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Posts Tagged ‘guerra’

Un ringraziamento al mare: il solo che li accoglie

17 febbraio 2016 5 commenti

Ho pensato che non sopporterei la luce degli occhi di mio figlio spegnersi di colpo nel sentire queste parole
Così ho deciso di non leggergliele, ancora.
L’altro giorno mi chiedeva, a soli 6 anni e per caso, chi fosse Anna Frank: i suoi occhi li vedevo nascondersi con lei, ascoltare i rumori e rallentare il respiro. Mi son rivista tantissimo nelle sue domande, in quell’agitazione di fratello di Anna, come io son stata sorella.
Io e mio figlio parliamo molto della guerra, perché ha investito un paese di cui lui è nato sentendolo nominare,
di cui il fratello porta il nome, di cui io -sua madre- porto il dolore dentro e stampato sul volto.
Provo ogni tanto a fuggire alle sue parole perchè non sono in grado di rispondergli,
perché la mia voce si spezza: mi vien da ridere a pensare che parlavo per ore in diretta da un microfono, sola, come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso mi basta dire Siria, o mar Mediterraneo e trachea ed esofago si contraggono,
il cuore va a palla, le lacrime esplodono come una barrel bomb, senza senso e senza direzione.
Non sono in grado di leggere queste righe a mio figlio,
non sono in grado di affrontare con lui il mare, il mare che mangia quelli come lui, quelli che ero certa sarebbero cresciuti insieme a lui in una terra che sarebbe stata semplicemente CASA.

Me le metto qui allora, righe anonime come anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso.
Sono in grado di raccontarti il tifo di Anna Frank, l’orrore dell’Olocausto,
ma questo no. Scusami piccolo mio.
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Mi dispiace mamma, perché la barca è affondata e non sono riuscito a raggiungere l’Europa.
Mi dispiace mamma, perché non riuscirò a saldare i debiti che avevo fatto per pagare il viaggio.
Non ti rattristare se non trovano il mio corpo, cosa potrà mai offrirti,
se non il peso delle spese di rimpatrio e sepoltura?

Mi dispiace mamma,
perché si è scatenata questa guerra ed io, come tanti altri uomini, sono dovuto partire.
Eppure i miei sogni non erano grandi quanto quelli degli altri…
Lo sai, i miei sogni erano grandi quanto le medicine per il tuo colon e le spese per sistemare i tuoi denti…
A proposito… i miei denti sono diventati verdi per le alghe.
Ma nonostante tutto, restano più belli di quelli del dittatore!

Mi dispiace amore mio,
perché sono riuscito a costruirti solo una casa fatta di fantasia:
una bella capanna di legno, come quella che vedevamo nei film… una casa povera,
ma lontana dai barili esplosivi, dalle discriminazioni religiose e razziali,
dai pregiudizi dei vicini nei nostri confronti…

Mi dispiace fratello mio,
perchè non posso mandarti i 50 euro che avevo promesso di inviarti ogni mese per farti divertire un po’ prima della laurea…
Mi dispiace sorella mia, perché non potrò mandarti il cellulare con l’opzione wi-fi, come quello delle tue amiche ricche…

Mi dispiace casa mia, perché non potrò più appendere il cappotto dietro alla porta.
Mi dispiace, sommozzatori e soccorritori che cercate i naufraghi,
perché io non conosco il nome del mare in cui sono finito.
E voi dell’ufficio rifugiati invece, non preoccupatevi,
perchè io non sarò una croce per voi.

Ti ringrazio mare,
perché ci hai accolto senza visto né passaporto.
Vi ringrazio pesci,
che dividete il mio corpo senza chiedermi di che religione io sia o quale sia la mia affiliazione politica.
Ringrazio i mezzi di comunicazione,
che trasmetteranno la notizia della nostra morte per cinque minuti, ogni ora, per un paio di giorni almeno.
Ringrazio anche voi, diventati tristi al sentire la nostra tragica notizia.
Mi dispiace se sono affondato in mare.

  • Anonimo siriano

Le bombe invisibili di Jobar

6 settembre 2014 2 commenti

Siamo a 2 km dalla città vecchia di Damasco, a Jobar, quartiere appena a nord dal millenario centro città.
I bombardamenti che vedete sono di ieri, in un quartiere ad altissima densità,

Jobar, Damasco…

dove non ci sono i tagliatori di gole dell’ISIS: proprio no.
Non è certo quello l’obiettivo di Bashar… figuriamoci…

Son bombe diverse da quelle che qualche giorno fa tiravano giù i palazzi di Gaza a quanto pare:
Son diverse perché colpiscono quartieri con palazzoni alti e stracolmi di persone,
ma nel silenzio più totale. Bombe non certo intelligenti ma sicuramente invisibili, silenziose:
nessuno, ma proprio nessuno se ne accorge.

Abbiamo lasciato che la rivolta di un popolo venisse fagocitata dalle barbarie,
Abbiamo, avete fatto in modo che un popolo intero venisse lasciato solo,
a tentar di non rimanere affogati nel mar mediterraneo, a tentar di sopravvivere a centinaia di migliaia nella polvere dei campi profughi.
Avete lanciato merda per anni contro chi alzava finalmente la testa, li avete lasciati soli a barcamenarsi tra i bombardamenti di regime, gli Scud e i barbari tagliagole che dal mondo iniziavano ad arrivare per fagocitare il tutto: l’abbiamo lasciato fare.

Vi siete seduti dalla parte di chi urlava e urla “Ya l-Assad, ya nuhriq el balad” ( O Assad o ridurremo in cenere il paese),
E ora che c’è solo la cenere, siete qui in attesa di un cacciabombardiere che vi piaccia.

Peccato che le macerie son della terra che mi è stata madre,
peccato che le macerie sono i brandelli di carne di un popolo che ho conosciuto
e che non vi merita.
Che non meritava il regime di Assad, i tagliagole barbuti, ma soprattutto la vostra collusa indifferenza

Leggi anche:
Un urlo di dolore da Bosra
Le bombe in casa nostra / 2
Alla bimba di Bosra
Dalla Siria, per la Siria
L’inizio
Basalto, beduini e innamoramenti
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore

Assassinati o morti? L’importanza delle parole sotto le bombe a Gaza

20 luglio 2014 6 commenti

Una semplice banale questione di linguaggio: che però fa bene tener presente.
Leggere “morto” o “assassinato” fa la sua differenza, lo fa in spagnolo, lo fa in qualunque altra lingua.
Il lessico, le parole scelte, hanno creato sempre un grande spartiacqua nel conflitto israelo-palestinese,
che chiamerei più “occupazione israeliana”.
Perchè già la parola conflitto la trovo ridicola: il 4° esercito più potente del mondo, contro una delle popolazioni più povere e prigioniere possibile.
Eh sì, già la definizione “conflitto israelo-palestinese” appare un po’ come una forzatura linguistica.
I nostri giornali, il mainstream e la sua copertura di quest’ennesima pagina di genocidio, colpisce come le bombe israeliane, è colpevole, colluso.

Poi continuo a leggere dibattiti anche violenti sull’uso delle fotografie dei morti, dei bambini morti soprattutto,
che vengono diffuse dai medici palestinesi e da chi sopravvive ai bombardamenti e alle incursioni che in queste ore si stanno intensificando incredibilmente,
che è quasi difficile immaginare cosa possa voler dire.
L’apocalisse oggi, tredicesimo giorno di offensiva israeliana ( poi se volete chiamarlo conflitto fate pure), si è abbattuta su quartiere di Shujaiya, nella zona est di Gaza city e il bilancio è fuori dalla portata del raccontabile. Un quartiere polverizzato, dove tutta la popolazione sta fuggendo (come se ci fosse realmente luogo dove rifugiarsi poi): già una sessantina sono i corpi recuperati. Un’altra jenin, un’altra qana, un’altra strage che sempre sarà impunita.
E allora scelgo le foto di chi rimane vivo,
così che possiate smetterla di far polemica sulle stronzate, così che i vostri stomaci digeriscano tranquillamente,
così che possiate capire il terrore, che è peggio della morte.

A Palestinian boy wounded by Israeli shelling, receives treatment at al-Shifa hospital in Gaza City, 20 July. (Ali Jadallah / APA images)

Shaken children who survived Shujaiyah seize. @tamerELG

si commenta da sola…

 

i 4 bimbi di Gaza e le immagini chiare della verità

17 luglio 2014 3 commenti

La verità è una.
E’ palese, è agghiacciante ed ha un colpevole.
Ben visibile, ben noto.
Tutto il resto son chiacchiere, vergognose chiacchiere.
Ahed .. Ismael .. Mohammad e Moatasem Baker: quattro dolci vite polverizzate da un missile dell’aviazione israeliana mentre giocavano a calcio,
nella spiaggia del più grande lager della storia dell’uomo.

Ora non potete nemmeno raccontarci che Hamas aveva messo i bambini a difesa dei suoi “arsenali”…
sabbia, pallone, porta da calcio, bambini, sorrisi.
Ecco il grande arsenale colpito: davanti agli occhi di tutti noi. (GUARDA)

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Storia di un’espulsione: QUI

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

La guerra e le bombe, visti con gli occhi di Goliarda Sapienza

19 maggio 2013 1 commento

Mi viene sempre da chiamarti per nome, da parlarti come fossi un’amica, cara Goliarda Sapienza.
Mi son precipitata su questo nuovo prezioso libro uscito, “Ancestrale”, dove ti mostri in versi, graffiante e calda come sempre, capace di far bruciare le immagini nella carne di chi ti legge.
L’ho letto tutto d’un fiato, perdendomi nel tuo dialetto di fichi d’india e picciriddi, per poi tornare sempre su queste righe, continuamente.

Periferia di Aleppo, 19 febbraio 2013

Son giorni, mesi, ormai due anni in cui la guerra e le bombe, le fosse, i profughi, gli orfani e la polverizzazione dei secoli sono entrati in casa proprio come un’esplosione. Qualche amico lasciato per strada, dilaniato sotto uno dei tanti ciechi e costanti bombardamenti, troppi altri esuli forse per sempre, alcuni a resistere alla fame e ai fuochi incrociati.
La quotidianità, anche dentro me, è scandita dai colpi di mortaio che cadono a pioggia sulla casa più calda mai avuta dopo la pancia che m’ha nutrito e scaldato.
E allora Goliarda, baaaam, le tue parole come al solito sbaragliano tutto, entrano, scavano, si scelgono il loro posto tra le lacrime e il cuore e rimangono attaccate con i loro artigli di donna mai doma. Ma dilaniata.
Grazie ancora una volta, che con le parole sai dipingere proprio con i colori che sceglierei io.

Dedico queste tue righe al mio fratello esule, ai nostri amici che sopravvivono nel basalto,
a Tamer e a tutti quelli come lui che son morti sotto i bombardamenti.
Le bombe, quelle sotto cui si muore senza sapere assolutamente perchè

E non ci furono più giorni né notti
solo un liso sudario, sbigottite
della luce schiacciata contro i muri
rari muri come denti cariati
fra le labbra convulse della terra.

E non ci furono più alberi o tramonti
solo uccelli sciallati con mammelle
nel fuoco dei motori.

Aida, dopo il bombardamento di Idlib in cui ha perso il marito e due bambini _Rodrigo Abd/Ap_

E non ci furono più alberi, ombre
né vecchio né carusi né picciotti
solo corpi snudati senza testa
fra la pioggia di cenere e grida.

E non ci furono più strade, palazzi
solo piazze, deserti, dune fumanti
fosse chiuse sui vivi e sui morenti.

E si videro topi inferociti
mordicchiare frenetici le mani
d’un soldato seduto addormentato
contro il palo divelto del lampione
che un tempo tu giravi
per entrare nel basso profumato
di minestra bollente e di liscivia.
Ti turbava l’odore di quel basso
mi dicesti sommessa dietro il banco
non sapevi quell’altro dolce di sangue
che travolse i tuoi sensi quella sera
quell’odore di fumo e calcinaccio
quell’odore di carne macellata
che t’uccise ancor prima dello schianto
che vibrò per i muri e il cortile.

C’inseguiva l’urlo dissennato

Quartiere di Wadi al Sayeh, Homs _Yazan Homsy/Reuters_

di sirena d’allarme, senza tregua
c’incitava a fuggire. Non ti vidi
varcare quella soglia, solo il moto
danzante delle trecce sulle spalle
tue esili e il balenio
dei quaderni sbattuti sul selciato.

E non ci furono più giorni né notti
né voci né silenzi, solo il latrare
di cani e di motori
fra l’accendersi d’odio dei bengala.

E nel lucore oscillante di quell’ira
si videro donne mute scarmigliate
con le palpebre enfiate senza ciglia
avanzare tenendosi per mano.
Caldo sangue scorreva sulle guance
calde lacrime rosse tatuate.

A NICA, MORTA NEL BOMBARDAMENTO DI CATANIA DELL’APRILE 1942

Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Ode a Damasco … e perdonate il dolore

5 marzo 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _casa_

Uno sgorgare di lacrime senza fine.
Vorrei abbracciare uno ad uno coloro che hanno lavorato a questo cortometraggio,
vorrei ringraziare i loro occhi e il modo in cui mi hanno permesso di poggiare i miei sui muri scorticati di quei vicoli, uno ad uno,
vicoli che sembrano le vene del mio sangue, che sento parte di me come fossero le dita del mio bimbo.
Forse è una patologia, non lo so, credo poco alla parola “patologia”: però mi rendo conto che è una sofferenza dai meccanismi patologici, che mi rende assolutamente incapace a fare una vita normale.

Ti amo città millenaria, ti amo come mia madre, ti amo come mio figlio,
ti amo di quell’amore che entra nei capillari,  che sventra l’anima, che ti fa sentire i battiti in gola come il più struggente degli amori,
ti amo carnalmente come se mi avessi insegnato l’orgasmo,
ti amo come poesia perfetta,
ti amo e non c’è parola capace di avvicinarsi nè al dolore nè alla gioia che mi doni,
anche solo pensandoti.
Eccomi a riscrivere ad una città, a dei vicoli, ad un rampicante profumato: e lo faccio davanti a tutti, senza nemmeno vergognarmi un po’.
Perchè del proprio amore non ci si può vergognare, perché ti sento dentro di me come fossi nella placenta, perché ti amo e davanti all’amore ho sempre fatto quel che mi sentivo di fare,
anche contro il mondo intero.

Ti amo Damasco mia,
ho bisogno di far di nuovo l’amore con te.

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

I tre fratellini siriani…

27 febbraio 2013 1 commento

Nuova immagine

Tre fratelli: Rama, Israa e Omar

Loro erano tre fratelli di Damasco, rimasti sotto le macerie della loro casa:
da oggi invece saranno parte di questa carrellata di numeri.
maledetti bastardi vomitevoli numeri in continuo aggiornamento
(ma se uno lo dice è “servo del Qatar”, “leccaculo dei salafiti” “troia de al-qaeda”: sapevatelo!
virgoletto per rispetto all’autore)
e morite.

Syrians killed: 69,596
Children killed: 4,792
Females killed: 3,817
Soldiers killed: 7,897
Protesters killed under torture: 1,519
Missing: +60,000
Protesters currently incarcerated: +200,000
Syrians injured: +137,000
Syrian refugees since March: +936,717
Refugees in Turkey: +183,846
Refugees in Lebanon: +314,602
Refugees in Jordan: +300,341
Refugees in Iraq: +100,222
Refugees in Egypt: +20,064

Ieri… (12, 9 e 5 anni)

Al telefono con Anna Frank, ora residente in Siria

10 gennaio 2013 5 commenti

Quanti anni avevo quando ho letto il Diario di Anna Frank?
C’è sicuramente scritto dentro, accanto al mio nome, come in ogni libro, nella prima pagina in alto a destra.
Avevo 9 anni mi sembra,

Io…e il mio Hauran amato sotto ai piedi!

toccavo quelle pagine con emozione, me ne sentivo parte,
le ho scritto qualche volta, abbozzi di prime lettere non spedibili.
Quindi la sensazione di “scrivere” ad Anna Frank ancora la ricordo; ero una bambina che sentiva quel dolore e quella segregazione nel sangue, la sentivo sorella, prendevo le sue confidenze come segreti tra noi.

Invece la sensazione di parlarci al telefono, quella no,
quella ha sbaragliato la realtà ieri. Per la prima volta in quasi 31 anni di vita:
SBAAAM, ieri son bastati pochi minuti per perder contatto con la terra, con la ragione,
con la capacità di razionalizzare il dolore.

ieri ho parlato con Anna Frank:
ha la voce di un ragazzo, mio coetaneo, che da 10 anni considero un fratello.
Un trillino sul telefono.
Il prefisso è giordano, cavolo! richiamo immediatamente, sarà sicuramente il mio amico da Bosra.
Di Bosra vi ho parlato tante volte, è la mia casa in Siria,
così vicina al border giordano che chi ancora vi resiste, ha la possibilità (almeno quello) di poter parlare un po’, senza pericolo che le proprie parole possano essere usate come arma contro la propria famiglia,
perché passano su altre antenne, oltre confine.

Foto di Valentina Perniciaro _Il pane di Bosra, che ora non c’è più_

Ho richiamato subito quello sconosciuto numero giordano,
subito e col cuore in gola. Un po’ di tentativi prima di prendere la linea, poi eccola la voce di Z., si sentiva chiara e vicina, decisamente diversa dall’ultima volta che c’eravamo sentiti,
appena una manciata di giorni fa.

“Ciaoooooooo, come stai?”
“Non me lo chiedere, ti prego. La situazione è di molto peggiorata dall’ultima volta che ci siamo sentiti.
Siamo scappati tutti dalla città vecchia, ora siamo a Bosra nuova, in 18 dentro due stanze.
Da 4 giorni non abbiamo nulla da mangiare, nevica e non c’è modo di trovare qualcosa per scaldarsi.
Più della metà della popolazione della città è scappata verso il campo profughi di Zaatari, in Giordania *.
Tuo figlio come sta?”
“Bene, ma che domande fai! Tua figlia come sta?”
“Mi fa strano pensare che i nostri figli hanno la stessa età: lei non cresce da molto tempo, rimane piccola, da quando è iniziata la guerra e da quando la situazione a Bosra è peggiorata la sua crescita è ferma.
Non c’è cibo, è terrorizzata dai continui colpi che sente.
Sai cosa succede qui intorno? Noi siamo tagliati fuori da tutto.”
“So che sotto bombardamenti in quella zona c’è Bosra al-harir e che nelle ultime 48 ore è peggiorata la situazione lungo l’autostrada Daraa-Damasco, ormai zona di guerra.”
“Grazie Vale, io da qui non so nulla, solo il bianco della neve che guardo fuori, la fame e il freddo.
La situazione è drammatica: Bosra la conosci bene, è sempre stata un crogiolo di religioni. Il regime è riuscito a far scoppiare la guerra civile tra noi, l’ha alimentata e c’è riuscito.
Io fino a poche settimane fa non sapevo il credo di nessuno delle persone con cui son cresciuto: è la cosa peggiore che poteva accadere.”

“baciami la tua bambina, tua madre…”
“Eccola mia madre, te la passo, dice che le manca giocar con te sotto al fico”
“Non sai a me Z., non sai quanto mi mancate tutti voi: mi raccomando, proteggete la vostra pelle, stai stretto stretto alla tua bimba: provo ad inviarvi soldi entro la settimana.
Ti voglio bene, ti chiamo presto…e presto i nostri figli giocheranno insieme”
“Lo spero; spero ci saremo ancora tutti quando il telefono squillerà di nuovo, grazie”

Sono circa 24 ore che cerco di riprendermi da questa chiacchierata, circa 24 ore che cerco di riposare,
di permettere al sangue di scorrere senza sentirsi così pesante,
sono 24 ore che cerco di essere forte, di non piangere, almeno di non farlo col singhiozzo
che ieri ha avvolto ogni cosa.

* Zaatari: il campo profughi da giorni è una distesa di fango, con le tende che galleggiano e qualche decina di migliaia di persone prive di tutto, in condizioni umanitarie non descrivibili.

i quasi 40.000 cadaveri abbandonati, a pochi km dalla Palestina

26 novembre 2012 11 commenti

Foto di Mechal Al-adawi…la quotidianità smarrita di Bosra

Un video agghiacciante ha fatto da buongiorno.
Un video dove c’è solo un accumularsi di corpi di bimbi, un accatastarsi di urla di madri private del più grande amore,
strappato via nel sangue e nell’incomprensibilità di un conflitto che ormai è trasceso nella mattanza,
semplice, chiara, palese,
mattanza.
I bimbi di questo video si chiamavano, e per le loro madri continueranno a chiamarsi, Shahd, Muhammed, Adnan Fateba, Zainab, Iman, Ounoud e Mamdouh.
Un paese che era gelsomino e pane caldo, ora è un mattatoio, una tonnara,
un qualcosa di indescrivibile.

Ed ora non voglio parlare di quest’abominio,
non voglio dirvi quel che penso dei missili, dei coltelli che sgozzano, dell’areonautica che lavora bombardando senza sosta dell’esercito di Assad,
non voglio dirvi quel che penso delle truppe mercenarie che si son appropriate di una rivolta reale che finalmente muoveva mani piedi e voci contro anni di silenzio forzato, di tortura e carcere.
Ora come ora parlare di Siria vuol dire vomitare un odio e un disprezzo infinito per buona parte delle forze in campo: anche se consapevole di quanta mia Siria è lì a resistere alle truppe di Assad come ai proclami islamici dei ribelli arrivati da chissà dove,
consapevole di quanto popolo siriano ci sia e ci sia stato nelle strade che urlavano IRHAL, via via da qui, al regime del partito Baath.
Insomma nessun articolo di racconti di guerra, nessun articolo di sterile geopolitica incapace di parlare del dramma umano.

Quel che voglio chiedermi in queste righe è PERCHE’,
perché a meno di 400 km dalla Palestina si accumulano nei furgoncini corpi di bimbi come fossero sacchi di farina,
perché le urla di quelle mamme non arrivano alle vostre orecchie,
non vengono pubblicate sulle vostre bacheche facebook che fino a pochi giorni fa erano invase solo da Gaza.
Giuro, non riesco a capirlo,
Sarà che ho giocato con i bimbi di Palestina nelle stradine dei loro campi profughi,
ma che per anni ho diviso giochi e pasti con le famiglie siriane,
nella loro terra fertile e profumata,
ho amato le loro case, i loro vassoi sempre pieni, la loro dolce solidarietà costante ai fratelli palestinesi.
Sarà che per me la Siria rimane casa, ma non riesco a capire questo silenzio,
non riesco a capire come fino a ieri urlavate e vi strappavate i capelli cercando di bloccare la bastarda guerra sionista su Gaza,
e davanti a questo invece,
semplicemente,
vi girate dall’altra parte.

Non riesco a capire, ma credo sia meglio così.

e vi lascio le dolci e dolorose righe di quel che era il mio fratello siriano, e che ora è diventato il mio poeta esule fratello siriano.

Rimango a distanza,
osservando la mia tristezza,

Bosra ash-sham,ormai una vita fa…
Foto di Valentina Perniciaro

abbracciato alla nebbia
di questa triste mattina,
di quest’esilio forzato,
guardando lacrime di dolore
lavare il volto del mattino
…..
Ogni giorno mi alzo prima del sole
lo guardo
oggi ci porterai della speranza?
Ma il sole rimane nel suo letto,
sbadiglia,
forse si vergogna di sorgere,
se il sole
non sorgerà nella terra che ho dentro di me
sorgerà mai sulla mia terra, laggiù?
………
In esilio il dolore è più pesante,
la tristezza più profonda
l’esilio è un surgelatore,
portiamo con forza
tutta la nostra memoria
vicina e lontana,
alla ricerca di un po’ di calore
ma è tutto futile quel che cerchiamo
…….
Cerchiamo tra le macerie,
rimasugli di una terra natale,
per la speranza, comunque misera,
di attendere un nulla,
che ci dia speranza,
che ci lasci vivere
almeno per una notte,
ma è tutto futile quel che cerchiamo
………..
Rimango a distanza,
assediato dal mio dolore
stringendo forte al petto il mio dolore
è un dolore che annega in ogni direzione,
cerco la mia terra,
ma brucia come una candela,
evapora come acqua
la mia terra è cambiata,
un cimitero di fratelli seppelliti sui fratelli.
………
Nonostante tutti i miei vestiti invernali
mi sembra di camminare nudo
per le strade di Roma,
mi vergogno
della compassione negli sguardi della gente,
un povero vagabondo senza patria,
E così anche l’abbraccio di mia figlia Benedetta,
di mia sorella Valentina,
la calda accoglienza degli amici
Leonardo e Riccardo,
La vispa Claudia,
così come la gentilezza di Giulia e Margherita,
tutti loro mi han donato del calore,
ma è stato come un anestetico locale,
perché il mio gelo è così profondo
e i duri colpi del freddo hanno attraversato il mio corpo
tutti i vestiti del mondo
non daranno calore alla mia anima lacerata.
……..
Le lacrime di dolore
non mi scaldano nel freddo dell’esilio,
non splende sole sulla mia terra,
non brilla la patria che ho dentro di me.

di Mechal Al-Adawi

Alla terra più amata
Ode a dolore, alla nostalgia, a Bosra
Un urlo da Bosra: la storia di Abdul Hadi
A Tamer
Sobborghi e campi palestinesi
Le bombe in casa NOSTRA

La Palestina è con voi! Messaggio agli studenti e alle studentesse in lotta

23 novembre 2012 1 commento

Dal sito FreePalestineRoma, che vi consiglio di aggiungere ai vostri preferiti…

In nome di tutte/i le studentesse e gli studenti palestinesi, in particolare gli studenti di Gaza, salutiamo profondamente la vostra lotta in difesa dei legittimi diritti vi informiamo che siamo con voi e le vostre giuste richieste. Siamo certi che riuscirete a raggiungere i vostri nobili obiettivi.

Care compagne e cari compagni,

Crediamo che ogni lotta/mobilitazione studentesca ovunque sia giovi a favore degli studenti nel mondo e riteniamo che gli studenti siano una forza principale per il cambiamento delle nostre società. Per questo motivo i cacciabombardieri sionisti colpiscono in ogni aggressione le scuole e le università delle città palestinesi come sta succedendo in questi giorni a Gaza.
I sionisti pensano che colpire i giovani ed i ragazzi delle scuole e università possa intimorire le generazioni del futuro. Però, noi abbiamo giurato per noi stessi e per gli studenti caduti rinnovando anche a voi in lotta la nostra promessa di non arrenderci o piegarci di fronte alla micidiale macchina repressiva dell’occupante.

Noi, dalla terra della resistenza Palestina, vi chiediamo di resistere e continuare la vostra lotta per:

boicottare la cooperazione accademica tra le vostre università e quelle dello stato d’apartheid israeliano.

* esigere dal vostro governo di fermare lo spreco di danaro pubblico della cooperazione scientifico militare con lo stato d’apartheid israeliano; tali soldi devono andare a favore della scuola pubblica, dell’università e della ricerca.

* creare mezzi d’informazione alternativa nelle scuole e università capaci di informare correttamente sui diritti del movimento studentesco internazionale incluso quel palestinese per smascherare le informazioni mediatiche del potere costituito.

Le vostre ed i vostri compagne/i studenti palestinesi.

23.11.2012
Il fronte d’azione studentesco progressista

Dum Dum, Dime, Fosforo Bianco: dizionario minimo delle armi israeliane

20 novembre 2012 8 commenti

“Fratello, io credo nel mio popolo errante, carico di catene.
Ho preso le armi perchè un giorno I nostri figli prendano la falce.
Il sangue delle mie ferite irriga le nostre valli;
Esso ha dei diritti su di te, è il debito che non può più aspettare” – Jalal al-din –

Da pochi minuti Al-Jazeera ha rinominato il Willy Pete, nient’altro che il nome di battaglia usato dagli americani per descrivere il Fosforo Bianco. Ne abbiamo parlato tanto durante l’operazione Piombo Fuso che si è abbattuta su Gaza, prima di questa.
Abbiamo parlato molto degli armamenti usati in quella guerra,
e siamo costretti a farlo nuovamente visto che nulla si è mosso.

Fosforo Bianco su Gaza, 2009

Nulla si è mosso nemmeno a livello internazionale per mettere al bando le micidiali Bombe DIME,
che Israele usa a più non posso.
E allora non riesco a scrivervi nuovamente quali sono gli effetti di queste bombe che scoppiano a qualche centimetro dal suolo e che ti segano in due, spesso lasciandoti vivo, con schegge di materiale altamente cancerogeno che mai potranno esser tolte dalla tua carne.
Difficile descrivere a parole mie tutto ciò, quindi vi chiedo di approfondire,
di aprire le pagine che vi linko qui sotto e leggere.
leggere cosa producono certi armamenti, leggere CHI produce certi armamenti, chi non vieta certi armamenti,
chi si addestra con loro, con questi armamenti.
insomma, la guerra a Gaza la possiamo fermare solamente combattendo le loro menzogne,
facendo circolare la verità su quel che accade,
su cosa è la macchina bellica ISRAELE,
cosa è il sionismo,
quali sono i veri obiettivi di questi maledetti assassini.

Carbone e Fosforo per i bimbi di Gaza
I nuovi armamenti su Gaza
Il fosforo Bianco
Le bombe DIME
Il rapporto GoldStone
Esercitazioni militari Italia-Israele
Vittorio, sulle munizioni DUM DUM
Il figlio di Sharon vuole Hiroshima
Incinta? Bene! Un colpo, due morti

Ode al dolore, alla nostalgia, a Bosra

30 ottobre 2012 13 commenti

E’ un blog che procede a rilento,
sarebbe meglio dire che è un blog che non procede in queste settimane.
No, non va.
Come il resto d’altronde.
E non parlo di vita personale, che si potesse tarare il mondo su quella, sarebbe tutto anche troppo bello.

Foto di Valentina Perniciaro _ a lavoro, davanti all’arco del vento, Bosra ash-Sham_

Parlo di me, di me che non sono, che non riesco ad essere me,
che son spazzata via e priva di lucidità, di speranza di trovarne.

Spinoza quando parla di casa, di casa propria, dice che la si trova dentro,
che la propria casa è la propria razionalità, la logica, la capacità di indagare quel che si ha intorno.
Eppure io una casa l’avevo. E mi manca.
Avevo una casa che profumava di gelsomino e rose,
Avevo una casa di basalto, marmo, polvere e sorrisi,
Avevo una casa dove dormivo senza tetto, se non cotone, dove la luna faceva l’amore con i miei sogni, dove il cielo era tetto, era giorno, era pace.
Avevo una casa piena di gatti pronti a rubare ogni cosa commestibile,
Avevo una casa dove i ricci la notte venivano a cercar calore nel mio letto di coperte beduine,
Avevo una casa dove le leggende incrociano i millenni, e diventano presente.

Si chiamava Bosra Ash-Sham
e tante volte ve ne ho parlato.
Un paio di centinaia di kilometri: sali su un bus a Baramke (stazione meridionale di Damasco) e dopo meno di 200 km verso sud, a pochi minuti dal confine giordano,
incontri la terra delle città nere,
quelle dove il basalto si erige nella terra rossa, e blocca i secoli con calore e rispetto.

Bosra è stata la mia casa per tanti anni,
Bosra è stata la sola casa che il mio corpo ha sentito “casa”.
Bosra e tutto quello che m’ha lasciato nell’anima è stata e continua ad essere la mia migliore amica, quella capace di darmi pace quando nella mia testa incazzosa non c’è tregua e solo rabbia,
Bosra mi ha insegnato a gioire di nulla, Bosra mi ha fatto conoscere persone e situazioni che mi sono dentro come i racconti trasteverini della mia famiglia.
Alla stregua. Stesso immenso patrimonio di familiarità, d’amore.

A Bosra ho incontrato un fratello e tutta la sua gente, che in pochi secondi è diventata mia.
A Bosra ho una mamma tutta matta, avvolta nel velluto beduino, che ogni volta che entravo nel suo cortile, pieno di alberi da frutto rigogliosi e zuccherosi, mi lanciava a terra su quella polverosa stratificazione di tappeti,
per giocare, cantare, rotolarci: come due bimbe.
Era difficile comunicare, ma i nostri corpi si son fusi in poco tempo.
Ora la sua voce al telefono è lontanissima, come se tra me e la mia amata casa ci fossero galassie.

Foto di Mechaal Al-Adawi
Kalybe…ormai conosciuto come “il letto della figlia del re”
RIDOTTO IN MACERIE DA UN TANK DELL’ESERCITO SIRIANO,
CHE HA APPOSITAMENTE MIRATO, DALLA PIAZZA DELL’AGORA’

E allora questo blog è fermo,
perchè da una settimana vorrei raccontarvi di come “il letto della figlia del re” s’è sbriciolato, colpito a morte da una cannonata di un tank,
un tank dell’esercito siriano, adagiato coi suoi maledetti cingoli sull’agorà,
la sola piazza romana di marmo bianco (lo fecero arrivare dalla lontana Jarasa)
al centro della città nera.
Kalybe, il gioiello di Bosra, il simbolo dello scorrere dolce dei secoli in una terra che aveva portato sempre rispetto per il suo patrimonio storico ed archeologico.
Ho incontrato bambini semi analfabeti che mi parlavano degli intarsi romani, di Apollodoro, delle greche nabatee che ornano capitelli e nicchie,
Ho incontrato un popolo che aveva poco cibo, ma che si nutriva della sua storia.

Ed ora anche quella sta sanguinando a morte.
Con lo sbriciolarsi di quel gioiello, con la distruzione di quella meraviglia che da 2000 anni accarezzava lo sguardo dei pastori,
sento che la mia serenità s’è definitivamente spappolata. Esplosa, frammentata.
E così ve la racconterò un altro giorno la storia di quella camera,
la storia dello scorpione che andò a cercare fino a lassù la bella figlia del re.
Ve la racconto un altra volta,
che le lacrime iniziano a scorrere e solcare il viso con una violenza che spezza il respiro.

Con il cuore poggiato tra cardo e decumano,
con il sorriso incastonato nell’albero di fichi al centro di quel cortile, ora spianato.
Con il solo desiderio di poter far vivere a mio figlio l’atmosfera di quella che è stata la sola casa che ho veramente amato.
Quella dove non riuscivo a non tornare continuamente,
da ogni luogo del mondo,
tutte le mie strade m’hanno sempre portato a Bosra…
E un giorno torneranno a farlo,
per mano al mio bimbo.

Qui potete vedere il video di ciò che è rimasto…
Kalybe? Fa parte dei sogni di una vita che non c’è più.

A breve la storia di questo monumento, e la sua maledetta ingiustificabile fine.
Leggi anche:
Un urlo di dolore da Bosra
Le bombe in casa nostra / 2
Alla bimba di Bosra
Dalla Siria, per la Siria
L’inizio
Basalto, beduini e innamoramenti

Un urlo di dolore, dalla mia Bosra

22 ottobre 2012 3 commenti

“Quando la terra della città
diviene rossa
quando le pareti della città diventano nere
non c’è riposo nè spazio bianco

Foto di Mechaal Al-Adawi
Giocando nel mercato romano, Bosra ash-Sham

nella testa
scrivo il mio dolore

Abdul Hadi al-Miqdad era un giovane uomo della città di Bosra, nella Siria Meridionale. Aveva 24 anni. Lavorava come spazzino per il comune. Era un uomo molto umile. Bravo. Con delle disabilità mentali.
Si era sposato da meno di un mese.
Il 20 ottobre 2012 le truppe dell’esercito regolare sono entrate in città senza incontrare alcun tipo di resistenza.
Tutti i giovani sono scappati dalla città per paura di essere arrestati. Nella città erano rimaste le donne, con i bambini.
Abdul Hadi si è riufiutato di fuggire, perché non potevano accusarlo di nulla. Non era coinvolto in nessuna manifestazione ed era impiegato statale.
L’esercito ha rastrellato ogni casa per poi bruciarne molte (200 case) e per dare alle fiamme i negozi (circa 300 attività).
Poi è arrivato il turno della casa di Abdul Hadi, gli hanno chiesto di uscire fuori, che avrebbero dato alle fiamme la casa.
Lui si è rifiutato di uscire, era un novello sposo. La sua camera da letto (il sogno di una vita intera) era stata comprata nemmeno un mese prima. I soldati dell’esercito l’hanno messo al centro della stanza, lo hanno bruciato vivo insieme ai materassi e alle coperte, per poi chiudere la porta.
Lo spirito di Abdul Hadi al-Miqdad è andato in paradiso col sapore di una grigliata di carne umana”

di Mechaal Al-Adawi

Su Bosra ci sarebbe tanto…e mai avrei pensato sarebbero state macerie…
Le bombe in casa nostra / 2

Da Gabriele Del Grande…sulla strada verso Aleppo

15 settembre 2012 1 commento

Da Gabriele Del Grande, penna e mente di FortressEurope, condivido questo aggiornamento di stato di una manciata di minuti fa.
Ti auguro buon viaggio, il viaggio che vorrei fare ora, il solo che potrei fare.
Sulla strada di Aleppo…con la fortuna sotto braccio, e il sole di Siria davanti agli occhi,
che la strada ti sia amica, fino al rientro a casa.

Ieri un contrabbandiere siriano a Yayladagi mi ha fatto vedere sul cellulare il video di due soldati del regime siriano mentre tagliano la testa con una motosega a un attivista. Lui, il contrabbandiere, le armi le ha prese dopo che un cecchino di Bashar ha colpito suo figlio alla testa. Aveva otto mesi e quando hanno sparato dormiva, dentro la carrozzina spinta dalla madre.
Il suo vicino di casa invece, le armi ha deciso di non imbracciarle. Per principio. È un comunista di Homs, tra i primi organizzatori delle manifestazioni contro il regime. Manifestazioni che per sei mesi sono state pacifiche, nonostante migliaia di uccisioni e decine di migliaia di arresti commessi dalle forze del regime e dai suoi sgherri.

I primi tre giorni a Hatay si alternano tra questi due sentimenti. L’entusiasmo dei combattenti pronti a morire pur di vendicarsi e mettere fine al bagno di sangue, e la delusione dei militanti non violenti che invece temono che la situazione degeneri e che sono convinti che già troppo sangue sia stato versato, anche a causa delle strategie dei combattenti rivoluzionari.
In mezzo a queste due posizioni ci sono i drammi personali di migliaia di famiglie ancora bloccate al confine tra Siria e Turchia, fuggiti dai bombardamenti aerei inflitti quotidianamente dal regime nelle zone insorte.
La Turchia non gli concede l’asilo politico, ufficialmente sono definiti “ospiti” e vengono accolti in dei campi profughi lungo tutto il confine. Contro di loro poi si è scagliata la sinistra turca, scesa in piazza per chiederne l’espulsione di massa, con slogan razzisti che accusano i profughi siriani di essere terroristi al soldo dell’imperialismo americano e sionista. Grossomodo le stesse frasi fatte che si sentono in certi ambienti della sinistra italiana, più attenti all’ideologia da risiko salottiero che non al racconto della realtà.
Per raccontare la realtà invece, noi stiamo per attraversare la frontiera. Partiamo stanotte con Alessio Genovese, direzione l’inferno. Aleppo. Inviati da nessuno perché “noi siamo concentrati su altro adesso” come mi ha scritto oggi uno dei più importanti settimanali italiani.
Questo invece il video che mi è arrivato ieri da Bosra, la mia cara Bosra:

Il mare della morte

10 settembre 2012 9 commenti

Partiti da Sfax, con la speranza negli occhi, e morti a decine a pochi metri dallo scoglio di Lampione…
Senza che il mondo abbia nemmeno il coraggio di piangerli, senza che voce alcuna metta in discussione la nostra fortezza Europa, il nostro luccicante ed inaccessibile carcere, che uccide alle sue frontiere chiunque provi ad avvicinarsi senza esser benvoluto, invitato, desiderato. NO BORDER, NO JAIL!

Sempre Mediterraneo, in acque turche…dove più di 60 corpi tra siriani e palestinesi in fuga dalla Siria, son stati raccolti …
inizio ad odiarlo questo mare, cimitero di fuggiaschi e profughi…

Sul cimitero liquido…

 

Siria: le bombe in casa “nostra”

13 agosto 2012 15 commenti

Nei cassetti della mia memoria tu hai il posto più bello,
nei cassetti della mia memoria tu sei calda,
nei cassetti della mia memoria c’è il profumo del tuo cibo e dei tuoi fiori.

Nei cassetti della mia memoria non c’era spazio per questo scempio,
nei cassetti della mia memoria non deve entrarci, ti prego,
questo dolore.
No, li chiuderò anche se il chiudere non mi piace,
li chiuderò a forza quei cassetti, così che le vostre bombe non possano entrare,
così che tutto resti fermo.
A me che le cose ferme non piacciono, a me che vorrei un mondo sempre in movimento,
a me che è il “moto rivoluzionario” a dover far batter il cuore di tutto…
A me ora sventra di dolore l’idea che nei cassetti della mia memoria
da oggi ci sono queste immagini,
che forse non usciranno come le altre.

Ti parlo, terra rossa dell’Hauran,
come fossi un corpo amato, un corpo che m’ha sedotto e fatto godere,
Ti parlo, decumano di Bosra,
come fossi la sola strada che l’uomo abbia percorso,
come se quella porta del Vento fosse la sola a conoscerlo veramente, quel Vento.
E allora, oltre a parlarti costantemente,
Sappi che ti amo, terra rossa di fuoco e basalto,
sappi che ti amo come si ama la carne,
Sappi che ti sento mia come figlia, madre, utero, pelle,
sappi che muoio ogni secondo dentro,
muoio muoio muoio di un dolore che non ha voce,
non la trova o ha paura di farlo.

Sappi, dolce terra rossa dell’Hauran,
che le tue donne son forti come il basalto che ti ricopre,
che i tuoi ragazzi hanno occhi profondi che non si piegheranno,
E che chi è partito tornerà…
sappi che torneremo,
torneremo tutti.

LE FOTO CHE VEDETE QUA SOTTO SONO DI QUESTA MATTINA, QUANDO 8 COLPI DA 80MM L’UNO SON VOLATI SULLA CASA A ME PIU’ CARA AL MONDO, DA UN CARROARMATO DELL’ESERCITO DI ASSAD.
UNA CASA DOVE DA MESI ABITANO SOLO DUE DONNE CHE STANNO AIUTANDO LA POPOLAZIONE COME POSSONO.
BOSRA E’ SOTTO ATTACCO, LO SONO TUTTE LE FAMIGLIE CHE STANNO CERCANDO DI FAR QUALCOSA PER LA SITUAZIONE UMANITARIA. (avevo pubblicato un appello loro)
Non uomini, non combattenti, non armi nelle case che stanno colpendo in quella zona…ma un pezzo di cuore mio che…vabbè va…parole è meglio che non ne cerco!

Bosra ash-sham, 13 agosto 2012….
Dal Mansaf alle bombe…

I missili dell’esercito siriano colpiscono la più amata delle case,
Bosra Ash-Sham, 13 agosto 2012

Bosra Ash-sham, 13 agosto 2012 ….

Sindrome di Quirra: quante altre prove volete?

24 marzo 2012 4 commenti

Ancora prove su Quirra, come se quelle degli anni precedenti non fossero sufficienti a raccontarci la verità sul poligono interforze del Salto di Quirra, 
uno dei tanti presenti su quell’isola.Oggi la prova più attesa, non dai capi di bestiame, non dalle pecore, ma dai corpi, dalle ossa di dodici salme di pastori, riesumate dalla procura di Lanusei all’interno dell’inchiesta per “omicidio plurimo legato ad inquinamento ambientale”.
Siamo tra le provincia di Cagliari e Ogliastra: di pastori ne son stati riesumati 15 ( tutti morti per leucemie e linfomi) e 12 hanno dei livelli di torio 232 (ma anche di antimonio, piombo e cadmio, e altri metalli tossici) impressionanti, di molto superiori alla norma. La loro colpa era stata quella di portare al pascolo le pecore nelle aree del poligono di tiro.

L’inchiesta oltretutto si allarga con 19 indagati  per un’articolo che parla da solo «ostacolo aggravato a indagini su disastro ambientale». Oltre al sindago di Perdasdefogu ci sono ben 7 generali dai diversi compiti in questa maledetta storia. Da chi doveva controllare le aree di addestramento ai periti che effettuarono le prime analisi dopo alcune denunce di associazioni ambientaliste.
Leggi:
La sindrome di Quirra e le sue malformazioni: la Sardegna inizia a raccontare
La sindrome di Quirra
altri link sulla Sardegna e le sue basi QUI

Urina americana, su corpi talebani: come si esporta la democrazia

12 gennaio 2012 6 commenti

Mi rifiuto anche di mettervi il link al video incriminato: perché mi fa schifo.
Perchè sul mio blog ci sono le loro invasioni, le loro torture, i loro stupri…
ma almeno la loro urina, pisciata sui corpi afgani,  me la risparmio.

Ci diranno che son 4 teste calde,
ci diranno che verranno puniti: ma sappiamo che  questo è ciò che compiono gli eserciti, tutti, nostro compreso.
Punto. Possono dirci quello che vogliono.

Esportatori di democrazia e guerre umanitarie

La Sindrome di Quirra e le malformazioni! La Sardegna inizia a raccontare i suoi drammi…

1 dicembre 2011 8 commenti

[NOVITA’ del 24 marzo 2011: le analisi sui corpi dei pastori riesumati QUI PER LEGGERE]

In questo blog molte volte abbiamo parlato della Sardegna, più specificatamente dei drammi inenarrabili che avvengono sul suolo sardo, causati dall’industria bellica, dai poligoni, dagli addestramenti, da decenni di colonizzazione militare sia italiana che internazionale di quel territorio.
Abbiamo parlato degli addestramenti congiunti tra Italia e Israele, di come la NATO si appropria di quei territori inquinandoli con la peggior mondezza solitamente utilizzata durante i bombardamenti di paesi e territori che spesso consideriamo lontanissimi.

Ma abbiamo parlato molto di Quirra.
Una parola che non ha più solo un significato toponomastico, una cittadina che rimbalza da mesi sulle lingue di chi ha a cuore la propria salute, un nome che è diventato quello di una sindrome: la SINDROME DI QUIRRA!
Una sindrome particolare, che ha colpito le greggi e poi i pastori, malgrado il tutto sia stato ripetutamente tentato di affossare, di passar sotto silenzio. Anche su questo blog ho ricevuto tanti messaggi a riguardo: in molti, anche con tono ricco di astio, mi hanno chiesto di togliere i filmati che avevo messo (provengono dai Rainews24, oltretutto) dicendo che le “attuali ricerche” avevano smentito qualunque connessione tra quello che accadeva su ovini e persone (nel frattempo è stato deciso di riesumare le salme di 15 pastori, per prelevare le tibie: osso capace di mantenere per più tempo  sostanze nocive come uranioe torio) e l’immenso poligono interforze del Salto di Quirra, dove l’uranio impoverito è usato più dell’acqua ma non solo.
E’ un poligono di sperimentazione di armi nuove, è un poligono in continua espansione anche territoriale dove non c’è dato sapere cosa e in che modo viene utilizzato.

Ora i dati che stanno emergendo ci parlano più approfonditamente di ciò che sta avvenendo lì intorno, sul patrimonio genetico di chi vive ma soprattutto di chi nasce a Villaputzu o a Pedasdefogu o in qualunque paese di quella zona.  «Sentivamo uno scoppio, poi una nube di fumo che arrivava vicino alle nostre case. Dopo qualche tempo sono venute fuori le malformazioni».
C’è voluto tanto perché si trovasse il coraggio di parlare: non è facile raccontare le malattie dei propri figli, soprattutto se son malformazioni, soprattutto se son brutte, ispiegabile, abbandonate dalla società civile… è difficile, è doloroso.
Le malformazioni rendono ancora più diffidenti, è una rabbia silenziosa: di un dolore immenso e alimentata da un amore indicibile: difficile parlarne col primo sconosciuto, difficile pensare di iniziare una battaglia che non ti riporterà sano tuo figlio e che è contro….”una nube di fumo che si avvicina”.

Noi non abbiamo mai smesso di osservare il poligono del Salto di Quirra e gli altri con estrema attenzione:
cercherò di pubblicare qualunque aggiornamento su questa maledetta storia.
QUI l’articolo de La Nuova Sardegna, di oggi!

Guerra in Libano: già son passati 5 anni

12 luglio 2011 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut: quartiere sciita di Haret Hreik_

Caspita.
Cinque anni.
Ricordo perfettamente il momento della notizia della prima bomba su Beirut.
Ricordo che mi sono guardata intorno, in quel call center merdoso dove vivevo da precaria (ora da “assunta” è merdoso lo stesso)…tempo cinque minuti e la decisione è stata presa: io parto.
E così è stato, anche se per attraversare il confine Siria-Libano poi ho impiegato qualche giorno…arrivando a Beirut che i fuochi dei bombardamenti fumavano ancora, ma il frastuono delle deflagrazione era terminato appena.
Passeggiare per un paese conosciuto in piena ricostruzione pochi mesi prima, per ritrovarlo avvolto dalla polvere, sotterrato dalle macerie, stuprato dai bombardamenti che dal mare e dal cielo hanno tempestato tutti i “punti critici” per Israele: ovvero i quartieri sciiti, le cosiddette roccaforti Hezbollah…nient’altro che quartieri e villaggi abitati da migliaia di persone.
Vi ho bombardato di foto in questi anni di quelle mie “passeggiate” di morte…
ma penso che smettere di farlo sia sbagliato.

Qui i due articoli che ho pubblicato nel secondo anniversario di quel massacro sionista, l’ennesimo: 12
MENTRE QUI LA GALLERIA FOTOGRAFICA

Il vizietto di giustiziare

2 maggio 2011 1 commento

Ci risiamo!
Il mondo si sta abituando a questo come fosse normale. È palesato da quel che sento dire sul mio posto di lavoro.
‘Bhè, se è vero quel che ha fatto!”

Metodi di esportazione di democrazia

Oh mamma, allora ormai è proprio un fattore culturale, ormai è passata, ormai è così!
Giustiziano IL nemico con un colpo in testa, come dei sicari mafiosi, e sembra tutto normale. Però leggono la Bibbia, so’ brave cristiane, so’ pure di sinistra, se glielo chiedi probabilmente ti dicono che sono contrari alla pena di morte… Eppure è normale, non c’è niente di strano nello sparare in testa alla gente. E’ normale appoggiare e sostenere eserciti che non solo usano quotidianamente armamenti vietati dalle convenzioni internazionali, non solo intossicano i territori con uranio impoverito, fosforo bianco ed altro…non solo no. Come con Saddam… Si trova il nemico e lo si ammazza.
Pum. Un colpo in testa e il problema è risolto!
Il popolino è contento! Il santo Papa ha portato fortuna, ora siamo tutti più tranquilli… Più di dieci anni di terrore nel mondo quando bastava un proiettilino in un occhio.
Il pianeta ora è esultante! Evviva i giustizieri!
Evviva il far west

ECCO POI QUANT’E’ VERA LA FOTO!

P.S. : ovviamente già è stato seppellito,  meno di otto ore dopo!
Nell’azzurro mare afgano. Un pianeta impazzito, c’è poco da fa.

Appello a Muammar Gheddafi

1 maggio 2011 4 commenti

Dici di volerci attaccare
D’altronde, in un’ottica bellica e nella tua situazione, saresti anche legittimato a farlo … stiamo bombardando il tuo paese.
Gli aerei battenti tricolore italiota lanciano bombe … stanotte anche tuo figlio è stato ucciso.
Diciamo che se ci tiri un po’ di missiletti io personalmente lo comprendo.
Ti chiedo solo un favore, proprio a te che della gente te n’è sempre fregato nulla, proprio a te che simpatico non mi sei mai stato.
Colpisci bene.
Colpisci il tuo nemico e no questo popolo apatico e ignorante che siamo. Lascia sta le metropolitane, le piazze e le strade…
Colpisci i Palazzo Grazioli che a decine sono sul nostro territorio, colpisci i La Russa e i Frattini…
fai le cose fatte bene. Non prendere esempio dalla Nato, che ha il vizio di colpire un po’ ovunque.
Sii preciso, fa’ er favore!

Libia e sinistra italiana…

27 marzo 2011 4 commenti

Poco dopo l’inizio di questa ennesima guerra portatrice di democrazia, pace e giustizia sociale eheheheh,
poco dopo quest’altra grande infinita intergalattica presa per il culo,
mi ero chiesta (e mica m’avete risposto però eh?!?!) che fine avesse fatto il popolo viola
Bhé, Ascanio ha fatto un bel quadretto

Libia….e il popolo viola??

21 marzo 2011 10 commenti

Ma che schifo! Io li ho sempre odiati tutti, uno ad uno.

"Perché?" ...in dialetto siriano

Ma oggi mi fanno più schifo del solito i Bersani, i Fassino, i D’Alema e i Vendola… mi fanno schifo tutti coloro che si son riconosciuti dietro le bandiere viola. Tutta quella sinistra giustizialista, razzista, bigotta e fanatica; tutta quella sinistra che è pronta a scendere in piazza con enormi manette gonfiabili, che invoca galera e ancora galera e che ora è muta. Il loro problema è Berlusconi e il bunga-bunga.
Non una parola, non una bandierina di quel merdoso colore viola vedo sventolare contro i cacciabombardieri che prendono il volo, anche battenti il nostro tricolore. Il tricolore si, quello che qualche ora prima dell’ennesima guerra infame a caccia di pozzi di petrolio, veniva sventolato orgogliosamente in un’anniversario, questo “natale della patria”, che nessuno aveva mai notato prima.
Una vergogna, una vergogna infinita, più della guerra, dei bombardamenti all’uranio impoverito…più di tutto è l’appoggio e soprattutto il silenzio.
Un silenzio disarmante avvolge quelle armatissime bombe.
Missili dal mare, bombe all’uranio da aerei che spesso si staccano da una terra che proprio italiana è…
lo stesso uranio che usano nei poligoni sardi, toscani e così via…
l’uranio che ora si abbatte su un suolo da conquistare e depredare, un bottino da dividere e niente di più.
Che voi siate maledetti, non mi stancherò mai di dirvelo

Curious Libyan onlookers take pictures of dead African teenagers, members of Muammar Qaddafi's forces hit by airstrikes by French warplanes in al-Wayfiyah west of Benghazi, on March 20 in al-Wayfiyah. (Patrick Baz/AFP/Getty Images)

 

Libia, 19 marzo 2011: la guerra di chi arriva prima

19 marzo 2011 5 commenti

Un mare che sembra non riuscire ad assistere ad altro che a tragedie…
quotidianamente solcato e affrontato da migliaia di migranti che fuggono da casa, è ora di nuovo attraversato da caccia, portaerei e chi più ne ha più ne metta. La corsa all’oro, proprio così: ancora una volta assistiamo ad una guerra petrolifera spacciata per tutt’altro.
Assistiamo al nostro caro mare sorvolato da caccia francesi, che hanno giocato fino all’ultimo per arrivare per primi… ma c’è voluto nemmeno una manciata di ore, quelli statunitensi non si sono lasciati aspettare per molto. C’è la gara anche di lanci di agenzie per chi fa prima a raccontare le armi usate: “110 missili Tomahawak usati dagli USA”, “Li lanciano anche i sottomarini britannici”!
Questo significa che le basi sul nostro territorio, quello che Frattini ( ma non ce n’era nemmeno tutto questo bisogno) ha prontamente dato, staranno lavorando a pieno regime, che tonnellate di armamenti prendono il volo proprio da casa nostra, come sempre e come tutti sappiamo.
Mica crederemo ancora alla guerra umanitaria no?
L’Arabia Saudita sta invadendo il Bahrain con le sue truppe eppure non mi sembra che nessuno la sta bombardando; eppure il Bahrain vive una rivolta sincera, pacifica e duramente repressa a piombo sulle teste … non c’è una guerra tribale in corso, con milizie armate in ogni angolo di paese.
Ma … tutto tace.
La Francia corre nuovamente per guadagnarsi un pezzo non tanto di terra quanto di oro nero: sembra proprio la guerra a chi arriva prima a prendersi i pozzi e i gasdotti, in un territorio “libero”, non nell’Iraq dell’era Bush.
Nel frattempo il pazzo continua a blaterare e minacciare anche l’Europa, continuando ad attaccare dove gli riesce.
Maledetti voi siate, maledetti i vostri bombardieri che ora gareggiano sul Mediterraneo…

e il popolo viola che dice????

Italia-Israele: esercitazioni militari congiunte tra Sardegna e Neghev

10 dicembre 2010 4 commenti

AH!

Che bella notizia! Non avevamo dubbi riguardo la collaborazione tra esercito italiano e israeliano, ma leggere questi lanci d’agenzia tutti felici ed orgogliosi mi fa sentire in dovere, almeno, di segnalarlo. Un portavoce dell’aviazione militare israeliana a Tel Aviv ci fa sapere proprio oggi che la base di Ovda, in pieno deserto del Neghev, ha ospitato un’esercitazione congiunta delle due aviazioni.
In più è generoso di particolari e ci racconta che l’esercitazione di addestramento seguiva una, avvenuta circa due settimane fa, in una base con sede in Sardegna (dalla foto del loro logo si capisce che s’è tenuta a Decimomannu!). In questi giorni invece, piloti con tricolore sulla spalla, hanno seguito i loro colleghi israeliani in voli sopra aree desertiche, non ci specificano a far cosa. Ma son sempre più orgogliosi nel comunicarci che queste esercitazioni congiunte rientrano in piani di carattere annuale progettati da molto tempo, che fanno parte del lavoro costante di cooperazione tra aviazione israeliana e quelle di molti altri paesi del mondo.

L’aviazione israeliana solamente ieri ha compiuto due attacchi sulla popolazione della Striscia di Gaza e nell’ultima guerra mossa contro quell’enorme prigione a cielo aperto che è Gaza, meno di due anni fa, ha ucciso con le sue bombe più di mille civili.

Gaza: Israele bombarda la popolazione con il fosforo bianco

Sunniti contro sciiti e cristiani, nell’impotenza delle forze di sicurezza irachene

4 novembre 2010 1 commento

Il 22 febbraio 2006 è stato uno dei giorni più drammatici della storia millenaria dell’Iraq. Del mondo islamico in generale. La cupola d’oro della moschea di Samarra, mausoleo sciita dove riposano due dei dodici imam più venerati, cento chilometri da Baghdad, collassò per effetto di un attentato devastante. In una settimana la rabbia sciita causò ladistruzione di almeno cento moschee sunnite e la morte di mille e cinquecento persone. 

Samarra prima e dopo

Per molti quel giorno segna il punto di non ritorno della lotta interconfessionale, nel cuore dell’Islam e dell’Iraq. Negli ultimi anni le cose erano andate meglio, fino allo spostamento del grosso delle truppe Usa nel Paese, reindirizzate verso l’Afghanistan. L’azione di ieri, però, con almeno undici cariche esplosive piazzate in quartieri sciiti di Baghdad, che hanno ucciso almenocento persone, hanno riportato l’attenzione su una tensione che divide l’Islam, non solo in Iraq. Il vaso di Pandora è stato aperto e adesso è molto difficile richiuderlo.

 

L’Iraq è senza governo da marzo, quando le elezioni sono state vinte da Iyad Allawi, l’unico candidato che ha fatto del discorso multireligioso un punto fermo del programma. Il premier uscente Nouri al-Maliki, però, ha giocato il tutto per tutto e, sciita come Allawi, ha radicalizzato le sue posizioni, avvicinandosi all’ayatollah sciita radicale Moqtada al-Sadr, che molti ritengono manovrato dall’Iran, Paese dove si è rifugiato da tre anni. L’ultimo tentativo di mediazione saudita, che guarda con preoccupazione all’evoluzione politica (e religiosa) delle faccende irachene, è naufragata.
L’Iraq sembra sempre più vicino alle posizioni sciite più radicali e i gruppi sunniti, alcuni dei quali ritenuti vicini ad al-Qaeda, si fanno sentire per imporre la loro agenda, ostile all’influenza iraniana.
I gruppi sunniti più radicali parevano essere stati messi fuori gioco, dopo che il generale statunitense Petraeus (spostato anche lui in Afghanistan), era riuscito a comprare la fedeltà dei cosiddetti Consigli del Risveglio, milizie tribali sunnite, che si erano occupate di ripulire le loro zone dagli ‘stranieri’, come vengono chiamati i mujhaiddin internazionalisti accorsi da tutto il mondo islamico dopo l’invasione della Coalizione internazionale del 2003. Appena gli Usa hanno allentato la presa, però, gli sciiti al governo – al-Maliki in testa – non hanno rispettato i patti, rifiutandosi di coinvolgere i sunniti delle milizie nell’esercito e nella polizia. Questo ha riportato molti sunniti sulle antiche posizioni radicali, anche perché la deriva sciita del Paese e la crescente influenza iraniana preoccupa pure loro.

Nel mezzo di questa lotta di posizione si viene a trovare, indifesa, la comunità cristiana. Domenica 31 ottobre, a Baghdad, un commando ha assaltato una chiesa cristiana.Quarantaquattro le vittime, tra assalitori, ostaggi e forze di sicurezza irachene che (appoggiate dagli Usa) hanno fatto irruzione nel luogo di culto. Sparando all’impazzata, secondo le ricostruzioni. Lo Stato Islamico d’Iraq (Isi), sigla ritenuta vicina ad al-Qaeda, ha rivendicato l’assalto, definendo i cristiani ”bersagli legittimi”.
L’accusa, senza riscontri, è alla chiesa cristiana copta d’Egitto. Secondo gli integralisti, due donne copte si sarebbero convertite all’Islam e per questo sarebbero ‘detenute’ in un convento al Cairo.
L’Isi aveva dato un ultimatum di due giorni per liberare le due donne.
La vicenda pare, a prescindere da eventuali riscontri, un pretesto per proseguire quella’pulizia etnica’ denunciata dal Sinodo Vaticano sul Medio Oriente nei giorni scorsi. Obiettivo delle frange estremiste, sunnite e sciite, è quello di liberarsi della comunità cristiana per dividersi il nuovo Iraq. Una lotta sanguinosa che la polizia e l’esercito iracheno non paiono in grado di contrastare. L’amministrazione Usa, dal 2004 a oggi, ha
speso ventidue miliardi di dollari nella formazione di poliziotti e soldati iracheni, nel tentativo di affidargli l’ordine pubblico. La situazione, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni, è molto lontana dall’essere sotto controllo. Un’inchiesta del New York Times, pubblicata il 24 ottobre scorso, emerge che la dipendenza da alcool e droghe tra le forze di sicurezza irachene è dilagante.
”Ho iniziato nel 2004…dopo un mese di turni continui”, racconta al Nyt Jasim Harim, 29 anni, soldato di stanza a Baghdad. ”Mi sentivo un bersaglio disegnato addosso, mi pareva che tutti volessero uccidermi. Mantenere la calma era impossibile…sono scivolato lentamente nelle droghe. Adesso non riesco più a farne a meno”. Si va dalle tradizionali eroina, hashish e marijuana fino a una verisione iraniana del Valium, chiamata Sangue, per il colore rosso della scatola. Passando per l’Abu Hajib (Sopracciglia del padre) e ilLabenani, ma non mancano anfetamine e antidepressivi. Molto diffuso anche lo ‘sciroppo’, nome in codice della vecchia grappa Arak, nascosta in flaconi di medicinali. ”Il problema è dilagante”, spiega il colonnello dell’esercito iracheno Muthana Mohammed, seppur il ministero della Difesa di Baghdad smentisce. ”Credo che la metà degli uomini di esercito e polizia abbiamo questo problema. Quando arrestano uno spacciatore, lo rilasciano e lo fanno lavorare per loro. Ma il dramma non riguarda solo i militari, tutta la società irachena è nei guai. La roba arriva da Iran e Afghanistan e il traffico è gestito dai guerriglieri che si autofinanziano”.

Christian Elia, Peacereporter

Lei, la Bomba!

6 agosto 2010 1 commento

C’ho provato tutto il giorno a far finta di niente, ma tanto son quelle date che fin da bambina non riuscivano a scorrerti lisce sulla pelle.
Il 6 agosto di solito si sta più che spensierati, a godersi l’estate da qualche parte e in buona compagnia: è sempre così, più o meno.
Ma non riesco a non pensare a lei, Bomb, quella che Gregory Corso nella sua poesia a forma di fungo amava provocatoriamente (lui, poeta beat) per la sua forza distruttrice superiore a tutto. La bomba: oggi è il suo giorno, si.
Il più drammatico.
Lei, la bomba atomica. La maledetta. Quella che gli Stati Uniti hanno lanciato ben due volte su due città ignare.
E così visto che la rete ci dona documenti preziosi pubblico un po’ di straordinarie e drammatiche immagine di quel 6 agosto di 65 anni fa.

Così la si vedeva a bordo dell'Enola Gay ... ancora in vita

Little Boy, prima bomba atomica usata durante un conflitto, ancora doveva esplodere

Esplose a 576 metri di altitudine, con uno scoppio equivalente a 13 chilotoni di TNT, uccidendo sul colpo tra le 70.000 e le 80.000 persone.

La stima dei morti oscilla intorno ai 200.000. La missione statunitense riuscì perfettamente; tutto fu programmato nel minimo dettaglio

La distruzione a 1200 metri dal luogo dell'esplosione...

E’ caduta la testa del boia: SHARON E’ MORTO!

4 agosto 2010 8 commenti

PARE CHE SHARON SIA MORTO.
SU TWITTER LA NOTIZIA VIAGGIA DA QUASI UN’ORA…
NON HO PAROLE PER COMMENTARE QUESTA NOTIZIA.
TOCCHERA’ UBRIACARSI ALLE DUE DEL POMERIGGIO!!!

VORREI CREDERE NELL’INFERNO OGGI, NON SAI QUANTO BRUTTO MACELLAIO ASSASSINO!

Israele sconfina in Libano: scontri e morti.

3 agosto 2010 3 commenti

Me ne sono accorta con un’oretta di ritardo e la lettura di queste tonnellate di agenzie mi lascia sconcertata, anche se ovviamente non stupita.
Israele ha sempre “sconfinato”, Israele ha sempre ritenuto quel territorio un luogo dove poter agire come e quando vuole, e non è l’unico, come ben sappiamo.
Di nuovo Libano, di nuovo la terra dei cedri scossa dalle bombe d’Israele, o meglio -stavolta- dai suoi corpi di mortaio.

Foto di Valentina Perniciaro _le bombe su Beirut 2006_

Un giornalista ucciso (reporter di Al-Akhbar, quotidiano filo-sciita) e tre soldati libanesi morti nei dintorni del villaggio di Adaysseh. Un elicottero da combattimento israeliano è apparso sui cieli di Adeisseh intorno alle 14. Il giornalista Assaf Abu Rahhal è stato ucciso mentre riprendeva il loro arrivo.
Erano entrati per abbattere degli alberi: vizio che oltre a Gaza e ai Territori Occupati hanno anche nelle (siriane) alture del Golan e nel meridione libanese. Si parla di un ufficiale israeliano ucciso, ma ovviamente non ci sono conferme da Tel Aviv e potrebbero non essercene mai.
Le ultime notizie parlano però di una richiesta dell’esercito israeliano a quello libanese di sospendere gli scontri per poter recuperare i loro soldati feriti: un cessate il fuoco chiedono, surreale. Secondo la tv degli Hezbollah, Al-Manar (più volte bombardata durante i 35 giorni di guerra del 2006) l’ufficiale israeliano sarebbe stato ucciso da un colpo sparato da un cecchino libanese.
Sul fronte della politica internazionale siamo alle solite: Hariri e un po’ tutta la classe dirigente chiedono alle Nazioni Unite (la missione dell’Unifil è ancora in corso e i combattimenti stanno avvenendo in piena linea blu)  che intervengano davanti alla palese violazione israeliana della risoluzione 1701 del 2006.
Tanto per cambiare.
Nel frattempo si spara, proprio in questi momenti. (Le truppe italiane per ora non sono state coinvolte ma operano proprio in quella zona)
Ed Hezbollah non ha ancora preso “parola”.

ORE 15.20: arriva uno straccio di comunicato dall’esercito israeliano. Ridicolo e provocatorio.
Ci risiamo: come nel 2006. Entrano, attaccano e alla prima risposta si rigirano la frittata per passare da vittime e poi iniziare una guerra.
Ci risiamo, leggete qui e ditemi se non l’avete già visto:
«Israele ritiene il governo libanese responsabile del serio incidente e minaccia ripercussioni se queste violazioni continueranno; Israele considera l’attacco alle forze IDF che agiscono in coordinamento con l’Unifil lungo la regione di confine come una violazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza» delle Nazioni Unite, prosegue il comunicato. Si tratta, ritiene Israele, di «una di una lunga serie di violazioni, prima delle quali è il massiccio rifornimento di armi a Hezbollah nel sud del Libano»
CI RISIAMO ECCOME.
Io lo sapevo che stavano per ricominciare le danze in Libano, lo sapevo.
E’ arrivato agosto: ci risiamo

Roviniamo il natale alle aziende israeliane!

23 dicembre 2009 Lascia un commento

Che nessuna delle nostre tavole, imbandite e non, si senta esclusa.
Questo è un compito che abbiamo tutti, chi festeggerà e chi passerà queste giornate senza nemmeno pensarci … i prodotti di questa lista (solo una piccola parte di quelli che poi potete trovare sul sito per la campagna di boicottaggio) sono presenti sempre nelle nostre case, sono prodotti che siamo abituati a vedere nei nostri scaffali e non ad immaginare come finanziatori di morte.
Ma è così, quindi forse è il caso che iniziamo ad imparare a scegliere meticolosamente quello che portiamo alla bocca, quello che acquistiamo per noi e per gli altri.
Un anno, nemmeno, è passato dall’Operazione Piombo Fuso che ha raso al suolo la Striscia di Gaza e che ha provocato più di 1300 morti civili tra la popolazione: nemmeno un anno è passato ed ora sappiamo ufficialmente che tutto il territorio (uno tra i più densamente popolati al mondo) della Striscia è contaminato in modo grave e preoccupante dalle scorie degli armamenti usati da Israele. Fosforo bianco, uranio impoverito, bombe D.I.M.E. e tanti altri armamenti in sperimentazione, che hanno ucciso e che ora mettono a rischio la salute dell’intera popolazione di Gaza e della striscia.
Non dimentichiamoci di cosa è stato quell’attacco, non dimentichiamoci delle scuole e dei rifugi ONU bombardati con i profughi che vi avevano appena fatto ingresso, non dimentichiamo Qana, non dimentichiamo i bambini giustiziati tutto quello che è successo nemmeno un anno fa, compiuto dall’Israel Defence Force.
E per rendere la memoria una vera arma di solidarietà, come tante volte urliamo negli slogan, facciamo che almeno il boicottaggio entri nella nostra quotidianità. 
QUESTA LA GUIDA IN PDF DEI PRODOTTI DA BOICOTTARE: Pasta, Campari, Caffè….apriamo gli occhi!

Altri articoli sull’Operazione Piombo Fuso.

Diego Bianchina, 31 anni, operaio: ucciso sul lavoro

2 dicembre 2009 Lascia un commento

 

TERNI 2 DICEMBRE ’09, ORE 16,30 DA VIALE BRIN
MANIFESTAZIONE CITTADINA CONTRO LE MORTI DI LAVORO
 

Un altro morto alla Thyssenkrupp: Diego Bianchina, 31 anni, operaio.

Ieri 1° dicembre a quasi due anni dal tragico anniversario della strage alla Thyssenkrupp di Torino è morto a Terni un giovane operaio di 31 anni, intossicato dalle esalazioni di acido cloridrico.
Diego Bianchina non doveva essere solo ad effettuare quelle operazioni pericolose che lo hanno portato alla morte. Le morti di lavoro nel nostro paese sono una strage, 4 caduti al giorno, 1.450 l’anno circa. UNA GUERRA.
La settimana che è appena conclusa ha visto un grave incidente al Tubificio, ad Aprile un lavoratore delle ditte in appalto è morto, sempre alla Thyssenkrupp. Non si può parlare di tragica fatalità, per quanto ci riguarda le responsabilità sono chiarei ritmi accelerati di produzione, l’inosservanza delle regole di base per tutelare la salute e la vita dei lavoratori producono un contesto in cui chi la mattina timbra per andare a lavorare rischia di non uscire la sera.
La logica del profitto ha portato a monetizzare la salute dei lavoratori, le leggi attuali hanno anche depenalizzato la responsabilità dei vertici aziendali, ma per noi una cosa è certa: la responsabilità degli incidenti e delle morti di lavoro è dei padroni e degli Amministratori Delegati, cioè di chi fa profitti col lavoro di operai e impiegati. A Torino i vertici della Thyssenkrupp sono stati inquisiti per omicidio volontario. Per noi anche questo di Diego è un omicidio volontario. Per questo, quando si è diffusa la notizia della sua morte gli operai spontaneamente sono usciti dalla fabbrica e hanno bloccato la produzione e viale Brin. Il blocco è continuato con lo sciopero del turno di notte e con quello di tutta la giornata del 2 dicembre. Ma questa morte non riguarda solo gli operai e la fabbrica, riguarda tutta la città di Terni. Perché la città deve molto, a livello economico, produttivo, occupazionale e storico all’acciaieria.

Per questo l’assemblea spontanea e autorganizzata degli operai propone un corteo che parta nel pomeriggio di oggi, alle ore 16:30, dai cancelli della fabbrica in viale Brin ed attraversi il centro cittadino.

Ø     Chiediamo ai lavoratori, ai cittadini, agli studenti, alle forze sociali, politiche e sindacali, alle associazioni di partecipare attivamente alla riuscita della manifestazione.
Ø     Chiediamo ai commercianti di abbassare le saracinesche in solidarietà con gli operai ed in lutto con la morte di Diego.
Ø     Chiediamo che l’amministrazione comunale proclami un giorno di lutto cittadino.
Ø     Chiediamo che la Terni generosa, la città solidale con gli operai per un giorno risponda con fermezza a questo omicidio di lavoro.

   INVITIAMO TUTTI A TROVARSI DAVANTI ALLA FABBRICA ALLE 16:30 PERCHE’ NON AVVENGA ANCORA

L’Assemblea spontanea ed autorganizzata degli operai della TK-AST

Peace Enforcing, paracadutisti e bambini sotto le bombe

22 settembre 2009 5 commenti

Andrea Nativi (analista militare, direttore della Rivista Italiana Difesa):
“È sempre stata una guerra, basta leggersi il mandato dell’ISAF. Solamente in Italia si continua con questa finzione politica iniziata con i precedenti governi e proseguita con questo, secondo la quale noi siamo a svolgere una missione di pace. Il gen. Bertolini, il nostro numero 1 in Afghanistan ha detto correttamente che si tratta di una missione di “Peace Enforcing” e cioé “imposizione della pace”, che è uno dei modi carini per chiamare la guerra”. (fonte)

Generale Arpino: “Siamo in GUERRA. Smettiamola con la retorica”. (fonte)

Ci credono solo gli “italiani” alla missione di pace, ci crede Saviano quando commemora i morti del sud caduti per la patria (qui una pacata ma almeno una risposta a Saviano), 
ci crede chi ha rispettato il minuto di silenzio, ci crede chi fa finta di non sapere cos’è la Folgore e chi sono gli uomini che decidono di entrarci.
Comunque le foto qui sotto invece, sono la verità quotidiana dell’Afghanistan: sono la traduzione in carne ed ossa di quello che i nostri soldati chiamano PACE, spacciandosi per eroi.
Vi ricordate la Folgore in Somalia? Gli stupri? Qualcuno se lo ricordaaaaaaaaa?
03-2011-1

La civiltà della Folgore … si evince dal loro inno

19 settembre 2009 56 commenti

Ma davvero li piangete? 
I soldati della Folgore? I parà dell’esercito italiano? Vi metto il testo del loro inno, quello che cantano con tanto orgoglio…quello che assomiglia a tutto tranne all’inno di “eroi portatori di pace”… svegliamoci cazzarola, piangiamo chi muore sul selciato della strada durante il turno di lavoro, piangiamo i mutilati e tutti coloro che in guerra ci sono nati, che nella loro terra vivono sotto bombardamenti e coprifuoco, occupati da invasori che non hanno mutato nulla in 8 anni, se non aumentare del 60% gli attacchi taliban. 
Fate le vostre guerre … non vi lamentate se morite.
Non ci venite a raccontare, però, che portate pace, “noi piomberemo giù, pugnali e bombe a man, viatico di morte” 

   Il canto del paracadutista (Inno della Folgore)
Cuori d’acciaio all’erta
il cielo è una pedana,
tra poco nell’offerta
noi piomberemo giù,
pugnali e bombe a mano,
viatico di morte,
e l’ansia della sorte
non sentiremo più!
Aggancia la fune di vincolo,
spalanca nel vento la botola,
assumi la forma di un angelo
e via pel tuo nuovo destin!
Come folgore dal cielo
canta il motto della gloria.
Come nembo di tempesta !
precediamo la vittoria.
Un urlo di sirena: fuori…fuori !
E giù nell’infinito
sul nemico più agguerrito
per distruggere o morir.  
Per distruggere o morir.
L’occhio nemico scruta:
son nuvole che vanno,
ma poi che il vento muta
li vedi già son qui.
E gli angeli di guerra,
pugnale in mezzo ai denti,
in uno contro venti
si battono così!
Sganciato ogni corpo dai vincoli,
racchiusi in un quadrato fermissimo,
il piombo nemico si sgretola:
nessuno di noi cederà!
Come folgore dal cielo…
Passa pei cieli un canto,
è un canto di vittoria,
i figli della gloria
in alto vanno ancor.
E pronti alla battaglia,
col cuore sempre all’erta,
ripeteran l’offerta
con rinnovato ardor!
Aggancia la fune di vincolo,
spalanca nel vento la botola,
assumi la forma di un angelo
e via pel tuo nuovo destin!

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