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Posts Tagged ‘Arabia Saudita’

Un racconto di incontri, tra Kathmandu ed Addis Abeba, passando per Dubai

1 marzo 2015 Lascia un commento

Oggi vi faccio un regalo che chissà se vi meritate.
Vi apro un pezzetto della mia porta e vi faccio conoscere una sorella: una di quelle donne che son la fortuna della vita mia. Di quelle che non vedo mai perché chissà dove sono, di quelle con cui però chiacchiero e rido sempre,
di quelle che poi quando finalmente le riesci ad incontrare in qualche angolo di mondo si annullano i mesi e gli anni di lontananza con quegli abbracci urlati che son rari.
Che son vita. Amore puro.

Oggi vi presento una sorella che mi fa il più grande dei regali possibili. Sempre.
Mi porta attaccata, sempre, ad un foulard, ad uno scialle, infilata in un taschino: mi permette di vedere un mondo che non posso vedere perché mi porta con lei, perché basta parlarle un po’ e il mondo che vive mi entra negli occhi e mi permette di fruirne un po’, di sentirne il calore umano.
Grazie alla mia Giovanna ho visto tanti luoghi che chissà se potrò mai vedere,
Grazie alla mia Giovanna mi sento meno reclusa, meno incastrata, meno incapace di deambulare per le polveri della terra come vorrei, come mi rende orgogliosa la mia Giovanna.
E allora oggi la voglio ringraziare così, davanti a tutti voi, e le voglio ancora chiedere un favore:
non ti scordare mai di avvolgermi al tuo collo, di tenermi stretta a te mentre sali su quei bus a chissà quali altitudini, per capire il mondo, per cambiare il mondo. Per amarlo.

Vi lascio con un pezzettino di ciò…

Ricordo il mio primo volo dal Golfo – dal Bahrein, per la precisione – a Kathmandu: ero l’unica donna in mezzo a uno stuolo di giovani uomini nepalesi, stanchi, sporchi, avvolti in coperte e pieni di borse e pacchi dalle forme curiose. Avevo un’idea confusa del paese verso cui stavo andando e solo mesi dopo avrei saputo pienamente apprezzare l’oscuro cartello appeso nella toilette dell’aereo che invitava al corretto uso del WC: NON ACCUCCIATEVI IN PIEDI SULLA TAVOLA MA SEDETEVI SOPRA. Credevo però di sapere a chi appartenessero quei volti giovani e stanchi: ecco gli schiavi degli anni Duemila, mi dicevo, la forza-lavoro globale del capitalismo avanzato, i dannati della terra. Non avevo mai visto il loro paese, ma pensavo all’effetto che i grattacieli e le spaventevoli autostrade a quattro corsie delle capitali del Golfo dovevano avere su chi aveva trascorso la propria vita in zone rurali, e non aveva – per esempio – mai utilizzato un WC.

Anni dopo, lo scorso novembre, raggiungo esausta l’aeroporto Tribuvhan di Kathmandu e mi metto in fila dietro alla ormai solita lunga coda di uomini. I più vecchi hanno trent’anni, ad alcuni sono appena spuntati i primi peli sul viso. Molti sfoggiano una tikā rossa in fronte, unica protezione contro gli ostacoli e i pericoli del viaggio. Un poliziotto si avvicina invitandomi ad attendere seduta. Dopo quasi un’ora ricompare e mi scorta fino al banco, facendomi saltare l’intera fila. Mi vergogno, ma nessuno sembra notarmi. Vorrei chiedere al poliziotto il perché di questo privilegio: non ho un biglietto business, non sono disabile e non ho bambini con me. È perché sono una donna? Perché sono straniera? Khairini (bianca)? Resto codardamente zitta e lo ringrazio.

Raggiungo il mio posto e per la prima volta siedo accanto a una migrante. So bene che esistono, ho lavorato con associazioni di donne migranti in Nepal, conosco le statistiche (sono circa il 13% dei migranti), e un’amica nepalese lavora oggi in una fabbrica alimentare in Malesia. Ho visto Saving Dolma un bel documentario dello scrittore e cineasta nepalese Kesang Tseten su una lavoratrice domestica in Kuwait. Tuttavia, nel pendolarismo tra l’Europa e il Nepal è la prima volta che mi capita di essere seduta accanto a una donna, e lo noto. La guardo da capo a piedi, dal nastro rosso che le raccoglie i capelli, ai sandali dorati. Stringe tra le mani una pochette rossa e dorata – tutto s’intona. Pare vestita a festa e piena di speranze. Deve avere notato il mio sguardo e forse per smorzare l’imbarazzo mi chiede, con un mezzo sorriso “Amrika”? Scuoto la testa e le rispondo nella sua lingua che sono italiana e vivo in Germania. Il viso di Bimala – questo il suo nome – s’illumina. Sembra una ragazzina e, tra le molte domande che mi rivolge, racconta anche di lei. Dice di avere tre figli, di dodici, sei e quattro anni. Da un anno lavora come domestica in Arabia Saudita per poterli mantenere e mandare a scuola. Le chiedo come si trova “bene, molto bene”, risponde raggiante con una punta di orgoglio. “Ti pagano bene?” le domando. Bimala fa una smorfia tra l’imbarazzo e il fastidio, guarda in basso e mormora, “Sì, bene”. Esita perché non la pagano da mesi? La pagano poco? Manda tutti i soldi a casa e non ha controllo sul denaro che guadagna? Vorrei chiederle molte cose ma non so come. Il mio nepalese non mi consente certo di articolare indirettamente le domande o di modularne il tono – e sono troppo stanca. Cambio argomento, e dopo qualche chiacchera pleonastica su quale sia il paese più bello tra Germania, Italia e Nepal, ci addormentiamo entrambe.

Circa cinque ore dopo sono nella saletta di transito a Dubai e aspetto il bus per arrivare al terminale da cui partirà il mio volo per Amburgo. Una giovane donna alta e sinuosa – il suo corpo riemerge da tutte le parti sebbene sia avvolto in una lunga e nera abaya mi porge assertivamente il suo biglietto e mormora “Addis Abeba”. Leggo che si chiama Almaz e il suo volo parte, come il mio, dal Terminale 3. La rassicuro “Aspetti l’autobus giusto, anche io parto da lì”. Lei sorride e incalza “dove vai?” – “Amburgo, Germania”. Mi guarda qualche secondo con sarcastica ammirazione. Non specifico la mia nazionalità, forse per pudore postcoloniale. Almaz ha qualcosa di incredibilmente attraente. Nonostante sembri stanca e provata, non trova pace. Si muove nervosa sulla sedia, getta occhiate interrogative. Mi richiama dal sonno – non riesco a staccarle gli occhi di dosso e mi arrendo quasi subito al desiderio di parlarle.

Prendiamo il bus insieme, Almaz mi siede vicino. All’inizio risponde laconicamente ai miei tentativi di conversazione, anche se sembrano farle piacere. Arrivate al terminale le dico che ho fame e vado a comprare qualcosa, lei preferisce stare seduta. Le lascio la mia valigia e torno con due tè e qualche croissant. Almaz dice che non mangia dolci perché da tempo ha male ai denti, ma è contenta del tè a cui aggiunge tanto latte e tre bustine di zucchero. Apre il suo zaino e mi offre una barretta di cioccolato. Questo piccolo convivio sembra rompere un argine. Almaz inizia a raccontare, in un inglese basilare ma incisivo. Dice di conoscere bene Dubai, dove ha lavorato due anni e mezzo come domestica prima di tornare in Etiopia per qualche mese, per poi ripartire con un nuovo sponsor saudita. I suoi due anni a Riyadh si concludono oggi, nel giorno in cui la incontro. “Dubai è OK – dice – l’Arabia Saudita è diversa, non è aperta”.

Gira il suo tè nervosamente con le dita ingrossate – ha un brutto taglio sul pollice “mi sono fatta male affettando la carne”, spiega. “Ho cucinato troppo” – e indica il suo bel viso che ha qualche macchia chiara. Crede che il fumo della cucina le abbia svaporato il volto, “non riesco a mandarle via con nessuna crema”. Mi descrive la sua routine quotidiana a Riyadh. Verso le 5 di mattina veniva prelevata dalla sua stanza e portata in una scuola dove aveva il compito di pulire i bagni e i pavimenti. Alle 7 tornava a casa, e iniziava l’ininterrotto lavorìo ai fornelli. “Un fratello arriva alle 12 e vuole il pranzo, un altro alle 2, e bisogna cucinare un pasto di suo gusto, e presto, altrimenti sono urla e schiaffi”. Ricorda con orrore la fatica di preparare il pasto serale durante il Ramadan.

In Arabia Saudita, come in vari altri paesi del Golfo e del Medio Oriente, vige il sistema kafala, che può essere tradotto come una sorta di affido (il sistema è, infatti, analogo a quello in vigore per l’affido di un minore i cui genitori naturali siano ancora vivi e rintracciabili). Nel caso dei migranti, il kafil (l’affidatario-datore di lavoro) è necessario affinché il permesso di soggiorno e di lavoro siano validi. I migranti pagano il kafil per l’intero pacchetto e sono a quel punto completamente alla sua mercé, e vulnerabili a qualsiasi forma di sfruttamento.

 

Il kafil di Almaz era la madre della famiglia che la ospitava, la matrigna alla quale si rivolge con il titolo di madame. A madame, Almaz ha versato i 10.000 riyāl (circa 2.300 €) necessari per essere assunta. Madame, a quanto racconta, trascorreva i suoi giorni in poltrona e quando non si lamentava dei suoi malori, sfogava la rabbia su di lei o in interminabili liti con il marito. “Lui era più facile però – dice Almaz – bastava dargli da mangiare”. Lei stirava, puliva, cucinava. E ancora, ad libitum. Non aveva giorno libero e soprattutto non poteva uscire o vedere nessuno. Comincio ad afferrare vagamente il senso di quel “l’Arabia Saudita non è aperta”. Anche a Dubai Almaz aveva un kafil e lavorava come domestica. Ma poteva uscire, aveva degli amici, aveva un po’ di tempo per sé.

Almaz è sempre più concitata e aggiunge orrore a orrore. I ricatti, le notti senza cena. Le molestie del figlio. “Se mi tocchi chiamo tua madre”, gli diceva Almaz. Ma madame era capace di tutto. “Madame ha ucciso”. Provo a chiedere spiegazioni, ma Almaz resta pietrificata per qualche secondo, lo sguardo fisso e vuoto. “Oggi ho comprato un telefono nuovo per mio fratello” mi dice orgogliosa. “Madame era furiosa e allora per renderla ancora più furiosa mi sono comprata questo” e mi mostra un piccolo anello argentato con incisa una calligrafia. Sorride fiera e felice. Libera. “Avevo studiato un po’ l’inglese, e invece ho dovuto imparare l’arabo. All’inizio capivo poco, ci è voluto tempo…”

Come spesso accade, Almaz non è stata pagata per mesi. Ha dovuto lottare all’ambasciata etiope per ottenere i 5.600 riyāl – stipendio di 8 mesi – che madame le rifiutava. Ripercorre le liti con madame: “Non ho paura di te, vuoi chiamare la polizia, chiamala! Mi vuoi picchiare, picchiami!”. Non riesco a fermarla, o a fare domande. Sembra rivivere quelle conversazioni, mi guarda raramente negli occhi, ma recita i dialoghi ed elenca gli abusi come se madame fosse lì davanti a lei. La mia funzione è quella del testimone. Devo solo ascoltare. Madame non voleva lasciarla andare via. L’ha tenuta chiusa per tre giorni in camera, un giorno intero senza cibo e gli altri due con una fetta di pane e un succo di frutta. Madame è nel business dei kafil e voleva incassare 10.000 riyāl da Almaz per rivenderla a un’altra famiglia.

Quella mattina non aveva trovato i suoi abiti ed era andata all’aeroporto indossando ancora il pigiama sotto l’abaya. “Sempre con addosso questo coso” – sbotta, – “appena atterro ad Addis Abeba lo butto nella spazzatura”. Intanto si aggiusta con gesto automatico il velo nero, incastrandolo dietro alle orecchie. “Madame alla fine mi ha accompagnata all’aeroporto, non mi ha dato né pranzo né cena… mi sono comprata io da mangiare, con i miei soldi”.

Tornerai nel Golfo? Le chiedo. Non lo esclude, ma non in Arabia Saudita. Ora tutto quello che vuole è riabbracciare suo fratello ad Addis Abeba, e dimenticare madame. “Se viene in Etiopia… La brucio”.

Bahrain: l’incredibile accanimento contro la famiglia Al-khawaja

10 dicembre 2014 Lascia un commento

Diverse volte su questo blog ho parlato della famiglia al-khawaja,

Le sorelle Al-Khawaja

il padre Abdulhadi e le due figlie, Zainab (conosciuta come @angryarabiya) e Maryam
che con ogni forza e davanti ad ogni genere di repressione si son battuti e si battono per i diritti umani in Bahrain.
Più volte abbiamo raccontato le sentenze assurde di quest’uomo e le mobilitazioni della popolazione in sua solidarietà, e delle figlie, che son riuscite a far risuonare le urla di rabbia e rivolta delle strade di Manama e dintorni,
per tutto il mondo.

L’accanimento contro di loro però è senza fine:

il carcere o l’esilio sembra essere la sola possibilità per i componenti di questa famiglia tenace e determinata.
Più che il carcere l’ergastolo, perche Abdulladi Al-Khawaja ha il carcere a vita come condanna.
Zainab è stata ripetutamente arrestata in questi anni, senza che questo la facesse desistere mai un secondo.
A partire dal 4 dicembre, arrivando ad oggi, una carrellata di condanne l’ha accolta all’uscita dalla sua seconda gravidanza, a meno di una settimana dal parto: 3 anni per insulto al re (e 6500 dollari), per aver strappato una foto dell’emiro proprio durante un’udienza ad ottobre: udienza per l’insulto di un agente di polizia mentre era in cella, per cui oggi è stata condannata ad altri 16 mesi, come ci racconta da twitter sua sorella. 4 anni e 4 mesi in tutto.

La sorella Maryam è attualmente in esilio invece.
In esilio sì, un doloroso esilio visto che non può vedere padre e sorella in carcere, per una condanna ricevuta il 1° dicembre per aggressione a pubblico ufficiale mentre si trovava all’estero.
Leggi:
Sulla famiglia Al-Khawaja
Sulla lotta in Bahrain

Una lettera di Zainab da una cella del Bahrain: piccola immensa donna

30 aprile 2013 1 commento

di Zainab Alkhawaja  [QUI ALTRO MATERIALE A RIGUARDO: leggi]
dal Carcere femminile di Isa Town (Bahrain)

I grandi leader sono immortali, le loro parole e le loro azioni risuonano attraverso gli anni, i decenni e i secoli. L’eco attraversa gli oceani e confini e diventa un’ispirazione che tocca la vita di tutti coloro che sono disposti ad imparare. Un o di questi grandi leader è Martin Luther King Jr. Mentre leggo le sue parole, immagino che ce le legge da un altro paese, un altro tempo, per darci delle lezioni molto importanti. Ci dice che, non dovremmo mai diventare aggressivi ed abbassarci al livello dei nostri oppressori, che dobbiamo essere disposti a fare grandi sacrifici per la libertà.

Zainab!

Non appena i semi di speranza e resistenza all’oppressione sono fioriti iniziato in tutto il mondo arabo, il popolo del Bahrain ha visto i primi segni di una nuova alba. Un’alba che ha promesso la fine di una lunga notte di dittatura e di oppressione,la fine di un lungo inverno di silenzio e paura, per diffondere la luce e il calore di una nuova era di libertà e democrazia.

Con questa speranza e determinazione, il popolo del Bahrain è sceso in piazza il 14 febbraio 2011 per chiedere pacificamente i loro diritti. Le loro canzoni, poesie, dipinti e canti per la libertà sono stati accolti con proiettili, carri armati,sostanze tossiche, gas lacrimogeni e birdshot. Il brutale regime Al Khalifa era determinato a porre fine alla creatività e alla rivoluzione pacifica ricorrendo alla violenza diffondendo la paura.

Di fronte alla brutalità del regime, il popolo del Bahrein ha mostrato un grande auto controllo. Giorno dopo giorno, i manifestanti hanno stretto fiori di fronte ai soldati e mercenari, che poi avrebbero sparato contro di loro. I manifestanti stavano a petto nudo e con le braccia alzate, gridando: “Pace, pace” [silmiyya, silmiyya] prima di cadere a terra, coperti di sangue. Migliaia di cittadini del Bahrein da allora sono stati arrestati e torturati per reati come “raduno illegale” e “incitamento all’odio contro il regime”.

Il padre di Zainab!

Due anni più tardi, le atrocità del regime del Bahrain continuano. I manifestanti del Bahrein vengono ancora uccisi, arrestati, feriti, e torturati perché chiedono la democrazia. Quando guardo negli occhi di manifestanti del Bahrein, troppe volte vedo che l’ amarezza ha preso il sopravvento sulla speranza. La stessa amarezza che Martin Luther King Jr. ha visto negli occhi dei rivoltosi nei bassifondi di Chicago nel 1966. Le stesse persone che avevano guidato importanti proteste non violente, che hanno rischiato la vita e l’incolumità fisica, senza la voglia di reagire, si sono poi convinti che la violenza è l’unica lingua ad essere capita da tutti nel mondo.

Io, come King, mi rattristo nel trovare gli stessi manifestanti che hanno affrontato a petto nudo e con i fiori carri armati e pistole, chiedersi: “Che cosa significa non- violenza? Che importanza ha la superiorità morale se nessuno ci sta ascoltando? ” Martin Luther King Jr. spiega che questa disperazione è naturale quando le persone che sacrificano tanto non vedono nessun cambiamento e capiscono che i loro sacrifici sono stati vani.

Ironia della sorte, il cambiamento verso la democrazia è stato così lento in Bahrain in quanto molte nazioni occidentali continuano a dare sostegno a questa dittatura. Attraverso la vendita di armi e il sostegno economico e politico, gli Stati Uniti e altri governi occidentali hanno dimostrato alla gente del Bahrain che sostengo la dittatura di Al-Khalifa a sfavore dei movimenti democratici.

Mentre leggevo le parole di Martin Luther King ho desiderato che fosse vivo. Mi sono chiesta che cosa direbbe sul supporto del governo USA ai dittatori del Bahrain. Che cosa avrebbe detto in merito a chiudere un occhio su tutto il sangue che è stato versato a favore della libertà. Tutto quello che dovevo fare era girare una pagina, e questa volta Martin Luther King non ha parlato a me, ma agli americani:

John F. Kennedy ha detto ‘chi rende impossibile una rivoluzione pacifica, rende inevitabile una rivoluzione violenta.’ Sempre più spesso, per scelta o per caso, questo è il ruolo che il nostro Paese ha assunto, il ruolo di chi rende la rivoluzione pacifica impossibile rifiutando di rinunciare ai privilegi e ai piaceri che provengono dagli immensi profitti degli investimenti all’estero. Sono convinta che se vogliamo stare dal lato giusto della rivoluzione mondiale, noi come nazione,dobbiamo innanzitutto rivoluzionare radicalmente i valori. Una vera rivoluzione di valori ben presto ci porterà a mettere in discussione l’equità e la giustizia delle nostre politiche passate e presenti.

Questi sono tempi rivoluzionari. In tutto il globo gli uomini sono in rivolta contro i vecchi sistemi di sfruttamento e nuovi sistemi di giustizia e di uguaglianza, stanno nascendo … Tutti noi dovremmo supportare queste rivoluzioni.
E ‘un fatto triste che a causa del comfort e della compiacenza … e della nostra propensione a regolare le ingiustizie,le nazioni occidentali si sono irritate così tanto da decidere di diventare anti-rivoluzionarie. Dobbiamo trasformare l’indecisione del passato in azione . Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare di pace … e si giustizia in tutto il mondo, un mondo che confina con le nostre porte. Se non agiamo, verremo trascinati in corridoi del tempo bui e vergognosi ,riservati a coloro che possiedono il potere senza compassione, potenza senza moralità, e forza senza vista.

L’eco delle parole di Martin Luther King ha viaggiato attraverso gli oceani, attraverso le pareti e le barre di metallo di una prigione del Bahrein, e nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza dalla mia cella minuscola,e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all’ascolto.

Essendo una prigioniera politico in Bahrain, cerco di trovare un modo per combattere dall’interno la fortezza del nemico, come la descrive Mandela. Non molto tempo dopo che sono stata messa in una cella con quattordici persone, di cui due sono condannate per omicidio, mi è stata consegnata l’uniforme arancione . Sapevo che non avrei potuto indossare l’uniforme, senza dover inghiottire un po ‘della mia dignità. Il rifiuto di indossare gli abiti dei detenuti proviene dal fatto che non ho commesso alcun reato, questa è stata la mia piccola disobbedienza civile. Negare il mio diritto a ricevere visite , e non lasciarmi vedere la mia famiglia e mia figlia di tre anni,è stata la loro risposta. Questo è il motivo per cui sono in sciopero della fame.

Gli amministratori della prigione mi chiedono perché sono in sciopero della fame. Io rispondo: “Perché voglio vedere la mia bambiana.” Essi rispondono, con nonchalance, “Obbedisci e la vedrai.” Ma se io obbedisco, la mia piccola Jude non vedrà sua madre, ma piuttosto una versione rotta di lei.

Ciò che rende difficile il carcere è che si vive con il nemico,a partire dalle cose più elementari. Se vuoi mangiare, ti trovi di fronte a loro con il vassoio di plastica. E ogni giorno, si deve affrontare la possibilità di essere preso in giro, urlato, o umiliato per qualsiasi motivo. Oppure, per nessuna ragione. Ma ho lasciato che le parole di grandi uomini e donne mi aiutassero in questi momenti difficili. Quando lo “specialista” ha minacciato di picchiarmi per aver detto ad una detenuta che ha il diritto di chiamare il suo avvocato, non gli ho gridato contro. Ho ripetuto le parole di King nella mia testa: “Non importa quanto i tuoi avversari siano aggressivi, l’importante è mantenere la calma”.

Finché un giorno, ne avevo avuto abbastanza di persone che mi dicono che godo di tutti i diritti a mia disposizione e rifiuto di prendermi le mie responsabilità . Dopo aver sentito questa frase più e più volte, sono scoppiata. E la cosa peggiore è che mi sentivo così frustrata che non ho potuto evitare di gridargli contro.

Ma poi non era stato un grande uomo a dire che la lotta per la giustizia “non deve diventare amara” e che “non dovremmo mai abbassarci ai livello degli oppressori?”.

Un medico è venuto a visitarmi e mi ha detto ” potrebbe cadere in coma, i suoi organi vitali potrebbero smettere di funzionare, i livelli di zucchero nel sangue sono così bassi, e tutto questo per che cosa … una divisa!”

Ho risposto: “Sono contenta che non eri con Rosa Parks su quel bus, a dire alla donna che ha scatenato il movimento dei diritti civili,” che lo ha fatto solo per una sedia. “Quando il medico mi ha chiesto del movimento afro- americano,gli ho offerto il libro di Martin Luther King. Se mi conoscessi sapresti che sono molto gelosa dei miei libri.

A volte, attraverso le sue parole, Martin Luther King è stato un compagno, un compagno di cella più che un insegnante. Egli dice: “Nessuno può capire il mio conflitto se non ha guardato negli occhi di coloro che ama ama, sapendo che non ha altra alternativa che prendere una posizione che li tormenterà.” Io lo capisco. Ha scritto come se fosse seduto accanto a me . “L’esperienza in prigione … è una vita senza il canto di un uccello, senza la vista del sole, della luna e delle stelle, senza la presenza di aria fresca. In breve, è la vita senza le bellezze della vita, è esistenza nuda, fredda, crudele, che continua a degenerare”.

Mio padre, il mio eroe e il mio amico, è stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo a sostegno dei diritti umani, ha come me, rifiutato di indossare l’uniforme grigia . Come al solito, il governo cerca di “farci stare al nostro posto “privandoci di ciò che per noi è più importante. Essi non permetteranno a mio padre di farmi visita e di ricevere visite della sua famiglia. E per schernirlo ulteriormente, per la prima volta, gli hanno detto che avrebbe potuto farmi visita se avesse indossato l’uniforme. La crudeltà è un marchio del regime Al Khalifa, ma mio padre ha un incrollabile coraggio e tanta pazienza. Nessuna pressione emotiva potrà farlo crollare.

La visita della famiglia è l’unica cosa che si aspetta in prigione. Io e mio padre non ci vedremo e non potremo vedere i nostri cari, ma la lotta per i nostri diritti continua. Porteremo nel cuore i nostri cari fino al giorno in cui potremo riabbracciarli.

Ieri mi sono addormentata guardando la porta della mia cella, con le sue sbarre di ferro, e ho sognato. Ma questa volta era un sogno piccolo e semplice, non di democrazia e libertà. Ho visto mia madre sorridente, tenere la mano di mia figlia, in piedi davanti alla porta della mia cella. Le ho viste a piedi attraverso la sbarra di metallo. Mia madre si sedette sul mio letto con me e mia figlia uno accanto all’altro,e la sua testa sul mio grembo. Io solleticavo Jude e lei rideva, e il mio cuore si riempieva di gioia. Improvvisamente sento un’ombra fredda e protettiva avvolgerci,alzo lo sguardo e vedo mio padre in piedi accanto al letto,che ci guarda e sorride. Sogno coloro che amo, è il loro amore che mi dà la forza di lottare per i sogni del nostro paese.

Zainab Alkhawaja
Carcere femminile di Isa Town

Articolo originale: http://www.jadaliyya.com/pages/index/10808/zainab-al-khawaja_letter-from-a-bahraini-prison

Traduzione: Rosaria Monaco

Un’intervista con Manal ci racconta l’Arabia Saudita per le donne

19 febbraio 2013 Lascia un commento

Giorni di silenzio su queste pagine,
giornate intense, passate in una nordica città verso la quale ero molto prevenuta e che mi ha donato emozioni e incontri di una forza incredibile…
giornate che prima o poi vi racconterò, una volta metabolizzate.

Intanto “rubo” dal Corriere Immigrazione quest‘intervista a Manal, donna saudita di cui avevamo già parlato in queste pagine e la cui campagna abbiamo seguito sulla pagina Fb creata qui in Italia… in queste righe ci racconta un po’ di cose…

Manal al Sharif ha 33 anni. È la ragazza saudita che nel 2011 ha lanciato la campagna per il diritto delle donne alla guida. Nel 2012 ha vinto il premio Václav Havel dell’Oslo Freedom Forum. Vive tra Dubai e l’Arabia Saudita.

Lei si considera un’attivista?
«No, sono solo una mamma single che dopo aver combattuto tante battaglie ha iniziato a domandarsi: perché? Ho un alto livello di istruzione, la mia professionalità è riconosciuta, ma sono sempre stata trattata come una minorenne. Ho divorziato, ho un figlio, ho 33 anni, e sono ancora una minorenne. Mio figlio ha 7 anni: tra un decennio, se mio padre dovesse morire, lui diventerebbe il mio guardiano: dovrei chiedergli il permesso per accettare un lavoro o viaggiare. Mi sembra totalmente illogico oltre che ingiusto. Mio padre – mio attuale guardiano – ha fiducia in me, mi permette tutto, ma io devo comunque passare da lui per molte cose: rifare il passaporto, andare in tribunale… ci sono uffici governativi ai quali le donne non hanno accesso, quindi occorre che lui vada per me… e la mia famiglia vive a due ore di volo da dove vivo io! Così, dopo aver passato tutta la vita a lamentarmi per questo stato di cose, ho deciso di agire».

Com’è nata la campagna per il diritto alla guida?
«La storia è questa: io vivo e lavoro in un complesso residenziale all’interno del quale posso guidare l’auto e muovermi a capo scoperto. Se esco di lì però scattano i divieti. Un giorno dovevo andare da un medico in città e ho preso un taxi. All’uscita non ne ho trovato uno che mi riportasse a casa. Mi sono messa a camminare ed è stato un grave errore: erano le nove di sera e non avevo il volto coperto. Sono stata molestata continuamente, un tizio in auto stava quasi per rapirmi, ho dovuto tirargli una pietra per farlo allontanare. Ho iniziato a piangere per la rabbia: perché doveva succedermi una cosa così? Ho la patente e possiedo un’auto! L’indomani ne ho parlato con un collega, il quale mi ha detto che non esiste una legge che vieti alle donne di guidare. È una consuetudine. La maggior parte delle regole che disciplinano la vita delle donne nel mio Paese non sono scritte. Non guidiamo perché la gente non è abituata a vedere una donna che guida. Allora ho pensato: facciamola abituare! Così ho aperto una pagina su Facebook e un account su Twitter e ho scritto: il 17 giugno (del 2011, ndr) ci metteremo a guidare. Le donne avevano tantissima paura, e io volevo dimostrare loro che non avevano niente da temere. Così ho guidato per un’ora in città, filmandomi con una telecamera: nessuno mi ha fermato, né molestato. Poi ho postato il video su Youtube e per questo sono stata messa in prigione. Non per aver guidato, ma per aver usato i social media per “incitare le donne alla guida”. Ho chiesto: quale legge lo vieta? Ho fatto pure causa al governo, ma nessuno mi ha mai risposto…».

Cosa pensano le donne saudite della propria situazione?

«Sono divise. Molte chiedono che venga creata una rete di trasporto pubblico. La prima domanda che una donna si fa, appena trova un lavoro, è: come ci vado? Non esistono autobus, non possiamo guidare, non possiamo andare in bicicletta, non possiamo camminare. Dobbiamo avere un autista o prendere un taxi. E siccome costa molto, chi non se lo può permettere rimane a casa. Un altro aspetto del problema è che le madri spingono i figli maschi a guidare anche se sono minorenni, perché hanno bisogno di uscire e sbrigare le loro faccende. È certificato che la maggior parte degli incidenti automobilistici sono dovuti o ad autisti troppo stanchi (perché dovendo essere sempre a disposizione, lavorano per molte ore, con salari bassi), oppure alla guida da parte di minori. Il mondo cambia, le donne oggi hanno più bisogno di muoversi, ma il governo resta fermo. Allora noi diciamo: ok, va bene, non guidiamo, ma almeno includete nel nostro stipendio un’indennità per il trasporto, oppure forniteci dei mezzi pubblici. Oggi la nostra vita lavorativa è resa impossibile: una mia amica spende due terzi del suo salario per pagare l’autista che la porti avanti e indietro dall’ufficio!».

Non mi pare molto ottimista riguardo al futuro…
«Non lo sono. Abbiamo portato la nostra battaglia avanti per quasi due anni senza ottenere nient’altro che riforme di facciata, varate per accontentare l’opinione pubblica. Il governo non vuole concedere alle donne il diritto alla guida perché non vuole aprire la porta alle vere riforme».

Però nel 2015 le saudite potranno votare: non è una svolta storica?

«E che accade se nel frattempo re Abdallah muore? La sua età ufficiale è di 89 anni, quella ufficiosa di 93. E se chi gli succede cambia idea? Nel mio Paese non esiste ancora un’età minima per il matrimonio: una bambina può essere data in sposa. Se una donna divorzia, il marito si prende i figli. E se lei intenta una causa, che comunque può durare anni, le potrà succedere quello che è accaduto a una ragazza che conosco: l’ha persa perché il giudice ha giudicato negativamente il fatto che lei non avesse il capo coperto. Lo status quo va cambiato. Ma non succederà finché non saranno le donne a farsi motore del cambiamento».

Gabriella Grasso

Il Bahrain dalle notti luminose e dalla repressione

22 settembre 2012 1 commento

Altre lunghe giornate e nottate di lotta nel piccolo arcipelago del Bahrain, che continua a rimanere avvolto da una fitta nebbia di silenzio mondiale. Non si fermano i giovani delle 33 isole che compongono il paese nelle mani di Hamad ibn Isa Al Khalifa, che già emiro, si autoproclamò re del Bahrein nel 2002.
Di confessione sciita ha sempre tenuto in piedi il suo potere immergendolo nella repressione, nella tortura,
ora, dal febbraio 2011 con una violenza a tappeto su una popolazione perennemente in conflitto,
con una carrellata di ergastoli e condanne che ha tolto dalle piazze buona parte dei quadri del pensiero ribello del paese.

Ma non ci si ferma: dalle piazze immense che non smettono di riempire strade, ponti, arterie nel più pacifico e popolare dei modi,
ai vicoli dei villaggi, difesi dalle molotov dei giovani ribelli, pescatori, braccianti, schiavi dei grandi cantieri delle metropoli ultramoderne che sorgono nelle principali isole dell’arcipelago del petrolio.
Una notte di fuochi che ha illuminato la terra tra i due mari, quella del 19..seguita dall’enorme corteo del venerdì, che ha visto 29 arresti e quindi chissà quante sessioni di tortura,
quanti lacrimogeni soffocanti lanciati tra gli stretti vicoli..
anche questa mattina le esplosioni dei candelotti lacrimogeni sono la colonna sonora del traffico di Manama.

Ma pare non interessi a nessuno, come non interessa a nessuno capire le varie componenti che si muovono nella ribellione siriana: eurocentrismo e antimperialismo accecato permettono scempi e massacri.
E inizia ad essere intollerabile.

[ALTRI LINK SUL BAHRAIN]

Bahrain: ora hanno anche Nabeel Rajab

6 maggio 2012 1 commento

E’ arrivato il turno di Nabeel Rajab, l’uomo a capo del Centro per i diritti umani in Bahrain.

E’ arrivato il suo turno, dopo il pestaggio di qualche mese fa, dopo tutto quello che qualunque attivista di quel paese subisce da sempre.
Era andato a Beirut per partecipare ad un convegno sui diritti umani, e ad esporre -come suo solito- le condizioni del piccolo paese arabo da troppi dimenticato.
Un rientro previsto per il 5 maggio, a Manama, proprio per potersi recare oggi perché era stato invitato a comparire in tribunale oggi, come racconta Hussain Yousif, coordinatore del Mena Bahrain Press Association ad Al-jazeera.
All’aereoporto lo attendevano due ufficiali e due uomini in borghese, che dopo avergli chiesto conferma della sua identità gli hanno comunicato il suo arresto e alla richiesta di una motivazione la sola risposta ricevuta è stato un “non lo sappiamo”.
Lo sappiamo noi invece, visto che nemmeno tre giorni fa altre organizzazioni che si occupano di diritti umani sono state chiuse dal democraticissimo monarcha sunnita,
lo sa chiunque ha nel cuore la sorte di Abulhadi al-Khawaja, a capo dello stesso centro di Nabeel Rajab, che per la sua attività in difesa della libertà e dei diritti umani, s’è conquistato un ergastolo, la tortura, ed ora vive in condizioni che nessuno conosce più, nel terzo mese di sciopero della fame.
Ora hanno nelle mani anche Nabeel, per la cui libertà dovremmo lottare tutti.
FREE NABEEL RAJAB
FREE Al_KHAWAJ
FREE BAHRAIN

Bahrain: di nuovo in arresto @angryarabiya

13 febbraio 2012 1 commento

Il volto di Zeinab!

Ancora lei, ancora piazza della Perla di Manama.
Ancora repressione, anfibi di regime, manette, caserme.
Le notizie degli ultimi minuti ci dicono che resterà in stato di fermo di polizia per almeno sette giorni.
Sappiamo quanto è forte questa giovane donna, sappiamo con quale dignità e coraggio manda avanti la sua esistenza, tra carceri e mobilitazioni: più di una volta abbiamo parlato di lei, ogni volta che è stata catturata, ogni volta che c’ha raccontato le condizioni di suo padre,
condannato all’ergastolo, e di suo marito, detenuto nello stesso carcere.
Il Bahrain non interessa a nessuno.
E’ un paesello piccolo, ricchissimo, dalle donne nere e dagli schiavi asiatici; è un paese di cui non si sa pronunciare il nome,
e non si vuole impararlo.

Domani sarà una giornata importante per quel paese: l’anniversario della prima manifestazione a Manama, l’anniversario dell’inizio delle inaspettate mobilitazioni che stanno mutando per sempre il paese, la sua popolazione, le sue donne.
Purtroppo Zeinab al Khawaja, che trovate su twitter come @angryarabiya non potrà esserci; costretta in una cella, come buona parte dei suoi cari.
Noi terremo gli occhi aperti.
FREE BAHRAIN
FREE ANGRYARABIYA!

AH! Dimenticavo…ieri il re Hamad bin Isa al-Khalifa, dittatore sanguinario del Bahrain, in un’intervista allo Spiegel Online fa un appello ad Assad. Gli dice, pensate voi la faccia come il culo, di prendere in considerazione le richieste del suo popolo.
Un torturatore, che chiede al capo dei macellai di esser clemente: se non ci fossero fiumi di sangue sarebbe una barzelletta.
In questo video, Zeinab…

Bahrain: a pestaggi, ergastoli e lacrimogeni, si aggiungono gli stupri

3 gennaio 2012 4 commenti

un ferito da un lacrimogeno al volto, poco prima di mezzogiorno oggi...per chiedere il rilascio di Hassan

Che giornate in Bahrain, dove da mesi si lotta per un po’ di libertà contro uno stato ed una repressione che ha pochi simili al mondo in violenza…il primo giorno dell’anno l’ennesimo funerale di un manifestante di 15 anni è stato scenario dell’ennesimo brutale attacco delle forze di sicurezza, con lacrimogeni, pallottole di gomma, e tante, tante bastonate.

Ogni tanto abbiamo parlato di quella piccola striscia di terra tra i mari,
abbiamo parlato di ergastoli e sentenze a morte nei confronti di numerosi attivisti per i diritti umani, abbiamo raccontato di come i medici sono stati arrestati…spesso tutto quel che son riuscita a raccontare veniva dalla testimonianza preziosissima e quotidiana di @angryarabiya,
giovane militante che ha conosciuto bene la repressione sulla sua pelle (l’ultimo suo arresto è di un mese fa) e su quella dei suoi cari: ergastolo al padre, una pesante condanna al marito.

Ieri si è parlato di revisione dei processi nei confronti degli attivisti, anche di quelli che son stati sentenziati a morte, o al carcere a vita: poi in realtà questa mattina in aula stanno cercando di accusare anche gli ergastolani di altre cose, precedenti ai fatti della condanna.
ieri, stessa giornata in cui alcuni villaggi soprattutto ad Al-Aker e Sitra, sono stati colpiti dalle cariche della polizia, dalle bastonature e dal fitto lancio di quegli strani lacrimogeni privi di etichetta che stanno intossicando il paese.
Strani mostri neri, senza nome nè composizione, sparati come fossero acqua su chiunque prova a manifestare.

E’ di pochi minuti fa la drammatica notizia dell’ennesimo arresto di Hassan Awns, che malgrado la sua età ha già conosciuto le prigioni del suo paese approfonditamente, tanto che questo è il suo quarto arresto.

Hassan Awns, 18 anni, stuprato e torturato... è stato riarrestato oggi

Hassan ha raccontato poco tempo fa quale tipo di tortura è stata compiuta sul suo corpo: è stato ripetutamente stuprato, oltre che pestato, e dal giorno del suo rilascio non ha mai avuto pace, con continue minacce e messaggi che lo stupro sistematico sarebbe ricominciato presto.
Ha riconosciuto nell’ufficiale  Yousif Al- Mulla Bkheet il suo aguzzino e stupratore, ed è probabilmente colui che lo tiene detenuto in questo momento
Tanto che dopo il suo arresto di questa mattina sul suo posto di lavoro, un centinaio di persone sono immediatamente corse a chiederne il rilascio davanti alla stazione di polizia dove è detenuto in questo momento, e dove ci son scontri da un’ora.
Hassan ha 18 anni, vive a Samaheej , Bahrain…un paese che interessa a pochi.

FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!

Arrestata e liberata @angryarabiya

26 novembre 2011 5 commenti

Zeinab al Khawaja è una donna straordinaria, che vive in Bahrain.
Un’attivista incredibile, istancabile, forsennata quasi nel suo non mollare mai, per la strada come in rete, nei tribunali come nelle carceri.
Si perché la storia di Zeinab, che conosciamo tutti grazie all’enorme e unico lavoro che fa in rete attraverso il suo twitter e il suo blog, è una delle più tristi di quel paese, il Bahrain, che sta massacrando la sua popolazione da mesi.
Da sempre: ogni volta che s’è provato ad alzare la testa per liberarsi del regime.
Il Bahrain però non molla, molla meno di molti altri paesi che in qualche modo hanno dovuto affrontare la primavera araba e il desiderio inarrestabile di farla fine con i regimi.
Zeinab ha suo padre in carcere, suo marito in carcere, suo zio in carcere: ma non la fermano lo stesso, anzi.
Se sappiamo qualcosa del Bahrain è grazie a questa donna, privata dei suoi affetti e di qualunque libertà, ma con un coraggio e una forza rara.

Oggi c’ha fatto decisamente prendere un colpo, durante l’ennesima manifestazione con scontri nella piazza delle Perle, a Manama, capitale del Bahrein: presa dalle forze di sicurezza, per un po’ non ha dato suo notizie, facendo mobilitare immediatamente migliaia dei suoi lettori.
Forse è stato questo il motivo, ma fortunatamente è tornata presto libera, almeno lei, di tornare a casa.
Bentornata alla libertà, cara @angryarabiya e non stare lì a scervellarti sul fatto che si più fortunata di altri, che il tuo nome risuona nel mondo e quindi non è facile impallinarti o darti il carcere a vita come è per gli altri: facciamo in modo che questo clamore abbracci anche tutti gli altri che lottano su quella rotonda, e per tutto il paese.
LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI DEL BAHRAIN
FREE BAHRAIN
QUI UN PO’ DI LINK DI QUESTO BLOG SUL BAHRAIN E LA SUA LOTTA PER LA LIBERTA’

Nel video le immagini di Zeinab, oggi

Ventiquattro anni, attivista in Bahrein, donna. Irriducibile.

di Annalena Di Giovanni

dal Bahrain

«Scendo in strada a protestare da quando avevo diciassette anni, ma il titolo di attivista di diritti umani me lo sono guadagnato soltanto l’anno scorso: finalmente la polizia mi ha picchiata. Qui, la gente è abituata che se sei un attivista devi aspettarti il manganello della polizia e finchè non ti capita, nessuno ti prende sul serio». Zeinab Al Khawaj, classe 1983, ha fatto il giro del mondo nelle foto che la ritraevano per le strade del Bahrein, munita di cartelli e megafono, a rivendicare i diritti della sua gente. Il padre, Abdelhadi al Khawaj, è tuttora sulla lista nera del governo al Khalifa, entrando ed uscendo dal carcere mentre la figlia si arrangia quotidianamente cercando di fare la giornalista in un paese in cui la stampa è cosa del re.

«Sono nata lontana dal Bahrein. Mio padre aveva studiava a Londra, poi ci siamo trasferiti in Danimarca. La pressione sulla mia famiglia era tale che mio zio venne arrestato per aver visto mio padre all’estero, e suo cugino sempliemente per avergli telefonato una volta. Sapevamo che rientrare nel paese sarebbe costato l’arresto a mio padre, e l’unica volta in cui ci ha provatoè stata quando è morto mio nonno; lo trattennero all’aereoporto per 14 gorni stracciandogli il passaporto ma non poterono arrestarlo e torturarlo perchè ormai era una figura troppo nota nelle associazioni per i diritti umani. Quel che faceva era semplicemente redigere rapporti per un’associazione di diritti umani su quanto accadeva in Bahrein. Negli anni novanta il notro paese era sottosopra, c’erano proteste e scontri con la polizia tutto il tempo. La gente del Bahrein, in genere, è molto sveglia dal punto di vista politico. E quando la gente conosce i propri diritti, difficilmente se ne sta zitta. Inoltre, al contrario degli altri paesi del Golfo – come gli Emirati arabi, dove i cittadini possono contare sul sostegno dello stato – , la povertà in Bahrein è altissima, e la minoranza sunnita governa una popolazione originaria sciita. E le ineguaglianze sono sotto gli occhi di tutti: ci sono i troppo ricchi e i troppo poveri, senza casa, senza lavoro e senza niente di cui sfamare la famiglia in una piccola isola che produce gas, petrolio e che è il centro mondiale delle banche islamiche. Anche adesso, quella del Bahrein rimane una dittatura. Ma è lontana dagli eccessi del precedente re Issa. Ai suoi tempi, la polizia semplicemente arrestava tutti, chiunque fosse in strada, compresi bambini di dieci o dodici anni. Le torture erano orrende: strappavano le unghie, usavano il ferro da stiro sui corpi, oppure li trapanavano. Alcuni torturatori erano personaggi molto noti, lo sono tuttora, sono sempre qui ed in genere fanno affari d’oro, ma per legge non li puoi processare o accusare di niente.»

«Non avevamo passaporto, nei paesi arabi eravamo sulla lista nera e il nostro solo documento d’identità era un pezzo di carta del governo danese, l’unico disposto ad accoglierci, che ci dichiarava profughi politici. Quindi sono cresciuta in Danimarca, ma sono venuta sù con la testa in Bahrein. Senza averlo mai visto. Frequentavamo soprattutto i profughi come noi, ci facevamo spedire le cassette della televisione del Bahrein, e a casa mia si poteva parlare solo arabo. E quando siamo arrivati qui per la prima volta,avevo diciotto anni. Per me è stato un ritorno a casa. Ho ritrovato una famiglia che non sapevo di avere: centinaia di cugini, zii, nonne. In Danimarca, non ero nessuno. Qui sono Zeinab alKhawaj, e so da dove viene la mia famiglia. Qui, so chi sono.

Qui sono diversa da tutti, perchè sono cresciuta in Europa. Ma infondo sono diversa da quando sono nata. Portare il velo, in Danimarca, mi aveva già resa diversa da tutti. Anzi, il trauma di tornare qui è stato proprio il ritrovarmi uguale a centinaia di altre ragazze! In Danimarca era difficile: piangevo tutte le notti dicendo che volevo tornare al mio paese. C’è un gran razzismo, la gente ti urla contro in strada a volte, non è cosa comoda essere musulmani e portare il velo da quelle parti. Devi essere forte, saperci passare sopra. Adesso che sono tornata qua, so che sono quella che sono anche perchè sono cresciuta là».

Il Golfo sta cambiando in fretta. Sotto una pioggia di milioni e cemento, la cultura araba lascia il posto ad un retaggio artefatto nel quale al Bahrein – una piccola isola forte di una cultura millenaria meticcia, pescatrice e sciita – si cerca di sovrapporre una storia inesistente, fatta di cammelli e gente del deserto. Qualcosa che la avicini a Dubai, insomma. «C’è grande eccitazione nel Golfo, senza che nessuno si fermi a chiedere chi pagherà il prezzo del cambiamento. In Bahrein la gente non si pone il problema perchè la lotta è quotidiana, ogni giorno qualcuno finisce in prigione sotto elettroshock e tortura, non hai tempo di chiederti come stia cambiando la regione. Potrei accettare quello che il Bahrein sta diventando se fosse ciò che la gente vuole. Ma sento che ci sono categorie non rappresentare. Il governo vuole far sembrare il paese qualcosa che non è. Come i villaggi, dove la gente povera è nascosta da una facciata di belle case per impressionre i turisti. Una maschera. Anche Dubai ha spazzato via la cultura che c’era. Se parli con la gente degli emirati, te lo confermeranno. Tutto nuovo, tutto grande, tutto straniero. Quando vado là, sento che non c’è alcuna cultura, puoi soltanto fare shopping. Voglio dire, anche New York è una città recente piena di nuovi grattacieli, ma ha una sua cultura no? Per questo preferisco il Bahrein, anche se il resto del mondo non sa dove sia e pensa soltanto a Dubai. Ma negli Emirati i cittadini non sono poveri, il governo li mantiene, quindi là non trovi la lotta sotterrnea che agita il Bahrein, diviso com’è fra una maggioranza sciita povera ed oppressa ed una minoranza sunnita che ha in mano il paese, il petrolio, che manipola la storia e cancella la nostra identità persino nei testi scolastici. Passiamo il tempo a chiederci se faremo la fine dei nativi americani! Uno dei problemi che abbiamo, ad esempio, è che non abbiamo più accesso al mare, perchè la speculazione edilizia ha venduto tutte le spiagge agli stranieri. Ma noi siamo isolani, abbiamo bisogno del mare! Se vivrei a Doha o Dubai? Questo è il mio paese, e sento di avere degli obblighi nei suoi confronti. Mio padre dice sempre “Più cose sai, più resonsabilità sulle tue spalle”. E io sento la responsabilità di dover cambiare il mio paese, anche se è talmente frustrante».

Se nel Golfo stiamo diventando più religiosi? Credo che sia un fenomeno locale, non soltanto ristretto alla questione sciiti-sunniti in Bahrein. è un discorso identitario: vuoi cercare di preservare quello che sei. Ovunque vai, in Bahrein, trovi un Pizza Hut o un Macdonald. Ogni cosa è americana, film compresi. A volte ti fermi e pensi: io non sono così, non provego da questo mondo. Credo che per questo molta gente ricorre alla religione. Perchè, almeno nel nostro caso, la cultura popolare si è formata intorno alla religione. una questione culturale. In più, c’è il fattore dell’islamfobia mediatica, il fatto che noi musulmani siamo ritenuti tutti terroristi. Più hai l’impressione che la gente abbia dei pregiudizi su ciò che sei o credi, più ti ci attacchi».

«Poi c’è la questione dei diritti delle donne. Non siamo abbastanza protette dalle istituzioni, eppure la gente è ossessionata soltanto dalla questione del velo e dell’abbigliamento perde di vista i veri problemi. Ad esempio, le corti religiose (che regitrano matrimoni e divorzi, nda) qui sono molto ingiuste. Ti chedono tante di quelle prove, se vuoi divorziare da tuo marito. Eppure il divorzio, nell’Islam, è un diritto, tantopiù se tuo marito ti maltratta. Invece qui senti un sacco di aneddoti su donne che vanno in corte, dopo essere state picchate diverse volte, magari con un braccio rotto, e si sentono dire: “torna a casa e risolvila con tuo marito”. Poi ci sono le donne divoriate, spesso emarginate o lasciate senza alimenti. Ma la gente perde di vista questi problemi e si concentra sul velo. Adesso c’è tutta questa moda di attivismo in stile: “Vogliono obbligarci a portare il velo, ha ragione l’Occidente!” il fatto è che qui la questione non è il velo. Il velo è soltanto un pezzo di stoffa in testa. Puoi metterlo o non metterlo, non è una questione di diritti civili. I problemi, per le donne, sono ben altri. Ma la stampa occidentale ha trasformato il velo in un simbolo di oppressione. Ed è andata a finire che un sacco di gente, ormai, quando sente le donne rivendicare diritti la boccia come propaganda occidentale anti-velo, e il discorso si chiude lì.»

Arabia Saudita: le donne al voto

25 settembre 2011 4 commenti

Si vede che ospitare Saleh, al potere in Yemen da qualche decade deve aver fatto impaurire re Abdullah bin Abdul Aziz in Arabia Saudita. Nell’ospitare il convalescente collega yemenita, alle prese da gennaio con una rivolta popolare che tenta di abbattere il suo regime, deve aver capito che rischia grosso,
anche alla luce di quel che da mesi si muove in Bahrain, malgrado la repressione del regime sunnita, che ha chiesto ai sauditi sostegno militare appena una manciata di mesi fa.

Foto di Valentina Perniciaro

Insomma, la primavera araba spaventa tutti questi papponi in turbante e provano a parare i colpi in anticipo, tentando di scongiurare lo spettro ribelle che muove le piazze arabe e islamiche.
E così oggi è stato spezzato, o almeno è stato annunciato che si farà, un tabù non da poco per quel paese dalle donne  nere, costrette in un velo integrale e a moto altro. Ottantuno voti a favore e trentasette contrari: le donne potranno partecipare alle elezioni come votanti e addirittura “potranno presentarsi candidate ai consigli municipali, nel rispetto dei principi dell’Islam”.
Ovviamente non si riferisce alle municipali che si terranno la prossima settimana, ma alle successive, previste per il 2015.
Un primo passo? Bho, fa un po’ ridere, visto che in Arabia Saudita le donne non possono nemmeno togliersi un pelo incarnito senza il permesso del maschio, non possono lavorare, uscire di casa, farsi curare, sospirare senza il lascia passare del loro padre prima e marito poi.
Pochi mesi fa una grande mobilitazione, almeno mediatica, aveva spinto alcune donne saudite a sfidare le autorità guidando la macchina, rischiando ed affrontando l’arresto immediato. La solidarietà è stata immediata, in tutto il mondo.
Qui la pagina Fb nata in Italia in quelle giornate 😉 IO GUIDO CON MANAL

Bahrain: anche le buone notizia non hanno alcuno spazio!

14 luglio 2011 6 commenti

Ecco Ayat al Qarmezi, appena liberata! Che foto!!

Non esiste un’agenzia stampa italiana che ne parli, che cosa assurda.
Eppure non è proprio una notizia da poco, nemmeno per la demagogia occidentale, nemmeno per la stampa italiana così misera e provinciale.
Non se ne sono accorte nemmeno le donne in piazza a Siena, le donne del popolo  viola e violetto, rosa e scarlatto.
Tutto tace sulla liberazione di Ayat al Qarmezi, 20 anni, piccola donna velata del Bahrain, grande e coraggiosa donna, dolce e fortissima poetessa, orgogliosa detenuta per 106 giorni.
Con l’accusa di aver letto una poesia in piazza, durante una delle manifestazioni che hanno “invaso” la piazza delle Perle di Manama.
Una lotta completamente pacifica, che ha ricevuto come risposta una repressione pesantissima, con cecchinati qua e là, con retate e rastrellamenti, con persone prese e arrestate dai reparti d’ospedale…con ergastoli, già regalati come fossero acqua.

Ma tutto tace.
Quello sputo di terra tra i due mari non interessa a nessuno: anzi, il merdoso regime che tiene sotto scacco l’intera popolazione va sostenuto e foraggiato…questo è. Anche se non mi ci rassegno.

Ayat dopo la sua scarcerazione racconta di non aver subito torture, fortunatamente, ma ha voluto sottolineare quante ne avvengono nelle celle di quel paese, ai danni di persone che hanno semplicemente partecipato a cortei, o hanno tentato di esprimere il loro pensiero.
Nessuno ci racconta che più di 300 studenti sono stati esclusi ed espulsi dagli istituti dove erano regolarmente iscritti, perché “attentavano alla sicurezza nazionale”, alla sicurezza della famiglia Khalifa, che da 250 tiene in mano il potere.
Gli studenti messi sotto inchiesta ed espulsi hanno subito interrogatori in cui gli si chiedeva se avevano account sui social network (costretti poi a fornire i dati d’accesso), se hanno mai partecipato a cortei nella loro vita, se hanno mai visto piazza delle Perle e in quali occasioni…punto.
Altro non interessa, basta quello per una condanna o per l’esclusione dagli studi.
I detenuti spesso non hanno diritto a colloqui e comunque dai primi arresti di marzo, le famiglie non hanno mai incontrato i loro cari per più di 7 minuti.

Intanto almeno festeggiamo la liberazione di una piccola donna, entrata nella sfera non sempre piacevoli degli “eroi”, per quella poesia urlata al mondo. Mabrook Ayat, buona libertà e buona lotta.

Il Bahrain sentenzia: ERGASTOLO

22 giugno 2011 6 commenti

Nel silenzio totale del pianeta intera il Bahrein prosegue con la repressione: prima a suon di fucilate nelle piazze, ora con il carcere a vita per gli attivisti catturati.  Fine pena mai, ergastolo, perpetuità per dieci esponenti del movimento d’opposizione, leader sciiti che avevano partecipato e fomentato le proteste, completamente pacifiche, dei primi mesi di quest’anno. Al-Jazeera parla anche di diverse condanne minori (un massimo di cinque anni) per altri prigionieri.  I condannati all’ergastolo lo sono per “complotto in favore di un colpo di stato”.

Chissà se il mondo se ne accorgerà.

Al-Aswani ci racconta quest’Egitto della controrivoluzione …

3 aprile 2011 3 commenti

Un articolo interessante, comparso pochi giorni fa sulle pagine del giornale indipendente egiziano Al-Masry al-youm, a firma del noto scrittore Alaa al-Aswani, noto anche per essere uno tra i fondatori del partito Kifaya (“basta!”), “movimento egiziano per il cambiamento”, nato nel 2004. NOn per sposare ogni sua parola, ma per dare un ulteriore elemento per capire quello che sta accadendo lungo le sponde del Nilo, da qualche mese a questa parte…

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo del post Mubarak_

Parlavamo già un po’ di tempo fa del rischio che sta correndo il popolo di piazza Tahrir, che per un attimo e forse troppo ingenuamente, ha sentito la rivoluzione tra le dita delle mani. L’abbiamo raccontata col più sincero degli entusiasmi, ma allo stesso col terrore che possa essere, come dice in questa pagina al-Aswani, un’occasione sprecata. Una panoramica, che fa trapelare la rabbia per come l’esercito ha gestito l’arrivo ai referendum, il volta faccia dei Fratelli Musulmani, l’attesa popolare per un’incriminazione di Mubarak che continua a non arrivare…

Dopo la riuscita rivoluzione del 1919, e dopo che le forze d’occupazione britanniche ebbero ceduto alla volontà del popolo egiziano, re Faruq istituì una commissione incaricata di redigere una nuova costituzione. Essa venne nominata anziché eletta. Il leader nazionalista Saad Zaghloul si oppose, chiedendo che venisse eletta un’assemblea costituente per garantire che la costituzione rispecchiasse la volontà del popolo. Ma re Faruq insistette sulla sua posizione. La commissione nominata redasse la costituzione del 1923, che diede al re il diritto di sciogliere il parlamento in qualsiasi momento. Questa grave carenza costituzionale guastò la vita politica trasformando il parlamento in uno strumento nelle mani del re. Il partito Wafd di Zaghloul, che aveva la maggioranza dei seggi in parlamento, prese il potere una sola volta nel corso dei successivi 30 anni.
Stranamente, Zaghloul accettò la costituzione del 1923, nonostante i suoi difetti. In qualità di leader incontrastato dell’Egitto in quel momento, egli avrebbe potuto invitare gli egiziani a insistere sul loro diritto a una costituzione giusta e democratica. Ma l’occasione andò persa.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra e la sua vita quotidiana_

Dopo la rivoluzione del 1952, l’Egitto sprecò un’altra occasione di democratizzazione. La corrente antidemocratica presente all’interno degli Ufficiali Liberi dominò la rivoluzione, e il 16 gennaio 1953 emanò la decisione di sciogliere tutti i partiti politici e di confiscare il loro denaro e i loro uffici. Il partito Wafd era il partito di maggioranza all’epoca, ed era in grado di mobilitare l’opinione pubblica contro la dittatura, nel qual caso gli Ufficiali Liberi avrebbero ritirato la propria decisione e il sistema democratico in Egitto sarebbe stato preservato. Ma il partito Wafd non sollevò obiezioni. Fu un’altra occasione sprecata per l’Egitto. Invece, il paese rimase sotto il dominio autoritario per i successivi 60 anni.
Purtroppo, la storia dell’Egitto è piena di opportunità di democratizzazione sprecate. Ora abbiamo un’altra opportunità, che mi auguro non venga persa. La rivoluzione del 25 gennaio ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi. Centinaia di egiziani hanno sacrificato la loro vita per amore della libertà. Fin dai suoi inizi, tuttavia, la rivoluzione si è trovata di fronte a una feroce controrivoluzione – sia all’interno dell’Egitto che all’estero.
Pochi giorni fa, il quotidiano kuwaitiano ‘Al-Dar’ ha riferito che le autorità egiziane stanno subendo enormi pressioni da parte dei governanti arabi, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, affinché Mubarak non venga processato. Secondo il giornale, questi Stati arabi hanno apertamente minacciato di congelare tutti i rapporti con il Cairo, di tagliare tutti gli aiuti finanziari, e di ritirare i loro investimenti dall’Egitto. Tali regimi si sono spinti addirittura a minacciare di licenziare i 5 milioni di egiziani che lavorano nei loro paesi, se Mubarak dovesse essere processato.

Da parte sua, Israele ha sempre difeso Hosni Mubarak, uno dei suoi migliori alleati. La stampa israeliana non nasconde le sue preoccupazioni di fronte al significativo cambiamento democratico in Egitto. L’amministrazione americana ha una posizione simile. Sia i funzionari americani che quelli israeliani riconoscono il potenziale dell’Egitto e sanno che diventerebbe una potenza regionale nel giro di pochi anni, se diventasse una democrazia.

Foto di Valentina Perniciaro _Preghiera serala a Port Said_

Sul quotidiano britannico ‘Guardian’, il noto intellettuale americano Noam Chomsky ha sostenuto che gli Stati Uniti appoggiano l’autoritarismo in Egitto, non perché temono l’estremismo islamico, come solitamente affermano, ma perché temono un Egitto indipendente che non faccia affidamento sul sostegno americano. L’amministrazione USA si impegnerà a fondo – Chomsky ha aggiunto – per garantire che il prossimo presidente dell’Egitto resti fedele agli interessi americani.

Oltre alle minacce internazionali contro la rivoluzione in Egitto, ci sono anche seri problemi interni. Le basi del regime di Mubarak sono ancora intatte. L’ex Partito Nazionale Democratico (NDP) rimane radicato in tutto l’Egitto. Centinaia di migliaia di membri dell’NDP faranno del loro meglio per riconquistare il potere, sia pure sotto una nuova denominazione. Centinaia di agenti della sicurezza statale, che hanno perso i loro posti di lavoro, sono ora liberi di provocare devastazioni. Decine di migliaia di consiglieri comunali, governatori, rettori e presidi di università (nominati dall’apparato di sicurezza), oltre a esponenti dei media, leader d’impresa e di falsi sindacati, stanno ora cospirando contro la rivoluzione.
Quali sono gli obiettivi della controrivoluzione? Le dichiarazioni di Mubarak alla stampa internazionale, prima che egli si dimettesse, sono particolarmente significative.
“Voglio farmi da parte, ma temo il caos in Egitto … ho paura che i Fratelli Musulmani possano arrivare al potere”.
La controrivoluzione sta ora implementando un piano per trasformare in realtà le paure di Mubarak al fine di mostrare che l’ex presidente aveva ragione. Questo piano comprende:

Foto di Valentina Perniciaro _bevendo l'indimenticabile kassab_

1. Fomentare il caos e terrorizzare gli egiziani per farli sentire insicuri. Ciò serve a farli stancare della rivoluzione e a spingerli ad accettare le mezze soluzioni per motivi di stabilità. Questo piano ha avuto inizio con il ritiro delle forze di polizia in tutto l’Egitto e con la liberazione di 40.000 criminali dal carcere, che sono stati armati e hanno ricevuto istruzioni di attaccare la popolazione civile. Il piano è rimasto in vigore durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro. Quando Essam Sharaf ha preso il suo posto, hanno avuto luogo diversi episodi di vandalismo e di tensioni settarie, umiliando in tal modo il governo post-rivoluzionario. Nonostante i grandi sforzi intrapresi dal nuovo ministro degli interni, Mansur Al-Issawi, la polizia rimane in gran parte assente. Il rifiuto della polizia di proteggere questa nazione costituisce un tradimento. Gli agenti di polizia possono astenersi dal compiere il proprio lavoro solo se gli viene dato un ordine in tal senso. E’ chiaro che coloro che ordinano agli agenti di polizia di non compiere il proprio dovere sono ancora più influenti dello stesso ministro degli interni.

Gli episodi di criminalità e di teppismo in Egitto non sono casuali. Sono per lo più pianificati e mirati. Ad esempio, il personale di sicurezza di fronte al seggio di Moqatam non è intervenuto quando il sostenitore delle riforme Mohammad ElBaradei è stato attaccato dai sostenitori dell’NDP il giorno del referendum. Nel quartiere di Shubra, nei due giorni precedenti il referendum, alcuni teppisti sono stati autorizzati a bloccare le strade, a terrorizzare la gente e a sparare a casaccio colpi di arma da fuoco, causando diversi morti. Non un singolo funzionario di polizia o soldato dell’esercito è intervenuto per proteggere i cittadini. Il fatto che molti copti vivano a Shubra e che i leader copti avessero annunciato la loro opposizione agli emendamenti costituzionali non ha nulla a che fare con questi attacchi? Gli attacchi erano forse mirati a terrorizzare i copti per costringerli ad accettare gli emendamenti, o avevano l’obiettivo di punirli per aver insistito sul diritto degli egiziani ad avere una nuova costituzione?

2. Celebrare processi selettivi, la maggior parte dei quali si svolge sotto i riflettori dei media. I media statali (che erano anch’essi sotto il controllo dell’apparato di sicurezza dello Stato) si sono precipitati a fotografare gli ex-membri dell’NDP Ahmed Ezz, Zoheir Garana, e Ahmed Maghrabi nelle loro uniformi da detenuti, durante le indagini nei loro confronti. Lasciando da parte il fatto che ciò è andato contro tutti gli standard professionali, lo scopo era quello di assorbire la rabbia degli egiziani e convincerli che si stava facendo giustizia. Con tutto il rispetto per il procuratore generale, ci sono molte domande senza risposta a questo proposito.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo e la città dei morti strabordante di vivi_

Perché Mubarak e i suoi familiari non sono stati indagati? Perché gli ex-leader dell’NDP Zakaria Azmi, Fathi Sorour e Safwat al-Sherif non sono stati messi sotto processo? Perché il procuratore generale non ha indagato a proposito delle 24 denunce presentate dai lavoratori dell’aviazione civile contro Ahmed Shafiq, accusato di sprecare il denaro pubblico? Durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro, perché il procuratore generale non ha compiuto alcuna indagine sugli agenti di polizia accusati di aver ucciso i manifestanti? Dopo che Shafiq ha presentato le dimissioni, perché la procura ha rilasciato gli agenti accusati di omicidio? Il loro rilascio non permetterà loro di nascondere le prove che potrebbero essere usate per incriminarli? Qual è lo scopo di processare funzionari corrotti e assassini in maniera selettiva?

3. Agli egiziani non è stato permesso di eleggere un’assemblea costituente in grado di redigere una nuova costituzione che rifletta la volontà del popolo e che porti l’Egitto verso un’era di democrazia. Invece, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha sorprendentemente adottato la proposta di Mubarak di compiere limitati emendamenti costituzionali. Il processo di elaborazione e di approvazione degli emendamenti è stato afflitto da una serie di mancanze. In primo luogo, i membri della commissione incaricata di formulare gli emendamenti non sono stati selezionati sulla base di criteri chiari. In secondo luogo, il referendum si è svolto in tutta fretta dopo l’annuncio delle modifiche proposte, rendendo difficile per i cittadini comprendere appieno le problematiche coinvolte. Terzo, i cittadini potevano solo accettare o respingere l’intero pacchetto degli emendamenti, e non votarli singolarmente. In quarto luogo, la Fratellanza Musulmana e l’NDP si sono ritrovati uniti per la prima volta nell’appoggiare l’approvazione degli emendamenti. I Fratelli Musulmani hanno dimostrato di essere pronti a modificare la loro posizione a seconda dei propri interessi. Dopo aver raccolto le firme per mesi per sostenere la campagna di riforma di ElBaradei, essi hanno voltato le spalle a tutto questo e si sono alleati con l’NDP.
I principi dell’Islam sembrano essere sospesi per i Fratelli Musulmani durante la stagione elettorale, in quanto essi sembrano essere pronti a tutto pur di ottenere il potere. La Fratellanza Musulmana ha accusato i suoi oppositori di essere agenti stranieri. Ha distribuito zucchero e olio ad alcuni elettori, ha terrorizzato altri, e addirittura si è spinta a definire alcuni di loro ‘apostati’. La dimostrazione di forza della Fratellanza, anche se non è del tutto indicativa della sua influenza in tutto l’Egitto, sta servendo gli obiettivi della

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, tutti "ar gabbio"_

controrivoluzione. Da un lato, il movimento sta polarizzando gli egiziani sulla base della religione. Sta minando l’unità nazionale che la rivoluzione aveva invece alimentato. Dall’altro, esso dimostra ai simpatizzanti della rivoluzione in Occidente che Hosni Mubarak era davvero l’ultimo baluardo contro gli estremisti. Coloro che sono rimasti frustrati dalla calda accoglienza che i media hanno riservato al leader e assassino della Jihad Islamica Abud al-Zumur, dopo la sua liberazione dal carcere la scorsa settimana, devono riconoscere che queste immagini offrono un sostegno alla controrivoluzione. Al-Zumur, la cui lunga barba ricorda quella di Osama bin Laden, ha annunciato in televisione che uccidere in nome della religione è legittimo. Quest’affermazione ha terrorizzato milioni di occidentali che simpatizzavano con la rivoluzione egiziana, ma che ora sono pronti ad accettare il ritorno del vecchio regime in nome dell’esigenza di proteggere l’Egitto dagli estremisti.

Coloro che erano a favore degli emendamenti costituzionali hanno vinto il referendum. Pur rallegrandomi per la grande affluenza alle urne e rivolgendo il mio rispetto agli elettori, è mio dovere affermare che portare avanti il processo di transizione con un ritmo così rapido è contro gli interessi dell’Egitto e della rivoluzione.
Se coloro che sono al potere vogliono veramente sostenere il cambiamento democratico, il nostro sistema elettorale incentrato sui candidati deve essere cambiato. Questo sistema permetterà all’NDP e ai Fratelli Musulmani di aggiudicarsi la maggior parte dei seggi alle prossime elezioni. Che siano costoro a ricevere l’incarico di redigere la nuova costituzione egiziana è inaccettabile. La maggior parte dei giuristi ha sostenuto che una costituzione redatta da un parlamento eletto attraverso il sistema attuale non rappresenterebbe la volontà del popolo egiziano. Il loro ammonimento deve essere preso sul serio. La grande rivoluzione egiziana non diventerà un’altra occasione sprecata. Se il processo di transizione ci riporterà indietro, nessuno potrà impedire al popolo egiziano, che ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi, di ottenere da sé la propria libertà.
La democrazia è la soluzione.
Tradotto da Medarabnews

Yemen: defezioni a catena

21 marzo 2011 Lascia un commento

A leggere solo ore e titoli di lanci di agenzia si rimane ad occhi aperti:
9.42: capo truppe terra passa con i manifestanti
10.19: alto ufficiale dell’esercito passa con i ribelli
10.29: il capo dell’esercito nella provincia di Amran passa con i manifestanti e lancia un appello affinché “tutti gli ufficiali e i soldati dell’esercito passino con l’opposizione
11.35: si unisce ai ribelli anche il governatore di Aden
poi da mezzogiorno in poi si perde il conto, i numeri si fan prendere dall’euforia “60 ufficiali nel sud-est”, “decine di ufficiali in piazza a Sana’a con i manifestanti”…poi la palla è rimbalzata ai diplomatici che qua e là, dalla Siria all’Arabia Saudita, passando per la Francia,  hanno iniziato a dimettersi e dichiarare di pensarla proprio come i manifestanti che da due mesi non mollano la piazza, con una rabbia crescente.
La risposta di Ali Abdullah Saleh, al potere da più di trent’anni è stata lapidaria e ridicola come suo solito: “resto al mio posto, il popolo è con me.”
Per ora non resta che aspettare e capire…

 

Libia, 19 marzo 2011: la guerra di chi arriva prima

19 marzo 2011 5 commenti

Un mare che sembra non riuscire ad assistere ad altro che a tragedie…
quotidianamente solcato e affrontato da migliaia di migranti che fuggono da casa, è ora di nuovo attraversato da caccia, portaerei e chi più ne ha più ne metta. La corsa all’oro, proprio così: ancora una volta assistiamo ad una guerra petrolifera spacciata per tutt’altro.
Assistiamo al nostro caro mare sorvolato da caccia francesi, che hanno giocato fino all’ultimo per arrivare per primi… ma c’è voluto nemmeno una manciata di ore, quelli statunitensi non si sono lasciati aspettare per molto. C’è la gara anche di lanci di agenzie per chi fa prima a raccontare le armi usate: “110 missili Tomahawak usati dagli USA”, “Li lanciano anche i sottomarini britannici”!
Questo significa che le basi sul nostro territorio, quello che Frattini ( ma non ce n’era nemmeno tutto questo bisogno) ha prontamente dato, staranno lavorando a pieno regime, che tonnellate di armamenti prendono il volo proprio da casa nostra, come sempre e come tutti sappiamo.
Mica crederemo ancora alla guerra umanitaria no?
L’Arabia Saudita sta invadendo il Bahrain con le sue truppe eppure non mi sembra che nessuno la sta bombardando; eppure il Bahrain vive una rivolta sincera, pacifica e duramente repressa a piombo sulle teste … non c’è una guerra tribale in corso, con milizie armate in ogni angolo di paese.
Ma … tutto tace.
La Francia corre nuovamente per guadagnarsi un pezzo non tanto di terra quanto di oro nero: sembra proprio la guerra a chi arriva prima a prendersi i pozzi e i gasdotti, in un territorio “libero”, non nell’Iraq dell’era Bush.
Nel frattempo il pazzo continua a blaterare e minacciare anche l’Europa, continuando ad attaccare dove gli riesce.
Maledetti voi siate, maledetti i vostri bombardieri che ora gareggiano sul Mediterraneo…

e il popolo viola che dice????

Immagini agghiaccianti dal Bahrain!

16 marzo 2011 9 commenti

Manama,capitale del Bahrain, oggi

Ne parlavamo questa mattina
Gli ultimi aggiornamenti dal Bahrain parlano soprattutto di ospedali attaccati dalla polizia e dai militari con estrema violenza: sono molte le testimonianze riportate da Al-jazeera di pestaggi nei confronti dei medici, contemporanei alle dichiarazioni del ministro degli interni che parlano di “sforzi per garantire l’arrivo delle ambulanze dove ci sono i feriti”. All’ospedale di Salmaniya la situazione è peggiorata: i tank bloccano gli accessi e ci sono più di 400 feriti che attendono di essere medicati. Per quanto riguarda i primi numeri, sembra che il contingente straniero sia composto da un migliaio di soldati sauditi e la metà circa dagli Emirati arabi (il Qatar starebbe valutando in queste ore se inviare o no i propri soldati).

Nel frattempo il coprifuoco è scattato almeno fino all’alba di domani mattina … le strade si sono svuotate, la connessione internet funziona a rilento ed è praticamente inutilizzabile, l’attenzione mondiale è rivolta altrove.

Oggi, nel Bahrain

il Bahrain e l'oblio del mondo

Bahrain: fuoco e fiamme si abbattono sui manifestanti

16 marzo 2011 5 commenti

Non ci siamo mai dimenticati del Bahrain, anche se di spazio questo blog non gliene ha dato proprio tantissimo. Spazio comunque quel paese non ne trova sulla stampa internazionale -sulla nostra poi, figuriamoci!-  malgrado dal 19 febbraio la popolazione non voglia lasciare piazza della Perla, nella capitale Manama, qualunque trattamento gli riservino le forze dell’ordine.
Un regime in mani sunnite, con una popolazione in larga parte sciita è il panorama confessionale del paese, ma le rivendicazioni della piazza più che spaccature religiose richiamano l’attenzione su riforme sociali ed economiche. Questa notte i rivoltosi avevano rivolto un appello al mondo, di intervenire o comunque puntare la propria attenzione su un prossimo “orribile massacro” all’interno dei confini del regno: un ragazzo, l’ennesimo, è stato ucciso in serata nel villaggio di Sitra, a soli 15 km dalla capitale.

Oggi l’attacco è partito all’alba: era ancora notte fonda quando la polizia ha dato l’assalto alla piazza con carri armati, elicotteri, camionette e pullmann di trasporto truppe lanciando centinaia di lacrimogeni. Le tende che da due mesi ospitano i manifestanti sono andate subito a fuoco; alle 9 di mattina il bilancio era già di cinque manifestanti uccisi (poco fa si parlava di due morti anche tra i poliziotti).
Al-Jazeera racconta dettagliatamente l’attacco di questa mattina, con gli elicotteri che volavano bassi e sparavano sul presidio che, come una tonnara, veniva circondato e attaccato su tutti i lati. Anche l’ospedale, come nei primi giorni della rivolta di febbraio, è stato attaccato dalle forze di polizia: tutto bloccato, per evitare qualunque genere di soccorso ai feriti che arrivano dalle strade.«Il Bahrain international hospital è stato attaccato dalla polizia anti-sommossa che ha bucato le ruote di un’ambulanza per evitare che i feriti potessero esser salvati», si legge sul sito dell’agenzia pan-sciita Abna, con sede in Iran, secondo cui il primo «martire» dell’assalto odierno si chiama Jaffar Sadiq, di Karrana, località a ovest della capitale. «L’ospedale Salmaniya è stato invece bloccato dagli agenti e ora non c’è nessuno nell’edificio».
L’appoggio militare arriva anche dall’altro lato del confine: truppe saudite stanno entrando nel paese, sostenute dal GCC (consiglio per la cooperazione dei paesi del Golfo), per “proteggere il paese”, evitare escalation di rivolta sempre più pericolose, fermare “l’ingerenza iraniana”. Capito si, che bella scusa! Ma quali ingerenze iraniane e sciite…la popolazione del Bahrain vive da anni sotto una dittatura feroce e assassina, senza poter reclamare mai un minimo di dignità, non dico di libertà.
Nessuno ne parla però… malgrado ora sia occupata militarmente da truppe straniere che hanno il compito di sedare una rivolta che chiede diritti, dignità, libertà.
Parlano di democrazia quando fa comodo a loro… e quelle son zone strategiche per gli equilibri economici e militari ( il Bahrain ospita la Quinta flotta  statunitense ), non una foglia ha il diritto di muoversi.

Su Al-jazeera ci sono molti video interessanti a riguardo e QUI un po’ di immagini strazianti

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