Archivio

Posts Tagged ‘pentito’

7 APRILE 1979: processo all’Autonomia

6 aprile 2009 9 commenti

7 aprile 1979.
7aprile_webStampa e tv danno notizia della maxi-retata che da poche ore ha portato in galera il presunto vertice delle Brigate Rosse. Gli arresti, avvenuti su tutto il territorio nazionale, sono stati ordinati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.
Quasi tutti gli accusati sono intellettuali: docenti universitari, scrittori, giornalisti e leaders dei diversi movimenti post-’68. Tra i più noti vi sono: Antonio “Toni” Negri, docente di Dottrina dello Stato all’università di Padova, indicato come capo e ispiratore di tutta la galassia sovversiva italiana; Nanni Balestrini (latitante), poeta e scrittore, già nel Gruppo 63 e poi autore del romanzo-culto “Vogliamo tutto”; Franco Piperno (latitante), docente di fisica all’università di Cosenza; Oreste Scalzone, insieme a Piperno leader storico del ‘68 romano; Luciano Ferrari Bravo, Guido Bianchini,

Il sostituto procuratore Pietro Calogero

Il sostituto procuratore Pietro Calogero

Sandro Serafini e Alisa del Re, tutti assistenti di Negri all’università di Padova; Giuseppe “Pino” Nicotri, giornalista del “Mattino” di Padova, di “Repubblica” e de “L’Espresso” (in passato si è occupato della controinformazione su Piazza Fontana, e le sue scoperte sugli spostamenti di Franco Freda sono state preziose per le indagini di Calogero); Emilio Vesce, redattore delle riviste “Rosso” e “Controinformazione. L’elenco prosegue con diversi militanti dell’Autonomia Operaia ed ex-membri del gruppo Potere Operaio, scioltosi nel 1973. Secondo gli inquirenti, Potere Operaio non si sarebbe sciolto, piuttosto sarebbe divenuto un’organizzazione clandestina, una vera e propria “cupola” della sovversione. Inoltre, malgrado l’evidenza di insanabili contrasti teorici e politici, Autonomia Operaia e Brigate Rosse sono ritenute la stessa cosa, o meglio: la “illegalità di massa” propugnata dalla prima non sarebbe che il mare magnum in cui sguazza l’avanguardia clandestina rappresentata dalle seconde. Per alcuni degli arrestati vale solo la seconda parte del mandato, cioè l’accusa di associazione sovversiva. Al contrario, su Negri e alcuni altri sta per rovesciarsi una valanga di fantasiosi mandati di cattura per gli episodi più diversi. Nei giorni successivi il processo si estende ai redattori della rivista romana “Metropoli”, su cui scrivevano anche Scalzone e Piperno. I nuovi inquisiti sono Libero Maesano, Lucio Castellano e Paolo Virno. Anche loro apparterrebbero in blocco all’organizzazione eversiva “costituita in più bande armate variamente denominate”, per il semplice motivo di… aver scritto su “Metropoli”. Pleonasmi a non finire. Davvero curiosa questa “guerra civile” combattuta a colpi di saggi, editoriali, recensioni… e anche fumetti: su “Metropoli” è comparsa una drammatizzazione a fumetti del caso Moro. Secondo gli inquirenti, alcune vignette contengono l’esatta riproduzione della “prigione del popolo” in cui era rinchiuso Moro.processo_autonomia Poi si verrà a sapere che l’autore si è ispirato a un fotoromanzo di “Grand Hotel”. Ormai sappiamo tutti che Toni Negri non era il capo delle Brigate Rosse, né il telefonista dei rapitori di Moro, né l’assassino di Carlo Saronio. Eppure un giudice, su basi così palesemente assurde, imbastì nel 1979 il processo simbolo del periodo dell’ “emergenza”, rimasto noto come “il caso 7 aprile”. Vi furono coinvolti prima una ventina di imputati, quasi tutti docenti e ricercatori della facoltà di Scienze Politiche di Padova, poi divenuti oltre un centinaio. Molti furono incarcerati, altri costretti all’esilio, uno (“Pedro”) perse la vita, ucciso dalle forze dell’ordine mentre era armato di un semplice ombrello. Inutile dire che gli assassini di Pedro rimasero impuniti, e che il magistrato che gestì il processo ha tranquillamente fatto carriera. autonomiaL’impianto dell’inchiesta crollò solo grazie alle confessioni di Patrizio Peci, che dimostrarono come Negri, Piperno, Scalzone e gli altri del 7 aprile, con le Brigate Rosse, non avessero nulla a che spartire. Il teorema Calogero è rimasta la più impressionante montatura mediatico-giudiziaria dell’Italia repubblicana.
A trent’anni da quel giorno, martedì 7 aprile 2009 Filorosso organizza un’iniziativa dal titolo “Una storia da ricordare” con alcuni dei protagonisti, loro malgrado di quella vicenda: Franco Piperno, Oreste Scalzone (in collegamento da Parigi) e Francesco Febbraio, che in quel periodo era studente e attivista politico all’Università di Padova.
La discussione si terrà alle ore 17:30 presso il Capannone del Filorosso nell’edificio Polifunzionale dell’Unical di Cosenza. L’iniziativa è rivolta agli studenti universitari che nel ’79 non erano ancora nati e che avranno l’occasione di ascoltare una pagina di storia raccontata dalla voce viva di chi l’ha vissuta sulla sua pelle.

QUI UN BRANO DI FORTINI SUL 7 APRILE

Ugo Maria Tassinari ci fa la lezione sull’antifascismo…mentre dovrebbe TACERE

6 febbraio 2009 5 commenti

OGGI L’INFAME MORUCCI E’ A CASA POUND PER PRESENTARE IL SUO LIBRO.

CON LUI ANCHE PERSONAGGI COME MUGHINI ED UGO MARIA TASSINARI, sempre più colluso con quella gente che prima si limitava a “studiare” ed analizzare, ma con cui -a quanto pare- si trova ogni giorno più a suo agio.

Secondo Tassinari, “l’antifascismo è un’ideologia di sostituzione, un feticcio a cui aggrapparsi per supplire alla totale  impotenza della sinistra. »Non lo ritengo superato – precisa – ma profondamente sbagliato come categoria per identificarsi politicamente. 
Ovviamente non è neanche una categoria interpretativa della realtà nè tantomeno uno strumento cognitivo. D’altra parte – spiega ricorrendo a  un paradosso – l’odierna violenza sociale, dagli stupri etnici al rogo di Nettuno, nella loro atroce insensatezza e ferocia fanno rimpiangere  la violenza fascista o rivoluzionaria degli anni Settanta. cadavere_mussolini
Manifestazioni estreme che pur nella loro rottura del patto sociale avevano un senso e delineavano, a modo loro, un barlume di speranza in  un futuro 
migliore, assumendosi almeno il rischio brechtiano di farsi carico del male per raggiungere il bene«. Insomma, chiarisce, »trovo sommamente offensivo 
dell’intelligenza ma al tempo stesso pericoloso il  tentativo di fare passare per ‘picchiatori fascistì i linciatori di  Guidonia.Anzi, conclude Tassinari portando alle estreme conseguenze il  suo ragionamento volutamente provocatorio, »per restare alle categorie  politiche degli anni ’70, se il delitto del Circeo era ‘violenza fascistà, tale categoria va applicata al branco, e quindi agli  energumeni che assaltano le gazzelle va reso l’onore e  il titolo di  “giustizieri proletari” e di “vendicatori antifascisti”. 

MORUCCI poi li sdogana proprio. 

“Se deve essere riconosciuto il mio diritto di parola, senza che in questo conti altro che il mio essere cittadino in un regime di uomini liberi, allora lo stesso diritto non può essere negato a chi si dichiara fascista. Se non è così si rimane nel gioco delle parti, che assai poco ha a che fare con i diritti. Negli anni ’70, ricorda, sono stato, seppure non a tempo pieno, un cacciatore di fascisti. Sono però convinto che quell’animosità dipenda di più dal residuo mai sciolto dell’idea cristallizzata, ideologizzata, stereotipata che ci si era reciprocamente fatti del ‘nemico’. E questo residuo bisogna provare a sciogliere. Per porre tutti quei ragazzi morti dentro un’unica pietà, anche se nella particolarità delle memorie, o nella diversità delle commemorazioni. E finalmente seppellirli. 

antifa-italianoSenza più lasciarli inumati a metà perchè il redde rationem è ancora da risolvere. Superare le ragioni ideologico-religiose di quell’odio e riportare i motivi di scontro dentro la concretezza dell’umano contendere per l’affermazione di risposte diverse alle medesime domande«. Dietro il »meccanismo diabolico« dell’antifascismo c’è, secondo Morucci, la paura del potere, che considera »politicamente pericolosa« la pietà per i vinti: mantenere quei vinti »in uno stato di separatezza«, relegarli nella categoria del ‘male’ permette di riaffermare tramite loro, a rovescio, il bene rappresentato dal Potere”. Insomma, secondo l’ex Br, il diritto di parola “non può essere negato a chi si dichiara fascista« a pena di rimanere »nel gioco delle parti”. “Forse – dice ancora Morucci – potremmo scoprire che non tutto è come credevamo. Non tutto bloccato nelle immagini dei manifesti di sessant’anni fa. Forse potremmo scoprire che buona parte della reciproca esclusione è dovuto al perpetuarsi di quei vecchi modelli che nessuno è mai più andato a verificare. Forse si potrebbe scoprire che c’è disaccordo, ma non per questo bisogno di prendersi a bastonate. C’è altrettanto disaccordo, c’è sempre stato, nell’area della sinistra militante”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: