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Posts Tagged ‘rapina’

Ronnie Biggs, buon viaggio

19 dicembre 2013 1 commento

” a ‘mpunitaaaaa!”
parole di casa, che hanno l’odore dell’infanzia; il vocione di nonno, o quella bella squillante di Zia Elia che tra una risata e un’altra mi chiamava.
Ho sempre adorato quella parola, che a Roma prende un altro suono: impunita.
Bella. Da quando ero tutta un livido su tibie e ginocchia provo un’attrazione per questa parola,
da molto prima di capirne veramente il senso, libertario e anti legaritario.
Poi, niente da fare…dopo poco che le loro voci hanno smesso di chiamarmi così ho capito che non rientravo tra quella specie eletta: io le pago, tutte, pure quelle che non faccio.

E allora,
ciao ‘mpunitoooooo..
ieri se ne è andato un uomo che li ha fatti rosicare tanto, che ha saltato mura e confini come fossero una corda.
Buon viaggio banditone, ora con i Sex Pistols canterai fino a mattina…
e la galera che t’han fatto fare da vecchietto si trasformerà in pernacchia, l’ennesima.
Che tu di pernacchie li hai riempiti…

A Giorgio Frau, da Oreste

8 marzo 2013 3 commenti

In morte di Giorgio Frau, di Oreste Scalzone

Succede ormai, sempre più spesso – cadenza accelerata di un addìo dopo l’altro, un mondo che ogni volta finisce, « gli occhî d’un uomo che muore ».
Ogni morte è una fine-di-mondo, fine del mondo in senso proprio, che si consuma per chi muore. E ogni persona morta, è uno squilibrarsi del resto, resto-del-mondo, sbilanciamento del paradigma, mutazione irreversibile dello ‘stato delle cose’, buco di vuoto che si produce, e conseguente effetto-vuoto d’aria, tutto ciò che vi si precipita…
Così come avviene per la pietra lanciata in uno stagno, o il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia dei due esempî celebri, l’onda d’urto si propaga come per cerchî che si allargano de-centricamente nell’acqua « fino ai confini dell’universo ». ”Storicamente”.
Materialmente. Realmente.foto

‘Stavolta : eravamo rimasti folgorati Lucia ed io, dalla notizia – data dai telegionali di un mezzogiorno di qualche giorno fa – di una di quelle tragedie che avvengono periodicamente, che si sono ripetute in questi anni e che hanno riguardato come ‘comunità di destino’ questa nostra detta « generazione degli anni di piombo ».
Dove le morti, d’ogni tipo e per cause diverse, vanno cadendo con ritmo assai più accelerato che la statistica ”media sociale” (così come per l’ « aspettativa di vita », o « speranza », talmente censitaria che lì si vede (e si potrebbe sbattere in faccia a tutti i decerebrati e decerebranti pifferaî dello spirito del tempo), cosa vuol dire «classe » e che cos’è, ‘bio/tanato-politicamente’…).

Un primo pomeriggio di qualche giorno fa – stavamo dicendo – dicono dunque ”dalla regìa” che la mattina, a Roma, dopo uno scontro a fuoco avvenuto nel corso di un tentativo di rapina di un furgone di trasporto di fondi, un uomo é rimaso a terra , morto.
Ci risuona nella testa il nome, Giorgio Frau. Lo abbiamo conosciuto, fa parte come tanti e tante della tessitura della nostra vita – se la vita è in gran misura fatta d’altri, in una tessitura continua di una trama comune.
Penso, a caldo, a un « vecchio ragazzo » – e in effetti, ha 56 anni appena, dieci meno di me.
Compagno, « nato » durante gli anni settanta in Lotta continua, proseguitosi poi in gruppi ”dell’ autonomia”, più tardi, dopo ‘avventure’ diverse, fughe, ”esilî”, aderente ad un degli ultimi frammenti delle Brigate Rosse.
E poi, vita dentro o sul limitare della galera, scelte e necessità…
Ne avevamo incrociato il destino trent’anni fa. Nei primi anni ’80, con due altri suoi compagni/amici (potevano dirsi ”ragazzini”, allora…) anche loro inquisiti e braccati dall’apparato penale dello Stato Italiano, come tant’altri uomini e donne era riparato in Francia. Pur non puntando a utilizzare la definizione di « terre d’asile », avevano cercato un momentaneo rifugio, quantomeno per ‘tirare il fiato’.
Arrestati dopo qualche tempo per lievi reati, difesi dai nostri avvocati e sostenuti dalla solidarità di noialtri
della divisa, e ”morale provvisoria”, del « per tutti e ciascuno!», linea di condotta, punto di vista e traccia etica di base, con le correlate ‘pratiche di solidarietà concreta’, dopo qualche mese di detenzione erano usciti e avevano potuto restare, precariamente come tutti, in Francia, in condizione di ”accoglienza”, rifugio e asilo di fatto, presenza ‘tollerata’. A poco a poco erano usciti dal ‘giro’, dalle frequentazioni quotidiane della ”rifugiaterìa”.

Un giorno della fine anni 80/inizio 90, il pugno nello nstomaco anche allora a mezzo mass-mediatico della ‘caduta’ di Giorgio in Spagna. Quello che è seguito è noto : gli anni di galera lì, poi ancora la prigione in Italia ; e poi semi-libertà, ri-‘cadute’… ancora anni di galera …, e poi di nuovo semi-libertà (ossia, come per il bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto, semi-prigionìa), con i corollarî di lavoro precario, vita difficile, che non sfugge ad una cappa di ulteriore durezza, infelicità a oltranza. Sempre – con tutta evidenza – una silenziosa fedeltà alle passioni, sogni, affetti, necessità e scelte dei suoi anni verdi.
Incontrandolo di recente a una manifestazione – non so più dove…, anzi ora sì, ma non é tanto importante qui data luogo situazione – e abbracciandolo, avevo notato ancora (non voglio toccare corde sentimentali, è che é così) gli occhi tristi
ridenti, occhi ”ossimori” di sorriso e allegrìa tristi. Non spiaccia ad alcuno/o (ma…, siamo ribelli e sovversivi, critici radicali, mica ”cattivisti”, più di quanto non siamo ”buonisti”…) l’immagine che segue : « il gh’aveva deu oecc’ de bun » (si perdoni l’ortografia…), ”aveva due occhî da buono”, come dice « Il purtava ‘i scarp’ de tenis »,la canzone di Jannacci.
Occhî, potrei dire, come tra il sognante, l’estenuato e un fondo di spavento – forse uno legge ciò che proietta lui, ma mi sembrava una specie di sgomento per questo mondo in cui si oscilla tra la prospettiva di « una fine spaventosa », « uno spavento senza fine » o entrambi gli scenarî in sequenza. Mondo, dove l’inerziale risultante delle dinamiche sistemiche, nonché l’insieme di ”quelli che comandano, utilizzano, capitalizzano, hanno potere di vita e di morte, decretano, decidono ‘passati presenti futuri’; quelli che ”vampirizzano” la potenza, « potenza di persistere nel proprio essere », forza-lavoro intelligenza cooperante, energia, « disperata vitalità » ;
quelli che presuppongono e icessantemente riproducono a-nomia, base di eteronomizzazione e a-tomizzazione, inibendo in radice (e comunque confiscandone ogni tentativo) capacità di comunanza, comune autonomia, interazione di singolarità differenti, tessitura di una trama comune di libera convivenza”, riducono schiaccianti maggioranze a pensare più facilmente « la fine del mondo che la fine del capitalismo », della Cosmo-macchina risultante, oggi esistente e in corso d’opera…

Of course, tutta la « sciacallerìa » (dal significato, in metafora, della parola ”sciacallo” nel linguaggio corrente), saremmo indotti a dire, più ancora che degli stessi « inquirenti/inquisitori », della propaganda di guerra per via mass-mediatica, dominata da lettura « conspirazionista » dei fatti e delle cose – della vita intera – , si era gia messa a ”macinare”…
Bisognerà – ancora una volta e forse un’ultima, chee valga come se ‘una volta per tutte–, mettere i piedi nel piatto, contrapporre, rispondere, introdurre dei ragionamenti in rapporto a questa ferocia, a questa, più ancora che « violenza », stolida crudeltà…
Stigmatizzano l’inimicizia (quando essa incarna la parte, il fronte di guerra sociale ”dal basso verso gli alti”, e quello che mettono al posto e chiamano « pace civile » &ccetera &ccetera… mettono, se è per questo, una nuvola di malanimo, risentimento, sprezzo misantropo e altre passioni tristi, invidia [della vita], tutto quanto insomma intesse il paradosso che qualcuno ha detto « della rivolta dei ricchi contro i poveri » (nonché, ovviamente, l’esser rotti ad ogni crimine
nella concorrenza [mimetica] a morte all’interno del ”loro mondo»…).

Ci sarebbe molto da dire (anche a certi Soloni che avvelenano i dibattiti nella rete, prendendosi per detentori della ”verità vera”, dello ‘spirito della Giusta Linea…). Come si usa dire, un po’ consentendosi il sogno, ”dormi, vola, riposa…, che la terra ti sia lieve…”.

Riscritto (potuto riscrivere, forse fuori tempo massimo,nella ‘dannazione’, anche, dell’ intempestivo)
oggi, 8 marzo 2013, a Parigi,
da Oreste (Scalzone)

LINK:
A GIORGIO FRAU, ucciso ieri
L’ultimo saluto a Giorgio

L’ultimo saluto a Giorgio Frau

6 marzo 2013 8 commenti

[qui il saluto di Oreste Scalzone
qui invece quello di Barbara Balzerani]

Venerdì ci saranno i funerali di Giorgio…
persona che sento familiare dai mille racconti di questi anni,
un compagno di cui mi hanno raccontato gli aneddoti del carcere, della vita pre carcerazione,
del peregrinare per un po’ di salvezza e del successivo via vai con la realtà penitenziaria.
Di Giorgio rimpiango non avergli presentato il mio bambino, figlio di quel suo amico con cui per molto ha avuto il “divieto di incontro” nei vasconi e nei bracci dei nostri maledetti penitenziari,
rimpiango di non averlo abbracciato, poche settimane fa, quando sotto una fitta e “calda” nevicata si era sullo stesso prato a salutare un altro compagno volato via.
Un sacco di rimpianti Giorgio, per primo quello che leggerete in questo saluto che vi allego qui sotto: quello di averti permesso di uscire di casa l’altro giorno, per finire sull’asfalto.

Ciao Giorgio,
mi piace salutarti ancora con le parole di Paolo, a cui non son riuscita ad asciugare le lacrime.

PER CHI VUOLE SALUTARE GIORGIO
VENERDI 8 MARZO
ORE 11,00 -12,30 OBITORIO P.LE DEL VERANO 38
ORE 13,00 – 15,00 VIA MASURIO SABINO 31

In rete circolano dei ritratti di Giorgio che lo descrivono come “un lumpen”, “un personaggio pasoliniano”, dalla vita ambigua, a cavallo tra criminalità comune e lotta politica, finito per caso o per sbaglio nella lotta armata per il comunismo. Una rappresentazione fondata su circostanze inesatte e non veritiere della sua storia politica e personale. Niente di più falso, niente di più lontano dalla sua vicenda politica di comunista rivoluzionario a tutto tondo. Verrà il momento di raccontarla correttamente questa storia.

Piuttosto la morte di Giorgio interpella la comunità frantumata dei compagni che con lui hanno condiviso durante gli anni 70 e 80 la lotta politica, la scelta armata, il carcere.
Una volta terminata la condanna non tutti hanno reagito allo stesso modo di fronte alla difficoltà di ritrovare un posto nella vita senza rinnegare la propria storia e le idee che l’hanno animata.
Non tutti hanno avuto lo stomaco di sopportare le tante giravolte, i mille percorsi individuali, l’affievolirsi della solidarietà.
Chi lo ha visto recentemente lo ricorda come suo solito: sereno, allegro, carico come sempre della sua generosità. La generosità, una qualità che in lui sembrava inesauribile.
In realtà la sua scelta, che a noi appare un gesto disperato, ci dice che la nostra era solo cecità, la prova di una capacità di ascolto e di attenzione persi.

Nella sua pagina facebook non molti giorni fa Giorgio ha scritto questa frase attribuita ad Epicuro: “Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici, quanto della certezza del loro aiuto”.

Non possiamo perdere così i nostri compagni.


Giorgio me lo ricordo nei cubicoli del G12 speciale di Rebibbia mentre faceva l’aria da isolato, era il 1989, appena estradato dalla Spagna con Anna. Lo salutammo dalle finestre. La loro posizione processuale venne stralciata e così non ebbi modo d’incontrarli. Alla fine del processo di primo grado, dopo essere stato assolto dall’accusa più grave fui scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, oltrepassati da oltre un anno. Alcuni mesi dopo l’appello che capovolse il verdetto della corte d’assise mi rifugiai in Francia. Era il 1991. Non so esattamente quando Giorgio fu ricondotto in Spagna dove venne condannato per una lunga serie di rapine di autofinanziamento.
Lo rividi tanti anni dopo al Mammagialla di Viterbo, forse era il 2005 o il 2006, quando lo portarono al mio blocco, al piano sopra il mio. Ero stato riportato in Italia nel 2002 grazie ad una “consegna straordinaria”. Giorgio aveva terminato la sua condanna, credo nel 1998, ma nel frattempo aveva trovato il modo di farsi riarrestare. Una brutta esperienza nel mondo delle cooperative, dissidi sul modo di intendere il lavoro sociale lo spinsero a tentare l’avventura: mettersi in proprio. Ma la cioccolateria aperta con la sua compagna non funzionò e si ritrovò in un mare di debiti.
Il Dap aveva disposto il divieto d’incontro tanto per renderci la detenzione più disagevole. Chi scendeva al campo di calcio nei giorni in cui era permesso escludeva l’altro. E così per tutte le altre attività comuni. Non restava che metterci d’accordo attraverso radio carcere. Poi un giorno si sbagliarono e ci ritrovammo insieme nel corridoio, ci abbracciammo, ci baciammo e cominciammo a ballare di fronte alle guardie attonite che ci misero un po’ a reagire, staccarci e rimediare.
Finalmente nel 2007 ci ritrovammo a Rebibbia, a distanza di alcuni mesi l’uno dall’altro. Ci incontravamo in sala studio per seguire dei corsi di giurisprudenza. Nel 2008 sono uscito in semilibertà mentre Giorgio è rimasto fino alla conclusione della pena e da bravo studente ha dato anche con profitto diversi esami.

Giorgio ha fatto in tempo ad uscire dal carcere, rientrare, scontare per intero la condanna, uscire di nuovo e morire ed io ancora lì con una pena che sembra non finire mai ad aspettare di poter festeggiare insieme la conclusione delle nostre condanne e fargli conoscere il mio bambino.
Ora dovrà conoscerlo Anna.

Ciao Giorgio, pochi giorni fa sempre su facebook ponevi a te stesso una domanda che col senno di poi sembra premonitrice:

“Intervallo? …ma quanto durera st’intervallo?”.

L’intervallo è finito e tu non ti sei tirato indietro…. quella mattina però, se l’avessimo saputo, in molti ti avremmo impedito di uscire di casa. Non dovevi morire così!

Link
A Giorgio Frau ucciso ieri a Roma

A Giorgio Frau, ucciso ieri a Roma

2 marzo 2013 14 commenti

Prendo da Contropiano le righe che troverete qui in fondo,
che a scrivere altro in molti non riescono e si può capire perchè.

Foto di Valentina Perniciaro _il ragazzotto del Verano_

Son dolori sordi e lancinanti, adagiati come un pesantissimo lenzuolo su quel corpo, a cui in tantissimi erano legati.
E non ci interessa dei bensanti, di chi blatera sul “criminale” ammazzato a terra…
Ci interessa salutare Giorgio, punto.
Portare un fiore dove è stato ucciso,
stringere forte chi l’ha amato e gli è stato vicino,
asciugare queste lacrime, fare un urlo per una morte che non doveva avvenire…
“No Giorgio, no.
Anche quando riusciamo a malapena a sopravvivere e fatichiamo ad immaginare un futuro…. quando ci sale la rabbia perchè veniamo derisi da ex compagni che ci definiscono fessi perchè non facciamo come loro e non ci mettiamo al servizio di questo o quel vincente politico….anche quando tutto sembra nero e i compagni più cari non sono in grado di aiutarci e per qualcuno prosegue ancora la galera…. noi, noi che siamo testimoni della più importante esperienza comunista nata in Italia nel secondo dopoguerra, non abbiamo il diritto di cedere alla disperazione e buttare via la nostra vita! Non lo abbiamo Giorgio, compagno mio, compagno nostro”
scrive Vittorio, e la penso così.

CIAO GIORGIO, COMPAGNO NOSTRO

Rapina a Roma, scontro a fuoco e muore uno dei rapinatori. E’ Giorgio Frau, ex brigatista, senza lavoro e già arrestato 10 anni fa per una tentata rapina in Umbria.
(qui il link all’articolo)

Zona della basilica di Santa Maria Maggiore, in via Carlo Alberto, all’Esquilino. Un portavalori si ferma davanti alla filiale della Banca Popolare di Sondrio. Scatta il tentativo di rapina. Partono gli spari. Una guardia privata rimane ferita, uno dei rapinatori viene ucciso. E’  Giorgio Frau, 56 anni, ex militante di Lotta Continua a Roma Sud, poi “fiancheggiatore” delle Brigate Rosse, resosi latitante dopo la scoperta di una borsa contenente armi nella sua cantina, durante una perquisizione in sua assenza. Per qualche tempo si era  rifugiato in Francia, avvicinandosi alle Ucc.
Fu arrestato in Spagna all’inizio degli anni ’90, dopo una rapina compiuta insieme alla sua compagna. Erano rimasti soli, avevano cambiato paese e sopravvivevano in quel modo.
Estradato in Italia dopo aver scontato la condanna spagnola, aveva passato alcuni anni in carcere anche in Italia. Scarcerato dopo aver scontato la pena, aveva cercato di rienventarsi una vita prima nelle cooperative sociali e poi come negoziante in proprio. Sommerso dai debiti in questo tentativo, aveva cercato la soluzione della rapina insieme ad alcuni “comuni”. Ma erano stati  arrestati ancora prima di compierla, nel 2003.
Condannato a sette anni, solo per la detenzione delle armi, aveva scontato in carcere anche questa condanna. Una volta scarcerato, ovviamente, si era trovato in una condizione ancora peggiore di prima.
I carabinieri – respingendo l’assalto morboso della stampa, che ha tirato fuori anche falsi coinvolgimenti in altri episodi – hanno riconosciuto che questo ultimo gesto della sua vita non aveva alcun intento “eversivo”, ma motivato unicamente dalle banali necessità della sopravvivenza. A dispetto degli anni, doveva aver pensato che le “competenze” accumulate nella vita precedente potevano essere utilizzate ancora adesso.
Ciao, Giorgio. Che la terra ti sia lieve.

Per chi vuole salutare Giorgio
Venerd’ 8 marzo
ORE 11-12,30 Obitorio Piazzale del Verano
ORE 13-15 Via Masurio Sabino 31

Grecia: come ci si protegge dal freddo?

13 febbraio 2013 11 commenti

Pare un po’ strano che all’improvviso girino tutti questi articoli sulla Grecia che parlano di assalti ai supermercati, di rapine in banca, di improvvisa rivoluzione sociale a noi taciuta per amore della “campagna elettorale” che tutto cela e nasconde.
Insomma, oggi leggendo il Corsaro nel suo articolo Grecia: tra bufale e verità… mi son sentita un po’ meno sola, perchè nessuno sminuisce la devastazione economica e sociale della Grecia, anzi,
ma veramente questo tipo di informazione sembra trasformare la realtà in una soap opera mal riuscita, di quelle che si vedono sempre un po’ sfocate.

In Grecia la situazione sta degenerando da tempo,
l’austerità imposta dall’Europa, dalla Banca Centrale e dal Fondo Monetario Internazionali più “politiche economiche” sembrano bombardamenti al fosforo sui quartieri delle città,
crimini contro l’umanità  più che misure.
Che vanno capite e affrontate non come si stesse in un telefilm, penso che il nostro compito principale sia capire come difendersi da tutto ciò, come costruire un tessuto sociale capace di autorganizzarsi e resistere, anche solo alla fame e al freddo.
E’ vero che la Grecia ha riscoperto il baratto, l’esproprio proletario e tant’altro, ma quel che ho letto in questi due giorni … bha,
articoli come questi (LEGGI ! cambiano i link ma l’articolo è sempre quello su più siti) spammati anche da persone che si spacciano per lucide, nella rete, certo aiutano ad arrivare all’opposto: ad una malainformazione criminalizzante e deleterea.

Con tutto quello che ci sarebbe da leggere, da tradurre, da scrivere sulla Grecia (come l’autogestione delle fabbriche ad esempio)

Una cosa interessante, che palesa con una sola immagine come è cambiata la quotidianità della popolazione greca è questa, questo scatto che prendo dal blog Histologion:

“fumo di Atene”

Il cielo di Atene di notte, così come quello delle altre città e dei centri abitati più piccoli, ha un altro aspetto. Un fumo si poggia sulla città, che assomiglia allo smog, ma non viene dalle macchine,
viene -clandestino- dalle abitazioni, dai condomini, dalle case di tutto il paese.
E’ il fumo di fuochi appiccati con quel che si trova…ecco, questo è vertiginosamente aumentato, non gli assalti ai supermercati raccontati in quel modo.
[Leggi quest’articolo del WallStreetJournal]
Grazie alla troika e all’aumento delle tasse sul gas utilizzato per il riscaldamento domestico, il prezzo è arrivato ad assomigliare a quello per il trasporto, che ha il prezzo più alto di tutta Europa oltretutto. Parliamo di un abbassamento del consumo dell’80% ( l’associazione dei fornitori di carburanti greci parla di 400 milioni di euro di buco per lo Statoper questo drastico abbassamento di consumi) :
nei condomini basta un numero esiguo di nuclei familiari che non possono permetterlo e click, tutto il palazzo è al freddo.
Insomma, il lusso dei lussi, che oramai in pochissimi si possono permettere.
E così nascono diversi tipi di fenomeni, anche a seconda delle zone della città o del paese.
Il comun denominatore è questo fumo dal sapore acre, che si può facilmente osservare su tutti i cieli di Grecia.

boschi vicino ad Atene

Ci si scalda come può: dalle stufe elettriche, visto che comunque l’elettricità costa meno, alle vecchie stufe a legna, con conseguenze a volte drammatiche.
Si brucia di tutto però: si bruciano mobili, materiale edile, oggetti di plastica, si arriva a bruciare le proprie vecchie pantofole e il mix tossico che ne esce fuori e ricopre le città e maledettamente pericoloso.
A sentire un gruppo di scienziati e  gli esperti del Centre for Disease Controle and Prevention di Atene, solamente l’uso di regolare legna da ardere al posto del riscaldamento domestico nei centri urbani innalzerebbe l’inquinamento di trenta volte rispetto al normale: ma parliamo, dal dicembre 2010 al dicembre 2012 di un incremento dell’uso di legna per riscaldarsi  del 200%, con le conseguenze che possiamo immaginare sui problemi respiratori, sull’aggravarsi delle allergie o dell’asma nei bambini, sui disturbi neurologici e gli apparati riproduttivi.
Un nemico silenzioso, entrato in ogni famiglia.

Ma anche il prezzo della legna da ardere è di molto aumentato, precisamente del 50% in dodici mesi. E così la legna la si va a prendere, accetta alla mano, nei parchi e nei boschi.
Le colline son sempre più spoglie, il fumo acre delle case le avvolge in panorami cambiati incredibilmente in una manciata di mesi: dall’inizio del freddo, in poche settimane ci son state 13.000 tonnellate di alberi tagliati illegalmenti sequestrati.
Non avveniva dagli anni ’40, dall’occupazione nazista.

Quel brav’uomo di Yannis Stournaras, ministro delle finanze, però usa la mano dura e rifiuta qualunque tipo di aiuto ulteriore per le famiglie disagiate, accusando anche che i consumi si son abbassati in questo modo perché le persone hanno fatto scorte di gasolio lo scorso anno.
Le barzellette.
Anche l’incremento dell’uso delle forniture elettriche per scaldarsi sta arrivando ad un punto di non ritorno: gli aumenti dei prezzi che per ora si aggirano al 9% ( i piccoli consumatori sono i più martoriati) arriveranno al 20% a fine 2013.
A passo di carica poi si procede nel togliere la corrente agli insolventi: circa 30.000 famiglie al mese si ritrovano senza elettricità, per un numero che tra poco si aggirerà intorno al mezzo milione.
Non c’è parola alcuna per raccontare tutto ciò.

“Siamo coloro che impastano, eppure non abbiamo pane,
siamo coloro che scavano il carbone, eppure abbiamo freddo.
Siamo coloro che non hanno nulla, e stiamo venendo a prendere il mondo “
Tassos Livaditis (poeta greco, 1922-1988)

LEGGI:
Potere operaio in Grecia
Come si arresta in Grecia
Tortura, pane quotidiano
Sui vaccini e sui suicidi in aumento
Baratto ricette di guerra ed espropri

A Bruno Valli, morto in una cella

9 dicembre 2011 2 commenti

BRUNO VALLI

-Nasce a Rodero (CO) il 19 dicembre 1948, dove frequenta le scuole
– nel 1968 lavora come operaio elettricista alla Bernasconi di Varese
– fra il ’68 e il ’69 viene arrestato dopo gli scontri tra fascisti e Movimento Studentesco
– nel 1969 milita nel Collettivo Politico Operaio, vicino alla rivista Rosso
– nel 1972 lavora come operaio alla Harley Davidson
– il 5 dicembre 1974, viene arrestato per un esproprio ad Argelato
– viene trovato impiccato nel carcere di Modena, il 9 dicembre 1974, appena quattro giorni dopo il suo arresto

Qui vi allego il ricordo pubblicato pochi giorni fa sul sito di Infoaut

5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno.
Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d’Argile che un “furgone sospetto” staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all’interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.

Le immagini son tratte da "Se ti muovi ti Stato!" di Jacopo Fo, 1975, Edizione Ottaviano

Il commilitone di Lombardini sceso dall’auto comincia anch’egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi. Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.

Subito dopo l’arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent’anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all’ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall’ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d’un pezzo, per gettarsi infamie l’uno sull’altro.
Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.

Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: “Libertà o morte”.

4 Maggio 1978, Roberto Rigobello

4 maggio 2011 2 commenti

Roberto Rigobello
– Nasce a bologna il 25 aprile 1957
– Studia fino a 17 anni
– Lavora come operaio meccanico alla Cesab di Bologna
– Milita in una Formazione Autonoma
– Viene ucciso dalla polizia a Bologna il 4 maggio 1978

Cinzia Bonacorsi Testimonianza al Progetto Memoria Bologna 1993

“Roberto Rigobello, chiamato Rigo dagli amici, muore poco più che ventenne nel corso di una rapina colpito da un proiettile sparato da un agente di PS  contro di lui  mentre, a bordo di un’auto, cercava di allontanarsi per sottrarsi alla cattura. Non vi fu conflitto a fuoco vero e proprio, sebbene alcune testimonianze dicano che forse da parte di Rigo sia stato sparato un colpo di pistola mentre si dava alla fuga. siamo_stanchi
Roberto non era un rapinatore. La sua partecipazione a quell’azione era stata frutto di una scelta; un atto con il quale Rigo rivendicava la sua presa di coscienza di quello che era, allora, il contesto politico nel quale vivevamo.
Una presa di coscienza maturata nel contesto della sua vita quotidiana, nel quartiere dove viveva, nella fabbrica dove lavorava, nelle contraddizioni forti e apparentemente insolubili che specialmente in quegli anni la “politica” mostra apertamente. Una presa di coscienza maturata attraverso la sua breve esperienza fatta di tutto quanto è solidarietà, socializzazione, riappropriazione di tempi e spazi che l’ “ordine” sistematicamente tendeva a reprimere.
Di Roberto come di tanti altri non rimane nelle cronache nient’altro che quel fatto specifico. Ma per lui quell’atto non era altro che un passaggio per dare corpo e forza ad altri valori che con il denaro (inteso come potere, ricchezza…) non avevano nulla a che fare, anzi quel denaro non sarebbe più stato elemento di divisione, bensì di aggregazione.
Roberto per la sua grande sensibilità e disponibilità e il suo desiderio di vivere in un mondo migliore ha scelto di percorrere la strada di una lotta difficile sulla quale non era solo: la sua organizzazione erano i suoi rapporti con i suoi compagni di lavoro, nella vita, la gioia e la voglia che lo univa alle persone, nelle cose che faceva con altri, nell’intenzione di migliorare la qualità di una vita che sapeva importante per sé e per gli altri.
Non ricordiamo Rigo associato a nessuna organizzazione. Lo ricordiamo come nostro compagno quotidiano.[…]
Rigo pur non essendo un militante nel senso stretto, aveva come referente Potere Operaio. La scelta della rapina viene fatta non per motivi strettamente economici ma per fare velocemente un salto di qualità esistenziale e politico. Ma la poca esperienza e la generosità gli fanno perdere la vita. Perde del tempo prezioso per fuggire quando già la polizia è arrivata, per tentare fino all’ultimo di liberare uno dei compagni che erano con lui, che era rimasto intrappolato fra le due porte a scatto della banca.
Quando tenta la fuga è troppo tardi e viene colpito alla schiena dai colpi sparati dalla polizia. Non ci sarà  nessuna inchiesta  perché la madre rifiuta di costituirsi parte civile.
Il compagno rimasto intrappolato all’uscita della banca (Marco Tirabovi) viene arrestato, si fa qualche anno di galera partecipando attivamente alle lotte in carcere e alla vita quotidiana con i compagni.
Quando esce ricomincia a frequentare i suoi compagni, senza però fare più attività politica, scrive, parla, insomma cerca di essere attivo senza integrarsi comunque nelle cose che aveva sempre rifiutato. Entra in una profonda crisi, ha molto dolore dentro se stesso, e nel febbraio 1990 si suicida.”

Il Gruppo 22 ottobre e la morte di Floris

26 marzo 2011 1 commento

Genova, venerdì 26 Marzo 1971: è la data stabilita dalla “banda 22 Ottobre” per una rapina che andrà a colpire l’Istituto autonomo case popolari (Iacp).

26 marzo

La banda genovese, nata nell’Ottobre del 1969 e di composizione variegata (ex partigiani, operai, portuali, alcuni dei quali militanti cresciuti nelle sezioni del Pci) è tra le prime, assieme ai GAP, a portare la lotta armata sul panorama italiano; il gruppo, già noto per altre azioni, tra cui il rapimento di Sergio Gadolla avvenuto nell’estate del ’70, in una prima fase mira a colpire il capitale e finanziatori di forze politiche di destra; il colpo allo Iacp si inserisce invece in un’ottica di lotte per l’autoriduzione dei canoni di affitto (che proprio l’Istituto, accusato anche di malgestione e corruzione, aveva recentemente aumentato).
Il colpo è stato studiato da tempo nei dettagli soprattutto grazie all’aiuto di Giuseppe Battaglia, membro della banda che lavora all’Istituto e che ha così potuto studiare il giorno e le modalità di arrivo delle paghe dei dipendenti.

La sera del 25 Marzo il gruppo si riunisce per dividersi i compiti: Mario Rossi e Augusto Viel scipperanno la borsa con le paghe e scapperanno a bordo di una Lambretta rubata in precedenza; ad attenderli su un’auto poco più in là, pronto a ricevere il bottino, ci sarà Malagoli, il quale lo consegnerà poi a Marletti per la custodia.
L’intenzione è di svolgere il tutto senza sparare, lanciando un po’ di pepe negli occhi del capoufficio dell’Istituto, Giuseppe Montaldo, e del suo fattorino Alessandro Floris, ma Rossi è irremovibile sul fatto di recarsi comunque armato all’azione.

La mattina successiva il colpo viene effettuato ma non tutto va come dovrebbe: l’arrivo di Montaldo e Floris si fa attendere molto più del previsto, cosicché Malagoli si allontana con l’auto convinto che qualcosa non abbia funzionato; Rossi e Viel riescono ad afferrare la borsa e fuggono a bordo della Lambretta ma Floris, nonostante le ripetute intimidazioni dei due membri della banda, li insegue ostinatamente, Rossi spara alcuni colpi in terra per tenerlo lontano e uno di questi colpisce accidentalmente a morte il fattorino.
I due proseguono la fuga per le vie del centro genovese ma l’azione non è passata inosservata e alcuni automobilisti si lanciano al loro inseguimento; Viel riesce a rifugiarsi nell’appartamento di un amico, mentre Rossi viene bloccato ed arrestato da alcuni carabinieri.
Il giorno successivo i giornali operano un vero e proprio linciaggio mediatico nei confronti di Rossi, definito senza esitazioni come un mostro e un omicida volontario; l’obiettivo è raggiunto anche grazie all’uso di alcune fotografie, scattate casualmente da uno studente residente nei paraggi dell’Istituto, che vengono però proposte dalla stampa nell’ordine sbagliato e in modo parziale o rielaborato per avallare ricostruzioni dei fatti affrettate e poco veritiere.
Il 2 Ottobre del 1972 si apre il processo non solo a Rossi, ma anche a quasi tutti gli altri componenti della banda, arrestati nei mesi precedenti con prove spesso labili; tutti i componenti affermano tra l’altro di essere stati trattati in modo feroce durante la detenzione.
Il processo si conclude con pene pesantissime, basate perlopiù su testimonianze poco attendibili ed indizi.
L’esito incontra l’approvazione e l’applauso quasi unanime dei giornali ma altre voci si levano invece a denunciare le irregolarità con cui indagini e processo si sono svolti: l’eco della banda XXII Ottobre arriva fino in Francia, dove si forma persino il “Comité aux camarades du XXII ottobre” secondo cui i compagni italiani sono stati sottoposti ad un processo “degno delle dittature sudamericane”.
Durante l’istruttoria, inoltre, da un registratore montato all’esterno del tribunale riecheggia, tramite le frequenze di Radio Gap, un comunicato di solidarietà agli imputati: “Compagni della 22 Ottobre, fra voi e noi si alzano le mura di questo infame edificio. Sono mura robuste, ma non possono impedire che la nostra voce vi giunga. Inutilmente le forze coalizzate del potere hanno tentato di serrare intorno a voi il muro ben più tenace della menzogna e del silenzio. […] La 22 Ottobre ha aperto la via; altre forze la sostituiranno, alimentate continuamente dalla stessa ferocia distruttiva del potere dominante“.
COPIAMO INVECE DA “LE PAROLE SCRITTE”. VOL 2 del PROGETTO MEMORIA. Edizioni Sensibili alle Foglie
“Attenzione attenzione qui Radio Gap. Non avvicinatevi, è pericoloso. Compagni del 22 ottobre, fra voi e noi si alzano mura di questo infame edificio. Sono mura robuste, ma non possono impedire che la nostra voce vi giunga. Inutilmente le forze coalizzate del potere hanno tentato di serrare intorno a voi il muro ben più tenace della menzogna e del silenzio. L’esercito dei poliziotti che vi controlla e le menzogne della stampa che vi isolano non riusciranno a cancellare il fatto fondamentale che voi, con le vostre azioni, avete iniziato in Italia una tradizione che nessuno più estirperà. Per questo vi temono e continueranno a temervi. Non disperate per le apparenze, oggi i padroni e i loro servi appaiono più forti ma dietro questa forza si nasconde la loro debolezza, la loro insicurezza. Sentono di non avere ormai altro scopo che la difesa del loro miserabile potere, la sua conservazione a tutti i costi e sono certo pronti a distruggere tutto attorno a sè pur di conservarlo, a trascinare tutti nella rovina, ma i proletari non hanno nulla da perdere. Venga pure la loro rovina perché da essa soltanto comincia la nostra vita. Il 22 ottobre ha aperto la via; altre forze lo sostituiranno, alimentate continuamente dalla stessa ferocia distruttiva del potere dominante. Compagni del 22 ottobre, di fronte a voi i padroni di Genova hanno tremato. Voi siete riusciti laddove hanno fallito decine di lotte inutili e perdenti. Non fatevi intimidire, andatene fieri.
non c’è miglior corteo di quello che vi accompagna tutti i giorni al processo. NOn c’è ritrovo più adatto per gli uomini veri di un tribunale di giustizia. Sono quelle oggi le vie obbligate per chi rifiuta il compromesso di una lotta politica inutile.
Ben lo sa chi di voi ha scontato anni di galera sotto il fascismo. Andate fieri anche della calunnia che la stampa imbastisce nei vostri riguardi. La verità infatti appartiene solo a noi. Lasciate pure che l’Unità vi chiami fascisti, la calunnia è infatti alimento quotidiano con cui il PCI tiene ancora insieme il corpo putrido del suo apparato. Compagni del 22 ottobre, voi avete scelto la via più difficile e coerente, e con la vostra scelta avete iniziato un processo inevitabile. 
Detenuti del carcere di Marassi, solidarizzate con i compagni del 22 ottobre. Per voi come per loro il carcere non è certo il luogo di espiazione.
Da anni nelle carceri si è aperto il fronte di lotta proletario; le grandi rivolte di Genova, Torino, Milano, sono state parte dello stesso movimento rabbioso e cosciente che ha aggredito i centri del potere capitalistico. Anche voi, detenuti del carcere di Marassi, ne siete stati protagonisti. I carnefici del tribunale e delle caserme, i vari Sossi, e Napolitano, i Corallo e i Lo Muscio non sanno immaginare le rivolte che come opera astuta e interessata di alcuni sobillatori, come calcolato disegno di cui voi sareste gli ingannati strumenti e i cui scopi vi sarebbero estranei. Ciò si può ben capire.
Essi hanno paura della realtà. si illudono di poter confinare la marea montante della rivoluzione nell’immagine di uno stato maggiore che azioni a comando l’insurrezione e la resa, di una consorteria di capi che manovrino a loro piacimento una massa inerte. Essi cercano di separarvi dalle ragioni reali del vostro rifiuto, le ragioni della vita umana e della libertà dall’oppressione sociale.
Vi blandiscono con promesse di riforme che ancora oggi non avete visto, vi minacciano di punizioni più dure, aumento delle pene, botte, morte.
E voi sapete purtroppo che non  minacciano invano. Chi di voi non ricorda il sadico torturatore Ferrigno? Chi ha dimenticato il massacro a sangue freddo nelle carceri di Rebibbia ordinato dal ministro per dare esempio?
Ora vi chiamano canaglie, ora bravi uomini, per farvi sentire diversi e umiliati; sempre cercano dio coltivare in voi, senza riuscirvi, la figura disperata del delinquente incallito e quella mite e rassegnata del cittadino tornato sulla retta via dell’onestà, del faticoso lavoro che aumenterà i loro profitti, i loro privilegi, la vostra miseria.
A tutto ciò voi avete risposto da tempo con un no deciso e violento. La vostra rivolta sorge come la nostra, come quella di ogni proletario che non vule morire per condizioni insopportabili a cui bisogna porre fine. Il carcere non può essere trasformato, deve essere distrutto anche materialmente.
L’esempio ci viene dai detenuti di Torino che l’anno scorso hanno incendiato e rese inabitabili le carceri di quella città.
W i detenuti di Marassi
W il 22 Ottobre
RADIO GAP, GENOVA, AUTUNNO 1974 (Comunicato trasmesso con un registratore su un traliccio fuori le mura del carcere di Marassi durante il processo di primo grado al Gruppo 22 Ottobre

 

Ancora con l’Italia delle Torture. Questa vola su militante arrestato il 31 agosto ’79, a seguito di un esproprio attribuito a Prima Linea

16 febbraio 2009 26 commenti

ADRIANO ROCCAZZELLA, DENUNCIA ALL’UFFICIO ISTRUZIONE DEL TRIBUNALE DI IVREA, G.I. ANTONIO TISEO, 24 GENNAIO 1980

“Quando fui arrestato nella zona di Alba Adriatica fui malmenato con i calci dei mitra, oltre a calci e pugni con le mani e con i piedi e insieme con me fu malmenata anche l’altra persona che fu arrestata contemporaneamente a me; Cesaroni fernando, il quale fu trattato nella stessa maniera. Fummo catturati contemporaneamente  da CC e agenti della PS che, ho saputo dopo, provenivano dalla caserma di Nereto e dalla questura di Ascoli Piceno.
Durante il trasporto dal luogo di cattura fino alla caserma di Nereto, alcuni CC, attaccando i caricatori dei mitra, pieni di pallottole, mentre io ero costretto con le mani legate in modo molto stretto, mi colpivano con i caricatori contro il gomito del braccio destro, ed anche in testa. Riportai là delle lesioni sia al gomito, che divenne blu e mi doleva, tanto che non riuscivo a piegarlo, sia alla testa, dove il medico, intervenuto successivamente, rilevò dei tagli al cuoio capelluto.rcellecarcere
Fummo condotti nella caserma di Nereto e nel corridoio della stessa passammo attraverso due ali di militari, che impugnavano mitra ed armi di ordinanza, anzi, preciso, fummo trascinati per le manette, che erano del modello a dentiera e che erano tanto tese da non permettere la circolazione del sangue ai polsi. Condottici in una stanza, volevano sapere le nostre vere identità in quanto noi eravamo forniti di documenti falsi e cominciarono a strapparci di dosso i vestiti con colpi di lamette.
A questo punto ci separarono di modo che ognuno di noi fu messo in una stanza. A questo punto io avevo già dato le mie vere generalità ed avevo dichiarato di appartenere ad un’organizzazione comunista. Nonostante ciò continuavano a malmenarmi per circa mezz’ora con calci dei mitra, colpendomi specialmente alla testa e sul naso. Dopo questo pestaggio ebbi un dolore costale, per cui penso che una costola dell’alto sinistro del torace fosse incrinata. […]
Dopo circa 2 ore che mi trovavo in quella stanza, durante le quali ogni tanto entrava qualche CC e mi appioppava calci e sberle, vennero due uomini in borghese che cominciarono ad interrogarmi, anzi preciso che uno dei due mi faceva delle domande, mentre l’altro mi colpiva con un pugno di ferro alla tempia, all’attaccatura della mandibola e alla nuca. […]
Nell’intervallo tra il pestaggio di cui ho parlato e le soste dovute al fatto che i due si recavano dal mio coimputato, venne nella stanza un carabiniere che indossava un blue-jeans ed una canottiera di lana, con un accento che mi sembrò meridionale, il quale, in un primo momento fece la parte del buono, promettendo che se avessi parlato egli si sarebbe adoperato per evitarmi ulteriori pestaggi.
gal_4809Dopo 10-15 minuti costui perse la pazienza e, tirata fuori la cinghia dei pantaloni, prima minacciò di impiccarmi poi iniziò a colpirmi sulle spalle con la cinghia piegata in due, mentre io avevo tutto ciò che indossavo ridotto a brandelli. Ogni tanto entrava qualche militare e mi colpiva con calci ai testicoli nudi, mentre mi tenevano le gambe aperte, perchè non potessi ripararmi. […]
Poco prima dell’interrogatorio del giudice, probabilmente un sostituto procuratore, venne a visitarmi un medico, dopo che i CC avevano ripulito il mio corpo dalle tracce di sangue, che tuttavia, rimasero sui brandelli di vestito che avevo addosso. […] Agli atti istruttori esiste un certificato di quel medico che attesta abrasioni da me riportate al volto oltre cha tagli alla testa e una sospetta frattura del gomito destro. Il medico mi medicò sommariamente con un cerotto sul naso disinfettandomi un po’ i vari tagli da me sofferti. Prima che fossi introdotto davanti al giudice, mi misero in una stanza di fronte a quella dove si trovava il magistrato, insieme al mio coimputato, dove ogni tanto veniva l’uomo con il pugno di ferro e ci colpiva alla nuca con il medesimo. In quella stanza c’erano 6-7 militari ed un po’ tutti ci minacciarono di non riferire le percosse al giudice , perchè in caso contrario ci avrebbero eliminati. […]
Dopo mi portarono in una stanza dove mi presero le impronte digitali, dove per la prima volta da quando ero stato di fronte al giudice, davanti al quale avevano tolto le manette, mi tolsero le manette per prendere le impronte, dopo che mi costrinsero a firmare con la forza sul foglio sul quale erano le mie impronte. A questo punto, siccome non ero in grado di camminare da solo, fui trascinato da due uomini a lavarmi le mani e nel corridoio incontrai un altro ufficiale dei CC che mi sembrò un generale e che poi ho saputo essere venuto da Napoli. […]
Dopo che mi lavai le mani mi portarono in una stanza dove mi legarono con uno spago i testicoli e cominciarono a tirare. Successivamente seppi dal Cesaroni che gli avevano legato i testicoli mentre era sulla punta dei piedi e lo spago era attaccato agli infissi delle finestre, in modo che se egli avesse appoggiato i talloni per terra, si sarebbe strappato i testicoli.
Seppi anche da lui che gli avevano stretto i testicoli tra due sbarrette di legno, glieli avevano tagliati con le lamette e precedentemente avevano messo del sale grosso da cucina e dell’aceto sui tagli relativi alle ferite riportate dallo stesso in seguito ai pestaggi e poi avevano strofinato sia il sale che l’aceto sulle ferite ed infine gli avevano bruciato le piante dei piedi con un mozzicone di sigaretta.”

Tratto da “Le Torture Affiorate”. Edizioni Sensibili alle Foglie

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

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