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Posts Tagged ‘montagna’

Tito, fino all’ultima vetta

6 luglio 2013 Lascia un commento

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Non ce l’hai fatta piccolo intrepido,
Tu che da bimbo eri già un prodigio, che avevi scelto di dedicare la tua vita alle pareti e ai suoi pertugi, all’altezza e al canto dei rapaci.
Una vita brevissima, quasi sempre sospesa in aria: 12 anni di calli e voglia di non fermarsi mai, 12 anni di magnesite a seccar la pelle, di falesie da masticare e amare.
Buon viaggio piccolo scalatore unico al mondo, piccolo Tito maestro di tutti.
Il tuo viaggio prosegue nei corpi che andrai a salvare con i tuoi organi, i tuoi occhi e il tuo cuore respireranno ancora i profili delle montagne da sfidare, libereranno vie chissà dove…

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Roccia, camosci e libertà

30 settembre 2011 4 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _giocando a nascondino con le nuvole_

Tra pochissimi giorni la prima neve inizierà a ricoprirti, a rendere soffici quelle rocce durissime.
Tra poco il grande freddo ti circonderà, rendendoti praticamente inaccessibile alla nostra poca esperienza…
e così oggi di corsa verso di te, dolce montagna silenziosa, di nuovo “a caccia” dei tuoi camosci, delle tue pareti, delle nuvole che solleticano i piedi,
dei rapaci che vengono a rubar sorrisi sfiorandoci, di tutta quella meraviglia che ti si apre davanti, sotto, tutto intorno.
A tra un po’, intanto salutatemi Walter Rossi, per chi oggi andrà in piazza.
Io lo ricorderò nel posto che in questi mesi sento di chiamare col nome della Libertà…
quella che si conquista metro per metro.

Un concerto d’addio

11 febbraio 2011 1 commento

Qualche millennio fa, a Ba'albek

Qualche millennio fa, a Ba'albek

Prologo

A voi tutte,
che piacete o siete piaciute,
che conservate icone nell’antro dell’anima,
come coppa di vino in un brindisi,
levo il cranio ricolmo di canti.

Sempre più spesso mi chiedo
se non sia meglio metter il punto
d’un proiettile alla mia sorte.
Oggi darò,
in ogni caso,
un concerto d’addio.

Memoria!
Raduna nella sala del cervello
le schiere inesauribili delle amate.
Da un occhio all’altro effondi il sorriso. D’antiche nozze travesti la notte.
Di corpo in corpo effondete la gioia.
Che nessuno dimentichi una simile notte.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna vertebrale.

I

Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quale Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?

Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
Gente adorna la festa senza posa attingeva.
Penso.
I pensieri, grumi di sangue,
infermi e rappresi strisciano via dal cranio.

Io,
taumaturgo di ogni tripudio,
non ho con chi andare alla festa.
Cadrò di schianto, supino,
sfracellandomi il capo dulle pietre del Nevskij!
Ho bestemmiato.
Ho urlato che Dio non esiste,
e lui ha tratto dal fondo dell’inferno
una donna che farebbe tremare una montagna
e mi ha comandato:
amala!

Dio è soddisfatto.
Nell’erta sotto il cielo
un uomo tormentato s’è inselvatichito e spanto.
Dio si stropiccia le mani.
Dio pensa:
aspetta, Vladimir!
L’ha escogitato lui, lui,
per non farmi scoprire il tuo mistero,
di darti un marito vero
e di porre sul pianoforte note umane.
Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova, per far la croce sulla nostra coperte,
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e fumo sulfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

Ma invece fino all’alba
l’orrore che tu fossi condotta ad amare
m’ha sconvolto,
e le mie grida
ho sfaccettato in versi,
gioielliere già in preda alla follia.
Giocare a carte!
Sciaquare
nel vino la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te!
Non voglio!
Non importa,
lo so
che creperò fra breve.

Se è vero che esisti,
o Dio,
o mio Dio,
se hai intessuto il tappeto di stelle,
se questo tormento,
moltiplicato ogni giorno,
è, Signore, una prova mandata giù da te,
indossa la toga del giudice.
Aspetta la mia visita.
Sono puntuale,
non tarderò d’un giorno.
Ascolta,
altissimo inquisitore!

Serrerò la bocca.
Non udiranno un grido
dalle labbra morse.
Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
trascinami,
squarciandomi sulle punte delle stelle.
Oppure,
quando l’anima mia sloggerà
per venire al tuo tribunale,
accigliandoti ottusamente,
come una forca
distendi la Via Lattea,
e subito impiccami come un criminale.
Fa quello che ti pare.
Squartami, se vuoi.
Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
Però,
ascolta!
Portati via la maledetta,
che m’hai comandato d’amare!

Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quale Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?

Foto di Valentina Perniciaro _biforcazioni in salita_

II

Il cielo
fumoso, immemore d’azzurro,
e le nubi a brandelli come profughi
rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato d’un tisico.
La mia gioia ricoprirà il ruggito
dell’ammasso, dimentico
del tepore domestico.
Uscite dalle trincee.
Combatterete dopo.

Anche se dura la battaglia,
ubriaca di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non sono vane.
Cari tedeschi!
Io so
che avete sul labbro
la Margherita di Goethe.

Muore il francese
sulla baionetta sorridendo,
con un sorriso si schianta l’aviatore ferito,
se ricorda
il bacio della tua bocca,
Traviata.

Ma a me che importa
della rosea polpa,
che i secoli masticheranno?
Oggi stendetevi ad altri piedi!
Canto te,
imbellettata,
fulva.

Forse di questi giorni,
orrendi come aguzze baionette,
quando i secoli avranno canuta la barba,
resteremo soltanto
tu
ed io,
che t’inseguirò di città in città.

Sarai mandata di là dal mare,
ti celerai nel covo della notte:
ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
con le labbra di fuoco dei lampioni.

In lente carovane percorrerai i torridi deserti,
dove stanno leoni in agguato:
per te
sotto la polvere, strappata dal vento,
sarà un Sahara la mia guancia ardente.

Con un sorriso sulle labbra guardami,
vedrai
che torero io sono!
E d’improvviso
getterò sul tuo palco la mia gelosia
come l’occhio morente del toro.

Se portando il tuo passo distratto sul ponte
penserai
che ti sta bene laggiù,
sarò io
sotto il ponte la corrente della Senna,
e ti chiamerò,
digrignando i putridi denti.

Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
Strelka o Sokolniki.
Io starò in alto a farti soffrire
con un’ignuda luna in attesa.

Sono forte,
avranno bisogno di me
e mi ordineranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultimo,
rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

Finirò sul trono?
O a Sant’Elena?
Dominati i flutti tempestosi della vita,
sarò ugualmente candidato
al regno dell’universo
e al lavoro forzato.

Se è mio destido d’essere re,
il tuo viso
ordinerò di coniare al mio popolo
nell’oro vivo delle mie monete!
O laggiù,
dove si scolora il mondo nella tundra,
dove traffica il fiume col vento del nord,
sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
e le catene bacerò nel buio della galera.

Ascoltate, immemori dell’azzurro del cielo,
irsuti,
come bestie feroci.
Al mondo, forse,
questo ultimo amore
è un’alba vivida come incarnato di un tisico

III

Scorderò l’anno, la data, il giorno.
Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
Avverati, magia sovrumana,
delle parole illuminate di pianto!

Oggi, appena entrato nella tua casa,
mi sono sentito
a disagio.
Tu celavi qualcosa nell’abito di seta
e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.
Sei felice?
Hai risposto un freddo:
“Molto “.
L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.
Accumolo disperazione, nel delirio della febbre.

Ascolta,
tanto non ci riesci
a celare il cadavere.
Scagliami in viso la parola terribile.
Ogni tuo muscolo urla
lo stesso,
come in un megafono:
è morto, è morto, è morto.
No,
rispondi.
Non mentire!
(Come farò a tornare indietro così?)
Come due tombe
ti si scavano gli occhi nel viso.

Le due fosse si inabissano.
Non se ne vede il fondo.
Mi sembra
di crollare dal palco dei giorni.
Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio
e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.

Lo so,
ormai l’ha consunto l’amore.
Da tanti segni indovino la noia.
Fammi tornare giovane nell’anima.
La gioia del corpo fà di nuovo conoscere al cuore.

Lo so,
per una donna sempre si paga.
Non fa niente,
se intanto,
non ti vestirò con l’elegante abito di Parigi
ma soltanto col fumo della sigaretta.

Il mio amore,
come un apostolo d’età remote,
diffonderò oer mille e mille strade.
Da secoli è pronta per te una corona,
ove sono incastonate le mie parole:
arcobaleno di spasimi.

Come fecero vincere Pirro
gli elefanti con passi di due quintali,
così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
Invano.
Non potrò piegarti

Gioisci,
gioisci
d’avermi finito!
Ora è tale l’angoscia che desidero
soltanto fuggire al canale
e il capo cacciare nell’acqua digrignante.

Mi hai offerto le labbra.
Con quanta indifferenza.
Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.
M’è parso di baciare in penitenza
un monastero intagliato nella fredda pietra.

Hanno sbattuto
la porta.
È entrato lui,
rorido della gaiezza delle strade.
Io
con un gemito mi sono spezzato in due.
Gli ho gridato:
” Va bene!
Me ne andrò!
Va bene!
Rimarrà tua.
Ricoprila di stracci,
le sete appesantiscono le sue timide ali.
Bada che non s’involi.
Appendile al collo
come una pietra collane di perle!”.

Oh, questa
che notte!
Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
Al mio pianto e al mio riso
il muso della stanza d’è torto in una smorfia d’orrore.
E come una visione sorse a te il suo sembiante,
sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,
quasi in sogno evocasse un nuovo Bjalik
un’abbagliante regina dell’ebraica Sion.

Nel tormento ho piegato i ginocchi
dinanzi a colei che non è più mia.
A mio paragone
re Alberto,
arresosi con tutte le sue fortezze,
è un festeggiato ricolmo di regali.

Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
Io un solo veleno desiderio:
bere e bere sempre versi.

Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
privandolo di tutto,
e nel delirio m’hai lacerato l’anima,
accogli, cara, il mio dono,
forse più nulla io potrò inventare.

Onorate a festa la data di oggi.
Avverati,
magia simile alla passione di Cristo.
Vedete,
sulla carta sono trafitto con chiodi di parole.
— Vladimir Majakovskij —
IL FLAUTO DI VERTEBRE

Foto di Valentina Perniciaro _ tra poco ritorno eh?!_

Ad esplorar le mie quattro ossa…

20 maggio 2009 Lascia un commento

_AAC0352

QUESTE PAGINE RESTERANNO SILENZIOSE PER UNA MANCIATA DI GIORNI.

NOI SI VA A FAR PERDERE LO SGUARDO, A VOLARE INTORNO AI FALCHI, A CHIACCHIERARE COL VENTO…

 

“Non ho mai aperto una via di roccia, perché mi sento un passante, senza diritto di chiodo e martello. In montagna mi piace passare senza far rumore, anche quando salgo un sentiero. Cerco nei passi e nei gesti della scalata di essere leggero, di non lasciare traccia. Lì più che altrove sono un intruso.
Mi piace tentare cose dure per me ma prima di tutto viene l’entusiasmo per l’ambiente, l’intesa con l’atmosfera e i compagni di scalata. Invece rinuncio senza difficoltà alla magnesite, non l’ho mai usata. Ho pelle secca e mani esercitate da quasi vent’anni di vita da operaio, non mi sudano, anzi le devo lubrificare con qualche sputo.

Tutte le vie che ho salito, compreso “Viaggio = infinito”, portano le mie impronte digitali senza polvere bianca. A volte rinuncio volentieri alle scarpette, per piacere di scalare scalzo.

Il gusto delle scalate sta per me nel fatto che il corpo prende il sopravvento sulla testa, governa lui. La roccia è il campo in cui la testa smette di dare ordini, di essere padrona e signora. Le parti del corpo impongono il loro regime assembleare, tutte le parti, dalle dita dei piedi fino ai muscoli del collo. L’arrampicata è il regime democratico del corpo, la sua presa di potere. La testa registra, ricorda, archivia, ma segue, viene dietro il corpo. Qualche volta la testa si ribella e manda al corpo segnali di paura, ma basta che il corpo si fermi un momento ad ascoltarsi vivere, respirare, e il messaggio viene rispedito indietro. Insomma sulla roccia il corpo dimostra che magnifica macchina sia e quanto sconosciuta.

Non obbedisco a prescrizioni scientifiche, non tocco il pan Gullich, faccio molte prese su tetto, medie e grandi, poi reggo un po’ di tacche con del sovraccarico cercando di migliorare la forza delle singole dita. Una seduta mi consuma più di una giornata a scalare. E’ bello scoprire che ci sono margini impensati di miglioramento anche tardi, è bello inoltrarsi in questa magnifica macchina del corpo che ci è stata fornita dal massacrante lavoro delle innumerevoli generazioni. Io sento di stare nelle ossa di un prototipo messo a punto da un’officina di m millenni. Più m’inoltro e più si rivelano funzioni nuove, comprese quella di poter essere più efficiente adesso di quando avevo vent’anni. Sono un esploratore delle mie quattr’ossa.” Erri De Luca in un’intervista sull’arrampicata

Resisti Abruzzo, RESISTI!

6 aprile 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro

Rientro dall’Abruzzo, ormai terra familiare, solamente ieri sera e poche ore dopo…il terremoto.

Foto di Valentina Perniciaro _Sulla vetta della Majeletta_

Foto di Valentina Perniciaro _Sulla vetta della Majeletta_

Terra di dirupi, di grotte e panorami che cambiano ogni metro, terra di lupi e orsi (stavolta lo posso dire forte), di montagna aspra e colline dolci.
Terra di gente genuina, dal dialetto stretto , simpatico e contagioso; gente generosa, silenziosa e piena di voglia di cantare, ridere e mangiare.

Una terra che sa accogliere e farti tornare indietro nel tempo, come se per bere dovessi risalire dal Calacroce con la conca in testa e l’acqua della fonte, come se la Morgia fosse sempre stata nel mio orizzonte.
Un Abruzzo in ginocchio ad una manciata di ore da quando m’ha salutato, da quando ho riempito di baci quella mamma montagna che ogni giorno svela un ruscello, un fiore, un animale, un lato sconosciuto.

Foto di Valentina Perniciaro _La Morgia_

Foto di Valentina Perniciaro _La Morgia_

Ogni luce dona alla dolce Majella un colore nuovo, un profilo più dolce del precedente.

Terra di pascolo e mulattiere, di scoppolette e formaggi di pecora, terra genuina che non sembra l’Italia di oggi.
Aspro e dolce Abruzzo, RESISTI.

E DOVRETE RACCONTARCI DI CHI SONO LE RESPONSABILITA’ DI TUTTO QUESTO, CI DOVRETE DIRE COME E’ POSSIBILE CHE CADANO SBRICIOLATI OSPEDALI E PREFETTURE E NON CASE ANTICHE, O ABUSI DI PERIFERIA.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

CI DOVRETE DIRE COME COSTRUITE IN UN TERRITORIO ALTAMENTE SISMICO, CI DOVRETE DIRE PERCHE’ SIAMO L’UNICO PAESE AL MONDO DOVE IL CEMENTO ARMATO SI SBRICIOLA COME IL CARTONE.

UN PENSIERO VA A TUTTI GLI SFOLLATI, A TUTTI COLORO CHE LOTTANO PER USCIRE VIVI DALLE MACERIE.

UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I DETENUTI DELLA REGIONE ABRUZZO, RICCA ANCHE DI CARCERI DI MASSIMA SICUREZZA, DI CUI NESSUNO CI FA SAPERE NULLA: PERCHE’ TERREMOTO E CARCERE SONO DUE COSE CHE PENSATE INSIEME DOVREBBERO FAR VENIRE VOGLIA A TUTTI, A TUTTI, DI ANDARE LI’ E BUTTAR GIU’ QUELLE MURA, QUEI BLINDATI, QUELLE SBARRE.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Maometto va alla montagna, visto che lei non voleva spostarsi…

1 aprile 2009 Lascia un commento

Vado alla mia montagna.

Foto di Valentina Perniciaro _dalla Majella alle Tremiti_

Foto di Valentina Perniciaro _dalla Majella alle Tremiti_

Vado ad invecchiare in un luogo dove l’occhio prende il volo,
dove ogni salita è una conquista del cielo.
…non vi abbandono però…

mi volatilizzo un po’

29 ottobre 2008 2 commenti

…i fascisti caricano. Poi vengono ricaricati. 
I compagni hanno le teste aperte e qualcuno tra un po’ anche una bella denuncia.

Foto di Valentina Perniciaro _le mie montagne_

Foto di Valentina Perniciaro _le mie montagne_

E’ tristemente chiaro. Domani la piazza sarà immensa, di quelle “sinceramente democratiche” probabilmente, straripante tutta questa onda anomala di studenti. Che non so descrivere, che non so commentare, a cui non sento di appartenere. Inevitabilmente. Perchè le cose ‘apolitiche’ non le conosco, non esistono, sono ridicole.
Perchè mi sono sempre schierata, da quando ero bambina.
Perchè molti, la maggiorparte di quegli slogan mi fanno rabbrividire. 
Domani la piazza sarà immensa…ma io non ci sarò.

No no, per una volta lasciatemi dar buca.
Io domani torno alla mia cara montagna.Vado a farmi due chiacchiere con quel grillo che ho lasciato lì…vado a vedere quanto freddo fa sul ‘prangatello’. Sparisco, scompaio, mi dissolvo. 

 

Come una piccola cozza, mimetizzata sul suo scoglio.
Il suo meraviglioso scoglio.

Ci si vede tra qualche giorno…
ma3a salama

Ritorno al caos.

8 settembre 2008 1 commento

Una terra di resistenza. Dove la si respira un po’ ovunque, anche in questo presente piatto. Come questa piccola lumachina, quella terra persevera con tenacia nella sua semplicità, nel suo materialismo, nel suo legame con il suolo, con quella montagna lì di fronte, con i colori delle stagioni. Ti fa sentire a casa, ti fa sentire accolto, una terra superstite in mezzo a quest’occidente… una scoperta inaspettata e piacevole.

Foto di Valentina Perniciaro  -Lumachina Resistente

Foto di Valentina Perniciaro -Lumachina Resistente

Sarà per quella composizione sociale fatta di contadini e classe operaia dell’indotto Fiat che tiene tutto fermo ad altri tempi, che porta a conversazioni piacevoli, realiste, perdute… sarà perchè tutto sembra essere più vivibile, naturale, più saporito e sincero. Sarà perchè ti sveglia il gallo la mattina e fai colazione con i fichi che trovi passeggiando, sarà perchè ti salutano tutti e tutti ti scrutano per capire da dove vieni, perchè sei lì, che dialetto parli. Sarà perchè il loro di dialetto è divertente e composito, ideale cantilena per serate al fresco seduti sulle scalette di una prangatello. Una terra che incanta, che ride, che si ammazza di fatica e sudore, che è orgogliosa e accogliente.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Sarà perchè la Majella da quelle stradine sembra chiamarti ad una conversazione saggia con una vecchia signora dai fianchi morbidi, dall’abbraccio ancora sensuale e caldo. Quella montagna riesce a catturare lo sguardo od ogni ora, con colori e ombre sempre più emozionanti. Sarà perchè se il cielo è limpido, mentre chiacchieri con mamma montagna puoi vedere le Tremiti…
Io oggi prima di cominciare a ricalibrare la mia vita di studio, lavoro, baci, microfoni voglio riguardare questi giorni. Questi giorni vissuti secondo per secondo, come una piccola cozza su uno scoglio, attaccata a tutto ciò che amo. “E aspetterò domani per avere nostalgia“, oggi la canto con il cuore che trema, perchè avrei voluto solo fermare il tempo, ieri, e non tornare mai più
Poi Roma…con il suo traffico, con i manifesti di Forza Nuova, con i coatti, col campionato che ricomincia, con i fascisti, con quello che sarà quest’autunno, con quella fottuta porta blu.
Non mi ci fate pensare. 

Foto di Valentina Perniciaro _Trabocchi e ruggine_

 

Foto di Valentina Perniciaro _ Juvanum, sito archeologico romano_

Foto di Valentina Perniciaro _ Juvanum, sito archeologico romano_

Trovate un po’ di foto su Flickr

Mamma montagna

3 agosto 2008 1 commento

Se ne imparano di cose in montagna. Si impara nel provare a salirla e, nel nostro caso, si impara ancora di più nella discesa. Facilmente ci si innamora..di quel senso di libertà, di quella solitudine intorno, di quella vita pullulante ad ogni passo. E poi della fatica, del sudore, della sfida, dell’acido lattico che si fa sentire appena iniziato il cammino.
E noi che pensavamo, per una volta, di poter scegliere i tempi…invece è stata sempre lei a deciderli, a decidere sul nostro corpo, sul nostro orientamento, sullo stupore di tanto spazio intorno.
 


I paesaggi più belli li porto con me. Li tengo per me. I paesaggi più belli erano quegli occhi brillanti.
Era quel sorriso. E’ quello che sto imparando accanto a te.
Ringrazio quella montagna, perchè ha contribuito a legare, intrecciare, a crear fiducia.. ha regalato sorrisi e armonia, combattività e tenerezza.


                              
“Farei con te quello che la primavera fa con i ciliegi” P. NERUDA

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