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Posts Tagged ‘espulsione’

Il festival di Sanremo abbraccia i morti di Lampedusa: ce lo potevano risparmiare

12 febbraio 2015 2 commenti

Stiamo parlando dell’ennesima strage che ha inghiottito nel mare blu qualche centinaio di persone.
Il tutto a poche ore dall’inizio dell’ennesimo Festival della canzone italiana di Sanremo: festival che è approdato nel nuovo millennio e nel mondo dei social network con una pagina twitter che probabilmente ha lo stesso ufficio stampa che gestisce l’Expo (quello che due giorni fa ha attribuito il David di Michelangelo a Donatello, come se niente fosse).
Quindi senza ulteriori inutili, sprecate, parole
ecco a voi il tweet che commenta 300 cadaveri ancora non galleggianti di persone senza colpa se non quella di provare a vivere.
Magari liberi. Magari schiavi. Ma vivi.

mi fate schifo.

Due gommoni alla deriva, in mezzo ad un mare di vergogna

11 febbraio 2015 1 commento

Due gommoni vuoti in mezzo al mare.
Due gommoni vuoti in balia delle onde, in pieno inverno.
Due gommoni senza vita, quando invece la vita sopra ci si era accalcata per trovare posto e respiro durante la traversata.
Traversata impossibile, traversata che l’Europa ha deciso di trasformare in una morte quasi certa.

Un’altra strage in mare, un’altra strage di vite che non interessano a nessuno ma che son vite,
son occhi e sorrisi, son fotografie nelle tasche, indirizzi scritti sulla pelle, son soldi nelle mutande, son figli attaccati ai capezzoli, son bambini che han lasciato a terra sorelle o madri,
son persone sì, persone con in tasca il futuro e davanti una morte annunciata, decisa a tavolino, già bella che scritta.
Una morte che non interessa a nessuno, di cui nessuno parlerà, su cui qualcuno speculerà.
Che qualcuno dovrebbe vendicare.

I racconti parlano di un gommone con 200 persone a bordo.
Il gommone galleggia vuoto.
In mezzo al mare, in mezzo ad un mare di vergogna e di complici.

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Quando si assassina col freddo e col gelo

9 febbraio 2015 2 commenti

Mentre tutti postate fotografie di come la neve imbianca il vostro quartiere, si muore di freddo.
Si muore di freddo bambini, si muore di freddo donne, si muore di freddo in gravidanza,
in un battello galleggiante in mezzo al nulla.
In mezzo ad un universo di acqua in cui si confida al punto di chiamarlo futuro.

I morti di oggi, assiderati durante una traversata, dopo ore di difficoltà di navigazione a largo di Lampedusa sono stati deliberatamente assassinati dalle scelte europee sui profughi e i richiedenti asilo che salpano dal nord Africa per arrivare in Europa, in questo grande vergognoso lager che è l’Europa.
I 29 morti di oggi non son morti di freddo, ma assassinati dalla scelta di sospendere anche Mare Nostrum,
che almeno le vite le salvava, anche se poi le immetteva in meccanismi repressivi e di privazione di libertà di movimento.

Si muore di freddo, nemmeno affogati, ma di freddo.
Bastava nulla per salvare quelle vite: nulla. Solamente 7 dei 29 son stati trovati morti a bordo quando i soccorsi sono arrivati: gli altri son morti mentre arrivavano verso terra.
Bastava nulla per salvare quelle vite.
Nulla.

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Altri 500 corpi a picco nel Mar Mediterrano, uccisi da noi

15 settembre 2014 7 commenti

Il Guardian è il solo giornale che leggo volentieri,
il solo giornale che reputo faccia giornalismo, in tutto il suolo europeo.
Quest’articolo del Guardian oggi lascia senza parole, senza voce, con quella stretta d’odio che dall’aorta si fa tutto il sistema venoso, prima centrale e poi periferico.
Sì mi scorre odio in ogni piccola venuzza quando guardo il nostro mare, son cresciuta guardando le coste della mia terra come un luogo agognato di approdo,
son stufa di veder raccogliere corpi e corpicini, e di sapere che la maggior parte volano a picco verso il fondo,
per non comparire mai più.
Non son mai riuscita a veder quei corpi come corpi annegati, come cadaveri, mai una sola volta.
Ogni fottuta volta ho visto persone, storie, sguardi pieni di parole che avrei voluto ascoltare,
ogni volta ho visto la vita, la speranza di chi scappa senza nulla.

Di quei corpi mi son sempre sentita responsabile,
delle vite colate a picco di quelle persone -migliaia e migliaia di persone- vi reputo responsabili.
Ogni fottuta maledetta volta.
E questa volta il Guardian che, ripeto, non è un giornale qualunque,
ci racconta che queste 500 vite umane son state ammazzate deliberatamente...e chissà quante altre volte è successo.
Sono almeno mille dollari a persona, mille dollari a persona per 500 persone che mai arriveranno:
pagare la propria morte, di propria mano, pagarla cara, pagare con tutto quel che si possiede, con molto di più di tutto quel che si possiede.
Parlo a vanvera, sono l’antigiornalismo in persona perchè manco i fatti riesco a raccontare,
mi son stufata di farlo. Andatevelo a leggere da soli.
Voglio solo urlare, voglio abbracciare uno di quei bambini che parte sottobraccio alla mamma e la vede affogare,
vorrei dirgli qualche parola nella sua lingua, aprirgli la mia casa e la mia vita.
Vorrei poter far qualcosa, vorrei poter far qualcosa…
vorrei prosciugarlo questo maledetto mare per poter far qualcosa per voi…
voi che il mondo non saprà mai che avete un nome,
un luogo di nascita, un colore preferito, un cibo che vi disgusta e uno che vi ricorda l’infanzia.
Vorrei poter far qualcosa e poi leggo queste righe di Nawal e capisco che non posso

Ieri…
Un padre e’ venuto dalla Svezia…
Attendevo l’arrivo del figlio partito dall’Egitto…
Mi seguiva ovunque….
Mi faceva le liste delle persone che dovevano partire in treno…
Ci guardavamo come se lui fosse mio padre e io fossi in una barca forse affondata….
Gli ho detto tuo figlio arrivera’… Era una bugia…
sapevo gia’ che la barca affondata era quella egiziana e non libica….
Sono arrivati i rifugiati che hanno conosciuto i due superstiti ed hanno raccontato tutto….
Io mi sono allontanata..
Le lacrime erano acqua…..
Lui era seduto a terra….
Io avevo ancora 100 biglietti da fare….
Volevo solo scomparire….
Non potevo star vicino…
Dovevo andare……

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Rivolta in corso a Ponte Galeria…

5 settembre 2014 Lascia un commento

Un’estate intera di rivolte, di bocche cucite con ago e filo,
di tentativi spesso autolesionisti per uscire da situazioni kafkiane in cui si trovano i migranti reclusi nei CIE: tante cose si son mosse in questi mesi nel CIE di Ponte Galeria che questo blog non è riuscito a seguire.
Da poco più di un’ora però la situazione sta degenerando: son centinaia i celerini entrati nel centro di identificazione ed espulsione romano,
e le minacce son rivolte soprattutto ha chi ha scelto di rischiare ulteriormente,
raccontando all’esterno quel che accade al di là di quelle sbarre, sbarre per chi non ha commesso alcun reato.
[Ascoltate Ondarossa per le corrispondenze con i migranti reclusi: corrispondenze che appariranno anche sul loro sito]

Gli ultimi aggiornamenti parlavano di un grosso incendio causato dai materassi in fiamme, grazie al quale le celle erano state aperte permettendo a qualcuno di raggiungere il tetto: la celere però è arrivata a centinaia, per cercar di sedare la rivolta e rinchiudere nuovamente tutti dentro le celle.
Seguite gli aggiornamenti su twitter …
#deiCiesoloMacerie #PonteGaleria

Sulle deportazioni di ieri QUI

NO ALLE FRONTIERE
DEI C.I.E. VAN LASCIATE SOLO LE MACERIE.

seguiranno aggiornamenti…

I Cie si devono chiudere: presidio a Ponte Galeria il 26 dicembre

24 dicembre 2013 Lascia un commento

Ieri ho pubblicato le foto delle labbra cucite, mentre avevamo appena letto della cattura di 5 di loro, per una probabile immediata deportazione che poi è avvenuta.
La protesta continua e continuerà fino alla riduzione in macerie di questi lager di Stato.

26 dicembre – Presidio davanti il CIE di Ponte Galeria (Roma)

Dal 21 dicembre, per fermare una deportazione di massa e protestare contro l’internamento, i detenuti del CIE (Centri di Identificazione e di Espulsione) di Ponte Galeria sono in sciopero della fame e 10 di loro hanno scelto di cucirsi le labbra come gesto estremo di protesta. Ieri, 23 dicembre, nonostante le condizioni di salute, almeno 5 ragazzi sono stati prelevati con violenza dalle celle e deportati in fretta: troppo clamore intorno al lager. Nelle stesse ore, dopo il rifiuto dello status da rifugiata, una donna rinchiusa nella sezione femminile tenta il suicidio impiccandosi, solo grazie all’intervento delle sue compagne di cella è ancora in vita. Poco dopo anche le altre donne aderiscono alla protesta: grida di rabbia e qualcosa prende anche fuoco. Circa 100 persone si trovano attualmente rinchiuse nelle gabbie del centro d’identificazione ed espulsione per migranti alle porte di Roma, il CIE di Ponte Galeria. Le condizioni brutali di prigionia nei lager per migranti continuano a sollecitare una tiepida indignazione collettiva cavalcata dai media, che diviene parte di un processo di normalizzazione e riforma del sistema di espulsioni forzate della Fortezza Europa. Spetta a noi qui fuori amplificare la lotta delle persone migranti e dimostrare che nessun@ è sol@ davanti l’oppressione dello Stato. Giovedì 26 dicembre, appuntamento davanti le mura del CIE di Ponte Galeria per un presidio solidale di due ore. Al fianco di chi lotta nei campi d’internamento etnico di Roma, Torino e Bari.

Appuntamento a Stazione Ostiense alle ore 16 per raggiungere insieme il presidio. Appuntamento davanti le mura del CIE alle 17 (stazione Fiera di Roma del treno per Fiumicino)

Tutte e tutti liber*
Chiudere tutti i CIE subito

Nemici e Nemiche delle frontiere

A Ponte Galeria ci si cuce la bocca: I CIE VANNO RIDOTTI IN MACERIE

23 dicembre 2013 2 commenti

Le bocche cucite a Ponte Galeria

In 60 in sciopero della fame, in 9 si chiudono la bocca.
Basta: l’orrore dei CIE deve finire, deve finire immediatamente in macerie.
Chiunque lavora lì dentro, chiunque collabora con cooperative che lì dentro lavorano, chiunque non si mobilita per la distruzione di questi posti è complice dell’abominio costante, compiuto su corpi colpevoli solo di aver scelto una strada,
di essersi mossi liberamente nel mondo, di scegliere altro.

Non esiste solo Lampedusa, i CIE sono nelle nostre città, ci passiamo davanti… e dobbiamo distruggerli.

AGGIORNAMENTI: Questa mattina, 23 dicembre, 5 dei 9 che si son cuciti le labbra sono stati prelevati con la forza dalle gabbie.

DOMENICA 26 DICEMBRE:
PRESIDIO A PONTE GALERIA, LEGGI

Ancora labbra cucite

C’è un CIE nella tua città: distruggilo anche tu!

Ismael riesce a scendere dall’aereo: la lotta paga! Ora lo vogliamo libero, lui e TUTT@

28 settembre 2011 Lascia un commento

Sempre dal sito di Gabriele Dal Grande prendo questo breve testo che ci racconta come sta proseguendo la storia di Ysmael che avevamo raccontato nel posto intitolato “tutti gli Ismael del mondo“: la storia di uno dei tanti detenuti nei Centri di Identificazione ed Espulsione, che però ha dalla sua parte una grande comunità di amici e parenti che stanno lottando per dimostrargli tutta la solidarietà possibile.
Non è solo come molti lo sono, nelle sue stesse condizioni, magari perché arrivati da pochissimo nel nostro paese che per loro è solo sbarre, pestaggi e privazione di praticamente tutto.
Ismaele è stato imbarcato su un aereo per la sua deportazione, che qui hanno l’uso di chiamare “rimpatrio”, ma è riuscito a ribellarsi e a scendere da quell’aereo su suolo ancora italiano, per essere di nuovo rinchiuso nel Cie: questa la sua storia.
Grazie a Gabriele che ce le racconta, e grazie anche al pilota di quel volo!

Ricordate la storia di Ysmael e il presidio dei peruviani sotto il Cie di Torino? Ieri sulla pagina facebook del circolo José Carlos Mariátegui di Torino e’ comparsa la locandina che vedete qua sopra “Lo hanno portato all’aeroporto di Milano come un pacco, ma il pacco ha alzato la voce ribelle e ora e’ di nuovo recluso nelle celle del Cie di Torino“. Gli amici, la sorella e i compagni di partito di Ysmael continuano a manifestargli la loro solidarieta’. Sono le uniche voci, al telefono, a tenergli compagnia nel reparto di isolamento dove e’ ritornato l’altro ieri dopo aver perso l’aereo. Si’ perche’ doveva essere espulso lunedi’ su un volo di linea da Milano a Lima. Ma appena l’hanno caricato sull’aereo ha iniziato a gridare e a dimenarsi nonostante il tentativo di immobilizzarlo degli agenti della scorta. La situazione e’ degenerata al punto che il pilota dell’aereo e’ dovuto intervenire personalmente. Ha chiesto a Ysmael se volesse partire o meno. E alla sua risposta negativa ha ordinato ai poliziotti, come in suo potere, di farlo scendere immediatamente. Adesso Ysmael e’ di nuovo al Cie di Torino, in isolamento. Pronto a fare di tutto per non tornare in Peru’. Perche’ a Torino ha una casa, una sorella e un lavoro onesto. Un lavoro da cui dipende il mantenimento del figlio di sette anni in Peru’ e della ex moglie. Estamos contigo.

TUTTI GLI ISMAEL DEL MONDO!

16 settembre 2011 1 commento

DA MACERIE, sito che vi consiglio di seguire quotidianamente

Poco più di una settimana fa Ismael è incappato in un controllo di polizia e, come succede a tanti altri senza-documenti qui in città, si è ritrovato nel giro di un paio d’ore prigioniero dentro le gabbie del Cie di corso Brunelleschi. Ora è chiuso là dentro, in balìa dell’umore di crocerossini-in-mimetica e di militari, ad aspettare decisioni e contro-decisioni di un qualche giudice di pace affamato di carte. Dalla sua ha la propria determinazione alla resistenza e la compattezza che, grazie anche alle lotte e ai sussulti di queste ultime settimane, si sta creando dietro le sbarre: la grande evasione della settimana passata, proprio per le sue modalità organizzative, dà conto del clima e della complicità che c’è tra i prigionieri.

Ma Ismael, dalla sua parte, ha anche la solidarietà dei suoi vecchi amici e compagni di fuori. Già, perché Ismael è molto conosciuto nei circoli più politicizzati dell’emigrazione peruviana a Torino. E così, i suoi compagni si sono messi in movimento ed han voluto trasformare in cosa pubblica e di lotta un evento che, per tanti altri amici e parenti e vicini di casa dei vari prigionieri di corso Brunelleschi, troppo spesso è vissuto come una sventura privata della quale quasi vergognarsi. «A volte la stessa vita ci fa imparare, più di quello che impariamo per vivere. La lotta ci fa imparare e adesso è il momento di lottare», ha spiegato uno di loro ai microfoni di Radio Blackout, «per i diritti di tutti gli Ismael del mondo». L’imprigionamento di un amico e compagno è l’illuminarsi della realtà che improvvisamente ti fa imparare che quello non è solo il caso suo, ma di tanti altri come lui, reclusi come lui. Un esempio bello e raro di come dovrebbero andare sempre le cose quando la polizia impacchetta e trasporta qualcuno, chiunque, dentro le gabbie per senza-documenti.

E così, per questo sabato 17 settembre, dalle 17,30 in poi, gli amici e i compagni di Ismael organizzano un presidio sotto le mura del Centro, per chiedere la liberazione sua e di tutti gli altri prigionieri.

È la prima volta, a memoria nostra, che una iniziativa davanti a corso Brunelleschi parte direttamente da gente toccata dalla detenzione di un proprio caro e non dalle differenti alleanze di militanti politici italiani o dalle varie generazioni di nemici delle espulsioni (noi compresi, ovviamente) che si sono susseguite in questi anni in città. Non che la lotta contro i Cie abbia visto come protagonisti solo “gli italiani”, al contrario: come sa benissimo chi ci legge tutti i giorni, quando la macchina delle espulsioni ha perso davvero qualche pezzo è stato sempre per la determinazione all’incendio e alla fuga dei reclusi. Il problema è il fuori dei Centri, il “cosa possiamo fare” di chi rischia di finirci o ci è appena uscito: è lì che si determina lo spazio vuoto abitualmente occupato dai militanti italiani o dai nemici dei Cie. Non che niente si sia mosso in questi mesi, anzi: per tutti, la grinta degli egiziani in corso Vinzaglio di giugno scorso, che hanno trasformato le lamentazioni in sommossa, facendo fuggire a gambe levate i militanti politici e lasciando noi piacevolmente stupiti, ma anche spiazzati. Sullo sfondo, la resistenza invisibile di alcuni pezzi di quartieri, coi fischi quando arriva la volante e i portoni che si aprono, o la gente che si mette in mezzo quando i numeri e la situazione lo consentono, o anche solo il ragazzo del mercato che regala la frutta per i senza-documenti prigionieri. Ma là davanti, dove si vede tanto bene cosa può voler dire dipendere da un pezzo di carta, alla fine ci va sempre chi il pezzo di carta, garantito a vita, in tasca ce l’ha.

Una bella novità, dunque, quella di sabato, che aspettavamo di potervi raccontare da molto tempo. E vedremo assieme se sarà feconda e che strada prenderà: quella delle mille mediazioni con i rappresentanti consolari, delle alleanze con i partiti-che-hanno-aperto-i-Centri e ora si nascondono dietro un dito, della ricerca spasmodica di una presa di posizione da parte di chi ha le mani sulle leve del potere, qui o sulle Ande; oppure quella della compliticità fattiva con chi lotta dentro, del mettersi in mezzo quando escono le camionette dei deportati, del provare a stoppare i voli dei rimpatri, del bloccare pezzi pur piccoli di città per costringerla a guardare cosa succede dentro a quelle maledette gabbie.

macerie @ Settembre 15, 2011

Ancora pestaggi al CIE di Ponte Galeria, e scoppia la rivolta

1 agosto 2011 4 commenti

DA FORTRESSEUROPE

È da poco passata la mezzanotte al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Tre detenuti tentano la fuga. La polizia li trova. E li massacra di botte agli ordini di una ispettrice che ha deciso di fare la dura. Qualcuno però assiste alla scena. E indignato, sparge la voce tra i reclusi dell’area maschile. Scoppia la rivolta. I detenuti rifiutano di rientrare nelle camerate, la polizia in tenuta antisommossa fuori dalla gabbia minaccia di sfondare. Dentro si armano di pietre per difendersi e danno alle fiamme alcuni materassi. Intanto noi, da fuori, grazie a fonti fidate all’interno del Cie, seguiamo per tutta la notte gli sviluppi della rivolta. Leggete come è andata a finire. E se anche a voi sembra che non sia una roba normale, chiamate il centralino di Ponte Galeria allo 06.65854224. Facciamogli sentire che hanno gli occhi addosso.

Ore 00:47
La polizia sta picchiando 4 algerini al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Li hanno presi un’ora fa mentre tentavano di scappare. Secondo alcuni testimoni li avrebbero pestati malamente. Gli altri reclusi del settore maschile stanno protestando fuori dalle camerate, si sono disposti davanti all’entrata della gabbia e impediscono l’ingresso della polizia che a quest’ora di solito li chiude a chiave nelle sezioni. Rifiutano di rientrare nelle camerate fino a quando non avranno visto in che condizioni hanno ridotto i quattro, che si trovano ancora isolati nella stanza dove sarebbero stati picchiati.

Ore 01:17
I reclusi continuano a rifiutare di rientrare nelle camerate e rimangono concentrati di fronte al cancello della gabbia. Di là dalla rete sono schierate le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Una ventina di militari e una trentina di agenti tra polizia e finanza, pronti a intervenire per far rientrare la protesta. I quattro algerini sono ancora rinchiusi nella stanza dove sarebbero stati picchiati. Si tratta di quattro algerini sbarcati a Lampedusa nelle settimane scorse e provenienti dalla Libia. Alla protesta partecipano anche gli egiziani presi dalla polizia durante la retata del 27 luglio ai mercati generali agroalimentari di Roma, a Guidonia-Montecelio, che ha portato alla reclusione di 16 lavoratori egiziani senza contratto. Non partecipano invece, per evidenti ragioni, i due reclusi ancora rinchiusi in isolamento, ormai da più di un mese, uno dei quali in sciopero della fame dal 22 luglio scorso.

Ore 01:33
Spunta un testimone oculare. I quattro fuggitivi sono stati bloccati in due posti diversi. Tre di loro sono stati immobilizzati davanti alla gabbia dell’area femminile. Secondo il racconto della nostra fonte, inizialmente gli agenti li hanno immobilizzati a terra e gli hanno ammanettato i polsi dietro la schiena. Fin lì tutto tranquillo, poi è arrivata sul posto un’ispettrice di polizia, che ha iniziato a prenderli a calci mentre erano già immobilizzati a terra, per poi schiacciargli la faccia al suolo sotto le suole degli stivali. A quel punto le detenute hanno iniziato a gridare e l’ispettrice ha dato ordine ai suoi uomini di portare via i tre, all’interno degli uffici.

Ore 01:54
Si prepara la rivolta. La polizia ha portato davanti al cancello i quattro algerini per farli rientrare nelle sezioni e ha chiesto ai reclusi di spostarsi dal cancello per lasciarli entrare e poterli rinchiudere nelle aree. Ma la reazione alla vista dei quattro è stata fortissima. Secondo testimoni oculari i quattro algerini sarebbero in brutte condizioni dopo il pestaggio subito. Dentro la gabbia si prepara la rivolta. Un gruppo di reclusi è riuscito a rompere due ferri della gabbia e ad aprirsi un varco per raggiungere un terreno vicino al muro di cinta dove prendere delle pietre con cui armarsi per difendersi nel caso in cui i trenta agenti in tenuta antisommossa dovessero entrare con la forza e picchiare i reclusi. Intanto uno dei detenuti si è tagliato con un ferro il braccio e la caviglia.

Ore 02:07
Secondo una nostra fonte, alla base della rivolta in corso al Cie di Roma, oltre al pestaggio dei quattro algerini di stasera, ci sarebbe una violenta espulsione avvenuta questa mattina. Si tratta di un cittadino tunisino, Monji, residente a Milano da 20 anni, con la moglie e due bambini, preso di forza dal letto mentre ancora dormiva questa mattina all’alba e portato via legato con lo scotch dopo che opponeva resistenza. Il signore in questione aveva già scontato nel Cie di Roma 5 mesi e 25 giorni di reclusione e sarebbe dovuto uscire dopo cinque giorni. La moglie, da Milano, gli aveva già inviato i soldi con Western Union per comprare il biglietto del treno per ritornare dalla sua famiglia in Lombardia. Secondo la nostre fonte questa sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento in cui tutti i reclusi si sentono spaventati dalla nuova legge in discussione al Senato, che porta a 18 mesi il limite massimo di detenzione nei Cie

Ore 02:28
I reclusi continuano a gridare e a sbattere contro i ferri della gabbia. Gli agenti, in tenuta antisommossa non sono ancora entrati, anche perchè in inferiorità numerica. I reclusi infatti sono più di un centinaio e armati di pietre per difendersi. Nel cortile centrale della gabbia, sono stati dati alle fiamme 7 materassi per evitare l’avanzamento delle forze dell’ordine. Alla protesta partecipano anche sei albanesi, stranamente reclusi da ormai 40 giorni, pur essendo regolarmente entrati in Italia con il nuovo passaporto biometrico, che dal dicembre scorso consente la libera circolazione dei cittadini albanesi nell’Unione europea senza bisogno di visto. Chiedono di essere rilasciati, in Italia o in Albania, senza passare un solo giorno di più in detenzione. Intanto una ventina di reclusi sono saliti per protesta sul tetto delle celle.

Ore 02:55
Grazie all’utilizzo di un idrante, la squadra di agenti in tenuta antisommossa è riuscita a disperdere le decine di reclusi davanti il cancello e a entrare nella gabbia. A forza di manganellate, e proteggendosi con gli scudi dal lancio di pietre, gli agenti sono riusciti a costringere parte dei reclusi a rientare nelle celle, e hanno poi chiuso le gabbie con delle catene con il lucchetto, dal momento che nelle due ore precedenti, i reclusi avevano manomesso le serrature. Secondo una delle nostre fonti ci sarebbero almeno otto feriti tra i detenuti. Un gruppetto di reclusi è ancora fuori dalle celle e cerca di difendersi dal pestaggio lanciando sassi e altri oggetti.

Ore 03:16
Tutti i reclusi, compresi i quattro algerini picchiati tre ore fa, sono stati adesso ricondotti e rinchiusi dentro le celle. Al momento sembra essere tornata la calma. La polizia è uscita all’esterno della gabbia. Dentro però la rabbia è ancora alta. E va di pari passo con l’apprensione per la nuova legge sui sei mesi. Intanto sono emersi nuovi dettagli sull’espulsione di Monji di questa mattina. Testimoni oculari hanno descritto la sua espulsione come molto violenta. Intorno alle sei del mattino, una decina di poliziotti si sono presentati nella sua cella e mentre lui ancora dormiva, tre di loro gli si sono buttati addosso di peso per immobilizzarlo. A quel punto, svegliato di soprassalto, è stato costretto con la forza a inginocchiarsi e quindi è stato ammanettato con i polsi dietro la schiena e trascinato via di forza. I reclusi che hanno assistito alla scena si dicono scioccati. Si tratta del secondo caso di un tunisino espulso allo scadere dei sei mesi. Martedì scorso infatti, nel gruppo di 16 tunisini espulsi c’era anche un certo Mohamed, lavoratore presso il mercato del pesce di Bari e da più di dieci anni in Italia, a cui rimanevano soltanto quattro giorni per compiere i sei mesi di detenzione e uscire.

Ore 04:30
Perquisizione nelle celle. Una squadra di 8 agenti conta i reclusi, cella per cella. All’appello mancano tre persone che durante il caos degli scontri sono riusciti a nascondersi sui tetti. Si tratta di tre algerini.

Ore 7:00
Dei tre algerini che mancavano all’appello, due sono stati ritrovati e ricondotti in cella, apparentemente senza violenza. Il terzo invece è riuscito a fuggire dalla gabbia ed è di nuovo in libertà. Per capire di chi si tratti, la polizia fa una seconda conta, cella per cella, stavolta però con i registri e le foto.

Ore 7:30
Un gruppo di agenti in borghese fotografano i danni della struttura. Un pannello di plexiglass sfondanto all’ingresso della gabbia, 7 materassi bruciati, 2 telecamere distrutte e due ferri spezzati sul retro della gabbia, che vengono prontamente saldati, sotto la sorveglianza di tre agenti di polizia. Nessuno invece fotografa i detenuti feriti.

Ore 9:30
Per punizione, le celle sono ancora chiuse con le catene e i reclusi non possono uscire nel cortile della gabbia grande. Per tutta la notte, la direzione del Cie ha tenuto accese le luci nelle celle per impedire ai reclusi di riposare.

Ore 10:30
Il personale dell’ente gestore Auxilium porta la colazione, ma i reclusi rifiutano di essere serviti attraverso la gabbia, come se fossero animali, costretti a rimanere rinchiusi nelle celle. E proclamano lo sciopero della fame.

Ore 12:00
Per ritorsione, anche lo spaccio delle sigarette resta chiuso oggi.

Ore 13:30
Una ventina di agenti tra polizia e guardia di finanza entrano nella gabbia. Cella per cella, una squadra di otto composta da quattro poliziotti, due finanzieri e due agenti in borghese, armati di manganelli, prelevano alcuni reclusi. Finora dalle prime tre celle hanno prelevato 8 persone. Gli ultimi due erano egiziani del gruppo di lavoratori dei mercati generali agroalimentari di Roma presi nella retata di tre giorni fa. Ancora non si capisce se si tratti dei reclusi che saranno arrestati per la rivolta o se invece si tratti di un’espulsione collettiva in corso.

Ore 14:47
La questura diffonde la versione ufficiale, prontamente rilanciata dalle agenzie di stampa. La censura sulle ragioni della protesta e sulle violenze della polizia è totale.

FIAMME E LANCIO OGGETTI IN CIE PONTE GALERIA, ALCUNI TENTANO FUGA 
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – Protesta la notte scorsa al Cie di Ponte Galeria, in provincia di Roma. Alcuni immigrati hanno dato fuoco a materassi e coperte, mentre cinque persone hanno scavalcato la recinzione per fuggire. Sul posto sono intervenute le volanti della polizia che hanno bloccato gli immigrati in fuga. Contro gli agenti sono state poi lanciate bottiglie e altri oggetti. La protesta è scoppiata ieri sera poco prima di mezzanotte. La situazione è stata riportata alla normalità dalla polizia dopo un paio d’ore. Alcuni agenti sono rimasti feriti. Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco per spegnere i focolai.

AL CIE PONTE GALERIA SCONTRI ED INCENDI DOPO TENTATIVO FUGA
(ANSA) – ROMA, 30 LUG – Quattro persone la scorsa notte hanno tentato la fuga dal Cie di Ponte Galeria a Roma, ma sono state riprese dalla polizia ed una volta all’interno hanno distrutto alcune stanze, dato fuoco a materassi e coperte e lanciato oggetti con gli agenti. La «rivolta» è durata circa tre ore. A quanto si appreso, poco prima della mezzanotte quattro immigrati algerini, sono riusciti ad oltrepassare il varco del Cie. È subito scattato l’allarme ed è intervenuto il Reparto Mobile della Questura di Roma che è riuscito a riprendere i fuggitivi. Ma una volta riportati dentro si è scatenata una rivolta: gli immigrati hanno lanciato con gli agenti, bottiglie, sassi e tubi dei bagni sradicati dai muri. Altri extracomunitari hanno dato foco a coperte e materassi e sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per domare le fiamme. La calma nel centro è tornata soltanto verso le 3. Otto poliziotti sono rimasti feriti, mentre due stanze sono state chiuse perchè dichiarate inagibili.

Ore 15:00
A Ponte Galeria è arrivato il deputato Andrea Sarubbi (Pd) per una visita ispettiva. Sarubbi aveva già visitato il Cie romano durante la mobilitazione nazionalelasciateCIEntrare, lo scorso 25 luglio.

Ore 15:13
Touadi e Gaudio (Pd) inviano un comunicato stampa sulla rivolta di Roma e sui fatti di Lampedusa, chiedendo la chiusura dei Cie

GAUDIO E TOUADI (PD), CHIUDERE DEFINITIVAMENTE I CIE
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – «Le notizie che giungono in queste ore, circa soprusi, pestaggi e violenti scontri, all’interno del Cie di Ponte Galeria, se confermati, rendono ancora una volta l’idea della necessità di una chiusura definitiva del modo in cui sono concepiti i Cie». È quanto dichiarano in una nota congiunta il deputato del Pd, Jean Leonard Touadi e Sergio Gaudio, responsabile del forum immigrazione del Pd di Roma. «Allo stesso modo, continuano a giungerci notizie della presenza di minori – continua – per esempio in quello di Lampedusa, in promiscuità con gli adulti e trattati esattemente con gli stessi metodi, senza alcun riguardo e senza alcun rispetto per la loro giovane età e per la loro condizione. Nulla in termini di garanzie sembra loro fornito»«Ci sembra incredibile – conclude – che situazioni di questo genere possano perdurare, in un paese civile quale l’Italia è. Il centrodestra continua in una campagna che sta facendo scivolare il nostro paese verso una deriva di intolleranza e di limitazione di diritti inviolabili che non è più accettabile»

Ore 16:30
Il deputato Andrea Sarubbi (Pd) esce dal Cie dopo aver parlato con le forze dell’ordine e con i detenuti. Sostanzialmente, le forze dell’ordine negano di avere fatto ricorso alla violenza e anzi lamentano di essere state oggetto del lancio di pietre. I reclusi invece confermano di essere stati malmenati. Grazie all’intermediazione di Sarubbi, la direzione del centro ha finalmente autorizzato la riapertura dei cancelli delle celle e la distribuzione di acqua e cibo nella mensa.

Ore 18,30
Il deputato Andrea Sarubbi pubblica sul suo blog un post in cui ricostruisce la rivolta di stanotte al Cie di Ponte Galeria.

Ore 24:00
La notizia della tentata fuga degli algerini e della rivolta viene diffusa in Algeria dal quotidiano nazionale El Watan, che cita Fortress Europe per la ricostruzione dei fatti

Ecco le testimonianza diretta, dai migranti detenuti a Ponte Galeria

17 luglio 2011 1 commento

Dal sempre più necessario ed insostituibile blog: FortressEurope, di Gabriele Del Grande
L’ultima volta sono entrati una settimana fa. Alle sei del mattino. Una ventina di agenti in tutto, tra quelli in divisa coi manganelli in mano e i civili. Ridha dormiva ancora, sotto gli effetti degli psicofarmaci che prendeva ogni sera per scacciare i cattivi pensieri. Era arrivato a Lampedusa un paio di mesi prima. E dell’Italia aveva visto soltanto le gabbie. Prima quella del centro di accoglienza di Lampedusa, poi quella di Ponte Galeria, il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma.

Foto di Valentina Perniciaro _sbarre e privazione di libertà_

Ha aperto gli occhi soltanto dopo che lo hanno alzato di peso dal materasso, tirandolo su per le braccia. E allora ha cominciato a sbraitare. Nella camerata si sono svegliati tutti, tranne il libanese ustionato. Ma prima che qualcuno dicesse niente la polizia ha ordinato di rimanersene a letto. Venti contro sei, manganelli contro mani nude, nessuno se l’è sentita di dire niente. E sono rimasti a guardare, con gli agenti che portavano via il povero Ridha così come lo aveva trovano a letto: in pantaloncini corti e a torso nudo. Senza lasciarlo nemmeno andare in bagno per sciacquarsi il viso e fare i suoi bisogni. Il resto della scena i suoi compagni di cella l’hanno vista dalle finestre, nel cortile. “L’hanno legato come un pollo”, racconta oggi Brahim. Con una corda: alle gambe e ai polsi, con le braccia piegate dietro la schiena. E per non farlo gridare, gli hanno stretto una fascia sulla bocca e l’hanno portato via. Funziona così al Cie di Roma, e non solo. La destinazione è a pochi chilometri. Aeroporto di Fiumicino. I voli sono quelli di linea, prima fanno salire i passeggeri e poi all’ultimo minuto monta la polizia con i reclusi da espellere. Quel giorno erano in 20. Tutti tunisini. Destinazione Palermo, per le operazioni di identificazione che svolge abitualmente il Consolato tunisino, direttamente in aeroporto. E da lì il volo per Tunisi. Brahim la scena la ricorda bene. E di quando in quando se la sogna pure la notte.

“Facciamo tutti sogni brutti, viviamo nella paura. Di essere rimpatriati e di non conoscere il nostro destino”. In questo momento dentro il Cie romano ci sono circa 200 detenuti e una cinquantina di detenute. Una sessantina almeno sono tunisini, compresa qualche donna. Quasi tutti sbarcati nei mesi scorsi a Lampedusa. Tra loro c’è chi vorrebbe essere rimpatriato prima possibile pur di tornare in libertà, e chi invece non vuole essere rimpatriato a nessun costo. Entrambi però credono che sia profondamente ingiusto perdere 6 mesi della propria libertà rinchiusi in una gabbia, senza aver commesso nessun reato. Soprattutto quelli che di tempo della propria vita alle galere ne hanno già dato anche troppo.

Brahim è uno di loro. Ha un precedente penale per spaccio di droga. Pagato con tre anni e sei mesi di carcere. L’hanno rilasciato un mese fa, ma all’uscita del carcere l’aspettavano con le manette per trasferirlo in un’altra prigione, dove si finisce senza condanne penali, ma soltanto per avere dei documenti scaduti. E adesso sono altri sei mesi, che se passa al Senato la legge sui rimpatri diventeranno 18. Per essere identificato e espulso. Lui che in Italia ci vive ormai da 8 anni. In carcere ha preso tre diplomi di formazione professionale e ha lavorato durante tutto il periodo di detenzione. Era pronto a rifarsi una vita, ma adesso si trova a scontare una pena accessoria. “In carcere paghi per un reato che hai fatto – dice -. È normale, è giusto così. Chi sbaglia paga. Ma qui siamo tutti innocenti, non c’è nessuno che ha commesso un reato, perché non ci lasciano andare?”.

Foto di Mark Wilson

Foto di Mark Wilson

Lui che ha provato sia il carcere che il Cie, di dubbi non ne ha. Mille volte meglio la galera. “In carcere abbiamo il lavoro, la scuola, la biblioteca, il medico, l’assistente sociale. Qui non c’è niente. Siamo in gabbia dalla mattina alla sera. E siamo trattati senza rispetto. Operatori e polizia neanche ti rispondono se li saluti. Devi fare la fila per mangiare, se arrivi tardi non ti lasciano neanche la colazione. Se alzi la voce ti prendono da parte e ti danno una manganellata. È come se per loro fossimo il nemico”.
Mentre mi parla al telefono, nel letto a fianco al suo il libanese continua a dormire. Non gli è rimasto altro da fare. Ha metà del corpo ricoperto da ustioni. Ogni mattina si sveglia pieno di dolori, va in infermeria, ritorna con gli occhi a spillo e la voce impastata di psicofarmaci e antidolorifici, e si rimette a dormire. Si sveglia solo di notte, quando fa gli incubi e si sogna di nuovo il fuoco sui vestiti, oppure quando si fa la pipì addosso. Avrebbe bisogno di cure adeguate, ma in ospedale non ce lo portano. Probabilmente stanno soltanto aspettando che si riprenda per poi espellere anche lui. Lui è un altro che in Italia ci vive da una vita.

Al Cie di Roma c’era arrivato lo scorso gennaio, per un banale controllo di documenti, per strada. Quando lo chiamarono per fargli le impronte digitali si rifiutò categoricamente. Un colpo di testa che gli costò caro. Prima le minacce, poi le botte, la sua reazione, il pestaggio e l’arresto. Nonostante gli ematomi, il giudice che lo ha processato per direttissima lo ha condannato a sei mesi di carcere. Perché i medici del centro non avevano rilasciato nessun certificato che indicasse che le ferite erano state subite durante un’aggressione. A Ponte Galeria ci è ritornato soltanto un mese e mezzo fa, dopo aver scontato quattro mesi di galera. Era l’inizio di giugno. È diventato l’inizio di un nuovo dramma.
È successo tutto la sera del 18 giugno. La tensione era alle stelle. La sezione maschile era insorta e i detenuti stavano devastando il centro, spaccando tutto quello che c’era da rompere e appiccando il fuoco a materassi, lenzuola e tutto quando fosse infiammabile. In quel frangente un operatore dell’ente gestore Auxilium avvicinò dalle sbarre della gabbia il libanese, per chiedergli se gli riportava la borsa che alcuni reclusi in rivolta gli avevano rubato. In buona fede e con un pizzico di ingenuità, il libanese acconsentì di fargli il piacere, ma quando gli altri reclusi insorti lo videro parlare con operatori e polizia pensarono al tradimento e gli si scagliarono addosso buttandogli contro un materasso incendiato. È stato così che si è bruciato metà del corpo. A salvarlo quella sera furono Brahim e un altro tunisino della sezione, che spensero le fiamme e lo portarono in infermeria.

La fidanzata non l’ha ancora visto nelle condizioni in cui si è ridotto. È un’algerina con la cittadinanza spagnola. È venuta a trovarlo al centro una sola volta, più di un mese fa. È il suo unico legame con il fuori e con la vita che fu. Una vita ormai rovinata dalla dipendenza dagli psicofarmaci, dai pestaggi della polizia, dalle ustioni che l’hanno sfigurato, dalle quotidiane umiliazioni, e prima ancora, prima di tutto, da un banale controllo di documenti nel gennaio scorso.
Brahim, il libanese, Ridha. Le loro storie non riescono a bucare lo schermo. Un po’ perché il Viminale ha vietato l’accesso della stampa nei Cie dal primo aprile scorso. Un po’ perché la società tutta ha coscientemente rimosso il problema. Al punto che dentro i Cie si sentono tutti dannatamente soli.

E alla domanda perché non protestate rispondono: “L’abbiamo fatto, ma è tutto inutile. Da quando sono dentro io, abbiamo fatto uno sciopero della fame di tre giorni, e non ne ha parlato nessuno. Abbiamo bruciato il centro, e non ne ha parlato nessuno. Siamo saliti sui tetti con le lenzuola e gli striscioni, e non ne ha parlato nessuno, a parte radio onda rossa. A che serve allora?” Allora forse, il prossimo 25 luglio potrebbe essere una data per ricominciare. Quel giornoun gruppo di parlamentari visiterà diversi Cie di tutta Italia. Con l’obiettivo di rompere il silenzio sui centri di identificazione e espulsione. Quel giorno, non lasciamoli da soli. Giornalisti, associazioni e liberi cittadini, unitevi alla nostra campagna sui Cie.LasciateCIEntrare!

PS: Per motivi di privacy e di sicurezza, abbiamo usato nomi di fantasia per i protagonisti di questa storia, raccolta grazie a un’intervista telefonica con uno dei reclusi del Cie di Roma, registrata il 15 luglio 2011

PALESTINA: Storia di una pulizia etnica (2). I primi villaggi e quartieri urbani

23 ottobre 2010 7 commenti

Pulizia etnica: Espulsione forzata volta a omogenizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio. Scopo dell’espulsione è causare l’allontanamento del maggior numero possibile di residenti, con tutti i mezzi a disposizione, inclusi quelli non violenti.
_Dizionario Hutchinson_

KHISAS era un piccolo villaggio abitato da alcune centinaia di musulmani e da cento cristiani, che convivevano pacificamente in una posizione topografica unica nella parte settentrionale della pianura di Hula, su un terrazzamento naturale ampio circa cento metri. Questa terrazza si era formata nel corso di migliaia di anni a causa del ritiro graduale del lago Hula. I viaggiatori stranieri sceglievano questo villaggio per la bellezza naturale della sua posizione sulle rive del lago e nelle vicinanze del fiume Hasbani. Il 18 dicembre 1947 i soldati ebrei attaccarono il villaggio e nel pieno della notte cominciarono a far saltare in aria delle abitazioni a caso, mentre gli inquilini dormivano. Nell’attacco furono uccise 15 persone tra le quali 5 bambini. L’incidente scosse il corrispondente del New York Times che seguiva da vicino lo sviluppo degli avvenimenti. Andò a chiedere spiegazioni all’Haganà, che all’inizio negò l’operazione. Ma quando il reporter insistette con le domande, alla fine dovette ammetterla. Ben Gurion rilasciò pubbliche scuse in modo teatrale, affermando che l’azione non era stata autorizzata, ma alcuni mesi dopo, in aprile, la incluse in una lista di operazioni riuscite. [New York Times, 20 dicembre 1947 _ Ben Gurion all’esecutivo sionista, 6 aprile 1948]

Membri dell’Haganà “scortano” la popolazione palestinese, fuori dalla città

La nuova politica prendeva di mira anche gli spazi urbani della Palestina, e HAIFA fu scelta come primo obiettivo. E’ interessante che questa città venga individuata dagli storici israeliani tradizionali e dallo storico revisionista Benny Morris come un esempio di genuina buona volontà sionista verso la popolazione locale. Alla fine del 1947 la realtà era già molto diversa. A partire dalla mattina successiva all’adozione della Risoluzione di spartizione, i 75.000 palestinesi della città furono sottoposti a una campagna di terrore istigata congiuntamente dall’Irgun e dall’Haganà. Arrivati soltanto da pochi decenni, i coloni ebrei avevano costruito le loro case più in alto sulla montagna. Quindi abitavano sopra i quartieri arabi e da lì potevano con facilità bombardarli e fare i cecchini. Avevano cominciato a farlo di frequente fin dai primi di dicembre. Usavano anche altri sistemi di intimidazione: i soldati ebrei rotolavano barili pieni di esplosivo ed enormi palle d’acciaio giù nelle aree residenziali arabe e versavano lungo le strade olio misto a carburante, al quale poi davano fuoco. Appena i palestinesi, presi dal panico, correvano fuori di casa per cercare di spegnere qui fiumi di fuoco, venivano colpiti dal fuoco delle mitragliatrici. Nelle aree dove le due comunità intrattenevano ancora delle relazioni, l’Haganà portava a riparare le automobili nei garage palestinesi, le riempivano di esplosivi e detonatori, e così seminavano caos e morte.
Dietro questo genere di assalto c’era un’unità speciale dell’Haganà composta di mistarvim – letteralmente in ebraico ‘diventare arabo’ -, cioè di quegli ebrei che si travestivano da palestinesi. La mente direttiva di queste operazioni era un certo Dani Agmon, che comandava le unità Hashahar. Sul suo sito internet lo storico ufficiale delle Palmach ammise: “I palestinesi di Haifa subirono l’assedio e l’intimidazione da diecembre in avanti”. M il peggio doveva ancora venire. […]

BALAD AL-SHAYKH: luogo di sepoltura dello shaykh Izz al-Din al-Qassam, uno dei leader più venerati e carismatici degli anni trenta, ucciso dagli inglesi nel 1935. La sua tomba è uno dei pochi resti di quel villaggio a circa 10km ad est di Haifa, che esiste ancora oggi.
A un comandante locale, Haim Avinoam, venne ordinato di “circondare il villaggio, uccidere il maggior numero possibile di uomini e danneggiare le proprietà, ma di astenersi dal colpire donne e bambini”. L’attacco ebbe luogo il 31 dicembre e durò tre ore. Si concluse con la morte di oltre 60 palestinesi, non tutti erano uomini. Ma notate bene che in questo caso si faceva ancora distinzione tra uomini e donne: nell’incontro successivo la Consulta decise che per le operazioni future questa distinzione era una complicazione inutile.
Nel momento in cui veniva attaccato Balad al-Shaykh, le unità dell’Haganà di HAIFA testarono il campo con un’azione molto più drastica: entrarono in un quartiere arabo della città, WADI RUSHMIYYA, espulsero gli abitanti e fecero saltare in aria le case. Si può considerare questo come l’inizio ufficiale delle operazioni di pulizia etnica nelle città palestinesi.

“NON BASTA! Non è giunta l’ora di liberarcene? Perché continuare a tenere tra noi quelle spine nel fianco se costituiscono una minaccia?”
_Yossef Weitz, allora capo del Dipartimento per gli insediamenti del Fondo Nazionale Ebraico, come riporta Ben Gurion nel suo diario,
il 31 dicembre 1947_

[“Il trasferimento non serve solo a ridurre la popolazione araba, ma anche a un ulteriore scopo che non è affatto meno importante, e cioè sgomberare la terra che attualmente viene coltivata dagli arabi e liberarla per gli insediamenti ebraici. L’unica soluzione è quella di trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi. Non deve essere risparmiato un solo villaggio o una sola tribù”. Questo è sempre Yossef Weitz,pochi anni prima nel 1940. ]

OGNI ATTACCO DOVRA’ TERMINARE CON L’OCCUPAZIONE, LA DISTRUZIONE E L’ESPULSIONE
_Ben Gurion, citato da Danin, testimonianza per Bar-Zohar, pag.680_

TUTTO E’ TRATTO DA “LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA”, Ilan Pappe, Fazi Editore 2008

QUESTA SERIE PROSEGUIRA’, PURTROPPO PER MOLTO TEMPO, PERCHE’ IL MATERIALE DA PUBBLICARE ABBONDA!

PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire

12 ottobre 2010 8 commenti

“Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.” _Leo Motzkin (pensatore liberale del movimento sionista) 1917_

“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C “Gimel” 1947_

“Possiamo far morire di fame gli arabi di Haifa e Giaffa se vogliamo farlo” _Ben Gurion, carteggio con Sharrett, dicembre 1947_

“C’è il 40% di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80% di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile”  _Ben Gurion, 3 dicembre 1947

“Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato” _Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_

TUTTE LE CITAZIONI SONO TRATTE DA “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008

CONTINUA: 12

Migranti, espulsioni, testate e carcere

2 ottobre 2010 1 commento

Fuori strada

Per evitare di lasciare l’Italia ha messo a repentaglio la propria vita e quella dei tre agenti incaricati di accompagnarlo a Malpensa, dove avrebbe dovuto imbarcarsi su un aereo diretto al suo paese d’origine. È successo ieri pomeriggio e per l’uomo, un egiziano destinatario di un provvedimento di espulsione, si sono aperte le porte del carcere.
I tre poliziotti sono finiti in ospedale e dimessi con prognosi di 17, 7 e 3 giorni. Ad avere la peggio l’agente che ieri pomeriggio si trovava alla guida della Fiat Stilo con i colori d’istituto diretta all’aeroporto. Mentre viaggiava nella corsia di sorpasso della tangenziale, giunto all’altezza dell’uscita per Borgaro, è stato aggredito dallo straniero che, liberatosi dalla cintura di sicurezza l’ha afferrato per il collo e gli ha rifilato una testata.
«L’intenzione – sostiene Luca Pantanella, vicesegretario nazionale del sindacato Ugl-Polizia – era quella di fare uscire di strada i poliziotti ma la bravura dell’autista e l’intervento dei colleghi ha evitato il peggio.» Il conducente è riuscito ad evitare le altre vetture e i Tir che in quel momento percorrevano la tangenziale ed ha raggiunto la corsia di emergenza dove lo straniero è stato bloccato.
«Questa volta – dichiara Pantanella – tre agenti sono rimasti feriti, ma non vogliamo che in futuro si possa parlare di tragedia.» Per questo l’Ugl chiede «al Questore e al ministero degli Interni che i servizi di accompagnamento alla frontiera siano effettuati con mezzi idonei, che separino gli autisti dalle persone accompagnate, che essendo destinatarie di un provvedimento di espulsione non possono essere ammanettate, e che il parco auto sia potenziato.» da CronacaQui Torino

Aggiornamento 1 ottobre – mattina. Dopo una piccola ricerca abbiamo scoperto che il ragazzo arrestato sulla via di Malpensa, Hisham, aveva ottimi motivi per opporsi alla propria espulsione: tutta la sua famiglia, difatti, vive in Italia e in Egitto lui non ha più nessuno.  Nel Cie da più di quattro mesi, ultimamente la polizia lo teneva separato dagli altri suoi compagni, in isolamento.  Come potrete immaginare, invece, non siamo in grado di dirvi nulla sulla dinamica dei fatti occorsi in tangenziale, per cui siamo costretti a tenerci solo le lamentele di Pantanella e di Torino Cronaca. Non appena avremo ulteriori aggiornamenti, ve li comunicheremo.
Aggiornamento 1 ottobre – pomeriggio. Stamattina c’è stata l’udienza di convalida dell’arresto: Hisham sarà scarcerato questa sera! E pare che non sarà riportato al Cie, come spesso accade in questi casi, ma riceverà “soltanto” l’ordine di lasciare l’Italia entro 5 giorni.

macerie @ Settembre 30, 2010

Dai reclusi di Ponte Galeria alla cosiddetta “società civile”

11 giugno 2010 4 commenti

A tutte le persone che vivono in questo paese
A tutti coloro che credono ai giornali e alla televisione

Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra
di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano.
La carta igenica viene distribuita solo 2 giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costrigono a vivere.
Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare  che danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno.
Ci sono detenuti che vengono dai CIE e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia ma qui ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno.
Quando chiediamo di andare in infermeria perchè stiamo male, l’Auxilium ci costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di 8-9 poliziotti ci chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte.
Per fare la barba devi fare una domandina e devi aspettare, 1 giorno a settimana la barba e 1 i capelli.
Non possiamo avere la lametta.

Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti.
Quello che ci domandiamo è perchè dopo il carcere dobbiamo andare in questi centri e dopo che abbiamo scontato una pena dobbiamo stare 6 mesi in questi posti senza capire il perchè. Non ci hanno identificato in carcere? Perchè un’altra condanna di 6 mesi?
Tutti noi non siamo d’accordo per questa legge, 6 mesi sono tanti e non siamo mica animali per questo hanno fatto lo sciopero della fame tutti quelli che stanno dentro il centro e allora, la sera del 3 giugno, è cominciata così:
ci hanno detto: “se non mangi non prendi terapie” ma qui ci sono persone con malattie gravi come il diabete e se non mangiano e si curano muoiono.
Uno di noi è andato a parlare con loro e l’hanno portato dentro una stanza davanti l’infermeria dove non ci sono telecamere e l’hanno picchiato.
Così la gente ha iniziato ad urlare di lasciarlo stare.
In quel momento sono entrati quasi 50 poliziotti con il loro materiale e con un oggetto elettrico che quando tocca la gente, la gente cade per terra.
Le guardie si sono tutte spostate sopra il tetto vicino la caserma dei carabinieri qui dentro, dove sta il campo da calcio.
Dalla parte sinistra sono entrati altri 50 poliziotti.
Quando abbiamo visto poliziotti, militari, carabinieri, polizia, finanza e squadra mobile ufficio stranieri (che sono i più infami) sui tetti, uno di noi ha cercato di capire perchè stavano picchiando il ragazzo nella stanza. «Vattene via sporco » un poliziotto ha risposto così.
In quel momento siamo saliti tutti sopra le sbarre e qualcuno ha bruciato un materasso e quindi i poliziotti si sono spavenati e sono andati fuori le mura per prendere qualcuno che scappava.
Da quella notte non ci hanno fatto mangiare nè prendere medicine per due giorni.
Abbiamo preso un rubinetto vecchio e abbiamo spaccato la porta per uscire e quando la polizia ha visto che la porta era aperta hanno preso caschi e manganelli e hanno picchiato il più giovane del centro, uno egiziano. L’hanno fatto cadere per terra e ci hanno picchiati tutti anche con il gas, hanno rotto la gamba di un algerino e hanno portato via un vecchio che la sua famiglia e i sui figli sono cresciuti qui a Roma, hanno lanciato lacrimogeni e hanno detto che noi abbiamo fatto quel fumo per non  far vedere niente alle telecamere. Così hanno scritto sui giornali.

Eravamo 25 persone e alcune uscivano dalla moschea lontano dal casino, ma i giornali sabato hanno scritto che era stato organizzato tutto dentro la
moschea e ora vogliono chiuderla. La moschea non si può chiudere perchè altrimenti succederebbe un altro casino.
Veniamo da paesi poveri, paesi dove c’è la guerra e ad alcuni di noi hanno ammazzato le famiglie davanti gli occhi. Alcuni sono scappati per vedere il mondo e dimenticare tutto e hanno visto solo sbarre e cancelli.
Vogliamo lavorare per aiutare le nostre famiglie solo che la legge è un po’ dura e ci portano dentro questi centri.
Quando arriviamo per la prima volta non abbiamo neanche idea di come è l’Europa. Alcuni di noi dal mare sono stati portati direttamente qui e non hanno mai visto l’Italia.
La peggiore cosa è uscire dal carcere e finire nei centri per altri 6 mesi.
Non siamo venuti per creare problemi, soltanto per lavorare e avere una vita diversa, perchè non possiamo avere una vita come tutti?
Senza soldi non possiamo vivere e non abbiamo studiato perchè la povertà è il primo grande problema.
Ci sono persone che hanno paura delle pene e dei problemi nel proprio paese.
Per questi motivi veniamo in Europa.
La legge che hanno fatto non è giusta perchè sono queste cose che ti fanno odiare veramente l’Italia.
Se uno non ha mai fatto la galera nel paese suo, ha fatto la galera qua inItalia.
Vogliamo mettere apposto la nostra vita e aiutare le famiglie che ci aspettano.

Speriamo che potete capire queste cose che sono veramente una vergogna.

Un gruppo di detenuti del CIE di Ponte Galeria

Cosa accade al porto di Napoli?

14 aprile 2010 Lascia un commento

cosa sta accedendo…

Una nave attraccata l’8 aprile fa nel porto di Napoli (molo Bausan, nella periferia orientale, verso San Giovanni a Teduccio) è stata fermata perchè aveva a bordo 9 migranti “irregolari”. Di queste nove persone, che la polizia di frontiera dichiara di nazionalità ghanese e nigeriana, cinque sono minorenni.

La Vera-D nel porto di Napoli

Secondo la ricostruzione accreditata dal comandante russo di questa grossa nave-merci (battente bandiera liberiana, ma di proprietà di una importante compagnia di armatori tedesca, la Peter Dohle di Amburgo) i migranti si sarebbero nascosti in un container al porto di Abidjan in Costa D’Avorio e avrebbero trascorso così l’intero viaggio.

Non è ben chiaro se in un primo momento la nave sia stata fermata dalla polizia di frontiera per la presenza di immigrati irregolari, o dallo stesso comandante. Sta di fatto che dopo aver “scoperto” la presenza dei migranti, il comandante rilevava di non avere più il numero legale per navigare e chiedeva all’Italia di farsene carico. Del resto sono in acque nazionali italiane, quindi i minori hanno diritto di tutela mentre gli adulti devono (è un loro diritto!) potere fare domanda d’asilo.  In ogni caso le autorità italiane gli hanno impedito di sbarcare…
La notizia è trapelata solo nella mattinata del 12 aprile, per la protesta dei lavoratori del terminal container, dovuta al fatto che il blocco del molo Bausan aveva interrotto molte delle attività lavorative legate allo scarico merci. Questa è sembrata essere anche l’unica preoccupazione dei media, che hanno trattato molto superficialmente la questione umanitaria dei migranti confinati forzatamente sulla nave sottolineando soltanto il danno economico che l’attracco della nave potrebbe costare, la necessità ripresa dei lavori nel terminal e i risarcimenti, dopo che i “clandestini” sarebbero stati fatti scendere dalla nave (vedi: canale9, il mattino)
In realtà le cose hanno rischiato di prendere una piega ancora peggiore: la nave è stata fermata e sequestrata dalla stessa magistratura in maniera preventiva rispetto alla eventuale copertura dei danni in seguito alla denuncia del Conateco, il consorzio napoletano terminal container, per il blocco del molo.

Quando il 13 aprile è scoppiata la protesta dei portuali, la mediazione tra polizia e comandante della nave è stata quella di far scendere solo tre dei cinque minori a bordo, esclusivamente per rientrare nel numero massimo di persone che consentisse alla nave di fare manovra.

Il porto di Napoli

La rete antirazzista si è subito mobilitata, cercando di entrare in contatto con i migranti, facendo notare che i minorenni non possono essere respinti e hanno diritto alla massima tutela da parte dello stato italiano, mentre gli adulti potrebbero voler presentare domanda di asilo politico o protezione umanitaria.
Ogni contatto è stato impossibile in un primo momento, perché la polizia di frontiera ha accampato una scusa dopo l’altra, impedendo di fatto che si rispettassero i diritti di queste persone. La motivazione della polizia di frontiera è stata che ci voleva l’autorizzazione del capitano della nave con cui  è stato a lungo impossibile entrare in contatto diretto. Un chiaro escamotage, dal momento che lo stesso capitano ha tutto l’interesse e la volontà, più volte esternata, di far sbarcare gli immigrati.
Possibile infatti che oltre alle motivazioni umanitarie ce ne siano altre di carattere economico, perchè la perdurante presenza a bordo dei migranti, una volta appurata, potrebbe portare al divieto di scalo anche nel porto di Genova, dove la nave è diretta. Infatti, per fortuna, la Vera D non ha a bordo le gabbie in cui vengono a volte rinchiusi gli immigrati trovati sulle navi! Gabbie in cui vengono segregati fino al ritorno nei presunti paesi di origine in spregio a ogni aspetto del diritto internazionale, specie per profughi e rifugiati, ma tranquillizzando così le autorità di frontiera…

Dopo un’estenuante trattativa con l’armatore tedesco della nave, la capitaneria di porto, la questura di Napoli e la polizia di frontiera, nella tarda serata di ieri 13 aprile, un’ ampia delegazione della rete antirazzista che presidiava la nave Vera D è riuscita ad ottenere che tre persone salissero sulla nave e incontrassero i migranti. Fra queste tre persone l’avvocato del CIR (Centro Italiano Rifugiati) a Napoli. Durante la visita tutti e nove i migranti hanno firmato la delega all’avvocato manifestando, anche davanti a un pubblico ufficiale (il comandante della nave), la volontà di chiedere asilo politico, di cui l’avvocato ha preso richiesta scritta. Inoltre cinque persone si sono dichiarate minorenni.
Quando la delegazione è scesa dalla nave ha chiesto subito alla Questura di prendere atto delle istanze di asilo e di venire a prendere i migranti per formalizzarle e provvedere all’accoglienza a terra, come è suo dovere legale. Il Questore (che ha interloquito anche con diversi parlamentari) ha invece preso tempo sostenendo che gli uffici potevano formalizzare tutto solo nella mattinata successiva.

[mercoledì 14]
Dopo una intera notte e mattinata trascorsa a picchettare ininterrottamente la nave “Vera D” gli immigrati sono scesi dalla nave (video) e il presidio si è spostato sotto l’ufficio stranieri, che dovrà determinare il percorso con cui i migranti arriveranno alla Commissione asilo, se in condizioni ordinarie e sacrosante di libertà e di accoglienza o con forme di restrizione della libertà (come ad esempio nei CIE) che rappresentano una grave coercizione all’esercizio del diritto alla protezione.
In ogni caso, nella gestione di questa vicenda molti restano i lati oscuri! Anzitutto la questione dei minorenni: ieri la questura dichiarava che “sulla nave non ci sono minorenni”, dopo aver fatto dei discutibilissimi esami biometrici solo a tre ragazzi sui cinque che pure erano stati censiti…!! Oggi, in seguito alle insistenze della rete antirazzista e alle varie forme di pressione, altri tre ragazzi sono stati portati a fare gli esami (ancora un’altra persona è risultata nella fascia anagrafica giusta). “Dobbiamo dedurre che se l’espulsione fosse avvenuta oggi, avrebbero proceduto senza verificare le esigenze di tutela dei minori! E’ una responsabilità grave!” “Dobbiamo pensare che senza la protesta dei portuali del molo Bausan tutto sarebbe avvenuto in silenzio e senza alcuna tutela?!”
Poi il misterioso decreto di respingimento, che ai migranti non è stato mai notificato e che in questura sostengono aver prodotto il 7 aprile… perchè finora non è stato notificato? L’espulsione sarebbe comunque sospesa dalla richiesta di asilo, ma l’ipotesi decreto sembra francamente solo una forma di accanimento per rinforzare l’ipotesi di una reclusione nei CIE dei migranti maggiorenni in attesa della valutazione in Commissione della loro richiesta di protezione umanitaria. Una condizione cui sicuramente faremmo ricorso, ma che secondo noi “testimonia ancora una volta il contesto irrituale in cui si svolgono i cosiddetti “respingimenti in mare”, che comportano sempre una violazione sostanziale dei diritti minimi e delle tutele dei rifugiati. Una “pratica” che almeno oggi la rete antirazzista è riuscita a inceppare!”

Rete antirazzista napoletana
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Troppa merda dentro i CIE Altro poliziotto sotto inchiesta

12 aprile 2010 1 commento

Erano giorni che volevo pubblicare questa cosa ma ormai non rispetto mai i tempi che mi metto in testa…
il mio cucciolo decide per me, i tempi son dilatati, il mondo a volte sembra distante.
ma non lo è!
E’ di qualche giorno fa la notizia dell’ennesima porcheria fatta da un ispettore capo di stanza in Corelli. Guardiano nel lager e molestatore di trans rinchiuse lì dentro, arrotondava lo stipendio di “difensore della sicurezza” affittando in nero e a prezzo esorbitante un tugurio a trans brasiliane senza permesso.
Che il reato di clandestinità sia un business per lo Stato e i suoi “servitori” non ci sorprende affatto.
Da radiocane:
L’affittacamere
(Friday, 09 April 2010 15:23)
La storia di Paola, trans brasiliana, che vive prostituendosi in appartamento a Milano.
La storia di Paola che finisce nel Cie di Via Corelli a Milano.
La storia di un incontro nel Cie con un poliziotto che lei già conosce
La storia di un poliziotto che arrotonda affittando appartamenti agli stessi clandestini che poi finiranno nel Lager.
La storia di Paola, che denuncia pubblicamente il suo affittacamere, viene prelevata dalla polizia questa mattina nel cie di via corelli a milano, il perchè non lo sappiamo, lei non risponde più al telefono.
Oggi la Questura di Milano ha deciso di far uscire la notizia per evitare che l’ennesimo scandalo gli esplodesse per le mani.
Ma il coperchio del silenzio dei CIE d’Italia è saltato, ed è chiaro a tutti che non è questione di mele marce.
Una storia tutta italiana
Ascolta l’intervista a Paola raccolta da radio cane

Intervista ad Avni Er, dal C.I.E. di Bari

11 marzo 2010 Lascia un commento

Condannato in Italia come membro del Dhkp-c che per Ankara è terrorismo
Evni Er, dal carcere al Cie, a lrischio tortura in Turchia
di Stefano Galieni, Liberazione 11 Marzo 2010
Fra i tanti trattenuti nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari Palese c’è Evni Er, cittadino turco, sposato con una donna italiana. Evni Er venne arrestato il 1 aprile del 2004, in un’operazione congiunta di dimensioni internazionali.
82 le persone arrestate in Turchia, da dove risulta partita l’operazione, altre 59 fra Germania, Olanda, Belgio e Italia. Molti sono giornalisti della stampa di opposizione, appartenenti ad organizzazioni democratiche, avvocati, architetti, artisti, molti impegnati nella salvaguardia dei diritti umani e nella libera informazione.
Evni Er è accusato di far parte del Dhkp-c, un partito comunista della sinistra rivoluzionaria inserito nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Infatti viene condannato a sette anni con l’accusa di “terrorismo internazionale” dal tribunale di Perugina. Fra i testimoni, a volto coperto, alcuni degli agenti speciali, spesso responsabili di torture, provenienti dalla Turchia. Nella condanna, confermata in appello è prevista l’espulsione di Evni Er a fine pena, ma la Turchia ne chiede l’estradizione che viene scongiurata anche grazie ad una vasta mobilitazione internazionale.
Il detenuto trascorre il resto della pena nel carcere di Nuoro ed è proprio un tribunale sardo, la Corte di Appello di Cagliari nella sezione distaccata di Sassari, a rigettare la richiesta turca. Secondo i giudici, Evni Er in Turchia potrebbe essere riprocessato e condannato per gli stessi reati che sta scontando in Italia e un imputato non può essere condannato due volte per lo stesso motivo.
La liberazione giunge in anticipo, il 19 febbraio per buona condotta, ma il detenuto è immediatamente trasferito nel Cie di Bari per essere espulso. Ha chiesto asilo politico con l’aiuto del suo legale, teme fortemente per la sua vita in caso di rientro in patria. «Sono uscito da un carcere, per entrare in un altro carcere (il Cie) in attesa di essere portato nel carcere peggiore», racconta, «in Turchia mi aspettano e non certo per salutarmi. Il giorno successivo alla mia scarcerazione la agenzia governativa Anatolia mi ha “dedicato” una pagina, aspettano la mia espulsione».
Evni è stato ascoltato pochi giorni fa dalla commissione territoriale per i richiedenti asilo e una richiesta per garantirgli salva la vita è stata inoltrata anche alla Corte europea di Strasburgo. «Cosa rischio? In teoria – continua – una condanna da 7 a 15 anni, ma quando si parla di terrorismo è facile che i tribunali propendano per una condanna all’ergastolo.

Tratto da Scarceranda 2010

E c’è qualcos’altro che sfugge ad ogni controllo e che dovrebbe far riflettere l’opinione pubblica italiana e pesare sulla decisione della Commissione: quando prendono un oppositore in Turchia è scontato che per almeno 4 giorni finisca per essere torturato. È capitato recentemente ad un ragazzo, Engin Ceber. Lo hanno preso mentre distribuiva una rivista legale, neanche legata al partito. È uscito morto dalle torture».

Se si sopravvive la sorte è poi segnata, dal 2000 la Turchia ha inaugurato le carceri dette Type F, isolamento per 24 ore e spesso deprivazione sensoriale. Evni è anche molto scettico rispetto alle riforme democratiche tanto decantate: «Hanno fatto arrestare alcuni generali con l’accusa di preparare un golpe, solo per sostituirli con altri più presentabili.
Dichiarano di processare i torturatori che hanno imperversato nella polizia e nell’esercito, ma poi i reati finiscono prescritti o spariscono le prove. A volte nei tribunali hanno anche il coraggio di dichiarare che non riescono a rintracciare gli agenti identificati. Temo veramente per la mia vita, ringrazio i tanti compagni che mi portano solidarietà e spero veramente di ottenere asilo politico».
Se le leggi e le disposizioni ratificate anche dall’Italia verranno rispettate, Evni Er non dovrebbe essere espulso in Turchia, sono infatti inespellibili coloro che rischiano di essere sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, ma sull’altro piatto della bilancia ci sono gli ottimi rapporti fra il presidente del consiglio Berlusconi e il premier turco Erdogan e in questi casi – le relazioni con la Libia insegnano – c’è forte il rischio che si trovi l’escamotage per procedere al rimpatrio.
Un caso simile è accaduto con un’altra detenuta, questa legata ai movimenti kurdi, Nazan Ercan, ma in quel caso prevalse la voglia di non rendersi responsabili di un crimine e la donna, dopo un periodo di trattenimento nel Cie di Ponte Galeria, a Roma, venne sì estradata, ma in Germania. O forse la situazione di Evni diventerà simile a quella di altri invisibili ancora presenti in Italia, che hanno espiato una pena, non possono essere rimpatriati nel proprio paese, non hanno ricevuto lo status di rifugiato, non possono avere un permesso di soggiorno. La sola speranza è che la commissione apposita, lo riconosca come rifugiato politico.

Per salvare la vita di AVNI ER, oppositore turco, giornalista comunista.

2 marzo 2010 Lascia un commento

LA SOLIDARIETÀ È UN’ ARMA: USIAMOLA!
APPELLO per AVNI ER

Qualche giorno fa è stato trasferito nel CIE di Bari il cittadino turco Avni Er rispetto al quale il governo turco di Ankara ha avanzato tempo addietro formale richiesta di estradizione.
Avni Er è colpevole solo di aver svolto nel corso degli anni una puntuale denuncia delle violazioni dei diritti umani e della libertà d’informazione in Turchia.
Avni Er è un oppositore politico, accusato di appartenere al partito comunista DHKP-C . Il 1° aprile 2004 un’operazione repressiva ha provocato l’arresto di 82 persone in Turchia ed altre 59 persone tra Germania, Olanda, Belgio, Grecia ed Italia.
Tra loro giornalisti dell’opposizione, membri di organizzazioni democratiche e per la difesa dei diritti umani, avvocati ed artisti.
Avni Er, a seguito di un processo scandaloso durante il quale testimoniarono contro di lui, a volto coperto, i torturatori turchi, fu condannato dalla Corte di Assise di Perugia nel 2006 con successiva conferma della Corte d’Appello di Perugia.

Seguì una vasta campagna di mobilitazione e sensibilizzazione cui aderirono diverse associazioni nazionali (Arci, CRVG- Conferenza nazionale del volontariato della giustizia, Antigone) e vari esponenti politici; ci fu una dichiarazione a tutela dell’incolumità di Avni Er e per il rispetto delle norme internazionali a difesa dei diritti dell’individuo da parte dell’europarlamentare Giulietto Chiesa; ci furono molti ordini del giorno da parte del Consiglio provinciale di Lecce (19 marzo 2008), del Consiglio Regionale della Toscana, della Sardegna e della Campania.
Anche il Consiglio Regionale della Puglia, in data 24 giugno 2008, sottoscrisse una mozione contro l’estradizione di Avni Er in Turchia, con esplicito riferimento all’art.10 della Costituzione italiana che recita:
” Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Ricordiamo che secondo associazioni internazionali ed autorevoli come Human Rights Watch, Amnesty International, nonché la Commissione ONU per i diritti umani ed il comitato Europeo per la prevenzione della tortura, in Turchia vi è il fondato timore di violazioni dei diritti, di trattamenti inumani e degradanti, di tortura.
Ricordiamo inoltre che il curdo Ocalan, nonostante il riconoscimento dell’asilo costituzionale rilasciato dal governo italiano, è da 11 anni detenuto in regime di isolamento totale nell’isola di Imrali. Infine, a dimostrazione della condizione politica in Turchia, citiamo il tentativo di qualche giorno fa dell’ennesimo colpo di stato manu militari.
Allo stato attuale, Avni Er ha inoltrato formale richiesta d’asilo nel nostro paese e, per quanto affermato, – anche in considerazione che la Corte d’Appello d’Anversa il 7 febbraio 2008, impegnata a giudicare 11 militanti del DHKP-C, si è rifiutata di riconoscere tale organizzazione quale “gruppo terroristico”, prosciogliendo tutti gli imputati;
CHIEDIAMO
a tutte le forze democratiche, ai partiti, alle associazioni, alla società, ai sindacati, di aderire e sottoscrivere l’appello in favore di Avni Er, affinchè GLI VENGANO RICONOSCIUTE TUTTE LE FORME DI TUTELA ED IL PRINCIPIO DI NON RESPINGIMENTO.

Per adesioni e sottoscrizioni del documento inviare e-mail presso csidf@libero.it Info: 339 8277593

__AUDIO DA RADIO BLACKOUT__Diretta con Avni Er, dal Cie di Bari, comunista, ma soprattuto nel suo paese, la Turchia,  un giornalista; un paese in cui la libera opinione non può avere espressione. Qui in Italia ha scontato la pena a cui era stato condannato, ma uscito dal carcere, non avendo permesso di soggiorno rinnovato, è stato trasferito al Cie da dove verrà rimpratiato; si invitano i solidali a spingere per far si che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato politico, per evitargli la morte al ritorno al suo paese.


Sugli arresti in Italia contro la comunità kurda!

27 febbraio 2010 Lascia un commento

COMUNICATO STAMPA DELLA CONFEDERAZIONE COBAS

E’ dalle elezioni del marzo 2009 in Turchia – quando il DTP/partito “ filokurdo” ha ottenuto l’8% dei voti nazionali e 22 deputati(13 donne); il 75% dei voti nel Kurdistan – che le massime istituzioni militari e il Governo Erdogan , hanno accentuato la repressione nei confronti del popolo kurdo.
Lo scioglimento del DPT deciso dalla Corte Suprema controllata dai militari, la decadenza dei deputati Kurdi, oltre 500 arresti di dirigenti e attivisti del DTP, la distruzione di numerosi villaggi e ancora migliaia di profughi, oltre 1500 bambini-ragazzi arrestati/condannati a enormi pene, ne sono le conseguenze.
Ora il disegno repressivo Turco – si rivolge contro le Comunità Kurde in esilio in Europa, nonostante la “ road map”di Ocalan ( da oltre 10 anni nel lager di Imrali) e del PKK , proponenti la “ soluzione democratica” , ovvero una Turchia con una costituzione democratica (non più sottoposta ai diktat delle gerarchie militari) in cui convivano e si rispettino le “ minoranze Kurde, Aluite,Armene,…(oltre 50 milioni)”.
Da ieri in tutta Italia è scattato un blitz, con arresti e perquisizioni di centinaia di kurdi – di espulsioni in Turchia per coloro senza permesso di soggiorno( nonostante il “ divieto internazionale” verso gli stati che torturano e/o applicano la pena di morte) – per una ipotesi di reato assurda , quella “ di aver organizzato campi di addestramento per futuri guerriglieri inquadrati nel PKK”.
Essendo a conoscendo della situazione delle comunità kurde in Italia appare inverosimile questa accusa: la guerriglia in Kurdistan ha tutto il territorio che gli occorre , non ha minimamente bisogno di “ basi in Europa”.
Questa “ retata” , ci appare più dettata dalla ragion di stato, a cui si piegano il governo e gli inquirenti nostrani , proni agli affari con la Turchia e dimentichi dell’assoluta mancanza del rispetto dei diritti umani-civili-politici di un paese che attende di entrare in Europa e che ha collezionato ancora nel 2009 centinaia di sentenze colpevoli da parte della Corte Europea di Giustizia.

Il comunicato delle Comunità Kurde in Italia che segue, testimonia l’impegno al “ progetto democratico” in Turchia, sconfessando i blitz e i teoremi politico-giudiziari italiani.
Alle Comunità Kurde perseguitate e demonizzate va la solidarietà e l’incoraggiamento della Confederazione Cobas , l’impegno di contribuire a far cadere questa montatura per far prevalere senza tentennamenti la “ strategia democratica”.
Alla vigilia del 1° marzo , giornata di mobilitazione nazionale a sostegno dei diritti degli immigrati e degli asilanti, nelle iniziative già programmate rivendichiamo oltremodo la liberazione degli arrestati e il blocco delle espulsioni.

Roma 27 marzo 2010 Confederazione Cobas

COMUNICATO STAMPA delle comunità kurde in Italia

La Turchia ha avviato una campagna di criminalizzazione della popolazione kurda in Europa e di tutte le sue espressione associative che promuovono eventi e manifestazioni di carattere sociale e culturale.
Riteniamo che l´operazione di polizia di questa mattina, che ha portato al fermo di diverse persone, rientri in quest´ottica e che l´unico obbiettivo che si tenta di perseguire attraverso ciò, non sia altro che attaccare con forza il diritto del popolo kurdo di auto-organizzarsi e di rendere ancora più difficile la vita di una popolazione che è stata obbligata con la forza a lasciare il proprio paese.
Riteniamo che questo atteggiamento, parallelo a quello che ha portato in Turchia all´arresto di oltre 1500 tra sindaci, amministratori locali, rappresentanti politici, sindacali e della società civile kurda, sia un ostacolo serio allo sviluppo di una dialettica democratica e dia forza esclusivamente al partito della guerra che, in Turchia, vede la vera minaccia alla sua esistenza nella pace e nel dialogo.
Dalle prime informazioni trapelate dalla stampa viene affermato che, in Italia, non sarebbero state trovate armi ed allora sembra divenire anche un crimine il solo incontrarsi per discutere di cultura, politica o delle condizioni socio economiche del popolo kurdo in Europa ed in Kurdistan.

La comunità kurda, che in Italia persegue esclusivamente un disegno di promozione sociale e proprio miglioramento economico, non ha nessun interesse, tantomeno nessuna intenzione, di creare delle minacce per la Turchia e si batte per la convivenza civile e pacifica delle due popolazioni e perché possa essere raggiunta una soluzione equa e democratica della questione kurda in Turchia.
Siamo comunque fiduciosi nel lavoro della magistratura italiana e speriamo che questa situazione possa essere presto risolta in maniera positiva senza discriminare ulteriormente il popolo kurdo.
Tale operazione, inoltre, rende assai più difficile l´attività solidaristica di tutte quelle organizzazioni non governative ed associazioni che si battono per la pace in Turchia ed in tutto il Medio oriente.
Chiediamo alla società civile italiana ed alla opinione pubblica di agire per far si che i diritti fondamentali del popolo kurdo vengano rispettati. Il popolo kurdo è costretto a vivere in esilio a causa di una guerra, scatenata dalla Turchia contro la popolazione civile kurda e che, con la scusa della lotta al terrorismo ha portato, sino ad oggi, alla distruzione di oltre 4500 villaggi ed all´esodo di circa 5 milioni di profughi.
Speriamo che, almeno l´Europa, possa garantire il diritto del popolo kurdo all´esistenza e ad un futuro di libertà.

Le comunità kurde in Italia

 

Perversioni legislative: arrestato senegalese mentre rientrava nel suo paese, perchè … “non aveva lasciato l’Italia”

5 gennaio 2010 1 commento

COMUNICATO STAMPA

CLANDESTINO SENEGALESE ACQUISTA BIGLIETTO AEREO PER LASCIARE L’ITALIA MA, IN AEROPORTO, VIENE ARRESTATO PER… NON AVER LASCIATO L’ITALIA. IL GARANTE DEI DETENUTI DEL LAZIO ANGIOLO MARRONI «EFFETTI PERVERSI DI UNA LEGISLAZIONE CHE SEMBRA FATTA APPOSTA PER CASUARE SPRECHI DI DENARO PUBBLICO E ULTERIORI SOFFERENZE».

Dopo otto anni da clandestino in Italia, aveva deciso di tornare a casa sua, in Senegal, acquistando di tasca propria un biglietto aereo. Ma, secondo le leggi dello Stato, potrà tornare in Patria solo da espulso, fra sette mesi, e per di più a spese della collettività! Protagonista della singolare vicenda – segnalata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni – Khadim, un cittadino senegalese di 41 anni.

Khadim era arrivato in Italia otto anni dal Senegal. Per tutto questo tempo ha vissuto e lavorato a Napoli senza possibilità di essere messo in regola perché il permesso di soggiorno non lo ha mai avuto. Per questo – nonostante non abbia mai commesso reati ed abbia, invece, tentato dicostruirsi una parvenza vita sociale – Khadim viene raggiunto da diversi decreti di espulsione che portano ad una condanna penale a sette mesi di reclusione senza che lui ne abbia mai conoscenza. 

Quando Khadim decide di tornare in Senegal, viene aiutato dagli amici italiani a comprare il biglietto dell’aereo ma all’aeroporto viene arrestato e trasferito al carcere di Civitavecchia per scontare la condanna a sette mesi per non aver ottemperato ad una espulsione che, per altro, stava volontariamente eseguendo. In carcere Khadim chiede l’espulsione come misura alternativa (misura prevista per diversi reati con condanna sotto i due anni) sperando di porre fine a questa sfortunata avventura. Ma la sua istanza viene respinta dai magistrati sul presupposto che, per la “Bossi-Fini”, questo tipo di misura alternativa non può essere concessa a chi non ha ottemperato all’espulsione.

 «In sostanza – ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni – Khadim che stava lasciando l’Italia è ora recluso in un carcere per non aver lasciato il nostro paese. Dal carcere ha fatto richiesta per lasciare l’Italia ma non gli è consentito perché deve scontare una pena per non aver lasciato l’Italia. Quella che denunciamo sembra una storia senza senso ma è la realtà di una legislazione che, in tema di immigrazione, fra carcere e C.I.E., sembra accanirsi contro i cittadini stranieri fino a prevedere inutili pene afflittive ed ulteriore sofferenza.
Forse sarebbe necessario studiare maggiormente gli effetti pratici di alcune leggi, per evitare, ancora una volta, di risolvere un fenomeno di rilevanza sociale ed economica come l’immigrazione facendo ricorso al carcere».

 Marco Leone , responsabile dell’ufficio stampa del garante del Lazio

Nuova rivolta al CIE di Bari

16 dicembre 2009 Lascia un commento

Nuova rivolta, ieri pomeriggio, dentro al Cie di Bari-Palese. Sembra che tutto sia nato dal pestaggio effettuato dalle guardie, non si sa per quale motivo, di un recluso del modulo 6. I suoi compagni hanno reagito bruciando alcuni materassi e spaccando i vetri della struttura. Contro i ribelli sono accorsi “militari di tutti i tipi” – secondo le testimonianze da dentro – che sono riusciti ad isolarli nel loro modulo. Non si sa bene cosa sia capitato successivamente, ma sembra non ci siano stati arresti. In realtà è dall’altroieri che la tensione al 6 si è rialzata: i reclusi degli altri moduli avevano sentito urla e casino provenire da lì e da allora tutti i moduli sono isolati e i pasti vengono serviti tra le sbarre.
QUI SOTTO IL VOLANTINO DISTRIBUITO DURANTE LA MANIFESTAZIONE  IL GIORNO SUCCESSIVO

Benvenuti nella democrazia dei lager

M. ha una trentina d’anni, e, come dicono i suoi compagni di cella, “sta morendo piano piano”. Da circa quattro mesi è rinchiuso nel C.I.E. di Bari-Palese e da più di 40 giorni porta avanti, nel silenzio e nella disperazione, uno sciopero della fame: non parla e rifiuta il cibo, mangia solo un po’ di  pane ogni quattro-cinque giorni, e perciò le sue condizioni di salute sono gravi; è rimasto “solo ossa”. Da quando i suoi compagni di cella chiedono insistentemente agli operatori sanitari di fare qualcosa, la risposta è sempre la stessa: questi operatori dicono che se M. non si reca autonomamente in infermeria, loro non possono fare niente e non sono responsabili della sue pessime condizioni; evidentemente non gli importa se M. sta così male che non riesce neanche ad alzarsi dal suo materasso, e quindi l’assistenza medica gli viene di fatto negata. In poche parole: la sua vita non ha nessun valore per gli operatori sanitari del C.I.E.

Una cosa simile, probabilmente, deve averla pensata dei suoi carcerieri quel recluso che per disperazione ha tentato di impiccarsi, circa un mese fa, ed è vivo solo perché i suoi compagni di cella gliel’hanno impedito; fosse stato per gli addetti alla sorveglianza, “avrebbe anche potuto impiccarsi, se ne era così convinto”. Neanche la vita di S. deve aver molto valore, secondo gli operatori del C.I.E. in cui è rinchiuso: è ammalato di diabete, ma si vede negare una cura adatta e la possibilità di fare delle analisi. E un parere non molto diverso sugli operatori sanitari l’avranno forse quei reclusi che sanno che alcuni di loro hanno malattie come l’epatite c, e vedono che nessun tipo di precauzione viene presa dagli addetti all’assistenza per evitare il contagio: la barba, ad esempio, la fanno tutti con lo stesso rasoio. Anche questo, si capisce, è una cosa che pare non importi agli operatori del C.I.E.
A quanto dicono questi operatori, neanche la pessima qualità del cibo dipende da loro: è quindi inutile che i reclusi si lamentino se nei piatti trovano vermi o roba andata a male, o se dopo pranzo sono in uno strano stato di torpore
come se nel cibo fossero stati messi psicofarmaci e “sostanze calmanti”.
Forse si tratta delle stesse “pillole” che vengono somministrate quotidianamente all’ora della cosiddetta “terapia”: tutte le altre cure mediche richieste dai reclusi vengono quasi sempre negate. Gli operatori sanitari devono aver stabilito, a quanto pare, che gli psicofarmaci sono un ottimo espediente per tenere a bada i migranti che si trovano nel C.I.E; per poterli tenere rinchiusi per mesi nelle celle col pretesto che non hanno un documento valido, come ha stabilito il recente “Pacchetto Sicurezza”. Per impedirgli di protestare, di fare baccano, di tentare la fuga. E se gli psicofarmaci non dovessero bastare, ci sono i militari addetti alla sorveglianza: sempre col manganello in mano. Ai militari, dicono i migranti, è inutile chiedere qualunque cosa: non è possibile mandare un fax, e neanche avere una penna per scrivere, non ti danno nulla, ti dicono che quello che chiedi non c’è, o non è possibile, o loro non ne sono responsabili.
Ma allora chi sono i responsabili di tutto questo? Saranno gli ex-ministri Turco e Napolitano, che nel 1998 hanno deciso la costruzione di strutture simili? Sarà il ministro Maroni, che ha fatto approvare una legge che allunga i periodi di detenzione nei C.I.E.? Sarà l’O.E.R. (Operatori Emergenza Radio), la “onlus” che ha vinto la gara d’appalto per la gestione del C.I.E. di Bari-Palese? Saranno forse le ditte Medica Sud srl o Ladisa, che partecipano alla gestione di questo centro, in “raggruppamento temporaneo di impresa” con la suddetta O.E.R.? Saranno i militari del battaglione S. Marco, che sono addetti alla sorveglianza? La risposta pare ovvia: sono tutti responsabili.

Responsabili dell’attuazione di una legge razzista, responsabili della macchina delle espulsioni, responsabili dell’esistenza dei  C.I.E., responsabili delle pessime condizioni di vita al loro interno, responsabili della disperazione di chi vi viene “ospitato”.

Ma forse neanche psicofarmaci e manganelli bastano a tenere la situazione sotto controllo, se spesso nel C.I.E. di Bari-Palese ci sono proteste e rivolte rumorose: dentro le celle, con gli scioperi della fame, o cercando di inghiottire qualunque cosa pur di uscire dal centro, per essere portati in ospedale; e all’interno della struttura, quando i migranti spaccano vetri e bruciano materassi chiedendo di essere liberati, o almeno rimpatriati, per sfuggire all’inferno del C.I.E.
L’ultima protesta si è verificata la settimana scorsa: due migranti sono stati arrestati e probabilmente rimarranno in carcere per molto tempo, senza che si sappia più niente di loro.
Una cosa simile è successa ai venti algerini che sono stati arrestati l’anno scorso, nella notte di Natale, per aver tentato la fuga. Sono rimasti in carcere con l’accusa di devastazione e saccheggio, da cui sono poi stati assolti,
dopo un anno, perché la corte d’appello ha deciso che, in effetti, come condanna era decisamente esagerata. Dopo un anno di carcere.

Considerando tutto questo, non è difficile capire perché le leggi sull’immigrazione che vigono in Italia non possono che essere definite razziste, e non ci si stupirà più di tanto se questi C.I.E. vengono sempre più spesso chiamati lager. Perché di lager si tratta.

E allora benvenuti nella democrazia del razzismo, della violenza contro i migranti, della xenofobia, della repressione dei “clandestini” e degli “indesiderati”. Benvenuti nella democrazia che ha costruito i nuovi lager.

25/11 Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: TUTT@ DAVANTI AI C.I.E.

21 novembre 2009 Lascia un commento

NELLA TUA CITTÀ C’È UN LAGER
È IL CIE (centro di identificazione ed espulsione) DI PONTE GALERIA

 NOI NON SIAMO COMPLICI!

SIAMO TUTTE CON JOY
LA DONNA CHE HA DENUNCIATO IL TENTATIVO DI STUPRO
DA PARTE DEL SUO CARCERIERE NEL CIE DI MILANO

NON VOGLIAMO ESSERE COMPLICI DI UNA VIOLENZA LEGALIZZATA
NON VOGLIAMO ESSERE COMPLICI DI UNA LEGGE RAZZISTA FATTA IN NOME DELLE DONNE
NON VOGLIAMO ESSERE COMPLICI DI UN SISTEMA CHE CONSIDERA LE PERSONE IMMIGRATE COME DEI CRIMINALI SOLO PERCHÉ NON HANNO I DOCUMENTI
 NON C’È RISPOSTA ALLA VIOLENZA CHE NON SIA AUTODETERMINAZIONE:
L’AUTODETERMINAZIONE DI UNA È L’AUTODETERMINAZIONE DI TUTTE

MERCOLEDÌ 25 NOVEMBRE 2009
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
 PRESIDIO ITINERANTE DI DONNE,
FEMMINISTE E LESBICHE, MIGRANTI E AUTOCTONE
VERSO IL CIE DI PONTE GALERIA

alle 16:00: appuntamento alla stazione Ostiense
per un volantinaggio sul treno che porta verso il Cie
 dalle 17:00: presidio davanti al Cie di Ponte Galeria
(via Gaetano Rolli Lorenzini angolo via Cesare Chiodi)
musica e parole, voci, denunce e testimonianze di femministe e lesbiche

CONTRO LA VIOLENZA SESSISTA E RAZZISTA,
NOI SIAMO TUTTE CON JOY E HELLEN!

http://noinonsiamocomplici.noblogs.org

Nella tua città c’è un lager. Alle porte di Roma, tra il Parco Leonardo e la Fiera di Roma, c’è il centro di identificazione ed espulsione (Cie, ex Cpt) di Ponte Galeria, dove vengono rinchiuse, in condizioni disumane, le persone immigrate prive di documenti o che hanno perso il lavoro. Con l’approvazione del “pacchetto sicurezza” e il prolungamento della detenzione fino a sei mesi, lo stato vorrebbe privare le persone immigrate di ogni dignità e costringerle a vivere in un regime di violenza quotidiana e legalizzata. Nel corso dell’estate, sono scoppiate numerose rivolte, da Lampedusa a Gradisca. Noi ci sentiamo vicine e vogliamo sostenere le lotte delle recluse e dei reclusi contro questi “lager della democrazia”. In particolare vogliamo farvi conoscere la forza e l’autodeterminazione di Joy.

Martedì 13 ottobre si è chiuso il processo di primo grado contro i reclusi e le recluse accusate dalla Croce Rossa di aver dato vita, ad agosto, alla rivolta contro l’approvazione del pacchetto sicurezza nel Cie di via Corelli a Milano. Nel corso del processo una di queste donne, Joy, ha denunciato in aula di aver subito un tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo di polizia Vittorio Addesso e di essersi salvata solo grazie all’aiuto della sua compagna di cella, Hellen. Inoltre, entrambe hanno raccontato che, durante la rivolta, con altre recluse, sono state trascinate seminude in una stanza senza telecamere, ammanettate e fatte inginocchiare, per essere poi picchiate selvaggiamente prima di essere portate in carcere. Dopo essere state condannate a sei mesi di carcere per la rivolta, ora Joy e Hellen rischiano un processo per calunnia, per aver denunciato la violenza subita.
 Sappiamo bene che questo non è un caso isolato: i ricatti sessuali, le molestie, le violenze e gli stupri sono una realtà che le donne migranti subiscono quotidianamente nei Cie, ma le loro voci sono ridotte al silenzio perché i guardiani, protetti dalla complicità della Croce rossa, in quanto rappresentanti dell’istituzione, si sentono liberi di abusare delle recluse.
Sappiamo bene quanto sia aggravante essere prigioniera e donna: la violenza che si consuma nei luoghi di detenzione ad opera dei carcerieri, che viene sistematicamente occultata, si manifesta anche e soprattutto attraverso forme di violenza sessuale sulle prigioniere donne: perchè la violenza maschile sulle donne è un fatto culturale, e si basa sulla sopraffazione che sfocia nell’abuso del corpo e nell’offesa della mente.

Per questo pensiamo che sia importante sostenere Joy e Hellen, assieme a tutte le migranti che hanno avuto – e che avranno in futuro – il coraggio di ribellarsi ai loro carcerieri.
 Per questo il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, assieme ad altre compagne femministe e lesbiche che si stanno mobilitando in diverse città, saremo a Ponte Galeria. Per affermare che noi non vogliamo essere complici, né delle campagne mediatiche costruite sull’equazione razzista “clandestino uguale stupratore”, né delle leggi razziste, securitarie e repressive varate in nostro nome; per gridare che tutti i centri di detenzione per migranti devono essere chiusi; per dire che rifiutiamo ogni forma di controllo e ogni tentativo di usare i nostri corpi per giustificare gli stereotipi e le violenze razziste e sessiste.
 Ma soprattutto saremo lì per esprimere la nostra solidarietà a tutte le recluse e i reclusi nei Cie e per far sentire a Joy e Hellen che non sono sole, che il loro gesto rappresenta un atto estremamente significativo di resistenza e di autodeterminazione, che rovescia il ruolo di vittima assegnato alle donne immigrate, dando forza a tutte le lotte e i percorsi contro la violenza sulle donne, dentro e fuori dai Cie.

Sei ore di rabbia in corso Brunelleschi

5 novembre 2009 Lascia un commento

Una crepa in Corso Brunelleschi
Diario

Sei ore di rabbia in corso Brunelleschi. Eccovele, minuto per minuto.

no_cptAlle 20,00 di questa sera uno dei reclusi che l’altro giorno era stato trasferito da via Corelli è esploso. La lunga detenzione, il trasferimento inatteso, le condizioni di detenzione, la lontananza da sua figlia appena nata, lo portano a tagliarsi le mani e le braccia e ad ingoiare un accendino e vari altri ferri. Dice che vuole morire, accusa la polizia di averlo trasferito da Milano per punirlo di aver denunciato la situazione dei Centri tramite le radio di movimento e tramite il nostro sito, //Macerie//. I suoi compagni di cella vedono subito che la situazione è abbastanza grave: il sangue è ovunque e la Croce Rossa si rifiuta di intervenire. Così chiamano i solidali che conoscono all’esterno e da subito – dai microfoni di Radio Blackout e dai siti di movimento – parte un appello a telefonare al Centro perché i responsabili chiamino l’ambulanza e lo facciano curare.

Parte un vasto giro di telefonate di protesta. Da dentro al Centro i responsabili negano, affermano che “la situazione è sotto controllo”, che provvederanno… alla fine il recluso ferito viene portato in infermeria e poi riportato subito nelle gabbie.

Intorno alle 22,30 i prigionieri riferiscono entusiasti di sentire un gran baccano fuori dalle mura: “c’è una manifestazione” – dicono. Sono gli antirazzisti, veloci e rumorosi come al solito. Da quel momento in poi la situazione si scalda: i reclusi continuano a protestare rumorosamente, alle 23,00 inizia una breve sommossa, e i prigionieri delle due aree maschili danneggiano il danneggiabile. Alle 23,20 il ferito si taglia di nuovo, questa volta alla gola. Dopo un attimo di silenzio sgomento, riparte la protesta. Solo intorno alle 23,40 i responsabili del Centro chiamano un’ambulanza, che recupera il ferito e lo porta al Pronto Soccorso.

Intorno alla mezzanotte la polizia circonda le gabbie e minaccia di caricare, i reclusi si barricano dentro accumulando le panchine di cemento contro le porte. Dentro ad una delle aree, i reclusi riescono a buttare giù il muro della saletta interna. La polizia un po’ minaccia un po’ cerca di calmare la situazione: arrivano i capi dell’ufficio immigrazione e del Centro. “Se non vi rispondiamo al telefono domani mattina, vuol dire che siamo in carcere o all’ospedale” – dicono i reclusi.jpg_1696888

Alle 0,45 il recluso ferito è in chiurgia all’ospedale Martini. Fuori dall’ospedale due volanti e la Digos, che ferma e identifica alcuni solidali.

Nello stesso tempo la polizia comincia a provare a sfondare le porte, ma non ci riesce. Arrivano i vigili del fuoco e altri rinforzi. Ci sono più o meno 50 carabinieri e 100 poliziotti. I capi dell’ufficio immigrazione parlamentano con i reclusi e intorno all’1.05 trovano un accordo: via la celere e i poliziotti armati, nelle gabbie potranno entrare soltanto i pompieri a raccogliere le macerie del muro demolito, scortati da due donne dell’ufficio immigrazione.

Alle 1,15 sembra tornata la calma. Alle 2.10, quando oramai i pompieri hanno terminato il proprio lavoro, due volanti riportano al centro il prigioniero ferito. Sei ore di rabbia, e il Cie di Torino ha un muro in meno.  

Aggiornamento 5 novembre.

Intorno alle 11,25 è iniziata una perquisizione nelle gabbie del Centro. La polizia è arrivata in massa, con i cani ed è riuscita ad entrare: come sapete, ieri sera era dovuta rimanere fuori, grazie alla determinazione dei reclusi.

Ore 15.00. La perquisizione è finita velocemente ed è stata tutto sommato pacifica. Il recluso ferito continua la sua lotta: ha mangiato varie lamette e sta facendo lo sciopero della fame. In mattinata, poi, sono state portate via dal Centro una decina di persone, quasi esclusivamente donne – non coinvolte nella sommossa di ieri. Non sappiamo se si sia trattato di una deportazione o di un trasferimento per alleggerire il Centro e iniziarne la ricostruzione.

Ore 16.00. Notizie dalla Tunisia: è uno dei deportati di stamattina, ed è nel posto di polizia dove l’hanno trasferito appena sceso dall’aeroporto. Sta bene e dovrebbe uscirne a breve, c’è suo fratello fuori ad aspettarlo. Si tratta di uno dei protagonisti della sommossa di ieri sera nell’area rossa, ma probabilmente non si tratta di una ritorsione: è stato svegliato alle 5 del mattino, e ci sembra difficile che gli uomini di Maroni riescano ad organizzare un viaggio burocraticamente tanto complesso in tre ore soltanto. Le altre deportate di questa mattina sono donne, forse 5, e ieri non avevano partecipato alle danze.

macerie @ Novembre 4, 2009

Qui la corrispondenza di Radio onda rossa

Il CIE di Gradisca in rivolta

10 agosto 2009 Lascia un commento

police-partout3Il Pacchetto Sicurezza è realtà da 2 giorni. Una manciata di ore prima che entrasse in vigore, una giovane migrante in Italia da diverso tempo ha deciso di lanciarsi nel fiume Brembo proprio perchè non riusciva a regolarizzarsi ed era terrorizzata dall’idea di dover affrontare le nuove leggi razziali che regolamentano la permanenza dei migranti nel nostro paese. Si chiamava Fatima Aitcardi, 27 anni, proveniente dal Marocco, bagnato dal nostro stesso mare.
Introducendo il reato di clandestinità l’Italia ha deciso di porsi in fondo alla lista dei paesi civili, ha deciso di girare i tacchi ai diritti fondamentali dell’uomo, di rendere illegali i corpi e non le eventuali azioni delittuose. 
Ieri, com’era prevedibile, è scoppiata la rivolta in uno dei Centri di Identificazione ed Espulsione presenti sul nostro territorio: centri che vedranno moltiplicare di molte volte il numero di migranti reclusi, per l’inasprimento delle pene causato dall’aggravante della clandestinità e l’estenzione del trattenimento da 60 a 180 giorni. Il primo ad espodere è stato il CIE di Gradisca d’Isonzo, con una rivolta iniziata subito dopo le 21 e protrattasi fino alle 2 di notte, con la presa dei tetti, da dove urlavano verso la statale, che poco dopo è stata chiusa e lanciavano oggetti contro la polizia che arrivava con diverse volanti a circondare il centro. Più della metà dei presenti nel campo ha preso parte alla rivolta, poi la polizia è intervenuta con un massiccio lancio di lacrimogeni che hanno causato l’intossicazione di alcuni rivoltosi.
di Valentina Perniciaro, L’altronline 

Al-Molky è stato espulso verso la Siria

27 giugno 2009 1 commento

Appena tre giorni fa salutavamo da questo blog Khaled Husseini, morto nel carcere di Benevento a 79 anni, da tempo malato ma malgrado questo rinchiuso in regime di Elevato Indice di Vigilanza in un braccetto speciale.
Oggi, inaspettatamente è stato espulso (in queste ore lo staranno imbarcando su un volo per Damasco) Yussef MAged Al-Molki, che ha già scontato più di 23 anni nelle carceri italiane e a fine pena era stato rinchiuso in un centro di identificazione ed espulsione. Le autorità italiane hanno aspettato l’ultimo giorno dei 60 che avevano a disposizione per comunicargli l’espulsione.

ACHILLE LAURO: ESPULSO AL MOLKY, VADO VERSO LA MORTE . PRELEVATO A SORPRESA (ANSA) – GENOVA, 27 GIU –
«Mi hanno usato come merce di scambio fra Italia e Siria. Mi stanno mandando verso la morte». Sono le ultime parole, una disperata denuncia lanciata con il cellulare, di Youssef Maged Al Molky, 47 anni, il palestinese ritenuto tra i principali responsabili del sequestro della nave da crociera Achille Lauro, avvenuto nel 1985, ed oggi espulso a sorpresa con destinazione Siria. Al Molky, condannato a 30 anni di reclusione dalla Corte d’Assise di Genova per quel sequestro e l’uccisione di un passeggero statunitense di origine ebraica, Leon Klinghofer, ha scontato 23 anni e 8 mesi di carcere, pena ridotta per buona condotta. noborder_cuaAppena uscito dall’Ucciardone, nell’aprile scorso, aveva ricevuto un ordine di espulsione nei confronti del quale hanno però fatto ricorso i suoi legale, Gianfranco Pagano, del foro di Genova, e Maria Stella Pagano, di Palermo. Secondo i legali, Al Molky, nato in Palestina da padre giordano e madre siriana, e sposato da 5 anni con una donna italiana che vive in Piemonte, «non ha una cittadinanza riconosciuta, è sposato in Italia e secondo la sentenza deve ancora scontare tre anni di libertà vigilata». In attesa della decisione del giudice di pace di Palermo sul ricorso, Al Molky è stato rinchiuso nel centro di accoglienza Serraino Vulpitta di Trapani. Oggi, a sorpresa, mentre ancora si attende la sentenza del giudice di pace, Al Molky è stato prelevato dalla polizia e condotto a Roma da dove a tarda sera sarà imbarcato su un aereo con destinazione Damasco. Secondo quanto riferito alla moglie prima che fosse privato del telefono cellulare, all’uomo sarebbe stato consegnato un lasciapassare della Siria con il quale il Paese arabo accetta di accoglierlo sul suo territorio. «Vado verso la morte» ha continuato a ripetere Al Molky durante il trasferimento da Palermo a Roma. Ed il suo avvocato, da Genova, conferma che «poichè molti reati legati alla vicenda dell’Achille Lauro furono compiuti nelle acque territoriali siriane, le possibilità che possa essere condannato a morte sono molto alte». «Ho pagato le mie colpe – ha aggiunto l’ex terrorista – ed ora vengo scaricato da un Paese che si definisce democratico». Il legale genovese chiarisce anche che nelle scorse settimane, su interessamento dell’Autorità palestinese, l’Algeria si era dichiarata disposta ad accogliere Al Molky, ma l’uomo si era rifiutato di accettare la proposta ritenendo che, essendo sposato con una italiana, potesse rimanere a vivere in Italia al fianco della moglie. «È assurdo ed incredibile – commentano ora i due legali – che venga adottato un provvedimento di espulsione prima che il giudice si sia pronunciato. Siamo pronti a chiedere immediatamente il ricongiungimento familiare».

E’ STATO IMBARCATO ALLE 22,30 DALL’AEREOPORTO DI FIUMICINO.

La più grande prigione del mondo

14 dicembre 2008 Lascia un commento

La mega-prigione della Palestina

di Ilan Pappe (1)

In diversi articoli pubblicati da The Electronic Intifada, ho affermato che Israele sta attuando una politica di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre continua la pulizia etnica della Cisgiordania. Ho affermato che la politica di genocidio è il risultato di una mancanza di strategia. L’argomento è il seguente: poiché la classe dirigente politica e militare non sa come gestire la Striscia di Gaza, essa ha scelto una reazione

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

automatica consistente nell’uccisione massiccia di cittadini ogni volta che questi osano protestare per forzare [in qualche modo] il loro strangolamento e il loro imprigionamento. Il risultato è stato finora un’escalation di uccisioni indiscriminate dei palestinesi – più di cento nei primi giorni del Marzo 2008 – giustificando sfortunatamente l’aggettivo “genocida” che io ed altri abbiamo utilizzato per definire questa politica. Ma non era ancora una strategia.
Tuttavia, nelle settimane più recenti, è emersa una strategia più chiara da parte di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e del suo futuro, e questa strategia è parte della nuova impostazione complessiva riguardante il destino dei territori occupati in generale. Si tratta, nell’essenziale, di un affinamento dell’unilateralità adottata da Israele sin dal fallimento dei “colloqui di pace” di Camp David nell’estate del 2000. L’ex Primo Ministro d’Israele Ariel Sharon, il suo partito Kadima, e il suo successore Primo Ministro Ehud Olmert, hanno delineato molto chiaramente quello che l’unilateralità comportava: Israele avrebbe annesso circa il 50% della Cisgiordania, non come estensione omogenea ma come lo spazio complessivo degli insediamenti, delle strade separate, delle basi militari, e dei parchi nazionali (che sono aree interdette ai palestinesi). Questo è stato più o meno attuato negli ultimi otto anni. Queste entità puramente ebraiche hanno frammentato la Cisgiordania in 11 piccoli cantoni e sotto-cantoni, separati gli uni dagli altri da questa pervasiva presenza coloniale ebraica. La parte più importante di quest’invasione è il cuneo più grande di Gerusalemme, che divide la Cisgiordania in due regioni separate senza collegamenti di terra per i palestinesi. Il muro viene così allungato e reincarnato in vario modo per tutta la Cisgiordania, accerchiando a volte singoli villaggi, quartieri e città. L’immagine cartografica di questo nuovo assetto dà un’indicazione della nuova strategia nei confronti sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza. Lo stato ebraico del 21° secolo sta per completare la costruzione di due mega-prigioni, le più grandi – nel loro genere – della storia umana.

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell'Esercito israeliano

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell’Esercito israeliano

Esse sono fatte in modo differente: la Cisgiordania è fatta di piccoli ghetti e quella di Gaza è da sola un gigantesco mega-ghetto. C’è un’altra differenza: la Striscia di Gaza è adesso, nell’immaginazione distorta degli israeliani, la prigione dove sono imprigionati i “detenuti più pericolosi”. La Cisgiordania, d’altro canto, è ancora gestita come un gigantesco complesso di prigioni all’aria aperta sotto forma di normali agglomerati umani, come villaggi o città, collegati e supervisionati da un’autorità carceraria dotata di una forza militare enorme e violenta.
Secondo gli israeliani, la mega-prigione della Cisgiordania può essere definita uno stato. Yasser Abed Rabbo, consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, ha minacciato – negli ultimi giorni del Febbraio 2008 – gli israeliani [dell’eventualità] di una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, ispirata dai recenti avvenimenti del Kosovo. Tuttavia, sembra che nessuno da parte israeliana abbia avuto molto da ridire su quest’idea. Questo è più o meno il messaggio che uno sbalordito Ahmed Qurei, il negoziatore palestinese per conto di Abbas, ha ricevuto da Tzipi Livni, il Ministro degli Esteri israeliano, quando le ha telefonato per rassicurarla che Abed Rabbo non stava parlando a nome dell’Autorità Palestinese. Egli ha avuto l’impressione che la di lei preoccupazione principale era in realtà quella opposta: che l’Autorità Palestinese non sia d’accordo nel chiamare “stato”, nel prossimo futuro, le mega-prigioni.

Questa riluttanza, insieme all’insistenza di Hamas di voler resistere al sistema della mega-prigione con una guerra di liberazione, ha costretto gli israeliani a ripensare la loro strategia verso la Striscia di Gaza. Quello che trapela è che neppure i membri più disponibili dell’Autorità Palestinese sono disposti ad accettare la realtà della mega-prigione offerta come se fosse la “pace” o persino come se si trattasse della “costituzione di due stati”. E Hamas e la Jihad islamica sono arrivati a tradurre questa riluttanza negli attacchi con i razzi Qassam contro Israele. Così il modello della più pericolosa delle prigioni è andato avanti: gli strateghi dell’esercito e del governo si sono imbarcati in una “gestione” a lungo termine del sistema da essi messo in piedi, nel momento stesso in cui dichiaravano di impegnarsi in un “processo di pace” sostanzialmente insignificante, con molto poco interesse da parte della comunità internazionale, e una continua lotta dall’interno [dello Stato d’israele] contro di esso.

In questo quadro la Striscia di Gaza viene ora vista come la prigione più pericolosa, e quella contro cui impiegare i mezzi punitivi più brutali. Uccidere i “detenuti” con bombardamenti aerei o di artiglieria, o per mezzo dello strangolamento economico, sono i risultati non solo inevitabili dell’azione punitiva che è stata scelta, ma anche quelli desiderati.

Quello che lascia Israele_

Foto di Valentina Perniciaro _GOLAN:Quello che lascia Israele_

Il bombardamento di Sderot è la conseguenza inevitabile ma anche, per certi versi, desiderabile, di questa strategia. Inevitabile, perché l’azione punitiva non può distruggere la resistenza e molto spesso genera una rappresaglia. La rappresaglia fornisce a sua volta la logica e il presupposto per l’azione punitiva successiva, nel caso qualcuno, nell’opinione pubblica interna [israeliana], dovesse dubitare della giustezza della nuova strategia.
Nel prossimo futuro, ogni resistenza analoga proveniente dalla mega-prigione della Cisgiordania verrà trattata in modo simile. E queste azioni molto probabilmente avranno luogo in un futuro molto vicino. In realtà, la terza intifada sta per iniziare. E la risposta israeliana sarebbe un’ulteriore elaborazione del sistema della mega-prigione. Ridimensionare il numero dei “detenuti” sarebbe ancora una priorità molto alta in questa strategia, per mezzo della pulizia etnica, delle uccisioni sistematiche e dello strangolamento economico.

Ma ci sono ostacoli che impediscono alla macchina distruttiva di mettersi in moto. Sembra che un numero crescente di ebrei in Israele (la maggioranza, secondo un recente sondaggio della CNN) desiderano che il loro governo inizi a negoziare con Hamas. Una mega-prigione va bene, ma se le aree residenziali dei coloni verranno prese probabilmente di mira in futuro, allora il sistema fallirà. Ahimè, dubito che il sondaggio della CNN rappresenti esattamente l’attuale orientamento israeliano; ma esso indica una tendenza incoraggiante che conferma la convinzione di Hamas secondo cui Israele capisce solo il linguaggio della forza. Ma tutto ciò potrebbe non essere sufficiente e la perfezione del sistema della mega-prigione continua nel frattempo senza tregua, e le misure punitive del suo potere si stanno prendendo le vite di un numero sempre maggiore di bambini, donne e uomini nella Striscia di Gaza.

Come sempre è importante ricordare che l’occidente può porre fine, anche domani, a questa disumanità e criminalità senza precedenti. Ma finora questo non è avvenuto. Sebbene gli sforzi per rendere Israele uno “stato paria” [uno stato messo al bando dalla comunità internazionale, come il vecchio Sudafrica dell’apartheid] continuino a tutta forza, essi provengono ancora solo dalla società civile. Speriamo che questa energia venga un giorno tradotta in politiche governative effettive. Possiamo solo pregare che, quando questo avverrà, non sia troppo tardi per le vittime di questa orrenda invenzione sionista: la mega-prigione della Palestina

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:
http://electronicintifada.net/v2/article9370.shtml 

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