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PALESTINA: Storia di una pulizia etnica (3). Guerre biologiche e i villaggi di Cesarea.

18 novembre 2010 4 commenti

C’è bisogno ora di una reazione forte e brutale. Dobbiamo essere precisi nei tempi, nei luoghi e nei bersagli. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo colpire tutti senza pietà, comprese le donne e i bambini. Altrimenti non sarà una reazione efficace. Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è.”
_Ben Gurion, 1 gennaio 1948_

Furono proprio i nuovi acquisti di armi che permisero alle forze di terra nel febbraio 1948 di estendere le loro operazioni e di agire con maggior efficacia nell’entroterra palestinese. A seguito della disponibilità di queste nuove armi, sopratutto dei nuovi mortai, i villaggi e i quartieri ad alta densità di popolazione furono sottoposti a pesanti bombardamenti. Si può intuire con quanta sicurezza i militari stavano agendo dal fatto che ora l’esercito ebraico poteva produrre le proprie armi di distruzione.
Ben Gurion seguì personalmente l’acquisto di una di queste, particolarmente letale, che sarebbe poi stata usata per appiccare il fuoco ai campi e alle case dei palestinesi: un lanciafiamme.
Un professore di chimica anglo-ebreo, Sasha Goldberg, fu a capo del progetto per l’acquisto e poi per la produzione di quest’arma, prima in un laboratorio di Londra e in seguito a Rehovot, a sud di Tel Aviv, in quello che sarebbe poi diventato l’Istituto Weizmann negli anni Cinquanta. La storia orale della Nakba è piena di prove che testimoniano i terribili effetti di quest’arma sulle persone e sulle cose.
Il progetto lancia-fiamme era parte di un disegno più ampio di sviluppo della guerra biologica diretto dal chimico e fisico Ephram Katzir (divenuto presidente di Israele negli anni Ottanta, per un lapsus rivelò al mondo che lo Stato ebraico era in possesso di armi nucleari).
L’unità biologica che egli diresse insieme al fratello Aharon, cominciò a lavorare seriamente a febbraio. Scopo principale era quello di creare un’arma che accecasse le vittime. Katzir riferì a Ben Gurion: “Stiamo sperimentando sugli animali. I nostri ricercatori indossano maschere anti-gas e attrezzature protettive. Buoni risultati. Gli animali non sono morti (sono stati solo accecati). Possiamo produrre 20 kg al giorno di questa roba.”A giugno, Katzir propose di usarla contro gli esseri umani.

Le operazioni di febbraio, attentamente pianificate dalla Consulta, erano diverse da quelle di dicembre: non erano più sporadiche ma facevano parte di un primo tentativo di collegare la pulizia etnica dei villaggi all’idea di linee di trasporto ebraiche senza ostacoli lungo le principali arterie stradali della Palestina. Tuttavia, a differenza di quanto sarebbe poi accaduto il mese successivo, quando le operazioni avrebbero avuto un nome in codice con obiettivi e territori ben definiti, le direttive rimanevano ora alquanto vaghe.
I primi obiettivi furono tre villaggi nelle vicinanze dell’antica città romana di Cesarea, una città con una storia che risaliva ai Fenici. […]
I tre villaggi furono scelti perché erano una facile preda: non avevano nessuna forma di difesa, né interna né esterna. Il 5 febbraio arrivò l’ordine di occuparli, evacuarli e distruggerli.

QISARYA fu il primo villaggio a essere completamente sgombrato il 5 febbraio 1948. L’espulsione richiese poche ore e fu eseguita in modo così sistematico che le truppe ebraiche condussero la stessa operazione in altri quattro villaggi nello stesso giorno, sempre sotto l’occhio attento delle truppe britanniche che erano appostate nelle vicine stazioni di polizia.
• Il secondo villaggio fu BARRAT QISARYA, con circa 1000 abitanti.

Barrat Qisarya

Ci sono molte foto degli anni Trenta che ritraggono questo pittoresco villaggio su una spiaggia di sabbia presso le rovine della città romana. Fu cancellato in febbraio in un attacco così improvviso e così feroce che gli storici, sia israeliani che palestinesi, usano il termine “misterioso” per indicarne la scomparsa. Oggi una nuova città ebrea, Or Akiva, occupa ogni metro quadrato di questo villaggio distrutto. Alcune case erano ancora in piedi negli anni Settanta, ma furono demolite in tutta fretta quando un’equipe di ricercatori palestinesi cercò di documentare la loro presenza nell’ambito di un più esteso tentativo di ricostruzione del patrimonio palestinese in questa parte del paese.
• Esistono vaghe informazioni anche per il vicino villaggio di KHIRBAT AL-BURJ. Era più piccolo degli altri due e se ne possono ancora intravedere i resti quando si viaggia nella zona a est del vecchio insediamento ebraico di Binyamina L’edificio principale era una taverna degli ottomani, un caravanserraglio, l’unico ad essere ancora in piedi. Chiamato “Burj” -la targa indica che una volta questo era un castello storico-, non c’è menzione del villaggio. Oggi è un noto centro israeliano per mostre, fiere e feste familiari.
• A febbraio le truppe ebraiche arrivarono anche al villaggio di DALIYAT AL-RAWHA, sulla pianura sovrastante la vallata Milq, che collega la costa con Marj Ibn Amir nella Palestina nord-orientale. In arabo, il nome indica “vigneto profumato”, testimonianza degli aromi e delle belle vedute che ancora si godono in questa parte del paese. L’iniziativa dell’attacco venne da Yossef Weitz, che voleva impiegare la nuova fase delle operazioni per liberarsi del villaggio. Aveva puntato gli occhi su quella terra ricca, con abbondanza di fonti d’acqua naturale che alimentavano i fertili campi e vigneti.

“Dobbiamo provare a noi stessi che siamo in grado di prendere l’iniziativa. Dovete far esplodere venti case e uccidere il maggior numero di abitanti possibile” _Yigal Allon, comandante delle Palmach nel Nord del Paese_

Pulizia etnica: Espulsione forzata volta a omogenizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio. Scopo dell’espulsione è causare l’allontanamento del maggior numero possibile di residenti, con tutti i mezzi a disposizione, inclusi quelli non violenti.
_Dizionario Hutchinson_

TUTTO E’ TRATTO DA “LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA”, Ilan Pappe, Fazi Editore 2008
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PALESTINA: Storia di una pulizia etnica (2). I primi villaggi e quartieri urbani

23 ottobre 2010 7 commenti

Pulizia etnica: Espulsione forzata volta a omogenizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio. Scopo dell’espulsione è causare l’allontanamento del maggior numero possibile di residenti, con tutti i mezzi a disposizione, inclusi quelli non violenti.
_Dizionario Hutchinson_

KHISAS era un piccolo villaggio abitato da alcune centinaia di musulmani e da cento cristiani, che convivevano pacificamente in una posizione topografica unica nella parte settentrionale della pianura di Hula, su un terrazzamento naturale ampio circa cento metri. Questa terrazza si era formata nel corso di migliaia di anni a causa del ritiro graduale del lago Hula. I viaggiatori stranieri sceglievano questo villaggio per la bellezza naturale della sua posizione sulle rive del lago e nelle vicinanze del fiume Hasbani. Il 18 dicembre 1947 i soldati ebrei attaccarono il villaggio e nel pieno della notte cominciarono a far saltare in aria delle abitazioni a caso, mentre gli inquilini dormivano. Nell’attacco furono uccise 15 persone tra le quali 5 bambini. L’incidente scosse il corrispondente del New York Times che seguiva da vicino lo sviluppo degli avvenimenti. Andò a chiedere spiegazioni all’Haganà, che all’inizio negò l’operazione. Ma quando il reporter insistette con le domande, alla fine dovette ammetterla. Ben Gurion rilasciò pubbliche scuse in modo teatrale, affermando che l’azione non era stata autorizzata, ma alcuni mesi dopo, in aprile, la incluse in una lista di operazioni riuscite. [New York Times, 20 dicembre 1947 _ Ben Gurion all’esecutivo sionista, 6 aprile 1948]

Membri dell’Haganà “scortano” la popolazione palestinese, fuori dalla città

La nuova politica prendeva di mira anche gli spazi urbani della Palestina, e HAIFA fu scelta come primo obiettivo. E’ interessante che questa città venga individuata dagli storici israeliani tradizionali e dallo storico revisionista Benny Morris come un esempio di genuina buona volontà sionista verso la popolazione locale. Alla fine del 1947 la realtà era già molto diversa. A partire dalla mattina successiva all’adozione della Risoluzione di spartizione, i 75.000 palestinesi della città furono sottoposti a una campagna di terrore istigata congiuntamente dall’Irgun e dall’Haganà. Arrivati soltanto da pochi decenni, i coloni ebrei avevano costruito le loro case più in alto sulla montagna. Quindi abitavano sopra i quartieri arabi e da lì potevano con facilità bombardarli e fare i cecchini. Avevano cominciato a farlo di frequente fin dai primi di dicembre. Usavano anche altri sistemi di intimidazione: i soldati ebrei rotolavano barili pieni di esplosivo ed enormi palle d’acciaio giù nelle aree residenziali arabe e versavano lungo le strade olio misto a carburante, al quale poi davano fuoco. Appena i palestinesi, presi dal panico, correvano fuori di casa per cercare di spegnere qui fiumi di fuoco, venivano colpiti dal fuoco delle mitragliatrici. Nelle aree dove le due comunità intrattenevano ancora delle relazioni, l’Haganà portava a riparare le automobili nei garage palestinesi, le riempivano di esplosivi e detonatori, e così seminavano caos e morte.
Dietro questo genere di assalto c’era un’unità speciale dell’Haganà composta di mistarvim – letteralmente in ebraico ‘diventare arabo’ -, cioè di quegli ebrei che si travestivano da palestinesi. La mente direttiva di queste operazioni era un certo Dani Agmon, che comandava le unità Hashahar. Sul suo sito internet lo storico ufficiale delle Palmach ammise: “I palestinesi di Haifa subirono l’assedio e l’intimidazione da diecembre in avanti”. M il peggio doveva ancora venire. […]

BALAD AL-SHAYKH: luogo di sepoltura dello shaykh Izz al-Din al-Qassam, uno dei leader più venerati e carismatici degli anni trenta, ucciso dagli inglesi nel 1935. La sua tomba è uno dei pochi resti di quel villaggio a circa 10km ad est di Haifa, che esiste ancora oggi.
A un comandante locale, Haim Avinoam, venne ordinato di “circondare il villaggio, uccidere il maggior numero possibile di uomini e danneggiare le proprietà, ma di astenersi dal colpire donne e bambini”. L’attacco ebbe luogo il 31 dicembre e durò tre ore. Si concluse con la morte di oltre 60 palestinesi, non tutti erano uomini. Ma notate bene che in questo caso si faceva ancora distinzione tra uomini e donne: nell’incontro successivo la Consulta decise che per le operazioni future questa distinzione era una complicazione inutile.
Nel momento in cui veniva attaccato Balad al-Shaykh, le unità dell’Haganà di HAIFA testarono il campo con un’azione molto più drastica: entrarono in un quartiere arabo della città, WADI RUSHMIYYA, espulsero gli abitanti e fecero saltare in aria le case. Si può considerare questo come l’inizio ufficiale delle operazioni di pulizia etnica nelle città palestinesi.

“NON BASTA! Non è giunta l’ora di liberarcene? Perché continuare a tenere tra noi quelle spine nel fianco se costituiscono una minaccia?”
_Yossef Weitz, allora capo del Dipartimento per gli insediamenti del Fondo Nazionale Ebraico, come riporta Ben Gurion nel suo diario,
il 31 dicembre 1947_

[“Il trasferimento non serve solo a ridurre la popolazione araba, ma anche a un ulteriore scopo che non è affatto meno importante, e cioè sgomberare la terra che attualmente viene coltivata dagli arabi e liberarla per gli insediamenti ebraici. L’unica soluzione è quella di trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi. Non deve essere risparmiato un solo villaggio o una sola tribù”. Questo è sempre Yossef Weitz,pochi anni prima nel 1940. ]

OGNI ATTACCO DOVRA’ TERMINARE CON L’OCCUPAZIONE, LA DISTRUZIONE E L’ESPULSIONE
_Ben Gurion, citato da Danin, testimonianza per Bar-Zohar, pag.680_

TUTTO E’ TRATTO DA “LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA”, Ilan Pappe, Fazi Editore 2008

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