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Posts Tagged ‘sunniti’

Bahrain: l’incredibile accanimento contro la famiglia Al-khawaja

10 dicembre 2014 Lascia un commento

Diverse volte su questo blog ho parlato della famiglia al-khawaja,

Le sorelle Al-Khawaja

il padre Abdulhadi e le due figlie, Zainab (conosciuta come @angryarabiya) e Maryam
che con ogni forza e davanti ad ogni genere di repressione si son battuti e si battono per i diritti umani in Bahrain.
Più volte abbiamo raccontato le sentenze assurde di quest’uomo e le mobilitazioni della popolazione in sua solidarietà, e delle figlie, che son riuscite a far risuonare le urla di rabbia e rivolta delle strade di Manama e dintorni,
per tutto il mondo.

L’accanimento contro di loro però è senza fine:

il carcere o l’esilio sembra essere la sola possibilità per i componenti di questa famiglia tenace e determinata.
Più che il carcere l’ergastolo, perche Abdulladi Al-Khawaja ha il carcere a vita come condanna.
Zainab è stata ripetutamente arrestata in questi anni, senza che questo la facesse desistere mai un secondo.
A partire dal 4 dicembre, arrivando ad oggi, una carrellata di condanne l’ha accolta all’uscita dalla sua seconda gravidanza, a meno di una settimana dal parto: 3 anni per insulto al re (e 6500 dollari), per aver strappato una foto dell’emiro proprio durante un’udienza ad ottobre: udienza per l’insulto di un agente di polizia mentre era in cella, per cui oggi è stata condannata ad altri 16 mesi, come ci racconta da twitter sua sorella. 4 anni e 4 mesi in tutto.

La sorella Maryam è attualmente in esilio invece.
In esilio sì, un doloroso esilio visto che non può vedere padre e sorella in carcere, per una condanna ricevuta il 1° dicembre per aggressione a pubblico ufficiale mentre si trovava all’estero.
Leggi:
Sulla famiglia Al-Khawaja
Sulla lotta in Bahrain

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Una lettera di Zainab da una cella del Bahrain: piccola immensa donna

30 aprile 2013 1 commento

di Zainab Alkhawaja  [QUI ALTRO MATERIALE A RIGUARDO: leggi]
dal Carcere femminile di Isa Town (Bahrain)

I grandi leader sono immortali, le loro parole e le loro azioni risuonano attraverso gli anni, i decenni e i secoli. L’eco attraversa gli oceani e confini e diventa un’ispirazione che tocca la vita di tutti coloro che sono disposti ad imparare. Un o di questi grandi leader è Martin Luther King Jr. Mentre leggo le sue parole, immagino che ce le legge da un altro paese, un altro tempo, per darci delle lezioni molto importanti. Ci dice che, non dovremmo mai diventare aggressivi ed abbassarci al livello dei nostri oppressori, che dobbiamo essere disposti a fare grandi sacrifici per la libertà.

Zainab!

Non appena i semi di speranza e resistenza all’oppressione sono fioriti iniziato in tutto il mondo arabo, il popolo del Bahrain ha visto i primi segni di una nuova alba. Un’alba che ha promesso la fine di una lunga notte di dittatura e di oppressione,la fine di un lungo inverno di silenzio e paura, per diffondere la luce e il calore di una nuova era di libertà e democrazia.

Con questa speranza e determinazione, il popolo del Bahrain è sceso in piazza il 14 febbraio 2011 per chiedere pacificamente i loro diritti. Le loro canzoni, poesie, dipinti e canti per la libertà sono stati accolti con proiettili, carri armati,sostanze tossiche, gas lacrimogeni e birdshot. Il brutale regime Al Khalifa era determinato a porre fine alla creatività e alla rivoluzione pacifica ricorrendo alla violenza diffondendo la paura.

Di fronte alla brutalità del regime, il popolo del Bahrein ha mostrato un grande auto controllo. Giorno dopo giorno, i manifestanti hanno stretto fiori di fronte ai soldati e mercenari, che poi avrebbero sparato contro di loro. I manifestanti stavano a petto nudo e con le braccia alzate, gridando: “Pace, pace” [silmiyya, silmiyya] prima di cadere a terra, coperti di sangue. Migliaia di cittadini del Bahrein da allora sono stati arrestati e torturati per reati come “raduno illegale” e “incitamento all’odio contro il regime”.

Il padre di Zainab!

Due anni più tardi, le atrocità del regime del Bahrain continuano. I manifestanti del Bahrein vengono ancora uccisi, arrestati, feriti, e torturati perché chiedono la democrazia. Quando guardo negli occhi di manifestanti del Bahrein, troppe volte vedo che l’ amarezza ha preso il sopravvento sulla speranza. La stessa amarezza che Martin Luther King Jr. ha visto negli occhi dei rivoltosi nei bassifondi di Chicago nel 1966. Le stesse persone che avevano guidato importanti proteste non violente, che hanno rischiato la vita e l’incolumità fisica, senza la voglia di reagire, si sono poi convinti che la violenza è l’unica lingua ad essere capita da tutti nel mondo.

Io, come King, mi rattristo nel trovare gli stessi manifestanti che hanno affrontato a petto nudo e con i fiori carri armati e pistole, chiedersi: “Che cosa significa non- violenza? Che importanza ha la superiorità morale se nessuno ci sta ascoltando? ” Martin Luther King Jr. spiega che questa disperazione è naturale quando le persone che sacrificano tanto non vedono nessun cambiamento e capiscono che i loro sacrifici sono stati vani.

Ironia della sorte, il cambiamento verso la democrazia è stato così lento in Bahrain in quanto molte nazioni occidentali continuano a dare sostegno a questa dittatura. Attraverso la vendita di armi e il sostegno economico e politico, gli Stati Uniti e altri governi occidentali hanno dimostrato alla gente del Bahrain che sostengo la dittatura di Al-Khalifa a sfavore dei movimenti democratici.

Mentre leggevo le parole di Martin Luther King ho desiderato che fosse vivo. Mi sono chiesta che cosa direbbe sul supporto del governo USA ai dittatori del Bahrain. Che cosa avrebbe detto in merito a chiudere un occhio su tutto il sangue che è stato versato a favore della libertà. Tutto quello che dovevo fare era girare una pagina, e questa volta Martin Luther King non ha parlato a me, ma agli americani:

John F. Kennedy ha detto ‘chi rende impossibile una rivoluzione pacifica, rende inevitabile una rivoluzione violenta.’ Sempre più spesso, per scelta o per caso, questo è il ruolo che il nostro Paese ha assunto, il ruolo di chi rende la rivoluzione pacifica impossibile rifiutando di rinunciare ai privilegi e ai piaceri che provengono dagli immensi profitti degli investimenti all’estero. Sono convinta che se vogliamo stare dal lato giusto della rivoluzione mondiale, noi come nazione,dobbiamo innanzitutto rivoluzionare radicalmente i valori. Una vera rivoluzione di valori ben presto ci porterà a mettere in discussione l’equità e la giustizia delle nostre politiche passate e presenti.

Questi sono tempi rivoluzionari. In tutto il globo gli uomini sono in rivolta contro i vecchi sistemi di sfruttamento e nuovi sistemi di giustizia e di uguaglianza, stanno nascendo … Tutti noi dovremmo supportare queste rivoluzioni.
E ‘un fatto triste che a causa del comfort e della compiacenza … e della nostra propensione a regolare le ingiustizie,le nazioni occidentali si sono irritate così tanto da decidere di diventare anti-rivoluzionarie. Dobbiamo trasformare l’indecisione del passato in azione . Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare di pace … e si giustizia in tutto il mondo, un mondo che confina con le nostre porte. Se non agiamo, verremo trascinati in corridoi del tempo bui e vergognosi ,riservati a coloro che possiedono il potere senza compassione, potenza senza moralità, e forza senza vista.

L’eco delle parole di Martin Luther King ha viaggiato attraverso gli oceani, attraverso le pareti e le barre di metallo di una prigione del Bahrein, e nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza dalla mia cella minuscola,e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all’ascolto.

Essendo una prigioniera politico in Bahrain, cerco di trovare un modo per combattere dall’interno la fortezza del nemico, come la descrive Mandela. Non molto tempo dopo che sono stata messa in una cella con quattordici persone, di cui due sono condannate per omicidio, mi è stata consegnata l’uniforme arancione . Sapevo che non avrei potuto indossare l’uniforme, senza dover inghiottire un po ‘della mia dignità. Il rifiuto di indossare gli abiti dei detenuti proviene dal fatto che non ho commesso alcun reato, questa è stata la mia piccola disobbedienza civile. Negare il mio diritto a ricevere visite , e non lasciarmi vedere la mia famiglia e mia figlia di tre anni,è stata la loro risposta. Questo è il motivo per cui sono in sciopero della fame.

Gli amministratori della prigione mi chiedono perché sono in sciopero della fame. Io rispondo: “Perché voglio vedere la mia bambiana.” Essi rispondono, con nonchalance, “Obbedisci e la vedrai.” Ma se io obbedisco, la mia piccola Jude non vedrà sua madre, ma piuttosto una versione rotta di lei.

Ciò che rende difficile il carcere è che si vive con il nemico,a partire dalle cose più elementari. Se vuoi mangiare, ti trovi di fronte a loro con il vassoio di plastica. E ogni giorno, si deve affrontare la possibilità di essere preso in giro, urlato, o umiliato per qualsiasi motivo. Oppure, per nessuna ragione. Ma ho lasciato che le parole di grandi uomini e donne mi aiutassero in questi momenti difficili. Quando lo “specialista” ha minacciato di picchiarmi per aver detto ad una detenuta che ha il diritto di chiamare il suo avvocato, non gli ho gridato contro. Ho ripetuto le parole di King nella mia testa: “Non importa quanto i tuoi avversari siano aggressivi, l’importante è mantenere la calma”.

Finché un giorno, ne avevo avuto abbastanza di persone che mi dicono che godo di tutti i diritti a mia disposizione e rifiuto di prendermi le mie responsabilità . Dopo aver sentito questa frase più e più volte, sono scoppiata. E la cosa peggiore è che mi sentivo così frustrata che non ho potuto evitare di gridargli contro.

Ma poi non era stato un grande uomo a dire che la lotta per la giustizia “non deve diventare amara” e che “non dovremmo mai abbassarci ai livello degli oppressori?”.

Un medico è venuto a visitarmi e mi ha detto ” potrebbe cadere in coma, i suoi organi vitali potrebbero smettere di funzionare, i livelli di zucchero nel sangue sono così bassi, e tutto questo per che cosa … una divisa!”

Ho risposto: “Sono contenta che non eri con Rosa Parks su quel bus, a dire alla donna che ha scatenato il movimento dei diritti civili,” che lo ha fatto solo per una sedia. “Quando il medico mi ha chiesto del movimento afro- americano,gli ho offerto il libro di Martin Luther King. Se mi conoscessi sapresti che sono molto gelosa dei miei libri.

A volte, attraverso le sue parole, Martin Luther King è stato un compagno, un compagno di cella più che un insegnante. Egli dice: “Nessuno può capire il mio conflitto se non ha guardato negli occhi di coloro che ama ama, sapendo che non ha altra alternativa che prendere una posizione che li tormenterà.” Io lo capisco. Ha scritto come se fosse seduto accanto a me . “L’esperienza in prigione … è una vita senza il canto di un uccello, senza la vista del sole, della luna e delle stelle, senza la presenza di aria fresca. In breve, è la vita senza le bellezze della vita, è esistenza nuda, fredda, crudele, che continua a degenerare”.

Mio padre, il mio eroe e il mio amico, è stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo a sostegno dei diritti umani, ha come me, rifiutato di indossare l’uniforme grigia . Come al solito, il governo cerca di “farci stare al nostro posto “privandoci di ciò che per noi è più importante. Essi non permetteranno a mio padre di farmi visita e di ricevere visite della sua famiglia. E per schernirlo ulteriormente, per la prima volta, gli hanno detto che avrebbe potuto farmi visita se avesse indossato l’uniforme. La crudeltà è un marchio del regime Al Khalifa, ma mio padre ha un incrollabile coraggio e tanta pazienza. Nessuna pressione emotiva potrà farlo crollare.

La visita della famiglia è l’unica cosa che si aspetta in prigione. Io e mio padre non ci vedremo e non potremo vedere i nostri cari, ma la lotta per i nostri diritti continua. Porteremo nel cuore i nostri cari fino al giorno in cui potremo riabbracciarli.

Ieri mi sono addormentata guardando la porta della mia cella, con le sue sbarre di ferro, e ho sognato. Ma questa volta era un sogno piccolo e semplice, non di democrazia e libertà. Ho visto mia madre sorridente, tenere la mano di mia figlia, in piedi davanti alla porta della mia cella. Le ho viste a piedi attraverso la sbarra di metallo. Mia madre si sedette sul mio letto con me e mia figlia uno accanto all’altro,e la sua testa sul mio grembo. Io solleticavo Jude e lei rideva, e il mio cuore si riempieva di gioia. Improvvisamente sento un’ombra fredda e protettiva avvolgerci,alzo lo sguardo e vedo mio padre in piedi accanto al letto,che ci guarda e sorride. Sogno coloro che amo, è il loro amore che mi dà la forza di lottare per i sogni del nostro paese.

Zainab Alkhawaja
Carcere femminile di Isa Town

Articolo originale: http://www.jadaliyya.com/pages/index/10808/zainab-al-khawaja_letter-from-a-bahraini-prison

Traduzione: Rosaria Monaco

Il Bahrain dalle notti luminose e dalla repressione

22 settembre 2012 1 commento

Altre lunghe giornate e nottate di lotta nel piccolo arcipelago del Bahrain, che continua a rimanere avvolto da una fitta nebbia di silenzio mondiale. Non si fermano i giovani delle 33 isole che compongono il paese nelle mani di Hamad ibn Isa Al Khalifa, che già emiro, si autoproclamò re del Bahrein nel 2002.
Di confessione sciita ha sempre tenuto in piedi il suo potere immergendolo nella repressione, nella tortura,
ora, dal febbraio 2011 con una violenza a tappeto su una popolazione perennemente in conflitto,
con una carrellata di ergastoli e condanne che ha tolto dalle piazze buona parte dei quadri del pensiero ribello del paese.

Ma non ci si ferma: dalle piazze immense che non smettono di riempire strade, ponti, arterie nel più pacifico e popolare dei modi,
ai vicoli dei villaggi, difesi dalle molotov dei giovani ribelli, pescatori, braccianti, schiavi dei grandi cantieri delle metropoli ultramoderne che sorgono nelle principali isole dell’arcipelago del petrolio.
Una notte di fuochi che ha illuminato la terra tra i due mari, quella del 19..seguita dall’enorme corteo del venerdì, che ha visto 29 arresti e quindi chissà quante sessioni di tortura,
quanti lacrimogeni soffocanti lanciati tra gli stretti vicoli..
anche questa mattina le esplosioni dei candelotti lacrimogeni sono la colonna sonora del traffico di Manama.

Ma pare non interessi a nessuno, come non interessa a nessuno capire le varie componenti che si muovono nella ribellione siriana: eurocentrismo e antimperialismo accecato permettono scempi e massacri.
E inizia ad essere intollerabile.

[ALTRI LINK SUL BAHRAIN]

Il Bahrain conferma le surreali condanne agli attivisti

4 settembre 2012 2 commenti

SUL BAHRAIN: QUI

Tutto confermato, la rivoluzione più sconosciuta al mondo, quella che tutte e tutti si ostinano a non vedere,
continua a subire il pesante attacco repressivo del regime che tenta di abbattere dal 14 febbraio dello scorso anno.
Confermate 13 condanne, confermati gli ergastoli:
sarà carcere a vita per gli attivisti già in carcere da mesi e mesi, tra cui anche Abdulladi al-Khawaja, di cui molte volte ho parlato sulle pagine di questo blog.
Condanne in contumacia anche per alcuni blogger, che si aggirano tutte intorno ai 15 anni e che non hanno stupito minimamente gli attivisti e i familiari che continuano a combattere per le strade di Manama e del resto del paese.
E’ una conferma che palesa il funzionamento giudiziario, completamente alle dipendenze del regime di al-Khalifa, che sta piegando la popolazione sunnita e quella migrante.
Il resto del mondo ne ha parlato per due giorni, solo perché si è rischiato che la Formula1 dovesse far le valigia prima di veder partire i suoi bolidi, se ne è parlato solo perché i fumi dei lacrimogeni che tante vittime hanno fatto,
rischiavano di arrivare sulla passerella internazionale dell’automobilismo.
La solita vergogna, che non stupisce.
Dopo processi bufala, dopo torture subite, dopo l’impossibilità di incontrare avvocati per mesi, ecco che Hassan Mshaima’, Abdelwahab Hussain, Abdulhadi Al-Khawaja, Abdel-Jalil al-Singace, Mohammad Habib al-Miqdad, Abdel-Jalil al-Miqdad, Sa’eed Mirza al-Nuri, Mohammad Hassan Jawwad, Mohammad Ali Ridha Isma’il, Abdullah al-Mahroos, Abdul-Hadi Abdullah Hassan al-Mukhodher, Ebrahim Sharif,e  Salah Abdullah Hubail al-Khawaja continuano a rimanere nelle carceri.
Il docente Mahdi ‘Issa Mahdi Abu Dheeb, per “aver promosso uno sciopero degli insegnanti, sospeso il percorso educativo e incitato all’odio contro il regime” si è preso 10 anni!

Il silenzio del mondo è complice di tutto ciò.
Chi lotta per la libertà marcisce nelle carceri, sotto tortura.
FREE BAHRAIN, FREE SURIYA, FREE POLITICAL PRISONERS!

Bahrain: ora hanno anche Nabeel Rajab

6 maggio 2012 1 commento

E’ arrivato il turno di Nabeel Rajab, l’uomo a capo del Centro per i diritti umani in Bahrain.

E’ arrivato il suo turno, dopo il pestaggio di qualche mese fa, dopo tutto quello che qualunque attivista di quel paese subisce da sempre.
Era andato a Beirut per partecipare ad un convegno sui diritti umani, e ad esporre -come suo solito- le condizioni del piccolo paese arabo da troppi dimenticato.
Un rientro previsto per il 5 maggio, a Manama, proprio per potersi recare oggi perché era stato invitato a comparire in tribunale oggi, come racconta Hussain Yousif, coordinatore del Mena Bahrain Press Association ad Al-jazeera.
All’aereoporto lo attendevano due ufficiali e due uomini in borghese, che dopo avergli chiesto conferma della sua identità gli hanno comunicato il suo arresto e alla richiesta di una motivazione la sola risposta ricevuta è stato un “non lo sappiamo”.
Lo sappiamo noi invece, visto che nemmeno tre giorni fa altre organizzazioni che si occupano di diritti umani sono state chiuse dal democraticissimo monarcha sunnita,
lo sa chiunque ha nel cuore la sorte di Abulhadi al-Khawaja, a capo dello stesso centro di Nabeel Rajab, che per la sua attività in difesa della libertà e dei diritti umani, s’è conquistato un ergastolo, la tortura, ed ora vive in condizioni che nessuno conosce più, nel terzo mese di sciopero della fame.
Ora hanno nelle mani anche Nabeel, per la cui libertà dovremmo lottare tutti.
FREE NABEEL RAJAB
FREE Al_KHAWAJ
FREE BAHRAIN

Anonymous attacca la Formula1 in solidarietà con la lotta del popolo del Bahrain

20 aprile 2012 4 commenti

Non c’è niente da fare, io mi son proprio innamorata di questi Anonymous…
dalla solidarietà al movimento Notav con i tangodown alle forze dell’ordine italiane e a Trenitalia,
passando per il governo greco e la banca mondiale…
ora oscurano il sito della Formula1, che è appena approdata in Bahrain per correre il gran premio di domenica sul sangue di chi lotta per la libertà in quel piccolo paese a maggioranza sciita e governato da una feroce monarchia sunnita.
Una repressione sanguinaria, torturatrice, che ha regalato il carcere a vita a molti militanti che avevano ispirato le prime mobilitazioni, totalmente pacifiche.
Ora mentre nelle piazze del paese sono iniziati i “tre giorni della rabbia” i due principali siti della formula1 sono una pagina nera.
Io l’avrei fatta rossa, come il colore della benzina dei loro bolidi supersonici quando esplode …
Sarà che so’ roscia! 😉
Evviva Anonymous!
FREE PRISONERS
FREE BAHRAIN

BOICOTTA IL GRAN PREMIO IN BAHRAIN!

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La rivoluzione in Tunisia vuole ricominciare: “Via la nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”

9 aprile 2012 1 commento

A tutti coloro che evitano di parlare delle “primavere arabe”,
a tutti coloro che lo fanno strumentalmente parlando solo di Libia e Siria per cercare di convincerci che ci sia per forza la mano occulta imperialista dietro a chi alza la testa,
a tutti coloro che si sentono proprietari della rivoluzione, intrisi di occidente becero, pronti a dare dei salafiti, come dei sionisti, a chiunque ci metta la faccia e il cuore per cercare di capire i cambiamenti del Nord Africa e del Medioriente,
a tutti coloro che si schierano con gli Hezbollah per difendere Assad, parlando di “asse del bene”  usando gli stessi linguaggi e criteri geopolitici del dipartimento di stato americano,
a tutti coloro che attaccano chi scende in piazza dandogli dei pericolosissimi Fratelli Musulmani sunniti,
prendendo le loro parole dalle componenti sciite ( mamma mia si arriva anche a questo in Italia) senza nemmeno conoscere le varie componenti che da mesi e mesi riempiono le piazze arabe, da Tunisi a Manama…

leggete quel che accade nelle strade di Tunisi,
leggete come siamo solo all’inizio.
Leggete e capite quanto c’è da imparare ed amare nei giovani maghrebini e mashreqini che scendono in piazza
sfidando qualunque tipo di repressione.
LUNGA VITA ALLE RIVOLUZIONI CHE SI AFFACCIANO PER LE STRADE DEL MONDO,
E CHE COMBATTONO CONTRO TUTTO E TUTTI, PER LA LIBERTA’…quella vera.
Ringrazio Infoaut per l’articolo e per gli aggiornamenti che seguiranno:

Duri scontri nel centro di Tunisi tra manifestanti e polizia che sta facendo ampio uso di lacrimogeni caricando un partecipatissimo corteo. Sembra che alcuni militanti del sindacato UGTT ed esponenti della società civile e dei partiti della sinistra radicale (come Hamma Hammami del Partito dei lavoratori tunisini) siano stati selvaggiamente pestati e poi arrestati. Alle 10am l’appuntamento era sull’Avenue Mohamed V con l’obiettivo di dirigersi verso l’Avenue Bourguiba interdetta alle manifestazioni da un provvedimento imposto dal Ministero degli Interni. Quest’ultimo approfittando dello show architettato lo scorso 28 marzo dalle fazioni salafite nel centro della città aveva promulgato il divieto a manifestare sull’Avenue Bourguiba, decisione contestata dai movimenti di lotta che fin da subito hanno tentato di respingere la provocazione congiunta di salafiti e polizia

Sabato 7 aprile un grande presidio organizzato dal Coordinamento dei Diplomati Disoccupati era stato attaccato dalle forze dell’ordine che a suon di manganellate e lacrimogeni erano riusciti a scacciare dal centro (dopo una lunga resistenza) i disoccupati in lotta. E da settimane andava avanti la repressione contro l’associazione dei martiri e dei feriti della rivoluzione che più volte hanno tentato di avvicinarsi al Ministero dei Diritti dell’Uomo per far sentire le proprie ragioni contro un ministro che da quando si è insediato, al di là di qualche futile sortita mediatica, ha risposto ordinando pestaggi e provocazioni poliziesche contro l’associazione.

Insomma la misura era colma per la piazza di Tunisi che in queste ore è tornata a battersi gridando “ il popolo vuole la caduta del regime!”, “viva la Tunisia, viva i Martiri”, “no alla nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”. Ma lo slogan che oggi assume un valoretunis_2 davvero importante per la Tunisia post Ben Ali è quello che recita: “il popolo tunisino è un popolo indipendente, noi non vogliamo né il Qatar né gli USA!”, il 9 aprile è infatti la data che ricorda i martiri tunisini della lotta anti-coloniale contro i francesi, una data dai fortissimi lineamenti politici che oggi viene intelligentemente curvata dal movimento tunisino contro quei paesi che tramite politiche di debito e investimento (orientato verso le lobby affaristiche delle fazioni islamiste più o meno moderate) stanno tentando di scippare la rivoluzione alla Tunisia alle prese con un fragile termidoro islamista.

In questi minuti apprendiamo che gli scontri si stanno allargando anche ai quartieri limitrofi del centro di Tunisi con il proletariato giovanile della zona impegnato a dare manforte come sempre al movimento rivoluzionario. E’ la stessa piazza che solo un anno fa ha imposto il “game over” al rais Ben Ali e che ora torna a muoversi per staccare direttamente la spina a quella macchina perversa di un regime che tramite elezioni farsa e vesti moderate islamiste credeva di poter ricominciare a rapinare impunemente il popolo tunisino. Il 9 aprile in Tunisia non è più da oggi una ricorrenza retorica ma sta divenendo barricata su barricata, pietra su pietra, slogan dopo slogan una giornata della rivoluzione, della nostra rivoluzione globale contro l’1% del vecchio regime…

Seguiranno aggiornamenti… intanto ci uniamo allo slogan “Tahya Tunes”, “Forza Tunisia” con l’augurio che sia l’inizio della fine di questo breve termidoro!

 

Bahrain: di nuovo in arresto @angryarabiya

13 febbraio 2012 1 commento

Il volto di Zeinab!

Ancora lei, ancora piazza della Perla di Manama.
Ancora repressione, anfibi di regime, manette, caserme.
Le notizie degli ultimi minuti ci dicono che resterà in stato di fermo di polizia per almeno sette giorni.
Sappiamo quanto è forte questa giovane donna, sappiamo con quale dignità e coraggio manda avanti la sua esistenza, tra carceri e mobilitazioni: più di una volta abbiamo parlato di lei, ogni volta che è stata catturata, ogni volta che c’ha raccontato le condizioni di suo padre,
condannato all’ergastolo, e di suo marito, detenuto nello stesso carcere.
Il Bahrain non interessa a nessuno.
E’ un paesello piccolo, ricchissimo, dalle donne nere e dagli schiavi asiatici; è un paese di cui non si sa pronunciare il nome,
e non si vuole impararlo.

Domani sarà una giornata importante per quel paese: l’anniversario della prima manifestazione a Manama, l’anniversario dell’inizio delle inaspettate mobilitazioni che stanno mutando per sempre il paese, la sua popolazione, le sue donne.
Purtroppo Zeinab al Khawaja, che trovate su twitter come @angryarabiya non potrà esserci; costretta in una cella, come buona parte dei suoi cari.
Noi terremo gli occhi aperti.
FREE BAHRAIN
FREE ANGRYARABIYA!

AH! Dimenticavo…ieri il re Hamad bin Isa al-Khalifa, dittatore sanguinario del Bahrain, in un’intervista allo Spiegel Online fa un appello ad Assad. Gli dice, pensate voi la faccia come il culo, di prendere in considerazione le richieste del suo popolo.
Un torturatore, che chiede al capo dei macellai di esser clemente: se non ci fossero fiumi di sangue sarebbe una barzelletta.
In questo video, Zeinab…

Bahrain: a pestaggi, ergastoli e lacrimogeni, si aggiungono gli stupri

3 gennaio 2012 4 commenti

un ferito da un lacrimogeno al volto, poco prima di mezzogiorno oggi...per chiedere il rilascio di Hassan

Che giornate in Bahrain, dove da mesi si lotta per un po’ di libertà contro uno stato ed una repressione che ha pochi simili al mondo in violenza…il primo giorno dell’anno l’ennesimo funerale di un manifestante di 15 anni è stato scenario dell’ennesimo brutale attacco delle forze di sicurezza, con lacrimogeni, pallottole di gomma, e tante, tante bastonate.

Ogni tanto abbiamo parlato di quella piccola striscia di terra tra i mari,
abbiamo parlato di ergastoli e sentenze a morte nei confronti di numerosi attivisti per i diritti umani, abbiamo raccontato di come i medici sono stati arrestati…spesso tutto quel che son riuscita a raccontare veniva dalla testimonianza preziosissima e quotidiana di @angryarabiya,
giovane militante che ha conosciuto bene la repressione sulla sua pelle (l’ultimo suo arresto è di un mese fa) e su quella dei suoi cari: ergastolo al padre, una pesante condanna al marito.

Ieri si è parlato di revisione dei processi nei confronti degli attivisti, anche di quelli che son stati sentenziati a morte, o al carcere a vita: poi in realtà questa mattina in aula stanno cercando di accusare anche gli ergastolani di altre cose, precedenti ai fatti della condanna.
ieri, stessa giornata in cui alcuni villaggi soprattutto ad Al-Aker e Sitra, sono stati colpiti dalle cariche della polizia, dalle bastonature e dal fitto lancio di quegli strani lacrimogeni privi di etichetta che stanno intossicando il paese.
Strani mostri neri, senza nome nè composizione, sparati come fossero acqua su chiunque prova a manifestare.

E’ di pochi minuti fa la drammatica notizia dell’ennesimo arresto di Hassan Awns, che malgrado la sua età ha già conosciuto le prigioni del suo paese approfonditamente, tanto che questo è il suo quarto arresto.

Hassan Awns, 18 anni, stuprato e torturato... è stato riarrestato oggi

Hassan ha raccontato poco tempo fa quale tipo di tortura è stata compiuta sul suo corpo: è stato ripetutamente stuprato, oltre che pestato, e dal giorno del suo rilascio non ha mai avuto pace, con continue minacce e messaggi che lo stupro sistematico sarebbe ricominciato presto.
Ha riconosciuto nell’ufficiale  Yousif Al- Mulla Bkheet il suo aguzzino e stupratore, ed è probabilmente colui che lo tiene detenuto in questo momento
Tanto che dopo il suo arresto di questa mattina sul suo posto di lavoro, un centinaio di persone sono immediatamente corse a chiederne il rilascio davanti alla stazione di polizia dove è detenuto in questo momento, e dove ci son scontri da un’ora.
Hassan ha 18 anni, vive a Samaheej , Bahrain…un paese che interessa a pochi.

FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!

Arrestata e liberata @angryarabiya

26 novembre 2011 5 commenti

Zeinab al Khawaja è una donna straordinaria, che vive in Bahrain.
Un’attivista incredibile, istancabile, forsennata quasi nel suo non mollare mai, per la strada come in rete, nei tribunali come nelle carceri.
Si perché la storia di Zeinab, che conosciamo tutti grazie all’enorme e unico lavoro che fa in rete attraverso il suo twitter e il suo blog, è una delle più tristi di quel paese, il Bahrain, che sta massacrando la sua popolazione da mesi.
Da sempre: ogni volta che s’è provato ad alzare la testa per liberarsi del regime.
Il Bahrain però non molla, molla meno di molti altri paesi che in qualche modo hanno dovuto affrontare la primavera araba e il desiderio inarrestabile di farla fine con i regimi.
Zeinab ha suo padre in carcere, suo marito in carcere, suo zio in carcere: ma non la fermano lo stesso, anzi.
Se sappiamo qualcosa del Bahrain è grazie a questa donna, privata dei suoi affetti e di qualunque libertà, ma con un coraggio e una forza rara.

Oggi c’ha fatto decisamente prendere un colpo, durante l’ennesima manifestazione con scontri nella piazza delle Perle, a Manama, capitale del Bahrein: presa dalle forze di sicurezza, per un po’ non ha dato suo notizie, facendo mobilitare immediatamente migliaia dei suoi lettori.
Forse è stato questo il motivo, ma fortunatamente è tornata presto libera, almeno lei, di tornare a casa.
Bentornata alla libertà, cara @angryarabiya e non stare lì a scervellarti sul fatto che si più fortunata di altri, che il tuo nome risuona nel mondo e quindi non è facile impallinarti o darti il carcere a vita come è per gli altri: facciamo in modo che questo clamore abbracci anche tutti gli altri che lottano su quella rotonda, e per tutto il paese.
LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI DEL BAHRAIN
FREE BAHRAIN
QUI UN PO’ DI LINK DI QUESTO BLOG SUL BAHRAIN E LA SUA LOTTA PER LA LIBERTA’

Nel video le immagini di Zeinab, oggi

Ventiquattro anni, attivista in Bahrein, donna. Irriducibile.

di Annalena Di Giovanni

dal Bahrain

«Scendo in strada a protestare da quando avevo diciassette anni, ma il titolo di attivista di diritti umani me lo sono guadagnato soltanto l’anno scorso: finalmente la polizia mi ha picchiata. Qui, la gente è abituata che se sei un attivista devi aspettarti il manganello della polizia e finchè non ti capita, nessuno ti prende sul serio». Zeinab Al Khawaj, classe 1983, ha fatto il giro del mondo nelle foto che la ritraevano per le strade del Bahrein, munita di cartelli e megafono, a rivendicare i diritti della sua gente. Il padre, Abdelhadi al Khawaj, è tuttora sulla lista nera del governo al Khalifa, entrando ed uscendo dal carcere mentre la figlia si arrangia quotidianamente cercando di fare la giornalista in un paese in cui la stampa è cosa del re.

«Sono nata lontana dal Bahrein. Mio padre aveva studiava a Londra, poi ci siamo trasferiti in Danimarca. La pressione sulla mia famiglia era tale che mio zio venne arrestato per aver visto mio padre all’estero, e suo cugino sempliemente per avergli telefonato una volta. Sapevamo che rientrare nel paese sarebbe costato l’arresto a mio padre, e l’unica volta in cui ci ha provatoè stata quando è morto mio nonno; lo trattennero all’aereoporto per 14 gorni stracciandogli il passaporto ma non poterono arrestarlo e torturarlo perchè ormai era una figura troppo nota nelle associazioni per i diritti umani. Quel che faceva era semplicemente redigere rapporti per un’associazione di diritti umani su quanto accadeva in Bahrein. Negli anni novanta il notro paese era sottosopra, c’erano proteste e scontri con la polizia tutto il tempo. La gente del Bahrein, in genere, è molto sveglia dal punto di vista politico. E quando la gente conosce i propri diritti, difficilmente se ne sta zitta. Inoltre, al contrario degli altri paesi del Golfo – come gli Emirati arabi, dove i cittadini possono contare sul sostegno dello stato – , la povertà in Bahrein è altissima, e la minoranza sunnita governa una popolazione originaria sciita. E le ineguaglianze sono sotto gli occhi di tutti: ci sono i troppo ricchi e i troppo poveri, senza casa, senza lavoro e senza niente di cui sfamare la famiglia in una piccola isola che produce gas, petrolio e che è il centro mondiale delle banche islamiche. Anche adesso, quella del Bahrein rimane una dittatura. Ma è lontana dagli eccessi del precedente re Issa. Ai suoi tempi, la polizia semplicemente arrestava tutti, chiunque fosse in strada, compresi bambini di dieci o dodici anni. Le torture erano orrende: strappavano le unghie, usavano il ferro da stiro sui corpi, oppure li trapanavano. Alcuni torturatori erano personaggi molto noti, lo sono tuttora, sono sempre qui ed in genere fanno affari d’oro, ma per legge non li puoi processare o accusare di niente.»

«Non avevamo passaporto, nei paesi arabi eravamo sulla lista nera e il nostro solo documento d’identità era un pezzo di carta del governo danese, l’unico disposto ad accoglierci, che ci dichiarava profughi politici. Quindi sono cresciuta in Danimarca, ma sono venuta sù con la testa in Bahrein. Senza averlo mai visto. Frequentavamo soprattutto i profughi come noi, ci facevamo spedire le cassette della televisione del Bahrein, e a casa mia si poteva parlare solo arabo. E quando siamo arrivati qui per la prima volta,avevo diciotto anni. Per me è stato un ritorno a casa. Ho ritrovato una famiglia che non sapevo di avere: centinaia di cugini, zii, nonne. In Danimarca, non ero nessuno. Qui sono Zeinab alKhawaj, e so da dove viene la mia famiglia. Qui, so chi sono.

Qui sono diversa da tutti, perchè sono cresciuta in Europa. Ma infondo sono diversa da quando sono nata. Portare il velo, in Danimarca, mi aveva già resa diversa da tutti. Anzi, il trauma di tornare qui è stato proprio il ritrovarmi uguale a centinaia di altre ragazze! In Danimarca era difficile: piangevo tutte le notti dicendo che volevo tornare al mio paese. C’è un gran razzismo, la gente ti urla contro in strada a volte, non è cosa comoda essere musulmani e portare il velo da quelle parti. Devi essere forte, saperci passare sopra. Adesso che sono tornata qua, so che sono quella che sono anche perchè sono cresciuta là».

Il Golfo sta cambiando in fretta. Sotto una pioggia di milioni e cemento, la cultura araba lascia il posto ad un retaggio artefatto nel quale al Bahrein – una piccola isola forte di una cultura millenaria meticcia, pescatrice e sciita – si cerca di sovrapporre una storia inesistente, fatta di cammelli e gente del deserto. Qualcosa che la avicini a Dubai, insomma. «C’è grande eccitazione nel Golfo, senza che nessuno si fermi a chiedere chi pagherà il prezzo del cambiamento. In Bahrein la gente non si pone il problema perchè la lotta è quotidiana, ogni giorno qualcuno finisce in prigione sotto elettroshock e tortura, non hai tempo di chiederti come stia cambiando la regione. Potrei accettare quello che il Bahrein sta diventando se fosse ciò che la gente vuole. Ma sento che ci sono categorie non rappresentare. Il governo vuole far sembrare il paese qualcosa che non è. Come i villaggi, dove la gente povera è nascosta da una facciata di belle case per impressionre i turisti. Una maschera. Anche Dubai ha spazzato via la cultura che c’era. Se parli con la gente degli emirati, te lo confermeranno. Tutto nuovo, tutto grande, tutto straniero. Quando vado là, sento che non c’è alcuna cultura, puoi soltanto fare shopping. Voglio dire, anche New York è una città recente piena di nuovi grattacieli, ma ha una sua cultura no? Per questo preferisco il Bahrein, anche se il resto del mondo non sa dove sia e pensa soltanto a Dubai. Ma negli Emirati i cittadini non sono poveri, il governo li mantiene, quindi là non trovi la lotta sotterrnea che agita il Bahrein, diviso com’è fra una maggioranza sciita povera ed oppressa ed una minoranza sunnita che ha in mano il paese, il petrolio, che manipola la storia e cancella la nostra identità persino nei testi scolastici. Passiamo il tempo a chiederci se faremo la fine dei nativi americani! Uno dei problemi che abbiamo, ad esempio, è che non abbiamo più accesso al mare, perchè la speculazione edilizia ha venduto tutte le spiagge agli stranieri. Ma noi siamo isolani, abbiamo bisogno del mare! Se vivrei a Doha o Dubai? Questo è il mio paese, e sento di avere degli obblighi nei suoi confronti. Mio padre dice sempre “Più cose sai, più resonsabilità sulle tue spalle”. E io sento la responsabilità di dover cambiare il mio paese, anche se è talmente frustrante».

Se nel Golfo stiamo diventando più religiosi? Credo che sia un fenomeno locale, non soltanto ristretto alla questione sciiti-sunniti in Bahrein. è un discorso identitario: vuoi cercare di preservare quello che sei. Ovunque vai, in Bahrein, trovi un Pizza Hut o un Macdonald. Ogni cosa è americana, film compresi. A volte ti fermi e pensi: io non sono così, non provego da questo mondo. Credo che per questo molta gente ricorre alla religione. Perchè, almeno nel nostro caso, la cultura popolare si è formata intorno alla religione. una questione culturale. In più, c’è il fattore dell’islamfobia mediatica, il fatto che noi musulmani siamo ritenuti tutti terroristi. Più hai l’impressione che la gente abbia dei pregiudizi su ciò che sei o credi, più ti ci attacchi».

«Poi c’è la questione dei diritti delle donne. Non siamo abbastanza protette dalle istituzioni, eppure la gente è ossessionata soltanto dalla questione del velo e dell’abbigliamento perde di vista i veri problemi. Ad esempio, le corti religiose (che regitrano matrimoni e divorzi, nda) qui sono molto ingiuste. Ti chedono tante di quelle prove, se vuoi divorziare da tuo marito. Eppure il divorzio, nell’Islam, è un diritto, tantopiù se tuo marito ti maltratta. Invece qui senti un sacco di aneddoti su donne che vanno in corte, dopo essere state picchate diverse volte, magari con un braccio rotto, e si sentono dire: “torna a casa e risolvila con tuo marito”. Poi ci sono le donne divoriate, spesso emarginate o lasciate senza alimenti. Ma la gente perde di vista questi problemi e si concentra sul velo. Adesso c’è tutta questa moda di attivismo in stile: “Vogliono obbligarci a portare il velo, ha ragione l’Occidente!” il fatto è che qui la questione non è il velo. Il velo è soltanto un pezzo di stoffa in testa. Puoi metterlo o non metterlo, non è una questione di diritti civili. I problemi, per le donne, sono ben altri. Ma la stampa occidentale ha trasformato il velo in un simbolo di oppressione. Ed è andata a finire che un sacco di gente, ormai, quando sente le donne rivendicare diritti la boccia come propaganda occidentale anti-velo, e il discorso si chiude lì.»

Bahrain: anche le buone notizia non hanno alcuno spazio!

14 luglio 2011 6 commenti

Ecco Ayat al Qarmezi, appena liberata! Che foto!!

Non esiste un’agenzia stampa italiana che ne parli, che cosa assurda.
Eppure non è proprio una notizia da poco, nemmeno per la demagogia occidentale, nemmeno per la stampa italiana così misera e provinciale.
Non se ne sono accorte nemmeno le donne in piazza a Siena, le donne del popolo  viola e violetto, rosa e scarlatto.
Tutto tace sulla liberazione di Ayat al Qarmezi, 20 anni, piccola donna velata del Bahrain, grande e coraggiosa donna, dolce e fortissima poetessa, orgogliosa detenuta per 106 giorni.
Con l’accusa di aver letto una poesia in piazza, durante una delle manifestazioni che hanno “invaso” la piazza delle Perle di Manama.
Una lotta completamente pacifica, che ha ricevuto come risposta una repressione pesantissima, con cecchinati qua e là, con retate e rastrellamenti, con persone prese e arrestate dai reparti d’ospedale…con ergastoli, già regalati come fossero acqua.

Ma tutto tace.
Quello sputo di terra tra i due mari non interessa a nessuno: anzi, il merdoso regime che tiene sotto scacco l’intera popolazione va sostenuto e foraggiato…questo è. Anche se non mi ci rassegno.

Ayat dopo la sua scarcerazione racconta di non aver subito torture, fortunatamente, ma ha voluto sottolineare quante ne avvengono nelle celle di quel paese, ai danni di persone che hanno semplicemente partecipato a cortei, o hanno tentato di esprimere il loro pensiero.
Nessuno ci racconta che più di 300 studenti sono stati esclusi ed espulsi dagli istituti dove erano regolarmente iscritti, perché “attentavano alla sicurezza nazionale”, alla sicurezza della famiglia Khalifa, che da 250 tiene in mano il potere.
Gli studenti messi sotto inchiesta ed espulsi hanno subito interrogatori in cui gli si chiedeva se avevano account sui social network (costretti poi a fornire i dati d’accesso), se hanno mai partecipato a cortei nella loro vita, se hanno mai visto piazza delle Perle e in quali occasioni…punto.
Altro non interessa, basta quello per una condanna o per l’esclusione dagli studi.
I detenuti spesso non hanno diritto a colloqui e comunque dai primi arresti di marzo, le famiglie non hanno mai incontrato i loro cari per più di 7 minuti.

Intanto almeno festeggiamo la liberazione di una piccola donna, entrata nella sfera non sempre piacevoli degli “eroi”, per quella poesia urlata al mondo. Mabrook Ayat, buona libertà e buona lotta.

Siria: cecchini, tortura, carcere…what else?

9 luglio 2011 6 commenti

Ogni venerdì è una scia di sangue.
Ogni venerdì le immagini che arrivano sono più raccapriccianti.
Ogni venerdì si cambia luogo, ma la scena è sempre la stessa: forze di sicurezza che entrano in massa in villaggi e città, ragazzi cerchianti, gruppi in borghese che corrono armati sparando sul volto di quelli che incontrano.
Ora è Hama la città assediata e senza respiro.

Syrian Ibrahim Jamal al-Jahamani, who was recently released from Syrian… (AP Photo/Raad Adayleh)

Poi ci sono i racconti dal confine turco, i racconti degli 11.000 che sono saltati al di là del confine e osservano terrorizzati i soldati siriani sulle colline a meno di un chilometro, che pattugliano le zone sfidando i limiti territoriali a caccia di chi scappa.
Poi ci sono i racconti di chi dalle carceri riesce ad uscire: dopo un paio di settimane o mesi di detenzione e soprusi, alcuni riescono a raccontare quello che hanno visto e soprattutto sentito nelle fatiscenti carceri siriane, dove tutto accade.

La storia del giovane Tamer è probabilmente simile a molti altri: ma di lui abbiamo nome e cognome: Tamer Mohammed Al-Sharei, di 15 anni arrestato ad una manifestazione ed uscito morto dal carcere col corpo martoriato.
“Arrestato in un sobborgo di Damasco, è stato massacrato lungo nove eterni interrogatori nei quali il suo corpo è stato brutalizzato in ogni sua parte, dalla testa ai testicoli, con la richiesta di urlare amore e devozione per il presidente Bashar al-Assad.Polso e avambraccio fratturato, denti rotti, il ragazzo ha perso conoscenza ma è arrivato un medico per rianimarlo, gli hanno fatto un’iniezione ed hanno cominciato a picchiarlo di nuovo, per poi lasciarlo per terra come un cane, che non aveva più la forza nemmeno di implorare aiuto ai genitori”, questo racconto è fatto da Jamal Ibrahim al-Jahaman, anche lui arrestato durante una manifestazione a Damasco e rinchiuso in questo centro di detenzione gestito dalla Syria’s Air Force Intelligence, per poi esser rilasciato il 31 maggio dopo circa 5 settimane.

E’ stato lui a riconoscere il corpo del ragazzo in un video che girava in rete: mentre la mamma urlava “questo è mio figlio” davanti a quel che rimaneva del corpo torturato del suo ragazzo, il suo compagno di prigionia l’ha riconosciuto ed ha iniziato a raccontare.
Malgrado la difficoltà di reperire notizie direttamente dalla Siria, quel che circola in rete parla chiaro.
Anche oggi i funerali di alcuni ragazzi sono stati cerchianti: 7 morti, come se niente fosse.
Nel frattempo tiriamo un sospiro di sollievo per un amico che ha riacquistato la libertà, dopo giorni di detenzione…

anche tu ya Bashar, sei destinato a fare una brutta fine.
Lunga vita a chi si ribella, a chi sfida i cecchini, a chi urla libertà!
Da queste immagini si vede bene come si muovono i reparti speciali e le forze di sicurezza…

Il Bahrain sentenzia: ERGASTOLO

22 giugno 2011 6 commenti

Nel silenzio totale del pianeta intera il Bahrein prosegue con la repressione: prima a suon di fucilate nelle piazze, ora con il carcere a vita per gli attivisti catturati.  Fine pena mai, ergastolo, perpetuità per dieci esponenti del movimento d’opposizione, leader sciiti che avevano partecipato e fomentato le proteste, completamente pacifiche, dei primi mesi di quest’anno. Al-Jazeera parla anche di diverse condanne minori (un massimo di cinque anni) per altri prigionieri.  I condannati all’ergastolo lo sono per “complotto in favore di un colpo di stato”.

Chissà se il mondo se ne accorgerà.

Immagini agghiaccianti dal Bahrain!

16 marzo 2011 9 commenti

Manama,capitale del Bahrain, oggi

Ne parlavamo questa mattina
Gli ultimi aggiornamenti dal Bahrain parlano soprattutto di ospedali attaccati dalla polizia e dai militari con estrema violenza: sono molte le testimonianze riportate da Al-jazeera di pestaggi nei confronti dei medici, contemporanei alle dichiarazioni del ministro degli interni che parlano di “sforzi per garantire l’arrivo delle ambulanze dove ci sono i feriti”. All’ospedale di Salmaniya la situazione è peggiorata: i tank bloccano gli accessi e ci sono più di 400 feriti che attendono di essere medicati. Per quanto riguarda i primi numeri, sembra che il contingente straniero sia composto da un migliaio di soldati sauditi e la metà circa dagli Emirati arabi (il Qatar starebbe valutando in queste ore se inviare o no i propri soldati).

Nel frattempo il coprifuoco è scattato almeno fino all’alba di domani mattina … le strade si sono svuotate, la connessione internet funziona a rilento ed è praticamente inutilizzabile, l’attenzione mondiale è rivolta altrove.

Oggi, nel Bahrain

il Bahrain e l'oblio del mondo

Bahrain: fuoco e fiamme si abbattono sui manifestanti

16 marzo 2011 5 commenti

Non ci siamo mai dimenticati del Bahrain, anche se di spazio questo blog non gliene ha dato proprio tantissimo. Spazio comunque quel paese non ne trova sulla stampa internazionale -sulla nostra poi, figuriamoci!-  malgrado dal 19 febbraio la popolazione non voglia lasciare piazza della Perla, nella capitale Manama, qualunque trattamento gli riservino le forze dell’ordine.
Un regime in mani sunnite, con una popolazione in larga parte sciita è il panorama confessionale del paese, ma le rivendicazioni della piazza più che spaccature religiose richiamano l’attenzione su riforme sociali ed economiche. Questa notte i rivoltosi avevano rivolto un appello al mondo, di intervenire o comunque puntare la propria attenzione su un prossimo “orribile massacro” all’interno dei confini del regno: un ragazzo, l’ennesimo, è stato ucciso in serata nel villaggio di Sitra, a soli 15 km dalla capitale.

Oggi l’attacco è partito all’alba: era ancora notte fonda quando la polizia ha dato l’assalto alla piazza con carri armati, elicotteri, camionette e pullmann di trasporto truppe lanciando centinaia di lacrimogeni. Le tende che da due mesi ospitano i manifestanti sono andate subito a fuoco; alle 9 di mattina il bilancio era già di cinque manifestanti uccisi (poco fa si parlava di due morti anche tra i poliziotti).
Al-Jazeera racconta dettagliatamente l’attacco di questa mattina, con gli elicotteri che volavano bassi e sparavano sul presidio che, come una tonnara, veniva circondato e attaccato su tutti i lati. Anche l’ospedale, come nei primi giorni della rivolta di febbraio, è stato attaccato dalle forze di polizia: tutto bloccato, per evitare qualunque genere di soccorso ai feriti che arrivano dalle strade.«Il Bahrain international hospital è stato attaccato dalla polizia anti-sommossa che ha bucato le ruote di un’ambulanza per evitare che i feriti potessero esser salvati», si legge sul sito dell’agenzia pan-sciita Abna, con sede in Iran, secondo cui il primo «martire» dell’assalto odierno si chiama Jaffar Sadiq, di Karrana, località a ovest della capitale. «L’ospedale Salmaniya è stato invece bloccato dagli agenti e ora non c’è nessuno nell’edificio».
L’appoggio militare arriva anche dall’altro lato del confine: truppe saudite stanno entrando nel paese, sostenute dal GCC (consiglio per la cooperazione dei paesi del Golfo), per “proteggere il paese”, evitare escalation di rivolta sempre più pericolose, fermare “l’ingerenza iraniana”. Capito si, che bella scusa! Ma quali ingerenze iraniane e sciite…la popolazione del Bahrain vive da anni sotto una dittatura feroce e assassina, senza poter reclamare mai un minimo di dignità, non dico di libertà.
Nessuno ne parla però… malgrado ora sia occupata militarmente da truppe straniere che hanno il compito di sedare una rivolta che chiede diritti, dignità, libertà.
Parlano di democrazia quando fa comodo a loro… e quelle son zone strategiche per gli equilibri economici e militari ( il Bahrain ospita la Quinta flotta  statunitense ), non una foglia ha il diritto di muoversi.

Su Al-jazeera ci sono molti video interessanti a riguardo e QUI un po’ di immagini strazianti

Sunniti contro sciiti e cristiani, nell’impotenza delle forze di sicurezza irachene

4 novembre 2010 1 commento

Il 22 febbraio 2006 è stato uno dei giorni più drammatici della storia millenaria dell’Iraq. Del mondo islamico in generale. La cupola d’oro della moschea di Samarra, mausoleo sciita dove riposano due dei dodici imam più venerati, cento chilometri da Baghdad, collassò per effetto di un attentato devastante. In una settimana la rabbia sciita causò ladistruzione di almeno cento moschee sunnite e la morte di mille e cinquecento persone. 

Samarra prima e dopo

Per molti quel giorno segna il punto di non ritorno della lotta interconfessionale, nel cuore dell’Islam e dell’Iraq. Negli ultimi anni le cose erano andate meglio, fino allo spostamento del grosso delle truppe Usa nel Paese, reindirizzate verso l’Afghanistan. L’azione di ieri, però, con almeno undici cariche esplosive piazzate in quartieri sciiti di Baghdad, che hanno ucciso almenocento persone, hanno riportato l’attenzione su una tensione che divide l’Islam, non solo in Iraq. Il vaso di Pandora è stato aperto e adesso è molto difficile richiuderlo.

 

L’Iraq è senza governo da marzo, quando le elezioni sono state vinte da Iyad Allawi, l’unico candidato che ha fatto del discorso multireligioso un punto fermo del programma. Il premier uscente Nouri al-Maliki, però, ha giocato il tutto per tutto e, sciita come Allawi, ha radicalizzato le sue posizioni, avvicinandosi all’ayatollah sciita radicale Moqtada al-Sadr, che molti ritengono manovrato dall’Iran, Paese dove si è rifugiato da tre anni. L’ultimo tentativo di mediazione saudita, che guarda con preoccupazione all’evoluzione politica (e religiosa) delle faccende irachene, è naufragata.
L’Iraq sembra sempre più vicino alle posizioni sciite più radicali e i gruppi sunniti, alcuni dei quali ritenuti vicini ad al-Qaeda, si fanno sentire per imporre la loro agenda, ostile all’influenza iraniana.
I gruppi sunniti più radicali parevano essere stati messi fuori gioco, dopo che il generale statunitense Petraeus (spostato anche lui in Afghanistan), era riuscito a comprare la fedeltà dei cosiddetti Consigli del Risveglio, milizie tribali sunnite, che si erano occupate di ripulire le loro zone dagli ‘stranieri’, come vengono chiamati i mujhaiddin internazionalisti accorsi da tutto il mondo islamico dopo l’invasione della Coalizione internazionale del 2003. Appena gli Usa hanno allentato la presa, però, gli sciiti al governo – al-Maliki in testa – non hanno rispettato i patti, rifiutandosi di coinvolgere i sunniti delle milizie nell’esercito e nella polizia. Questo ha riportato molti sunniti sulle antiche posizioni radicali, anche perché la deriva sciita del Paese e la crescente influenza iraniana preoccupa pure loro.

Nel mezzo di questa lotta di posizione si viene a trovare, indifesa, la comunità cristiana. Domenica 31 ottobre, a Baghdad, un commando ha assaltato una chiesa cristiana.Quarantaquattro le vittime, tra assalitori, ostaggi e forze di sicurezza irachene che (appoggiate dagli Usa) hanno fatto irruzione nel luogo di culto. Sparando all’impazzata, secondo le ricostruzioni. Lo Stato Islamico d’Iraq (Isi), sigla ritenuta vicina ad al-Qaeda, ha rivendicato l’assalto, definendo i cristiani ”bersagli legittimi”.
L’accusa, senza riscontri, è alla chiesa cristiana copta d’Egitto. Secondo gli integralisti, due donne copte si sarebbero convertite all’Islam e per questo sarebbero ‘detenute’ in un convento al Cairo.
L’Isi aveva dato un ultimatum di due giorni per liberare le due donne.
La vicenda pare, a prescindere da eventuali riscontri, un pretesto per proseguire quella’pulizia etnica’ denunciata dal Sinodo Vaticano sul Medio Oriente nei giorni scorsi. Obiettivo delle frange estremiste, sunnite e sciite, è quello di liberarsi della comunità cristiana per dividersi il nuovo Iraq. Una lotta sanguinosa che la polizia e l’esercito iracheno non paiono in grado di contrastare. L’amministrazione Usa, dal 2004 a oggi, ha
speso ventidue miliardi di dollari nella formazione di poliziotti e soldati iracheni, nel tentativo di affidargli l’ordine pubblico. La situazione, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni, è molto lontana dall’essere sotto controllo. Un’inchiesta del New York Times, pubblicata il 24 ottobre scorso, emerge che la dipendenza da alcool e droghe tra le forze di sicurezza irachene è dilagante.
”Ho iniziato nel 2004…dopo un mese di turni continui”, racconta al Nyt Jasim Harim, 29 anni, soldato di stanza a Baghdad. ”Mi sentivo un bersaglio disegnato addosso, mi pareva che tutti volessero uccidermi. Mantenere la calma era impossibile…sono scivolato lentamente nelle droghe. Adesso non riesco più a farne a meno”. Si va dalle tradizionali eroina, hashish e marijuana fino a una verisione iraniana del Valium, chiamata Sangue, per il colore rosso della scatola. Passando per l’Abu Hajib (Sopracciglia del padre) e ilLabenani, ma non mancano anfetamine e antidepressivi. Molto diffuso anche lo ‘sciroppo’, nome in codice della vecchia grappa Arak, nascosta in flaconi di medicinali. ”Il problema è dilagante”, spiega il colonnello dell’esercito iracheno Muthana Mohammed, seppur il ministero della Difesa di Baghdad smentisce. ”Credo che la metà degli uomini di esercito e polizia abbiamo questo problema. Quando arrestano uno spacciatore, lo rilasciano e lo fanno lavorare per loro. Ma il dramma non riguarda solo i militari, tutta la società irachena è nei guai. La roba arriva da Iran e Afghanistan e il traffico è gestito dai guerriglieri che si autofinanziano”.

Christian Elia, Peacereporter

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