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Assassinati o morti? L’importanza delle parole sotto le bombe a Gaza

20 luglio 2014 6 commenti

Una semplice banale questione di linguaggio: che però fa bene tener presente.
Leggere “morto” o “assassinato” fa la sua differenza, lo fa in spagnolo, lo fa in qualunque altra lingua.
Il lessico, le parole scelte, hanno creato sempre un grande spartiacqua nel conflitto israelo-palestinese,
che chiamerei più “occupazione israeliana”.
Perchè già la parola conflitto la trovo ridicola: il 4° esercito più potente del mondo, contro una delle popolazioni più povere e prigioniere possibile.
Eh sì, già la definizione “conflitto israelo-palestinese” appare un po’ come una forzatura linguistica.
I nostri giornali, il mainstream e la sua copertura di quest’ennesima pagina di genocidio, colpisce come le bombe israeliane, è colpevole, colluso.

Poi continuo a leggere dibattiti anche violenti sull’uso delle fotografie dei morti, dei bambini morti soprattutto,
che vengono diffuse dai medici palestinesi e da chi sopravvive ai bombardamenti e alle incursioni che in queste ore si stanno intensificando incredibilmente,
che è quasi difficile immaginare cosa possa voler dire.
L’apocalisse oggi, tredicesimo giorno di offensiva israeliana ( poi se volete chiamarlo conflitto fate pure), si è abbattuta su quartiere di Shujaiya, nella zona est di Gaza city e il bilancio è fuori dalla portata del raccontabile. Un quartiere polverizzato, dove tutta la popolazione sta fuggendo (come se ci fosse realmente luogo dove rifugiarsi poi): già una sessantina sono i corpi recuperati. Un’altra jenin, un’altra qana, un’altra strage che sempre sarà impunita.
E allora scelgo le foto di chi rimane vivo,
così che possiate smetterla di far polemica sulle stronzate, così che i vostri stomaci digeriscano tranquillamente,
così che possiate capire il terrore, che è peggio della morte.

A Palestinian boy wounded by Israeli shelling, receives treatment at al-Shifa hospital in Gaza City, 20 July. (Ali Jadallah / APA images)

Shaken children who survived Shujaiyah seize. @tamerELG

si commenta da sola…

 

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I fascisti hanno un nome, i senegalesi no. PAESE DI MERDA!

13 dicembre 2011 18 commenti

A questo punto sarò io a non fare il suo.
Pensavo di non scrivere nulla su questa cosa perché lo schifo che provo è veramente troppo,
invece a qualche ora dalla strage di Firenze, la cosa che mi sconcerta è che ancora una volta confermiamo una cosa.
I neri non hanno un nome.
Non lo hanno mai, nemmeno nel momento in cui vengono giustiziati a colpi di pistola senza alcuna ragione, da un fascista patentato che ora tenteranno di far passare per pazzo: lui un nome ce l’ha.
Loro tre, morti a terra, continuano ad essere “senegalesi” a volte addirittura “vu cumprà”.

Che schifo!
Fate più schifo dei fascisti, di chi l’ha sostenuti dal primo giorno (eh Alema’?!), di chi li legittima come interlocutori,
fate ancora più schifo voi della carta stampata, perchè appoggiate e foraggiate questo fascismo, che ogni tanto “esagera”, quindi diventa “pazzo”, “scheggia impazzita”, perché siete collusi in tutto.
Ora spero solo che non rimanga nulla di CasaPound e delle sue sedi lustrate coi soldi delle amministrazioni comunali.
E mi dispiace che quell’essere, di cui mi fa schifo pronunciare il nome, si sia sparato.

PERO’ VOGLIO, PRETENDO, I NOMI DI TUTTI GLI ALTRI. VELOCEMENTE.

Cmq a Firenze in questo momento la Polizia di Stato è impegnatissima: non a perquisire le sedi di CasaPound, ma a caricare i migranti in corteo!
Il prefetto , Paolo Padoin, chiama in causa i centri sociali. “Già altre volte i centri sociali hanno cercato di fomentare le proteste della parte debole della popolazione in difficoltà per qualche motivo. (…) Dobbiamo cercare di limitare i “danni collaterali” perchè i centri sociali si stanno già agitando” .

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