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Piccolo racconto dalla grande moschea di Damasco


Passare sotto quel portone fa tornare indietro di millenni, in una terra sconosciuta che apparentemente sembra non notarti.

Foto di Valentina Perniciaro  _Il portone d'ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _Il portone d’ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Passo sotto al portone cercando di imitare e capire in pochi secondi gesti che vengono da molto lontano, che odorano di millenni e di spezie che hanno traversato l’oriente più sconfinato. Il portone della grande moschea di Damasco è solo uno dei tre, ma è una scelta obbligata per chi entra la prima volta e non sa come muoversi, se da turista o mischiandosi tra le persone che entrano per pregare o per viversi un po’ della propria comunità.
Se avessi un velo sulla testa non passerei per la biglietteria, che ti timbra un pezzo di carta con un inchiostro che ti tinge la mano come fosse invidioso del fatto che quella visita sarà indelebile nella tua memoria, e ti dona per un po’ un piccolo velo a coprire capelli e spalle, cingendoti la vita con un laccetto.
Imitare i gesti si, e il primo che inevitabilmente si impara è quello di togliersi le scarpe e capire dove metterle: potrei lasciare tra un milione di scarpe all’ingresso, ma sono

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c'è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po' come ho fatto io

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c’è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po’ come ho fatto io

praticamente certa che non avrei modo di ritrovarle, non perchè qualcuno le toccherebbe, ma perchè non riesco ad avere punti di riferimento: troppo bianco, troppi sandali, troppo cuoio mischiato e spaiato per la mia inesperienza.
Ok. Le lego in qualche modo alla borsa della macchinetta fotografica: lo faccio nervosamente e infastidita perchè fremo all’idea di perdermi in questo luogo millenario, perchè ora ci voleva anche l’ingombro delle scarpe e il modo per non perderle a distrarmi da questo colore che mi acceca e che ancora devo capire da dove viene. E’ il sole che si scontra con quel cortile immense, un sole mediorientale che cade lasciando poche ombre e scalda il candore di strati di marmo che provengono dal tempio innalzato a Zeus, molto prima che una qualunque formaq di   monoteismo fosse arrivata a devastare le menti.
Il marmo mi attira; richiudo la borsa con i miei sandali che penzolano fuori e mi precipito ad assaporare con la pianta del piede quel bianco cotto al sole.
Che sensazione! Il marmo caldo mi accarezza, mentre le briciole e il mangime per gli uccelli che i bambini (quante centinaia di bimbi ci sono) si divertono a lanciare continuamente mi pizzicano il passo, rendendolo frizzante e ancora più stupito.
Incredibile come certi luoghi sembrino anche in grado di

insegnarti nuovamente a camminare, a farlo in un altro modo, a farti pensare il tuo movimento.
Parlo di quel luogo come fosse sacro anche per me, per me atea e comunista, per me blasfema, rivoluzionaria, senza padroni nella testa. 
Ma non posso negarlo. Quel luogo ti lascia stupito solo nel suo cortile, ancor prima che l’immenso colonnato della sala centrale di preghiera ti accolga nei suoi rumori mistici e nella sua calca riposata, nel colore dei tappeti che cercano di sfiorare il rosso, nei disegni geometrici, nella madreperla, nel legno intarsiato con la loro calligrafia…
Il grande utero caldo della moschea omayyade di Damasco è il suo cortile, che immediatamente ti fa sentire a casa, senza alcuna sensazione di estraneità, senza imbarazzo. Mosaici bizantini  con il loro oro aiutano il sole ad entrarti dentro e rendere quel cortile una piccola luminosa succursale dell’Eden, con quegli alberi disegnati e uccelli veri e finti che intrecciano i loro voli al ritmo del muezzin che chiama alla preghiera di mezzogiorno.
Senza alcuna timidezza, che tante volte ho provato dentro le nostre tetre e silenziose cattedrali, mi incammino verso una delle entrare della sala di preghiera. Mi scelgo un pezzetto di tappeto dove rannicchiarmi a terra, insieme alla mia macchinetta e alla mia voglia di diventare invisibile, di cancellare dai miei tratti l’occidente che mi porto dietro per essere un tutt’uno con quella grande comunità riunita da un rito che se non distinguesse uomini dalle donne (con un baldacchino in legno) sarebbe totalmente orizzontale, privo di quella gerarchia ecclesiastica che intimoriva la nostra crescita da bambini di

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

un’Italia che di laico non ha mai avuto molto nel suo sistema scolastico/educativo.
La preghiera inizia ed è tutto un gioco di mani, di teste, di sederi grandi e piccoli che si muovono in simbiosi. Le parole mi giungono ormai familiari, almeno nella prima parte del loro canto ed hanno il potere di rilassarmi, di farmi stendere le gambe e sentire con i piedi nudi il pizzicorio dei kilim.
Una bimba si è accorta di me e si stacca dalla sua famiglia correndomi incontro. Non faccio un solo gesto, non volevo esser vista e invece ora lei attira l’attenzione su di noi: si mette in ginocchio accanto a me, come per insegnarmi il movimento, mi prende le mani e mi fa capire come poggiarle a terra per poi alzarmi con loro, in un movimento unico.
La ringrazio e lei mi sorride felice, dopo aver compiuto quel gesto straordinario: stupenda lei, aveva capito che ero l’unica, tra forse un migliaio di persone, ad essere emarginata dall’ignoranza dei gesti e mi ha mostrato la sua solidarietà così, aprendomi la porta dei suoi riti e della sua comunità e strappando un sorriso d’approvazione alla sua mamma e a suo padre, distante e avvolto nella sua veste bianca.

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Da quel giorno i tre minareti della moschea omayyade hanno cadenzato le mie giornate, da quel giorno i miei piedi hanno iniziato ad avvertire -ogni piccola manciata di giorni- il desiderio di camminare scalzi sui secoli e sul grano per i piccioni, avvolta dall’oro bizantino e dai sorrisi di bimbe dai capelli liberi e dallo sguardo sincero e dolce.
Un luogo dove molte volte mi sono ritrovata a leggere o a fare un pisolino all’ombra di una colonna o di un arco, sul morbido dei tanti tappeti: un luogo sacro dove non esiste silenzio, un luogo sacro che non ha nulla a che vedere con quella che da noi si definisce “Casa del Signore”. Per l’Islam non è assolutamente così: è la casa di una popolazione, è il luogo dove si prega e poi si mangia e si gioca, dove ci si incontra, dove i ragazzi si scambiano i primi sguardi maliziosi, dove gli anziani dormono e i bambini si rincorrono rotolando su tappeti e nel cortile. Un luogo dove ci si sente a casa, abbracciati.
E per dirlo io!

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  1. apienavoce
    14 aprile 2009 alle 17:37

    uh da quanto tempo non ci raccontavi la tua damasco!:)

  2. fiqqq
    14 aprile 2009 alle 20:06

    يا أختي برودة

  3. angelica reichelt
    14 aprile 2009 alle 20:20

    ..proprio come lo sento io quando sono a damasco e vado alla moschea, ci vado spesso anche da sola, mi siedo, è molto più “caldo” in confronto alle chiese, i bambini corrono, la gente parla, qualcuno dorme, mi piace molto di più.
    un saluto da vienna, domenica parto di nuovo per la siria, accompagno 2 gruppi. sono sempre felice lá, tutti sono così cordiali e gentili.

  4. benedetta
    16 aprile 2009 alle 10:28

    Dayman Dimashq abibti!!! bas bukra al-quds

  5. Paolo
    15 settembre 2009 alle 12:42

    Cara Valentina
    sono sempre io, Paolo.
    HO letto questo tuo post e mi ha colpito la tua sensibilità. Ho capito che i tuoi pensieri vanno oltre le apparenze. Penetrano l’esteriore per soffermarsi sull’interiore delle cose, della vita. Non capisco perchè quella sensibilità non entri in azione in Italia con il Cattolicesimo. La nostra religione è la stessa di Giovanni Battista. Quell’uomo che fu decapitato perchè diceva ai potenti quello che pensava, quello che vedeva senza ipocrisia. Ti ho già esortato in un altro mio commento a non soffermarti al sacerdote che non svolge il proprio dovere, ma andare oltre. Un altro tuo aspetto che non riesco a capire, e se troverai il tempo e la volontà, ti prego di chiarirmi, è che tu ami la libertà e rimani poi affascinata da una cultura che di libertà ne ha davvero poche. Noi Cattolici in molti paesi Musulmani non possiamo costruire Chiese, in alcuni addirittura dobbiamo nasconderci. Spero di poter scambiare qualche pensiero con te. Un abbraccio. Paolo

  6. 15 settembre 2009 alle 14:01

    Ciao Paolo, ho letto il tuo post sul mio “Chi sono” ed ora questo.
    Provo a risponderti. Sono molto lontana dal Cattolicesimo, malgrado sia cresciuta in una scuola di suore…ma come avrai potuto vedere il materialismo storico ha avuto la meglio su di me quando avevo meno di dieci anni. Le domande che mi son posta allora non hanno mai trovato risposta in alcuna religione e mai ce la troveranno.
    Sono molto “rispettosa” come tu dici…sai, studiando l’arabo e appassionandomi al medioriente son finita per passare lì molto tempo.
    IL medioriente non è l’Iran, non è l’Arabia Saudita, quindi quello che tu scrivi è inesistente.
    Sono terre dove di cristiani ce ne son tanti, di chiese pure e nessuno si deve nascondere… certo la storia crociata lì non è molto piacevole da ricordare, visto che ci sono interi villaggi di alcune zone della Siria che sono stati letteralmente “mangiati” (solo sotto i 5 anni però, la carne è più tenera) dagli scudi crociati che arrivavano.
    Insomma, ci sono tanti pregiudizi su quei paesi che forse andrebbero visti in altro modo, a partire dai propri occhi.
    Pensa invece ai musulmani qui da noi…….meglio non pensarci guarda.

    Amare la libertà per una come me significa proprio amare chi non l’ha.
    Significa carcere, guerra, genocidi…quello che va visto, raccontato, combattuto
    Insomma

  7. 10 ottobre 2009 alle 21:54

    Ciao Valentina, passeggiando per caso sui blog che parlano di paesi del medio oriente, ho letto la tua descrizione e i commenti rilasciati. Il tuo racconto è molto caldo e avvolgente. Anche io sono ateo e… apolitico. Voglio però ricordarti che il medio oriente non è solo Siria, Giordania ed Egitto, ma anche Arabia Saudita, Iran, Yemen, purtroppo. La condizione della donna è pessima, come saprai. Costrette a fare da soprammobile in casa o a traverstirsi da fantasma nero fuori dalle mura domestiche. a prescindere dalla religione: tante regole non sono scritte nè sul Corano nè sulla Bibbia, ma applicate dagli uomini per ottenere un controllo sulle donne e sul popolo.

  8. 10 ottobre 2009 alle 21:56

    ah dimenticavo… mabrouk!

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