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Posts Tagged ‘compagni uccisi’

Distrutta la lapide in ricordo di Valerio Verbano: l’afa fa uscire i fascisti dalle fogne.

8 agosto 2013 4 commenti

Parco delle Valli, 8 agosto 2013: il caldo e l’afa che si abbattono su Roma devono avere un effetto altamente deletereo per chi ha solo mezzo neurone in corpo. I fascisti si divertono a distruggere la lapide di Valerio Verbano, non consapevoli forse che per ogni pezzo distrutto altri mille ne verran affissi, ricostruiti, tatuati nella memoria delle nostre strade… voi tenetevi le targhe nelle fogne

Parco delle Valli, a pochi passi da casa di Valerio Verbano,
casa dentro la quale fu ucciso a sangue freddo davanti agli occhi dei suoi genitori.
Nella memoria di quell’assassinio bastardo e vigliacco siamo cresciuti tutti,
non sarà il gesto di qualche fascista accaldato a cancellare il ricordo della sua storia,
della sua militanza senza mezze misure.

Non pensavo che ai sorci piacesse il marmo, invece…

Su Valerio Verbano leggi:
Un fiore per Valerio
A Carla Verbano e Valerio, dopo una giornata insieme
Rispunta il Dossier Verbano

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il 7 aprile, una data tutta da leggere

7 aprile 2013 Lascia un commento

disegno_graffiti_baloonCi son date in cui la memoria si accavalla, con stratificazioni di anni e di capitoli importanti della storia del movimento operaio e rivoluzionario, come della resistenza romana.
Il 7 aprile è una data che dal 1944, con l’eccidio delle donne di Ponte di Ferro,
al 1976  quando l’agente penitenziario Velluto uccise Mario Salvi, compagno del Comitato Proletario di Primavalle,
al 1979 con l’ondata di arresti causati dalla delirante inchiesta Calogero, dal suo “teorema”.
E allora non faccio altro che mettervi una carrellata di link di materiale già presente in questo blog,
perché la memoria, tutta, sia un arma di formazione e approfondimento, e non uno sterile e trasversale delirio commemorativo e vittimistico.

 7 aprile 1944:
Le donne di Ponte di Ferro
7 aprile 1976:
A Mario Salvi, ucciso da un agente penitenziario
7 aprile 1979:
Processo all’autonomia
Franco Fortini sul 7 aprile
Quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Il 7 aprile 30 anni dopo
Scalzone risponde a Gasparri sul 7 aprile

Categorie:ANNI '70 / MEMORIA, L'Italia e il movimento, Per i compagni uccisi..., resistenza Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Corteo di quartiere per Scialabba: oggi al Tuscolano, Roma

28 febbraio 2013 1 commento

164430_146345012195691_462271343_nIn corteo oggi, per salutare Roberto Scialabba, come ogni anno, da 35 anni.
CIAO ROBERTO, SANGUE NOSTRO

[Il ricordo di due anni fa: QUI ]

A Walter Alasia

15 dicembre 2011 23 commenti

Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

WALTER ALASIA, “LUCA”

– Nasce a Milano il 16 settembre 1956
– Frequenta le scuole medie all’Ernesto Breda a Sesto San Giovanni, poi un anno di corso per grafici pubblicitari presso una scuola dell’Enalc di Milano e poi due anni all’Itis di Sesto San Giovanni
– continua gli studi frequentando le serali
– milita nel movimento studentesco e operaio
– lavora per un periodo come operaio nel reparto meccanico della Farem, alla periferia di Sesto, poi si licenzia
– lavora per un po’ presso un’officina per l’istallazione di apparecchi telefonici
– lavora per tre mesi a scaricare pacchi alle poste, alla stazione centrale di Milano
– milita nelle Brigate Rosse
– viene ucciso dalla polizia a Milano, il 15 dicembre 1976, mentre tenta la fuga dopo aver ucciso due agenti.

-Comitato Operaio Magneti Marelli, Volantino –frammento-, Milano ’76:
“Il terrorismo l’ha fatto la polizia nei confronti di tutti noi. Walter ha risposto col fuoco. Possiamo essere d’accordo o no con lui, ma il terrorismo contro gli operai non è stato il suo ma quello dei padroni dello Stato e dei suoi uomini armati”

Testimonianze al Progetto Memoria: Renato Curcio, carcere, Roma 1995
“Ero a Pisa, Walter, quel 15 dicembre 1976. Isolamento duro e prolungato. Pensa, di fronte alla mia cella, stazionava 24 ore su 24, un agente. Si sedeva lì, e, quando non ne poteva più dormiva. Dormiva anche quando la Tv passò la notizia. Io facevo “le righe”, Walter, su e giù, su e giù per la cella. Diceva il mezzobusto che a Sesto era successo un casino. Un terrorista aveva ucciso due poliziotti e, altri poliziotti, lo avevano ammazzato. Eri tu l’ammazzato e, appena fecero il tuo nome, mi fermai. Bloccato. Dissero molte parole in quel telegiornale ma io non riuscii più ad ascoltarle. Ero lì, in piedi, immobile, come lo eri tu nelle braccia della morte. Ascoltavo il mio cuore che mentre mi ripeteva il tuo nome mandava immagini del tuo volto sorridente.
Quel primo nostro incontro –ti ricordi?- in zona Ticinese. Io che mi presentavo come ex operaio della Fiat e tu che te la ridevi sotto i baffi. E poi gli addestramenti nelle grotte di qualche valle bergamasca. Tu che mi scherzavi per via dell’età: “Lascia a me questa Luger, è troppo grossa per un vecchietto come te!” E io che ti sfidavo mentre risalivamo il fiume: “Ne hai da fare di strada ragazzo prima di tener dietro al mio passo”. Ridevamo. Ma la Luger, che Feltrinelli mi aveva lasciato, io te la affidavo volentieri. Pur se di generazioni diverse eravamo entrambi in quel gioco d’armi pieno e vero e tu, per me, rappresentavi il futuro. Soprattutto mi piaceva quel tuo disincanto, quel tuo guardare Milano con gli occhi di un ragazzo smagato.
“Vieni ti porto a San Donato, a San Giuliano, così vedrai coi tuoi occhi le ronde dei carabinieri su e giù per le strade del paese col mitra in spalla due a due a piedi, pronti a sparare. Vedrai la rabbia sul volto dei ragazzi che già per il solo fatto di esistere vengono sospettati … Vieni ti presento qualche amico che vive come può, un giorno operaio all’Autobianchi, un giorno disoccupato incazzato, un giorno a portar via motorini di fronte all’autodromo di Monza … Molti di questi ragazzi che ti ho fatto conoscere –mi dicevi- non sanno più cosa inventare per resistere alle ferite della vita”.
L’idea delle “calate” sula grassa Milano stava appena incubando. Cominciava a circolare l’eroina. Ci capitò di esplorare insieme i primi luoghi dello spaccio. Brutti presagi, vero? Non ci piacevano affatto.
Io venivo da un’esperienza al tramonto e tu da un futuro che era appena annunciato. Per noi, davanti, ci sarebbero stati solo pochi mesi. L’idea che il carcere o la morte stessero già aspettando, in quei giorni non ci sfiorava neppure. E comunque non ci impedì di andare a “recuperare” insieme armi e documenti in una casa “insicura”. Fu quella l’occasione in cui mi presentasti tua madre.

Renato Curcio tra le sbarre

“Ci aiuterà una compagna di Sesto, una operaia della Pirelli – mi dicesti – puoi fidarti, è mia madre”.
Andammo insieme tutti e tre, in un pomeriggio di pioggia. Missione riuscita.
Ridevano i tuoi occhi al ritorno, mentre io non finivo di “scoprirti”. Era felice tua madre di aver partecipato insieme a te a quell’azione.
“Mia madre è la migliore confidente. Ci battiamo per le stesse cose. E ci vogliamo bene”. Era bello sentirtelo dire, bella la voce del tuo cuore.
Non mi stupì perciò che proprio a casa sua ti rifugiasti la sera del tuo appuntamento con la morte. Qualunque amarezza ti abbia spinto, qualunque ambascia vi siate confidati, so che per te fu certo buona cosa. E che se sfidasti le regole della clandestinità non fu per superficialità ma per qualche profondo buon motivo.
Molti mi hanno chiesto di te, dopo la tua morte. Le mie risposte sono state spesso inadeguate. Come se il registro politico fosse davvero l’unico rilevante nel definire il senso della tua rapida esistenza. Di ciò ti chiedo scusa, Walter, perché so che tu per primo, di fronte alle mie parole seriose, avresti preso la chitarra e suonato una canzone. Mi avresti canzonato, proprio come facevi nelle valli del bergamasco quando ci andavamo ad addestrare.”

Ivana Cucco, Intervento processuale, Milano 1984:
“Allora l’accusa si reggeva sostanzialmente sul mio rapporto con Walter, rapporto che è stato per me un’esperienza ricchissima e importante e che è stato ridotto a capo di imputazione e a una specie di marchio negativo.
Un rapporto criminalizzato, forse perché è inconcepibile amare un brigatista.
Il brigatista doveva essere presentato come una specie di nostro, un individuo senza radici e senza ragioni, senza legami e senza valori positivi. Chi l’ha conosciuto sa invece che Walter era una persona meravigliosa: due occhi azzurri come il cielo sereno e una gioia di vivere che gli sprizzava da tutti i pori. Dopo la sua morte si sono sprecati fiumi di inchiostro sul suo conto. E’ stata persino scritta una biografia che faceva scempio della sua identità e della sua storia. Ogni pezzettino della sua vita è stato radiografato e vivisezionato al fine di scoprire l’origine della sua malattia, per trovare una spiegazione plausibile alle sue scelte di vita e di lotta; una motivazione razionale al fatto che un ragazzo di vent’anni possa essere ucciso sotto casa mentre cerca di sottrarsi all’arresto in una mattina di dicembre. Tutte cose da mass media e da sociologia da strapazzo. Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto, la grossa cittadella operaia impregnata fino in fondo e in ogni ambito della vita sociale della cultura operaia comunista.
Walter è nato e cresciuto dentro a questa cultura e questo sistema di valori. Ha respirato da sempre quest’atmosfera. La sua vita si è snodata tutta dentro il clima di tensione di quegli anni e di quell’ambiente. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita, non di morte. Una scelta e un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita. Walter non era diverso da molti altri perché quelle stesse tensioni di esperienze sono appartenute a migliaia di persone sono state lo scenario dentro cui si è affermata ed espressa un’intera generazione di soggetti che aspiravano a un cambiamento radicale di questa società.
[…] Walter fu il più bello degli incontri, quello che ancora oggi mi porto dentro. Non solo i suoi compagni hanno pianto la sua morte. C’era Sesto San Giovanni. Dai ragazzi di vent’anni come lui ai vecchi operai cinquantenni. Non è stato sepolto né come un mostro né come un orfano.
Anche allora, anche il suo funerale, è stato oggetto di criminalizzazione. Ci fu, in particolare, una martellante campagna condotta da Leo Valiani sulle pagine del Corriere della Sera, in cui sosteneva che si sarebbero dovuti schedare e arrestare tutti i presenti in quell’occasione, tutti quelli che avevano sfidato il clima di terrore e la militarizzazione a tappeto, per andare a urlare il loro amore e il loro dolore per la sua morte.
Il 15 dicembre 1976, il giorno della morte di Walter, sono stata arrestata.

… e i dieci anni da Genova 2001

19 luglio 2011 19 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Piazzale Kennedy tra fionde e opliti, Genova 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Piazzale Kennedy tra fionde e opliti, Genova 2001_

Al contrario di dieci anni fa siamo nell’era dell’hashtag, la parola dopo il cancelletto, per caratterizzare e quindi trovare le conversazioni su twitter, nuova piazza internazionale.

Dieci anni fa questa parola non esisteva, dieci anni fa a quest’ora non avremmo mai immaginato di fare la chiamata all’hashtag #carlovive  o #ioricordo o #ioc’ero … dieci anni fa, mentre iniziavamo ad invadere le strade di Genova con i nostri corpi, non pensavamo e non volevamo esser testimoni di quel che è stato.
Eh Carlé?
Figurati tu…che quel giorno sei uscito da casa perché i fumi della rivolta e della repressione (più che altro) stavano coprendo il cielo della tua città. Quel giorno sei uscito, perché non si poteva fare altrimenti: perché in quella grande trappola ci siamo cascati tutti, e tu ci sei rimasto incastrato.
Del tuo corpo è stato fatto scempio con quella camionetta e con tutti questi dieci anni che son passati: guardati intorno Carlo…
ora anche il PD ti dedica pagine e scritti, che uno ad uno li andrei ad acchiappare.
A pochi secondi dalla tua morte… come dimenticare le loro dichiarazioni? Come dimenticare la loro immediata ritirata dalle piazze?
Ora ti ricordano, ora usano il tuo nome…quando ancora non lo avevi, quando ancora non ti chiamavi Carlo Giuliani, quando ancora non eri figlio di tuo padre eri solo un “black bloc morto”, solo un “facinoroso ucciso mentre assaltava i carabinieri”, solo uno di quelli da cui prendere al più presto le distanze.
Poi … questi dieci anni.
Ora tutti ricordano…
sono giorni che twitter e la rete richiedono racconti di chi c’era.

Carlo…in Corso Europa, pochi minuti prima

Raccontiamo dove erano loro…raccontiamo che ad ascoltarli gli avremmo tirato i palloncini pieni di sangue infetto (? che so’ tipo le “molotov all’ammoniaca” della Val di Susa??), raccontiamo di Gianfranco Fini che giorni prima ha comunicato che un obitorio per 500 salme era stato predisposto “per ogni evenienza” e che in quelle ore sedeva ai posti di comando dove tutto è stato deciso.

Parliamo di chi ha voluto per forza dichiarare guerra, sapendo di lasciare per terra qualcuno.
Parliamo dei nostri NON servizi d’ordine.
Parliamo di cosa abbiamo costruito in questi dieci anni.
Parliamo (NE PARLIAMO PERFAVORE?!?!?) dei processi e della cassazione che ora si pronuncerà portandoci via dei compagni per fargli scontare malloppi d’anni di galera. Nel silenzio totale.
Parliamo di tutto, ma non cominciamo col piagnisteo, le autoflagellazioni e gne gne lo Stato com’è cattivo,
con la memoria sterile di chi si ricorda solo le mani dipinte di bianco e tutti gli altri erano infiltrati/stranieri/anarcoinsurrezioterroristislamici ,
Parliamo dei portavoce di quelle giornate, che nessuno di noi ha contestato come avrebbe dovuto.
Parliamo cavolo, parliamo eccome.
Ma non con i #ioricordo che sembra di stare all’oratorio o su una puntata di AnnoZero: parliamo di noi, di quello che abbiamo subito consapevolmente, parliamo di quello che avremmo potuto costruire, parliamo del blocconero e di dieci anni di stronzate,
parliamo di un paese che se non fosse per la Val di Susa (sempre sia lodata quella terra combattente ed orgogliosa) avrebbe cancellato la parola “conflitto” da ogni dizionario.
Parliamo, cribbio, parliamo della memoria dei compagni che funziona a comparti che non comunicano tra loro… che facciamo parliamo di resistenza e confino e poi saltiamo la lotta armata e le leggi speciali?
Che facciamo andiamo da Dante di Nanni a Carlo Giuliani senza passare per Mara Cagol?
Aiuto compà…oggi forse è meglio che io #nonricordo, perchè sono polemica, incazzata e facilmente suscettibile quando affrontiamo questo discorso.
Perché Carlo mi brucia ancora in un modo che odio vederlo sulla bocca di tutti, come tutti avessero il diritto di rivendicarlo.
Carlo è sangue nostro.
Nostro.
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4 Maggio 1978, Roberto Rigobello

4 Mag 2011 2 commenti

Roberto Rigobello
– Nasce a bologna il 25 aprile 1957
– Studia fino a 17 anni
– Lavora come operaio meccanico alla Cesab di Bologna
– Milita in una Formazione Autonoma
– Viene ucciso dalla polizia a Bologna il 4 maggio 1978

Cinzia Bonacorsi Testimonianza al Progetto Memoria Bologna 1993

“Roberto Rigobello, chiamato Rigo dagli amici, muore poco più che ventenne nel corso di una rapina colpito da un proiettile sparato da un agente di PS  contro di lui  mentre, a bordo di un’auto, cercava di allontanarsi per sottrarsi alla cattura. Non vi fu conflitto a fuoco vero e proprio, sebbene alcune testimonianze dicano che forse da parte di Rigo sia stato sparato un colpo di pistola mentre si dava alla fuga. siamo_stanchi
Roberto non era un rapinatore. La sua partecipazione a quell’azione era stata frutto di una scelta; un atto con il quale Rigo rivendicava la sua presa di coscienza di quello che era, allora, il contesto politico nel quale vivevamo.
Una presa di coscienza maturata nel contesto della sua vita quotidiana, nel quartiere dove viveva, nella fabbrica dove lavorava, nelle contraddizioni forti e apparentemente insolubili che specialmente in quegli anni la “politica” mostra apertamente. Una presa di coscienza maturata attraverso la sua breve esperienza fatta di tutto quanto è solidarietà, socializzazione, riappropriazione di tempi e spazi che l’ “ordine” sistematicamente tendeva a reprimere.
Di Roberto come di tanti altri non rimane nelle cronache nient’altro che quel fatto specifico. Ma per lui quell’atto non era altro che un passaggio per dare corpo e forza ad altri valori che con il denaro (inteso come potere, ricchezza…) non avevano nulla a che fare, anzi quel denaro non sarebbe più stato elemento di divisione, bensì di aggregazione.
Roberto per la sua grande sensibilità e disponibilità e il suo desiderio di vivere in un mondo migliore ha scelto di percorrere la strada di una lotta difficile sulla quale non era solo: la sua organizzazione erano i suoi rapporti con i suoi compagni di lavoro, nella vita, la gioia e la voglia che lo univa alle persone, nelle cose che faceva con altri, nell’intenzione di migliorare la qualità di una vita che sapeva importante per sé e per gli altri.
Non ricordiamo Rigo associato a nessuna organizzazione. Lo ricordiamo come nostro compagno quotidiano.[…]
Rigo pur non essendo un militante nel senso stretto, aveva come referente Potere Operaio. La scelta della rapina viene fatta non per motivi strettamente economici ma per fare velocemente un salto di qualità esistenziale e politico. Ma la poca esperienza e la generosità gli fanno perdere la vita. Perde del tempo prezioso per fuggire quando già la polizia è arrivata, per tentare fino all’ultimo di liberare uno dei compagni che erano con lui, che era rimasto intrappolato fra le due porte a scatto della banca.
Quando tenta la fuga è troppo tardi e viene colpito alla schiena dai colpi sparati dalla polizia. Non ci sarà  nessuna inchiesta  perché la madre rifiuta di costituirsi parte civile.
Il compagno rimasto intrappolato all’uscita della banca (Marco Tirabovi) viene arrestato, si fa qualche anno di galera partecipando attivamente alle lotte in carcere e alla vita quotidiana con i compagni.
Quando esce ricomincia a frequentare i suoi compagni, senza però fare più attività politica, scrive, parla, insomma cerca di essere attivo senza integrarsi comunque nelle cose che aveva sempre rifiutato. Entra in una profonda crisi, ha molto dolore dentro se stesso, e nel febbraio 1990 si suicida.”

ROBERTO SCIALABBA. “C’hanno insegnato a non farci trovare morti”

28 febbraio 2011 1 commento

Sono passati 33 anni dall’assassinio di Roberto Scialabba per mano dei fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari.
Ucciso dai fratelli Fioravanti e Franco Anselmi nei giardinetti di Cinecittà, per non aver fatto NULLA.
Roberto era lì a chiacchierare e fumare tra amici, ma il gruppo di fuoco neofascista, che era andato a Cinecittà con lo scopo di sparare a qualche comunista (girava una voce che gli autori di Acca Larentia fossero di una casa occupata di quella zona; non trovandola spararono a caso contro un gruppo di ragazzi che si trovava sulle panchine).
Roberto è stato ucciso a freddo, con due colpi alla nuca dopo esser stato ferito.
I fascisti hanno sparato a casaccio, ma hanno lasciato a terra un compagno vicino all’Autonomia Operaia.
La sua lapide in Piazza Don Bosco a Roma recita queste parole:
ROBERTO SCIALABBA
23 ANNI COMPAGNO RIVOLUZIONARIO ASSASSINATO IN QUESTA PIAZZA IL 28-2-78 DAI FASCISTI SERVI DEL REGIME.
LA NOSTRA LOTTA NON SI FERMERA I COMPAGNI CADUTI CI HANNO INSEGNATO A NON FARCI TROVARE MORTI
Roberto era per le strade a lottare contro i padroni e i loro servi,
Roberto era per le strade per sovvertire questo paese,
Roberto era uno di noi e vive nelle nostre lotte.

28 FEBBRAIO 2011, ORE 17.
PRESIDIO IN PIAZZA DON BOSCO.
UN FIORE PER ROBERTO SCIALABBA

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