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Posts Tagged ‘1948’

Palestina: ma di che Stato parlate?

21 settembre 2011 8 commenti

Oggi il discorso di Obama faceva un po’ ridere i polli: un uomo bipolare, che ha nominato al-qaeda e Bin Laden tante volte quante Bush nel 2001, che ha parlato della prossima probabile dichiarazione di uno stato palestinese con una superficialità spaventosa e il solito gioco a far sembrare Israele a vivere da 63 anni sotto occupazione.
Era corretto il trend che batteva la rete con #Obamablabla, esploso tra chi digita sulla tastiera dalle terre mediorientali; d’altronde, gli ha detto “volete la pace, allora andate dai vostri assassini, dategli la mano, lasciategli anche tutto il braccio e chiedete scusa”…
Io non sono assolutamente favorevole alla creazione di quella sedia blu con attaccata la bandiera della Palestina: non lo sono perché è ridicolo, perché è il sancire definitivamente una sconfitta. Non credo nella soluzione dei “2 popoli 2 stati” perché non è attuabile in uno stato di occupazione militare, perché non risolve il problema principale del popolo palestinese e della sua storia di lotta, di autodeterminazione e di speranza: il diritto al ritorno dei profughi.
Il diritto al ritorno alle proprie case, ai propri aranceti, al sapore del proprio olio nella cui leggenda son cresciute generazioni su generazioni, nei polverosi campi profughi della Cisgiordania, di Gaza e poi ancora in Giordania, Libano, Siria.
Il diritto al ritorno di tutti coloro che fuggirono di corsa dalle proprie case con le chiavi di casa in tasca, convinti, assolutamente convinti (visto che erano passati per secoli di occupazioni, crociate e quant’altro) che avrebbero riaperto quella porta molto presto.
Io credo che se non vogliamo prenderci per il culo dopo sessant’anni, tutti quei bambini che ho conosciuto per i campi di mezzo medioriente hanno il sacrosanto diritto di sapere, finalmente, qual è il sapore delle arance di casa loro.
Riconoscere uno stato di Palestina all’interno dei confini del 1967 non vuol dire sancire il diritto di Israele ad esistere come stato (non mi sembra ci sia ulteriore bisogno di farlo) ma far passare alla storia che ciò che si occupa militarmente per 63 anni è proprio, che la pulizia etnica e la continua pianificazione dell’assassinio di un popolo sono le basi possibili per la creazione di un’entità nazionale.
E poi: i coloni? dove li mettiamo? soprattutto alla luce dell’ondata di violenze di questi giorni in West Bank… che ci facciamo con coloni e insediamenti??
Non sarò mai favorevole a due popoli per due stati: lo stato deve essere uno, per tutti.

LEGGI  IL COMUNICATO DEL MOVIMENTO DEI GIOVANI PALESTINESI CONTRO LA CREAZIONE DELLO STATO DI PALESTINA

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63 anni di Nakba: non ne possiamo più, ora si deve tornare a casa

15 Mag 2011 7 commenti

Oggi sono 63 gli anni dal dramma, dalla tragedia del popolo palestinese.
Non un anniversario, perchè il dramma della Nakba è pane quotidiano per milioni di palestinesi: lo è per chi ha valicato quei confini nel ’48 e da quel momento fa la muffa in qualche sbilenco campo profughi di Siria, Libano o Giordania
e lo è per chi è all’interno della Palestina Occupata, in qualunque punto di essa si trovi, se ha sangue arabo.
Oggi però è stata una Nakba un po’ diversa…che ha fatto impazzire di “twittate” tutto il mondo telematico, che ha spalancato un nuovo orizzonte di conflitto, conflitto di massa.
Da tutti i confini oggi lo Stato d’Israele è stato contestato.
Gaza con il suo valico di Eretz, e poi ancora il King Hussein Bridge in Giordania, il Golan siriano,il confine libanese:
calcolare i numeri è quasi impossibile, ma a dozzine di centinaia si sono riversati ai border israeliani tentando di accedere o comunque di far pressione…accedere a quella terra sotto occupazione militare da 63 anni, la terra della segregazione razziale, la terra laboratorio di violenza e soprusi, il grande carcere del pianeta, dove si sperimentano tecniche di concentrazione umana come spesso armi non convenzionali.
Oggi per la prima volta lo stato d’israele che festeggia la sua nascita è stato “attaccato” da migliaia di persone che urlavano gioiose “Gerusalemme stiamo arrivando”, ” Stiamo tornando finalmente a casa”.
Morti ce ne sono stati…il Convoglio Restiamo Umani, all’interno della striscia di Gaza ha raccontato dell’uccisione di un 14enne con due colpi d’arma, uno al cuore e l’altro in testa…ma si parla, solo a Gaza, di un’ottantina di feriti.
Poi la repressione ha preso un po’ tutte le bandiere e divise: le forze di sicurezza e il Mukhabarat giordano, come quello libanese hanno fatto di tutto per impedire che la popolazione si avvicinasse troppo al confine. La repressione è stata pesante, ma penso lo sia più il terrore dello Stato d’Israele, che con le sue dimostrazioni di forza con metodologie da terzo Reich, s’è ritrovato oggi con tutti i suoi confini circondati da migliaia di persone urlanti.
Cavolo.
Che meraviglia.
Avrei solo voluto essere lì con voi, in Golan come sul Litani, a Gaza come in quel deserto giordano che separa la grande scatola di sabbia dalla fertile palestina…
63 anni di segregazione e pulizia etnica, questà è la Nakba, questo è Israele.

LEGGI STORIA DI UNA PULIZIA ETNICA
 Questo video invece è girato in Golan, e fa venir la pelle d’oca!

Sant’Anna di Stazzema e la Nakba

12 agosto 2010 Lascia un commento

Anna aveva appena 20 giorni, sarà stata un fagottello accaldato, nell’estate rovente del 1944, dove il sole bruciava insieme al piombo di una guerra che sembrava interminabile.

Sant'Anna di Stazzema

Sant'Anna di Stazzema, agosto 1944

Evelina invece quella mattina aveva iniziato a partorire, le doglie del parto contorcevano il suo corpo, corpo che finì straziato insieme ad altri 560. Genny invece, per difendere il suo bambino dalla morte si tolse uno zoccolo e lo tirò in faccia al soldato SS che aveva davanti.

Il sito internet di Sant’Anna di Stazzema ci offre questi volti trucidati per capire cosa fu quella mattinata di 66 anni fa, quando le SS uccisero tutti, trucidarono tutte e tutti per poi fare un gran falò di quei corpi, delle loro case, delle stalle, del raccolto, degli animali, dei ricordi.
Un deserto di cenere su quei corpi senza alcuna colpa.
Solo queste poche righe, per non dimenticarli.

La rabbia mi viene pensando che 4 anni dopo prese inizio la Nakba, e un altro popolo fu trucidato e cacciato. La metà della popolazione palestinese fu cacciata dalla propria terra, espropriata, segregata e trucidata.
Ma quella è una pulizia etnica che non ha diritto all’ “ufficialità” , al riconoscimento internazionale. Quella è una pulizia etnica i cui esecutori sono ancora oggi eroi nazionali …
“SONO FAVOREVOLE AL TRASFERIMENTO FORZATO: NON CI VEDO NULLA DI IMMORALE” _David Ben Gurion, giugno 1938_

Terra di Palestina, maggio 1948

Un saluto a Stefano Chiarini

3 febbraio 2009 2 commenti

Sono due anni che c’hai lasciato ed è ancora dura “perdonartela”.
Perchè era necessario il tuo coraggio, la tua penna, il tuo sorriso sornione e allo stesso tempo capace di essere sempre in prima linea, presente in ogni vicolo sporco dei campi profughi del medioriente e soprattutto del tuo amato Libanostefano_libano-2006
Per ricordarti non scelgo parole tue, ma il breve saluto che ti scrisse il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina.
Per ricordarti non c’è modo migliore che portare avanti il ricordo, la testimonianza, la memoria e la lotta.
L’ultima volta che i nostri sorrisi si sono incontrati c’erano i campi a farci da panorama, i bambini a circondarci, lo zaater ad insaporire le nostre colazioni
Ciao Stefano…..PALESTINA LIBERA

Alla famiglia di Stefano Chiarini 
Ai suoi amici e compagni 
Ai membri del Comitato (Per non dimenticare Sabra e Chatila)
 

Vogliamo essere vicini a Voi e vicino a Stefano che ha vissuto nelle viuzze dei campi profughi palestinesi e nel campo di Chatila e per tutta la dimensione della causa palestinese. 
Stefano non era un testimone ma ha messo la penna di fronte ai proiettili, contro la morte e per tenere viva la memoria dei nostri caduti contro il dimenticatoio ed il silenzio. 
Abbiamo conosciuto Stefano che è stato sempre vicino a noi, nei momenti di grande paura anche di disperazione ma soprattutto nella nostra lunga attesa di incontrare un sogno in comune che è la libertà. Stefano è un italiano con un cuore palestinese, ha combattuto sul fronte della memoria 6624per non dimenticare il genocidio, la patria e la resistenza. 
Alla sua famiglia vogliamo dire che Stefano ha voluto appartenere ad una grande famiglia che è l’umanità ed ha avuto un’identità che è la coscienza che non muore mai e noi saremo la continuazione dello spirito col quale lavorava Stefano, per non dimenticare chi non ha dimenticato i nostri caduti. 
Stefano,tu rimarrai vivo nella nostra memoria per sempre. 
Permettici si salutarti come facciamo con tutti i nostri cari avvolgendoti con una kefia che per noi è il simbolo di orgoglio e dignità per tutti gli uomini come te che hanno lottato per un’umanità libera e giusta. 
Tu hai sempre avuto un grande cuore, hai voluto abbandonarci presto, soprattutto in un momento in cui abbiamo molto bisogno di te perché la nostra strada è lunga. Sarai sempre con noi il 17 settembre di ogni anno, diremo a tutti che tu sei presente, che tu sei un fiore nel cuore di tutti i palestinesi. 
Stefano ci hai insegnato una lezione che non dimenticheremo e che trasmetteremo alle future generazioni: quando i cuori sono grandi come il tuo, scompaiono le frontiere e si costruiscono i ponti per mano di uomini semplici come te perché in fondo noi siamo fatti di valori e posizioni coraggiose come le tue. 
Ti salutiamo e ti promettiamo di continuare sulla tua strada per sconfiggere i nemici dell’umanità e per realizzare la nostra libertà. 

A te la gloria e alla nostra causa la vittoria. 

                                                                                                                    04 febbraio 2007 – Beirut
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 

I figli dei campi profughi nel Libano 

“Cancellate mio nonno dal Memoriale delle vittime ebree dal nazismo”

31 gennaio 2009 Lascia un commento

Cancellate il nome di mio nonno da Yad Vashem
di Mosè Braitberg 

Signor Presidente dello Stato di Israele, vi scrivo perché voi interveniate presso chi di dovere affinchè venga cancellato dal Memoriale di Yad Vashem, dedicato alla memoria delle vittime ebree del nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Brajtberg, morto nelle camere a gas di Treblinka nel 1943, come quello di altri membri della mia famiglia deportati e morti nei differenti campi nazisti durante la seconda guerra mondiale. Vi chiedo di acconsentire alla mia richiesta, signor presidente, perché quanto è successo a Gaza, e più in generale, la sorte toccata al popolo arabo della Palestina da sessanta anni in qua, ha screditato ai miei occhi Israele come centro della memoria del male fatto agli ebrei, e dunque all’umanità intera. Vedete, fin dalla mia infanzia, io ho vissuto circondato da sopravissuti ai campi della morte. Ho visto i numeri tatuati sulle loro braccia, ho ascoltato il racconto delle torture, ho conosciuto i lutti indicibili e ho condiviso i loro incubi. Bisognava, cosi mi hanno insegnato, che questi crimini non si ripetessero mai più; perché mai più doveva accadere che uomini, forti della loro appartenenza ad una etnia o ad una religione avessero in disprezzo altri uomini, e si facessero beffe dei loro diritti più elementari come quello di vivere una vita dignitosa in sicurezza, libertà, e con la luce, sia pur lontana di un futuro di serenità e di prosperità. Ma, signor presidente, io devo constatare che nonostante le decine di risoluzioni prese dalla Comunità internazionale, malgrado la palese evidenza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti del popolo palestinese dal 1948, nonostante le speranze sorte a Oslo e nonostante il riconoscimento del diritto degli ebrei israeliani a vivere in pace e in sicurezza, sovente ribaditi dall’Autorità palestinese, le sole risposte date dai governi successivi del vostro paese sono state la violenza, il sangue versato, la reclusione, i controlli incessanti, la colonizzazione e i saccheggi.
Mi direte, signor presidente, che è legittimo, per il vostro paese, difendersi da chi lancia razzi su Israele, o contro i kamikaze che uccidono molti israeliani innocenti. A ciò risponderò dicendo che il mio sentimento di umanità non varia a seconda della cittadinanza delle vittime. Invece, signor presidente, voi dirigete le sorti di un paese che pretende, non soltanto rappresentare gli ebrei nel loro complesso, ma anche la memoria di quelli che furono le vittime del nazismo. Questo mi riguarda ed è per me insopportabile. Conservando nel Memorial di Yad Vashem, nel cuore dello Stato ebreo, il nome dei miei congiunti, il vostro Stato tiene prigioniera la mia memoria familiare dietro il filo spinato del sionismo per farne l’ostaggio di una cosiddetta autorità morale che commette ogni giorno quel crimine abominevole che è la negazione della giustizia. Quindi, per favore, cancellate il nome di mio nonno del santuario dedicato alla crudeltà fatta agli ebrei perché essa non giustifichi più quella fatta ai palestinesi.
Con i miei rispettosi saluti
Jean-Moïse Braitberg (scrittore) c

Fonte: Le Monde del 28.01.09

Ma’an intervista il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina

22 gennaio 2009 Lascia un commento

L’AGENZIA DI STAMPA MA’AN INTERVISTA L’FPLP SULL’AGGRESSIONE ISRAELIANA A GAZA – 18 GENNAIO 2009

http://www.pflp.ps/english/      

Il 17 gennaio 2009 l’agenzia di stampa Ma’an ha realizzato la seguente intervista con un portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Nell’intervista l’FPLP discute sulla centralità della resistenza palestinese e sulla persistente aggressione contro il popolo palestinese, in particolare sull’aggressione contro Gaza cui Israele ha dato inizio il 27 dicembre 2008.  Ma’an: L’FPLP ed il suo braccio armato, le Brigate Abu Ali Mustafa (BAAM), al momento sono impegnate in scontri contro le truppe di terra israeliane nella Striscia di Gaza, mentre continuano a lanciare missili attraverso la Green Line verso Israele.Ma’an ha parlato con un portavoce ufficiale del movimento laico e di sinistra per gettare un po’ di luce sull’attuale lotta contro Israele e sullo stato della politica palestinese, sui rapporti con Hamas e con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP)
La seguente intervista è stata realizzata via email:    

1993_

Fotografia di Bar Am _Gaza: 1993_

Ma’an: Qual è la posizione dell’FPLP sulle motivazioni che hanno spinto Israele a lanciare la sua massiccia aggressione contro Gaza?

  FPLP: L’inizio dei massacri e dei crimini di guerra israeliani contro il nostro popolo è in linea con un obiettivo storico – il tentativo di eliminare la resistenza palestinese, in particolare a Gaza. Come già ha provato a fare nel 2006 in Libano, Israele ha tentato di separare la resistenza dal popolo perseguendo l’eliminazione della prima e l’indebolimento della causa palestinese e dei diritti della nostra gente.I piani israeliani contro il nostro popolo ed i nostri diritti possono essere realizzati – malgrado la complicità degli Sati Uniti, dei regimi arabi e di parte della “leadership” palestinese – solo con l’eliminazione della resistenza palestinese.Ora Israele sta imparando che, parimenti a quanto accaduto in Libano nel 2006, malgrado la sua brutalità e l’assoluta criminalità, la nostra gente è il cuore, la culla e la forza della nostra resistenza, e che i loro attacchi non sconfiggeranno mai il nostro popolo né la nostra determinazione nella difesa dei nostri diritti al ritorno, all’autodeterminazione e alla sovranità. 

 Ma’an: Le incursioni aeree, marine e di terra di Israele sono realmente dirette contro Hamas ed i razzi?

  FPLP: I razzi sono una rappresentazione allo stesso tempo pratica e simbolica della nostra resistenza all’occupante. Sono un promemoria costante che ricorda che l’occupante è tale, e che, per quanto possa impegnarsi in assedi, massacri, nel chiuderci in prigioni a cielo aperto, nel negarci il soddisfacimento dei bisogni umani primari, noi continueremo a resistere e ci aggrapperemo fermamente ai nostri diritti fondamentali, non permettendo che siano distrutti. Finché un razzo sarà lanciato contro l’occupante, il nostro popolo, la nostra resistenza e la nostra causa saranno vivi.Questo è il motivo per cui individuano come obiettivo i razzi: rendono l’occupante insicuro, poiché ognuno di essi è un simbolo ed un atto fisico del nostro rifiuto della loro occupazione, dei loro massacri, dei loro crimini e dei loro continui attacchi contro il nostro popolo. Ogni razzo dice che non acconsentiremo alle loro cosiddette “soluzioni”, basate sulla cancellazione e sulla negazione dei nostri diritti.  

Beit Lahiya  _luglio 2007_

Beit Lahiya _luglio 2007_

 Ma’an: Cosa dite a proposito delle prossime elezioni parlamentari israeliane? Hanno giocato un qualche ruolo nella decisione di attaccare Gaza?   

FPLP: Certamente l’attacco è legato alle elezioni israeliane – serve a sostenere l’immagine del partito Kadima ed in particolare di Livni e Barak, sulle spalle e col sangue di più di 1000 morti palestinesi. Che questo sia un fattore dirimente e positivo in queste elezioni la dice lunga sulla natura di Israele e del Sionismo    

Ma’an: Quanti combattenti dell’FPLP e delle BAAM sono stati uccisi durante l’invasione israeliana e/o I bombardamenti aerei?     

FPLP: Al momento non rilasciamo statistiche o informazioni di questo genere poiché sarebbero solo un aiuto all’aggressione militare del nemico contro il nostro popolo. Comunque, possiamo dire che membri delle BAAM sono stati fortemente attivi in tutte le forme di resistenza contro gli invasori e gli occupanti.  

Ma’an: Le BAAM sono state attive nella resistenza contro l’esercito invasore?    

 FPLP: Le BAAM hanno lanciato più razzi al giorno, si sono distinte particolarmente per l’utilizzo di bombe sulle strade, di autobombe e di altri congegni esplosivi che hanno procurato seri danni e distrutto carri armati ed altri veicoli militari dell’occupazione. I combattenti delle BAAM hanno partecipato a tutte le battaglie a tutti i livelli. Stanno inoltre lavorando strettamente e in coordinamento con tutte le altre forze della resistenza in una lotta unitaria per opporsi al nemico ed unificare la nostra resistenza di fronte ai crimini e ai massacri di Israele.fplp_corteo

Ma’an: In quale situazione l’FPLP potrebbe firmare un ‘cessate il fuoco’ con Israele?   

FPLP: Ci siamo opposti alla cosiddetta “tregua” o “cessate il fuoco” (in vigore tra il 19 giugno ed il 19 dicembre 2008) perché la consideravamo pericolosa per il nostro popolo e crediamo sia oggi dimostrato che la nostra analisi fosse corretta.Israele ha costretto ad una fine della “tregua” con i suoi attacchi ed omicidi – e poi l’ha usata come una scusa per attaccare i palestinesi (per esempio, il 4 novembre, bombardamenti aerei hanno ucciso cinque militanti ed un civile); un obiettivo che ha avuto da sempre, e ha usato un piano d’aggressione preparato precedentemente, durante la cosiddetta “tregua”.La resistenza, in maniera unificata, può sempre decidere che tattiche usare in ogni tempo. Noi chiediamo la fine dei massacri, il ritiro delle truppe d’occupazione dalla nostra terra, la piena, immediata ed incondizionata apertura di tutti i confini – in particolare del valico di Rafah – e la fine dell’assedio contro il nostro popolo. Ma non abbandoneremo mai i nostri diritti fondamentali – a resistere, a difendere il nostro popolo, al ritorno, all’autodeterminazione ed alla sovranità – in nome di una cosiddetta “tregua”, che è esattamente ciò che Israele desidera.  

Ma’an: Quali sono oggi le relazioni tra Hamas e l’FPLP?  FPLP:

Al momento le relazioni tra Hamas e l’FPLP sono determinate dalla resistenza.  

Ma’an: Ma l’FPLP è un movimento laico.
Ciò non crea difficoltà nel lavoro con Hamas, che invece crede in una società ed in un governo islamico?    
 

FPLP: Sia Hamas che l’FPLP militano nel campo della resistenza, della difesa del nostro popolo, della nostra causa e dei nostri diritti fondamentali. Entrambi rifiutano i cosiddetti “negoziati”, la cooperazione con l’occupante e qualsiasi cosiddetta soluzione politica basata sulla negazione e sull’abrogazione dei diritti della nostra gente; entrambi combattono uniti nella resistenza contro i massacri ed il genocidio perpetrati contro i palestinesi. Questa è l’unità ed è la relazione che ci interessa al momento: unità nella lotta, per il nostro popolo, la nostra causa ed i nostri diritti.    

Ma’an: Tornando alla politica, qual è la posizione dell’FPLP sulla legittimità di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il cui mandato è terminato ufficialmente il 9 gennaio?    

  FPLP: La sola legittimità palestinese che ci interessa al momento è la legittimità della resistenza. Questa è la definizione della nostra unità nazionale: lotta all’occupante e ai suoi crimini, difesa del nostro popolo e dei nostri diritti. La legittimità ora non è quella dell’ANP; essa deriva dallo stare con la resistenza, con la fermezza del nostro popolo, contro i crimini dell’occupante.      

Ma’an: L’FPLP crede che, date le circostanze, i palestinesi dovrebbero concentrarsi sulla Striscia di Gaza e meno sulla politica interna? O il ruolo della politica palestinese è più importante che mai?   

 

pal_nazistsFPLP: Questo è un momento fondamentale per il movimento nazionale palestinese e per la sua causa, di fronte ad un nemico dedito alla distruzione. La domanda per tutti è: stare con la resistenza o in disparte e permettere così che l’aggressione continui? Ogni briciolo di legittimità politica al momento dipende dalla risposta a questa domanda.  

 Ma’an: Qual è la situazione dell’FPLP e delle altre organizzazioni della resistenza nella West Bank?   

FPLP: Anche la West Bank è sotto assedio, solo di tipo diverso: l’assedio dell’occupazione, degli 11.000 prigionieri politici, della costante confisca della terra, della costruzione delle colonie, dell’innalzamento del muro d’annessione e degli altri crimini continui contro il nostro popolo. Infatti Israele sta approfittando che gli occhi del mondo si siano spostati dalla West Bank a causa dei massacri a Gaza, per procedere ad un numero ancor più grande di confische di terre e di attacchi in Cisgiordania.Noi non permetteremo che il nostro popolo sia diviso, risieda esso nella West Bank o a Gaza, nei territori palestinesi occupati nel 1948 (i palestinesi all’interno di Israele) o in esilio.     

Ma’an: L’FPLP si aspetta che i palestinesi fuori dalla Striscia si solleveranno contro l’occupazione, specialmente alla luce delle recenti atrocità israeliane a Gaza?    

FPLP: Noi siamo un’unica nazione, un unico popolo ed un’unica causa, e tutti i piani del nemico per spezzare quest’unità sono destinati a fallire. La nostra determinazione a resistere e a difendere i nostri diritti nazionali al ritorno, all’autodeterminazione, alla libertà e alla liberazione, alla sovranità, ci assicurerà la vittoria e l’unità del nostro popolo, della nostra terra e della nostra causa.    

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napo

La più grande prigione del mondo

14 dicembre 2008 Lascia un commento

La mega-prigione della Palestina

di Ilan Pappe (1)

In diversi articoli pubblicati da The Electronic Intifada, ho affermato che Israele sta attuando una politica di genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre continua la pulizia etnica della Cisgiordania. Ho affermato che la politica di genocidio è il risultato di una mancanza di strategia. L’argomento è il seguente: poiché la classe dirigente politica e militare non sa come gestire la Striscia di Gaza, essa ha scelto una reazione

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

automatica consistente nell’uccisione massiccia di cittadini ogni volta che questi osano protestare per forzare [in qualche modo] il loro strangolamento e il loro imprigionamento. Il risultato è stato finora un’escalation di uccisioni indiscriminate dei palestinesi – più di cento nei primi giorni del Marzo 2008 – giustificando sfortunatamente l’aggettivo “genocida” che io ed altri abbiamo utilizzato per definire questa politica. Ma non era ancora una strategia.
Tuttavia, nelle settimane più recenti, è emersa una strategia più chiara da parte di Israele nei confronti della Striscia di Gaza e del suo futuro, e questa strategia è parte della nuova impostazione complessiva riguardante il destino dei territori occupati in generale. Si tratta, nell’essenziale, di un affinamento dell’unilateralità adottata da Israele sin dal fallimento dei “colloqui di pace” di Camp David nell’estate del 2000. L’ex Primo Ministro d’Israele Ariel Sharon, il suo partito Kadima, e il suo successore Primo Ministro Ehud Olmert, hanno delineato molto chiaramente quello che l’unilateralità comportava: Israele avrebbe annesso circa il 50% della Cisgiordania, non come estensione omogenea ma come lo spazio complessivo degli insediamenti, delle strade separate, delle basi militari, e dei parchi nazionali (che sono aree interdette ai palestinesi). Questo è stato più o meno attuato negli ultimi otto anni. Queste entità puramente ebraiche hanno frammentato la Cisgiordania in 11 piccoli cantoni e sotto-cantoni, separati gli uni dagli altri da questa pervasiva presenza coloniale ebraica. La parte più importante di quest’invasione è il cuneo più grande di Gerusalemme, che divide la Cisgiordania in due regioni separate senza collegamenti di terra per i palestinesi. Il muro viene così allungato e reincarnato in vario modo per tutta la Cisgiordania, accerchiando a volte singoli villaggi, quartieri e città. L’immagine cartografica di questo nuovo assetto dà un’indicazione della nuova strategia nei confronti sia della Cisgiordania che della Striscia di Gaza. Lo stato ebraico del 21° secolo sta per completare la costruzione di due mega-prigioni, le più grandi – nel loro genere – della storia umana.

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell'Esercito israeliano

Foto di Valentina Perniciaro _Alture del Golan dopo il passaggio dell’Esercito israeliano

Esse sono fatte in modo differente: la Cisgiordania è fatta di piccoli ghetti e quella di Gaza è da sola un gigantesco mega-ghetto. C’è un’altra differenza: la Striscia di Gaza è adesso, nell’immaginazione distorta degli israeliani, la prigione dove sono imprigionati i “detenuti più pericolosi”. La Cisgiordania, d’altro canto, è ancora gestita come un gigantesco complesso di prigioni all’aria aperta sotto forma di normali agglomerati umani, come villaggi o città, collegati e supervisionati da un’autorità carceraria dotata di una forza militare enorme e violenta.
Secondo gli israeliani, la mega-prigione della Cisgiordania può essere definita uno stato. Yasser Abed Rabbo, consigliere del Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmud Abbas, ha minacciato – negli ultimi giorni del Febbraio 2008 – gli israeliani [dell’eventualità] di una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, ispirata dai recenti avvenimenti del Kosovo. Tuttavia, sembra che nessuno da parte israeliana abbia avuto molto da ridire su quest’idea. Questo è più o meno il messaggio che uno sbalordito Ahmed Qurei, il negoziatore palestinese per conto di Abbas, ha ricevuto da Tzipi Livni, il Ministro degli Esteri israeliano, quando le ha telefonato per rassicurarla che Abed Rabbo non stava parlando a nome dell’Autorità Palestinese. Egli ha avuto l’impressione che la di lei preoccupazione principale era in realtà quella opposta: che l’Autorità Palestinese non sia d’accordo nel chiamare “stato”, nel prossimo futuro, le mega-prigioni.

Questa riluttanza, insieme all’insistenza di Hamas di voler resistere al sistema della mega-prigione con una guerra di liberazione, ha costretto gli israeliani a ripensare la loro strategia verso la Striscia di Gaza. Quello che trapela è che neppure i membri più disponibili dell’Autorità Palestinese sono disposti ad accettare la realtà della mega-prigione offerta come se fosse la “pace” o persino come se si trattasse della “costituzione di due stati”. E Hamas e la Jihad islamica sono arrivati a tradurre questa riluttanza negli attacchi con i razzi Qassam contro Israele. Così il modello della più pericolosa delle prigioni è andato avanti: gli strateghi dell’esercito e del governo si sono imbarcati in una “gestione” a lungo termine del sistema da essi messo in piedi, nel momento stesso in cui dichiaravano di impegnarsi in un “processo di pace” sostanzialmente insignificante, con molto poco interesse da parte della comunità internazionale, e una continua lotta dall’interno [dello Stato d’israele] contro di esso.

In questo quadro la Striscia di Gaza viene ora vista come la prigione più pericolosa, e quella contro cui impiegare i mezzi punitivi più brutali. Uccidere i “detenuti” con bombardamenti aerei o di artiglieria, o per mezzo dello strangolamento economico, sono i risultati non solo inevitabili dell’azione punitiva che è stata scelta, ma anche quelli desiderati.

Quello che lascia Israele_

Foto di Valentina Perniciaro _GOLAN:Quello che lascia Israele_

Il bombardamento di Sderot è la conseguenza inevitabile ma anche, per certi versi, desiderabile, di questa strategia. Inevitabile, perché l’azione punitiva non può distruggere la resistenza e molto spesso genera una rappresaglia. La rappresaglia fornisce a sua volta la logica e il presupposto per l’azione punitiva successiva, nel caso qualcuno, nell’opinione pubblica interna [israeliana], dovesse dubitare della giustezza della nuova strategia.
Nel prossimo futuro, ogni resistenza analoga proveniente dalla mega-prigione della Cisgiordania verrà trattata in modo simile. E queste azioni molto probabilmente avranno luogo in un futuro molto vicino. In realtà, la terza intifada sta per iniziare. E la risposta israeliana sarebbe un’ulteriore elaborazione del sistema della mega-prigione. Ridimensionare il numero dei “detenuti” sarebbe ancora una priorità molto alta in questa strategia, per mezzo della pulizia etnica, delle uccisioni sistematiche e dello strangolamento economico.

Ma ci sono ostacoli che impediscono alla macchina distruttiva di mettersi in moto. Sembra che un numero crescente di ebrei in Israele (la maggioranza, secondo un recente sondaggio della CNN) desiderano che il loro governo inizi a negoziare con Hamas. Una mega-prigione va bene, ma se le aree residenziali dei coloni verranno prese probabilmente di mira in futuro, allora il sistema fallirà. Ahimè, dubito che il sondaggio della CNN rappresenti esattamente l’attuale orientamento israeliano; ma esso indica una tendenza incoraggiante che conferma la convinzione di Hamas secondo cui Israele capisce solo il linguaggio della forza. Ma tutto ciò potrebbe non essere sufficiente e la perfezione del sistema della mega-prigione continua nel frattempo senza tregua, e le misure punitive del suo potere si stanno prendendo le vite di un numero sempre maggiore di bambini, donne e uomini nella Striscia di Gaza.

Come sempre è importante ricordare che l’occidente può porre fine, anche domani, a questa disumanità e criminalità senza precedenti. Ma finora questo non è avvenuto. Sebbene gli sforzi per rendere Israele uno “stato paria” [uno stato messo al bando dalla comunità internazionale, come il vecchio Sudafrica dell’apartheid] continuino a tutta forza, essi provengono ancora solo dalla società civile. Speriamo che questa energia venga un giorno tradotta in politiche governative effettive. Possiamo solo pregare che, quando questo avverrà, non sia troppo tardi per le vittime di questa orrenda invenzione sionista: la mega-prigione della Palestina

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo:
http://electronicintifada.net/v2/article9370.shtml 

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