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Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

Egitto: sciopero generale !

12 febbraio 2012 1 commento

Così come lo scorso anno la caduta del regime non è stata frutto solamente dello spontaneismo e dell’imponenza di Tahrir,
ma dell’enorme lavoro portato avanti in anni di lotte sui posti di lavoro, nei campi, negli scioperi generali, nel canale di Suez e nelle fabbriche…
Così ora è nelle loro mani l’avanzata di un processo rivoluzionario.
Nessuna altra strada esiste se non il portare il conflitto e la lotta nella quotidianeità dei posti di lavoro, tutti; con la nascita costante di organizzazioni capaci di canalizzare le energie e creare una coscienza di classe e operaia in grado di spazzar via gli anfibi del regime, così come quelli dell’esercito che dovrebbe garantire la transizione,
e che ovviamente sta garantendo solo la repressione, il terrore, l’annullamento del processo rivoluzionario.
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE EGIZIANA… TAHRIR IN OGNI POSTO DI LAVORO!

Vi allego, come sempre 😉 un articolo di Infoaut

Secondo gli organizzatori è stato “un vero successo!” lo sciopero generale del movimento rivoluzionario egiziano. E a parlare sono anche le cifre, come sempre ridotte all’impossibile, che sono state costrette a rendere note le fonti ufficiali: “almeno il 60% dei lavoratori”. La grande iniziativa di lotta era stata lanciata in un percorso politico e sociale tutto in salita perché se è vero che sabato scorso era il primo anniversario delle dimissioni di Mubarak non era affatto scontato che l’occasione da farsa celebrativa (per il potere) si tramutasse in giornata di lotta in continuità con il processo rivoluzionario.
Gli Imam e gli esponenti politici di spicco del movimento islamista moderato dei Fratelli Musulmani si erano sgolati tutta la settimana per sabotare lo sciopero
condannandolo duramente e invitando gli egiziani a non prendere parte all’iniziativa che avrebbe potuto trascinare nel caos l’economia egiziana. In perfetta sintonia con la fazione islamista anche i rappresentanti politici e clericali della comunità cristiana che si sono uniti al coro del ritorno all’ordine e alla pace sociale.
Eppure lo sciopero c’è stato e ha fatto male alla controparte individuata dal movimento nella giunta militare, lo Scaf, che venerdì in una nota si era detto molto preoccupato per i complotti in corso contro lo stato e per uno sciopero che a dir loro avrebbe messo a repentaglio gli esiti della rivoluzione.

Foto di 3arabawy

All’indomani della strage dello Stadio di Port Said il movimento ultras di Piazza Tahrir aveva fatto appello alla vendetta contro la giunta militare ritenendola responsabile della punizione contro una delle tifoserie più attive della piazza rivoluzionaria. Ne erano seguiti giorni di scontri violentissimi nei pressi del Ministero degli Interni in cui erano stati uccisi dalla polizia anche numerosi manifestanti. Lo sciopero generale di sabato era stato indetto proprio in questo contesto altamente conflittuale anche con l’obiettivo di dare uno sbocco alla forza politica che il movimento stava esprimendo sulle barricate. Solo venerdì decine di migliaia di manifestanti erano riusciti a raggiungere il Ministero della Difesa scandendo lo slogan delle ultime settimane “il popolo vuole giustiziare il federmaresciallo” esortando a continuare la lotta e a costruire per il giorno dopo (il sabato dello sciopero) una importante iniziativa.

Allo sciopero generale, oltre a settori del pubblico e del privato, hanno preso parte anche diverse università e moltissimi studenti medi che fin dalle prime ore del mattino hanno presidiato gli edifici dei propri istituti per poi muoversi in corteo scandendo slogan contro lo Scaf. In questo modo il processo rivoluzionario si è mostrato per quello che è: radicatissimo nel cuore dei rapporti sociali del paese, tra fabbriche, università e quartieri.

Lo sciopero generale di sabato è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi: ha mostrato la completa autonomia del movimento, è riuscito a dare sbocco politico e sociale all’alta conflittualità raggiunta negli scontri di piazza degli ultimi giorni, e, elemento decisivo, sta continuando a provocare le controparti (Scaf, potere esecutivo, e Fratelli Musulmani, potere legislativo) facendole emergere per quello che sono: il blocco reazionario in marcia. Viste le cifre di adesione allo sciopero c’è da chiedersi quanti elettori del movimento islamista vi hanno preso parte non curanti degli appelli ad andare al lavoro ripetuti dalla fratellanza, e come avranno digerito le dichiarazioni dei propri eletti all’assemblea parlamentare che per alcuni giorni hanno parlato in sintonia con le dichiarazioni della giunta militare evocando complotti contro lo stato di chissà quale potenza oscura.

Un nuovo goal per il movimento rivoluzionario egiziano, che c’è da crederlo fino a quando non raggiungerà l’obiettivo minimo di scacciare i militare dal potere non lascerà la piazza, ma anzi sembra proprio ben attrezzato per raggiungere anche ben altri e importanti grandi scopi.

LEGGI IL RESTO SULL’ EGITTO: QUI

Finalmente il movimento rivoluzionario egiziano si distacca dalla fratellanza, a suon di ceffoni !

1 febbraio 2012 3 commenti

La cosa era nell’aria,  già da qualche settimana precedente le commemorazioni per l’anniversario, il primo , di quella che ormai chiamiamo “rivoluzione egiziana”.

Foto di Valentina Perniciaro, pane caldo per il Cairo

La vittoria delle elezioni, schiacciante,  ha aperto a nuovi scenari, non poi così inaspettati: la cosa che speravo, e che sembra stia iniziando ad avvenire con una cadenza quasi quotidiana, è che la piazza (tutte le piazze egiziane) capissero che quel tipo di potere, colluso ed accondiscendente da sempre con i meccanismi e i meandri del regime di Mubarak, non è altro che un rivale, l’ennesimo servo del “tutto rimarrà immutato, malgrado voi e la vostra Tahrir”.
E così già la scorsa settimana, nel 25 gennaio ormai simbolo di liberazione, il corteo più radicale e partecipato, che ha puntato subito verso il Maspero si è già caratterizzato come una manifestazione che NON desiderava alcuna partecipazione da parte della fratellanza musulmana.
Se ne potevano rimanere a Tahrir, sotto i loro due enormi palchi, troppo enormi e sfarzosi per piacere a chi è stato abituato a cucire le proprie ferite nelle tende della piazza, tra uno sgombero ed una carica.
Insomma… eccolo il nuovo terreno di scontro che dobbiamo osservare ed alimentare. Ecco quel che dobbiamo imparare a conoscere del nuovo Egitto, ai suoi primi vagiti.
Sperando che questo movimento rivoluzionario sappia trovare le capacità organizzative necessarie, che sappia entrare nelle fabbriche e nei campi, che sappia spazzare via i servi di regime, qualunque maschera indossino.

VI LASCIO CON UN ARTICOLO PRESO DA INFOAUT, che ringrazio

Duri scontri tra il movimento rivoluzionario e i Fratelli Musulmani al Cairo. Almeno 40 i feriti. E’ l’episodio più cruento mai avvenuto fino ad ora nell’ambito dei regolamenti di conti tra i soggetti politici emersi nell’immediato post-Mubarak e le forze sociali rivoluzionarie egiziane.

Doveva essere il pomeriggio delle celebrazioni ufficiali per il nuovo parlamento insediatosi dopo le elezioni con tanto di intervento del premier Kamal El-Ganzouri, e invece l’attenzione si è concentrata sulle strade intorno all’edificio dove i cortei convocati dal movimento rivoluzionario sono entrati in collisione con il servizio d’ordine, armato di tutto punto (anche di manganelli teaser), dei Fratelli Musulmani. Il movimento islamista moderato a quanto pare non poteva sopportare che i protagonisti della rivoluzione gli rovinassero la festa per la schiacciante vittoria conseguita alle elezioni politiche.

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Più di 40 organizzazioni rivoluzionarie avevano indetto per oggi, il martedì della perseveranza, diversi cortei che si sarebbero dovuti concludere con un presidio unitario nei pressi del parlamento. L’obiettivo dei manifestanti era contestare lo Scaf rivendicandone lo scioglimento e la messa a giudizio da un tribunale, e l’immediata convocazione delle elezioni presidenziali per l’11 febbraio (data delle dimissioni di Mubarak). Ma invece di trovare solo i plotoni della polizia militare a difendere uno dei palazzi del potere questa volta il movimento si è trovato di fronte anche il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani.

Che la tensione era salita alle stelle era già chiaro dalle iniziative del 25 gennaio. Durante il primo anniversario dell’inizio della rivoluzione più di 2milioni di egiziani avevano raggiunto piazza Tahrir per dare continuità alla lotta contro lo Scaf. Spesso in quell’occasione lo slogan “irhal!”, “vattene!”, da sempre rivolto contro Mubarak o gli uomini del vecchio e attuale regime, venne gridato da migliaia di manifestanti in faccia ai portavoce dei Fratelli Musulmani che si alternavano sul palco del movimento islamista. Non è servito a niente alzare il volume dell’impianto audio che per coprire la contestazione pompava versetti del corano a tutto volume visto che i numerosi contestatori per esprimere ancora meglio l’ostilità politica contro “La Fratellanza” alzarono le scarpe minacciosamente in aria.

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

I Fratelli Musulmani che non hanno mai aderito ufficialmente al movimento rivoluzionario, oggi godono, con il loro partito Libertà e Giustizia, di 235 seggi su 498 e di ben 12 commissioni parlamentari su 19. Da subito configuratisi come forza politica del “ritorno all’ordine e alla pace sociale” sono entrati fin dalle prime ore post-Mubarak in perfetta sintonia con lo Scaf di cui hanno appoggiato la proposta delle (leggere) riforme costituzionali al posto dell’elezione dell’assemblea costituente come reclamato dalla piazza rivoluzionaria. I Fratelli Musulmani si sono caratterizzati come uno degli elementi attivi della transizione democratica in senso reazionario e gli eventi di oggi approfondiscono radicalmente l’abisso tra il movimento rivoluzionario egiziano e le forze della contro-rivoluzione. La frattura post-islamista praticata dal movimento rivoluzionario tunisino ed egiziano non poteva avere solo come nemici le persistenze del vecchio regime ma anche le formazioni politiche islamiste che un tempo seppur avendo vissuto all’opposizione dei Rais, non hanno poi esitato un solo istante a collocarsi nel nuovo scenario politico istituzionale come forze reazionarie e organizzate per bloccare e contrastare le straordinarie trasformazioni politiche, sociali e culturali interne ai processi rivoluzionari.

Seppur costata numerosi feriti tra i compagni e le compagne, la giornata di oggi può essere salutata come un nuovo passo avanti del movimento rivoluzionario che dopo le insurrezioni d’autunno continua a definire, localizzare ed isolare i propri nemici. La tendenza in atto sembra voler spingere il potere esecutivo e lo Scaf ad esprimere il suo ruolo reazionario nella forma più pura, isolata e allo stesso tempo fragile per costringerli allo scioglimento e conquistare lo spazio per un ulteriore sviluppo del processo rivoluzionario.

Intanto con l’entrata in scena del nuovo potere legislativo il movimento non ha aspettato un solo istante a dare battaglia per svelarne l’orientamento esplicitamente reazionario e approfondire l’ostilità tra la posizione islamista moderata e il punto di vista rivoluzionario.


LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI SULL’EGITTO!

Egitto: J25 e le mobilitazioni di solidarietà dall’Italia

24 gennaio 2012 2 commenti

A quest’ora, lo scorso anno, anche e soprattutto coloro che sapevano di scendere in piazza il giorno dopo,
al Cairo, non avrebbero mai pensato che non sarebbero più tornati a casa.
Io pochi giorni dopo mi son precipitata in quell’immensa piazza Tahrir, ed erano ancora tutti là, dopo più di dieci giorni.
Tutti al Cairo, tutti a Mahalla al-kubra, tutti a Bur Said … nei luoghi dell’Egitto in rivolta che m’hanno accolto,
la sola cosa che risuonava immensa ed unanime era IRHAL (vattene) e A CASA NON TORNIAMO, FINCHE’ TUTTO NON SARA’ CAMBIATO.
A casa poi sono inevitabilmente tornati, e non tutto era cambiato, anzi, pochissimo.

L’affidare nelle mani di un esercito colluso e braccio armato del regime da quarant’anni non è stato certo il gesto più lungimirante,
ed è per questo che domani sarà solo una data, una tappa importante per ricominciare dagli stessi marciapiedi che non si pensava mai di calpestare così in tanti, diversi, tutti insieme.
E domani quella piazza sarà di nuovo piena, e non sarà solo lì a festeggiare il suo nuovo presidente… anzi.
La piazza probabilmente lì rimarrà, finchè l’esercito non tenterà per l’ennesima volta di spazzarla via.

Ed io sono con loro: con gli egiziani che sanno di essere solo all’inizio, con gli egiziani più orgogliosi e incazzati dello scorso anno,
e più belli, perchè son stati 365 giorni di consapevolezza, di scioperi, di crescita, di collettivizzazione, di lotta…

Anche Roma e il resto dell’Italia avranno diverse piazze organizzate per portare una rumorosa solidarietà al popolo egiziano,
non contento del suo primo pezzo di rivoluzione, non soddisfatto.
A Roma, dalle ore 17, un presidio sarà presente a Piramide, di cui potete leggere QUI il volantino.
Mentre domani mattina su Radio 3 potrete ascoltare direttamente le voci di Piazza Tahrir, registrate negli ultimi mesi e soprattutto nelle mobilitazioni di novembre, represse nel sangue dal Consiglio Supremo delle Forze Armate che domani gestirà l’organizzazione dei festeggiamenti serali. “I volti di tahrir” è un lavoro eccellente di Marco Pasquini, che vi consiglio di ascoltare, che trasmette la rabbia di chi aveva creduto di avercela fatta,  la rabbia di chi non si aspettava di nuovo carcere e tortura,
di chi pensava di aver smesso di seppellire i propri compagni uccisi dal piombo di stato.

Venerdì pomeriggio invece ci si incontra alla SNIA per questa splendida iniziativa:
UN ANNO DI RIVOLTE NEL MONDO ARABO: LE PIAZZE, I MOVIMENTI, LA STORIA.

Gennaio 2011: milioni di persone si mettono in movimento, scioperano, occupano le strade, tengono la piazza. Cade Ben Ali. Cade Mubarak. Il Mediterraneo si accende.

La gioia delle popolazioni arabe per le enormi prospettive di cambiamento e liberazione dall’oppressione dopo pochi mesi viene strozzata. Mentre si concludono processi elettorali che vogliono comunicare al mondo che ora c’è la democrazia, il controllo asfissiante e la dura repressione non cessano. Intanto le bombe della NATO hanno chiarito che l’Occidente non è intenzionato a cedere di un passo nella tutela dei sui interessi economici.

Come e chi ha seminato il germe della protesta generalizzata? Come e chi ha tentato e tenta ancora di bloccare il processo di emancipazione esploso solo pochi mesi fa? Chi è ancora sulle barricate e chi vuole tornare in piazza?

Venerdì 27 gennaio presso il CSOA eXSnia apriamo un ciclo di incontri partendo dall’Egitto.
Proiezioni, riflessioni e testimonianze dei protagonisti delle lotte, con collegamenti da Il Cairo, la piazza Tahrir che per l’anniversario del 25 gennaio ricorda i suoi “martiri” e rilancia la sfida alle forze contro-rivoluzionarie.
Dal vivo le rime del rapper egiziano MC DEEB, in tour in Europa, una delle voci della rivolta egiziana.

PROGRAMMA

Ore 18:00 – dibattito

introduzione e moderazione: Africheinmovimento (RadiOndarossa)
Il ruolo del movimento operaio in Egitto con Ilaria Lolini
Voci dal campo con Marco Pasquini dal Cairo e alcuni protagonisti del conflitto
La rivolta…Le rivolte. Il mondo arabo in movimento con Wasim Dahmash

Dalle 20:30 Cena araba
Ore 21:00 proiezione del film “Tahrir – Liberation square” di Stefano Savona, 2011 – 90′
Cairo, febbraio 2011. Tahrir è un film scritto con i volti, con le mani, con le voci di chi stava in piazza. La prima cronaca in tempo reale della rivoluzione, a fianco dei suoi protagonisti.

22:00 Arabic Hip Hop live (sot. 3 €)
da Il Cairo per la prima volta in Italia
MC DEEB
presenta Cairofornia EP

QUI il resto del materiale sull’Egitto pubblicato e prodotto da questo blog.

Alaa è libero! Ora tutti gli altri e poi l’Egitto

25 dicembre 2011 2 commenti

Alaa è libero…sono ore che voglio aggiornare questa pagina ma non era mica facile, nell’orgia di questo natale squattrinato …

L'aereoporto del Cairo, ora

Alaa Abd El Fattah è finalmente uscito dal carcere militare dove era rinchiuso da più di otto settimane con accuse deliranti riguardanti la notte di scontri al Maspero, in cui lo SCAF sparò e uccise decine di persone, riaprendo definitivamente il percorso rivoluzionario che sembrava sospeso in attesa dell’apertura delle urne elettorali.
Alaa ha un percorso politico che non nasce il 25 gennaio con la rivoluzione, ma vien da molto lontano…
è diventato papà durante la detenzione, con un bambino dolcissimo, partorito da una donna di una forza rara e meravigliosa.
Quindi è impossibile aggiungere parole: solo un grande augurio per Alaa, Manal e il piccolo Khaled,
che finalmente potrà sentire la barba del suo papà sulla sua pelle, e imparare da lui il sorriso.

Ora, vogliamo tutti gli altri liberi,

a partire da Maikel Nabil: TUTTI LIBERI! EGITTO LIBERO!
NO ALLO SCAF, NO ALL’ESERCITO EGIZIANO!

In questo momento invece centinaia di persone sono fuori l’aereoporto del Cairo, in attesa del loro Ahmed Harara, di ritorno da uno dei primi viaggi per capire se potrà far qualcosa per i suoi occhi, persi a distanza di nove mesi l’uno dall’altro, per mano dei cecchini dell’esercito israeliano.
In centinaia ad aspettarlo, urlando l’abbattimento della giunta militare!
Con voi!

Ecco Alaa e il suo Khaled!

Alaa scrive alla sua compagna e a suo figlio appena nato: da una cella

15 dicembre 2011 5 commenti

Questa lettera è stata scritta in una cella,
luogo capace di creare delle lettere d’amore uniche, piene di carne, di baci, di tatto, di strazio: le lettere d’amore da o per il carcere, sono la cosa che più lacera il mio cuore, son quello che ha cambiato la mia vita…
Quando conosci quella sensazione di privazione forzata non te ne liberi più, perché hai scoperto che la carta è carne, che lo diventa facilmente…immagino quante lacrime siano scese sul volto di Manal quando ha letto queste righe, immagino il modo in cui ha stretto suo figlio, in cui ha tenuto le sue manine nella sua, apparentemente enorme.
E allora il mio pensiero va a loro due, ad una madre privata della gioia di dividere l’emozione più bella con l’uomo che ama,
ad un padre…che non ha ancora sentito l’odore della pelle di suo figlio.
NO AI TRIBUNALI MILITARI
NO AL CONSIGLIO SUPREMO DELLE FORZE ARMATE
EGITTO LIBERO, ALAA LIBERO!

Om Khaled,

Mia partner, mia amica, mia metà, mio amore, madre dei miei figli, mio supporto in vita. MI MANCHI, TI AMO.

L’unica ragione per cui tollero di stare separato da te viene dal tuo supporto.
Ho le fotografie, sono confuso in merito a ciò che provo ora ma anche felice. Non è corretto che io non possa stare con te per confortarti, non è giusto che io debba aspettare te per stare bene e che sia tu a dover confortare me. E’ oltremodo scorretto che non posso tenere in braccio Khaled per ore come potei a suo tempo tenere in braccio innumerevoli neonati, dando amore e attenzioni a figli e figlie di amici e parenti. Ancora non posso fare lo stesso con mio figlio.

Vorrei sapere quanti anni potrà avere Khaled quando finalmente riuscirò ad uscire da qui, mi piacerebbe sapere.. cos’altro mi perderò? Le sue manine? La prima volta che stringerà le sue piccole dita? La prima volta in cui realizzi che i suoi occhi si stanno focalizzando su di te? O andrà ancora peggio ed io non potrò vedere il suo primo sorriso?

Che cosa si prova a tenerlo tra le braccia? Qual’è il suo odore? Com’è il suono del suo pianto?

Mio figlio, nostro figlio, il nostro piccolo Khaled.
Ho mostrato le fotografie a tutti nella cella, sono davvero felici per me ma come tutto per me in questa prigione, mi rende ancora più solo e mi fa sentire la solitudine.
Ho pensato molto alla nostra vita in Sud Africa al semplice piacere di stare insieme vivendo una vita semplice e piacevole, sempre continuando a fare un buon lavoro. Commentavamo spesso quanto la gioventù Egiziana aspiri solamente ad avere una casa ed una famiglia ed un lavoro per potersi sostentare. Succederà quando la popolazione avrà i suoi diritti, il giorno in cui potremo godere di poter essere una famiglia in Egitto con certezze per il futuro, felici nella nostra tranquillità e realizzati nei nostri lavori, sarà il giorno in cui la rivoluzione sarà finita.

Fino a quel momento per ottenere ciò dobbiamo restare uniti affrontando qualsiasi cosa la vita ci faccia capitare, sapendo che fin quando tutti saremo uniti, tutto sarà perfetto.
Mi manchi da morire, immagino che tu conosca questa sensazione, sono sopraffatto da quanto ciò è diventato scorretto e senza senso a questo punto, ma sò che siamo entrambi in buone mani, Khaled è protetto dall’amore incondizionato non solo dei suoi genitori ma di moltissime famiglie e centinaia di zie e zii, crescendo spero possa apprezzare tutto questo.

Alaa,
6-12-2011
cell 6/1 ward 4
Tora prison

Tahrir e la marcia del milione contro lo SCAF … un po’ di immagini di questi giorni

25 novembre 2011 2 commenti

Al-meliuniya --- La chiamata alla marcia di un milione è per oggi, in piazza Tahrir

La piazza, che da una settimana porta avanti la più dura delle battaglie, contro quello stesso esercito di cui si son fidati una manciata di mesi fa

Quasi 40 i morti fino a questo momento, tra colpi di fucile e soffocamento da gas di cui non c'è ancora dato sapere la composizione, ma i cui effetti abbiamo visto tutt@

La sinistra, i salafiti, gli ultras, gli studenti, copti e molte organizzazioni hanno chiamato alla grande marcia per questa mattina. I Fratelli Musulmani, ormai completamente collusi nelle dinamiche pre-elettorali, boicottano la piazza...

Forza Egitto, oggi può essere una grande occasione, anche per rispondere alla nomina di Ganzouri di ieri sera, ennesima presa per il culo dello SCAF

CONTRO L'ESERCITO, CONTRO I TRIBUNALI MILITARI, CONTRO LA GRANDE PRESA PER IL CULO A CUI NON VOGLIONO ASSOLUTAMENTE STARE! W LA RIVOLUZIONE EGIZIANA, CHE NON SI LASCIA PRENDERE IN GIRO

Noi, giovani palestinesi, rifiutiamo che Al-Aqsa e la causa palestinese vengano utilizzate come strumento per colpire la grande rivoluzione egiziana.
L’Egitto è testimone di una nuova ondata rivoluzionaria condotta da coraggiosi/e giovani egiziani/e che rifiutano che lo SCAF dirotti la loro rivoluzione. Mentre i/le giovani stanno resistendo all’oppressione delle forze di sicurezza, i Fratelli Musulmani hanno chiamato ad una marcia milioni di persone in solidarietà con Gerusalemme.
Consideriamo questo appello come una deviazione rispetto tutti i movimenti e settori egiziani che hanno annunciato per domani, venerdì, un corteo enorme per far cadere il Generale Tantawi.
I Fratelli Musulmani hanno il diritto di prendere le loro decisioni nelle questioni interne all’Egitto. Ma rifiutiamo che i Fratelli Musulmani prendano la testa dei tiranni arabi che sistematicamente usano la causa palestinese come strumento per praticare la loro oprressione.
La libertà di Al-Aqsa e della Palestina non arriverà passando sopra la dignità delle popolazioni arabe.
Siamo solidali con gli eroi di Piazza Tahrir e di tutte le città dell’Egitto.
La Palestina è più forte con un Egitto libero.

Versione araba/inglese

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