Archivio

Posts Tagged ‘Autonomia Operaia’

Distrutta la lapide in ricordo di Valerio Verbano: l’afa fa uscire i fascisti dalle fogne.

8 agosto 2013 4 commenti

Parco delle Valli, 8 agosto 2013: il caldo e l’afa che si abbattono su Roma devono avere un effetto altamente deletereo per chi ha solo mezzo neurone in corpo. I fascisti si divertono a distruggere la lapide di Valerio Verbano, non consapevoli forse che per ogni pezzo distrutto altri mille ne verran affissi, ricostruiti, tatuati nella memoria delle nostre strade… voi tenetevi le targhe nelle fogne

Parco delle Valli, a pochi passi da casa di Valerio Verbano,
casa dentro la quale fu ucciso a sangue freddo davanti agli occhi dei suoi genitori.
Nella memoria di quell’assassinio bastardo e vigliacco siamo cresciuti tutti,
non sarà il gesto di qualche fascista accaldato a cancellare il ricordo della sua storia,
della sua militanza senza mezze misure.

Non pensavo che ai sorci piacesse il marmo, invece…

Su Valerio Verbano leggi:
Un fiore per Valerio
A Carla Verbano e Valerio, dopo una giornata insieme
Rispunta il Dossier Verbano

Corteo di quartiere per Scialabba: oggi al Tuscolano, Roma

28 febbraio 2013 1 commento

164430_146345012195691_462271343_nIn corteo oggi, per salutare Roberto Scialabba, come ogni anno, da 35 anni.
CIAO ROBERTO, SANGUE NOSTRO

[Il ricordo di due anni fa: QUI ]

Sciacallaggio sui corpi dilaniati nella stazione di Bologna

22 ottobre 2012 1 commento

Sciacallaggio. Non c’è altro termine per definire il tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 messo in piedi dall’ex carabiniere missino, oggi parlamentare finiano, Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokin.
In questi mesi Raisi insoddisfatto per gli scarsi esiti fino ad oggi forniti dalla “pista palestinese” ha puntato l’indice accusatorio contro una delle vittime della strage.
«Una delle vittime della bomba – ha affermato il deputato postfascista – era un ragazzo di Autonomia operaia. Ho saputo da alcune testimonianze che il giorno dopo, nella sala autopsie, andarono due persone, un giovane mediorientale e una ragazza. Passarono in rassegna i corpi e, quando videro il ragazzo, si guardarono in faccia, si spaventarono e tirarono dritto. Un maresciallo dei carabinieri vide tutto e li chiamò, ma loro uscirono di corsa e sparirono. Chi erano quei due? E perché il ragazzo di Autonomia operaia aveva in tasca un biglietto della metrò di Parigi, città dove all’epoca viveva Carlos?».
Lo scenario a cui allude il parlamentare di Futuro e libertà è più che palese. Al giovane rimasto vittima dell’attentato, che secondo quanto lascia intendere Raisi sarebbe in qualche modo coinvolto nell’esplosione, si attribuisce una identità politica ben precisa, quella di Autonomia operaia. Siccome i depistatori fautori della pista palestinese hanno sempre sostenuto che l’attentato fosse frutto di una rappresaglia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habash a causa dell’arresto di un suo membro (e dunque della violazione del Lodo Moro), insieme a tre militanti dell’Autonomia romana legati a via dei Volsci e al Collettivo del Policlinico, durante il trasporto di un lanciarazzi che doveva essere imbarcato nel porto di Ortona in direzione Medioriente, con la chiamata in causa del “ragazzo di Autonomia operaia” ritrovato dilaniato sotto le macerie della stazione il cerchio verrebbe a chiudersi.
Ma così non è!
L’inchiesta di Paolo uscita sul manifesto del 18 ottobre smonta, a dire il vero ridicolizza, l’intera impalcatura accusatoria messa in piedi da Raisi che alla fine appare per quello che è: un pataccaro!

Link:
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980

Microfoni aperti a Radio Onda Rossa: una riflessione su Via dei Volsci

29 settembre 2012 4 commenti

Lo spazio sociale di Via dei Volsci 32 definisce l’azione a sfondo razziale avvenuta al civico 33, un fatto del  “tutto privato”.
Ci tengono a spiegarlo ad inizio comunicato,
e direi che è meglio non commentare.
Perché anche fosse un fatto privato è inammissibile che avvenga davanti agli occhi di compagni, perché anche fosse un fatto privato non sarebbe mai avvenuto se quella ormai non fosse (da almeno 15 anni) una strada di insulti, di botte, di qualche cazzo sulle porte delle compagne, di sputi, di spaccio molesto,
di sessismo, e a quanto pare di razzismo (diciamo che ce mancava solo questo) …
una strada di tutto ciò, non certo di storia dei compagni, non certo specchio del passato di quelle serrande, occupate dai compagni ferrovieri e da quelli del policlinico, per diventare centro dell’autonomia operaia, dell’autorganizzazione romana.

La sede delle compagne _Via dei Volsci 22_

Proprio no.
Questa trasmissione a microfoni aperti di Radio Onda Rossa mi sembra lo faccia capire chiaramente: perché le telefonate si sono accavallate a decine, tutte parlanti purtroppo la stessa lingua, tutte esuli da quella strada da più di un decennio.
Per la troppa nausea verso certi atteggiamenti, verso la copertura e l’avallamento di una cultura da strada, da teppa, da macho del muretto che ai compagni non ha portato niente e ha lasciato quella strada nell’impossibilità di essere attraversata e vissuta  da chi non sopporta modalità gratuitamente violente, escludenti, sessiste, razziste.
Da chi pensa che esser compagni e compagne vuol dire per prima cosa proprio questo.

Perchè non è stato un fatto privato: non lo è stato perché avviene costantemente.
Non lo è stato perché basta vedere quante trasmissioni sono state fatte in solidarietà con le compagne che si trovavano la porta ricoperta di insulti o sventrata, perché basta ascoltare questa trasmissione che vi linko qui per sentirne a decine di storie.

Son sempre riuscita a scappare dai manganelli della polizia,
la mia testa non l’hanno mai avuta sotto ai loro colpi…ma ho conosciuto una sprangata,
sì la mia testa ‘na bella botta l’ha presa…
una testolina da 14enne, ad una delle sue prime riunioni in una storica sede del movimento romano:
ero tanto emozionata io.
Poi in un attimo le botte, gli strilli, un po’ de sangue dalla testa…
a casa ho detto che era stata la polizia, mi vergognavo di dire che erano stati i compagni.
A 14 anni non capivo i motivi di quella violenza, ma mi vergognavo di dire a casa che quel bozzo veniva dai compagni, non sarei stato proprio in grado di spiegarlo…
Buon ascolto… : QUI

Strage di Bologna: Pifano smentisce i deliri di Raisi

1 agosto 2012 6 commenti

20120801-195343.jpg

Daniele Pifano risponde ai deliri di Enzo Raisi, che da tempo ormai tenta di gettare ombra sui compagni per quanto riguarda la bomba a Bologna, di cui domani ricorrerà l’anniversario.
Dopo il tentativo di coinvolgere le formazioni combattenti palestinesi,
Ora ci si prova con l’autonomia operaia e con l’infamante metodologia di tirare in ballo, per di più, un ragazzo che in quella stazione saltò in aria…

Qui per info più dettagliate e comprensibili : LEGGI

RISPOSTA AL COMUNICATO STAMPA DI RAISI DEL 30 LUGLIO ‘12

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale ” responsabile immagine di FLI”,spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente .Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!

31 – 07 – ’12
Daniele Pifano

 

E dopo il Volturno, ci provano con via dei Volsci. Ma s’attaccano!

6 agosto 2011 1 commento

DA VIA DEI VOLSCI NON CE NE ANDIAMO

L’estate è calda, e con il caldo i rettili provano ad attaccare dall’ombra, sperando di non essere visti.

Venerdì 29 luglio, senza alcun avviso, un ufficiale giudiziario accompagnato degnamente ha tentato di interrompere i 40 di lotta della
sede occupata di via dei volsci 30 con un semplice cambio di lucchetto.
L’abbiamo scoperto solo questa settimana, all’arrivo in sede.
Questa sede è uno dei luoghi naturali di riunione del movimento, utilizzata con regolarità dal Comitato “Carlos Fonseca” presente fin dalla sua nascita nelle sedi di via dei Volsci, e sede dell’archivio storico del movimento romano. Archivio che assieme ai documenti e al materiale del Comitato è stato sequestrato per una settimana impedendo l’accesso ai compagni.
Strisciando nell’ombra sperando di non essere visti proprietà e tribunali ci hanno nascosto l’avvio del procedimento di sfratto  arrivato fino alla Corte d’appello e alla sua esecuzione senza che noi ne avessimo alcuna notizia. Sono i soliti affari nell’ombra dei potenti che sperano di non essere scoperti, in una città dove l’intreccio tra la speculazione immobiliare e commerciale e la politica esplode nella sua esagerazione, in un quartiere che si è trasformato tanto negli ultimi anni da rendere appetibili pochi metri quadri per utilizzarli a fini commerciali.

Il tentativo di sgombero fallito ieri al Volturno è la dimostrazione che questi animali a sangue freddo, bisce o lucertole che siano, con l’estate azzardano tentativi di far arretrare le barriere alla speculazione che abbiamo posto. A questi rettili rispondiamo che in via dei volsci continueremo a starci per altri 40 anni. Oggi le compagne e i compagni del Comitato e del movimento hanno recuperato alla libertà la sede di via dei Volsci 30. Uno spazio aperto al movimento che non abbandoneremo mai.

CONTRO LA SPECULAZIONE E IL PROFITTO
PER UNA SEDE APERTA AL MOVIMENTO

Comitato di solidarietà con i popoli dell’America Latina “Carlos Fonseca”
Magazzino “Rosa Luxemburg”
Associazione culturale Prometeo

Foto di Valentina Perniciaro _sbirri in Via dei Volsci_

ROBERTO SCIALABBA. “C’hanno insegnato a non farci trovare morti”

28 febbraio 2011 1 commento

Sono passati 33 anni dall’assassinio di Roberto Scialabba per mano dei fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari.
Ucciso dai fratelli Fioravanti e Franco Anselmi nei giardinetti di Cinecittà, per non aver fatto NULLA.
Roberto era lì a chiacchierare e fumare tra amici, ma il gruppo di fuoco neofascista, che era andato a Cinecittà con lo scopo di sparare a qualche comunista (girava una voce che gli autori di Acca Larentia fossero di una casa occupata di quella zona; non trovandola spararono a caso contro un gruppo di ragazzi che si trovava sulle panchine).
Roberto è stato ucciso a freddo, con due colpi alla nuca dopo esser stato ferito.
I fascisti hanno sparato a casaccio, ma hanno lasciato a terra un compagno vicino all’Autonomia Operaia.
La sua lapide in Piazza Don Bosco a Roma recita queste parole:
ROBERTO SCIALABBA
23 ANNI COMPAGNO RIVOLUZIONARIO ASSASSINATO IN QUESTA PIAZZA IL 28-2-78 DAI FASCISTI SERVI DEL REGIME.
LA NOSTRA LOTTA NON SI FERMERA I COMPAGNI CADUTI CI HANNO INSEGNATO A NON FARCI TROVARE MORTI
Roberto era per le strade a lottare contro i padroni e i loro servi,
Roberto era per le strade per sovvertire questo paese,
Roberto era uno di noi e vive nelle nostre lotte.

28 FEBBRAIO 2011, ORE 17.
PRESIDIO IN PIAZZA DON BOSCO.
UN FIORE PER ROBERTO SCIALABBA

Mario Libero, Tutti/e Liber@: Presidio a piazzale Clodio

19 gennaio 2011 Lascia un commento

Il 23 dicembre 2010 si è tenuta la prima udienza del processo a Mario e gli altri e le altre compagne arrestati\e durante la rivolta precaria e studentesca di Piazza del Popolo dello scorso 14 dicembre 2010. Il processo è stato rinviato al 24 gennaio per dare la possibilità alla difesa di acquisire ulteriori prove testimoniali , videoregistrazioni e fotografie; al contempo i giudici hanno respinto la libertà provvisoria a Mario, motivando capziosamente la permanenza in Italia – indicando in particolare la giornata di lotta a Palermo e Milano – di un “ clima di tensione sociale”, onde per cui Mario rimane agli arresti intanto fino al 24 gennaio.
I giudici per fortuna hanno però deciso di respingere l’assurda richiesta avanzata da ALEMAGNO per la costituzione di parte civile del Comune di Roma , in quanto a Mario non è addossata nessuna “lesione dell’arredo urbano”.
Ai numerosi compagni/e presenti – studenti, lavoratori, amici degli imputati – l’atteggiamento dei giudici non è apparso né sereno, né
imparziale , costoro sono sembrati partecipi e schierati con il clima fazioso e colpevolista voluto dal governo da subito e all’indomani del 14
dicembre. All’oggi – dopo una settimana di prove documentali e testimoniali ripetutamente apparse in TV , sui quotidiani e periodici – è ormai noto alla cittadinanza che gli arrestati sono stati rastrellati a caso, con il titolo abusivo e generico del reato di “ resistenza in concorso”.
Per il resto , è fallito anche il tentativo di dividere i manifestanti in “ buoni e cattivi” sia per la compattezza del movimento , sia per la
consapevolezza di larga parte della società di riconoscere alla protesta e alla condizione diffusa della precarietà motivazioni valide e concrete, che vanno ascoltate e avviate a soluzione, piuttosto che ignorate e/o represse.
L’accanimento giudiziario non ha ragion d’essere, men che mai l’assunzione sussidiata della politica: il trasformarsi in arbitri del conflitto non compete alla magistratura , tantomeno far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei forcaioli, trasformando in capri espiatori gli arrestati del movimento solo per soddisfare i propositi di vendetta di una classe politica inadempiente e corrotte.
Tenere ulteriormente agli arresti domiciliari Mario è un abuso, una iniqua punizione, una pena affligente ancor prima della sentenza: è l’ennesima l’amara constazione di quanto dispotismo alberghi ancora nelle istituzioni, soprattutto tra coloro che dimentichi del dettato
costituzionale e della dichiarazione dei diritti dell’uomo, abusano del codice penale per perseguitare il conflitto e i suoi protagonisti.
Vogliamo Mario libero ! Vogliamo che il Movimento tutto si schieri a sua difesa e non solo le poche decine di compagne e compagni presenti ai precedenti presidi svolti a piazzale Clodio.
Mario è uno di noi, lo rivendichiamo come un nostro compagno e non può e non deve pagare per tutte e tutti: a Piazza del Popolo eravamo in decine di migliaia a difenderci dalla violenza delle Forze del Disordine !

PER L’AUTORGANIZZAZIONE SOCIALE
PER L’AUTOGESTIONE DELLE LOTTE

LUNEDI 24 GENNAIO ORE 9.30
PRESIDIO A PIAZZALE CLODIO

CSOA “MACCHIA ROSSA” MAGLIANA

A questo LINK una corrispondenza di questa mattina dai microfoni di Radio Onda Rossa

Mario Miliucci rimane agli arresti: processo rinviato al 24 gennaio

23 dicembre 2010 Lascia un commento

Mario Miliucci rimane agli arresti, il processo è rinviato al 24 gennaio

Nel primo pomeriggio di oggi si è conclusa l’udienza per 13 dei 43 compagni/e rastrellati il 14 dicembre , tutte/i erano a piede libero  tranne Mario Miliucci agli arresti domiciliari.
Il processo è stato rinviato al 24 gennaio per dare la possibilità alla difesa di acquisire ulteriori prove testimoniali , videoregistrazioni e fotografie; al contempo i giudici hanno respinto la libertà provvisoria a Mario , motivando capziosamente la permanenza in Italia – indicando in particolare la giornata di ieri a Palermo e Milano – di un “ clima di tensione sociale”, onde per cui Mario rimane agli arresti intanto  fino al 24 gennaio.
I giudici hanno anche deciso di respingere la “costituzione di parte civile “ del Comune di Roma , in quanto a Mario non è addossata alcuna “ lesione dell’arredo urbano”.
Ai numerosi compagni/e  presenti – studenti, lavoratori, amici degli imputati – ( un folto presidio stazionava all’ingresso del Tribunale)l’atteggiamento dei giudici non è apparso ne sereno, ne imparziale , costoro sono sembrati partecipi e schierati con il clima fazioso e colpevolista voluto dal governo da subito e all’indomani del 14 dicembre.
All’oggi – dopo una settimana di prove documentali e testimoniali ripetutamente apparse in TV , sui quotidiani e periodici – è ormai noto alla cittadinanza che gli arrestati sono stati rastrellati a caso , con il titolo abusivo e generico del reato di “ resistenza in concorso”.
Per il resto , è fallito anche il tentativo di dividere i manifestanti in “ buoni e cattivi” sia per la compattezza del movimento , sia per la consapevolezza di larga parte della società di riconoscere alla protesta e alla condizione diffusa della precarietà motivazioni valide e concrete, che vanno ascoltate e avviate a soluzione, piuttosto che ignorate e/o represse.
L’accanimento giudiziario non ha ragion d’essere, men che mai l’assunzione sussidiata della politica : il trasformarsi in arbitri del conflitto non compete alla magistratura , tantomeno far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei forcaioli, trasformando in capri espiatori gli arrestati del movimento solo per soddisfare i propositi di vendetta di una classe politica inadempiente e corrotte.
Tenere ulteriormente agli arresti  Mario è un abuso, una iniqua punizione, una pena affligente ancor prima della sentenza : è l’amara con stazione di quanto dispotismo alberghi ancora nelle istituzioni, sopratutto tra coloro che dimentichi del dettato costituzionale e della dichiarazione dei diritti dell’uomo, abusano del codice penale per perseguitare il conflitto e i suoi protagonisti

Ovunque,comunque , Tutti Liberi !

Vincenzo Miliucci,che ricambia con affetto le migliaia di comunicazioni ricevute per Mario e che augura un buon 2011 , a voi tutte/i e alle presenti generazioni di compagne/i perché avviino il percorso comune per affrontare l’urgenza dell’alternativa di società.

 

Comunicato di Vincenzo Miliucci, il “volscevico”!

19 dicembre 2010 13 commenti

Giù la maschera , fascisti in doppiopetto !

Negli anni ’70, nella pienezza dei movimenti di partecipazione democratica per la trasformazione egualitaria della società, i fascisti La Russa e Gasparri erano dalla parte della strategia della tensione che auspicava un regime autoritario a suon di bombe , stragi e complotti.
La mia generazione ha speso la propria gioventù per salvare l’Italia dal golpismo e stragismo : le contrade e le città italiane sono piene di lapidi che ricordano il sacrificio di centinaia di nostri coetanei , i “ nuovi partigiani”.

FOTO DI VALENTINA PERNICIARO: Vincenzo e il totem contro le morti sul lavoro _25 aprile 2008_

Così come ha combattuto nei luoghi di lavoro e nel paese per conquistare la dignità del lavoro e un parziale stato sociale , negato da potenti corporazioni e dal padronato.
E allo stesso tempo per scrollarci di dosso il soverchiante fardello di istituzioni,ordinamenti e uomini del ventennio fascista.
Nel mentre che i fascisti La Russa e Gasparri erano parte di quel MSI sedizioso e squadrista al servizio della borghesia e che tanti lutti ha procurato tra i lavoratori, gli studenti, gli antifascisti.
L’indulgenza togliattiana e democratica Costituzione hanno permesso a questi scherani di autoalimentarsi e di fare ulteriori malefatte, ma il disprezzante giudizio storico su di loro – sul loro focoso reiterare l’appartenenza fascista – è un sentimento comune degli italiani : è scritto nelle migliaia di epigrafi che ricordano l’olocausto partigiano e le vittime delle decine di stragi impunite.
Solo il troiaio berlusconiano – la perdita di senso e valori della democrazia costituzionale repubblicana – permette a costoro di occupare posti altezzosi e di sputare quotidiane-bavose-provocatorie sentenze.
La storia non è finita ! Non moriremo Berlusconiani !!
Non è detto che costoro non tornino nei luoghi di origine, le fogne !
I Gasparri,Alemanno,Storace, si portano ancora appresso l’incubo dei calci in culo presi ripetutamente negli anni ’70 dagli antifascisti autonomi di “ via dei Volsci”. Il Presidente della Corte Costituzionale dell’epoca, Giuseppe Branca , ebbe modo di ringraziare pubblicamente gli autonomi, per l’operazione di nettezza urbana esercitata a Roma nei confronti del rigurgito dei rifiuti fascisti.

Sono orgoglioso di mio figlio Mario : equilibrato,serio,responsabile, già uomo europeo e lungimirante, nonostante il fosco avvenire che si prospetta per la sua generazione.
Mario è stato educato alla tolleranza e la rispetto soprattutto dei più deboli, alla solidarietà e alla partecipazione sociale. Il 14/12 era a manifestare , consapevole di quali e quante sfide sono addossate alla “ generazione precaria “ .

E’ stato rastrellato a caso insieme ad altre decine di giovani, a cui è stato fatto assaggiare il sadismo di celle di sicurezza gelide e sudice,il cui unico giaciglio era il pavimento lercio, lasciati senza cibo. fatti oggetto di scherno , vessazioni psicologiche e minacce “ genovesi”, di ritornelli inneggianti il nazifascismo . Il ministro Maroni se non vuole diventare l’emulo di Kossiga, prima di scagliare gli strali contro il movimento , si guardi in casa propria ! Veda e sanzioni il comportamento illegale dei corpi di polizia. Bonifichi ed espella le numerose “ mele marce” , che a Napoli e Genova nel 2001 torturarono e ferirono nelle caserme e nelle piazze , che uccisero Aldrovandi e altri ancora, che ogni anno aggiornano la statistica dei danni procurati a migliaia di giovani,diversi e immigrati. Provveda innanzi tutto alla rieducazione e alla formazione costituzionale dei “ servitori dell’ordine” , che tuttora vedono nel manifestante , nel cittadino, un essere inferiore, su cui si può infierire,vituperare,produrre prove false , “ sicuri dell’impunità”. Su Mario Miliucci pende un disegno persecutorio,quello di utilizzarlo come capro espiatorio e monito nei confronti della rivolta della “ generazione precaria” alla spudoratezza della classe politica dominante.
In quanto manifestante è reo di “ resistenza alle nefandezze del governo” , un reato a cui si sentono accomunati almeno 40 milioni di italiani !

Mario porta un cognome specchiato, integerrimo e rispettato ( anche dagli avversari e financo dai funzionari di polizia) : luoghi comuni, banalità, meschinerie e falsità possono servire solo ad influenzare coscienze tiepide e magistrati asserviti.
Mario va liberato e prosciolto, la “ generazione precaria” è un bene prezioso per la democrazia e per garantire un avvenire a questo paese.

Il “ volscevico “ Vincenzo Miliucci

MARIO LIBERO!
TUTTI E TUTTE LIBERI!

APPUNTAMENTO GIOVEDI 23 A PIAZZALE CLODIO, PER IL PROCESSO A MARIO MILIUCCI

A Claudio Pallone, ucciso dalla polizia

14 novembre 2009 Lascia un commento

CLAUDIO PALLONE

– Claudio Ernesto Pallone nasce in Argentina, il 2 novembre 1954
– Frequenta le scuole a Roma, si iscrive all’università
– Lavora come correttore di bozze
– Viene arrestato nel maggio 1977 ed esce dopo alcuni mesi
– milita nel Movimento Comunista Rivoluzionario
– Viene ucciso dalla polizia a San Donato Val Comino (FR), il 13 novembre 1980, insieme ad Arnaldo Genoino, ferito mortalmente, che morirà in ospedale

– Archivio Progetto Memoria, Note sul percorso politicoOBEY _Guns and roses_
“Claudio Ernesto Pallone cresce alla Garbatella, con i collettivi Politici Studenteschi del suo liceo. Fra le sue prime esperienze di militanza nel Gruppo Comunista della Garbatella, formazione di quartiere che, nei primi anni ’70, confluisce nel Gruppo Gramsci. Con lo scioglimento del Gramsci (1973) milita nell’area dell’autonomia romana; partecipa alla vita del foglio trasversale Zut; si iscrive, in quanto disoccupato, alla lista di collocamento per entrare al Policlinico ed è presente a tutte le manifestazioni, partecipando molto attivamente al movimento dell’autonomia. Nel marzo 1977 partecipa alla manifestazione dell’università che culmina con la cacciata di Lama. Nel maggio 1977 viene arrestato, in seguito ad un attentato conto una caserma PS nel quartiere Garbatella, dopo gli scontri con le forze dell’ordine seguite alla morte di Giorgiana Masi. La sua carcerazione dura qualche mese.
Durante il 1978, con altri militanti, da vita ad esperienze armate diffuse sul territorio e variamente denominate. Nel 1979 partecipa al dibattito che da vita al MCR, esperienza entro cui è collocato l’evento che porta alla sua morte.”

Testimonianze al Progetto Memoria
– Vincenzo Sparagna, Roma 1995
“Claudio me lo ricordo come un ragazzo giovane, alto ma non altissimo, magro ma non magrissimo, con una bella cornice di capelli mi pare più rossi che castani, più amaranto che biondi. Aveva due occhi dolci e gentili, di quelli che sanno sorridere con discrezione, facendoti partecipe di un’ironia senza invaderti l’anima, di quelli che sanno annuire o dissentire, ma conservandoti l’affetto anche nel dissenso, come una carezza. 
Lavorava, quando lo conobbi, come correttore di bozze al Male. […] Veniva una mattina alla settimana in tipografia (la mattina della chiusura del numero) e correggeva le bozze che si preparavano nella tipografia “15 giugno” su delle antiquate Linotypes. C’era l’odore del piombo fuso, il ticchettio delle macchine e Claudio stava ore, chino sulle bozze, mentre magari io e altri lavoravamo con Franco Circosta, l’indimenticabile aut‘roccia’,  al montaggio delle pagine… fino a notte fonda, talvolta le quattro del mattino del giorno dopo.

Talvolta Claudio andava via dopo aver visto le ultime bozze, talvolta restava a guardarci lavorare e dare una mano fino a tardi, quasi in silenzio sempre, ma anche presente, premuroso, gentile.
Poi, una mattina, Claudio non venne. C’era il sole, erano già le undici, poi le dodici, mi trovavo ad aspettarlo dalle dieci. Ormai ero arrabbiato, mi toccava correggere tutte le bozze, ricorreggere le pagine, tutto procedeva più lentamente. “Che cavolo combina Claudio?” La giornata finì e il numero venne montato. Di Claudio nessuna notizia.
Solo il giorno dopo venimmo a sapere che era morto, ucciso sul ciglio di una strada, dopo un tentativo di rapina, militante clandestino di qualcosa, le “Brigate Rosse”, le “Unità Combattenti”, i “Proletari contro il destino” poco importava.
Mi restava questo vuoto nello stomaco, questa angoscia in cuore, l’impossibile, eppur realissimo, collage tra il silenzioso Claudio dai capelli rossi, il gentile, mite, attento e puntuale correttore di bozze, forse studente, forse lavoratore autodidatta e il suo “doppio” drammatico, armato di determinazione, nel rischio consapevole e praticamente quotidiano della morte.
Forse un “inutile” simbolo in più del dramma della nostra generazione di fronte all’abisso della fine della storia. Oppure solo un giovane dagli occhi dolci, troppo caro agli Dèi”.

 Tratto da “Sguardi Ritrovati”, vol. 2 del Progetto Memoria. Edizione Sensibili alle Foglie

Tira brutt’aria per i padroni: WOW

10 aprile 2009 1 commento

Una nuova arma sociale per i lavoratori: il bossnapping
L’epopea borghese dei golden boys e degli yuppie non tira più. Kit antisequestri per i manager d’impresa 

di Paolo Persichetti

Liberazione 11 aprile 2009

Brutti tempi per le gerarchie d’impresa chiamate a confrontarsi con un nuovo fenomeno chiamato bossnapping, «La nuova arma sociale dei lavoratori», scrive il quotidiano francese Libération. L’obbligo di non alzarsi più dal tavolo e uscire dagli uffici delle direzioni aziendali fintantoché non si è pervenuti ad un accordo accettabile. Davvero brutte nottate in bianco attendono i Patrons. La sensazione è che la crisi attuale abbia fatto girare il vento. È finita la pacchia. L’epopea borghese dei golden boys e degli yuppie non tira più. I manager sono sotto stress. Fa di nuovo capolino la «grande paura», quella raccontata da Cesare Romiti in un libro di Gianpaolo Pansa,

Avessero imparato da noi?

Avessero imparato da noi?

vera e propria autobiografia del ceto imprenditoriale italiano degli anni 70. Per fare fronte a questo trauma, un avvocato francese esperto di diritto e relazioni sociali, Sylvain Niel, ha preparato un piccolo manuale, pubblicato dal quotidiano economico la Tribune. Nell’opuscolo, l’esperto dispensa ai manager una decina di consigli «anti sequestro», per «evitare di cadere in trappola durante una trattativa» e su come comportarsi in caso di sequestro.

Azioni legittime
Azioni legittime o azioni illegali? Il ricorso al bossnapping, cioè alla «trattativa forzata» da parte degli operai quando le aziende rifiutano di negoziare i piani di crisi, oppure nemmeno accettano di siedere al tavolo delle trattative comunicando semplicemente la lista dei dipendenti licenziati, fa discutere non solo la Francia.
Va detto subito che fino a questo momento si è trattato di un modello di lotta che oltre a riscontrare consenso nell’opinione pubblica è risultato “pagante”, come ha dimostrato fino ad ora l’esperienza concreta, seppur attuato in un contesto ultradifensivo che mira unicamente a ridurre i danni. Alla Caterpillar di Grenoble sembra che l’azienda abbia rinunciato a licenziare, garantendo l’apertura della fabrica per altri tre anni nella speranza che intervenga un nuovo ciclo espansivo. In altri siti, gli operai hanno ottenuto migliori indennità di licenziamento, ammortizzatori sociali, riducendo anche l’attacco portato ai livelli occupazionali.

Questo repertorio d’azione – come viene definito dal linguaggio asettico dei sociologi del conflitto che cercano di fotografare i comportamenti sociali senza caricarli di giudizi di valore -, comincia ad estendersi altrove seguendo un classico dispositivo d’emulazione. È arrivato in Belgio mercoledì scorso, dove tre manager Fiat sono rimasti bloccati per 5 ore negli uffici di una filiale commerciale di Bruxelles. C’è stato per l’ennesima volta in Francia, dove i dipendenti di Faurecia, azienda dell’indotto automobilistico filiale del gruppo Psa Peugeot Citroen, giovedì sera hanno bloccato per 5 ore tre quadri dirigenti del gruppo. In questo caso il bossnapping messo in pratica dai dipendenti ha assunto una valenza ancora più significativa perché il sito è costituito essenzialmente da uffici di un centro studi, dove le maestranze (circa mille) sono in prevalenza “colletti bianchi”, ingegneri, tecnici e amministrativi. Ciò vuol dire che il ricorso a pratiche di lotta radicale non è solo patrimonio della classe operai ma guadagna anche i ceti medi colpiti dalla crisi. Un blocco di manager nei loro uffici c’è anche stato in italia, alla Benetton di Piobesi, il 25 febbraio scorso, ma è passato sotto silenzio.
«Si tratta di azioni sindacali coordinate e organizzate assolutamente non paragonabili a dei sequestri», ha spiegato dalla Francia il segretario della Cgt, Bernard Thibault, che ha giustificato il ricorso a queste forme d’azione «fintantoché non producono rischi fisici sui dirigenti d’impresa». Azioni più che legittime dunque, capaci d’attirare per la loro alta simbolicità «microfoni e telecamere», se è vero che cortei, scioperi e picchetti non sono più sufficienti per costringere il padronato a trattare. Il succo del ragionamento è semplice: quando le gerarchie aziendali fanno orecchie da mercante, pensando d’imporre il loro punto di vista senza ascoltare quello della controparte operaia, occorre imporre loro la trattativa. Lì dove non c’è negoziato si apre allora uno spazio di conflitto ulteriore. È il «conflitto negoziato» che in Francia, a differenza dell’Italia, non ha mai perso agibilità politica e sociale. Le azioni «coups de poing» (colpo di mano), non appartengono solo al repertorio d’azione della Cgt, ma sono condivise oltre che da altri sindacati collocati sul fronte della sinistra radicale e anticapitalista, come le coordinazioni e Sud, anche dalle associazioni rurali,

(AP Photo/Francois Mori)

(AP Photo/Francois Mori)

dei contadini, pescatori e camionisti, spesso bacini elettorali delle forze moderate. Oltralpe la tradizione corporativa del conflitto ha mantenuto sempre piena legittimità. Fintantoché non vengono percepite come un attacco politico alla sicurezza dello Stato, queste forme d’azione collettiva sono ritenute domande sociali a cui la politica è chiamata a dare risposte. Semmai in quel che accade oggi emerge un forte deficit delle forze politiche della sinistra incapaci di fornire rappresentanza.

 

Embrioni vitali di autonomia operaia
Queste lotte difensive hanno il sapore di embrioni vitali di autonomia operaia. La sensazione è che la crisi attuale abbia fatto girare il vento. L’epopea borghese dei golden boys e degli yuppie non tira più. I manager sono sotto stress. Per fare fronte a questo trauma, un avvocato francese esperto di diritto e relazioni sociali, Sylvain Niel, ha preparato un piccolo manuale, pubblicato dal quotidiano economico la Tribune. Nell’opuscolo, l’esperto dispensa ai manager una decina di consigli «anti sequestro», per «evitare di cadere in trappola durante una trattativa» e su come comportarsi in caso di sequestro.
A leggerlo sembra una presa in giro, ma è tutto vero. Prima regola: conservare un «kit di sopravvivenza», un telefono cellulare di scorta con numero criptato e recapiti d’emergenza (polizia, famiglia), trousse per la toilette, cambio di biancheria nel caso si dovesse passare la notte in ufficio. Ma, suggerisce l’esperto, «è meglio prevenire» per non finire come quel responsabile del personale di un’azienda che si vide costretto ad uscire disteso in una bara dalla sala in cui era “ospitato” . Fondamentale allora è «una stima del rischio di ammutinamento contro la direzione», «individuare sempre i leader della protesta», «non andare mai da soli a negoziare con le parti sociali, ricorrere sempre ad un mediatore». Infine, se dovesse andare male «accettare tutte le richieste dei dipendenti perché gli impegni presi sotto costrizione non hanno valore giuridico».
Manca però la cosa essenziale, qualche buon libro di filosofia capace di aprire la testa dei manager per dare aria alle loro anguste visioni culturali, nutrite solo di manuali sulla gestione delle risorse umane, la performatività delle prestazioni, l’economia aziendale. Magari Discours sur l’inégalité parmi les hommes di Jean-Jacques Rousseau e il primo libro del Capitale del dottor Marx, tanto per cominciare.

7 APRILE 1979: processo all’Autonomia

6 aprile 2009 10 commenti

7 aprile 1979.
7aprile_webStampa e tv danno notizia della maxi-retata che da poche ore ha portato in galera il presunto vertice delle Brigate Rosse. Gli arresti, avvenuti su tutto il territorio nazionale, sono stati ordinati dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero.
Quasi tutti gli accusati sono intellettuali: docenti universitari, scrittori, giornalisti e leaders dei diversi movimenti post-’68. Tra i più noti vi sono: Antonio “Toni” Negri, docente di Dottrina dello Stato all’università di Padova, indicato come capo e ispiratore di tutta la galassia sovversiva italiana; Nanni Balestrini (latitante), poeta e scrittore, già nel Gruppo 63 e poi autore del romanzo-culto “Vogliamo tutto”; Franco Piperno (latitante), docente di fisica all’università di Cosenza; Oreste Scalzone, insieme a Piperno leader storico del ‘68 romano; Luciano Ferrari Bravo, Guido Bianchini,

Il sostituto procuratore Pietro Calogero

Il sostituto procuratore Pietro Calogero

Sandro Serafini e Alisa del Re, tutti assistenti di Negri all’università di Padova; Giuseppe “Pino” Nicotri, giornalista del “Mattino” di Padova, di “Repubblica” e de “L’Espresso” (in passato si è occupato della controinformazione su Piazza Fontana, e le sue scoperte sugli spostamenti di Franco Freda sono state preziose per le indagini di Calogero); Emilio Vesce, redattore delle riviste “Rosso” e “Controinformazione. L’elenco prosegue con diversi militanti dell’Autonomia Operaia ed ex-membri del gruppo Potere Operaio, scioltosi nel 1973. Secondo gli inquirenti, Potere Operaio non si sarebbe sciolto, piuttosto sarebbe divenuto un’organizzazione clandestina, una vera e propria “cupola” della sovversione. Inoltre, malgrado l’evidenza di insanabili contrasti teorici e politici, Autonomia Operaia e Brigate Rosse sono ritenute la stessa cosa, o meglio: la “illegalità di massa” propugnata dalla prima non sarebbe che il mare magnum in cui sguazza l’avanguardia clandestina rappresentata dalle seconde. Per alcuni degli arrestati vale solo la seconda parte del mandato, cioè l’accusa di associazione sovversiva. Al contrario, su Negri e alcuni altri sta per rovesciarsi una valanga di fantasiosi mandati di cattura per gli episodi più diversi. Nei giorni successivi il processo si estende ai redattori della rivista romana “Metropoli”, su cui scrivevano anche Scalzone e Piperno. I nuovi inquisiti sono Libero Maesano, Lucio Castellano e Paolo Virno. Anche loro apparterrebbero in blocco all’organizzazione eversiva “costituita in più bande armate variamente denominate”, per il semplice motivo di… aver scritto su “Metropoli”. Pleonasmi a non finire. Davvero curiosa questa “guerra civile” combattuta a colpi di saggi, editoriali, recensioni… e anche fumetti: su “Metropoli” è comparsa una drammatizzazione a fumetti del caso Moro. Secondo gli inquirenti, alcune vignette contengono l’esatta riproduzione della “prigione del popolo” in cui era rinchiuso Moro.processo_autonomia Poi si verrà a sapere che l’autore si è ispirato a un fotoromanzo di “Grand Hotel”. Ormai sappiamo tutti che Toni Negri non era il capo delle Brigate Rosse, né il telefonista dei rapitori di Moro, né l’assassino di Carlo Saronio. Eppure un giudice, su basi così palesemente assurde, imbastì nel 1979 il processo simbolo del periodo dell’ “emergenza”, rimasto noto come “il caso 7 aprile”. Vi furono coinvolti prima una ventina di imputati, quasi tutti docenti e ricercatori della facoltà di Scienze Politiche di Padova, poi divenuti oltre un centinaio. Molti furono incarcerati, altri costretti all’esilio, uno (“Pedro”) perse la vita, ucciso dalle forze dell’ordine mentre era armato di un semplice ombrello. Inutile dire che gli assassini di Pedro rimasero impuniti, e che il magistrato che gestì il processo ha tranquillamente fatto carriera. autonomiaL’impianto dell’inchiesta crollò solo grazie alle confessioni di Patrizio Peci, che dimostrarono come Negri, Piperno, Scalzone e gli altri del 7 aprile, con le Brigate Rosse, non avessero nulla a che spartire. Il teorema Calogero è rimasta la più impressionante montatura mediatico-giudiziaria dell’Italia repubblicana.
A trent’anni da quel giorno, martedì 7 aprile 2009 Filorosso organizza un’iniziativa dal titolo “Una storia da ricordare” con alcuni dei protagonisti, loro malgrado di quella vicenda: Franco Piperno, Oreste Scalzone (in collegamento da Parigi) e Francesco Febbraio, che in quel periodo era studente e attivista politico all’Università di Padova.
La discussione si terrà alle ore 17:30 presso il Capannone del Filorosso nell’edificio Polifunzionale dell’Unical di Cosenza. L’iniziativa è rivolta agli studenti universitari che nel ’79 non erano ancora nati e che avranno l’occasione di ascoltare una pagina di storia raccontata dalla voce viva di chi l’ha vissuta sulla sua pelle.

QUI UN BRANO DI FORTINI SUL 7 APRILE

VALERIO VERBANO: UN’IDEA NON MUORE

21 febbraio 2009 3 commenti

22 FEBBRAIO 1980
E SEMBRA IERI, ANCHE SE IO NON C’ERO, ANCHE SE NON ERO ANCORA AL MONDO.volanterossa1
LA TUA MORTE MI VIVE DENTRO DA SEMPRE, SONO CRESCIUTA CON IL TUO VISO TATUATO NELLO SGUARDO,
SONO CRESCIUTA PORTANDOTI IN OGNI PIAZZA, URLANDOTI IN OGNI SLOGAN,
CORDONATA A TE IN OGNI SCIOPERO, IN OGNI CAMPO PROFUGHI, IN OGNI MANGANELLATA PRESO E IN OGNI PIETRA SCAGLIATA.
A TE, GIOVANISSIMO MILITANTE CON LE IDEE PIU’ CHE CHIARE…
A TE, UCCISO NEL PIU’ BARBARO DEI MODI.

A TE, COMUNISTA ANTIFASCISTA RIVOLUZIONARIO.valerio
VALERIO VIVE IN OGNI LOTTA, IN OGNI SORRISO, IN OGNI LIBERTARIO, IN OGNI “SPIRTO GUERRIER” CHE ALZA LA TESTA, CHE LOTTA PER LA LIBERTA’, CHE RIFIUTA QUESTO PRESENTE REAZIONARIO, RAZZISTA E FASCISTA.
valerio.mp3

APPUNTAMENTO QUESTO POMERIGGIO, COME OGNI ANNO, IN VIA MONTEBIANCO (SOTTO CASA DI VALERIO) PER IL CORTEO ANTIFASCISTA IN MEMORIA DI VALERIO.
PER SEGUIRE LA DIRETTA RADIO, ASCOLTATE ONDA ROSSA IN STREAMING O SUGLI 87,900 FM

PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO

Uno scritto del ’77, per ricordare Marco Melotti

16 dicembre 2008 1 commento

Riappropriazione, contrattazione, sabotaggio

… a me sembra che dunque si tratta di sviluppare al massimo la lotta per i bisogni di classe, intendendo ciò, come affermazione di insubordinazione cosciente dello sviluppo capitalistico. Avere la capacità di garantire una buona sopravvivenza e far saltare l’assetto del comando capitalistico al di fuori degli schemi produttivi della borghesia, ma al tempo stesso sviluppare al massimo la battaglia politica interna al movimento, perché i comportamenti sociali conflittuali non si riducano ad una pura e semplice lotta per la sopravvivenza in quanto tale, che non vive ne si proietta all’interno di un progetto di organizzazione rivoluzionaria.

Funerali di Mario Lupo

Funerali di Mario Lupo

Continuare dunque a scegliere la pratica degli obiettivi estesa, di massa o d’avanguardia, purché inserita nel progetto, in ogni caso autodifesa ai livelli necessari, perché questo è il terreno privilegiato dello sviluppo della coscienza proletaria. Anche se ciò non può esaurire quella che è la metodologia e lo stile di lavoro dell’Autonomia Operaia organizzata.
Quando i padroni puntano apertamente, fra l’altro, ad una operazione su vasta scala di disarticolazione e scorporo della produzione, chiaro è il pericolo costituito dal radicarsi in settori sociali naturalmente antagonisti di una accettazione della marginalizzazione come condizione produttiva di vita. D’altra parte l’allargamento della sfera dei bisogni è un’istanza classica delle società capitalisticamente mature, riconducibile all’interno di processi di ristrutturazione che non può essere contrabbandata invece come comportamento conflittuale.
Abbiamo detto che la riappropriazione e la pratica degli obiettivi costituisce il momento trainante e qualificante delle scelte metodologiche dell’autonomia, ma abbiamo detto anche che nella fase attuale il metodo di intervento non esclude altre forme per la realizzazione del programma che da una parte comprendono la contrattazione stessa e dall’altra il sabotaggio, mentre il metodo costante dell’autonomia operaia si qualifica come ratifica, riappropriazione dei bisogni, autodecisione.
La contrattazione in quanto metodo proprio delle organizzazioni storiche del Movimento Operaio (metodo di per se gradualistico e riduttivo della capacità di lotta del proletariato), può assumere una sua validità solo se usato compatibilmente con una presenza diffusa dell’autonomia operaia e quindi come rafforzamento della sua egemonia nei confronti del revisionismo.

 

Dicembre 77

Un saluto a Marco Melotti, “Karletto”!

18 settembre 2008 3 commenti

Questa notte Karletto c’ha lasciato. Stroncato da un infarto.
Ci mancherà troppo, ci mancherà la sua capacità di analisi, la sua forza, la capacità di far parte integrante del movimento anche da una sedia a rotelle.
Ci hai lasciato troppo presto, tu che dagli ultimi anni ’60 non hai mai smesso di lottare.

Ciao Karlè…che la terra ti sia lieve.
A pugno chiuso.

Pugni chiusi  25 aprile 2008

Pugni chiusi 25 aprile 2008

Per tutti i compagni che vogliono salutarlo, i funerali saranno domani alle 14.30 al deposito del crematorio di  Prima Porta, Via Flaminia. 

 

 

CIAO COMPA’….Buon Viaggio.
Sarai in ogni lotta, in ogni piazza, in ogni pugno chiuso, in ogni bandiera rossa.

A Fabrizio Ceruso, 19 anni

5 settembre 2008 6 commenti

FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno 
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno 
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina 
un operaio, un disoccupato un emigrante 
eppure quella mattina 8 settembre 
a San Basilio hanno mandato 
più di 1000 uomini per ammazzarti 
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti 
e sono stati invece loro ad avere paura di te 
Perchè quella domenica giù a San Basilio 
eravamo in tanti a non essere nessuno 
in tanti a difenderci le case 
a farci la storia con le nostre mani 
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione 
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni 
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato 

Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai 
Fabrizio vive in tutti noi 
nelle lotte del proletariato 
altri giovani nel suo nome si preparano già la fossa 
Il primo ministro, il presidente a dirigere le operazioni 
per il tuo assassinio 
lo stato maggiore riformista mobilitato a condannarti 
perchè con gli estremisti non volevi sgombrare 
una montagna di calugne per prepare, giustificare 
la tua condanna, la tua sicura morte 
Tanto per ammazzare un proletario 
un comunista di 19 anni 
per far pesare la sua morte 
sulla lotta giusta lotta 
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente 
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi 
la rabbia proletaria già l’ha detto 
compagno Fabrizio noi ti vendicheremo 
assassini di stato la pagherete e pagherete tutto 

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente 
il fiore rosso è rimasto sul tuo petto 
il pianto amaro di tuo padre 
il rumore prodotto nella coscienza di tanti 
anche l’odio è prezioso 
quando il popolo prepara la riscossa 
na na nanana na na na nanana… 

Fabrizio Ceruso

Fabrizio Ceruso

Roma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all’estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.

L’incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.

Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.

Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di “tregue”, accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l’occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l’unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.

Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L’assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.

Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell’Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: