ma torniamo al muro in Turchia, ufficialmente in via di costruzione per evitare che i militanti jihadisti che combattono in Siria contro il regime di Assad possano infiltrarsi nel territorio turco, ma costruito evidentemente per impedire ai cittadini della Siria di fuggire da un conflitto che va avanti da oltre due anni e che avrà ripercussioni negative anche nel dialogo con il popolo curdo, disperso tra i vari paesi che compongono oggi la Mesopotomia.

Ma evidentemente quella dei muri è una tendenza recente, una moda a cui stati e governi ai margini della fortezza Europa sembrano guardare interessati in questa stagione autunno-inverno. Dopo le prime notizie a metà ottobre sul muro turco, infatti, qualche settimana fa si è saputo che lungo la linea di demarcazione tra le enclaves spagnole di Ceuta e di Melilla e il Marocco le autorità di Madrid avevano eretto di nuovo la barriera di filo spinato che era stata tolta una prima volta nel 2007, dopo le proteste per le profonde lesioni che questo filo spinato provocava ai migranti che tentavano la traversata. Come si è saputo? Ah beh, un migrante che cercava di raggiungere Melilla è morto lo scorso 5 novembre dopo aver provato a scavalcare la rete… Una prova evidente che il sistema funziona ed è quindi per questo motivo che ora è il turno del Marocco, che avrebbe intenzione di alzare una rete di filo spinato lunga 450 chilometri lungo la sua frontiera settentrionale con l’Algeria, proprio allo scopo di evitare che i migranti possano provare poi a raggiungere Ceuta e Melilla.

Che altro dire? Videosorveglianze e fili spinati per salvaguardare la vita dei migranti, almeno finché l’Unione Europea non riterrà necessario cominciare a piazzare anche un paio di armi su quei droni e quei robot teleguidati che pattugliano i nostri sacri confini. Poi forse sarà il caso di togliere quella frasetta su “garantire la protezione e la salvezza della vita dei migranti”…

Michele Vollaro

LEGGI:
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli

The Wall, comunità ebraica e solite accuse deliranti: risposta di Roger Waters

2 agosto 2013 4 commenti

Per me è stata un’emozione rara, perché ho iniziato a sentirmi vibrar dentro i bassi di quella grande opera che è The Wall che ero veramente una cucciola ( già ho delirato a riguardo tempo fa 🙂 ),
e non ho mai smesso di farlo; mai mi son staccata da quel disco. Ogni volta che son partita senza ritorno era nel mio zaino, era a tutto volume nelle mie orecchie mentre mio figlio mi cresceva dentro e il giorno della sua nascita, e pochi giorni fa finalmente era là, davanti a me, in tutto il suo immenso spettacolo, con un pancione che saltava a ritmo e il piacere che dilagava nel corpo.

Roger Waters. The Wall, Roma 28 luglio 2013

Roger Waters. The Wall, Roma 28 luglio 2013

Roger Waters e The Wall sono esplosi davanti a me in due splendide ore di spettacolo straordinario
(se solo avessero alzato un po’ il volume!!).
Ha dedicato, senza troppi giri di parole e in un italiano perfetto, la sua tappa e tutta la sua tournè alle vittime del terrorismo degli Stati, tutti, e l’ha fatto con parole dure, dirette, senza mezze misure, come d’altronde le immagini che su quel muro ha rappresentato.
Ha rinnovato la sua maestrìa nel raccontare gli incubi della guerra con gli orrori delle attuali o recentissime , così come quella che uccise suo padre nel 1944 in Italia.
Lui i simboli del potere, del potere di Stato, li ha lanciati tutti dai bombardieri proiettati sul suo muro, così come quelli religiosi: dalle croci alla mezzaluna islamica, dalla stella di Davide al dollaro, alla falce e martello, da MC Donald alla Shell e così via..c
Insomma…
in praticamente 200 date la polemica della comunità ebraica,
che qui a Roma è subito esplosa contro il maiale gonfiabile stracolmo di loghi e simboli, che tra i tanti aveva anche la stella di Davide, la cui rappresentazione a quanto pare significa automaticamente “antisemitismo”,
ha avuto un solo precedente, in Belgio.
E pubblico volentieri la traduzione che circola virale in rete da ieri, della sua risposta a loro,
che non so se perderà tempo a copiaincollarla alla comunità romana, penso abbia di meglio da fare.

Ecco il maiale gonfiabile al centro della polemica: dall’altro lato, tra i tanti loghi e scritte che potete vedere, c’è anche una falce e martello…. ( a dimostrazione dello sproloquio)

oltretutto, come Waters mira a sottolineare, la polemica è probabilmente causata dalla sua adesione alla campagna BDS “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” contro Israele.
Vi lascio alle sue parole, e inevitabilmente a un po’ della sua musica

C’è stato qualche commento su internet, a proposito di The Wall in Belgio, al quale sento di dover dare risposta.Un certo Alon Onfus Asif, israeliano residente in Belgio, è venuto a vedere The Wall in Belgio la scorsa settimana e, essendo un tipo dotato di acuto spirito di osservazione, ha notato una stella di David sul maiale che viene distrutto dal pubblico alla fine dello spettacolo. Dopodiché Alon ha doverosamente filmato il nostro maiale con il proprio telefonino, ha postato il video e ha avvertito il quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Questa storia è stata prontamente ripresa dal sempre vigile Rabbino Abraham Cooper, decano del Simon Wiesenthal Center, e lo sproloquio che ne è seguito, del tutto prevedibile, si può leggere qui:  http://www.algemeiner.com/2013/07/24/massive-pig-balloon-at-roger-waters-concert-features-star-of-david-video/

Spesso ignoro tranquillamente simili attacchi, ma le accuse del rabbino Cooper sono talmente feroci e bigotte da esigere risposta.

Caro rabbino Cooper,

ritengo il Suo sfogo provocatorio e inutile e mi permetto di far notare che può solo ostacolare ogni passo avanti verso la pace e la comprensione tra i popoli. È anche estremamente offensivo per me personalmente, dal momento che mi accusa di essere “antisemita”, di “odiare gli ebrei” e di essere un “filonazista”.
Ho tre cose da specificare al riguardo:

1. L’uso che Lei fa dell’aggettivo “antisemita”

Per prima cosa, Le segnalo una dichiarazione della “Lega Anti Diffamazione”, organizzazione americana il cui scopo dichiarato è quello di difendere dagli attacchi il popolo ebraico e l’Ebrasimo tutto. Recentemente hanno dichiarato: “Pur essendoci augurati che il sig. Waters avrebbe evitato di utilizzare la Stella di David, crediamo di non ravvisarvi alcun intento antisemita.” Ci tengo a precisare che, durante lo spettacolo, utilizzo anche il crocifisso, la mezzaluna con la stella, falce e martello, il logo della Shell, il simbolo di McDonald’s, quello del dollaro e quello della Mercedes.

2. Uno che odia gli ebrei?
Ho molti cari amici ebrei, uno dei quali – aspetto piuttosto interessante – è il nipote del compianto Simon Wiesenthal. Sono orgoglioso di questo legame; Simon Wiesenthal era un grande uomo. Ho anche due nipoti, che amo più della mia vita, la cui madre – mia nuora – è ebrea e di conseguenza, così mi dicono, lo sono anche loro.

3. Nazista?
Non solo mio padre, il secondo tenente Eric Fletcher Waters, è morto in Italia il 18 febbraio 1944 combattendo contro i nazisti, ma io stesso sono cresciuto nell’Inghilterra del dopoguerra, luogo in cui ho ricevuto i più meticolosi insegnamenti sul nazismo e dove non mi è stato risparmiato alcun dettaglio degli orrendi crimini commessi in nome della più folle delle ideologie. Ricordo le amiche di mia madre, Claudette e Maria, ricordo i loro tatuaggi, erano due sopravvissute, due delle fortunate.

Mia madre ha passato tutto il resto della sua vita impegnandosi in politica, per assicurarsi che i nessuno dei suoi figli e i suoi nipoti, che nessun figlio e nessun nipote di chiunque, nero, bianco, gentile, ebreo, latino, asiatico, musulmano, hindu, buddista, ecc. avesse in futuro una spada di Damocle, nella forma del tanto disprezzato credo nazista, sospesa sulla testa.

Da parte mia ho fatto del mio meglio per seguire le orme dei miei genitori. All’età di quasi 70 anni, sull’esempio di mio padre e di mia madre e di tutto ciò che hanno fatto, ho resistito, come meglio ho potuto, in difesa di Signora Libertà.
Lo spettacolo The Wall, da lei attaccato con argomentazioni così deboli, è molte cose: è una riflessione, è un inno alla vita, è ecumenico, umano, amorevole, contro la guerra, anticolonialista, per l’accesso universale al diritto, per la libertà, la cooperazione, il dialogo e la pace, è contro l’autoritarismo, antifascista, antiapartheid, antidogmatico, internazionale nello spirito, musicale e satirico.
Quello che non è: NON E’ ANTISEMITA né FILONAZISTA.

Sono stato spesso oggetto di attacchi da parte della lobby filoisraeliana a causa del mio sostegno al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), cosa che non voglio approfondire in questa sede, chiunque sia interessato può avere accesso al discorso che ho fatto alle Nazioni Unite il 29 novembre dell’anno scorso.
Tuttavia devo dire questo: in una teocrazia effettiva è quasi inevitabile che il simbolo della religione finisca per confondersi con il simbolo dello Stato, in questo caso lo Stato di Israele, uno stato che pratica l’apartheid sia all’interno dei propri confini che nei territori che ha occupato e colonizzato dal 1967.

Piaccia o no, la stella di David rappresenta Israele e le sue politiche ed è legittimamente soggetta a qualsiasi forma di protesta non violenta. Protestare pacificamente contro la politica razzista, interna ed estera, di Israele non è anti-semita. Il suo ragionamento secondo cui, visto che io critico la politica del governo israeliano, dovrei essere associato ai Fratelli musulmani, fa ridere ed è, nuovamente, un’offesa personale. Ho passato tutta la mia vita adulta sostenendo la separazione tra chiesa e stato.

Ad ogni replica di The Wall, in qualunque Paese ci troviamo, invito 20 veterani nel backstage durante l’intervallo per incontrarci, scambiare strette di mano, auguri e ricordi. Durante uno spettacolo, circa un anno fa, un vecchio veterano, del tempo del Vietnam a occhio e croce, mi ha fissato, mi ha bloccato mentre uscivo, mi ha porto la mano, che ho afferrato, e non mi lasciava andare, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “Tuo padre sarebbe fiero di te”. Le lacrime mi bruciano gli occhi.
The Wall sta raggiungendo anche Lei e tutti gli altri rabbini Cooper che ci sono là fuori.
Venga a vedere lo spettacolo!
Con amore

Roger

P.S.
Per mettere tutto nella giusta prospettiva: il maiale gonfiabile che ha tanto offeso il giovane Alon è apparso in ogni replica di The Wall a partire da settembre 2010, parliamo di circa 193 spettacoli, e la Sua è la prima lamentela. Inoltre, il maiale in questione rappresenta il Male, e più precisamente il male del governo che sbaglia. Regaliamo al pubblico questo simbolo di repressione alla fine di ogni spettacolo e la gente fa sempre la cosa giusta. Lo distrugge.

Dalla Palestina: La strada verso la liberazione

1 dicembre 2012 5 commenti

Pubblico volentieri questo comunicato del movimento dei giovani palestinesi, di cui vi consiglio di seguire il sito (QUI), di commento al riconoscimento della Palestina come stato osservatore, non membro.
Ieri, a caldo, il mio solo commento è stata la pubblicazione di una foto, che trovo geniale, su quello che è la Palestina, anche secondo le Nazioni Unite.
Un arcipelago.
Un arcipelago in mezzo alla terra.https://baruda.files.wordpress.com/2012/11/405531_10150501961987134_471720244_n.jpg?w=595
Un ammasso di piccole isolette prive anche solo della speranza di una continuità territoriale, di autodeterminazione, di libertà di movimento e di poter far rientrare A CASA 7 milioni di profughi,
che non attendono altro dal 1948 o ’67.
Solo quella sarà la Palestina:
quella dove potranno tutti far ritorno,
quella senza muri e colonie,
quella liberata dalla farsa della diplomazia.

Ieri la Palestina è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come Stato osservatore, non membro, alcune voci palestinesi ci ricordano che questa “vittoria” ha più che altro il sapore amaro della sconfitta.

L’iniziativa per la richiesta di riconoscimento dello “stato di Palestina” è stata una imposizione che ha deliberatamente ignorato tutte le critiche interne che ha ricevuto. E’ stata accolta come un nuovo passo nella lunga marcia del nostro popolo verso la realizzazione delle nostre ambizioni politiche. Tuttavia, dobbiamo fermarci e chiederci, quali sono queste ambizioni?
E in che modo questo passo servirà il nostro progetto nazionale?

In un clima politico in cui vi è una mancanza di obiettivi chiaramente definiti, e che è caratterizzato da forte divisione politica, diventa possibile per chiunque autoproclamarsi sedicente portavoce della nostra causa.
Questi autoproclamatisi portavoce hanno approfittato di questo clima politico per screditare tutte le voci di dissenso, arrivando anche ad etichettarli come traditori. In una tale situazione, chi può richiamare questa gente alle proprie responsabilità?

http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTdbHPK1gdXDtrsIuS8mTS9V7xiK0H-mhYYRa2RtKfj-rcQJWeWE’ evidente che queste voci di dissenso, che sono estremamente critiche rispetto all’iniziativa di riconoscimento dello stato, sono state ignorate, scompaginate e frammentate. Ma questo non è dovuto all’irrilevanza delle opposizioni che sono state mosse, piuttosto, è dovuto alla mancanza di opzioni alternative che siano degne degli sforzi di coloro che si sono sacrificati con il loro sangue per la lotta. Ogni battaglia che il nostro popolo ha combattuto è costata un prezzo molto alto, e per questo, la responsabilità ricade su di noi per assicurare che la nostra lotta non sia stata mandata avanti invano e certamente non in favore di una leadership debole e corrotta
La nostra liberazione non sarà mai ottenuta sulla base di normalizzazione con il regime coloniale sionista, piuttosto sarà conquistata con il percorso che è stato scritto con il sangue dei nostri martiri. Riaffermiamo che l’unica strada che ci interessa è il percorso che si dirige in modo esplicito verso la liberazione della nostra terra e il ritorno del nostro popolo in Palestina … Tutta la Palestina.

FINO AL RITORNO E ALLA LIBERAZIONE

Palestinian Youth Movement

Leggi:
– Ma di che stato parlate?
– Comunicato dei giovani palestinesi contro la creazione dello Stato di Palestina
Stato osservatore non membro, o arcipelago?

Da Nena News: Niente da festeggiare

Palestina: “stato osservatore non membro” o arcipelago?

30 novembre 2012 3 commenti

405531_10150501961987134_471720244_n
L’ARCIPELAGO ORIENTALE DELLA PALESTINA
e poco altro da dire.
Continuando a puntare sul “due popoli due stati” questo è il massimo per cui possiamo festeggiare.
Lo stato deve essere uno, per tutti.
Sono impopolare ma è la sola cosa per cui si potrà festeggiare, e per cui dovremmo combattere.

E non può bastare:
GIU’ IL MURO DELL’APARTHEID
PALESTINA LIBERA
Leggi:
– Ma di che stato parlate?
– Comunicato dei giovani palestinesi contro la creazione dello Stato di Palestina

Ovviamente Israele per far capire l’inutilità di tutto ciò ha dato il via libera a 3000 nuovi alloggi illegali nella Palestina Occupata.
L’apartheid, l’occupazione, la distruzione della continuità territoriale non si vincono con le poltroncine simboliche.

La Palestina è con voi! Messaggio agli studenti e alle studentesse in lotta

23 novembre 2012 1 commento

Dal sito FreePalestineRoma, che vi consiglio di aggiungere ai vostri preferiti…

In nome di tutte/i le studentesse e gli studenti palestinesi, in particolare gli studenti di Gaza, salutiamo profondamente la vostra lotta in difesa dei legittimi diritti vi informiamo che siamo con voi e le vostre giuste richieste. Siamo certi che riuscirete a raggiungere i vostri nobili obiettivi.

Care compagne e cari compagni,

Crediamo che ogni lotta/mobilitazione studentesca ovunque sia giovi a favore degli studenti nel mondo e riteniamo che gli studenti siano una forza principale per il cambiamento delle nostre società. Per questo motivo i cacciabombardieri sionisti colpiscono in ogni aggressione le scuole e le università delle città palestinesi come sta succedendo in questi giorni a Gaza.
I sionisti pensano che colpire i giovani ed i ragazzi delle scuole e università possa intimorire le generazioni del futuro. Però, noi abbiamo giurato per noi stessi e per gli studenti caduti rinnovando anche a voi in lotta la nostra promessa di non arrenderci o piegarci di fronte alla micidiale macchina repressiva dell’occupante.

Noi, dalla terra della resistenza Palestina, vi chiediamo di resistere e continuare la vostra lotta per:

boicottare la cooperazione accademica tra le vostre università e quelle dello stato d’apartheid israeliano.

* esigere dal vostro governo di fermare lo spreco di danaro pubblico della cooperazione scientifico militare con lo stato d’apartheid israeliano; tali soldi devono andare a favore della scuola pubblica, dell’università e della ricerca.

* creare mezzi d’informazione alternativa nelle scuole e università capaci di informare correttamente sui diritti del movimento studentesco internazionale incluso quel palestinese per smascherare le informazioni mediatiche del potere costituito.

Le vostre ed i vostri compagne/i studenti palestinesi.

23.11.2012
Il fronte d’azione studentesco progressista

Boicotta i prodotti israeliani! Non finanziare l’apartheid e le bombe su Gaza

21 novembre 2012 11 commenti

 

Qualcosa si può fare.
Qualcosa nel nostro piccolo possiamo sempre fare: e son piccoli gesti che dobbiamo trasmettere ai nostri figli, ai nostri amici, ai nostri familiari.
Boicottare i prodotti israeliani è ora più che mai un dovere vero e proprio;
deve diventare un gesto automatico e quotidiano, da collettivizzare e diffondere in ogni luogo,
supermercato, negozio d’abbigliamento, aula universitaria, farmacia.

E’ difficile trovare un elenco di prodotti soddisfacente per costruire una lista completa,
Ma almeno alcune cose impariamole a riconoscere al volo,
come il loro codice a barre, che inizia con 729.
Iniziando a chiedere la provenienza di certi prodotti, a pretendere che il supermercato dove siamo soliti rifornirci non li acquisti proprio.
Si può fare tanto per boicottare l’economia israeliana ed è ora di farlo.
Tutte e tutti,
boicottare in primis tutti i prodotti provenienti dalle colonie (vedi il sito BDS Italia),
tutti quelli con questo codice a barre,
tutte quelle aziende e multinazionali colluse con l’industria israeliana.
E quindi con la loro guerra permanente.
Non finanziate le bombe su Gaza, non finanziate il cemento del Muro dell’Apartheid,
non finanziate le loro divise, i loro anfibi, le pallottole dei loro cecchini,
i cingoli dei loro carriarmati.
BOICOTTA ISRAELE, IN OGNI TUO GESTO.

Da Gaza e Betlemme… aggiornamenti

21 novembre 2012 1 commento

Al settimo giorno di guerra sulla popolazione palestinese,
quando l’elenco dei nomi degli uccisi inizia ad essere insostenibile all’occhio umano e a qualunque stomaco non assassino, vi metto il link della corrispondenza che ho fatto stamattina dai microfoni di Radio Onda Rossa con Gaza.
Sul sito della radio potete trovare anche tutte le altre corrispondenze effettuate nei giorni precedenti con gli altri attivisti, poi costretti ad uscire daalla Striscia di Gaza.
Una breve chiacchierata, che ci racconta l’ultima pesante notte,
dove dal cielo e dal mare Israele ha rovesciato i suoi armamenti.
ASCOLTA

Poi, perché è una cronaca necessaria,
facciamo una zoomata anche sul resto della Palestina, sui Territori Occupati che da giorni sono per le strade a lottare contro l’occupazione militare in solidarietà con le sorelle e i fratelli gazawi: ieri sera erano già tre gli uccisi tra Tulkarem, Nabi Saleh e la zona di Betlemme. Decine e decine gli arresti.
Vi copio il dettagliato resoconto arrivato all’alba da Khaled, un caro compagno di Betlemme

[Leggi anche: Dizionario degli armamenti]

Questa è stata una notte da ‘corri e fuggi’ molto intensa, quindi ecco a voi gli aggiornamenti delle ultime 16 ore di Betlemme:

11:32
Iniziano duri scontri alla Tomba di Rachele tra ragazzi dei campi profughi di Betlemme e forze militari sioniste.

12:17
Gli scontri nella zona della Tomba di Rachele aumentano e le scuole mandano a casa gli studenti.

12:51
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese vestiti con Kefieh rosse provano ad infiltrarsi tra i ragazzi che fronteggiano i soldati sionisti vicino al campo profughi Aida senza successo.

13:13
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese prova ad infiltrarsi tra i ragazzi che si scontrano con l’esercito sionista nella zona del cimitero vicino alla Tomba di Rachele.

14:08
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di violenza e l’esercito israeliano ricorre all’uso di pallottole rivestite di gomma contro i ragazzi che li fronteggiano.

14:16
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la base militare della colonia di Etzion a sud di Betlemme.

14:20
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la colonia di Gilo a nord di Betlemme.

16:09
Le forze sioniste arrestano Ahmad Zawahre dalla zona della Tomba di Rachele.

17:36
Le forze sioniste arrestano 3 ragazzi durante gli scontri alla Tomba di Rachele.

19:49
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di un sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.

20:24
Le forze sioniste arrestano Hamze Shoke durante gli scontri alla Tomba di Rachele.

20:29
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di altro sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.

20:36
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona di Husan a sud di Betlemme ferendo un colono.

20:38
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona della colonia di Etzion a sud di Betlemme ferendo dei coloni.

20:48
Le Brigate dei Martiri Al-Aqsa e le Brigate Ahmad Abu El-Rish di Betlemme rivendicano l’operazione contro i veicoli sionisti nelle zone di Husan e Etzion.

20:51
Le forze militari sioniste setacciano la strada 60 a sud di Betlemme.

21:00
Avvistate nella zona di Husan 4 ambulanze, il nemico sionista ammette l’uccisione di una colona, testimoni oculari invece affermano che il numero di morti é superiore.

21:03
Scontri tra ragazzi palestinesi ed un gruppo di soldati sionisti nella zona di Beit Sahour.

21:05
Ferita una colona sionista vicino alla zona di Husan.

21:37
Avvistato un grande numero di pattuglie sioniste ai confini della zona di Husan.

23:00
Le prime notizia di movimenti dell’esercito israeliano nella zona di Betlemme.

23:15
Avvistate 6 pattuglie del nemico sionista davanti al Checkpoint risiedente nella zona di Al-Nashah vicino al campo profughi Dheisheh e al villaggio Al-Khader.

23:16
Avvistate 7 pattuglie del nemico sionista vicino alla zona di Al-E’ebedieh.

23:51
Avvistate 15 pattuglie dell’esercito sionista nella zona di Al-Radi dirette verso il campo profughi Dheisheh.

23:52
La resistenza palestinese a Betlemme rivendica il ferimento di 4 coloni.

24:05
Avvistato un veicolo della polizia israeliana accompagnato da una camionetta militare sionista vicino alla moschea della zona di Al-Khader.

24:58
Avvistato un grande numero di soldati sionisti nella zona di Al-Balua’a e lancio di bombe illuminanti.

00:00
Avvistato l’esercito israeliano nella zona di Al-Doha.

00:01
Avvistate delle pattuglie sioniste che entravano nella zona di Betlemme dalla zona della Tomba di Rachele.

00:02
Notizie sull’apertura di fuoco da parte della resistenza palestinese verso la colonia sionista Gilo dalla zona di Beit Jala.

00:14
Avvistate forze sioniste nel campo profughi Aida.

01:00
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un gruppo di sionisti nella zona Al-Doha.

01:07
L’esercito israeliano setaccia la zona Al-Doha con bombe illuminanti in cerca dei combattenti della resistenza palestinese.

01:32
Rumori di esplosioni nella zona ovest di Betlemme.

02:01
Arresti e colpi di arma da fuoco nella zona di Beit Jala.

02:27
Rumori di bombe assordanti nella zona di Al-Radi.

03:00
L’esercito sionista arresta Murad Al-Khatib dal campo profughi Aida.

03:13
Avvistate delle forze sioniste al campo profughi Dheisheh nella zona del centro Ibdaa e nel vicinato Al-Walajieh.

03:18
Le forze sioniste lanciano bombe stordenti al campo profughi Dheisheh nella zona della moschea grande.

03:19
Un grande numero di forze speciali sioniste fanno irruzione nel campo profughi Aida.

03:22
Le forze sioniste fanno irruzione nella casa dell’ex prigioniero Mohannad Al-Khmour.

03:24
L’esercito sionista fa irruzione nel campo profughi Dheisheh.

03:26
Le forze sioniste si diffondono al campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Walajieh.

03:28
Scoppiano violenti scontri tra ragazzi del campo profughi Dheisheh e forze militari sioniste.

03:33
Le forze sioniste arrestano Ahmad Al-Shobban nel campo profughi Dheisheh e arrivano rinforzi all’esercito.

03:36
Le forze sioniste arrestano Imad Abedrabbo nel campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Muntazah.

03:40
Forze sioniste fanno irruzione in una casa nel Doha vicino alla moschea.

03:44
Le forze sioniste arrestano Fadi Ayyad nel campo profughi Dheisheh.

03:48
L’esercito israeliano fa irruzione nella casa di Saleh Abu Aker nel campo profughi Aida.

03:52
Avvistate forze sioniste nella zona di Al-Doha.

03:53
Le forze sioniste arrestano Karam Nasri nel campo profughi Dheisheh.

03:59
Avvistato un gruppo di forze speciali sioniste nella zona di Al-Doha.

04:00
Le forze sioniste arrestano Khalil Abu Aker dal campo profughi Aida.

04:01
L’esercito sionista si ritira dalla zona della moschea di Al-Doha.

04:16
Avvistate forze sioniste al campo profughi Aida.

04:20
Avvistate forze sioniste vicino al cimitero dei bambini di fronte al campo profughi Azzeh e vicino alla zona del palazzo Murra.

04:21
Le forze sioniste arrestano Ahmad Ewes dal campo profughi Aida.

04:26
Le forze sioniste arrestano Fadi Abu Wasfi dal campo profughi Aida.

04:49
Le forze sioniste arrestano Yahya Sa’adah dalla zona di Jabal Al-Mawaleh.

Ad Aqil Srour, morto per difendere la sua terra e il diritto ad esistere

11 giugno 2012 2 commenti

GRAZIE AL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG

Dal sito del villaggio di Ni’lin

In memoria di un eroe: 5.06.2012 il terzo anniversario dall’assassinio di Aqil Srour

Aqil Srour, un eroe uguale a migliaia di altri, nasce il 24 aprile 1972 e cresce in West Bank nel villaggio di Ni’lin. Sua madre muore quando lui ha solo un anno e sia lui che i suoi 3 fratelli e le sue 2 sorelle crescono con il padre. Durante la prima Intifada, nel 1994, Aqil viene arrestato e condotto in una prigione militare sionista. Il padre morì senza poterlo mai più rincontrare.

Aqil, l’eroe, ha dedicato l’intera vita alla lotta per liberare la Palestina dall’occupazione israeliana, alla sua gente, venendo arrestato in 5 occasioni dalle forze d’occupazione israeliane. La prima volta viene arrestato durante la Prima Intifada e questo arresto l’ha costretto a passare 4 anni in una prigione militare israeliana.  Il suo ultimo arresto è stato durante la lotta contro la costruzione della barriera di segregazione a Ni’lin, iniziata nel 2008, e questa volta ha passato 4 mesi e mezzo in prigione ed stato costretto a pagare una sanzione di 2000 $, una somma enorme per qualsiasi palestinese. Nella sua vita ha trascorso più di 6 anni in prigioni militari come Majeddo, Jalbou, Negeve e Ofer dove è stato soggetto di molteplici brutalità durante gli interrogatori. E’ stato inoltre internato in cella d’isolamento sotto terra nella prigione di Almasqubya, vicino Gerusalemme.

Dopo la Seconda Intifada si è sposato e ha avuto 4 bambin*, la più piccola di loro ha 3 anni e si chiama Ramees.

Mentre il muro di segregazione era in costruzione sulle terre del suo villaggio, la casa di Aqil ha subito diverse brutali incursioni da parte delle forze d’occupazione israeliane.  Suo fratello maggiore con problemi mentali è stato colpito nell’occhio sinistro con un proiettile rivestito di gomma sa non più di 15 metri di distanza il 30 ottobre 2008, mentre i soldati israeliani invadevano il villaggio di Ni’lin. Il comandante dell’esercito israeliano ha ordinato di sparare al fratello di Aqil a distanza ravvicinata mentre lui stava gridando ai soldati chiedendo le motivazioni dell’arresto di Aqil.

Aqil Srour è stato costantemente preso di mira dalle forze occupanti dal primo momento in cui è iniziata la lotta contro la costruzione della barriera a Ni’lin. Gli hanno più volte sparato addosso durante le manifestazioni pacifiche. Solo due settimane prima di essere assassinato aveva riportato ferite dopo essere stato colpito in faccia da un candelotto di lacrimogeno.

Il 5 giugno 2009, Aqil è stato colpito al cuore con un proiettile calibro 0.22, un tipo di munizione considerata illegale dal diritto internazionale, mentre stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni di nome Muhammed Mousa. Muhammed era stato colpito nello stomaco dallo stesso tipo di munizione e quando Aqil ha raggiunto il ragazzo è stato colpito da un cecchino della polizia di frontiera israeliana (Israeli border police). Aqil è morto prima di raggiungere l’ospedale, poco più di due mesi dopo il suo rilascio dalla prigione militare di Ofer. La sua figlia più piccola, Ramees, doveva ancora venire alla luce e lui non l’ha mai potuta conoscere.

Il martire Aqil Srour non ha mai accettato l’umiliazione di vivere sotto la costante occupazione, non è il futuro che voleva per i suoi figli. Uccidendo Aqil le forze di occupazione israeliane hanno anche lasciato crescere dei bambini senza l’amore del padre.

Aqil è sempre stato amato dalla popolazione di Ni’lin ed è sempre stato disposto ad aiutare chi ne aveva bisogno. Vive nella mente e nel cuore dei suoi amici e nella memoria collettiva dell’intero villaggio di Ni’lin. Aqil non verrà mai dimenticato e la sua memoria vivrà a lungo dopo la caduta dell’occupazione.

L’occupazione israeliana pagherà per l’uccisione di innocenti e pacifici manifestanti come Ahmad Mousa, Yousef Amireh, Muhammed Khawaja e Arafat Kawaja che sono stati brutalmente uccisi durante manifestazioni pacifiche a Ni’lin in poco più di un anno. Questi omicidi rafforzeranno la determinazione della popolazione di Ni’lin. La lotta continuerà finchè il muro di segregazione non cadrà e l’occupazione non terminerà.

Palestina : la giornata della terra, immersa nella repressione

30 marzo 2012 4 commenti

Ali,durante la sua scalata del muro della vergogna

Il 30 marzo son più di 40 anni che si festeggia la Giornata della Terra, nella martoriata e occupata terra di Palestina: 42 per la precisione, a ricordare quei sei manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine dello Stato ebraico di Israele durante un corteo contro l’esproprio delle terre in Galilea.
Ogni anno da molti punti dei Territori si tenta una marcia verso Gerusalemme che mai avviene,
ogni anno aumenta la partecipazione e allo stesso tempo il livello di repressione della polizia israeliana, quando non si aggiunge anche quella palestinese,
come oggi al checkpoint di Betlemme, dove ero io dieci anni fa.
Manifestazioni in tutta la Palestina, che solo a Qalandia, villaggio simbolo dell’assedio di cemento ed Apartheid che è il muro di separazione voluto da Ariel Sharon, hanno visto più di cento feriti negli scontri con le forze di sicurezza e l’esercito israeliano: tra i trasportati con urgenza all’ospedale di Ramallah c’è anche Mustafa Barghouti, colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno.
Proprio dal campo profughi di Dheisheh, quello che ha ospitato me nella mia ormai lontanissima avventura palestinese, s’è spostato Ali Arafa che potete vedere in questa foto, mentre con la bandiera palestinese sfida il muro che dieci anni fa non esisteva e che nemmeno riesco ad immaginare.
Ali orgogliosamente ha continuato a scalare il muro, che chissà da quanto sognava di farlo,
portando il vessillo della sua terra meravigliosa, occupata ma resistente ed orgogliosa.

Poco dopo è stato colpito alla testa ed ora le sue condizioni sono gravi.
Era di Gaza invece Mahmut Zakut, di soli 20anni, ed è rimasto ucciso in una manifestazione a Beit Hanun, nella zona settentrionale della Striscia.
Scontri si sono registrati anche al valico di Eretz, con un pesante lancio di gas lacrimogeni e qualche colpo d’arma da fuoco che ha ferito gravemente un altro ragazzo.
Anche alla porta di Damasco della città vecchia di Gerusalemme un tentativo di manifestazione è stato immediatamente sedato, anche con alcuni arresti.

TANTO NON CI SI ARRENDERA’ MAI.
LA PALESTINA RESITE.
IL SIONISMO NON PASSERA’.

Contro segregazione ed Apartheid: ecco i Freedom Riders in Palestina, come negli USA degli anni ’60

15 novembre 2011 2 commenti

I Freedom Riders, nell'America degli anni '60, contro la segregazione razziale

Oggi è toccato ai coloni.
La peggior faccia d’Israele, la più violenta, quella genocidaria e assetata di sangue,
quella che estirpa ulivi, alimenta la devastazione e l’Apartheid, oltre ad uccidere spesso per gioco.

Oggi hanno vissuto una giornata da “palestinesi” almeno per quanto riguarda la libertà di movimento.
Siamo in West Bank, quella che io ho sempre chiamato Territori Occupati, Palestina Occupata: quella terra che a macchia di leopardo vede le metastasi dell’occupazione rosicchiare pezzo pezzo i suoi confini, il suo interno, le sue fonti, i suoi punti fertili.
La terra più triste, più martoriata, più abituata all’Apartheid, ai checkpoint che non permettono spostamenti se non dopo deliranti e incomprensibili ore in attesa di qualche permesso, spesso negato.
La libertà di movimento, nella terra che Israele (quello vero) ha “lasciato” ai Palestinesi, è un diritto dei coloni: loro hanno le loro strade, le loro ferrovie, i loro bus, i loro taxi. Tutto il resto si muove se la mano dell’occupante lascia passare, altrimenti può morire così, ai tornelli metallici che chiudono in gabbie tutti gli incroci di Palestina.

Oggi alcuni attivisti hanno, anzi lo stanno facendo proprio in questi minuti, tentato di usare, occupare, fruire, rallentare la normale circolazione dei bus utilizzati normalmente dai coloni per sportarsi: sono mezzi di trasporto vietati agli arabi, come nei peggiori racconti sud-africani. NO ARAB. Poca differenza col NO BLACKS.

In questi secondi in molti sono ancora su quei mezzi, malgrado i coloni siano scesi velocemente e scomparsi nel nulla lasciando che i bus venissero circondati dalla polizia militare israeliana e dall’esercito: nessuno ha intenzione di scendere.
L’obiettivo è arrivare a Gerusalemme:
qui potete seguire la diretta video,
altrimenti seguite su twitter l’hashtag #FreedomRides
Spero di aver modo di aggiornare tra poco..

STOP APARTHEID – END COLONIZATION – BOICOTT ISRAEL
FREEPALESTINE!

AGGIORNAMENTI: I soldati hanno preso uno dei bus, pieno di attivisti, e lo sta facendo dirigere verso il checkpoint di Hizmeh.
Verranno probabilmente arrestati da un momento all’altro.
Nel frattempo il livestream è saltato, purtroppo
ORE 16.15: Uno ad uno, vengono arrestati dall’esercito israeliano. L’accusa è l’ingresso illegale nello stato d’Israele: un manifesto all’Apartheid!

Della scherma e del boicottaggio allo Stato d’Israele: Sarra Besbes

11 ottobre 2011 7 commenti

Sarra Besbes è una giovane donna tunisina, una delle migliori spadiste africane;
ieri in pedana ai mondiali di scherma di Catania contro un’ avversaria israeliana di nome Noam Mills.
Ha scelto di non gareggiare, ma non di ritirarsi.
Ha deciso volutamente di rimanere ferma e di subire le cinque stoccate che valgono per la sconfitta, perché certo di vittoria non si può parlare.
Una forma di boicottaggio allo stato di Israele, lo stesso che persevera scientificamente nella pulizia etnica della terra di Palestina e nel mantenimento di un regime di Apartheid all’interno dei suoi confini, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Una forma di boicottaggio che deve essere costata molto ad una donna che ha costruito una vita per combattere su quella pedana, e che immobile ha deciso di  lasciare la vittoria a chi, da più di 60 anni, è abituato a vivere in uno Stato che abitualmente infierisce su un corpo disarmato per poi chiamarla vittoria.
على راسي

Ponte Galeria: migranti ed evasioni

26 settembre 2011 4 commenti

PRENDO DA MACERIE, come spesso faccio, per poco tempo purtroppo di seguire tutto e per la totale fiducia in questo sito.
Ai link a fine articolo le due corrispondenze di Radio Onda Rossa di cui si parla qui.

Ma quanta gente è fuggita, in questi mesi, da Ponte Galeria? Noi, che come sa chi ci legge di queste contabilità ne abbiamo tenute spesso, e che tante volte fughe e rivolte le abbiamo seguite da vicino… abbiamo perso il conto. Dopo l’ultima grossa evasione di quindici giorni fa e le proteste della settimana passata, questo pomeriggio un altro gruppone di prigionieri del Cie romano ha tentato la fuga, in massa. Alcuni sono stati bloccati subito, altri ripresi a Fiumicino nelle ore successive e molti altri, invece, sono “uccel di bosco”: non sappiamo precisarvi, per ora, le proporzioni esatte, ma sembra che a varcare i cancelli siano stati almeno in settanta. Sappiamo dirvi, purtroppo, cosa è successo a chi non ce l’ha fatta a scappare: un bel pestaggio collettivo, con feriti e gambe rotte e gente all’ospedale. Prima ancora di ascoltare le due testimonianze raccolte da Radio Onda Rossa che descrivono più nei dettagli la fuga e la repressione, vi invitiamo a riflettere sulla domanda che facevamo all’inizio, ma formulata in un senso più ampio: solo da agosto ad oggi l’esperienza pratica dell’evasione da un Centro – con o senza battaglia con la polizia, con pazienti lavori di seghetto o con la furia della determinazione e del numero – è stata vissuta da centinaia di persone, persone che poi si sono sparpagliate per le nostre città o al di là di qualche altra frontiera europea a rimpolpare le schiere dei senza-documenti a fianco ai quali viviamo ogni giorno. Cosa può succere, allora, quando l’esperienza di essersi ripresi con la lotta la libertà negata diventa un fatto comune e diffuso, sedimentato nei ricordi di un pezzo sempre meno piccolo di città? In che modo questi pezzi di vita, vissuta e raccontata, potranno saldarsi con le rabbie e le lotte a venire? Belle domande che mai avremmo potuto immaginare di formulare prima, alle quali ovviamente non abbiamo risposta.
ASCOLTA LE CORRISPONDENZE DI RADIO ONDA ROSSA: 12

Palestina: ma di che Stato parlate?

21 settembre 2011 8 commenti

Oggi il discorso di Obama faceva un po’ ridere i polli: un uomo bipolare, che ha nominato al-qaeda e Bin Laden tante volte quante Bush nel 2001, che ha parlato della prossima probabile dichiarazione di uno stato palestinese con una superficialità spaventosa e il solito gioco a far sembrare Israele a vivere da 63 anni sotto occupazione.
Era corretto il trend che batteva la rete con #Obamablabla, esploso tra chi digita sulla tastiera dalle terre mediorientali; d’altronde, gli ha detto “volete la pace, allora andate dai vostri assassini, dategli la mano, lasciategli anche tutto il braccio e chiedete scusa”…
Io non sono assolutamente favorevole alla creazione di quella sedia blu con attaccata la bandiera della Palestina: non lo sono perché è ridicolo, perché è il sancire definitivamente una sconfitta. Non credo nella soluzione dei “2 popoli 2 stati” perché non è attuabile in uno stato di occupazione militare, perché non risolve il problema principale del popolo palestinese e della sua storia di lotta, di autodeterminazione e di speranza: il diritto al ritorno dei profughi.
Il diritto al ritorno alle proprie case, ai propri aranceti, al sapore del proprio olio nella cui leggenda son cresciute generazioni su generazioni, nei polverosi campi profughi della Cisgiordania, di Gaza e poi ancora in Giordania, Libano, Siria.
Il diritto al ritorno di tutti coloro che fuggirono di corsa dalle proprie case con le chiavi di casa in tasca, convinti, assolutamente convinti (visto che erano passati per secoli di occupazioni, crociate e quant’altro) che avrebbero riaperto quella porta molto presto.
Io credo che se non vogliamo prenderci per il culo dopo sessant’anni, tutti quei bambini che ho conosciuto per i campi di mezzo medioriente hanno il sacrosanto diritto di sapere, finalmente, qual è il sapore delle arance di casa loro.
Riconoscere uno stato di Palestina all’interno dei confini del 1967 non vuol dire sancire il diritto di Israele ad esistere come stato (non mi sembra ci sia ulteriore bisogno di farlo) ma far passare alla storia che ciò che si occupa militarmente per 63 anni è proprio, che la pulizia etnica e la continua pianificazione dell’assassinio di un popolo sono le basi possibili per la creazione di un’entità nazionale.
E poi: i coloni? dove li mettiamo? soprattutto alla luce dell’ondata di violenze di questi giorni in West Bank… che ci facciamo con coloni e insediamenti??
Non sarò mai favorevole a due popoli per due stati: lo stato deve essere uno, per tutti.

LEGGI  IL COMUNICATO DEL MOVIMENTO DEI GIOVANI PALESTINESI CONTRO LA CREAZIONE DELLO STATO DI PALESTINA

Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE

18 settembre 2011 10 commenti

Ottimo, importante, coraggioso, pienamente condivisibile.
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!


NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.

Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba  del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partener arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.

Il fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.

Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza,  dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.

Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.

Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.
PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

Israele e la vendetta del cemento dopo la strage di Itamar

13 marzo 2011 1 commento

Lo stato di Israele, se volesse bene al suo popolo prenderebbe altre misure, e invece…
ieri nell’insediamento israeliano di Itamar, situato nei territori occupati vicino Nablus, cinque persone sono state uccise, di cui tre bambini, da un uomo (ora si parla di due) che è riuscito ad infiltrarsi nella colonia e poi nella loro abitazione, per dileguarsi dopo aver pugnalato a morte cinque degli otto membri della famiglia Fogel. Un gesto efferato, che ha lanciato nel panico i coloni: i peggiori elementi presenti sul pianeta terra, assassini matricolati, integralisti dell’occupazione militare e del genocidio del diverso, l’arabo palestinese in questo caso.

Davanti ad una simile strage, dove la vittima più piccola ha appena tre mesi di vita, anch’essa pugnalata nel sonno in piena notte, si dovrebbe parlare di smantellamento delle colonie illegali, di fine dell’occupazione della Cisgiordania… di tanto dovrebbe parlare il governo israeliano e invece: stamattina alle 7 è partita l’autorizzazione per la costruzione di 500 nuove unità abitative.Un’intera notte in riunione straordinaria per i vertici politici e militari d’Israele della Commissione interministeriale per la politica di iinsediamento: «Il consiglio ministeriale con delega per gli insediamenti ha deciso ieri di autorizzare la costruzione di alcune centinaia di unità abitative a Gush Etzion, Maale Adumin, Ariel e Kyriat Sefer», è stato il verdetto finale. La vendetta è stuprare ancora quel territorio, riempirlo di case spesso sfitte per secoli o abitate da maledetti coloni armati fino ai denti, spesso milizie organizzati delle tante organizzazioni xenofobe  che teorizzano l’eliminazione del popolo palestinese.

 

Palestina: i “Fiati sprecati” a Bil’in

25 gennaio 2011 Lascia un commento

Morire in Palestina, una giornata particolare di normale quotidianità

I Fiati Sprecati alla manifestazione contro il muro a Bil’in, 31 dicembre 2010

Vista la diffusione rapida di video ed anche di informazioni poco chiare o addirittura errate sulla manifestazione del 31/12/2010 a Bil’in, vogliamo raccontare quella che è stata la nostra esperienza diretta.

Il 31 dicembre eravamo a Bil’in per la consueta manifestazione dei Comitati popolari di resistenza non violenta. Dal 2005, per reagire alla costruzione del muro che sta divorando i terreni agricoli del villaggio di Bil’in con l’obiettivo di permettere l’espansione della vicina colonia israeliana, centinaia di persone, palestinesi, internazionali e israeliani contrari all’occupazione, si ritrovano ogni venerdì per manifestare contro questo muro dell’apartheid e contro gli insediamenti che Israele continua a costruire sottraendo terre alla Palestina. Sapevamo dei rischi che potevamo correre partecipando a questa manifestazione, ci avevano raccontato dei lacrimogeni e dei gas dell’esercito israeliano, ma volevamo portare la nostra solidarietà, attraverso la musica, alla popolazione di questo villaggio. Da Ramallah siamo saliti su un pulmino in direzione Bil’in. A circa 2 Km dal villaggio di Bil’in abbiamo trovato le camionette dell’esercito che bloccavano la strada.

In Palestina funziona così: l’esercito israeliano arriva, dichiara un pezzo di territorio Palestinese “area militare chiusa” e lo militarizza. Quel giorno il motivo dell’appostamento era bloccare le vie d’accesso alla manifestazione (addirittura era stato chiuso il check point di Kalandia, unica via d’accesso per la West Bank e Ramallah per chi proviene da Gerusalemme e passaggio obbligatorio per i palestinesi autorizzati che devono raggiungere i loro territori). Non ci siamo fatti scoraggiare, siamo scesi dal pulmino e ci siamo incamminati nei campi di ulivi per raggiungere Bil’in. Abbiamo trovato un villaggio ingabbiato tra mura, insediamenti e recinzioni. Lo Stato di Israele, sta annettendosi le terre di Bil’in per la costruzione della Barriera di Separazione e l’ampliamento degli insediamenti dei coloni; distrugge le proprietà degli abitanti di questo villaggio ogni giorno di più, e li confina in una prigione a cielo aperto. Gli abitanti cercano di resistere e di far continuare ad esistere il loro villaggio. Lottano per salvaguardare la loro terra, i loro uliveti, le loro risorse e la loro libertà.

Il breve percorso della manifestazione, che si diparte dalla moschea, percorre una stradina in discesa circondata dai secolari uliveti palestinesi. Scendendo per la stradina, di fronte a noi, dove la strada risale, il reticolato della barriera e i militari con giubbotti antiproiettile, caschi, fucili, lancia lacrimogeni e blindati.
Una strada divisa a metà, da una parte della collina i palestinesi, dall’altra l’esercito schierato a 50 metri di distanza dai manifestanti e comunque al di là della loro stessa linea di confine a tutela della colonia. Alcuni ragazzi hanno tagliato un pezzo di recinzione e lo hanno messo a terra di fronte ai soldati come a dire “è roba vostra, riprendetevela, riportatela a casa vostra”. Un gesto simbolico di liberazione della propria terra dall’occupazione.
L’esercito spara lacrimogeni ad altezza uomo mirando direttamente ai manifestanti. Delle palle nere di 8 centimetri di diametro con attaccato un cilindro in metallo. Alcune persone sono colpite e sono portate in ospedale. I lacrimogeni israeliani se centrano organi vitali, per il metallo con cui sono fatti, possono uccidere.

A Bil’in il 31 dicembre una donna si è ritrovata avvolta dal fumo dei lacrimogeni. E’ stata portata all’ospedale di Ramallah dove è morta durante la notte per asfissia polmonare dovuta ai componenti tossici presenti nel gas lacrimogeno usato dai militari israeliani. Si chiamava Jawaher Abu Rahmah. Era sorella di Bassem Abu Rahmah, morto nell’aprile del 2009, colpito all’addome da un lacrimogeno sparato dai soldati israeliani. Il contrasto è evidente. Da una parte i Palestinesi armati solo del loro desiderio di libertà e qualche sasso, dall’altra gli Israeliani armati fino ai denti.
Abbiamo cominciato a suonare, il nostro muro del suono avanzava verso l’esercito. Quasi subito è arrivata una scarica di lacrimogeni e di proiettili di gomma. Ci siamo ritrovati avvolti nel fumo, con il respiro bloccato. La tosse ci dava convulsioni, voglia di vomitare. Non si riusciva a vedere niente e gli occhi bruciavano e non riuscivamo a tenerli aperti. Qualche palestinese riesce a raggiungere i soldati con una bandiera in mano. Niente di più. Si va avanti così per qualche ora. Alla fine della manifestazione ripercorriamo in salita la stretta stradina in mezzo agli uliveti. Una famiglia di palestinesi con la casa di fronte alla moschea ci invita ad entrare. Ci preparano succo dei pompelmi del loro orto. Suoniamo e cantiamo con loro “Bella ciao”.

La manifestazione di Bil'in del 31 dicembre 2010

Dopo essere stati a Bil’in ci rimane difficile accettare le parole di Saviano che parla di Israele come di uno stato democratico. Centinaia di israeliani hanno manifestato il 1 gennaio a Tel Aviv contro le azioni dei militari a Bil’in e in solidarietà alla famiglia di Jawaher . Molti di loro sono stati arrestati dalla polizia israeliana e portati in carcere. Ci rimane difficile pensare che tutte le nazioni, compresa la nostra sostengano questa indegna occupazione, e il lento massacro di un popolo. Abbiamo visto uno stato che agisce con la violenza, la sopraffazione, che nega ogni rispetto per i diritti umani, che imprigiona le persone anche senza avere un motivo. Uno stato dove non c’è uno stato di diritto, dove vige il libero arbitrio nei confronti dei non-ebrei in barba ad ogni accordo internazionale. Uno stato troppo ricco e troppo armato.
Abbiamo dovuto rivedere le nostre idee su una pace fatta di mani israeliane e palestinesi che si stringono, per non parlare poi dei tavoli degli accordi internazionali. Se Israele non smetterà di occupare la Palestina ogni accordo sarà impossibile. Solamente restituendo ai palestinesi la sovranità sulla propria terra e il diritto all’autodeterminazione, intesa come libero governo del territorio e gestione di una propria giustizia e solamente di fronte a due popoli liberi, aventi gli stessi diritti sui propri territori, si potrà cominciare a parlare di pace. Dove continua la sopraffazione e la violenza, dove c’è una forza che si impone con carri armati e soldati ed una che può solo resistere con bandiere e qualche fionda nessuna pace sembra possibile. Per molto meno di quello che succede in Palestina, la comunità internazionale avrebbe reagito inviando eserciti e armamenti, ma non lo fa, e questo pone seri interrogativi. A tal proposito vogliamo ricordare che:

• L’occupazione israeliana della Palestina è condannata dalla risoluzione 242 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1967) e dalle successive (336, 338, 446, 452, …..);
• La costruzione del muro e la conseguente annessione delle terre palestinesi, sono condannate dall’Onu e dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (2004);
• La presenza armata in territorio straniero, come a Bil’in, è una situazione che dovrebbe essere ritenuta illecita dall’Onu e dovrebbe essere perseguibile addirittura con un intervento armatointernazionale (v. Kuwait 1991);
• La prassi dell’Occupazione è una continua violazione degli articoli della quarta Convenzione di Ginevra (1949);
• La repressione armata durante le manifestazioni a Bil’in è vietata da tutte le Corti e le procedure internazionali in quanto viola i diritti umani;
• Tutte le forme di “punizioni collettive” sono punibili secondo la Quarta Convenzione di Ginevra e considerate crimini di guerra dall’Onu.
• Le stesse disposizioni militari israeliane vietano, nel caso di uso di lacrimogeni, di mirare direttamente alle persone.

I Fiati Sprecati – Banda Popolare di strada (Firenze)
Progetto delle bande popolari italiane “MURO DEL SUONO”

LINK:

Foto Fiati Sprecati in Palestina
http://www.flickr.com/photos/murodelsuono/sets/

ALTRI VIDEO



Video Manifestazione a Tel Aviv del 1/01/2011 contro le azioni dell’esercito a Bil’in il 31/12/10

Palestine: diario per immagini da Freepalestine

16 gennaio 2011 Lascia un commento

Per capodanno una delegazione di Freepalestine si è recata nei Territori occupati dall’esercito israeliano.
Questo un racconto-diario.

Siamo partit* in quattro di Free Palestine Roma ma all’aereoporto di Tel Aviv due di noi sono stati fermati e successivamente rimpatriati con un’espulsione per 5 anni. L’arbitrarietà e l’arroganza con cui questo è avvenuto sono tipici di Israele. La motivazione è stata che una dei due era stata già stata espulsa in aprile (cosa non vera perchè era stata fermata a casa di una signora sotto sgombero, ma aveva ricevuto solo un’ammonizione a stare fuori da quella zona per una settimana ma non un’espulsione) e per lui perchè viaggiavano insieme.

Con una buona dose di incazzatura siamo arrivate nella casa rimasta tagliata fuori dal muro che in quel punto separa la zona di Betlemme da quella di Gerusalemme, tutta la vita degli abitanto di questa casa la famiglia, il lavoro, sono al di là del check point. Questo chech point in 10 gg l’abbiamo passato tantissime volte, mettendoci ore o minuti a discrezione del soldato di guardia. Da una parte si esce a piedi e da una parte in macchina.

Dopo le 10 di sera, dalla parte pedonale, quasi sempre la guardia fa finta di non esserci, così aspetti un’ora chiamando inutilmente prima che qualcuno decida di premere il pulsante che apre il primo tornello e da’ accesso alla zona del metal detector, dove perdi almeno altri 10 minuti perchè continua a suonare e tu non sai più che cazzo devi toglierti .. I palestinesi devono infilare la mano in una gabietta e compare la loro faccia sul monitor della guardia, a noi basta mostrare il passaporto, ci rivestiamo bestemmiando e usciamo dall’altra parte.

Il centro Amal al Mustakbal di Aida Camp funziona bene, la mattina c’è la scuola per i bambini fino a tre anni, il pomeriggio i corsi di dabka (la danza tradizionale che si balla a tutte le età) e inglese per quelli più grandi. Con i soldi raccolti in italia si stanno facendo molti lavori di ristrutturazione e messa a norma, si pagano le bollette, si cerca di dare un rimborso alle volontarie che ci lavorano. Insieme ai bambini facciamo 2 murales

Radio Voce Unita è nata da pochi mesi a Deisheh Camp. Ci lavorano compagni con tanti anni di prigione alle spalle. La loro idea è fare una radio di tutti, lontana dalle influenze dei partiti, ma vicina ai bisogni dei palestinesi. E che dia un apporto culturale alla Palestina di oggi che invece vede sempre più nella religione le uniche risposte alle tante domande disattese. Tutti i venerdì in molti villaggi della Palestina i comitati di resistenza non violenta organizzano manifestazioni e azioni contro il muro che li isola e frammenta. Bil’in, 800 persone, un pezzo di terra rossa e ulivi, pietre, una rete lunga come l’orizzonte, dietro a questa una strada sterrata su cui passano solo mezzi militari, qualche altro centinaio di metri e il muro vero e proprio. Poi dietro ancora, in cima a una cava la colonia di Kiryat Sefer.

Venerdì 31 dicembre è anche il 6° anniversario del comitato del villaggio di Bil’in, la manifestazione si prevede più partecipata, i compagni sono organizzati per tagliare la rete con delle tronchesi. Sulla strada che congiunge Ramallah a Bil’in e altri villaggi, spunta un posto di blocco, un check point volante con tanto di spunzoni in mezzo alla strada per impedire il passaggio. Il nostro taxi viene fermato. Siamo 3 italiane un basco e un palestinese col documento verde (cioè che si può muovere abbastanza liberamente nei territori). Un ventenne con mitra molto più grosso di lui dice che la zona è chiusa per 2 o 3 ore. Non da spiegazioni e non sente ragioni. Proviamo l’altra strada, stessa scena. Niente corteo per noi. .

La manifestazione si è fatta però, con 800 persone, la rete è stata tagliata in alcuni punti. L’esercito ha reagito con lacrimogeni, bombe sonore e gas. A causa delle inalazioni due giorni dopo morirà Jawaher Abu Rahmah, sorella di Bassem, diventato un po’ il simbolo della resistenza di Bil’in, ucciso 2 anni fa da un lacrimogeno ad altà velocità. Siamo state a Bil’in qualche giorno dopo a portare la nostra solidarietà e abbiamo deciso di tornarci per il corteo del venerdì successivo

Il campo profughi di Balata è sempre particolarmente sofferente e segnato dalle numerose incursioni militari che ci sono state negli anni, ha un gran numero di morti ammazzati per mano israeliana di cui molti bambini. Abbiamo incontrato i volontari dell’Happy child wood club e con loro abbiamo immaginato la possibilità di tornare. Nablus rimane una delle città più belle e più accoglienti della Palestina. Consigliamo sempre una visita in questa città resistente circondata dall’alto da sempre più colonie. Sulla strada tra Balata e Nablus l’Autorità Palestinese sta costruendo uno dei più grossi carceri che la storia della Palestina ricorsi. Questo per rendervi l’idea di cosa si respira oggi in quella terra repressa anche da questo. Silwan è un quartiere palestinese di Gerusalemme Est dove ogni giorno ci sono sgomberi e demolizioni per insediare nuove famiglie di israeliani, poi costrette a vivere sotto scorta sotto lo sguardo giustamente ostile dei residenti. Abbiamo incontrato il comitato, che tra i molti problemi ha denunciato una fortissima repressione soprattutto verso i ragazzini che cercano di contrastare l’occupazione.

Abbiamo deciso di tornare a Bil’in il primo venerdi del nuovo anno. La comunità è molto piccola e ruota intorno a due famiglie. Sono tutti molto ospitali e gentili. E sorridono e scherzano nonostante la brutalità esistenziale a cui sono costretti. Cantiamo bella ciao, balliamo, mangiamo i felafel più buoni di tutto il viaggio. Al corteo c’è un sacco di gente, ci sono i comitati delle donne di diversi vilaggi e città. Si arriva come sempre fino alla rete che viene tagliata in alcuni punti. Poi i lacrimogeni, le bombe assordanti, delle palle di ferro che piovono dal cielo cambiando direzione grosse come un pugno che sprigionano gas, e un idrante tutto bianco che spara per centinaia di metri un liquido nauseabondo che fa immediatamente vomitare, liquido che poi si è rivelato essere acqua di fogna addizionato con agenti chimici. Un venerdì come tutti gli altri negli ultimi 6 anni a Bil’in.

A Mario, dai muri della terra di Palestina

9 gennaio 2011 Lascia un commento

I muri della Palestina sanno cos’è la prigionia…
I muri della terra di Palestina sanno guardare al di là di quello che rinchiudono…
I muri della Palestina stringono con calore tutti i reclusi, tutti i combattenti per la libertà…
I muri della Palestina questa volta salutano Mario…
e i compagni lasciati dall’altra parte della frontiera.

Segui il blog FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG

Grecia-Turchia: THE WALL

7 gennaio 2011 1 commento

La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.

La Grecia conferma le voci che giravano negli ultimi giorni. L’ennesimo scempio sul suolo di questo pianeta, nel Mediterraneo, a pochi passi da casa, nel paese dove “tutto ebbe inizio”. Un altro muro; un altro muro eretto per fermare corpi in movimento, corpi migranti, corpi in cerca di vita e speranze. La conferma viene anche dai numeri, che ora circolano liberamente: sarà un muro lungo 12 kilometri e mezzo, lungo il confine con la Turchia; il tratto più a rischio dei 206 in totale.
Kathimerini, giornale greco, ci dice anche che il Ministero della Protezione del Cittadino inizierà tra poco studi e sondaggi sull’area decisa per il muro: esistenza di proprietà, qualità del suolo, costi della realizzazione e quant’altro. [ci sono agenzie che già parlano di una “fine lavori” a maggio 2011].
Tutto si dovrebbe svolgere su suolo europeo, senza sconfinare in nessun punto nel territorio turco.Non si sa se sarà un reticolato, robusto ed elettrificato, non facilmente danneggiabile: anche se c’è chi parla di una base di cemento e diversi pilastri destinati a reggere il reticolato e gli impianti di video sorveglianza o addirittura di un vero e proprio muro alto tre metri, sulle rive del fiume Martisa, vicino alla città di Orestiada.

Cristos Papoutsis, ministro della Protezione civile ha affermato che Atene deve istallare mezzi di deterrenza all’immigrazione illegale; che non si tratta assolutamente di una misura rivolta contro la Turchia, ma è anzi pensata con l’intento di favorire la collaborazione bilaterale.

Israele: un nuovo muro tra Sinai e Neghev e un campo per migranti, nel centro del nulla…

25 novembre 2010 1 commento

Un paio di giorni fa le agenzie internazionali ci raccontavano dell’inizio della costruzione di un nuovo muro, che seguirà il confine egizio-israeliano per tutti i 240 km complessivi che dividono i due paesi. Ce lo raccontava il ministro israeliano della Difesa, specificando la necessità di una separazione tangibile, fisica, tra i due paesi.
Un muro che non servirà a bloccare kamikaze, come c’hanno raccontato per quello che sventra i territori occupati palestinesi, ma per bloccare tutti coloro che entrano clandestinamente in Israele alla ricerca di lavoro. C’è un afflusso costante di “infiltrati” africani che affrontano il deserto del Sinai e poi quello del Neghev per cercare fortuna nel paese più ricco e sviluppato dello spicchio di mondo di cui parliamo.
Immigrazione clandestina, contrabbando di armi e quant’altro: questo quello che giustificherà l’ennesimo scempio geografico e politico: 270 milioni di euro in cemento armato e filo spinato, per dei lavori che lo stesso governo israeliano pretende “a ritmo serrato”.
Ed oggi infatti di notizia da quel democraticissimo stato ce n’è un’altra: Israele ha annunciato la costruzione di un grande “campo”, da costruire in pieno deserto, dove “raccogliere” gli oltre diecimila migranti clandestini provenienti dal continente africano. I dati che gli apparati di governo stanno facendo circolare parlano di 34.556 clandestini che attualmente vivono nello stato ebraico…

che bella democrazia esiste in Medioriente!

 

Beit Jala, ancora una volta

23 aprile 2010 1 commento

22 Aprile 2010

Oggi a Beit Jalla vicino a Betlemme, cittadini palestinesi con alcuni internazionali hanno dato vita ad una manifestazione di protesta contro il muro dell’apartheid in costruzione in quella zona. Per diverse ore l’esercito ha sdradicato decine di ulivi centenari e buttato giù il portico di una cosa perchè proprio li soergerà la continuazione del muro dell’apartheid. I manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alle case ma i militari li hanno respinti sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono state fermate 6 persone, tra cui 2 italiani, che ora sono nelle mani dell’esercito israeliano. Le accuse sono di violazione di una zona militare chiusa perchè, in maniera simbolica, hanno piantato una bandiera palestinese sul perimetro del futuro muro, dove era appena stata distrutta una parte di una casa di palestinesi.
Ascolta la corrispondenza di Radiondarossa e gli aggiornamenti

Il secondo giorno della V Conferenza Internazionale di Bil’in sulla Resistenza Popolare Palestinese comincia con la brutta notizia del riavvio dei cantieri per la costruzione del muro attorno a Betlemme. Numerosi bulldozer e circa dieci jeep dell’IDF sono entrati a Beit Jalla e Al Walaja per sradicare gli ulivi lungo il tracciato del muro e demolire il cortile di una casa palestinese.
Diversi attivist* internazionali (tra cui alcun* del nostro gruppo) e israeliani sono andati sul posto per portare la solidarieta’ attiva alla famiglia di Beit Jalla e, eludendo la sorveglianza, sono riusciti a rimanere al fianco dei palestinesi mentre procedeva inesorabile la demolizione. I militari israeliani sono intervenuti trascinando brutalmente gli/le attivist* per centinaia di metri, picchiandone e ferendone tre. Due attivisti israeliani sono stati arrestati.
Questa casa e’ stata al centro di un processo completamente falsato dalla giustizia israeliana: il terrazzamento del cortile era stato demolito qualche mese fa e poi ricostruito in seguito alla sospensione del processo stesso. Due giorni fa, il 20 Aprile, il tribunale ha definitivamente autorizzato il governo israeliano a dare inizio ai lavori di costruzione del muro che passera’ a pochi metri dalla casa stessa, isolandola e usurpandone la terra.

Nel frattempo, a pochissimi chilometri da li’ e a pochi metri dalla terra di Abed, nel villaggio palestinese di Al Walaja,altri bulldozer hanno sradicato almeno 50 ulivi e 50 alberi da frutta. Gia’ la settimana scorsa nello stesso villaggio ci sono stati 3 arresti e varie minacce e pestaggi intimidatori da parte dell’esercito; anche stavolta hanno minacciato di arrestare i membri del comitato popolare locale se avessero continuato a protestare contro il muro e la demolizione delle case.

Nel primo pomeriggio, terminati i lavori della conferenza internazionale, altr* attivist* internazionali sono tornat* a Beit Jalla per cercare di raggiungere la famiglia rimasta isolata dalla mattina, rompendo la zona militare chiusa.
Quando siamo giunti sulla strada che conduce alla casa i militari hanno messo di traverso i loro mezzi e steso il filo spinato per impedirci il passo. Abbiamo provato a forzare il blocco in maniera pacifica ma i soldati hanno reagito nervosamente puntando i mitra e minacciandoci con le granate in mano. Ne e’ seguito un tafferuglio e dopo 2 ore di blocco stradale, durante le quali i militari hanno impedito il passaggio di qualsiasi veicolo – compresa un’ambulanza -, un piccolo gruppo e’ riuscito ad aggirare lo schieramento e a raggiungere la famiglia portandogli da mangiare e piantando simbolicamente una bandiera della Palestina. Perche’ questa terra non appartiene alla prepotenza sionista.
Sei persone sono state fermate, ammanettate e portate alla stazione di polizia di Gush Ezion (una delle tante colonie israeliane in Cisgiordania) e stiamo attualmente in attesa della loro liberazione. Nel gruppo ci sono quattro ragazze e due ragazzi, tra questi un compagno e una compagna del nostro gruppo.

In seguito agli arresti i soldati hanno sparato lacrimogeni sul resto dei manifestanti, disperdendoli. Alcuni ragazzi palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre, rovesciando cassonetti, e l’esercito ha sparato alcuni colpi.

WITHOUT YOUR FREEDOM WE’LL NEVER BE FREE
PALESTINA LIBERA

Per gli aggiornamenti seguire Freepalestine ed ascoltare Radio Onda Rossa

Sono passati 8 anni da quando ero per i vicoli di Beit Jala, caricati dall’esercito! Quella terra è dentro di me…
sono stretta ai compagni presenti nei Territori Occupati, stretta stretta a quella terra resistente

Gerusalemme e la “collera”

17 marzo 2010 Lascia un commento

Ieri non ho avuto modo di aggiornare il blog, quindi non ci sono mie righe di commento ai fatti di Gerusalemme e, nemmeno, alla decisione del premier israeliano di accordare la costruzione di nuovi insediamenti, in barba non solo a decine e decine di risoluzioni ONU, ma anche alle direttive statunitensi.
Momento di tensione eccellente quindi, come poche voltre in precedenza: i rapporti diplomatici e politici tra Israele e Stati Uniti hanno preso una bella sprangata sui denti dopo questa decisione unilaterale di Nethanyahu.
Così ieri la popolazione è scesa in piazza, soprattutto a Gerusalemme, in quella che è stata denominata la “giornata della collera”.
Ieri ci sono stati scontri e pestaggi, barricate e sassaiole per la città che non sto qui a raccontare visto anche lo spazio che hanno trovato nei media mainstream.
Scrivo in ritardo di un giorno quindi, solo per ribadire la mia totale vicinanza a quel popolo in lotta, in una lotta che anno dopo anno è sempre più massacrante, estenuante e contro un nemico che fa rimpiangere i “mulini a vento”.
Ieri, oltre alla giornata della collera e dell’ira era anche l’anniversario della morte, dell’assassinio di Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre manifestava pacificamente contro le demolizioni di case palestinesi nella Striscia di Gaza.
Ciao Rachel, sorella di Palestina.

In questa pagina il ricordo che ho fatto lo scorso anno, con stralci delle sue lettere e un po’ di immagini!

UN ANNO DAL GENOCIDIO DI GAZA!

27 dicembre 2009 1 commento

Un giorno da ricordare, malgrado sarebbe bello potersene dimenticare.
Un anno fa il cielo di Gaza, il cielo, il mare, la terra della Striscia di Gaza si coprirono di un’ombra di morte che non li abbandonò per poco più di un mese. Più di 1400 persone se  ne andarono dietro a quell’ombra e fare il conto di quanti bambini sotto i 9 anni ci sono tra quei numeri, fa paura, orrore, dovrebbe far indignare, urlare e combattere.

13 morti, tredici, 13, tredici morti tra gli israeliani!

E invece parlando in giro, guardandosi intorno, si capisce come il ricordo di Gaza sia vago, malgrado 365 giorni non siano così tanti.
Se si sfoglia La Repubblica di oggi è palese quello che l’Italia ricorda: nulla.
Non una riga, non un titolo, niente che ricordi un attacco terroristico legalizzato e prolungato per 34 giorni su una cittadinanza inerme, completamente assediata, privata di qualunque possibilità di vita normale, di riscatto, di lavoro o studio, di una normale costruzione di relazioni personali.
Neanche tutta la sinistra ha il buon gusto di ricordare. Lo fa “il Manifesto”, lo fa “Liberazione”, ma già “Gli Altri” , divenuto da poco settimanale,  non ha avuto il buon gusto di sprecare una sola battuta d’inchiostro a riguardo. Malgrado le migliaia sprecate per cose poco leggibili. Buono a sapersi.

Nessun popolo al mondo vive la situazione di Gaza: nessuno vive con la densità di popolazione presente in quei vicoli sudici. Nessuno è costretto a nascere, crescere, fare figli e vederli morire in una stessa stanza da dividere minimo in 10. Stanza dove non esiste un giorno di intimità, dove non esiste niente di quello che rende una vita “normale”; stanza che poi viene meticolosamente, ripetutamente, abbattuta, bombardata, rasa al suolo.
Una striscia di terra stuprata, un terra di profughi che lì sono stati deportati, trasformati in detenuti a cielo aperto, in essere viventi privati di qualunque libertà, per poi condurre decenni di vita da animali in gabbia, da detenuti senza reato, da bambini dagli occhi profondi che non guarderanno mai più lontano di pochi metri.
Non riesco nemmeno a scriverne lucidamente: nel ricordare quell’operazione si dovrebbero dare dei dati, parlare degli armamenti usati, parlare degli studi fatti poi sui corpi e sul suolo che ci provano la pericolosità costante di chi vive su un territorio ormai completamente contaminato da sostanze chimiche e tossiche, cancerogene e pericolose.
Si dovrebbe parlare degli effetti che fanno i bombardamenti sui bambini, che vuol dire crescere con continue incursioni, in stanze sovraffollate con il cielo carico di cacciabombardieri. Si dovrebbe parlare di quanti aborti spontanei ci sono negli ultimi mesi di gravidanza durante le incursioni, si dovrebbe parlare dei rifugi ONU rasi al suolo poco dopo che avevano comunicato alle forze israeliane di aver accolto manciate di profughi.
Si dovrebbe parlare delle bombe DIME e di come tranciano le vene per lasciarti morire come un carboncino monco, di come il fosforo mangia gli organi interni e lascia i tuoi vestiti intatti.
E ancora, i media internazionali obbligati a rimanere fuori, gli attivisti rimasti dentro infilati in liste nere di gente da far fuori il più velocemente possibile; e poi, quanti bambini trovati morti con un solo colpo di fucile al cuore? Quanti neonati sono stati fotografati trapassati da parte a parte da un solo colpo, preciso, al cuore o in testa?
Le avete viste quelle foto? E come avete fatto a dimenticarle?
Come fate ad essere complici di un simile genocidio, come fate a comprare i prodotti israeliani, come fate a spalmare sulla vostra pelle creme di bellezza israeliane sapendo che la pelle dei bambini di Gaza quando non è lacerata da ferite mortali è incisa da malattie e malformazioni? Come cazzo fate a non sentire il bisogno di fare qualcosa, anche se questo qualcosa fosse solo RICORDARE?
Come fa un settimanale “di sinistra”(oggi ce l’ho con il giornale di Sansonetti come mai prima d’ora) a non pubblicare nemmeno una foto che riporti il pensiero a quei giorni così vicini? Come si fa a rimuovere così?
Come si fa a star fermi? Come si può ancora sopportare?

“Fratello, io credo nel mio popolo errante, carico di catene.
Ho preso le armi perchè un giorno I nostri figli prendano la falce.
Il sangue delle mie ferrite irriga le nostre valli;
Esso ha dei diritti su di te, è il debito che non può più aspettare” – Jalal al-din – 

Fosforo bianco per le strade di Gaza

 

Categoria del blog: OPERAZIONE PIOMBO FUSO 

Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!

Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.

Jamal Juma' nella sua terra violentata

Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:

Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org

I FATTI

Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere

Lettera Pro Forma in italiano:

Cari x, 
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai  difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,

in inglese:

Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.

30 anni dopo: “Look mummy, there’s an aeroplane up in the sky!”

30 novembre 2009 Lascia un commento

Che faccio mi metto a parlare ad un disco?
Vabbhè ma mica è un disco normale, è consentito! Spero…
Non chiamate il 118 (per diversi motivi 😉 ) mentre mi leggete, tanto è una cosa che nella mia vita è successa diverse volte, è un vizietto psicotico che si ripete spesso nelle mie giornate: spesso parlo più con le cose inanimate che con le persone.
Spesso mi trovo a parlare con, non so, le pagine di un libro, le note di Faber, le parole di qualche poeta torturato in qualche cella…
insomma, di persone con cui dialogare se ne trovano tante nei meandri della mia mente.

Oggi mi sono svegliata ed ho letto che proprio tu, oggi, compi 30 anni.
“The Wall” … che ha scandito la mia infanzia, la mia adolescenza, ora anche il mio percorso nel diventare una mamma.
Una mamma che crescerà un bimbo anche con l’aiuto di quella marcia di martelli, anche con quel tritacarne dove infilare vita, anche con quei mattoni che crollano al suolo…
In questi 30 anni, ne parlavamo pochi giorni fa, di muri ne sono nati tanti…
ma quando sento le tue note, quando sento quella canzone, penso che forse un padre l’ho avuto anche io.
Un padre che oggi si chiama “The Wall” e che compie gli anni, un padre che m’ha insegnato tanto.
Così tanto che lo elogio e lo ricordo con una canzone che amo di quel disco-bibbia: MOTHER.

Mother, do you think they’ll drop the bomb? 
Mother, do you think they’ll like this song? 
Mother, do you think they’ll try to break my balls? 
Mother, should I build the wall? 
Mother, should I run for President? 
Mother, should I trust the government? 
Mother, will they put me in the firing line? 
Is it just a waste of time? 

Hush now baby, baby, don’t you cry 
Momma’s gonna make all of your nightmares come true 
Momma’s gonna put all of her fears into you 
Momma’s gonna keep you right here under her wing 
She won’t let you fly, but she might let you sing 
Momma’s will keep Baby cozy and warm 
Oooo Babe 
Oooo Babe 
Ooo Babe, of course Momma’s gonna help build the wall 

Mother, do you think she’s good enough 
For me? 
Mother, do you think she’s dangerous 
To me? 
Mother will she tear your little boy apart? 
Mother, will she break my heart? 

Hush now baby, baby, don’t you cry 
Momma’s gonna check out all your girlfriends for you 
Momma won’t let anyone dirty get through 
Momma’s gonna wait up until you get in 
Momma will always find out where you’ve been 
Momma’s gonna keep Baby healthy and clean 
Oooo Babe 
Oooo Babe 
Ooo Babe, you’ll always be Baby to me 

Mother, did it need to be so high?  

E’ caduto il muro??? A me ne sembrano nati così tanti!!

9 novembre 2009 3 commenti

Ancora ci vengono a raccontare che il muro è caduto, che vent’anni fa siamo diventati più liberi.
Non è caduto un bel niente, non è caduto un bel niente.
La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia … ne vengono alzati di continui, anche su territori in cui sembrerebbe impossibile.
Il muro più alto ora, per noi europei, è eretto al centro del nostro mare, la culla liquida della nostra storia,
oggi cimitero di popoli pieni di speranza, con il futuro nello sguardo e nulla nelle mani.

muro2
1 Torre di osservazione munita di radar e ospitante soldati muniti di equipaggiamento per la visione notturna. 
2 Telecamera a infrarossi; completata da una sorveglianza video costante da palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in tempo reale verso un posto di comando. 
3 Rotoli di filo spinato affilato («razor wire») di 1 metro e 80 di altezza. 
4 Strada asfaltata per i movimenti delle truppe. Fra la strada e il filo spinato, una pista di sabbia permette di conservare le tracce di chiunque tenti di avvicinarsi. 
5 Recinzione metallica alta 3 metri, munita di sensori.
6 Lungo le sezioni considerate da Israele come « ad alto rischio », la recinzione è rimpiazzata da un muro di cemento alto 8 metri.
7 Strada per i veicoli di pattuglia. 
8 Fossato profondo due metri per impedire il passaggio dei veicoli palestinesi.
9 Rotoli di filo spinato affilato e sensori al suolo per individuare ogni movimento prima che venga raggiunta la recinzione.
 Il muro tra Messico e Stati Uniti Il muro tra Messico e Stati Uniti che miete decine di vittime tra coloro che provano ad attraversarlo: è una delle frontiere più lunghe del mondo

 

mauritania_marocco

Tra Marocco e Mauritania: campi minati per km a definire un altro confine illegale

 

sadrcity

Il muro di Sadr City, zona sciita di Baghdad

Altro confine marocchino: questa volta a Ceuta, con la Spagna Questo è il muro di Ceuta, che divide il Marocco dalla Spagna

Purtroppo potrei continuare, continuare a metter foto di altri muri: quelli che esistevano prima del muro di Berlino, come la cortina che divide le due Coree..poi quelli asiatici che cercano di separare i pesanti confitti tra India e Pakistan o nelle zone calde come il Rajastan:
Insomma di muri ce ne sono troppi per poter parlare e far demagogia sull’unico che è caduto.
Poca retorica, poche parole, non mi va fondamentalmente di affrontare alcun discorso su Berlino e la cortina di ferro, non ho voglia di parlare delle polemiche uscite sui giornali di sinistra negli ultimi mesi tra chi (di nostalgici stalinisti ce ne son sempre troppi, purtroppo) ha nostalgia di quel cemento.
Io sono contro i muri, sono contro le frontiere, sono contro i confini, sono contro la segregazione dei popoli regolata da questo cemento..
Un cemento di controllo e repressione, di colonizzazione e imperialismo, di sfruttamento e privazione delle risorse della propria terra.
Il cemento è cemento, ogni volta che si sbriciola è una vittoria per i popoli in lotta, per chi crede nella libertà, 
per chi lotta per l’autodeterminazione!

 

Aqel Srour, l’esercito israeliano e i proiettili nel cuore…

5 giugno 2009 1 commento


Palestine Boy With Flag at Bilin
 Inserito originariamente da Alan Pacetta

Oggi a Nilin, villaggio palestinese situato in Cisgiordania (vicino Ramallah) si stava svolgendo una manifestazione contro il muro della vergogna, il Muro dell’Apartheid come avviene ogni venerdì da diverso tempo, ormai. E’ un appuntamento per chi subisce la segregazione e l’occupazione militare e per tutti gli internazionali che sostengono la popolazione palestinse.

Aqel Srour, era questo il suo nome, aveva 35 anni e durante la manifestazione è stato colpito a morte dall’esercito israeliano con un colpo al cuore. Un ragazzo, un palestinese armato solo di desiderio di libertà e forse di qualche sasso.
Accanto a lui è rimasto ferito anche un ragazzo di 15 anni, anche lui del villaggio.
Lo scorso 17 aprile un altro trentenne è stato freddato in questo modo nel villaggio diventato simbolo delle mobilitazioni contro il muro, Bilin: la mano di chi ha sparato è la stessa dal 1948.
THE WALL MUST FALL! FREE PALESTINE!

OSPITE NON GRADITO: Lieberman tra qualche giorno è a Roma

29 aprile 2009 2 commenti

 

Il neo ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman

Il neo ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman

OSPITE NON GRADITO
Il 4 maggio sarà a Roma  il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman del nuovo governo guidato da Benjamin Netanyahu, leader del partito xenofobo di estrema destra Israel Beitenu.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: