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L’arresto di Nicola D’amore: operaio Fiat, brigatista.

13 maggio 2020 4 commenti

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Nicola D’Amore, col megafono in mano, alla testa di un corteo Fiat

Quando ho ricevuto il testo che leggerete, da Nicola D’Amore, sono state subito tante le domande che avrei voluto fargli.
Per una semplice ragione, perché penso sia necessario -ora, nel 2020- raccontare, per comprendere, perché questi ragazzi o addirittura dei padri di famiglia, sceglievano di entrare a far parte di un’organizzazione armata.
Sono stati in migliaia a fare questa scelta, e la domanda che sempre mi son sentita di fare, come quando imparavo da Salvatore era … “da dove provenivi, da che città, che famiglia, che condizione sociale”?

Nicola fa parte di quei compagni che entrano nelle Brigate Rosse dalle linee delle fabbriche, dalle presse, dalle officine: le brigate di fabbrica, nate e cresciute in quel proletariato che ho sempre avuto la curiosità di capire.images
Nicola nelle fabbriche del nord ci arriva da una storia lontana: nasce a Portici, da un padre ferroviere anch’esso figlio di ferroviere. Ma al quinti figlio maschio che viene al mondo decide di costruire una prospettiva diversa ed emigra verso nord, nel 1959. Sei mesi passa in stazione, con la sua famiglia, e i mobili appoggiati, che nessuno affittava casa ai terroni,  che nessuno affittava casa a chi aveva cinque figli. Alla fine casa la trova, ma tre figli rimangono clandestini, perché ne poteva dichiarare solamente due: Nicola vive nascosto per anni, letteralmente nascosto sotto al letto se il padrone di casa era nei paraggi.
Scugnizzi clandestini già nei primi anni di vita, esclusi, celati.
A 16 anni è già un operaio Fiat.

torino 60La vita di Nicola andrebbe raccontata con calma, per capire quegli anni e la forza di quei proletari che tanto in alto hanno puntato e speriamo di farlo al più presto.
Intanto vi lascio col racconto del suo arresto e dei suoi primi mesi di prigionia.

Da circa sei anni ero un militante delle Brigate Rosse, più precisamente delle Brigate di Fabbrica della Fiat di Torino.
Verso il gennaio del 1980 la situazione non era delle migliori; c’era sempre più difficoltà a prendere contatto con l’organizzazione e a trovare il modo di riunirsi, tutto sembrava congelato.
Ricordo quei momenti con smarrimento, un momento di attesa, in cui mi son sentito molto solo, con un vuoto di rapporti attorno a me. 

E’ la metà di gennaio quando si avvicina Lorenzo Betassa, che avevo già conosciuto perché avevamo partecipato insieme ad alcune azioni armate, per dirmi che saremmo dovuti andare ad Asti la settimana successiva per una riunione della direzione strategica.
Perfetto.
Ci diamo appuntamento sul treno proprio la prima settimana di febbraio, e vista la forte sensazione di essere sotto controllo in fabbrica nelle ultime settimane, abbiamo rafforzato di molto le misure di sicurezza. Così quella mattina, salendo sul treno, mi sono accorto subito di una donna che passeggiava facendo l’indifferente, come se nulla fosse. Era una domenica mattina, il treno era quasi vuoto e io e Lorenzo ci trovavamo nella stessa carrozza ma in scompartimenti separati.fiat-1
Alla stazione di Asti arriviamo intorno alle 9 del mattino e subito, una volta scesi, ho chiesto a Lorenzo se aveva notato la tipa e se aveva avuto le mie stesse sensazioni, “Sì”, mi risponde.

Continuiamo a fare dei giri, acquistiamo sicurezza dopo quell’incontro, e andiamo al bar dell’appuntamento.
Ci troviamo Rocco Micaletto che ci spiega la situazione e ci propone il passaggio alla clandestinità, visto che eravamo i più anziani e avevamo già costituito un nucleo in grado di portare avanti le istanze dell’organizzazione.
Io, come responsabile delle brigate delle presse mi sono subito proposto, mentre Lorenzo ha tentato di farmi dissuadere, dicendomi di aspettare, che avrei potuto stare ancora un po’ con mia moglie e mio figlio e casomai entrare il mese successivo.
E così andò, lui partì per primo. Siamo alla fine di febbraio, ed io sono in attesa della partenza.

Unknown

Il corpo di Lorenzo Betassa, nell’appartamento di Via Fracchia

Il giorno maledetto arriva, sento la radio, comprendo tutta la drammaticità della situazione, è tremendo pensare che sarei dovuto essere io al posto di Lorenzo Betassa, dentro l’appartamento di Via Fracchia. Il primo impulso è quello di scendere in strada e tirare giù il primo carabiniere che incontro.

L’ARRESTO
Prosegue un periodo tremendo, in cui sono solo e in attesa di un contatto che continua a non arrivare: il 9 aprile alle 4 del mattino sento un rumore sordo alla porta, un brusio di voci.

Apro la porta in mutande e si buttano in tanti dentro casa, armati di mitra.
Non ho il tempo di dire nulla, che già sono ammanettato, al centro di una situazione di confusione totale: siamo in una casa operaia di settanta metri quadri dove si ritrovano improvvisamente una ventina di bisonti armati fino ai denti.
Cerco di ritrovare un secondo di razionalità e rivolgendomi al responsabile dell’operazione chiedo di smettere di fare quel casino, che nell’altra camera ci sono mia moglie e mio figlio Ciro, di sei anni. Proseguono perquisendo la cucina, i balconi, la stanza dove dormivo quando facevo il primo turno, per non svegliare Teresa e Ciro alle cinque del mattino, e poi di dicono di vestirmi per andare, dopo nemmeno dieci minuti, che la perquisizione sarebbe continuata con la sola presenza di mia moglie.
Sarà lei poi a raccontarmi che hanno proseguito per un’altra ora, con modalità decenti.
Appena uscito dall’atrio del portone ho avuto la sensazione che tutto fosse un sogno: il buio delle mattinate torinesi assomigliava a quello delle tante mattine in cui uscivo per andare in fabbrica.
Ma ecco che appena ci avviciniamo ad una macchina, di cui ricordo solo il colore scuro, vengo incappucciato e fatto salire: rimaniamo a bordo circa un’ora.Carcere di Rebibbia N.C. Rebibbia prison.
Tempo dopo ho scoperto che la caserma dove son stato portato è quella di Rivoli, nella periferia della città, a meno di un quarto d’ora da casa mia: chissà quanti giri hanno fatto ! Mi ritrovo così in una stanza completamente vuota e bianca, senza sedie e alcun tipo di suppellettile: appena mi chiudono mi guardo attorno e mi siedo a terra, con una sensazione di debolezza ma anche di tranquillità, come se il pericolo fosse scampato. Quella stanza bianca e vuota sarà la mia cella per circa un mese: ogni tanto le guardie entravano un po’ alticce e con le pistole senza caricatori volevano giocare alla roulette russa.
Capitava a volte che lasciassero socchiusa la porta, con in bella vista le armi sistemate in armeria, anch’essa lasciata appositamente socchiusa: speravano probabilmente in qualche mia cazzata, ti spingevano a far qualche mossa falsa e poi se ci provavi il risultato era prevedibile.

Un mese dopo mi ritrovai di nuovo in viaggio dentro una macchina in borghese, per essere trasferito nei sotterranei del carcere di Chiavari.
Sette celle davanti ad un muro, in un corridoio cieco appositamente ristrutturato per noi: ho trascorso lì dentro più di sei mesi durante i quali ho ricevuto la visita di Caselli due volte. Veniva a ricordarmi che se non avessi collaborato, la sola prospettiva era quella dell’isolamento per il resto della mia vita: un trattamento di meschino terrorismo psicologico.
Ho ricevuto la visita di mia moglie verso settembre: era bello sapere che lei e Ciro stavano bene e trovai stupefacente quando mi raccontò che prima di entrare in carcere per il colloquio, entrando in un bar, gli avevano chiesto se era parente di uno degli arrestati delle Brigate Rosse; alla sua conferma le chiesero di attendere per tornare solo dopo mezzora con una borsa piena di cibo e un risotto alla pescatora buonissimo.
Il messaggio era chiaro: sappiamo che sei lì, e ci siamo.

I PRIMI SEI MESI: L’ISOLAMENTO
I primi mesi di prigionia furono tremendi per me.
Ero terrorizzato dal fatto che potessi parlare, che potessero mettermi qualcosa nel cibo per farmi parlare, proprio a me che nemmeno le mie generalità avevo voluto dire a Caselli.
arton47150Così buttavo la casanza, tutto quello che arrivava, mangiavo solo le bucce della frutta, bevevo l’acqua dello sciacquone con il terrore: starete immaginando che ero pazzo, ma io avevo il terrore di poter dire qualcosa che potesse arrecare danno ai miei compagni e all’organizzazione, non avrei mai potuto accettarlo.
La maggior parte del tempo la passavo con qualche scarafaggio che, malgrado la luce accesa h24, usciva  per cercare cibo ad una certa ora. Uno lo adottai proprio: legato al filo della coperta, lo nutrivo con delle briciole e ingrassava, fortificandosi, col suo fiocchettino rosso.
La prima volta che son riuscito ad ottenere un foglio di giornale ho ricavato delle palline per giocare da solo a bocce, per mantenere attiva la testa e il corpo, vista l’impossibilità di movimento se non per una doccia a settimana, veloce.
Per non impazzire ripetevo poesie a memoria, facevo calcoli, tentavo di pensare il meno possibile e di tenere la mente occupata: questo facevo, questo era. Non se se questo è normalità o tortura, so solo che ogni aspetto di un uomo solo nel ventre del potere è tortura e la sola forza interiore che puoi trovare per sopravvivere è il pensiero dei compagni, della collettività. 

LA FINE DELL’ISOLAMENTO
Passati questi sei mesi, verso metà novembre, faccio conoscenza con il furgone blindato usato per il trasferimento detenuto: Chiavari – Trani, ammanettato in quel piccolo spazio. Ricordo i polsi addormentati per una settimana, grazie ai maledetti schiavettoni chiusi con troppo zelo. Giunti nel carcere speciale di Trani, arriva il maresciallo Campanale e mi spiega che quei rumori che sento sono proprio i compagni, che vogliono sapere in che condizioni sono e chiedono di essere portato in sezione insieme a loro. Penso sia stata la prima volta che ho rivolto parola ad una guardia dopo mesi “cosa aspetta allora a farmi andare?”. “Domani mattina sarà trasferito in sezione, ora non si può. Però scriva un biglietto in cui dice che sta bene, che non è stato toccato e se vuole qualcosa da mangiare”.Lo scrissi e mangiai parecchio di quello che i compagni mi mandarono.
Finalmente il cibo dei compagni.

Non avevo preso nemmeno uno schiaffo in questo lungo periodo di detenzione in solitudine, prima di raggiungere le sezioni: non sapevo cosa volesse dire pestaggio, agguato, squadretta.
Ma non ci fu bisogno di aspettare molto.
Nemmeno un mese dopo il mio arrivo a Trani iniziò “la battaglia”; poi ci furono Palmi, Fossombrone, le Molinette, Le Vallette …

4 licenziati per un manichino appeso: la FIAT è quella di una volta ( e noi? )

25 giugno 2014 1 commento

La lettera di licenziamento

Alcune cose un conto è sentirle dire in una rassegna stampa o leggerle riassunte su un articolo di giornale,
un altro è vederle così, nero su bianco, così come 4 dei 500 cassaintegrati dello stabilimento Fiat di Mirafiori lo hanno ricevuto.

E’ una lettera di licenziamento, inviata a 4 persone già in cassaintegrazione:
licenziamento causato dalla partecipazione a due manifestazioni organizzate davanti al polo di Nola il 5 e il 10 giugno, manifestazione che chiedeva il rientro di 300 operai distaccati da 6 anni e in cassa integrazione.
La protesta non è stata gradita dal lingotto: un manichino impiccato con il volto di Marchionne e una finta bara son bastati per un licenziamento per motivi disciplinari.
Ci son suicidi e molti tentati suicidi, ci sono morti sul lavoro e in quella stessa azienda che aumentano: ma la vera violenza per la Fiat era un manichino con una fotografia incollata, “un’intollerabile (sic) incitamento alla violenza” e oltretutto “costituiscono una palese violazione dei più elementari doveri discendenti del rapporto di lavoro”.
E poi è straordinario coma la Fiat, oh la Fiat eh!, riesca a scrivere che una protesta di una manciata di operai abbia “provocato gravissimo nocumento morale all’azienda ed al suo vertice societario”: il nocumento morale poveri assassini sfruttatori balordi.
Invece la cassaintegrazione, la continua richiesta di flessibilità, l’assenza di garanzie e il blocco della trattativa per il rinnovo del contratto (bloccato proprio sull’una tantum di aumento richiesto dai lavoratori).

Oltre alle 4 lettere di licenziamento è stata inviata una lettera di contestazione anche a Mimmo Mignano, che il 17 luglio è in attesa di sentenza al tribunale di Nola per un’altra causa con la Fiat inerente ai licenziamenti di qualche anno fa.
La lettera da lui ricevuta parla chiaro: se anche il giudice dovesse riconoscergli il diritto al reintegro, l’azienda lo lascera comunque fuori dai cancelli,
a causa delle proteste di giugno e di quel manichino. (Ascolta la corrispondenza di RadioOndaD’urto con Mimmo : QUI )

Belli e cari i tempi in cui avevate paura di tornare a casa la sera,
padroni maledetti.

Oggi dalle ore 12 presidio ai cancelli di Mirafiori,
mentre dalle 13 ci saranno due ore di astensione dal lavoro.

Leggi: MIRAFIORI E LA DIALETTICA DEL SANPIETRINO

 

Una splendida rassegna di cinema militante…a Torino però!

7 maggio 2011 Lascia un commento

Genova, 30 giugno 1960

PRIMA DELLA RIVOLUZIONE
Cinema militante italiano ’60-‘70
Da mercoledì 18 a sabato 28 maggio Unione Culturale Franco Antonicelli con Aamod – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, A cura di Annamaria Licciardello e Jacopo Chessa.

Mercoledì 18 maggio, 20.30
Movimento studentesco
– Il movimento studentesco al servizio delle masse popolari di Movimento Studentesco dell’Università Statale di Milano (1971, 27′)
– Perché Viareggio di Movimento Studentesco pisano in collaborazione con  il gruppo Cinema Zero (1969, 16′)
– Cinegiornale del movimento studentesco n. 1 di Movimento Studentesco  dell’università La Sapienza (1968, 53′)
– Della Conoscenza di Movimento Studentesco dell’Università La Sapienza  di Roma (1968, 28′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Bruno Maida (storico)

Giovedì 19 maggio, 20.30
– Cinegiornali liberi di Zavattini, 1968
– Cinegiornale libero n. 0 (1968, 27′)
– Cinegiornale libero n. 1 di Roma (1968, 34′)
– Cinegiornale libero n. xyz (1968, 22′)
– Cinegiornali liberi: incontri (1968, 25′)
– Cinegiornale libero n. 5 (1969, 12′)
– Battipaglia, autoanalisi di una rivolta di Luigi Perelli (1970, 24’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Corrado Borsa (storico)

Venerdì 20 maggio, 20.30
Antifascismo
– Bianco e nero di Paolo Pietrangeli (1975, 60’)
– Pagherete caro pagherete tutto di Collettivo Cinema Militante di  Milano (1975, 45′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Ranuccio Sodi (regista)

Sabato 21 maggio ore 16.30
Lotte internazionali
– Tall al-Za‘tar di Mustafa Abu Ali, Pino Adriano, Jean Chamoun (1977, 75’)
– Turkije di Gianfranco Barberi (1975, 75’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Gianfranco Barberi (regista) e Francesco Pallante (Unione Culturale)
ORE 20.30
– La lunga marcia del ritorno di Ugo Adilardi e Paolo Sornaga (1970, 35’)
– Seize the time di Antonello Branca (1970, 90’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Donatella Barazzetti (presidente Associazione Antonello Branca) e Ugo Adilardi (presidente
Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico) e dalla presentazione del dvd di ‘Seize the time’ (Kiwido)

Martedì 24 maggio, 20.30
Femminismo
– Aggettivo donna di Collettivo Femminista di Cinema (1971, 50′)
– La lotta non è finita di Collettivo Femminista di Cinema (1973, 20’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Elena Petricola (storica)

I FUNERALI DI PINELLI

Mercoledì 25 maggio, 20.30
Strategia della tensione e repressione
– 12 dicembre di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Bonfanti (1970, 43’)
– Tre ipotesi sulla morte di Pinelli di Comitato cineasti italiani contro la repressione (1970, 12′)
– Giuseppe Pinelli (materiali n.1) di Comitato cineasti italiani contro la repressione (1970, 50′)
– Filmando in città di Franco Cignini (1978, 30′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Marco Scavino (Unione
Culturale)

Giovedì 26 maggio, 20.30
77 e dintorni
– Festival del proletariato giovanile a Parco Lambro di Alberto Grifi (1976, 58’)
– Il manicomio – Lia di Alberto Grifi (1977, 32’)
– Ciao mamma, ciao papà di Dodo Brothers (1978, 17’)
– Macondo di Dodo Brothers (1978, 16’)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Andrea Ruggeri (regista)

Venerdì 27 maggio ore 18.00
Lotte sociali/istituzioni totali
– Policlinico – Comizio Operaio di Circolo La Comune di Roma, Collettivo Policlinico, Il Soccorso Rosso Roma (1973, 60′)
– I poveri muoiono prima di Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci, Lorenzo Magnolia, Giorgio Pelloni, Domenico Rafele, Marlisa Trombetta (1971, 39′)
20.30
– Carcere in italia di Videobase (1973, 60′)
– Policlinico in lotta di Videobase (1973, 60′)
La proiezione sarà presentata da Annamaria Licciardello

Torino 1974_ blocchi stradali_

Sabato 28 maggio ore 18.00
La fabbrica
– Lotte di classe in Sardegna di Pino Adriano (1970, 30’)
– Incatenati ai tempi di Antonello Branca (1978, 18′)
– Cinegiornale libero n. 2 (Apollon) (1969, 76′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Pietro Perotti (operaio cineasta)
ORE 20.30
– All’Alfa di Virginia Onorato (1969, 63’)
– Lotte alla Rhodiatoce di Pallanza di Collettivo Cinema Militante di Torino (1969, 25’)
– La fabbrica aperta di Collettivo Cinema Militante di Torino (1971, 30′)
– Mirafiori ’73 di Collettivo Cinema Militante di Torino (1973, 30′)
La proiezione sarà preceduta da un incontro con Gianfranco Torri (CCM di Torino) e Gianni Volpi (presidente Aiace nazionale).

Italia: 150 anni di “ragion di stato”

16 marzo 2011 4 commenti

150 ANNI FA CI SIAMO  INVENTATI
UNA NAZIONE A MISURA DEI NOSTRI MERCATI
ABBIAMO USURPATO LA TERRA E SRADICATO LA RIVOLTA DEI BRIGANTI
ABBIAMO CREATO IL FASCISMO E LA MAFIA
UCCISO STUDENTI E OPERAI
NON E’ BASTATO…
E ABBIAMO FATTO SCOPPIARE LE BOMBE DELLA RAGION DI STATO
SONO 150 ANNI CHE BANCHETTIAMO CON LE VOSTRE OSSA

Questo spot geniale è stato fatto da Radio Onda Rossa, per “festeggiare” i 150 anni di unità d’Italia.
Una volta ascoltato non si può fare a meno di innamorarsene! Complimenti alle voci che l’hanno fatto…

 

MARCHIONNE DEL GRILLO!

14 gennaio 2011 1 commento


Veramente stupendo

FERROVIE: SOSPESO DANTE DE ANGELIS PER 10 GIORNI

15 ottobre 2010 2 commenti

ASSURDO: UNA PERSECUZIONE, L’ENNESIMA CONTRO DANTE DE ANGELIS, FERROVIERE ORMAI PIU’ CHE NOTO PER IL SUO ASSURDO LICENZIAMENTO E PER LA BATTAGLIA PER IL SUO REINTEGRO. ORA ANCORA UN COLPO DAI PADRONI, SOLO PER AVER ESPRESSO SOLIDARIETA’ AI TRE OPERAI DI MELFI LICENZIATI.

10 GIORNI DI SOSPENSIONE A DANTE DE ANGELIS PER SOLIDARIETA’ AI TRE OPERAI LICENZIATI A MELFI
AVEVA ACCOSTATO VOLONTA’ FIAT E FS DI TENERE FUORI LAVORATORI CON STIPENDIO

LE FS SI SONO ACCANITE ANCORA UNA VOLTA CONTRO IL MACCHINISTA
DANTE DE ANGELIS, COLPENDOLO, IERI, CON DIECI GIORNI DI SOSPENSIONE
DAL LAVORO E DALLO STIPENDIO, PER AVER ESPRESSO, IL 23 AGOSTO
SCORSO, LA SUA SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI DELLA FIOM LICENZIATI
A MELFI E NON RIAMMESSI IN FABBRICA DOPO IL REINTEGRO

EGLI IN UNA MAIL AVEVA ACCOSTATO IL COMPORTAMENTO DELLE
DUE AZIENDE NELLA VOLONTÀ COMUNE DI PAGARE LO STIPENDIO
PUR DI MANTENERLI “FUORI” DALL’AZIENDA

LO RITENIAMO UN VERO E PROPRIO ATTO INTIMIDATORIO  UN TENTATIVO
DI OSTACOLARE NON SOLTANTO L’ATTIVITÀ SINDACALE, SOFFOCARE IL LIBERO
PENSIERO E LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE MA ANCHE LA SOLIDARIETÀ TRA I LAVORATORI.

DOMANI COME FERROVIERI SAREMO IN PIAZZA A FIANCO DELLA FIOM CONTRO L’ODIOSO
RICATTO, DIRITTI O LAVORO E DE ANGELIS SARÀ CON NOI PER INCONTRARE ED ABBRACCIARE
MARCO PIGNATELLI, ANTONIO LAMORTE E GIOVANNI BAROZZINO

REGISTRIAMO CON PREOCCUPAZIONE   CHE LA STESSA PESANTISSIMA
PUNIZIONE DI DIECI GIORNI DI SOSPENSIONE È STATA INFLITTA TRE GIORNI
FA ANCHE AD UN ALTRO MACCHINISTA E RAPPRESENTANTE PER LA SICUREZZA,
PER UNA DICHIARAZIONE SUI RISCHI DELLE GALLERIE FERROVIARIE IN PUGLIA”
ancora IN MARCIA !

GIORNALE DI CULTURA, TECNICA E INFORMAZIONE POLITICO SINDACALE, DAL 1908

Mirafiori e l’antica dialettica del sanpietrino

5 settembre 2010 5 commenti

La Mirafiori di tanto tempo fa, anche se poi non sarebbe mica così tanto.
Non così tanto da legittimare questa rimozione di ciò che eravamo, di ciò che avevamo per le mani.
Noi, gli ultimi.
Noi, i proletari, gli operai, i braccianti, gli analfabeti, i pazzi, i carcerati, i sottoproletari.
Noi cazzarola: NOI!

La sera prima eravamo andati a incollare manifesti per tutta la città per tutti i quartieri. Era un manifesto col pugno chiuso. C’erano su gli obiettivi della nostra giornata di lotta e l’appuntamento: Alle tre davanti al cancello 2 di Mirafiori. Al mattino alle cinque andammo a megafonare davanti a Mirafiori. C’era già alle cinque del mattino moltissima polizia lí davanti. Due trecento almeno fra jeep furgoni cellulari e camion della polizia e dei carabinieri. Ce n’erano due davanti a ogni cancello e almeno una cinquantina davanti alla palazzina degli uffici. Noi andammo a megafonare alle cinque del mattino davanti a ogni cancello per spiegare agli operai del primo turno che non dovevano entrare ma nessun operaio entrava.
Non c’era nessun bisogno di fare i picchetti nemmeno. Che la polizia si aspettava evidentemente che noi facevamo i picchetti per fare delle provocazioni e aggredirci. Ogni tanto infatti la polizia ci disturbava dicendo che non dovevamo megafonare che non ci dovevamo mettere davanti ai cancelli. Noi dicevamo: Noi stiamo megafonando perché è sciopero non li stiamo mica minacciando con le pistole di non entrare. Se vogliono entrare entrano e va bene se non vogliono entrare non entrano. Noi stiamo facendo solo un’agitazione politica. Ci furono non piú di quattro o cinque crumiri che tentarono di entrare e la polizia si precipitò per impedire che fossero fermati. Ma dalla porta i gli operai del turno di notte che stavano uscendo li ributtarono fuori.
Non entrò nessuno proprio nessuno. Erano venuti tutti ma stavano dall’altro lato della strada gli operai. A controllare se qualcuno entrava. Ma nessuno entrava e dopo un po’ tutti se ne tornarono a casa. Al pomeriggio andammo ancora a megafonare davanti ai cancelli per il secondo turno. C’era l’appuntamento alle tre davanti al cancello 2. Si arrivò lí alla spicciolata c’erano già molti operai che aspettavano. Oltre agli operai del secondo turno che non erano entrati c’erano anche molti operai del primo turno che erano tornati lí a Mirafiori per fare sto corteo.
Alle tre c’erano già tremila operai davanti a Mirafiori. La polizia presidiava completamente tutte le vie di accesso a Mirafiori nonché tutti i cancelli la palazzina eccetera. Erano arrivati anche altri rinforzi. Alla manifestazione sindacale del mattino non era successo nessun incidente. I sindacati avevano fatto il loro comizio sulla casa con gli operai delle piccole e medie fabbriche dove loro erano forti mentre alla Fiat erano quasi inesistenti. C’erano là davanti al cancello 2 molte bandiere rosse cartelli e striscioni. Mentre si stava cosí aspettando che partisse il corteo cominciarono le provocazioni della polizia.

mirafiori occupata _1973_

Ma la cosa che non avevano proprio pensato i poliziotti che non avevo pensato il questore che non aveva pensato il ministro degli interni che non aveva pensato Agnelli era che quel giorno non si trattava del solito corteo di studenti del cosí detto corteo di estremisti. Cioè come dicevano i giornali borghesi i soliti figli di papà che si divertono a giocare alla rivoluzione.
Gli operai che si trovavano davanti al cancello 2 di Mirafiori erano quelli che avevano fatto le lotte Fiat per tutte quelle settimane. Erano operai che avevano fatto delle lotte dure delle lotte vittoriose. Mentre si stava preparando la partenza del corteo la polizia cominciò a fare le sue manovre. Misero da una parte un doppio cordone di carabinieri che si tenevano sotto braccio e spingevano indietro i dimostranti. Altri plotoni di carabinieri si erano messi in fila per quattro e avanzavano lentamente in mezzo ai dimostranti.
Mentre il vicequestore Voria dava questi ordini facendo muovere i carabinieri nei due sensi per chiuderci aveva detto a un operaio di spostarsi da lí dove stava vicino a lui. Questo operaio invece gli sferrò un cazzotto e lo stese a terra. Intanto quei plotoni di carabinieri che facevano la manovra si mettono al piccolo trotto quasi a correre come i bersaglieri in mezzo ai dimostranti. E impugnano il moschetto come un manganello come una clava. Improvvisamente suona la carica naturalmente chi cazzo la sentiva.
E cominciarono a arrivare i lacrimogeni una pioggia fittissima di lacrimogeni per cui istintivamente tutti cominciarono a scappare. Tutti scappavano e i carabinieri cominciarono a tirare botte col calcio dei moschetti a tutti. Ci spingevano contro il cordone di carabinieri che stavano lí fermi per circondarci. Io ero proprio vicino a quel cordone tenevano il viso pallido bianco verde dalla paura. Perché si trovavano cosí a contatto con noi faccia a faccia. Anzi poco prima ne avevo sfottuto uno gli avevo detto: Vuoi vedere che ti porto via la pistola e ti sparo. Lui non mi aveva detto niente.
Poi avevano acchiappato un compagno e lo volevano portare via ma non c’erano riusciti perché noi glielo avevamo strappato dalle mani e li avevamo minacciati. Intanto con questa pioggia improvvisa di lacrimogeni ci disperdono da davanti a Mirafiori. Scappiamo via tutti da davanti a Mirafiori e pure quei carabinieri che stavano facendo il cordone impugnano come una clava il moschetto, che c’avevano a tracolla e c’inseguono. E fu un piccolo massacro col calcio dei fucili tiravano botte da orbi su tutti quanti all’impazzata. E ne arrestarono una decina di compagni allora. Perché stavamo tutti cosí senza bastoni senza pietre. Mentre corro capito su un mucchio di dieci carabinieri che stavano picchiando a sangue un compagno steso per terra. Gli grido a uno: Che cazzo lo volete uccidere?
Questo qua mi guarda storto poi si gira di spalle e se ne va insieme agli altri tirandosi dietro sto compagno. Poi mentre ero così vedo a tre quattro metri di distanza un compagno uno studente che scappava inseguito da quattro o cinque carabinieri. Uno lo raggiunge e gli tira il moschetto in testa gli spacca la testa. Io e gli altri ci mettiamo a correre verso lí i carabinieri scappano via. Prendiamo questo compagno che stava per terra svenuto e lo portiamo via. Lo lasciamo a delle donne che stavano sotto un portone. Perché ormai dalle case lí intorno erano scesi tutti o stavano sui balconi donne ragazzi e bambini per vedere cosa succedeva.
Erano insomma riusciti a disperderci ma non avevano fatto i conti con la volontà di scontro degli operai. Diecimila persone si riuniscono tra corso Agnelli e corso Unione Sovietica. Lí c’erano le rotaie del tram coi sassi in mezzo. Cominciano a volare contro polizia e carabinieri. E cosí cominciarono a prenderle anche loro. Riusciamo a ricomporre il corteo che c’avevano disperso all’inizio. Era stato disarmato un poliziotto gli era stato portato via lo scudo e l’elmo che venivano alzati come trofei. C’erano anche gli striscioni con su scritto: Tutto il potere agli operai. E: La lotta continua. Improvvisamente una autoambulanza della polizia si butta velocissima in mezzo al corteo. Si butta in mezzo al corteo suonando la sirena che non c’era nessuna ragione. Perché poi se ne andò dall’altra parte tranquillamente. Era un’altra provocazione della polizia. Ma il corteo parte e poi svolta per corso Traiano.
Corso Traiano sta proprio dirimpetto alla palazzina degli uffici Fiat. Corso Traiano c’ha due corsie e una corsia centrale dove ci sono le rotaie del tram e i sassi. Noi scendevamo giú camminando sulla destra e in senso inverso dall’altra parte venivano avanti i poliziotti. Che poi si fermano e aspettano bloccando il traffico. Ci volevano tagliare la strada non ci volevano fare muovere di lí. Cioè la lotta la volevano isolare alla Fiat e intorno alla Fiat ma non doveva uscire fuori nella città. Credevano che noi volevamo andare in centro e in effetti questa era la nostra idea.

La gente ci guardava dalle finestre di corso Traiano mentre il corteo avanzava. Si affacciavano ai balconi scendevano giú e sentivano quello che dicevamo. Erano d’accordo perché erano tutti operai quelli che abitavano lí. Poi improvvisamente dai poliziotti schierati davanti a noi partono le scariche di lacrimogeni. Ma un numero pazzesco incredibile questa volta sparati anche addosso alla gente e che finivano dappertutto. Che andavano a finire sui balconi delle case al primo piano poi il gas investiva tutte le abitazioni perché era estate e c’erano tutte le finestre aperte. Altre granate andavano a finire sulle auto parcheggiate rompendole bruciandole. E tutto questo faceva incazzare molto la gente che abitava li.
Su corso Traiano intanto era sbucato un camion carico di Fiat di 500 una portaerei come si chiamavano. Tirammo sassi nella cabina e l’autista scese. Cominciammo a fracassare tutte le macchine coi sassi poi mettemmo una pezza nel serbatoio della nafta. La incendiammo per fare esplodere il camion ma la nafta non si accese. Allora cercammo di spingerlo in folle verso il corso e lo lasciammo lí di traverso, Chiamarono i pompieri e come arrivarono i pompieri si presero le sassate anche loro. Non gli lasciammo spostare il camion il camion restò lí.
Erano le quattro e quello fu l’inizio della battaglia che sarebbe durata piú di dodici ore. I poliziotti avanzavano con caroselli e cariche e dall’altra parte avanzavano i carabinieri per chiuderci in una tenaglia. Noi non ci disperdiamo e subito cominciamo a rispondere coi sassi che raccogliamo un po’ dappertutto. La maggior parte ci spostiamo nel prato a fianco di corso Traiano dove c’era anche un cantiere edile. Ci riforniamo di legni di bastoni di materiale per fare le barricate. E c’era lí anche una grande scorta di pietre.
Ci mettemmo in questo prato arrivarono i poliziotti coi loro furgoni e i carabinieri coi loro camion. I carabinieri si presero un sacco di sassate in faccia perché stavano allo scoperto e cosí li si poteva colpire facilmente. Arrivammo fin sotto ai camion per menarli coi bastoni quelli ci minacciarono coi mitra di sparare allora ci fermammo. E loro intanto se ne scapparono via. I poliziotti intanto nei loro furgoni blindati sentivano questo rumore continuo l’enorme pioggia di sassi che cadeva sui loro furgoni e non ne volevano sapere di scendere. Noi avevamo circondato tutti i mezzi ci correvamo tutto intorno gettando le pietre. Appena scendevano li avremmo massacrati di legnate. Alcuni furgoni tentammo anche di rovesciarli. Questi qua terrorizzati dentro dicevano all’autista di partire e infatti scapparono via tutti quanti.
Un quarto d’ora dopo ci riprovarono scendettero a piedi nel prato. Con gli scudi gli elmi e i manganelli i fucili con le granate lacrimogene. Noi li aspettavamo sul prato. Arrivarono a una distanza di quindici venti metri. Cominciammo a sfotterli a dire: Perché non provate a menarci adesso come avete fatto davanti al cancello 2? Qui vi facciamo un culo cosí. Solo uno di loro rispondeva: Vieni avanti tu da solo facciamo da uomo a uomo ti faccio un culo cosí io a te eccetera. Però di li non si muovevano e avevano paura.

Noi c’avevamo tutte le pietre in mano e a terra davanti a noi altre pietre e i bastoni le mazze. Stanno lí un po’ poi gli danno l’ordine di sparare i lacrimogeni e di fare la carica. Ma non avevano calcolato che stavamo in un prato in uno spazio aperto. Cioè sti lacrimogeni si vedevano quando, arrivavano. E noi li prendevamo e glieli lanciavamo indietro con le mani cosí che stavamo nel fumo sia loro che noi. Noi tiravamo le pietre e loro correndo non erano protetti e ne colpivamo un sacco. Quando si accorsero che non ce la facevano presero a scappare via come le lepri e noi li inseguivamo coi bastoni.
Intanto la gente di corso Traiano si era rotta le scatole per tutti questi lacrimogeni che andavano a finire sui balconi e nelle finestre e per il fumo che entrava nelle case. I poliziotti menavano tutti quelli che trovavano sotto i portoni. Donne vecchi bambini chiunque trovavano. Menavano specialmente i ragazzini anche di dieci undici anni. Si erano messi tutti a combattere con gli operai. I giovani a tirare i sassi le donne distribuivano fazzoletti bagnati contro i gas. I compagni inseguiti dai poliziotti trovavano riparo nelle case. Tutti buttavano giú cose dalle finestre e dai balconi addosso ai poliziotti.
La polizia ci inseguiva da tutte le parti e ci aveva dispersi e divisi in tanti piccoli gruppi. Anche nelle trasversali non si respirava piú dal fumo. Sto con alcuni studenti che decidono di andare alla facoltà di Architettura occupata per fare una assemblea e per riunirsi coi gruppi dispersi. Come cominciamo a muoverci per ritirarci sbuca fuori con le sirene una colonna di furgoni blindati. E ci dividono in due gruppi uno che va a Architettura e uno che resta a combattere.
Mentre la gente stava arrivando a Architettura e si era appena messa la bandiera rossa fuori sul pennone arrivano lí i carabinieri. Cominciano a caricare a sparare lacrimogeni e arrestano una decina di compagni. Noi ci difendiamo rispondiamo a sassate. Comunque nell’università non riescono a entrare. Sparano lacrimogeni dentro le finestre ma un gruppo di nostri la difende a sassate e non li lascia entrare mentre noi dentro ci riuniamo. Arrivano dei compagni e ci dicono che gli scontri a corso Traiano si erano allargati e proseguivano piú grossi. E che c’erano grossi scontri anche a Nichelino.
Anche a Borgo San Pietro anche a Moncalieri e in altri comuni di Torino sud dicevano le notizie c’erano scontri. In tutti i quartieri proletari si lottava. Fuori dall’università intanto aumentava la violenza delle cariche e della sassaiola. Lo scontro si estendeva nel viale nelle trasversali nei portoni. Granate sassi corpo a corpo fermi. Si decide di dividerci in diverse squadre d’intervento e di dirigerci verso i diversi quartieri della città in lotta. Per controllare anche fino a che punto gli scontri si erano generalizzati. Io sto con una squadra di compagni che andiamo a Nichelino. Per andare a Nichelino dovevamo passare per corso Traiano.
A corso Traiano c’arriviamo di nuovo verso le sei e mezza e vediamo un campo di battaglia incredibile. Era successo che stavano cominciando a tornare a casa gli edili e gli altri operai che abitavano nella zona. Che non avevano fatto lo sciopero che non sapevano un cazzo. Tornavano a casa e videro tutto sto fumo tutta sta polizia sta via piena di pietre di cose. Allora si unirono subito ai compagni e cominciarono a buttare materiale edile in mezzo alla strada a costruire barricate. Perché c’erano molti cantieri edili lí intorno e c’erano mattoni legna carriole quelle botti di ferro che c’è l’acqua dentro le impastatrici.
Tutto in mezzo alla strada mettevano e facevano le barricate con le automobili e poi incendiavano tutto. La polizia se ne stava lontana in fondo a corso Traiano verso corso Agnelli. Ogni tanto partivano per dei caroselli delle cariche. Sgombravano le barricate mentre la gente li riempiva di sassate e poi scappava via nei prati di fianco. Poi tornavano quando la polizia se ne era andata. Riportavano il materiale sulla strada e costruivano di nuovo le barricate con le tavole di legno e con tutto. Ci buttavano sopra la benzina e quando la polizia avanzava un’altra volta ci davano fuoco. E davano fuoco anche a dei copertoni che facevano rotolare infiammati contro la polizia. Si cominciavano a vedere sempre piú molotov.
Sulle barricate c’erano delle bandiere rosse e su una c’era un cartello con su scritto: Che cosa vogliamo? tutto. Continuava a arrivare gente da tutte le parti. Si sentiva un rumore cupo continuo il tam tam dei sassi che si battevano ritmicamente sui tralicci della corrente elettrica. Facevano quel rumore cupo impressionante continuo. La polizia non riusciva a circondare e a setacciare l’intera zona piena di cantieri officine case popolari e prati. La gente continuava a attaccare era tutta la popolazione che combatteva. I gruppi si riorganizzavano attaccavano in un punto si disperdevano tornavano all’attacco in un altro punto. Ma adesso la cosa che li faceva muovere piú che la rabbia era la gioia. La gioia di essere finalmente forti. Di scoprire che ste esigenze che avevano sta lotta che facevano erano le esigenze di tutti era la lotta di tutti.
Sentivano la loro forza sentivano che in tutta la città c’era una esplosione popolare. Sentivano questa unità questa forza realmente. Per cui ogni sasso che si scagliava contro la polizia era gioia neanche piú rabbia. Perché eravamo tutti forti insomma. E sentivamo che questo era l’unico modo per vincere contro il nostro nemico colpendolo direttamente coi sassi coi bastoni. Si scassavano le insegne luminose di pubblicità i cartelloni. Si scassavano e si tiravano giú attraverso la strada i semafori e tutti i pali che c’erano. Si cercava di fare barricate dappertutto con qualunque cosa. Un rullo compressore rovesciato gruppi elettrogeni bruciati. Mentre cominciava a fare buio e si vedevano dappertutto i fuochi in mezzo al fumo dei gas i lanci delle molotov e le fiammate.
Io non riuscivo ad avvicinarmi al centro della mischia dove si combatteva coi poliziotti. Già moltissimi compagni mi avevano preceduto arrivando da ogni parte. Non ci si vedeva per il fumo e c’era un grande rumore e confusione. Presto i poliziotti furono respinti verso il fondo di corso Traiano e molti dei nostri li inseguivano. I nostri e i poliziotti si fronteggiavano e lottavano all’inizio del prato. C’era un poliziotto per terra che si muoveva ogni tanto. Molti dei nostri inseguivano i poliziotti attraverso i binari del tram e c’era una grande nube di fumo nero che saliva dalle automobili che bruciavano. I nostri ci turbinavano intorno li si vedeva entrare nel fumo e uscirne e si sentivano molti scoppi.
C’era una grande confusione e di là. Quando arrivammo verso la fine del corso era già da un pezzo che si stavano scontrando anche lí a quanto sembrava. Ci imbattemmo in un compagno coi sangue che gli usciva dalla bocca e gli colava sulla spalla. Piú avanti ci imbattemmo in un altro compagno sanguinava e non si reggeva in piedi. Si rialzava e poi cadeva di nuovo a terra. Quando arrivammo quasi in fondo riuscii a vedere i poliziotti. Erano scesi dai furgoni e stavano tutti in gruppo con gli elmi e gli scudi.
Ci aspettavano e sparavano lacrimogeni. Ormai i nostri li avevano circondati da ogni parte. Sentivo che alcuni dei nostri gridavano: Se ne vanno. E vidi che molti poliziotti avevano preso paura e scappavano via. Dappertutto i nostri si misero a gridare: Ho Ci Min. Avanti avanti. Correvano avanti e l’aria si rabbuiava di polvere e di fumo. Vedevo i corpi che si muovevano intorno a me come ombre e il rumore di tutti quegli scoppi e delle sirene e delle urla era fortissimo. A un tratto vidi un poliziotto proprio davanti a me mi chinai e lo colpii col bastone. Il poliziotto cadde e andò a finire tra le gambe di quelli che correvano.
Alla fine tornammo giú per il viale e anche lí c’erano molti feriti. I poliziotti li avevamo spazzati via tutti. Eravamo tutti come pazzi di gioia. Rimanemmo ancora un po’ lí a aspettare e a un tratto vedemmo una fila di camion che arrivavano da una trasversale. Tutti si misero a gridare: Avanti avanti. E partimmo a dare la caccia ai poliziotti che ritornarono di corsa dove erano prima. Uno rimase colpito e noi lo inseguimmo colpendolo ancora. Poi ricacciammo i poliziotti in fondo alla trasversale da dove erano venuti.
Intanto continuano a sparare lacrimogeni dappertutto l’aria è sempre piú irrespirabile e ci dobbiamo ritirare. La polizia riconquista lentamente corso Traiano ma vengono continuamente erette barricate una dietro l’altra. La gente che viene presa è pestata a sangue e caricata sui cellulari. Molti poliziotti vengono picchiati. Intanto arrivano altri rinforzi alla polizia. Arrivano da Alessandria da Asti da Genova. Il battaglione Padova che era arrivato già dal mattino non era bastato. Ma lo scontro si estende sempre di piú. Si combatte con piú violenza di fronte alla palazzina Fiat in corso Traiano in corso Agnelli in tutte le trasversali. A piazza Bengasi dove la polizia fa cariche bestiali assurde di insensata violenza. Ma viene attaccata da due parti e sfugge per un pelo all’accerchiamento. Quasi viene catturato il vicequestore Voria. I compagni che ascoltano le radio della polizia dicono che hanno chiesto l’autorizzazione a sparare.

compagni rispondono alle cariche con continue barricate tra il fumo e gli incendi. Piccoli gruppi assalgono la polizia lanciano le molotov poi scappano nei prati al buio. Sempre risuona cupo il tam tam sui tralicci. Carcasse di auto sono in fiamme. Tutte le strade sono disselciate e una enorme quantità di pietre sono sparse un po’ ovunque. Sempre piú bestiale si fa man mano che passa il tempo il comportamento della polizia. Si sparano i lacrimogeni addosso alla gente e direttamente nelle case per impedire alla gente di uscire e di affacciarsi. E’ stato visto il vicequestore Voria che imbracciando il fucile lanciagranate intimava alla gente di ritirarsi dalle finestre. Poi arrivati altri rinforzi la polizia comincia a presidiare la zona. Piú tardi comincia a entrare nelle case proprio dentro le case nelle abitazioni a arrestare la gente a fare centinaia di arresti. Anche una vecchia che dà dello stronzo ai poliziotti è arrestata.
A piazza Bengasi continuavano gli attacchi e le sassaiole. La polizia ha ricevuto i rinforzi adesso non deve piú limitarsi a controllare solo Mirafiori come faceva prima facendo delle cariche di tanto in tanto per alleggerire la pressione. Adesso poteva controllare tutta la zona. Circondano piazza Bengasi entrano nei portoni rastrellano la gente fin dentro gli appartamenti. A mezzanotte gli scontri continuano sempre. Attorno a corso Traiano si sente gridare: Schifosi porci nazisti ai poliziotti che trascinano via la gente dalle case. Dalle finestre gridano: E’ come i rastrellamenti nazisti carogne.
Allora noi ci decidiamo di andare a Nichelino dove la battaglia continua anche lí da tutto il pomeriggio. Non era facile arrivare a Nichelino nel senso che non si poteva arrivare per la strada normale che era bloccata da una barricata di automobili incendiate. Cosí era bloccato il ponte di accesso al quartiere. Noi arriviamo per un’altra strada secondaria fin dentro il quartiere. Tutti quegli emigranti quelle migliaia di proletari che abitavano a Nichelino avevano costruito barricate dappertutto usando tubi di cemento. Avevano piegato i semafori li avevano buttati giú tutti in mezzo alla strada. Una enorme quantità di materiale dei cantieri edili stava messa in mezzo alla strada per fare le barricate che poi venivano incendiate.
Via Sestriere la strada che attraversa Nichelino è bloccata da piú di dieci barricate fatte con auto e rimorchi che bruciano con segnali stradali sassi legname. Nella notte bruciano grandi falò di gomme e di legname. Col legname di una casa in costruzione si fa un grande fuoco. Tutto il cantiere è in fiamme. I lampioni delle strade sono spenti a sassate e nel buio si vedono solo le fiamme. La polizia cerca di temporeggiare cioè cercava di farci stare per cazzi nostri non attaccava. Infatti attaccarono verso le quattro del mattino quando arrivarono i rinforzi. Quasi tutti gli operai erano stanchissimi era da piú di dodici ore che lottavano. Mentre quelli i poliziotti si davano il cambio.
Erano stati lí a aspettare davanti alle barricate a aspettare il mattino che arrivassero gli altri freschi a dargli il cambio. Noi eravamo tornati indietro a difendere coi sassi il ponte bloccato dalle macchine incendiate da dove i rinforzi dovevano passare. Ma eravamo rimasti in pochi a difendere il ponte eravamo rimasti una ventina. Poi le jeep e i camion dei rinforzi passarono per la strada secondaria dove eravamo passati noi arrivando e noi per non essere circondati dovemmo scappare via tutti. Da un camion erano scesi i carabinieri e ci inseguivano sparandoci addosso i lacrimogeni.
Fuggivamo tutti inseguiti dai carabinieri. A un tratto vediamo una fila di jeep che ci veniva incontro proprio davanti a noi. Non so come avevano fatto per arrivare li forse ritornavano da un giro d’ispezione. Le cose si mettevano male per noi. Allora tutti urlando ci lanciamo di corsa sui poliziotti lanciando le pietre e colpendoli sulle jeep finché non scapparono. Poi vediamo che i carabinieri ci stavano dietro e cosí ci voltiamo e partiamo all’attacco contro di loro. Ma dietro ai carabinieri arrivavano molti poliziotti. Perciò fummo costretti a scappare perché eravamo in pochi.
Ormai ero stanchissimo e scappavo come un disperato. Arrivai in un prato inciampai in un sasso e quasi persi una scarpa. Quando mi fermai per dare un’occhiata alla scarpa apparve un carabiniere che mi inseguiva da solo. Allora vidi che un compagno che scappava con me saltava addosso al carabiniere. Lottarono corpo a corpo e il carabiniere cadde a terra. A un tratto vidi un fumo in cima a una strada. Arrivammo in cima alla strada e di là si vedeva un largo viale e lo scontro che continuava. Non si riusciva a sapere chi vinceva. Tutto era cosí confuso. Io volevo solo fermarmi un attimo da qualche parte per cacare non ce la facevo piú.
Alcuni carabinieri ci attaccarono e io non riuscii mai a raggiungere il centro dello scontro dove ci si batteva piú duramente. Proprio in quel momento udimmo uno che gridava: Arrivano arrivano. Vedevo alzarsi una grossa nube di fumo in mezzo al viale e tutti correvano di qua e di là urlando. Allora tra il fumo apparvero i poliziotti sui loro furgoni blindati coi fari che illuminavano tutto intorno. Sembravano grossi e forti e sparavano tutti i lacrimogeni. C’era un cantiere di fianco al viale e lí un gruppo dei nostri si stava radunando. E compagno che era con me si avviò verso quel cantiere e io lo seguii.
Molti scappavano tutti insieme giú per il viale. Guardai indietro e vidi che tutti correvano e si sparpagliavano nelle trasversali. Quando raggiungemmo il cantiere c’erano già parecchi dei nostri. I poliziotti sparavano i lacrimogeni sopra le nostre teste e facevano cadere pezzi di legno e mattoni. Non potevamo piú vedere che cosa succedeva giú per il viale. Tutto era fumo e grida e scoppi. Il viale era oscurato dal fumo e dalla polvere e c’erano soltanto ombre e un grande rumore di grida e di sirene e di scoppi. Alla mia sinistra sentivo il rombo e le sirene dei furgoni dei poliziotti che risalivano il viale. Due molotov scoppiarono in mezzo alla strada.
C’era fumo e gas dappertutto e non si respirava. Poi i poliziotti scesero dai furgoni e corsero verso dove eravamo noi. Correvano in mezzo al fumo con le maschere e gli scudi. Mi trovai tra molti dei nostri che correvano di qua e di là e si sparpagliavano per le trasversali. I poliziotti ci inseguivano correndo e eravamo tutti lí mischiati nella penombra illuminata dagli incendi e nel grande rumore. Non riuscii a vedere molto ma una volta vidi uno dei nostri lanciarsi col bastone contro un poliziotto che era rimasto isolato e colpirlo piú volte.
Vedemmo dei poliziotti che venivano di corsa da una trasversale alla nostra sinistra. Noi tutti alzammo i bastoni e ci lanciammo di corsa addosso a loro nella penombra che ci aveva avvolto. Io mi imbattei in un poliziotto col casco e lo colpii. Quello gridò e cadde per terra con la testa in avanti. Dopo ritornammo tutti verso il viale. Dall’altra, parte del viale vedemmo un gruppo di nostri che si lanciava contro i poliziotti che tornavano verso i furgoni. I poliziotti scapparono subito e tutti li inseguimmo ricacciandoli in cima al viale dove avevano lasciato i loro furgoni coi motori accesi e coi fari che illuminavano la strada. C’era un poliziotto che alzava le braccia e gemeva. Vidi alcuni dei nostri che aiutavano un ragazzo a alzarsi. Vidi che era ferito e sanguinava dalla testa.
Con l’aiuto di altri rinforzi la polizia conquistava lentamente il terreno. Cominciava il rastrellamento casa per casa con metodi spietati brutali. Ma la gente non se ne andava. Operai e gente del quartiere si davano il cambio tutti erano ormai abituati ai gas lacrimogeni e continuavano a costruire barricate. Io con altri quattro o cinque inseguiti da una ventina di carabinieri arriviamo nel portone di una casa lo chiudiamo. Io mi arrampico sul muretto che c’era nel cortile e capito in un’officina. In questa officina c’era una scala. La salgo e capito sul tetto di questa officina. Tiro su la scala. Vedo gli altri compagni che stavano sul tetto di una casa di fianco a quella dove eravamo entrati.

I carabinieri erano intanto riusciti a sfondare il portone e cominciavano a entrare in tutti gli appartamenti. Io dal mio tetto li vedevo che uscivano fuori sui balconi li vedevo nelle rampe delle scale che salivano con gli elmetti e i fucili e li vedevo dopo un po’ che uscivano sui balconi degli altri appartamenti a cercarci. Svegliavano la gente nel letto e controllavano. Noi per un bel po’ rimanemmo lí non potevamo controllare se i carabinieri se ne erano andati o no. Poi delle donne della casa che ci avevano visti ci fecero segno che se ne erano andati ci chiamavano per dirci di scendere. Era quasi l’alba c’era un grande sole rosso bellissimo che stava venendo su. Eravamo stanchissimi sfiniti. Per questa volta bastava. Scendemmo giú e ce ne tornammo a casa.
NANNI BALESTRINI -“VOGLIAMO TUTTO”-

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Campeggio antinucleare

3 agosto 2010 Lascia un commento

Dal 24 al 28 Agosto 2010
2° Campeggio Antinucleare
Località Masseria Fattizze
sulla San Pancrazio-Porto Cesareo ,a 2 Km da Porto Cesareo ( Lecce )

Siamo ormai nel terzo anno di una crisi economica che a dispetto dei proclami del governo è ben lungi dall’essere alle nostre spalle. Anzi la crisi accelera, i grandi gruppi finanziari ed assicurativi, dopo essere stati salvati con i soldi dei contribuenti, impongono riavviando il perverso ciclo della speculazione finanziaria una manovra Europea coordinata dalla Germania tutta “lacrime e sangue” per i cittadini di ogni paese.
Il conto di oltre 20 anni di liberismo sfrenato, globalizzazione selvaggia, privatizzazioni di pezzi importanti di welfare state viene oggi fatto pagare ai lavoratori, ai precari ai disoccupati ai pensionati. Anche chi pensava come i dipendenti pubblici di essere al riparo dagli sconquassi di un turbocapitalismo tecnocratico globalizzato è oggi colpito e nell’angolo incapace di una reazione.

Foto di Valentina Perniciaro : Ananaaaaaas!!

Il ritorno al nucleare in Italia è sicuramente parte importante di un progetto autoritario e reazionario scelto dal Governo Berlusconi per consentire ad aziende incapaci di progettare modelli di sviluppo differenti una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta della crisi mondiale.
Le grandi Multinazionali dell’Energia: Enel, Edf Edison, Eni, quelle dell’impiantistica da Areva a Finmeccanica, le lobby del cemento si apprestano al banchetto. Voglio i 30 miliardi di euro cifra minima prevista per le prime 4 centrali nucleari in Italia per continuare a fare ingenti profitti, devastando territori, annientando con politiche repressive qualunque forma di resistenza.
La crisi accelera dicevamo con la Fiat ,che al solito anticipa quanto accadrà in futuro, chiede la resa dei lavoratori a Pomigliano e non avendola ottenuta minaccia e licenzia delegati sindacali per rappresaglia, promettendo delocalizzazioni per chi non ci sta e nuovi contratti senza diritti per chi ci sta.
E’ il nuovo mondo, la modernità senza diritti ma solo con doveri. Da tali contraddizioni esplodono ovunque conflitti, gli operai di Pomigliano, il popolo dell’acqua pubblica con il milione e quattrocentomila firme, i precari della scuola, i comitati contro il carbone delle centrali Enel, la TAV ed il Ponte sullo Stretto, tante battaglie sociali ed ambientali, appuntamenti internazionali come Cancun, momenti di resistenza purtroppo oggi frammentate e divise. Con questo 2°campeggio – luogo di incontro ,dialogo,socialità – proviamo a fare un passo avanti nel riconnettere le vertenze cosi’ da sostanziare un comune percorso di resistenza e cambiamento.

Il ritorno al nucleare ,dentro il disegno governativo di sfruttamento intensivo di tutte le fonti energetiche comprese quelle rinnovabili, con l’ulteriore devastazione ambientale e i connessi cambiamenti climatici che induce, così come il ciclo integrato dei rifiuti e le dannose “grandi opere”, nella incalzante sottrazione dei beni comuni ,dell’occupazione,dei diritti individuali e collettivi, sono i temi all’ordine del giorno di questo 2° campeggio .5 giorni di tavoli seminariali e di pubbliche uscite antinucleari come la “Notte della della Taranta” il 28 Agosto, per contribuire a rendere vivace e coinvolgente l’agenda politica dell’autunno 2010.

Brindisi 29.07.10
Comitato promotore regionale pugliese “NO al Nucleare”
Coordinamento nazionale antinucleare Salute –Ambiente-Energia

Per informazioni:368 582406


Assemblea Operaia al dopolavoro ferroviario

9 maggio 2009 Lascia un commento

ass9mini

Ancora un rigetto per Guagliardo, dopo 33 anni

14 aprile 2009 3 commenti

IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI ROMA RIGETTA LA RICHIESTA DI LIBERTA’ CONDIZIONALE A VINCENZO GUARGLIARDO DOPO 33 ANNI DI CARCERE CON UNA SENTENZA PIENA DI ODIO E ACCANIMENTO.

I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno nuovamente respinto la concessione della liberazione condizionale a Vincenzo Guagliardo, 33 anni di carcere oggi e prima una vita da operaio, anzi da migrante di ritorno. Nato in Tunisia nel 1948 da padre italiano, entra a lavorare in Fiat poco prima che esploda il “biennio rosso” del 1968-69 ma è subito licenziato per il suo attivismo sindacale. Approda quindi alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta. Esponente del nucleo storico delle Brigate rosse partecipa nel gennaio 1979

Vincenzo Guagliardo nel dicembre 1980

Vincenzo Guagliardo nel dicembre 1980

all’azione contro Guido Rossa, il militante del Pci ucciso perché aveva denunciato un altro operaio dell’Italsider di Cornigliano che distribuiva opuscoli delle Br. Per questo e altri episodi sconta l’ergastolo.
Eppure questa volta, anche se in modo sofferto, il pubblico ministero non si era opposto alla richiesta. Nel settembre scorso, i magistrati pur riconoscendo la positività del «percorso trattamentale» compiuto avevano contestato a Guagliardo «la scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime reputando il silenzio la forma di mediazione più consona alla tragicità della quale si è macchiato». Decisione che suscitò la viva reazione di Sabina Rossa, figlia del sindacalista ucciso e oggi parlamentare del Pd, che in un libro aveva narrato proprio l’incontro avuto nel 2005 con Guagliardo e sua moglie, Nadia Ponti, anche lei con alcuni ergastoli sulle spalle per la passata militanza nelle Br. La Rossa chiese pubblicamente la loro liberazione. Contrariamente a quanto sostenuto dai magistrati nella loro ordinanza, infatti, i due non si erano per nulla sottratti alla sua richiesta d’incontro, ma non avevano mai ufficializzato l’episodio nel fascicolo del tribunale. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».

 

Tuttavia la vicenda era nota. Il libro era stato recensito ovunque e la parlamentare del Pd aveva raccontato l’episodio in diverse trasmissioni televisive di grande ascolto. Solo il collegio del tribunale né era rimasto all’oscuro. Circostanza che solleva non pochi interrogativi sulla preparazione di molti magistrati, sul loro essere presenti al mondo che li circonda. Sembra quasi che alcuni di loro interpretino la professione sulla base della dottrina tolemaica delle sfere celesti. Autoinvestitisi centro dell’universo e dello scibile, la realtà pare esistere solo se passa sulle loro scrivanie, la vita che scorre altrove non esiste.
Per evitare ulteriori equivoci, Sabina Rossa si recò di persona dal magistrato di sorveglianza per dare la propria testimonianza. Da alcuni anni i tribunali ritengono la ricerca di contatto tra condannati e parti lese la prova dell’avvenuto ravvedimento richiesto dalla legge. Un’interpretazione giurisprudenziale rimessa in discussione anche da recenti pronunciamenti della cassazione e contestata da molti familiari delle vittime. Mario Calabresi ne ha scritto nel suo libro, Spingendo la notte più in là, «Abbiamo sempre provato fastidio quando ci veniva chiesto di dare o meno il via libera a una scarcerazione o una grazia, perché rifiutiamo questa idea medievale che i parenti di una vittima decidano della sorte di chi è ritenuto colpevole». Per evitare l’uso insincero e «strumentale da parte dei condannati», nonché «una pesante incombenza della quale le vittime non hanno certamente bisogno e che spesso va a riaprire ferite non rimarginate», la stessa Sabina Rossa ha presentato una proposta di legge che adegua al dettato dell’articolo 27 della costituzione i criteri di accesso alla condizionale, abolendo ogni riferimento all’imponderabile verifica della sfera interiore del detenuto contenuta nella richiesta di ravvedimento.
La vicenda di Vincenzo Gagliardo ha assunto così il carattere paradigmatico dello stallo in cui versa il doppio nodo irrisolto della liberazione degli ultratrentennali prigionieri politici e dell’eliminazione dell’ergastolo. Questa volta i giudici non potendo più richiamare «l’assenza di reale attenzione verso le vittime», obiettata in precedenza, hanno ulteriormente innalzato l’asticella dei criteri di verifica di quella che definiscono «concreta resipiscenza». stor_8048937_300301I «contatti con le persone offese», scrivono, «assumono valenza determinante» solo se «accompagnati dall’esternazione sincera e disinteressata». Per tale ragione «non costituisce di certo elemento di novità l’espressione di massima apertura», mostrato dalla Sabina Rossa, «trattandosi di manifestazione isolata non rappresentativa delle persone offese». In fondo questa sentenza ha il pregio di parlare chiaro, squarciando il velo d’ipocrisia costruito sul dolore delle vittime. Ai giudici interessa soltanto l’uso politico che se ne può ricavare. Con infinita immodestia si ergono a terapeuti del dolore altrui senza mancare disprezzare chi si è mosso per ridurre il loro potere arbitrario, come Sabina Rossa. Il tema del perdono, o meglio della mediazione riparatrice o riconciliatrice, attiene alla sfera privata non a quella dello Stato. Al contrario i giudici seguono un asse filosofico del tutto opposto che è quello dello Stato etico: spoliticizzare il pubblico e politicizzare il privato. La sinistra con chi sta?
____di Giorgio Ferri____

ANCHE IERI SUL CORRIERE A FIRMA DI GIOVANNI BIANCONI:
Aveva chiesto di poter uscire definitivamente dal carcere, dopo oltre trent’ anni di detenzione, come è stato concesso a quasi tutti gli altri ex terroristi condannati all’ ergastolo per le decine di omicidi commessi durante la stagione «di piombo». Lui, Vincenzo Guagliardo, sparò a Guido Rossa, l’ operaio iscritto al Pci e alla Cgil assassinato dalle Brigate rosse nel gennaio 1979. Il pubblico ministero era d’ accordo: per la legge l’ ex brigatista, già in regime di semilibertà, ha diritto a non rientrare in cella la sera. Ma il tribunale di sorveglianza ha detto no, come nello scorso settembre. E la vittima diretta di Guagliardo – Sabina Rossa, oggi deputato del Partito democratico – commenta: «E’ una vergogna, una vera ingiustizia. Lo dico con tutto il rispetto per i giudici, ma mi sembra che quest’ uomo sia ormai diventato il capro espiatorio del residuato insoluto delle leggi speciali». 2352_1050271909501_1606848852_130518_735_n
E’ una storia molto particolare, quella dell’ assassino di Guido Rossa, fra le tante di ex terroristi ergastolani ai quali, secondo una recente giurisprudenza, viene concessa la liberazione per i crimini di trent’ anni fa dopo qualche forma di contatto tra loro e i parenti delle persone uccise, come segno tangibile di contrizione e di «consapevole revisione critica delle pregresse scelte devianti»; anche solo attraverso delle lettere a cui spesso non arrivano nemmeno risposte, ma è quello che i giudici chiedono per misurare il «sicuro ravvedimento» richiesto dal codice per rimettere fuori i condannati a vita. Guagliardo, che da molti lustri ha abbandonato la lotta armata, non ha mai voluto scrivere niente perché riteneva di non avere il diritto di rivolgersi alle vittime per ottenere un beneficio in cambio; considerando, al contrario, il silenzio «la forma di mediazione più consona alla tragicità di cui mi sono macchiato». Ma quando Sabina Rossa, nel 2005, andò a cercarlo per chiedere spiegazioni e ragioni dell’ omicidio di suo padre, lui accettò l’ incontro e ci parlò a lungo, come la donna ha raccontato in un libro. L’ ex br non lo disse però ai giudici, affinché quel faccia a faccia non apparisse «merce strumentale ad interessi individuali, simulazione, e perciò ulteriore offesa» alle persone già colpite. Così arrivò il primo no alla liberazione, dopo il quale Sabina Rossa ha voluto rivolgersi direttamente al presidente del tribunale di sorveglianza per testimoniare «il ravvedimento dell’ uomo che ha sparato a mio padre; metterlo fuori, oggi, sarebbe un gesto di civiltà».
Dopo questa uscita pubblica Guagliardo ha riproposto la sua istanza, chiarendo ai giudici di essere processibr1disponibile a incontrare qualunque altro familiare di persone uccise: «Solo se lo desiderano, se non è un nostro imporci a loro. Trovo infatti legittimo che una vittima non voglia né perdonare né dialogare con chi le ha procurato un dolore dalle conseguenze irreversibili». Nell’ udienza della scorsa settimana il pubblico ministero s’ è dichiarato favorevole alla liberazione condizionale dell’ ex brigatista, ma i giudici hanno ugualmente rigettato la richiesta. Perché, hanno scritto nell’ ordinanza, chiedere che siano le vittime a sollecitare un eventuale contatto significa dare loro «carichi interiori assolutamente incomprensibili o intollerabili»; e l’ atteggiamento di Sabina Rossa è «una manifestazione isolata e certamente non rappresentativa delle posizioni delle altre e numerose persone offese». La reazione della figlia del sindacalista ammazzato dalle Br – che da deputato ha presentato un disegno di legge per modificare la norma sulla condizionale, in modo da svincolarla dal rapporto tra assassini e persone colpite – è tanto dura quanto inusuale: «Sono indignata come cittadina e come vittima. Ci sono brigatisti con molti più delitti a carico liberi da anni, senza che nessuno gli abbia chiesto nulla. C’ è troppa discrezionalità. Io credo nella giustizia, ma anche nel cambiamento degli uomini. Spero che la mia proposta di legge sia esaminata al più presto». L’ avvocato Francesco Romeo, difensore di Guagliardo insieme alla collega Caterina Calia, parla di «decisione che sembra scritta in altri secoli, da un giudice dell’ Inquisizione» e sta già preparando il ricorso alla Corte di cassazione. Giovanni Bianconi
   

 

 

Che bel neologismo: BOSSNAPPING “il sequestro dei padroni”

10 aprile 2009 1 commento

 

Si diffonde il bossnapping contro i licenziamenti
di Paolo Persichetti  Liberazione 10 aprile 2009

Bossnapping è il neologismo appena coniato per indicare il sequestro dei capi d’impresa, manager, dirigenti e padroni d’azienda. La parola è nuova ma il mezzo fa parte del repertorio di lotta inventato nel corso della sua storia dal movimento operaio, molto diffuso nell’Italia degli anni 70, e tornato d’attualità in Francia negli ultimi mesi. Ieri è toccato anche alla Fiat (che di questa pratica non serba un buon ricordo). Non ancora in Italia, però, ma in una filiale commerciale di Bruxelles, l’Italian automotive center. Tre dirigenti, tra cui Andrea Farinazzo proveniente

REUTERS/Robert Pratta

REUTERS/Robert Pratta

direttamente dalla casa madre di Torino, sono stati trattenuti per cinque ore da un gruppo di lavoratori che protestavano contro il piano di licenziamenti annunciato dall’azienda. I tre sono stati bloccati all’interno degli uffici della sede di Chaussée de Louvain intorno alle 13.45, per poi uscire verso le 18.30 a bordo di un’autovettura con autista senza rilasciare dichiarazioni.
Sembra che sia stato trovato un accordo sul proseguimento della trattativa che prevede l’intervento conciliatore del ministero del lavoro belga. Le modalità dell’episodio hanno seguito un modus operandi abbastanza consolidato, senza particolari tensioni, tant’è che uno dei rappresentanti della Fiat, avvicinato dai giornalisti arrivati sul posto, ha spiegato che tutti i contatti erano tenuti direttamente dal Lingotto.

«Stiamo negoziando dal 12 dicembre e non è successo nulla. Non si esce dalla stanza finché non si trova una soluzione», ha spiegato ai cronisti Abel Gonzales, sindacalista dei metalmeccanici della Fgtb. In effetti, dal dicembre scorso è aperta una trattativa con l’azienda sulla riduzione del personale. Obiettivo della Fiat è il licenziamento di 24 dei 90 dipendenti del centro vendita di Bruxelles, per questo i tre manager si erano recati sul posto per concludere il negoziato. «Nel corso dell’ultima riunione – ha spiegato l’ufficio stampa della Fiat – è venuta fuori l’idea di chiudere il nostro personale in una stanza, seguendo l’esempio francese. Ma non lo definirei comunque un sequestro vero e proprio». Dietro i toni rassicuranti dell’azienda torinese si cela, in

(AP Photo/Francois Mori)

(AP Photo/Francois Mori)

realtà, la vecchia abitudine autoritaria della Fiat. 12 dei 24 lavoratori sottoposti a procedura di licenziamento, ha precisato Abel Gonzales, sono dei delegati sindacali. La crisi economica, come sempre, diventa un buon pretesto per liberarsi dei lavoratori più impegnati.
«La gente sta male per la crisi: è un fatto giusto e sacrosanto che i lavoratori Fiat si arrabbino se l’azienda non cambia». Così il segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, ha commentato la notizia del sequestro. «Ci sono segnali di rilancio – ha aggiunto – ma solo per il gruppo e gli azionisti, non per i dipendenti. C’è ancora tanta cassa integrazione, e lo stabilimento di Pomigliano è ancora fermo». Scontata, invece, la presa di distanza espressa dal responsabile auto della Uilm, Eros Panicali, e dell’Ugl, Giovanni Centrella.
Ma gli operai che lottano fuori dall’Italia sono pragmatici, non si curano di questi giudizi. Le loro azioni “non ortodosse”, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile.

Non è una cosa che di solito faccio, ma metto, oltre l’articolo di Paolo, quest’articolo preso da Repubblica Torino. Non ho (eh, il lavoro uccide) modo di cercare più informazioni e scrivere, quindi intanto vi metto questa notizia, così come è uscita dai grandi media.

Manager assediato per ore dagli operai Alla Benetton di Piobesi dopo l´annuncio dei tagli: salvato dai carabinieri
di Stefano Parola

«A Bruxelles hanno sequestrato tre manager della Fiat per colpa di 24 licenziamenti? Almeno nel nostro caso erano 143 persone a perdere il posto». Giuseppe Graziano, segretario della Uilta-Uil piemontese, ora quasi ci scherza su. Quelli che ha vissuto a Piobesi, nello stabilimento della Olimpias, sono stati momenti tutt´altro che facili. Ancor meno per Tullio Leto, direttore del personale dell´azienda tessile del gruppo Benetton: marx_statua_libertaquando hanno saputo che l´azienda non avrebbe concesso la minima apertura, i lavoratori lo hanno tenuto in assedio per tre ore e lui è uscito dallo stabilimento attraverso una porta sul retro, grazie all´intervento dei carabinieri. È il 25 febbraio. Le trattative tra azienda e sindacati proseguono ormai da settimane, ma sono del tutto insabbiate, serve un ennesimo incontro. Di solito le aziende torinesi conducono le trattative all´Unione industriale di Torino, in via Fanti, ma la Olimpias è associata a Unindustria Treviso, città in cui ha la sede principale. Quindi è necessario riunirsi direttamente nello stabilimento di Piobesi. Alle 14 iniziano le trattative, i 143 dipendenti cominciano uno sciopero spontaneo e attendono novità appena fuori dagli uffici. Gli animi sono caldi fin da subito. Dopo un paio d´ore i funzionari dei sindacati escono e comunicano che l´azienda non fa passi indietro: conferma i 143 licenziamenti, nega la cassa integrazione per ristrutturazione e qualsiasi forma di incentivo, concede un solo anno di ammortizzatore sociale. Ai dipendenti è come se crollasse il mondo addosso. C´è chi urla, chi piange, chi batte pugni suoi vetri. Entrano in massa nell´ufficio delle trattative. In un attimo il direttore Leto e il suo segretario sono assediati. «Una sensazione molto brutta, una situazione del tutto anomala in una trattativa sindacale», ricorda Assunta De Caro, segretaria della Filtea-Cgil Piemonte. La tensione raggiunge il suo apice verso le 18: «A un certo punto abbiamo deciso di chiamare i carabinieri». Dalla caserma di Moncalieri il capitano Domenico Barone parte con una buona quantità di uomini: «Arrivati sul posto – spiega il capitano – abbiamo cercato di placare gli animi e abbiamo creato una cornice di sicurezza attorno al direttore wristbandsTullio Leto. Nel frattempo sono volate parole grosse ma non è successo nulla di grave». Ci vogliono due lunghe ore di diplomazia prima che la situazione si sblocchi: «Abbiamo creato un diversivo – racconta il capitano dei carabinieri di Moncalieri – e abbiamo fatto uscire il direttore e il suo segretario da una porta secondaria». È così, alle 22.30, finisce la lunghissima giornata di lavoro di Tullio Leto. «L´episodio comunque ha cambiato il corso della trattativa – dice il sindacalista Graziano – perché ha fatto capire all´azienda che i lavoratori erano disposti a tutto pur di ottenere qualcosa dalla trattativa». In effetti, così è stato. Perché una serie di proteste all´insegna della civiltà, tra cui un presidio davanti al negozio Benetton di piazza San Carlo, hanno portato a un salvataggio in corner. La trattativa è stata chiusa da pochi giorni: non un solo anno di cassa ma due, più un incentivo per l´uscita e l´impegno della Olimpias a ricollocare una parte dei dipendenti. Si chiude comunque, ma la disperazione di quel 25 febbraio è un po´ più distante.

Il lavoro è sfruttamento

26 marzo 2009 1 commento


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“Cioè io avevo fatto tutti i lavori nella mia vita. L’operaio edile nelle carovane di facchini il lavapiatti in un ristorante avevo fatto il bracciante e lo studente che è anche quello un lavoro. Avevo lavorato all’Alemagna, alla Magneti Marelli all’Ideal Standard. E adesso ero stato alla Fiat a questa 1210173228798_14-negri_potere_operaioFiat che era un mito per tutti i soldi che lì si guadagnavano. E io veramente avevo capito una cosa. Che col lavoro uno può soltanto vivere. Ma vivere male da operaio sfruttato. Gli viene portato via il tempo libero della sua giornata tutta la sua energia. Deve mangiare male. Viene costretto a alzarsi a delle ore impossibili secondo in che reparto sta o che lavoro fa. Avevo capito che il lavoro è sfruttamento e basta.
Adesso finiva anche quel mito della Fiat. Cioè avevo visto che il lavoro Fiat era un lavoro come quello edile come il lavapiatti. E avevo scoperto che non c’era nessuna differenza tra l’edile e il metalmeccanico e il facchino tra il facchino e lo studente. Le regole che usavano i professori in quella scuola professionale e le regole usate dai capi reparto in tutte le fabbriche dove ero stato erano la stessa cosa.sanbasilio E allora si poneva un grosso problema per me. Cioè pensavo che faccio adesso. Cosa faccio cosa devo fare.

Non avevo mai rubato ancora non avevo mai avuto una pistola. Non avevo mai avuto amicizie con gente così detta della malavita. Che almeno avrei avuto uno sbocco da darmi. Da dare sia alla mia incazzatura alla mia insoddisfazione e sia ai miei bisogni alla mia vita materiale. Non ero né un medico né un avvocato o un professionista. Per cui non è che dicevo mo’ mi metto a fare il rapinatore o il professionista. Insomma veramente non ero niente non potevo fare niente.
Eppure c’avevo sta voglia di vivere di fare qualcosa. Perché ero giovane e sto sangue mi pulsava nelle vene. La pressione era abbastanza alta insomma. Volevo fare qualcosa. Ero disposto a fare qualsiasi cosa. Ma è chiaro che qualsiasi cosa per me significava non fare più l’operaio. Questa parola era ormai abbastanza sputtanata per me. Non significava più niente ormai per me. Significava continuare ancora a fare la vita di merda che avevo fatto finora insomma. “

TRATTO DA “VOGLIAMO TUTTO” di Nanni Balestrini
Feltrinelli 1971

 

Ritorno al caos.

8 settembre 2008 1 commento

Una terra di resistenza. Dove la si respira un po’ ovunque, anche in questo presente piatto. Come questa piccola lumachina, quella terra persevera con tenacia nella sua semplicità, nel suo materialismo, nel suo legame con il suolo, con quella montagna lì di fronte, con i colori delle stagioni. Ti fa sentire a casa, ti fa sentire accolto, una terra superstite in mezzo a quest’occidente… una scoperta inaspettata e piacevole.

Foto di Valentina Perniciaro  -Lumachina Resistente

Foto di Valentina Perniciaro -Lumachina Resistente

Sarà per quella composizione sociale fatta di contadini e classe operaia dell’indotto Fiat che tiene tutto fermo ad altri tempi, che porta a conversazioni piacevoli, realiste, perdute… sarà perchè tutto sembra essere più vivibile, naturale, più saporito e sincero. Sarà perchè ti sveglia il gallo la mattina e fai colazione con i fichi che trovi passeggiando, sarà perchè ti salutano tutti e tutti ti scrutano per capire da dove vieni, perchè sei lì, che dialetto parli. Sarà perchè il loro di dialetto è divertente e composito, ideale cantilena per serate al fresco seduti sulle scalette di una prangatello. Una terra che incanta, che ride, che si ammazza di fatica e sudore, che è orgogliosa e accogliente.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Sarà perchè la Majella da quelle stradine sembra chiamarti ad una conversazione saggia con una vecchia signora dai fianchi morbidi, dall’abbraccio ancora sensuale e caldo. Quella montagna riesce a catturare lo sguardo od ogni ora, con colori e ombre sempre più emozionanti. Sarà perchè se il cielo è limpido, mentre chiacchieri con mamma montagna puoi vedere le Tremiti…
Io oggi prima di cominciare a ricalibrare la mia vita di studio, lavoro, baci, microfoni voglio riguardare questi giorni. Questi giorni vissuti secondo per secondo, come una piccola cozza su uno scoglio, attaccata a tutto ciò che amo. “E aspetterò domani per avere nostalgia“, oggi la canto con il cuore che trema, perchè avrei voluto solo fermare il tempo, ieri, e non tornare mai più
Poi Roma…con il suo traffico, con i manifesti di Forza Nuova, con i coatti, col campionato che ricomincia, con i fascisti, con quello che sarà quest’autunno, con quella fottuta porta blu.
Non mi ci fate pensare. 

Foto di Valentina Perniciaro _Trabocchi e ruggine_

 

Foto di Valentina Perniciaro _ Juvanum, sito archeologico romano_

Foto di Valentina Perniciaro _ Juvanum, sito archeologico romano_

Trovate un po’ di foto su Flickr

VOGLIAMO TUTTO (2)

5 luglio 2008 2 commenti

“Arrivai lì e il capo dice Guardi che lei sta rompendo le scatole. Qua si arriva in orario adesso le do mezz’ora di multa. Gli dico Fai che cazzo vuoi tu m’hai rotto le scatole tu e la Fiat. Va’fa’n culo se no ti tiro qualcosa in testa. Fatevele voi queste zozze macchine di merda a me che mi frega.
E tutti gli operai che stavano lì intorno mi guardavano e io gli dicevo Ma siete degli stronzi voi siete degli schiavi. Qua bisogna picchiarli a sti guardioni qua a sti fascisti. Che cazzo sono sti insetti sputiamogli in faccia e facciamo quello che vogliamo qua mi sembra il servizio militare. Fuori dobbiamo pagare se entriamo in un bar dobbiamo pagare nel tram dobbiamo pagare la pensione tutto dobbiamo pagare. E qua dentro ci vogliono comandare. Per quattro soldi che non ci servono a un cazzo per un lavoro che ci fa crepare e basta. Ma siamo impazziti.
Questa è una vita di merda sono più liberi quelli che stanno in galera di noi. Qua incatenati a queste macchine schifose che non ci possiamo mai muovere coi secondini tutti intorno. Ci manca solo che ci frustino anche.   […]

e cominciamo a fare un corteo eravamo un’ottantina di operai. Man mano che il corteo passava tra le linee si ingrandiva di dietro. A un certo punto arriviamo in un posto dove c’erano dei cartoni li strappiamo e col gesso ci scriviamo Compagni uscite dalle linee il vostro posto è con noi. Su un altro scriviamo Potere operaio. Su un altro ancora Ai lecchini il lavoro agli operai le lotte. E andiamo avanti con questi 3 cartelli.

Il corteo cominciò a ingrandirsi e arrivarono i sindacalisti. I sindacalisti era la prima volta che io li vedevo in vita mia dentro la Fiat. Cominciano i sindacalisti Compagni non bisogna lottare adesso. Le lotte le faremo in autunno insieme al resto della classe operaia insieme a tutti gli altri metalmeccanici. Adesso significa indebolire la lotta se ci scontriamo adesso come faremo poi a ottobre. Noi gli diciamo Le lotte bisogna farle adesso perchè è ancora primavera e c’è ancora l’estate davanti. A ottobre ci serviranno i cappotti le scarpe ci servirà il riscaldamento nelle case i libri dei figli per la scuola. Per cui l’operaio non può lottare d’inverno deve lottare d’estate. Perchè d’estate uno può dormire pure all’aria aperta d’inverno no. E poi lo sapete che è in primavera che la Fiat ha più richiesta di produzione se fermiamo adesso freghiamo la Fiat che a ottobre non gliene importa più niente.

TRATTO DA ” VOGLIAMO TUTTO” , Nanni Balestrini

Leggi la PRIMA PARTE

Leggi MIRAFIORI E LA DIALETTICA DEL SANPIETRINO

Scalo San Lorenzo, Padiglioni Manutenzione Locomotori Foto di Valentina Perniciaro, Luglio 2007

VOGLIAMO TUTTO! (1)

5 luglio 2008 2 commenti

“Vi do il benvenuto alla Fiat. Sapete che cos’è la Fiat la Fiat è tutto in Italia. Se avete letto delle cose cattive sulla stampa comunista che parla male della catena di montaggio sono tutte calunnie.
Perchè qua gli unici operai che non stanno bene sono quelli sfaticati. Quelli che non hanno voglia di lavorare. Il resto lavorano tutti e sono contenti di lavorare e stanno anche bene. C’hanno tutti quanti l’automobile e poi la Fiat c’ha le colonie per i bambini dei dipendenti, E poi si hanno gli sconti in certi negozi quando uno è dipendente Fiat.
Tutta una apologia ci faceva.

E questo qua l’ingegnere dice Io sono il vostro colonnello. Voi siete i miei uomini e così ci dobbiamo rispettare gli uni con gli altri. Io i miei operai li ho sempre difesi.  Gli operai Fiat sono i migliori quelli che producono di più e tutte queste cazzate qua.
A me allora mi comincia a andare la mosca al naso e comincio a pensare Qua mi sa che andrà a finire male con questo colonnello. Poi ci spiegò che non bisogna fare sabotaggio alla produzione perchè oltre a essere licenziati immediatamente si poteva anche essere denunciati. Turò fuori un articolo del codice penale che diceva che si può anche essere denunciati. Si mise a fare il terrorista.
E io cominciai a pensare. Questo colonnello qua una bella lezione gli starà proprio bene.”

TRATTO DA “VOGLIAMO TUTTO” , Nanni Balestrini

Leggi la SECONDA PARTE

Leggi: MIRAFIORI E LA DIALETTICA DEL SANPIETRINO

Scalo San Lorenzo, Padiglione Manutenzione Locomotori. Foto di Valentina Perniciaro


								
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