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San Basilio e Fabrizio Ceruso, 40 anni dopo: la lotta per il diritto alla casa. Una testimonianza

8 settembre 2014 3 commenti

40 anni son passati da quell’assassinio,
40 anni son passati da una pagina di lotta straordinaria e mai rivissuta
40 anni da quelle giornate che per i compagni di Roma sono state lo spartiacque.
Chi ha vissuto quella campale, lunghissima, accorata battaglia c’ha lasciato brandelli di cuore mai più tornati al loro posto,
chi ha vissuto quell’esperienza la porta dentro ancora col fuoco che brucia.

Pubblico qui la testimonianza di Sandro Padula
QUI una pagina di ricordo e QUI la trasmissione di R.O.R. con una ricostruzione di quelle giornate.

San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa

di Sandro Padula

Il contesto e la dinamica della battaglia determinatasi l’8 settembre 1974 a San Basilio non sono facili da spiegare. Alcuni testimoni di quegli eventi sono morti negli anni successivi, ad esempio il mio amico Roberto di cui parlerò qui; altri ricordano soprattutto la nebbia dei lacrimogeni o mettono in connessione lineare, se non addirittura mitologica, il passato col presente; certi sono diventati “pentiti” negli anni Ottanta e altri ancora hanno cercato di abiurare il proprio passato di militanza politica, ad esempio determinati ex dirigenti di Lotta Continua.

La borgata di San Basilio

Pochi fra i testimoni rimasti in vita ricordano bene gli avvenimenti dell’8 settembre 1974 a San Basilio e i motivi che ne furono alla base. Esistono però alcuni fatti che, da soli, risultano sufficienti ad aprire o a riaprire le porte di una corretta ricostruzione storica. Il 20 febbraio 1973 l’Istituto Autonomo Case Popolari (Iacp) indisse il concorso per l’assegnazione di alloggi a San Basilio, Pietralata e Tiburtino III, tre borgate della periferia sud orientale di Roma, per un totale di 600 appartamenti, ma fra l’estate e l’autunno di quell’anno si capì meglio che le migliaia di famiglie bisognose di un alloggio non potevano farsi molte illusioni.

Come ha correttamente ricordato Massimo Sestili in “sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974″ (saggio pubblicato in Historia magistra, Rivista di storia critica, anno I, n. 1, Franco Angeli editore, 2009) la graduatoria stilata per quel bando pubblico subì una modifica rispetto alla normale prassi seguita in precedenza. A Villa Gordiani e a Tiburtino III dovevano essere demoliti alcuni alloggi dello Iacp e agli abitanti interessati furono assegnati fuori graduatoria più della metà degli appartamenti disponibili. Per concorso furono assegnati “200 alloggi su un totale di 600″.

Il fatto che a Gordiani e a Tiburtino III alcuni alloggi dello Iacp fossero in procinto di demolizione avrebbe dovuto comportare un impegno politico preciso, da parte dello stesso Iacp e del Comune di Roma, per trovare un’alternativa abitativa agli interessati. Il concorso per l’assegnazione di alloggi avrebbe dovuto riguardare solo chi non aveva ancora acquisito il diritto alla casa. Fu invece una truffa di Stato per ottenere il consenso clientelare di 400 famiglie e, nel medesimo tempo, evitare costi aggiuntivi alle casse dello Iacp e del Comune di Roma. Si trattò di una scelta discrezionale in punto di diritto e scellerata in termini politici perché, in pari tempo, costituì una turbativa d’asta e dell’ordine pubblico.

In tale scenario, aggravato da un bisogno di case che non riguardava più solo i baraccati come accadeva negli anni Sessanta ma, in modo crescente, anche le famiglie proletarie in coabitazione, 136 abitazioni dello Iacp site a San Basilio in via Montecarotto (in parte nella contigua via Sarnaro) furono occupate nell’estate del 1973. Allora e lì, nonostante l’immediato sgombero e al di là di quel che affermano alcune recenti ricostruzioni, ebbe inizio la lotta per il diritto alla casa a San Basilio.

Quelle stesse case furono poi occupate di nuovo il 5 novembre 1973, sgomberate la mattina di un paio di giorni dopo e, nonostante lo sbarramento di polizia e l’arresto di due persone, rioccupate dalle famiglie nell’immediato pomeriggio. “Le donne, che hanno portato avanti l’occupazione in prima persona, non si sono però allontanate dalle case, ma restando sul posto, hanno formato un loro comitato, che ha presto ottenuto un incontro con un dirigente dell’Iacp. L’incontro è avvenuto il giorno stesso.

Dei 136 appartamenti, ha spiegato il funzionario, 29 erano stati assegnati agli abitanti di Tiburtino III, 21 dei quali le hanno rifiutate perché vogliono andare in quelle costruite, sempre dallo Iacp, ai Monti del Pecoraro. Altre case sono state assegnate ai baraccati di Villa Gordiani. Le rimanenti dovrebbero essere assegnate, in base alla graduatoria e ai «punti», ad altre famiglie bisognose.

È stato insomma il dirigente dello Iacp a confutare, con i dati, la voce secondo la quale gli occupanti avrebbero preso la casa ad altri lavoratori, cui sarebbero state in precedenza assegnate. Dopo l’incontro c’è stata una breve assemblea, in cui gli occupanti hanno fatto le loro proposte: su 136 appartamenti, 60 devono essere assegnati a famiglie bisognose di San Basilio stessa. È la seconda volta, nel giro di pochi mesi, che queste case vengono occupate. ma questa volta i proletari sono stati più decisi ed organizzati” (da pag. 4 del quotidiano Lotta Continua, 9 novembre 1973).

La borgata di Casal Bruciato, in un’immagine dello stesso anno

Diverse forze politiche e sindacali istituzionali, lungi dal mettere in discussione la logica clientelare dello Iacp e le ipocrisie del Comune di Roma, allora feudi della Democrazia Cristiana, “intervennero per scongiurare un’altra azione della polizia” (pag. 118 di “Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie. San Basilio come caso di studio” di Gian-Giacomo Fusco, Edizioni Nuova Cultura, 2013) e proposero “di censire le famiglie occupanti al fine di trovare loro un alloggio diverso” (ibidem, pag. 118).

Il Comitato di lotta per la casa, a quel punto, dopo aver precisato di voler escludere dall’iniziativa coloro che avevano già usufruito di una casa popolare, presentò di nuovo allo Iacp una richiesta per l’assegnazione straordinaria di alloggi a tutte le famiglie bisognose di San Basilio. Denunciò le manovre di divisione portate avanti dalla locale sezione del Pci che aveva operato in nome di una “legalità” basata sulla presentazione della domanda al concorso pubblico per l’assegnazione delle case popolari. Infine portò i dati del censimento delle famiglie occupanti dai quali risultava il grado di affollamento da cui esse provenivano: 3,2 persone per vano (vedasi pag. 4 del quotidiano Lotta Continua, 21 novembre 1973).

Qualche tempo dopo il Comitato di lotta organizzò anche l’occupazione di 12 appartamenti dello Iacp a via Fabriano che inizialmente sarebbero dovuti essere utilizzati per insediare a San Basilio un Commissariato di polizia. Da 136 si passò a 148 appartamenti occupati da altrettante famiglie. A quel punto “la situazione cominciò a sedimentarsi; le famiglie ottenevano servizi – allacci sull’acqua, luce, gas e telefono – e si diffuse così l’idea che ormai quelle case erano degli occupanti” (ivi, pag 118 di “Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie. San Basilio come caso di studio”).

La storia successiva vide il 1974 come l’anno di una grande e diffusa lotta per il diritto alla casa e di una gigantesca repressione poliziesca rispetto a quel bisogno sociale. Ci furono numerosi sgomberi di case occupate – per lo più di proprietà dei pescecani dell’edilizia – tanto che nell’estate di quel medesimo anno a Roma rimasero in piedi solo due occupazioni, quella organizzata alla Magliana dal novembre 1973 e quella gestita dal Comitato di lotta di San Basilio.

I governanti volevano portare un attacco decisivo agli ultimi baluardi della lotta per la casa. I fatti dal 5 all’8 settembre 1974 nacquero in tale contesto. Giovedì 5 settembre 1974, dopo 10 mesi di occupazione, a San Basilio ci fu uno sgombero, ma di sera gli appartamenti furono rioccupati. Venerdì 6 settembre, anche se il Comitato di lotta aveva organizzato una resistenza migliore, si ebbe un altro sgombero. Nella serata, però, le case furono rioccupate dopo una trattativa. Il Comune e l’Istituto Autonomo Case Popolari avrebbero dovuto decidere dove mandare le famiglie occupanti. Sabato 7 settembre sembrava essersi determinata una sorta di tregua, ma nella mattinata di domenica 8 settembre, come seppi con parecchie ore di ritardo, la situazione precipitò.

San Basilio

Fra le 16 e le 17 di quel giorno festivo cercai vanamente la compagneria del collettivo politico nelle strade, nei muretti e nei locali pubblici del mio quartiere. Decisi allora di fare una passeggiata da solo. Andai verso uno spazio verde tagliato da una marana, una striscia d’acqua inquinata dagli scarti della Pirelli di via di Torre Spaccata. Percorsi un viottolo fino a giungere all’ombra di un fico che dava frutti anche a settembre. Volevo assaggiarne alcuni, ma un imprevisto mi bloccò.

“Ehi! Ehi!”, strillò Roberto dal bordo del prato mentre agitava la mano verso la sua faccia per farmi intendere che avrei dovuto raggiungerlo in fretta e furia. Corsi preoccupato.
“Dobbiamo andare a San Basilio”, disse Roberto che ormai avevo di fronte a me.
“Cos’è successo?”, gli chiesi.
“In mattinata c’è stato un altro sgombero delle case occupate. Poi, fino alle 14, gli scontri hanno fatto il resto”, mi rispose.
“La situazione è cambiata per l’ennesima volta”, commentai.
“Sì – riprese la parola il mio amico – e proprio per questo motivo dobbiamo partire subito con la macchina che sta qui vicino. Alle 18 c’è un appuntamento nella piazza centrale. I compagni e le compagne del nostro collettivo politico sono già lì”.

Dopo venti minuti lasciammo l’autoveicolo nei pressi di via Tiburtina. I pali della luce abbattuti non permettevano l’ingresso stradale nella borgata. Vi entrammo a piedi attraversando un prato. Alle 18 molti giovani, in parte provenienti da altre zone periferiche della città, si erano concentrati alle spalle di una chiesa, nella piazza principale della borgata.

Nella parte opposta, soprattutto sulle parallele vie Corridonia e Fiuminata e più precisamente nei punti di accesso a via Montecarotto, mille fra carabinieri e poliziotti erano in assetto da guerra ma la battaglia scoppiò dopo circa un’ora, fra le 19 e le 19,30. Ad un certo punto, un plotone avanzò da via Montecarotto su via Corridonia lanciando decine di lacrimogeni ad altezza d’uomo in direzione della piazza affollata; poi, quando si accorse di non avere più altri “fiori bianchi” da regalare, si ritirò in modo caotico.

Alcuni poliziotti ad esempio, invece di tornare indietro, percorsero via Fabriano nel tratto adiacente l’ingresso della chiesa, l’oltrepassarono fino a fare capolino su via Fiuminata e lì ebbero un contatto con due o tre manifestanti che, privi di armi da fuoco, rischiavano di essere arrestati dai tutori dell’ordine. Vedendo quella scena un gruppo di giovani partì di corsa dalla piazza, imboccò via Fiuminata, giunse nei pressi della via adiacente la chiesa e divenne il bersaglio di alcuni colpi di pistola partiti da un altro plotone di poliziotti e carabinieri, distante 25-30 metri, che già operava nella stessa via Fiuminata.

I proiettili, su quella medesima strada, raggiunsero il muro di cinta della chiesa, un palo della luce, un albero e Fabrizio Ceruso. Quest’ultimo, diciannovenne del Comitato Proletario di Tivoli, un organismo dei Comitati Autonomi Operai, fu colpito al petto. Tre giovani lo presero da sotto le ascelle e dai piedi. Da via Fiuminata giunsero nella piazza e da lì ancora più lontano fino a via Corinaldo, dove c’era un piccolo pronto soccorso. In seguito, accertata la gravità delle condizioni fisiche di Ceruso, bloccarono un taxi e vi entrarono portando con sé il ferito.

“Al Policlinico! Al Policlinico!”, urlò uno di loro al tassista.
“Corri! Corri!”, disse un secondo passeggero.
“Hanno ammazzato mio fratello!”, esclamò un altro durante il tragitto verso l’ospedale.

I tre giovani non erano parenti, ma compagni di lotta di Ceruso. Così lo sentivano mentre lui non dava più segni di vita. Temevano di essere ficcati nei guai dalla polizia e perciò fuggirono appena il taxi giunse al Policlinico. La notizia della morte di Ceruso si diffuse rapidamente. Venne trasmessa anche dalla televisione e dalla radio. Giunse a noi che restammo a san Basilio anche dopo il tramonto fra barricate, lacrimogeni e sparatorie.

Il giorno successivo, il 9 settembre 1974, il Consiglio della Regione Lazio varò una legge: le famiglie che avevano occupato una casa nel territorio laziale, per autentico bisogno e prima dell’8 settembre di quell’anno, avevano diritto all’assegnazione di un appartamento. Quando poi – giovedì 12 settembre – arrivò la data del funerale, il feretro partì dall’obitorio del Policlinico e fu seguito da un corteo di automobili. Doveva giungere a Tivoli, la cittadina di residenza dei parenti del giovane, ma prima passò a San Basilio. Lì, ad attenderlo, molte persone stavano sui marciapiedi delle principali vie.

Non aveva più il casco rosso che portava in testa quando lo vidi cadere. Non era più a pochi passi da via Fabriano e a dieci metri da me e Roberto che correvamo dietro di lui su via Fiuminata. Eravamo davvero matti a sfidare, in quel momento solo con qualche sasso, i lacrimogeni e le pallottole delle forze dell’ordine. Ma forse erano più matti coloro che componevano il quinto governo Rumor (14 marzo 1974 – 23 novembre 1974), cioè i massimi responsabili politici della morte di Fabrizio Ceruso.

Gettiamo invece un velo pietoso sui dirigenti del Pci e del Sunia (il sindacato inquilini e assegnatari vicino al Pci) che allora intervennero solo a livello di mediazione istituzionale ed esclusivamente a favore della presunta legalità di una miserabile truffa di stato. E che dire della magistratura? Il pubblico ministero Gugliemo Cavallari, pur avendo iniziato immediatamente le indagini, depositò la requisitoria venticinque mesi dopo: l’8 di ottobre del 1976 (vedasi: “Fatti di San Basilio: sotto accusa i metodi usati dalla polizia”, Franco Scottoni, L’Unità, sabato 9 ottobre 1976).

Con essa, “in ordine all’omicidio di Ceruso, al ferimento di 47 militari di Ps e alle violenze a pubblico ufficiale”, si chiese che il giudice istruttore dichiarasse “con sentenza di non doversi procedere per essere ignoti gli autori del reato”. Sul piano giuridico i fatti di San Basilio furono poi archiviati dal giudice istruttore, il dottor Capri, ma la requisitoria del pm Cavallari costituì soprattutto un’accusa politica verso i metodi usati dalla polizia e una critica incontrovertibile alla tesi della questura di Roma secondo cui le forze dell’ordine sarebbero state innocenti rispetto all’omicidio di Fabrizio Ceruso.

Sempre a San Basilio, settembre 1974

Il pm affermò che “furono concentrate presso la Direzione di Artiglieria di Roma le pistole appartenenti alla forza pubblica; fu controllato se le armi in dotazione fossero quelle effettivamente consegnate; furono controllati gli elenchi di servizio e i libretti personali degli agenti” (ibidem, L’Unità, sabato 9 ottobre 1976).

“Da tali verifiche – scrisse il pm – è emerso che la tenuta di alcuni documenti non era regolare: in particolare il registro della scuola di Ps di Caserta presentava pagine tagliate e re iscrizioni a penna su precedenti scritture a matita fatte con grafie diverse. Inoltre l’elenco del I battaglione Celere è risultato redatto dopo il rientro in caserma, sulla base di annotazioni provvisorie”.

Il pm Cavallari precisò che Ceruso fu “raggiunto da un proiettile calibro 7,65 che aveva camiciatura nichelata e tracce di laccatura viola sulla godronatura, caratteristiche comuni a gran parte delle cartucce in dotazione agli agenti operanti a S. Basilio, in via Fiuminata, dove avvenne l’omicidio”. Quel proiettile, sempre secondo la requisitoria del pm, risultò “appartenere ad una fornitura di cartucce di produzione piuttosto remota (non posteriore all’anno 1965) della quale gli agenti avevano un notevolissimo quantitativo in dotazione”. Dal 1960 del governo Tambroni in poi, almeno fino al quinto governo Rumor, la polizia ebbe il monopolio nel possesso di cartucce di quel tipo perché queste ultime erano state “vendute dalla Fiocchi anche a privati ma solo fino al 1960″. I governi erano davvero coi Fiocchi.

C’è qualcuno che oggi ricorda bene queste cose? La memoria di ognuno rischia di essere fallace, altalenante com’è fra un dubbio e l’altro inculcato dai professionisti delle dietrologie e delle menzogne storiche mass-mediate. Serve perciò una memoria collettiva e critica. Fatta pure di singoli e personali ricordi o racconti, ma tutti documentati o documentabili con precisione e senza inutili mitologie.

Nel 1974 la borgata di San Basilio stava diventando un quartiere. La maggioranza degli occupati in qualche lavoro era composta da lavoratori salariati ed era solidale verso il Comitato di lotta per la casa. L’8 settembre 1974 non ci fu nessuna “guerra fra poveri” a San Basilio. Ci fu una linea della fermezza da parte del governo Rumor V – e già sperimentata il 9 maggio 1974 con la strage compiuta nel carcere di Alessandria dalla forza pubblica diretta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa – che da un lato provocò l’omicidio di Fabrizio Ceruso e dall’altro il ferimento di 47 agenti delle forze dell’ordine.

Se i governanti fossero stati a San Basilio dopo le ore 19 e 30 dell’8 settembre 1974 avrebbero potuto vedere coi propri occhi una rivolta armata di massa. Decine di abitanti facevano sporgere dalle finestre i fucili da caccia o a canne mozze e le pistole. Molti nelle strade avevano con sé biglie, fionde, sassi, bulloni e bottiglie molotov. Un ragazzo si proteggeva la testa con un casco rosso. Somigliava a Fabrizio ma era soltanto un suo fratello di lotta.

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Appello per una campagna nazionale contro la Repressione e la Tortura di Stato

14 settembre 2013 1 commento

Un appello per una “campagna nazionale contro la repressione e la tortura di Stato” era quel che ci voleva per iniziare questa nuova stagione di lotte e mi apre il cuore, visto il solitario impegno di questo blog nel pubblicare quanto più materiale possibile a riguardo e nel far luce, durante tutto lo scorso anno sull’affaire Triaca.
Il 15 ottobre ci sarà finalmente la revisione del processo, che vedeva un torturato condannato per calunnia nel momento in cui aveva sporto denuncia ai suoi aguzzini: ora si può ristabilire un po’ di verità, ora possiamo mandare avanti una battaglia che faccia luce sulle metodologie che lo Stato ha usato per combattere “il terrorismo negli anni ’70/’80”, nient’altro che cilene.
Pubblico l’appello del Comitato “La tortura è di Stato, Rompiamo il Silenzio!”, ma prima ancora il ringraziamento di Enrico Triaca,
che il 15 ottobre avrà la possibilità di vedere i suoi aguzzini.

– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Approfitto di questo articolo per ringraziare tutti i compagni e compagne che in questi anni si stanno battendo per far sì che tale battaglia non sia portata avanti silenziosamente come se fosse una guerra personale, ma diventi collettiva e rumorosa, perché tale è, e tale deve essere!, perché l’uso della tortura da parte dello stato è uno strumento contro i movimenti politici di tutti i tempi e non solo del passato. Perché il tentativo di silenziare tale dibattito, la benevolenza con cui si trattano i torturatori smascherati, ci dice chiaramente che lo stato non ha nessuna intenzione di rinunciare a tale strumento, perché negli anni lo stato ha avuto buon gioco, con la complicità di buona parte della Società Civile, a negare tali pratiche, anzi, qualcuno è arrivato anche a giustificare la creazione di una “zona grigia” in periodi “eccezionali”. Una battaglia quindi che indaghi il passato non solo per ripristinare una verità VERA ma anche per capire il presente e futuro e attrezzarsi contro la propaganda infame e denigratoria di regime.

Enrico Triaca

 

1.       Il caso Triaca e la continuità della tortura negli apparati repressivi di Stato.

Lo scorso 18 giugno la Corte d’appello di Perugia ha accolto l’istanza di revisione del processo che nel 1978 vide condannato per calunnia Enrico Triaca dopo che questi, arrestato il 17 maggio dello stesso anno nel corso delle indagini sul caso Moro, denunciò di aver subito torture fisiche e psicologiche fin dalle prime ore che seguirono la sua cattura. Il prossimo 15 ottobre, dunque, saranno chiamati a testimoniare personaggi chiave che hanno ricostruito o custodito le confidenze di Nicola Ciocia, alias “Professor De Tormentis” – capo della squadra di aguzzini alle dirette dipendenze del Ministero degli Interni, istituita per estorcere confessioni ai militanti delle Br nel pieno della guerra civile che si combatteva in Italia alla fine degli anni ’70. In calce a queste brevi righe abbiamo selezionato una piccola bibliografia che vuole essere in grado, seppur sommariamente, di ricostruire la vicenda di Enrico Triaca: l’obiettivo che ci prefiggiamo è, infatti, anche quello di riscostruire in maniera pubblica e collettiva una storia che è stata volutamente sepolta nel dimenticatoio della storia italiana per oltre 35 anni. Ciononostante, non è solo la vicenda di Triaca in sé a spingerci a scrivere e diffondere questo appello. Crediamo infatti che oggi, nei giorni in cui si fa forte nella sinistra antagonista la discussione pubblica sull’amnistia e sull’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento penale, sia doveroso non lasciare taciute le evidenti connessioni che legano la repressione di Stato odierna alla sistematica opera di distruzione, nei decenni ’70-’80, dei tentativi rivoluzionari e di tutte le esperienze politiche che portarono a un livello senza precedenti lo scontro di classe nell’Italia postbellica. Seppur con intensità differenti e direttamente proporzionali alle forze messe in campo dal movimento di classe, lo Stato ha agito una strategia di annientamento delle forze politiche e sociali che hanno provato a invertire e sovvertire i rapporti di forza nel nostro paese. Una strategia giocata senza esclusione di colpi, ricorrendo alla violenza politica e alla tortura, andando ben oltre i limiti consentiti dalle leggi “democratiche”, con buona pace della litania che ci propinano da decenni sulla “vittoria legale” dello Stato nella “guerra contro il terrorismo”. Il caso Triaca assume quindi una forte valenza simbolica, sineddotica: da un lato grimaldello per fare opera di memoria su quanto accaduto in Italia ai militanti politici tra il ’78 e l’82, dall’altro spiraglio per aprire un dibattito storicizzante sulle lotte degli anni’70, senza tabù e rischi di astrazioni decontestualizzanti volte a perimetrarne la portata e screditare con sommario arbitrio le esperienze rivoluzionarie che ne furono avanguardie.

2.       La campagna che immaginiamo: vademecum per le lotte di oggi.

Proprio un’attenta analisi di questa linea di continuità nella repressione di Stato ci spinge oggi a prendere parola in questi termini, provando a inquadrare il fenomeno delle torture in un’ottica differente, di classe, capace di discernere il singolo episodio di sadismo delle forze dell’ordine da un disegno più ampio, studiato, calibrato sulla preoccupazione che le lotte sociali e politiche sono oggi in grado di destare nelle articolazioni nazionali del capitale. Testimone di questa nostra volontà è l’obiettivo che vediamo alla fine del processo che si sta istruendo: non una cieca volontà di risarcimento giudiziario (nonostante l’assoluzione di Triaca faccia parte del giusto risultato cui tende la campagna), ma una testimonianza politica che sia in grado di riportare alla luce del dibattito nazionale l’analisi delle strategie di Stato in termini di repressione e controrivoluzione preventiva. Le stesse sospensioni di diritto praticate nella caserma di Bolzaneto, nel 2001, sono figlie – siamo certi – di quella lunga e continua filiera repressiva che gli apparati di governo hanno messo a punto per esercitare non solo una certosina bonifica dell’insorgenza rivoluzionaria e di classe ma anche per perfezionare un sadico strumento di deterrenza preventiva. Con gli stessi scopi è stata negli anni varata una serie di provvedimenti – dai «braccetti della morte» dell’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del 1975 (isolamento totale, divieto di corrispondenza, divieto di acquisto di libri e quotidiani), poi non rinnovato dalla metà degli anni ’80, al «regime di carcere duro» (un solo colloquio al mese attraverso un vetro divisore, censura della corrispondenza, una sola ora d’aria al giorno) previsto dall’articolo 41 bis della stessa legge e modificato nel 1992 – inizialmente diretti agli accusati per mafia e, in seguito, estesi ai militanti politici e ad altri detenuti. Pensati in chiave deterrente e terroristica,  oltre ad essere veri e propri strumenti di “tortura raffinata”, essi mirano ad annientare (fisicamente e psicologicamente) i detenuti sottoposti a queste condizioni. Fare luce su ciò che incombe sul nostro passato è dunque il primo passaggio per avere chiaro quale deve essere il parametro con cui decifrare l’attuale stretta repressiva che i movimenti e le opzioni politiche antagoniste stanno subendo. Assumono così un senso ancor più profondo e chiaro le dure condanne per la giornata di piazza a Roma lo scorso 15 ottobre 2011, così come crediamo siano legate alla stessa logica di repressione preventiva le numerose carte che giacciono sui tribunali chiamati a criminalizzare le lotte per il diritto all’abitare come le lotte contro l’alta velocità, le battaglie sui luoghi di lavoro e quelle per la difesa dell’istruzione pubblica. Liberare gli anni ’70, favorirne un dibattito squisitamente politico, storicizzare il ciclo di lotte per cui oggi ancora qualcuno paga nella solitudine di una cella, crediamo siano i risultati cui mirare insieme. Contestualizzare all’oggi queste rotte di riflessione e legarle alle lotte contro il 41bis e l’ergastolo che molti detenuti politici hanno lanciato nel corso degli anni sono gli obiettivi che si pone questa specifica campagna, nella convinzione che senza una presa di coscienza collettiva su ciò che sono state la repressione e la tortura di Stato nei decenni passati non si può immaginare di affrontare con determinazione e forza d’animo le lotte che vogliamo costruire domani.

  1. Verso l’udienza del 15 ottobre. Che fare?

Il tempo è galantuomo, e dopo 35 anni offre alla Corte d’appello di Perugia la possibilità di revisionare il processo che nel ’78 condannò Enrico Triaca a 1 anno e 4 mesi per calunnia. Ma il tempo è tiranno, si sa anche questo, e ci lascia un margine molto ristretto per ottimizzare le energie di tutte e tutti in questa campagna. Come primo step immaginavamo di poter sottoporre questo breve appello (i punti 1 e 2) a tutte le realtà, strutture e singolarità che vogliano impegnarsi in questa direzione; soggetti politici che condividano non solo la volontà di fare luce sul caso Triaca ma anche, e soprattutto, la necessità di chiarire quali furono le strategie di Stato che hanno oliato una macchina repressiva ancora oggi in funzione. Il Comitato “La tortura è di Stato! Rompiamo il silenzio!” si impegnerà a promuovere – attraverso l’autonoma condotta dei singoli aderenti – azioni, campagne di sensibilizzazione, interventi, segnalazioni e quant’altro sia utile all’implementare il dibattito in vista dell’udienza del 15 ottobre. Nella speranza e con l’auspicio di poter crescere giorno dopo giorno, firma dopo firma, valuteremo se dovessero esserci le forze per indire, nella giornata del 15 ottobre e a partire dalle ore 9, un presidio sotto la Corte d’appello di Perugia (Piazza Matteotti), in concomitanza con la prima (e forse più importante) udienza del nuovo processo, in cui verranno ascoltati i tre teste chiave (Nicola Rao, Matteo Indice e Salvatore Rino Genova. Per maggiore informazioni sui personaggi citati e il ruolo che ricoprono nella vicenda di Enrico Triaca rimandiamo alla bibliografia che segue).

COMITATO “LA TORTURA è DI STATO! ROMPIAMO IL SILENZIO!”

Settembre 2013

Prime adesioni:

Valerio Evangelisti (scrittore), Osservatorio sulla Repressione, Caterina Calia (avvocato), Cristiano Armati (Red Star Press), Collettivo Militant – Roma (Noi Saremo Tutto), Mensa Occupata – Napoli (NST), Insurgent City – Parma (NST), LP Gagarin 61 – Teramo (NST), Rete dei Comunisti, “Polvere da sparo” baruda.net (blog), Insorgenze (blog), La Scintilla – Bellinzona, Enrico Di Cola, Zaccaria Dale…

Per info e adesioni:

rompiamoilsilenzio@autistici.org

rompiamoilsilenzio.wix.com/home

www.facebook.com/latorturaedistato

***

Bibliografia sul “caso Triaca”:

Progetto Memoria, Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998.

Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, 2011.

http://www.militant-blog.org/?p=9311

http://insorgenze.wordpress.com/2013/06/20/non-erano-calunnie-il-tribunale-di-perugia-riapre-il-processo-sulle-torture-contro-le-br/

http://insorgenze.wordpress.com/2012/01/19/enrico-triaca/

http://insorgenze.wordpress.com/2012/01/25/enrico-triaca-dopo-la-tortura-linferno-del-carcere-seconda-parte/

http://insorgenze.wordpress.com/2013/06/18/il-processo-alle-torture-di-fara-la-corte-dappello-di-perugia-accoglie-la-richiesta-di-revisione-della-condanna-contro-il-tipografo-delle-br/

http://legislature.camera.it/_dati/leg08/lavori/stenografici/sed0482/sed0482.pdf – Resoconto stenografico delle sedute alla Camera del 22 e del 23 marzo 1982 “Interpellanze e interrogazioni sulle presunte violenze subite dai detenuti accusati di terrorismo”

http://legislature.camera.it/_dati/leg08/lavori/stenografici/sed0528/sed0528.pdf – Resoconto della seduta alla Camera del 6 luglio 1982 “Interpellanze e interrogazioni sull’arresto di cinque appartenenti alla polizia di stato”

http://alienati.org/antipsichiatria/ebooks_2009-01-05/La%20Tortura%20in%20Italia.pdf – Pdf del libro bianco sulla tortura in Italia (1982)

https://www.youtube.com/watch?v=HqI1QPSqYWg – Intervista a Triaca e a Genova (in cui ammette la tortura) a “Chi l’ha visto?”

Categorie:ANNI '70 / MEMORIA, Torture in Italia Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ancora su De Tormentis: il commento di Enrico Triaca, tipografo delle Br, torturato e poi denunciato per calunnia

10 gennaio 2012 15 commenti

Dopo aver letto nel libro di Rao la testimonianza di “De Tormentis” Enrico Triaca ha postato questo commento sul blog INSORGENZE
Enrico Triaca venne arrestato il 17 maggio 1978 nell’ambito delle indagini sul sequestro Moro.
Appena catturato scomparve per riemergere soltanto il 9 giugno
. Nei giorni in cui fu ostaggio delle forze di polizia venne torturato. Appena fu in grado denunciò le violenze ma non venne creduto. La magistratura lo condannò per calunnia.

Oggi il suo torturatore, un funzionario dell’Ucigos in pensione che esercita la professione di avvocato presso il foro di Napoli, nascondendosi dietro l’eteronimo di “professor De Tormentis” ha ammesso in un libro (scritto da Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011) che Triaca aveva detto il vero.

Alcune doverose precisazioni sul “caso de tormentis”

Dopo aver letto alcuni articoli sparsi qua e la nella rete ho comprato il libro, “Colpo al cuore”, e ritengo di dover fare alcune precisazioni e considerazioni.
Precisazioni e considerazioni sul libro del giornalista Nicola Rao, e considerazioni sul “Nobile Servo dello Stato” denominato “professor De Tormentis” .
Inizio con il “Professor De Tormentis” che in quanto “Nobile Servo dello Stato” credo meriti la precedenza.
Esso tenta di nobilitarsi e giustificarsi dichiarando: “Io sono stato un combattente perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra.” Un combattente???????
“Professor De Tormentis” se lo lasci dire, Lei è solo un vigliacco, al servizio dello Stato, ma un vigliacco che ha la necessità di nascondersi dietro l’anonimato e come le Blatte ha vissuto negli interstizi della Storia. Ha ragione quando dice che è stata una guerra ma una guerra rivendicata dalle Brigate Rosse e sempre negata dai suoi Padroni. Quando una guerra è fatta da “combattenti” ci sono regole e codici di comportamento da rispettare tutte cose che Lei, da NON combattente ma da vigliacco, non ha fatto.
Anche le Brigate Rosse hanno fatto dei prigionieri, ed il suo Stato ha tentato in tutti i modo di accreditare l’idea che tali prigionieri venivano maltrattati e torturati, lampanti sono state le lettere dell’Onorevole Aldo Moro che erano diventate le lettere di un pazzo, un drogato. Poi con il prigioniero Dozier avete dovuto ammettere che facevano colazione con i Corn Flakes. Ecco questa è la differenza tra un COMBATTENTE e uno squallido mercenario al soldo dello Stato. Combattente uno che a 30 anni di distanza deve tentare di darsi un tono con le spalle spiaccicate al muro, nascosto nell’ombra?……………………… Sia serio Professore!.

Ancora il “Professor” dice: “E lì si usarono “metodi forti”, gli stessi che portarono due degli ufficiali della CIA che ci affiancavano ogni giorno, a mettersi le mano nei capelli: “Non credevamo, davvero, che gli italiani arrivassero a un livello di “pressione” tale”. Suvvia “professor” si rilassi, tenga a bada la sua boria, la CIA ha una lunga storia e tradizione di “metodi speciali” conosciuta in mezzo mondo e non credo proprio che devono imparare da Lei!
P.S. Caro “Professor De Tormentis” Sicuramente qualcuno Le riconoscerà lo Status di combattente ma io posso affermare, senza possibilità di essere smentito, che Lei oggi entra a pieno titolo e con encomio nel Club degli infami, perchè con le sue (spontanee) dichiarazione chiama direttamente in causa il suo collega Domenico Spinella, allora capo della DIGOS, che in quanto responsabile della mia detenzione non può non sapere a chi mi ha consegnato la notte del 17 maggio 1978.
Cordiali saluti “Prof”

Ora veniamo al libro
Il Sig. Rao fa un breve resoconto del processo contro di me per calunnia che evidentemente è stato estrapolato da qualche articolo di giornale, quindi molto parziale che non rende bene il clima nel quale si è svolto il processo.
Provo a chiarire meglio. Il giornalista Nicola Rao scrive: “La denuncia di Triaca fu formalizzata e si aprì un’inchiesta contro ignoti. Ma, non potendo riconoscere nessuno dei suoi torturatori, il 7 novembre 1982 il tipografo si beccò anche una condanna per calunnia dal tribunale di roma.”
Come precisato nel libro io denunciai le torture il 17 giugno, e il giorno dopo, non dopo un mese, un anno, ma il GIORNO DOPO, mi arrivò un mandato di cattura per calunnia, ora può anche essere possibile che la bravura del giudice istruttore Gallucci fosse così eccezionale che gli bastò una notte per “risolvere il Caso”, ma io un dubbio ce lo avrei.
Al processo a confutare la mia versione dei fatti fu chiamato Domenico Spinella allora capo della DIGOS che mi aveva in custodia, ebbene, le carte presentate in dibattimento e non le chiacchiere degli avvocati, hanno smentito la sua ricostruzione e non la mia, inoltre il giudice chiese a Spinella di dirgli i nomi degli agenti di guardia alle celle di sicurezza la notte che fui portato in questura, Spinella rispose che avrebbe portato il giorno dopo il registro dei turni, ma il giorno dopo si presentò in tribunale un agente che dichiarò che il registro era sparito Sic! tralascio altri episodi per non troppo tediare, ma su questi fatti si basa la mia condanna.

L'unità, 8 novembre 1978

Questo per precisare che forse, come spesso succede in Italia, è vero che “certi colpevoli” non si sarebbero trovati, ma di sicuro non ce stata la volontà di cercarli, in quanto inutile visto che il colpevole dovevo essere io e, che le coperture a certi “metodi speciali” sono state a tutti i livelli, Politici, Giudiziari, Mediatici.
Queste “piccole” verità non posso essere offuscate neanche dalle roboanti parole che il giornalista Rao usa nel descrivere le “atrocità” delle Brigate Rosse, ce stata una guerra ed è vero, ma purtroppo voi “democratici” vi siete troppo specializzati nel fare la conta dei morti altrui dimenticando sempre le vostre di atrocità. Potrebbe magari Sig. Rao un giorno provare a contare i morti fatti dallo Stato Repubblicano prima durante e dopo le Brigate Rosse? Sarebbe interessante!
Io nel mio piccolo provo a citarne qualcuno magari le apro la strada, come ad esempio le stragi di stato.
Negli ultimi 20 anni lo Stato repubblicano tradendo la propria Costituzione ha fatto 4 guerre, una ancora in corso d’opera, e non è che voi potete ritenervi innocenti perché le chiamate “Missioni di Pace”.
Da 20 anni in queste guerre vengono trucidati migliaia MIGLIAIA di CIVILI innocenti, Bambini, Donne, Anziani, e non è che voi potete ritenervi innocenti perché le chiamate “Effetti Collaterali”.
Come può notare Sig. Rao Ce una continuità storica impressionante di mistificazione e bugia non trova?
In questo io ritengo responsabili tutti, perché se è vero che il “bello” della democrazia è che “noi possiamo sceglierci chi ci governa” a differenza delle dittature che pugnalate alle spalle quando non vi servono più come amiche, tutti non possono che essere correi, perché in guerra ci sono andati tutti Centro Centro, Centro Destra, Centro Sinistra.
Le va comunque riconosciuto il merito Sig. Nicola Rao di aver riportato, e non insabbiato, fatti che erano rimasti nelle “Tenebre della Repubblica” e per questo la ringrazio. Ora ci sono tutti gli elementi per identificare il Marrano, a noi non resta che aspettare, e vedere, quanto interessata sia la Repubblica alla verità e giustizia.

Roma 10/01/2012 Enrico Triaca

NO all’incarcerazione di Christa Eckes

15 dicembre 2011 5 commenti

Il 1° dicembre 2011 la Corte d’appello di Stoccarda (Oberlandsgericht Stuttgart) ha deciso che l’ex militante della Rote Armee Fraktion (RAF) Christa Eckes deve essere imprigionata per 6 mesi poiché si rifiuta di testimoniare.
La ‘Beugehaft’ è la carcerazione coercitiva prevista dal codice tedesco per costringere un testimone a rivelare quanto di sua conoscenza. Christa è gravemente malata, in cura per leucemia, e questo ordine di carcerazione potrebbe essere la sua condanna a morte.

Scrive il blog dedicato keinebeugehaft :

La nostra amica e compagna Christa Eckes deve andare in prigione perché la corte d’appello ha accolto la richiesta della Procura federale.
Nell’agosto scorso è stata diagnosticata a Christa una leucemia linfatica acuta, e dall’inizio di settembre viene trattata con chemioterapia e radiazioni nella clinica dove è ricoverata e dove lotta per la propria vita.
Una incarcerazione interromperrebbe il trattamento, mettendo in serio pericolo la sua vita. La misura coercitiva che è stata ordinata la mette quindi in rischio coscientemente e cinicamente.
Dal 30 settembre 2010 è in corso a Stoccarda un processo di quelli con grande messinscena mediatica, contro Verena Becker, ex militante della RAF.
Oggetto della procedura è l’esecuzione nel 1977 del Procuratore generale federale Buback. Benché Christa fosse all’epoca dell’attentato già in carcere da anni, è stata, come altri ex militanti della RAF, convocata alla Corte federale di Karlsruhe come testimone in preparazione di questo processo.
Si è rifiutata di rilasciare dichiarazioni, e già su richiesta della Procura federale le appiopparono 6 mesi di ‘Beugehaft’, misura che venne però poi ritirata.
Nel settembre 2011 è stata di nuovo convocata come testimone dalla corte d’appello di Stoccarda. Il certificato medico che precisava natura e gravità della malattia non ha trattenuto la Corte dall’ordinare un’interrogatorio forzato nei locali dell’ospedale. Christa era sottoposta proprio in quel momento ad una infusione di chemioterapia, ma malgrado l’esplicita ingiunzione del primario che l’interrogatorio non durasse in nessun caso più di 30 minuti, la procedura continuò per quasi un’ora.
Christa ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni, e la Corte d’appello ha ordinato, il primo dicembre, sei mesi di carcerazione. Prima dovrebbe comunque essere accertata la sua ‘incarcerabilità’.
La decisione del tribunale è stata trasmessa per fax alla sala dell’ospedale, dove poteva essere letta da ogni passante. Il 9 dicembre le è stato notificato l’inizio della carcerazione coercitiva. Si deve presentare entro il 23 dicembre 2011 al centro medico di esecuzione pena di Hohenasperg presso Stoccarda. La sua incarcerabilità non è stata accertata.
Risulta assolutamente chiaro che in carcere Christa non potrà proseguire la terapia che le permette di sopravvivere -neanche in uno dei centri medici penitenziari, che più che curale, mettono le persone sotto pressione. E poi è molto importante per Christa, in questa situazione estrema, la vicinanza e lo scambio con le amiche, gli amici e la sua famigglia -l’essere circondata da persone che le fanno bene.
Il successo del suo trattamento è già comunque sul filo del rasoio, ed ora viene pure ad aggiungersi la minaccia della giustizia.
(…)
Col processo contro Verena Becker la furia persecutiva della giustizia non arriva alla fine. Altre procedure contro ex militanti della RAF, già condannati, sono state avviate.
Ora bisogna attivarsi, Christa ha bisogno di voi tutti!
Siate rumorosi ed inventivi, protestate!
Esprimete la vostra indignazione!
Chiediamo la revoca immediata della carcerazione coercitiva!
Giù le mani da Christa!

Conto di solidarietà
I costi finanziari per Christa possono crescere in modo enorme, poiché le spese giudiziarie, compreso il carcere, le verranno fatturate direttamente.

Förderverein für antifaschistische Kultur (Associazione di sostegno alla cultura antifascista)
Konto Nr.222 664 15
Banca: Sparkasse Karlsruhe, BLZ 660 501 01
IBAN: DE92660501010022266415
causale di versamento: Beugehaft

Aggiungiamo gli indirizzi per protestare direttamente presso la Corte d’appello di Stoccarda (OLG è per Oberlandsgericht):
OLG 6. Strafsenat
Richter Wieland
Olgastr. 2
70182 Stuttgart

per fax: +49 721 81083848
per e-mail: poststelle@olgstuttgart.justiz.bwi.de

Questi ultimi indirizzi sono tratti da un messaggio di informazione dell’11.12.2011 in cui si legge:

Christa è in ospedale, gravemente malata. Da agosto è sottoposta a chemioterapia, con una probabilità di sopravvivere del 50%.
In una condizione che normalmente fa rilasciare i detenuti perché non carcerabili, dovrebbe ora andare in prigione!
Non si tratta tanto di ottenere che rilasci una qualche dichiarazione, quanto piuttosto di spezzare qualcuno che difende la propria storia e non collabora con i funzionari di Stato.
Di tutti gli ex militanti della RAF convocati a questo processo, nessuno ha parlato. E nessuno ha per questo ricevuto una ‘Beugehaft’.
Il tribunale vuole finire prossimamente il processo e per la conclusione fa pressione su Christa, che sta tra la vita e la morte, per farla collaborare.
Questa è l’esatta definizione di tortura.

Parla o t’ingabbio
Tortura, vi pare una espressione troppo forte?
E che ne dite della definizione della Beugehaft, l’incarcerazione del testimone renitente, data da un procuratore tedesco del 1989: si tratta di una… “misura educativa” (Erziehungsmassnahme)!
Legalmente è una misura coercitiva che non pretende di educare al nazismo, è il cosiddetto ‘arresto coercitivo’ (Erzwingungshaft‭“‬) previsto dall’art. 70 del codice di procedura penale tedesco per chi rifiuta di testimoniare, senza disporre di un diritto a non testimoniare. Può durare al massimo sei mesi ed essere applicata una sola volta nella stessa procedura.
L’arresto coercitivo viene usato soprattutto nei procedimenti per partecipazione ad associazione sovversiva o terroristica, come strumento per fomentare la desolidarizzazione dei militanti dei gruppi di sinistra. Lo riconobbe esplicitamente la Procura federale nel 1987 argomentando che occorreva ‘rompere l’azione collettiva per mezzo della Beugehaft’.
Resta che coercitivo significa ‘che impone sulla volontà altrui, con l’uso della forza o del ricatto’.
Le dichiarazioni così ottenute, che valore potranno mai avere? Il fine dichiarato è proprio mettere la persona nella condizione di dichiarare qualsiasi cosa pur di uscirne.
E quale impalpabile differenza può distinguere quelle dichiarazioni coercitive da quelle ottenute mediante ‘tortura’? L’unico aspetto mancante è la minaccia di morte, che, vera o presunta, sempre distingue la tortura.
E qui siamo al caso di Christa Eckes, seriamente minacciata di morte dall’ordine di arresto coercitivo. No, non è ‘troppo forte’ parlare di tortura in questo caso.

Nella memoria degli episodi di uso politico del metodo dell’arresto per ottenere dichiarazioni, era rimasto forse solo quello, ma dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, di Bernardine Dohrn.
La dirigente dei Weather Underground uscì dalla clandestinità all’inizio degli anni ’80, e le accuse principali contro di lei vennero ritirate perché l’FBI aveva passato ogni limite nel tentare di catturarla, così da invalidare gli atti. Venne però poi arrestata per rifiutarsi di collaborare nel caso di una violenta rapina ad un furgone blindato attuata dal Black Liberation Army (BLA) con l’appoggio di alcuni militanti che venivano dai Weathermen. Per Comptent of Court venne imprigionata per sette mesi, dopodiché dovettero ammettere che non v’era alcuna possibilità che cambiasse idea e collaborasse, neanche tenendola per il massimo di 18 mesi, e, coprendola di insulti, la rilasciarono. La pena sarebbe passata da coercitiva a punitiva, dissero (qui la sentenza).

Appare insomma che l’uso politico di questa misura, in sé piuttosto barbara, abbia soprattutto il senso di vendetta impotente, del ‘ti faccio comunque pagare qualcosa, sporco sovversivo’.
Nel contesto tedesco attuale, è difficile dare un senso diverso a quanto accade. Attorno al processo contro Verena Becker, pieno di ambiguità e segreti mantenuti, come quello della sua collaborazione con l’organismo di difesa della Costituzione (servizio segreto antiterrorista), ci sono stati numerose richieste di arresto coercitivo.
Il processo nasce dall’insistenza del figlio del procuratore Siegfried Buback nel voler identificare con precisione i ruoli dei militanti che parteciparono all’azione del ‘Kommando Ulrike Meinhof’ della RAF. In effetti i fatti furono già giudicati, gli autori condannati e le lunghe pene interamente eseguite, ma Buback junior vuole sapere esattamente chi sedeva davanti e dietro sulla moto usata per l’attentato.
Il processo va avanti con testimonianze improbabili (come il giornalista che riferisce che il suo amico dell’antiterrorismo, ormai deceduto, gli aveva detto dopo i fatti chi era stato) e sembra svolgere soprattutto un ruolo mediatico e politico e, anche se non raggiunge le vette di misteriologia che si conoscono in Italia, tende a riattizzare una campagna d’odio che copra la memoria storica.

I militanti della RAF hanno assunto collettivamente, fino allo scioglimento dell’organizzazione, le responsabilità delle azioni, senza mai fare dichiarazioni testimoniali davanti ai magistrati, e questo l’hanno pagato molto duramente, con pene lunghissime, isolamento totale nei bracci della morte, massacranti scioperi della fame, e molti di loro (almeno 9 della RAF) non sono usciti vivi di galera.
Che poi i processi abbiano attribuito colpe singole a persone che non avevano compiuto il singolo atto, è noto a tutti ed è anche giusto ricordarlo -sono contraddizioni del sistema. Altra cosa è invece dire, hanno condannato tizio per quella cosa, che invece l’ha fatta caio.
Gli ex della RAF non sono caduti in questa trappola, avevano rifiutato di testimoniare ai tempi, ed in prigione, e continuano a farlo ora, da liberi.
Sicché sono intervenute dal marzo 2011 almeno 11 richieste di Beugehaft contro di loro; si tratta di Günter Sonnenberg, Stefan Wisniewski, Rolf Heißler, Adelheid Schulz, Waltraut Liewald, Knut Folkerts, Brigitte Mohnhaupt, Sieglinde Hofmann, Rolf Clemens Wagner, Irmgard Möller, Siegfried Haag, vedi il sito dedicato dal Soccorso rosso: beugehaft.
I difensori hanno però fatto valere che avevano un diritto legittimo a non deporre, col rischio di testimoniare contro se stessi.


Perché allora questo diritto non vale per Christa Eckes?
Qui siamo ad un paradosso. Come s’è detto sopra, Christa a momento dell’attentato Buback (aprile 1977) era in carcere. Era stata arrestata nel 1974 (la foto sopra illustra bene il modo in cui i ‘mostri’ rivoluzionari arrestati venivano presentati alla stampa, tirandoli per i capelli se recalcitravano) e fu condannata a 7 anni per l’attacco ad una banca, nel settembre 1977, in pieno sequestro Schleyer. Scarcerata nel 1981, venne di nuovo arrestata nel 1984.
Che diavolo potrebbe dunque sapere e testimoniare su un’azione clandestina esterna? Non si sa e non importa, ciò che conta è che siccome non era libera e non può aver partecipato all’azione, non rischia di autoincriminarsi e quindi deve testimoniare!

La magistratura germanica delle condizioni di salute dei ‘terroristi comunisti’ incarcerati se n’è sempre fottuta allegramente. Recentemente s’è vista l’estradizione di Christian Gauger, affetto da amnesia totale a seguito di grave crisi cardiaca (vedi qui e qui), mentre ai tempi Günter Sonnenberg venne processato, condannato all’ergastolo e messo in isolamento pur essendo incapace di parlare, intendere e ricordare perché colpito da un proiettile in testa, e malgrado le dure proteste dei medici.
Christian però è stato recentemente scarcerato, e nel caso ancor più grave di Christa Eckes si deve far di tutto per riportare a un minimo di ragionevolezza i magistrati, che possono ancora accogliere il ricorso del suo avvocato e attestare la sua incompatibilità col carcere.
Perciò vale la pena scrivere e protestare agli indirizzi dati sopra, non importa in che lingua, si tratta di far sentire che c’è presenza ed attenzione.

E per andare indietro con la memoria: il procuratore federale Siegfried Buback era stato membro del partito nazista.
L’ex militante Stefan Wisniewski s’è presentato ad un’udienza con una scritta sulla maglietta: ‘seguite la traccia – 8179469’.
Era il numero della tessera di Buback, che come tanti alti funzionari e dirigenti del regime hitleriano ha continuato la carriera nel regime democratico.
Ai tempi dell’epurazione vennero protetti, vi fu uno zelo esattamente contrario a quello applicato a Christa ed ai militanti di sinistra oggi

Torture in Italia, atto I : quando si torturavano i tipografi…

5 dicembre 2011 24 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

L’anno delle torture argentine nelle celle di sicurezza e nei furgoni bianchi, compiute sui corpi dei prigionieri politici italiani è il 1982.
Abbiamo parlato spesso di quell’anno nero della nostra storia recentissima: anno in cui i “5 dell’Ave Maria”, guidati dal loro Dott. De Tormentis (di cui ci piacerebbe tanto scoprire il nome…ma siamo nel paese dei maniaci del “mistero”… siamo certi che un Lucarelli, un Fasanella, e compagnia bella si faranno in quattro per metter luce su questo NON mistero facilmente scoperchiabile) torturavano con tecniche precise e meticolosamente studiate i brigatisti catturati.

La storia che leggerete poche righe più sotto è un po’ l’apri pista delle torture, del waterboarding e di tutte le privazione compiute successivamente:
Enrico Triaca viene arrestato molto prima dell’anno argentino, nel maggio del 1978, ed oltretutto non è un uomo sospettato di esser parte di un “gruppo di fuoco”, è un tipografo e quella è la funzione che svolge all’interno dell’organizzazione armata.
Il tipografo.
Che può “vantare” d’esser stato il primo torturato delle Brigate Rosse…oltretutto denunciato e condannato per calunnia quando ha avuto il coraggio di raccontare quel che il suo corpo aveva subito. (Mi piace specificare la parola “corpo”, perché in questi anni di studi, racconti e letture sulla tortura la sola cosa che ho capito è che la testa non la torturano, che quella è capace di resistere… che è anche in grado di contare, per razionalizzare ciò che avviene sul proprio corpo, per discostarsene, per gaurdarsi da lontano, per dare un tempo a quel che accade e sapere che poi la sessione di tortura finirà, come quella precedente.La tortura ti vuole vivo, la tortura non vuole ucciderti: c’è chi è stato più forte di lei, chi ce l’ha fatta, chi neanche in quel modo ha aperto la sua bocca…per quello parlo di corpi…solo di corpi…solo quello è torturabile).
Ma ora…facciamo parlare Enrico Triaca, tipografo torturato

RICOSTRUZIONE GIORNALISTICA DELL’ESPERIENZA DI ENRICO TRIACA, Il Manifesto, 20 maggio 1982

“Esiste la tortura in Italia? Credo purtroppo che bisogna rispondere positivamente e non da oggi. Un caso, estremamente interessante, anche perché può essere ricostruito nei dettagli, essendo ormai gli atti tutti pubblici, è quello di Enrico Triaca, il tipografo delle BR che il 7 Novembre 1982 è stato condannato dalla 8° sezione del Tribunale di Roma, quale responsabile del delitto di calunnia “perché nell’interrogatorio reso al consigliere istruttore presso il tribunale di Roma il 19 Giugno 1982 quale imputato di partecipazione a banda armata e di altri reati, incolpava ufficiali e agenti di polizia giudiziaria di PS, sapendoli innocenti, di averlo costretto con torture fisiche a rendere dichiarazioni ammissione di responsabilità proprie ed altrui, il 17-18 maggio 1978”.
Triaca venne arrestato il 17 Maggio 1978 nella tipografia di Pio Foà a Roma. Nominò immediatamente l’avvocato Alfonso Cascone.
Dagli atti risulta:
1) che il Triaca venne interrogato il 17 maggio ore 17,50 nei locali della Digos da due ufficiali di Pg. Il verbale consta di sei facciate dattiloscritte a spazio uno. In esso non vi è alcun cenno al fatto che il Triaca è imputato, né al suo difensore.
2) che in data 18 maggio 1978 Triaca ha rilasciato “spontaneamente e personalmente ” una dichiarazione dattiloscritta davanti ad altro ufficiale di polizia giudiziaria, connettente affermazioni accusatorie nei confronti di terzi;
3) che in pari data il Triaca rilasciò altra dichiarazione accusatoria
4) che alle ore 22 di quello stesso giorno Triaca fu interrogato nel palazzo di giustizia dal consigliere istruttore su mandato di cattura dello stesso, in presenza del difensore Luigi De Cervo, del foro di Roma, nominato d’ufficio. Presente in quanto il Triaca revoca quello da lui nominato in precedenza
5) che il 19 maggio negli uffici della questura di Roma (non è indicata l’ora) Triaca viene interrogato da altro GI, in assenza di qualsiasi difensore. Dal verbale risulta avv. Maria Caurasano con revoca di ogni altra nomina.
Ma la Causarano non risulta presente, né vi è alcuna annotazione riguardante la urgenza di procedere senza aver avvisato il difensore. A questo punto, secondo i difensori attuali, del Triaca si perdono le tracce: né loro, né i parenti del detenuto riescono a sapere alcunché, sino a quando il 9 giugno nel carcere di Rebibbia il consigliere istruttore interroga il Triaca in presenza dell’avv. Cascone, suo difensore originario di fiducia. Nel verbale risulta che Triaca a domanda risponde di aver scritto una dichiarazione dettagliata da una persona della Questura, il cui contenuto però corrispondeva alle sue dichiarazioni.
In un successivo interrogatorio del 19 giugno, Triaca puntualizza: “Ritratto tutto quello che ho detto perché mi è stato estorto con la tortura”.
Domandato risponde: “Potevano essere le 23 e 30 quando fui portato giù e fatto salire su un furgone ove si trovavano due uomini con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Ad un certo punto fui fatto scendere e sempre bendato salii dei gradini. Sempre bendato venni legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca.
Ritengo che mi versò l’acqua in bocca per non farmi respirare. Inoltre per due volti qualcuno mi gettò in bocca della polverina.
Non so indicare il sapore di questa polverina. Rimasi legato per circa 30 minuti, mentre le persone che mi erano accanto che io non vedevo, perché ero bendato, mi incitavano a parlare. Quindi fui slegato, fui massaggiato e venni rivestito (infatti prima di legarmi mi avevano denudato). Fui portato fuori sempre bendato.
In questura mi tolsero le bende, dico meglio, dentro il furgone mi tolsero le bende, e mi consegnarono in questura, a due agenti che mi portarono in camera di sicurezza. il giorno dopo mi portarono in un ufficio della questura e mi fecero scrivere a macchina una dichiarazione in due fogli. Preciso che la prima dichiarazione la battei a macchina da me la mattina, e l’altra dichiarazione su altro foglio fu scritta da me a macchina in pomeriggio”.
L’imputato ha appena finito di rendere le sue dichiarazioni che il consigliere istruttore  gli contesta di essere indiziato del delitto di calunnia.

Il 4 luglio 1978 il Pm ordina la cattura per calunnia. Triaca, interrogato il girno dopo dichiara: “Confermo quanto ho dichiarato il 19 giugno 1978 al consigliere istruttore Gallucci; preciso che non ho visto particolarmente in faccia, nella semioscurità del furgone, i due agenti che mi ci fecero salire, il cui viso era oltretutto occultato dal casco. Non ho nemmeno badato ai connotati degli agenti che in questura mi portarono in camera di sicurezza, dopo la tortura, né a quelli che, dopo avermi tolto le bende, mi consegnarono ai suddetti agenti. Il fatto che io nei giorni successivi abbia confermato ai magistrati inquirenti tutto quanto avevo in precedenza dichiarato, fornendo anche ulteriori particolari, si spiega col fatto che per vari giorni ho agito nella sfera di intimidazione derivante dalla tortura subita, anche quando mi trovavo in ambiente del tutto estraneo a quello della questura.”

Gli ufficiali o agenti di PG che presero in consegna il 17 maggio Enrico Triaca, dopo che fu interrogato dai due funzionari di PS, non sono mai stati individuati. Durante il processo, celebrato col rito direttissimo, lo stesso Spinella dirigente della Digos, dichiarava che era impossibile identificare gli agenti che erano addetti alla camera di sicurezza sulla scorta di appositi registri.
Senonché, avendo il tribunale disposto che i registri venissero esibiti in visione, la questura rispondeva che non esistevano. Il tribunale, subito acquietato, emetteva la sentenza di condanna ad anni 1 e mesi 4 di reclusione.
Nella motivazione sostiene che non ci sono state torture in quanto già nell’interrogatorio regolarmente verbalizzato il 17 maggio (il primo) l’imputato aveva parlato.
Perciò non vi era ragione perché gli agenti gli usassero violenza. Dimentica però il tribunale che in un caso Triaca aveva parlato di sue responsabilità e nell’altro di responsabilità di terzi (il che per un appartenente ad un’organizzazione non è cosa di poco conto).
[…]
I metodi usati per Triaca (emarginare e se possibile far revocare i difensori scomodi – custodire gli arrestati in luoghi speciali, difficilmente controllabili) pare siano serviti poi da modello per i pentiti o per ottenere i pentimenti.

Risvolto di poco rilievo dell’uso distorto delle procedure e poi l’acquiescenza quasi generale degli organi di informazione.
L‘Unità dell’8 novembre 1978 per esempio arrivò a pubblicare la notizia della sentenza di condanna con commenti di questo genere: “il caso Triaca, dunque, è chiuso, anche perché persino uno dei difensori, ieri ha lasciato capire che il truculento racconto del brigatista è stato un bluff“.
Gli avvocati difensori hanno proposto querela per diffamazione, ma la querela è già stata archiviata.

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

Ponte Galeria: migranti ed evasioni

26 settembre 2011 4 commenti

PRENDO DA MACERIE, come spesso faccio, per poco tempo purtroppo di seguire tutto e per la totale fiducia in questo sito.
Ai link a fine articolo le due corrispondenze di Radio Onda Rossa di cui si parla qui.

Ma quanta gente è fuggita, in questi mesi, da Ponte Galeria? Noi, che come sa chi ci legge di queste contabilità ne abbiamo tenute spesso, e che tante volte fughe e rivolte le abbiamo seguite da vicino… abbiamo perso il conto. Dopo l’ultima grossa evasione di quindici giorni fa e le proteste della settimana passata, questo pomeriggio un altro gruppone di prigionieri del Cie romano ha tentato la fuga, in massa. Alcuni sono stati bloccati subito, altri ripresi a Fiumicino nelle ore successive e molti altri, invece, sono “uccel di bosco”: non sappiamo precisarvi, per ora, le proporzioni esatte, ma sembra che a varcare i cancelli siano stati almeno in settanta. Sappiamo dirvi, purtroppo, cosa è successo a chi non ce l’ha fatta a scappare: un bel pestaggio collettivo, con feriti e gambe rotte e gente all’ospedale. Prima ancora di ascoltare le due testimonianze raccolte da Radio Onda Rossa che descrivono più nei dettagli la fuga e la repressione, vi invitiamo a riflettere sulla domanda che facevamo all’inizio, ma formulata in un senso più ampio: solo da agosto ad oggi l’esperienza pratica dell’evasione da un Centro – con o senza battaglia con la polizia, con pazienti lavori di seghetto o con la furia della determinazione e del numero – è stata vissuta da centinaia di persone, persone che poi si sono sparpagliate per le nostre città o al di là di qualche altra frontiera europea a rimpolpare le schiere dei senza-documenti a fianco ai quali viviamo ogni giorno. Cosa può succere, allora, quando l’esperienza di essersi ripresi con la lotta la libertà negata diventa un fatto comune e diffuso, sedimentato nei ricordi di un pezzo sempre meno piccolo di città? In che modo questi pezzi di vita, vissuta e raccontata, potranno saldarsi con le rabbie e le lotte a venire? Belle domande che mai avremmo potuto immaginare di formulare prima, alle quali ovviamente non abbiamo risposta.
ASCOLTA LE CORRISPONDENZE DI RADIO ONDA ROSSA: 12

Ancora tortura, quel rimosso tutto italiano

26 giugno 2011 1 commento

Tortura, quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato.

Se c’è stato un motivo per cui ho aperto questo blog è stato pubblicare materiale sulle torture compiute in questo paese, sui corpi dei militanti della lotta armata che nell’ “anno argentino” italiano, il 1982,  sono stati catturati e torturati con le più classiche tecniche di tortura usate nel mondo.
Donne e uomini che, privati della loro libertà, bendati e storditi, sono stati torturati da uomini di Stato per ottenere nomi, luoghi, dettagli.
Torture documentate, torture per cui ci son state anche condanne, torture però completamente rimosse dalla tanto brava “società civile”.
Alcuni dei torturati nel 1982 continuano ad essere in carcere, dopo 30 anni, dopo quello che hanno subito, senza aver mai potuto accedere a nessuna cura o conversazione capace di lenire i traumi che la tortura lascia perenni sul corpo e la mente di chi l’ha subita.
Dimenticati dal mondo, torturati nelle nostre caserme, chiusi ancora giorno e notte nella stessa cella.
Non c’è altro da dire, se non che dovrebbero esser liberi. PUNTO.
ELENCO DEI LINK:
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni

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