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Ora soluzione politica per i prigionieri politici in Perù…e non solo!

11 settembre 2009 Lascia un commento

«Ora soluzione politica»

Intervista dal carcere del Callao, dove è sepolto vivo da quasi 20 anni, a Victor Polay, leader dell’Mrta, il Movimento rivoluzionario Túpac Amaru. «La nostra lotta era giusta e non è stata vana. Ma il tempo delle armi è finito: in Perú e in una America latina che va vista con speranza e ottimismo»
Sepolti vivi da molti anni per aver lottato contro una dittatura militare riconosciuta di recente colpevole di aver commesso crimini di stato e di lesa umanità: sono gli ex-guerriglieri peruviani del Mrta (Movimiento Revolucionario Túpac Amaru), gruppo non inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dall’Unione europea che lo qualifica come «insorgente». Abbiamo intervistato, attraverso i suoi avvocati, il fondatore e leader del Mrta Víctor Polay. Che chiede una campagna internazionale per una soluzione politica.privadosdelibertad
Era in corso una festa diplomatica quel 17 dicembre 1996 alla residenza di Lima dell’ambasciatore giapponese nel Perú dell’autocrate Alberto Fujimori (ancora enfant gâté degli Usa e dell’occidente), quando 14 guerriglieri del Mrta guidati da Néstor Cerpa Cartolini fecero irruzione prendendo in ostaggio i partecipanti, contro i quali non fu usato alcun tipo di violenza. Gli «emmeretisti» chiedevano la liberazione di 400 prigionieri politici del Movimento, da anni rinchiusi nelle carceri del paese. Al gelo dei 4.000 metri come a Yanamayo o in «celle tomba» come nella base navale del Callao, una specie di «la Guantanamo peruviana». Là erano già rinchiusi, fra i molti altri, il leader supremo di Sendero luminoso, il «presidente Gonzalo» (Abimael Guzman) e l’ideologo e capo politico-militare del Mrta Víctor Polay Campos.
Dopo quattro mesi, nel contesto di un’America latina allora immersa nei governi della destra neo-liberista, tutti i guerriglieri furono uccisi a sangue freddo in un blitz delle forze speciali peruviane. Era il 22 aprile 1997. Dodici anni fa. Un secolo fa. Molto è cambiato in America latina. In Perú non è così. 
Nel 2003 la Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione ha evidenziato che la guerriglia dei Tupac Amaru si differenziava da quella di Sendero luminoso «per metodi ed obiettivi», perché «rivendicava sempre le sue azioni, si asteneva dall’attaccare le popolazioni inermi, e in alcune occasioni aveva dato segnali di essere aperta a negoziati di pace». Il Mrta, ritenuto dalla stessa Commissione responsabile dell”1.8% delle morti e sparizioni di persona avvenute durante l’intero conflitto armato tra gli anni 1980 e 2000 (contro il 54% causato da Sendero luminoso e il 37% dalle forze armate), ha combattuto contro due dei governi più controversi della storia del paese.
Victor Polay, ora cinquantottenne, ha ormai trascorso in carcere quasi venti anni della sua vita. Si trova nella prigione militare del Callao dal 1993. Dapprima condannato all’ergastolo da un tribunale di giudici «senza volto» (incappucciati per evitare le ritorsioni e poter comminare condanne a mano libera), la sentenza fu poi annullata per la pressione delle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Ma un nuovo processo «regolare» nel 2006 lo ha condannato a 32 anni, poi aumentati a 35 anni dalla Corte suprema nel 2008. Anche al resto dei vertici del Mrta sono state aumentate le pene. Per quasi un decennio ha vissuto in condizioni che la Croce rossa internazionale definì «inumane»; secondo la denuncia fatta da sua moglie alla Commissione interamericana dei diritti umani, fu tenuto prima in gelide celle andine dove la temperatura scendeva a zero gradi senza abbigliamento adeguato, poi in celle sotterranee con luce artificiale per 23 ore e mezza al giorno, fra torture e minacce. 
Victor Polay ha affidato ai suoi due avvocati le risposte alle nostre domande. Un modo per rompere il silenzio che circonda la sua vicenda e quella dei suoi compagni. E per lanciare quanto meno una campagna, in Perû a America latina, per il trasferimento di Polay e degli altri in un carcere civile. 

presos politicosDi recente l’Unione europea ha rifiutato la richiesta da parte del governo peruviano di inserire il Mrta nella lista delle organizzazioni terroristiche. E il 7 aprile scorso la Corte suprema di giustizia del Perú ha condannato Alberto Fujimori a 25 anni di carcere per aver commesso crimini di stato per violazioni dei diritti umani. Come legge queste due decisioni?
Esistevano prove schiaccianti e inconfutabili della partecipazione di Fujimori a diversi crimini in cui furono uccisi civili inermi. Certo, è stato solo condannato per omicidio e non per terrorismo di stato come avrebbe dovuto essere. Comunque la Corte ha riconosciuto l’esistenza di una politica generale di guerra sucia, guerra sporca, che violava i diritti umani, organizzata e diretta dal governo ai suoi massimi livelli. Quanto all’Unione europea rispetto al Mrta, oggi mi sembra irrilevante come gli enti internazionali possano considerarlo perché esso non esiste più come organizzazione politico-militare. La destra del Perú grida allo scandalo perché l’Europa non ci ha inseriti fra le organizzazioni terroristiche. Si vuole denigrare per sempre chi ha osato prendere le armi contro un sistema ingiusto: temono che possa fare scuola.

E infatti la Corte suprema del Perú ha aumentato le condanne ai vertici del Mrta…
Esiste nel paese quello che chiamerei un «populismo penale»: far credere che la protesta o i conflitti sociali possano risolversi aumentando le pene. Non è certo un caso: fa parte dell’arsenale ideologico del neo-liberismo che utilizza a questo scopo la quasi totalità dei mezzi di informazione. Prima e durante il nostro processo sono apparse sui giornali valanghe di dichiarazioni, relazioni, articoli molto negativi contro di noi. I giudici devono aver temuto la condanna mediatica. Infliggere la pena massima di 35 anni risponde alla logica del vae victis!

Dopo la caduta di Fujimori, lei e gli altri detenuti politici avete visto un miglioramento delle condizioni carcerarie?
Si è gradualmente ridotto l’isolamento interno dei prigionieri. Oggi le porte delle celle si aprono alle 9 del mattino e si richiudono alle 20. Ma è mantenuto l’isolamento esterno: ad esempio le possibilità di visite sono limitatissime, sono permesse solo quelle dei familiari diretti. Io ricevo la visita di mia sorella; mia madre è in cattiva salute e mia moglie e i miei figli vivono in Francia come rifugiati. Inoltre trovandomi in un carcere militare ci sono restrizioni aggiuntive. Infine, mentre generalmente con il trascorrere degli anni vengono concessi benefici, il mio status carcerario è sempre lo stesso. Il mio mondo si riduce a mia sorella e ad altri tre prigionieri. 

Alla luce della condanna di Fujimori, crede che il paese sia pronto per un’amnistia per i prigionieri politici come lei e i suoi compagni?

MIlitanti del MRTA

MIlitanti del MRTA


Nei quasi 200 anni di storia repubblicana le amnistie sono state un modo per arrivare alla riconciliazione dopo un conflitto armato interno. Accadde con i rivoluzionari apristi nel 1932 e nel 1948 e poi con i guerriglieri negli anni ’60. Oggi il problema è principalmente politico. C’è bisogno di una campagna molto forte affinché l’opinione pubblica nazionale e internazionale possa esercitare la pressione necessaria per una soluzione politica del conflitto. E’ giunto il momento di prospettare questo al paese perché sono sicuro che noi che fummo capaci di affidare le nostre vite a un ideale di giustizia, nelle condizioni attuali del Perú possiamo contribuire alla costruzione di una società più solidale e meno ingiusta, senza l’uso delle armi. Al paese non basta una democrazia formale, ha bisogno di una vera democrazia, economica, sociale e partecipativa. Centinaia di prigionieri dell’ex Mrta che hanno ottenuto la libertà si stanno rifacendo una vita, stanno risolvendo i loro problemi di sopravvivenza, studio, familiari ecc. Non è facile, dopo 10-15 anni di prigione. I reazionari li vorrebbero in ginocchio, e dimentichi del loro anelito di giustizia sociale. Ma questo è impossibile per chi ha affidato la propria vita a un ideale. E poi, nonostante tutte le campagne di demonizzazione contro di noi, il popolo conserva rispetto e affetto per chi ha combattuto con coerenza e non si è sottomesso alla dittatura. 

E quanto alla reintegrazione degli ex Mrta nella vita politica del paese? Lei ha affermato davanti alla Comissione per la verità e riconciliazione che la lotta armata non è più la soluzione per risolvere i problemi del popolo. 
Purtroppo molte delle cause che avevano provocato la nostra lotta armata sono tuttora presenti nel mio paese. La crescita economica non ha portato sviluppo sociale. Il modello neo-liberista basato sulla manodopera a basso prezzo, sullo sfruttamento delle materie prime e sull’export continua a rendere i ricchi più ricchi e perpetua l’esclusione delle maggioranze. Il compito odierno è formare una forza sociale e politica capace di sviluppare un programma di trasformazione. Oggi molti membri dell’ex Mrta, insieme a nuove generazioni di militanti, stanno organizzando il Movimiento Patria Libre, che intende partecipare alla lotta politica e alle prossime elezioni nel 2011. Chiedo solo che non siano perseguitati come sta succedendo: le libertà democratiche non possono essere a geometria variabile. La democrazia è per tutte e tutti.

Dal Callao, che speranze ripone nel processo in corso in America latina, dove paesi come Bolivia, Ecuador, Venezuela, Cuba propongono un altro modello di organizzazione sociale, di giustizia ecologica interna e internazionale, un modello dove gli ideali e le conoscenze indigene sono essenziali?
Governi come quelli citati stanno dimostrando che un altro mondo è possibile insieme ai lavoratori delle campagne e delle città, alle donne, ai popoli indigeni, alle minoranze, agli ambientalisti, ai dimenticati. Sono un punto di riferimento di un movimento che avanza impetuosamente alla conquista dei diritti storici. 

Con l’occupazione dell’ambasciata giapponese oltre dieci anni fa il Mrta cercò di parlare al mondo. Nessuno ascoltò. Ora sarebbe diverso? E quale sarebbe il messaggio?
La condanna penale di Fujimori ha dimostrato che la guerriglia del Mrta era giusta. Oggi darei un messaggio di ottimismo e speranza perché gli anni peggiori della repressione sono passati. Retrospettivamente, gli anni della lotta dei nostri popoli, degli uomini e delle donne per la liberazione non sembrano passati invano. I loro sogni vivono in nuove braccia che si stanno alzando in America latina e anche in Perú. 

di Marinella Correggia e Annalisa Melandri , Il Manifesto 10 settembre 2009

Lettera a Trenitalia per Dante De Angelis

24 maggio 2009 4 commenti

DAL BLOG DI ANNALISA MELANDRI

Il licenziamento di Dante De Angelis non può essere un problema esclusivamente di chi sta scioperando per farlo riassumere, i ferrovieri e il sindacato di

Foto di Valentina Perniciaro _Reparto manutenzione locomotori, Scalo San Lorenzo_

Foto di Valentina Perniciaro _Reparto manutenzione locomotori, Scalo San Lorenzo_

 

base, ma deve interessare tutti coloro che del treno ne fanno un mezzo di trasporto importante. Vi chiediamo pertanto di partecipare  a questa protesta per la giustizia e la sicurezza di tutti i viaggiatori,  diffondendo quanto più possibile questo volantino e inviandolo agli indirizzi indicati.  La richiesta è rivolta soprattutto ai pendolari che possono riprodurlo  e lasciarlo in giro sulle panchine delle stazioni, nei bar e “casualmente” dimenticarne qualcuno sui sedili dei treni.(A.M) Scarica qui il volantino formato word

Spett.le Direzione
Trenitalia Spa 
Ferrovie dello Stato S.p.a.
Piazza della Croce Rossa, 1 – 00161 Roma
rapporticlienti@trenitalia.it

Roma, maggio 2009

Siamo donne e uomini che utilizzano con convinzione il treno per gli spostamenti interurbani.

Il treno da sempre è considerato, a ragione, un mezzo di trasporto poco inquinante, compatibile con l’ambiente e sicuro. Più sicuro degli altri mezzi di trasporto; ciò è quanto emerge infatti dalla storia del trasporto su rotaia.

Noi, viaggiatori e cittadini di questo paese, desideriamo  che il treno continui a mantenere queste  sue caratteristiche.

 I lavoratori delle ferrovie, sappiamo, stanno facendo di tutto perché il treno mantenga e migliori queste sue prerogative, soprattutto, per quanto attiene alla loro attività, la SICUREZZA.

Foto di Valentina Perniciaro _La rotonda, Scalo San Lorenzo

Foto di Valentina Perniciaro _La rotonda, Scalo San Lorenzo

 Sappiamo che, grazie alle loro lotte sindacali, i ferrovieri hanno raggiunto importanti innovazioni a vantaggio della sicurezza, una delle più significative è stata l’aver conquistato il “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” (Rls), come espressione della sorveglianza e verifica degli stessi lavoratori al buon funzionamento delle macchine e delle procedure.

Noi viaggiatori ci sentiamo sicuri, in un certo senso protetti, sapendo che chi produce il trasporto ferroviario, allo stesso tempo vigila con attenzione per tutelare la salute e l’incolumità di chi lavora e chi viaggia.

 Ci è sembrata questa conquista un gran passo avanti di civiltà, purché il “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” (Rls), operi nel rispetto della verità.

 Invece… un giorno veniamo a sapere che uno di questi “Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza”, uno dei più attivi e attenti, svolgendo il proprio lavoro di macchinista (quello che conduce il treno) e discutendo con i suoi compagni di lavoro, si era accorto di alcune anomalie che potevano compromettere la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia e -giustamente- l’ha prontamente segnalato all’Azienda Trenitalia.

 Si poteva pensare che questo macchinista fosse stato proposto per un premio, così sarebbe successo in un paese civile, così doveva accadere  in un paese democratico… invece… è stato licenziato! Si chiama Dante De Angelis.

 Sembra un racconto dell’orrore, o forse del terrore. Terrore e intimidazione con cui i dirigenti di Trenitalia cercano di ridurre al silenzio i ferrovieri, con la minaccia di licenziamento, mettendo a repentaglio la loro e la nostra sicurezza.

 Ma ancor più preoccupante ci sembra la motivazione del licenziamento: “è venuto definitivamente meno il rapporto di fiducia”. Con queste parole Trenitalia ha licenziato Dante De Angelis.

Foto di Valentina Perniciaro _Scalo San Lorenzo, alla ricerca del binario giusto_

Foto di Valentina Perniciaro _Scalo San Lorenzo, alla ricerca del binario giusto_

Noi viaggiatori vorremmo, anzi,  esigiamo,  di poter avere fiducia nella correttezza dei dirigenti di Trenitalia quando è in gioco la salvaguardia dell’incolumità di chi lavora e chi viaggia. Non riusciamo a comprendere quale altra fiducia la dirigenza di Trenitalia pretenda dai ferrovieri. O forse confonde fiducia con omertà?

 Da quel 15 agosto del 2008, giorno in cui il ferroviere macchinista e Rls Dante De Angelis è stato licenziato per aver detto la verità su alcuni pericoli incombenti, (poi puntualmente verificatisi), noi viaggiatori sui treni italiani NON CI SENTIAMO PIU’ SICURI.

 E non ci sentiremo sicuri,  né cittadini di un paese civile,  fino a quando  Dante De Angelis non verrà reintegrato in servizio e finché non venga sanzionata l’attività antisindacale di Trenitalia lesiva dell’incolumità di chi lavora e di chi viaggia.

 Il nostro auspicio, che è anche una precisa richiesta, è che l’Amministratore delegato di Trenitalia Spa Mauro Moretti e tutta la dirigenza facciano un sostanziale passo indietro e riconoscano il proprio errore.

 

Annalisa Melandri

per un gruppo di viaggiatori delle Ferrovie di Roma Trastevere
http://www.annalisamelandri.it 
 

 

CILE: il GIORNO DEL GIOVANE COMBATTENTE…in memoria dei fratelli Toledo

29 marzo 2009 Lascia un commento

 

Il 29 marzo si celebra in Cile il Giorno del Giovane Combattente in memoria di Eduardo e Rafael Vergara Toledo uccisi dalla dittatura di Pinochet quello stesso giorno dell’anno 1985, avevano rispettivamente 20 e 18 anni.
La famiglia Vergara Toledo, di umili origini era formata da quattro figli e Pablo il maggiore, già appartenente al MIR era stato di esempio di n1621246156_193834_3140901impegno sociale e militanza per gli altri fratelli. Morirà anch’egli nel 1988 insieme ad Aracely Romo giovane donna militante del MIR.
Solo nel 2005 si è stabilito che l’assassinio di Eduardo e Rafael Vergara Toledo fu  commesso da funzionari di polizia nel clima di “repressione politica dell’epoca”.
Recentemente sono stati accusati  come autori materiali dell’omicidio i poliziotti Francisco Toledo Puente, Marcelo Muñoz Cifuentes, Álex Ambler Hinojosa e Jorge Martin Jiménez.  Il giudice Gajardo ha tenuto a precisare che “nel modo in cui sono avvenuti i fatti si è evidenziato  che si è trattato non solo di una azione di polizia tendente a controllare e reprimere episodi di delinquenza comune ma una azione concentrata e diretta contro i fratelli Vergara Toledo che si è conclusa  con la loro morte”.
Tuttavia all’accusa non è seguita ancora condanna,  perché secondo quanto hanno scritto recentemente gli anziani genitori di Eduardo e Rafael in una lettera alle autorità chiedendo giustizia,  si “cancella il ricordo e si sostiene l’impunità come base per la governabilità e la stabilità politica”.
Eduardo e Rafael furono uccisi mentre insieme ad altri quattro giovani cercavano di rapinare una panetteria con l’intento di procurare liquidità per la causa rivoluzionaria del MIR. Secondo le versioni della stampa dell’epoca e della polizia locale ci furono scontri a fuoco nel quale per legittima difesa i poliziotti uccisero i due giovani. Successivamente  una perizia balistica sui due corpi  dimostrò invece che i ragazzi furono colpiti alle spalle e che quindi non c’era stato uno scontro a fuoco con essi e venne inoltre ricostruita sulla base di numerosissime testimonianze,   tutta la realtà sociale locale  in riferimento al periodo storico,   dimostrando che il paese dove avvenne l’episodio in quel giorno era in stato di allerta e che nella stessa giornata fu uccisa  una giovane militante del MIR  ed altri quattro giovani furono trovati massacrati.

Scontri a Santiago de Chile  (AP Photo/Roberto Candia)

Scontri a Santiago de Chile (AP Photo/Roberto Candia)

Come ogni anno, da quel giorno,  si ripetono le manifestazioni a Santiago e in tutto il Cile  per ricordare la tragica morte di quei due ragazzi che hanno dato la vita per la libertà del loro paese, chi li ricorda oggi come rivoluzionari “lo fa più  per la forma in cui sono vissuti che non per   il modo in cui sono morti”.
Quest’anno la manifestazione a Santiago è stata particolarmente violenta e ad oggi si contano più di 800 giovani arrestati molti dei quali minorenni.
La protesta però si inserisce e viene amplificata dal  clima di crescente insoddisfazione per la politica dell’attuale presidente del Cile, Michelle Bachelet , il cui gradimento tra la popolazione sta calando dal 55 al 42% odierno.
Dopo l’iniziale euforia per la vittoria della “presidenta” circa un anno fa, crescenti proteste hanno scosso la società cilena. Iniziando dalla “rivolta dei pinguni” nel maggio dello scorso anno, duramente repressa dalle forze di polizia,  che ha visto studenti scendere in piazza e far sentire la loro voce contro una scuola settaria e di bassa qualità retaggio della dittatura di Pinochet.  Una  rivolta che se inizialmente  ha interessato direttamente i giovani studenti,  successivamente ha poi coinvolto  i loro genitori e ampi settori della società civile.
Da nord a sud il paese è scosso alle radici. La morte di Augusto Pinochet,  probabilmente nello stesso istante in cui è stata accolta con gioia da tutti i cileni che hanno subito perdite,  lutti e privazioni della libertà durante la dittatura,  ha riaperto vecchie ferite e ha reso evidente  nei giorni precedenti e successivi alla morte del vecchio tiranno,  come l’esercito cileno sia ancora pesantemente compromesso con il pinochettismo e che sia ben lontano dall’essere l’istituzione al servizio della società che la Concertazione di Bachelet  ipocritamente vuole far credere.
Ci sono importanti settori dell’oligarchia, militari ed ecclesiastici che di fatto muovono ancora i fili del potere e della politica istituzionale.
In questo anno di governo di Bachelet la protesta in Cile,  dal movimento degli studenti si è estesa  alla base popolare, al movimento mapuche, ai lavoratori del settore sanitario e a quello dei trasporti.
n1621246156_193833_5248214Su questo substrato di profonda insoddisfazione e di rivendicazioni portate avanti con determinazione si è aggiunta ultimamente infatti la protesta per il Transantiago , il nuovo sistema di trasporto pubblico urbano, annunciato come una rivoluzione innovativa e foriera di progresso e  che si è dimostrato di fatto del tutto inefficace a risolvere i problemi della città e che ha causato numerosi disagi alla popolazione, tanto che  Michelle Bachelet nei giorni scorsi si è vista costretta a sostituire quattro suoi ministri per le montanti proteste.
Una miscela esplosiva di insoddisfazione, disillusione e rabbia che ha provocato gravissimi incidenti a Santiago e in tutto il Cile questo giovedì  29 marzo per la commemorazione del Giorno del Giovane Combattente.
Il sottosegretario agli interni, Felipe Harboe ha informato  che 819 persone sono state arrestate, di cui 747 appartengono alla regione metropolitana,  38 poliziotti sono feriti di cui alcuni in modo grave e numerosi  danni sono stati causati alle strutture pubbliche.
Più della metà degli arrestati sono minori di età.
La giornata era iniziata con il dispiegamento di 4000 carabinieri e in un clima di repressione generale.
Alcuni Avvocati di Diritti Umani hanno accusato le Autorità e i mezzi di comunicazione di aver esaltato gli animi e provocato i cittadini già esasperati da situazioni difficili.
All’alba della giornata di giovedì carabinieri  avevano  fatto irruzione nell’Università di Santiago dove in una tesi sostenuta  anche dai media si trovavano sostanze  chimiche per la fabbricazione di bombe molotov e alcuni machetes che dovevano essere usati durante le manifestazioni.
Pronta la smentita dell’Università, le cui autorità hanno  espresso risentimento con il governo per  la  criminalizzazione che è stata fatta degli studenti e della stassa Università. La professoressa  del corso di danza africana,  Sig.ra Muunzenmeyr ha confermato che le spade erano a disposizione del corso per uno spettacolo  e che erano senza affilatura della lama, mente  i professori dei corsi di Chimica e Biologia hanno comunicato  che le sostanze chimiche erano residui di laboratorio in attesa di essere raccolti  da una ditta specializzata in smaltimento di rifiuti speciali.0046_tito_homenaje_a_los_hermanos_vergara_toledo_comuna_de_estaci_n_central
Già dall’alba del 28 marzo inoltre,   un grande dispiegamento di forze di polizia si trovava a Villa Francia,  uno dei quartieri più poveri alla periferia di Santiago,  luogo dove sempre maggiori sono stati gli scontri in passato. Posti di blocco di polizia si sono formati  anche nelle vicinanze delle abitazioni dei dirigenti sociali più conosciuti, come negli anni più bui della dittatura.
Nel corso degli scontri alcuni bus della linea del Transantiago sono stati dati alle fiamme,  così come si sono registrati casi di sospensione dell’energia elettrica dovuti probabilmente  ad alcune esplosioni. La  polizia ha risposto ai manifestanti con l’uso massiccio di gas lacrimogeni e idranti.
Senza dubbio questa è stata una delle giornate commemorative del Giorno del Giovane Combattente più violenta degli ultimi anni e dovrebbe far riflettere il fatto di come a distanza di un anno emergano tutte le ombre in un governo che pure era stato salutato come “di sinistra”  nella nuova primavera latinoamericana.
La sfida vera che Michelle Bachelet a questo punto si trova a dover affrontare sta sia nel   riuscire a recuperare fiducia e consenso  del  suo elettorato ma più ancora nel  conquistare i sentimenti dei  ceti più poveri del suo paese, degli emarginati di sempre, dei giovani e degli studenti, dei mapuche, degli operai e dei contadini e questo, a suon di arresti e dure repressioni pare oltremodo difficile.
TESTO PRESO IN PRESTITO DAL BLOG DI ANNALISA MELANDRI
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