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Posts Tagged ‘America Latina’

Colombia: spari contro il compagno e documentarista italiano Bruno Federico

5 dicembre 2013 Lascia un commento

Il mio spagnolo vola molto basso, quindi vi metto direttamente il link senza imbarcarmi in una traduzione che tanto non so fare.
Solo che mi son svegliata con questa notizia e non posso non condividerla con voi, tutte e tutti.

Dacci notizie Brunoooooo

Bruno è un compagno che conosco da, bho, da una quindicina d’anni… e son dieci che dedica la sua vita e il suo sorriso ad una terra che ormai è casa sua, la Colombia. Bruno Federico fa parte del FLIP (Fondazione per la libertà di stampa) e l’APIC (Associazione della stampa internazionale in Colombia) e il suo lavoro è sempre stato preziosissimo.
Non conosco l’America Latina, non conosco la Colombia: ma attraverso gli occhi di Bruno, il suo lavoro da documentarista e i suoi racconti, è una terra che ho sempre sentito vicina.
L’altro ieri, il 3 dicembre, Bruno Federico accompagnava una comunità agricola nel villaggio di Pitalito (dipartimento di Cesar), comunità che rivendica la terra di proprietà del signor Juan Manuel Fernandez. Non hanno fatto in tempo a raggiungere la terra, che due uomini armati (al servizio del proprietario terriero) hanno aperto il fuoco prima contro il veicolo e poi proprio contro Bruno, che fortunatamente non è rimasto ferito.

Gli aggressori son poi prontamente scappati, ma il tutto è stato filmato e il FLIP ora chiede di aprire un’inchiesta per arrivare all’identificazione dei due pistoleri di Fernandez.

Proverò ad aggiornare non appena troverò più notizie a riguardo.
Intanto mando un abbraccio a Bruno, un abbraccio enorme, che arrivi fino in Colombia

Qui l’articolo che ne parla: LEGGI

Sulla morte di Videla da Hebe de Bonafini, madre de Plaza de Mayo

22 maggio 2013 1 commento

Righe da brividi.
In nome di tutti coloro che son morti contro le dittature e il potere, in nome del sangue dei torturati,
in nome delle loro madri che non hanno mai smesso di combattere e ricordare.

È morto Videla. La notizia mi ha paralizzata. Ho pensato subito ai miei figli. Come facevo a pensare ad altro? La testa mi girava, volevo pensare a qualcosa ma niente. Pensavo a loro e alle torture che hanno subito. Vedevo i loro visi che gridavano, mentre mi chiedevano e chiamavano tutti, come hanno fatto tutti nei momenti terribili, quando erano soli, nei momenti di peggior tortura. I media hanno iniziato a chiamarmi ma non avevo niente da dire.
Ho sentito un’angoscia grande, un profondo dolore che mi prendeva tutto il corpo. Non potevo pensare ad altro. Non ero contenta che fosse morto. Non potevo esserne contenta se pensavo a tutto quello che ci aveva fatto. Ho pensato a tutte le «Madres», a tutto il dolore, a tutte le famiglie distrutte. Mi è crollato il mondo e ogni volta che qualcuno chiamava sentivo sempre più l’angoscia perché la maggior parte di quelli che hanno appoggiato la dittatura, i giornali, soprattutto il «Clarín», adesso lo chiamano dittatore, lo denominano genocida, che vergogna! Ma io pensavo ancora a loro, ai nostri figli. Hanno tanto amato questo paese, hanno dato tanto per esso, ed io dovevo ascoltare questi che hanno appoggiato la dittatura, che oggi parlano di genocida? Quanta ipocrisia! Il nostro popolo deve capire che tutta quella ipocrisia ha fatto sì che i nostri figli fossero segnalati come terroristi quando tutti questi, che oggi si levano gli abiti sporchi di dosso, hanno guardato da un’altra parte. Alcuni si sono arricchiti e altri si sono riempiti di obbrobri. Volevo parlare ma non riuscivo. Oggi ho deciso di scrivere qualcosa affinché tutti quelli che erano in attesa della mia voce potessero sapere quello che penso. Sono stata soffocata dal dolore, dall’angoscia, dalla rabbia e dalla tristezza ma di colpo mi è scoppiato il cuore e ho detto: che fortuna aver avuto figli così valorosi! Questa è l’unica felicità che ho provato alla fine: il coraggio dei nostri figli nel dare le loro vite per far vivere altri.

Hebe de Bonafini
presidenta Asociación Madres de Plaza de Mayo

Grazie ad Infoaut che l’ha pubblicata.
LEGGI ANCHE:
Il padiglione delle madri, la prigionia politica in Argentina
Alle donne argentine e ai loro bimbi nati in cattività

Genova 2001: contribuiamo alle spese

15 ottobre 2012 2 commenti

Alla fine di luglio scorso avevamo dichiarato di voler continuare la campagna 10×100.

FAGIOLINO LIBERO!
MARINA LIBERA!
LIBERTA’ PER TUTTE e TUTTI

Non solo perché i processi non sono finiti ma anche perché siamo convinte e convinti che solo così potremo mantenere viva la nostra memoria sulle giornate di Genova e imparare da oggi in poi a fare fronte alle vicende giudiziare con la solidarietà e la forza che attraverso il web ci avete dimostrato.

Se un compagno e una compagna sono oggi in carcere, presto riprenderà il processo per i cinque che dovranno tornare in appello, un altro capitolo della storia giudiziaria di Genova che sta per riaprirsi.

Le spese totali dei processi ad oggi ammontano a circa 80 mila euro, cifra destinata a crescere con l’imminente ripresa dell’appello. Una cifra insostenibile per chiunque di noi, che eravamo lì nel 2001.

Insostenibile perché mette una ipoteca sulla vita delle persone, che si aggiunge alle misure detentive.

Pensiamo che sia importante far sentire la forza dei 300 mila che erano a Genova sostenendo le spese legali delle e degli imputati, per questo invitiamo tutte e tutti a sottoscrivere attraverso il sito di supporto legale www.supportolegale.org, o direttamente qui http://www.buonacausa.org/genovag8,
per far sentire a tutte e tutti la nostra solidarietà.

Se riusciamo a versare tutti anche un simbolico euro, riusciremo a coprire le spese che gli imputati si trovano a sostenere da soli.
Altrimenti no.

Vorremmo poi, che la campagna diventasse uno strumento per ragionare su quanto accade nelle piazze e sul reato di “devastazione e saccheggio”, su cosa significhi per lo Stato e i suoi apparati il termine “ordine pubblico”, quello stesso ordine pubblico che i 10 imputati per Genova 2001 avrebbero turbato.

E’ tempo, pensiamo, di capire da che parte stare..
se dalla parte di chi ruba nei supermercati o rompe i bancomat delle banche o dalla parte di chi le costruisce.

La campagna 10×100

www.10×100.it
info@10×100.it

Per scrivere ad Alberto :Alberto Funaro, Casa Circondariale Capanne, Via Pievaiola 252, 06132 Perugia
Per scrivere a Marina : Marina Cugnaschi c/o Seconda Casa Di Reclusione Di Milano – Bollate, Via Cristina Belgioioso 120,  20157 Milano (MI)

Dal Messico, per i prigionieri
Gli ostaggi iniziano ad entrare in cella
Le ragioni di una campagna
A poche ore dalla sentenza Diaz e “devastazione e saccheggio”

Dal Messico, per Alberto e tutti i prigioneri

10 ottobre 2012 1 commento

Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera
Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera
Alberto l’hanno rinchiuso perchè s’è ribellato a un ordine ingiusto e cieco
Alberto sta pagando un caro prezzo per difendere la potenza dei nostri sogni
Alberto ha gli occhi scuri e profondi e una scintilla s’accende veloce quando parliamo di resistenza
Alberto ha sempre odiato il carcere, giorno dopo giorno
Alberto quando l’hanno arrestato l’hanno torturato, l’hanno umiliato…

…l’hanno braccato decine di agenti e l’hanno costretto a camminare solo verso la cella

Il potere, per accanirsi contro Alberto, ha montato un processo farsa e l’ha condannato a marcire in galera per troppi, troppi anni…
Una sentenza spropositata per un capro espiatorio, una infame vendetta di Stato
Fanno pagare ad Alberto le lotte di tutti e tutte…
…vogliono così intimorire la gente, farla rassegnare al presente perpetuo del capitalismo.
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.
Alberto è un indigeno tzotzil del Chiapas
Alberto è un libertario romano

Nel Chiapas della guerra permanente e dei massacri contro gli indigeni, Alberto Patishtán Gomez, detto el profe, è stato condannato a 60 anni accusato di un’imboscata contro sei poliziotti… Nell’Italietta dell’ipocrisia e della precarietà Alberto Funaro, er fagiolino, viene condannato a dieci anni per resistere nella Genova della guerra di strada, combattuta metro per metro contro 20,000 agenti. Nel Chiapas della rivoluzione zapatista e dei villaggi autonomi in resistenza, Alberto Patishtán è un ostaggio del Potere che non tace, che denuncia, che tesse reti ribelli nelle galere…
Nell’Italia dei territori in resistenza Alberto è dentro per una passione, quella passione che fa anche della cella una trincea, una passione che quando si contagia fa tremare il potere. Quando i governi dispiegano i loro sbirri a difesa di se stessi, si somigliano ancora di più. Ma non c’è oceano, non c’è latitudine, non c’è frontiera… non ci sono argini e dighe che tengano quando le resistenze si conoscono, confluiscono e formano la grande mareggiata che, goccia dopo goccia, li sommergerà.
Abbiamo scelto di parlare di Alberto, dei nostri Alberto, ma avremmo potuto usare migliaia di altri nomi. Non solo per parlare della vendetta di Stato su Genova, che comunque c’ha scosso anche qui in Messico, o per parlare della guerra a bassa intensità che si combatte in Chiapas e miete vittime…

Gli ostaggi in mano del potere sono ovunque e tutti patiscono i rigori di un regime punitivo e insesato chiamato GALERA. Una condizione di costrizione dei corpi e incasellamento delle menti che trova il suo corrispettivo nel disciplinamento globale della società: eserciti che pattugliano per le strade, frontiere chiuse ai migranti di ogniddove, impunità garantita ai corpi di polizia, leggi speciali a difesa dell’accumulazione di capitale.

Per questo salutiamo Alberto Patishtán e Alberto Funaro, ma anche tutti gli altri e le altre compagne schiacciate fra le umide pareti della prigione: salutiamo, fra i tanti, i 5000 prigionieri politici in Palestina, le centinaia di baschi e basche condannate come terroristi per difendere in un lembo di terra a ridosso dei Pirenei, i guerrieri Mapuche che – irriducibili – pagano con sentenze secolari la difesa dei loro boschi, gli anarchici sequestrati da ogni Stato del pianeta, le centianaia di egiziani ed egiziane, fiori strappati alla primavera araba… gli attivisti e le attiviste perseguitati per occupare ed esigere case. Salutiamo inoltre i migranti di qualsiasi terra, cacciati da qualsiasi governo e incarcerati negli infernali CIE costruiti lungo quelle cicatrici che dividono il mondo in Stati…

E in questo spazio di riflessione, di libertà e di memoria ricordiamo chi in galera è morto. Perchè di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva.

E ricordiamo la dignità di una donna, di una compagna, una nostra compagna.
Occhi blu imprigionati per 18 di anni, occhi di una donna che non ha mai smesso di essere quello che era: semplicemente una donna, incredibilmente una donna. Guerriera, compagna, madre, sorella, amica. Franca Salerno è viva nello scontro quotidiano contro la barbarie della galera, pattumiera della società patriarcale, verticale, colonialista, capitalista. Una lotta che è la stessa che suo figlio, con noi, ha animato contro la precarietà, contro le guerre imperialiste, per il diritto all’abitare: Antonio e i suoi occhi blu. Che il mare vi culli, una madre e un figlio. Uniti nella rabbia e nell’amore.

L’ultimo abbraccio – amici, sorelle, compagni e passanti – lo diamo insieme a voi a chi ci ha portato qui: Renato. Ci sono buone ragioni per continuare a lottare, buone ragioni per rischiare anche la galera… sono le stesse che fanno la vita meravigliosa: la solidarietà, la giustizia, l’amore, il calore di un sorriso e di un abbraccio. Le stesse ragioni che hanno fatto di Renato – il nostro Renato – un ricordo vivo, collettivo e indimenticabile.

Con tutto il bene dell’anima, dal Messico

Fazio e Nina

Pugni chiusi per Victor Jara!

16 settembre 2012 2 commenti

Chissà quelle mani quanto ancora avrebbero suonato, fatto innamorare e arrabbiare.
Ho sempre pensato alla tua lucidità dentro lo stadio di Santiago del Chile,
Lucido e consapevole della tua morte, della morte di tutti coloro che ti circondavano.

Tu non hai avuto diritto a morire, la tua morte è stata portata dalla tortura, dallo scempio del tuo corpo, dalla tua lingua tagliata perchè non cantasse, dalle tue mani mozzate perché morissi consapevole che non avresti più sfiorato il corpo caldo di una chitarra.

La tua voce, al contrario della loro, risuona ancora ovunque e riscalda i cuori di chi crede sempre e ancora nella rivoluzione.
A pugno chiuso, Victor Jara

Di lutto vestono gli eroi!

27 novembre 2009 Lascia un commento

Il racconto commosso e indignato dei familiari dei giovani studenti messicani massacrati insieme ad altre 25 persone nel corso del bombardamento notturno avvenuto contro un accampamento delle FARC  in Ecuador il 1 marzo 2008 da parte dell’esercito colombiano in sinergia con forze statunitensi e apparati dell’intelligence israeliana. In spregio a ogni trattato internazionale tra Stati e al Diritto Umanitario.

Per i prigionieri politici, dal Chapas

5 novembre 2009 Lascia un commento

Prendo questo comunicato dal sito Nodo Solidale
[26-10-2009] Per i prigionieri politici, corrispondenza da San Cristobal

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Pic by Suno _ Manifestazione organizzata dall'Altra Campagna di San Cristobal de Las Casas (Chiapas), in seno alla campagna nazionale ¡Primero Nuestr@s Pres@s!, il 26 ottobre 2009.

Lunedì 26 ottobre in Messico si manifesta. E’ una delle date scelte per realizzare azioni decentrate in tutto il Paese nel contesto della Campagna “Prima di tutto i/le Nostr* Prigionier*”, indetta dall’Altra Campagna, per esigere la liberazione immediata dei compagni e delle compagne sequestrate dallo Stato.

San Cristobal de Las Casas, in Chiapas, risponde all’appello. La Otra Jovel, la riunione locale degli/lle aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN, convoca alle 10 del mattino un presidio di fronte la stazione dei pulman. Al principio una cinquantina di persone convergono a distribuire volantini, poi, dopo un’oretta, giungono più di un centinaio di compagni e di compagne delle comunità indigene e contadine di Mitziton e Bachajon. Sono due delle tante comunità che verranno danneggiate dallo smembramento delle montagne e dei boschi per la costruzione dell’autostrada San Cristobal – Palenque, voluta dal governo federale e statale per sviluppare un corridoio “ecoturistico”. Entrambe le comunità, aderenti alla Sesta, hanno dichiarato un NO rotondo al passaggio dell’autostrada sulle proprie terre collettive e ne stanno pagando caro il prezzo: a Mitziton i paramilitari hanno ammazzato un compagno a luglio e la gente di Bachajon ancora ha 2 compaesani in carcere, degli 8 che arrestarono in aprile. Entrambe le comunità, inoltre, sono costantemente e pericolosamente osteggiate dai gruppi paramilitari protetti dal governo statale.

Forte della massiccia presenza indigena il volantinaggio diventa un blocco stradale. Per più di un’ora i manifestanti chiudono l’incrocio ed i quattro imbocchi alla città di fronte la stazione. Vengono srotolati grandi striscioni, si scandiscono gli slogan, mentre un sole solidale fa dimenticare i 2300 metri di altezza.

Si decide di marciare verso il centro e nel cammino si incorporano decine di persone, stranieri simpatizzanti, venditori ambulanti indigeni, signore uscite a fare la spesa. Si sfila per il viale centrale e ci si ferma un’altra mezz’ora nello Zocalo, la piazza principale della città. I manifestanti si prendono tutto il tempo per spiegare le loro ragioni.

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Pic by Suno _ manifestazione organizzata dall'Altra Campagna di San Cristobal de Las Casas (Chiapas), in seno alla campagna nazionale ¡Primero Nuestr@s Pres@s!, il 26 ottobre 2009.

 Poi proseguono verso il Mercato Municipale, storico luogo di ritrovo e compravendita degli indigeni del Los Altos de Chiapas. Infine, facendo il giro della cittadina, il corteo sfila per l’inaccessibile “Andador Turistico”, zona storicamente off-limits per gli indigeni, un viale piastrellato e scortato da vetrine e negozietti, panchine di ferro e lampioni stile capitale europea. La San Cristobal delle guide turistiche. Quando la manifestazione giunge alla Cattedrale deve attendere per entrare nella piazza. Lì vi sono riunite alcune migliaia di indigeni, il Pueblo Creyente, cattolici di base della teologia della liberazione che, nel contesto della medesima Campagna, stanno facendo un pellegrinaggio con messa contro una nuova scarcerazione di paramilitari responsabili del massacro di Acteal (venti già sono stati liberati ad Agosto dalla Corte Suprema). Las Abejas (Le Api), l’organizzazione cattolica e sociale di base della comunità che subì nel 1997 la feroce strage che ha mietuto 45 vittime, invitano i manifestanti dell’Altra Campagna a salire sul palco e a porre i loro striscioni. Nella piazza si rende pubblico, non solo con le parole ma anche con i volti contratti e seri delle centinaia di indigeni presenti, l’infamia assassina dello Stato messicano che da un lato incarcera costantemente gli attivisti sociali e, negli stessi tribunali, assolve i più efferati criminali al suo servizio, come appunto i paramilitari.

 

Dal palco, tra mille sguardi attenti e fissi, si dedica qualche minuto ai nostri prigionieri, alle nostre prigioniere. Sono in tutto il Messico.

In Chiapas:
Antonio Gómez Saragos,
Gerónimo Gómez Saragos,
Alberto Patishtán Gómez,
Rosario Díaz Méndez,
Manuel Aguilar Gómez;

nello stato di Campeche (per resistere ed organizzarsi contro le alte tariffe dell’energia elettrica):
Sara López González,
Joaquín Aguilar Méndez,
Guadalupe Borjas Contreras;

nello stato di Mexico:
Gloria Arenas Agis (guerrigliera dell’ERPI, detenuta dal 1995)
Ignacio del Valle Medina, Felipe Álvarez Hernández e Héctor Galindo Gochicoa (nel carcere di massima sicurezza per i fatti di Atenco con condanne dai 67 ai 112 anni cada uno)
Jorge Alberto Ordóñez Romero,
Román Adán Ordóñez Romero,
Alejandro Pilón Zacate,
Juan Carlos Estrada Cruces,
Julio César Espinoza Ramos,
Inés Rodolfo Cuellar Rivera,
Edgar Eduardo Morales Reyes,
Óscar Hernández Pacheco,
Narciso Arellano Hernández (tutti e 9 condannati a 31 anni per i fatti di Atenco);

nella Capitale:
Victor Herrera Govea (arrestato per gli scontri del 2 ottobre 2009)

nello stato di Guerrero:
Máximo Mojica Delgado,
María De los Ángeles Hernández Flores
Santiago Nazario Lezma;

nello stato di Nayarit:
Jacobo Silva Nogales (guerrigliero dell’ERPI, detenuto dal 1995 nel carcere speciale),
Tomás de Jesús Barranco;

nello stato di Oaxaca:

Per la repressione della regione Loxicha, da 12 anni detenuti:
Agustín Luna Valencia,
Álvaro Sebastián Ramírez,
Justino Hernández José,
Mario Ambrosio Martínez,
Fortino Enríquez Hernández,
Eleuterio Hernández García,
Abraham García Ramírez,
Zacarías P. García López,Juan Manuel Martínez Moreno;

Di Xanica, prigionieri dal 2005, dell’Alleanza Magonista Zapatista:
Abraham Ramírez Vázquez (nel carcere di massima sicurezza),
Juventino García Cruz,
Noel García Cruz.

I prigionieri che sono in questa lista, per cui la gente il 26 di ottobre ha sfilato, bloccato strade, realizzato fori, concerti ed eventi in tutto il Messico, sono quei detenuti e quelle detenute che, secondo i principi dell’Altra Campagna, non stanno negoziando la propria libertà con il governo, rifiutando ogni trattativa con lo stesso Potere che li ha incarcerati e che riproduce le condizioni di miseria e persecuzione che li hanno spinti a lottare senza partiti, senza interessi corporativi o personali.sample

Però, nel Messico dei dolori e delle ferite, non è solo l’Altra Campagna ad essere bersaglio della repressione. Nella piazza della Cattedrale di San Cristobal, ribattezzata piazza della Resistenza dai compagni dopo quel celeberrimo 1 gennaio 1994, c’è un po’ di spazio anche per un’altra manifestazione, quella della OCEZ Carranza, organizzazione contadina brutalmente repressa in questi ultimi giorni. Il 30 settembre hanno sequestrato Chema, il leader dell’organizzazione, in un’imboscata della polizia che ha mietuto due vittime e il 24 ottobre hanno fatto un’altra incursione militare nella comunità portandosi via altri due contadini, pestando donne e bambini.

Il pomeriggio avanza, si susseguono gli interventi, c’è un banchetto che raccoglie, su diversi quaderni destinati a varie carceri, i saluti ed i messaggi d’incoraggiamento ai prigionieri ed alle prigioniere. Si canta, la piazza lentamente sfuma. Però, oggi 26 ottobre giornata dedicata alla prigionia politica, il centro storico di San Cristobal resta indigeno. I mille colori dei cento vestiti tradizionali delle comunità ondeggiano per le piazze e le strade acciottolate. Accovacciati a terra, con sandali o scalzi, mangiano tortillas e fagioli, frutto del loro lavoro, della loro conoscenza, della loro resistenza. Nonostante 500 e più anni di repressione.

Libertà per i prigionieri, le prigioniere, i popoli indigeni e l’umanità!

Foto della manifestazione:
http://www.autistici.org/nodosolidale/gallery_dett.php?id_gallery=54 

Corrispondenza del Nodo Solidale,
da San Cristobal de Las Casas, 27 ottobre 2009.

Sit in contro il golpe in Honduras

13 ottobre 2009 Lascia un commento

IL 13 OTTOBRE TUTTI E TUTTE SOTTO L’AMBASCIATA DELL’HONDURAS

CONTRO IL GOLPE MILITARE-FASCISTA

 

Honduras CoupSono trascorsi oltre tre mesi dal golpe in Honduras finanziato e realizzato dalla cricca oligarchica del paese che detiene la totalità della ricchezza e del potere politico e militare.

 

Da quel 28 giugno, giorno in cui ha preso avvio il golpe e la successiva dittatura militare-fascista, si contano a decine le vittime, a centinaia gli arresti e le torture tra la popolazione civile che ogni giorno porta nelle piazze il suo coraggioso NO AL GOLPE.

La giunta golpista per tutta risposta ha sospeso ogni garanzia costituzionale e instaurato lo stato d’assedio attraverso il Decreto Esecutivo PCM-M-016-2009 del 26 settembre scorso, misura condannata duramente anche dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) in quanto “violatoria del diritto internazionale”.

Questo decreto permette di fatto alla polizia e all’esercito di entrare nelle case e arrestare chiunque sia sospettato di opporsi alla dittatura, avalla la chiusura di giornali e radio e ogni voce che critichi il regime golpista.

In questi tre mesi, le forze democratiche e popolari del paese, hanno costruito una resistenza che si esprime con manifestazioni di massa pacifiche pagando un costo di decine di morti e centinaia di arresti.

Reuters_Henry Romero_ Incontro di sostenitori di Zelaya a Tegucigalpa

Reuters_Henry Romero_ Incontro di sostenitori di Zelaya a Tegucigalpa

Il popolo e la resistenza honduregna lottano incessantemente in ogni momento, ma la fine della dittatura golpista sarà più vicina con la solidarietà internazionale.

Portiamo pertanto la protesta sotto le ambasciate dell’Honduras; chiediamo ai governi europei e a quello degli Stati Uniti di rompere definitivamente le relazioni diplomatiche e commerciali con la giunta golpista.

 

Tutti e tutte martedì 13 ottobre ore 17,30 sotto l’ambasciata dell’Honduras in Via Giambattista Vico n.40

 

Contro il fascismo sempre!          No al golpe !             No pasaran!

 

Prime adesioni: Associazione A Sud, Comitato Carlos Fonseca, Unione Forense per la Tutela dei Diritti dell’Uomo, Comitato Pro Zelaya, Centro Sociale Ex Snia, Collettivo Italia-Centro America, Associazione  Italia-Nicaragua, Annalisa Melandri, Rete Antifascista Metropolitana, SiporCuba, Radio Latina Web, Rete Italiana di Solidarietà Colombia Vive!, Conf. COBAS, Marco Rizzo, Comunisti Sinistra Popolare, redazione Guardare Avanti!, Circolo Celia Sánchez PARMA Ass. Nazionale Italia Cuba, Comité Internacionalista Camilo Cienfuegos, Cicolo la villetta per Cuba Piombino, area programmatica e culturale Sinistra Comunista –PRC, Spazio Sociale Ex 51, Fulvio Grimaldi, Sandra Paganini, Circolo della Tuscia, Italia Cuba


25 anni a Fujimori per crimini contro l’umanità

8 aprile 2009 Lascia un commento

L’ex presidente dittatore del Perù, Alberto Fujimori, è stato condannato a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità fujimoridalla sezione penale della Corte suprema di giustizia. Sentenza storica ed unica nel panorama sud-americano. Aveva un mandato di cattura sulla testa dal 2000, ma fu impossibile arrestarlo perchè si rifugiò in Giappone (aveva illegalmente -per le leggi peruviane- mantenuto la cittadinanza giapponese)e lì restò fino a quando decise di rientrare passando per il Cile e contando sul potere che aveva nel paese : gli andò male e fu arrestato e poi estradato nel 2007.
logo-eIeri, finalmente, la condanna è arrivata al termine di un processo durato 15 mesi (tutto in diretta televisiva), 160 udienze e circa 80 testimoni. 
RESPONSABILE “OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO” di molti omicidi commessi dalle carovane della morte  (il gruppo Colina )nel periodo della sua presidenza (1990-2000):  contro la sovversione di Sendero Luminoso e l’ M.R.T.A. (il movimento dei Tupac Amaru).
Responsabile, quindi, del massacro nel Barrios Alto del 1991 dove ci sono statai 15 morti e il massacro dentro l’università La Cantuta di Lima del 1992.

Lui è stato condannato ma ci sono ancora 13 fujimoristi che siedono nel parlamento peruviano (alleati del presidente Garcia). Tra questi Keiko, figlia di Alberto Fujimori, che ha già dichiarato di volersi candidare a presidente nel 2001.

CILE: il GIORNO DEL GIOVANE COMBATTENTE…in memoria dei fratelli Toledo

29 marzo 2009 Lascia un commento

 

Il 29 marzo si celebra in Cile il Giorno del Giovane Combattente in memoria di Eduardo e Rafael Vergara Toledo uccisi dalla dittatura di Pinochet quello stesso giorno dell’anno 1985, avevano rispettivamente 20 e 18 anni.
La famiglia Vergara Toledo, di umili origini era formata da quattro figli e Pablo il maggiore, già appartenente al MIR era stato di esempio di n1621246156_193834_3140901impegno sociale e militanza per gli altri fratelli. Morirà anch’egli nel 1988 insieme ad Aracely Romo giovane donna militante del MIR.
Solo nel 2005 si è stabilito che l’assassinio di Eduardo e Rafael Vergara Toledo fu  commesso da funzionari di polizia nel clima di “repressione politica dell’epoca”.
Recentemente sono stati accusati  come autori materiali dell’omicidio i poliziotti Francisco Toledo Puente, Marcelo Muñoz Cifuentes, Álex Ambler Hinojosa e Jorge Martin Jiménez.  Il giudice Gajardo ha tenuto a precisare che “nel modo in cui sono avvenuti i fatti si è evidenziato  che si è trattato non solo di una azione di polizia tendente a controllare e reprimere episodi di delinquenza comune ma una azione concentrata e diretta contro i fratelli Vergara Toledo che si è conclusa  con la loro morte”.
Tuttavia all’accusa non è seguita ancora condanna,  perché secondo quanto hanno scritto recentemente gli anziani genitori di Eduardo e Rafael in una lettera alle autorità chiedendo giustizia,  si “cancella il ricordo e si sostiene l’impunità come base per la governabilità e la stabilità politica”.
Eduardo e Rafael furono uccisi mentre insieme ad altri quattro giovani cercavano di rapinare una panetteria con l’intento di procurare liquidità per la causa rivoluzionaria del MIR. Secondo le versioni della stampa dell’epoca e della polizia locale ci furono scontri a fuoco nel quale per legittima difesa i poliziotti uccisero i due giovani. Successivamente  una perizia balistica sui due corpi  dimostrò invece che i ragazzi furono colpiti alle spalle e che quindi non c’era stato uno scontro a fuoco con essi e venne inoltre ricostruita sulla base di numerosissime testimonianze,   tutta la realtà sociale locale  in riferimento al periodo storico,   dimostrando che il paese dove avvenne l’episodio in quel giorno era in stato di allerta e che nella stessa giornata fu uccisa  una giovane militante del MIR  ed altri quattro giovani furono trovati massacrati.

Scontri a Santiago de Chile  (AP Photo/Roberto Candia)

Scontri a Santiago de Chile (AP Photo/Roberto Candia)

Come ogni anno, da quel giorno,  si ripetono le manifestazioni a Santiago e in tutto il Cile  per ricordare la tragica morte di quei due ragazzi che hanno dato la vita per la libertà del loro paese, chi li ricorda oggi come rivoluzionari “lo fa più  per la forma in cui sono vissuti che non per   il modo in cui sono morti”.
Quest’anno la manifestazione a Santiago è stata particolarmente violenta e ad oggi si contano più di 800 giovani arrestati molti dei quali minorenni.
La protesta però si inserisce e viene amplificata dal  clima di crescente insoddisfazione per la politica dell’attuale presidente del Cile, Michelle Bachelet , il cui gradimento tra la popolazione sta calando dal 55 al 42% odierno.
Dopo l’iniziale euforia per la vittoria della “presidenta” circa un anno fa, crescenti proteste hanno scosso la società cilena. Iniziando dalla “rivolta dei pinguni” nel maggio dello scorso anno, duramente repressa dalle forze di polizia,  che ha visto studenti scendere in piazza e far sentire la loro voce contro una scuola settaria e di bassa qualità retaggio della dittatura di Pinochet.  Una  rivolta che se inizialmente  ha interessato direttamente i giovani studenti,  successivamente ha poi coinvolto  i loro genitori e ampi settori della società civile.
Da nord a sud il paese è scosso alle radici. La morte di Augusto Pinochet,  probabilmente nello stesso istante in cui è stata accolta con gioia da tutti i cileni che hanno subito perdite,  lutti e privazioni della libertà durante la dittatura,  ha riaperto vecchie ferite e ha reso evidente  nei giorni precedenti e successivi alla morte del vecchio tiranno,  come l’esercito cileno sia ancora pesantemente compromesso con il pinochettismo e che sia ben lontano dall’essere l’istituzione al servizio della società che la Concertazione di Bachelet  ipocritamente vuole far credere.
Ci sono importanti settori dell’oligarchia, militari ed ecclesiastici che di fatto muovono ancora i fili del potere e della politica istituzionale.
In questo anno di governo di Bachelet la protesta in Cile,  dal movimento degli studenti si è estesa  alla base popolare, al movimento mapuche, ai lavoratori del settore sanitario e a quello dei trasporti.
n1621246156_193833_5248214Su questo substrato di profonda insoddisfazione e di rivendicazioni portate avanti con determinazione si è aggiunta ultimamente infatti la protesta per il Transantiago , il nuovo sistema di trasporto pubblico urbano, annunciato come una rivoluzione innovativa e foriera di progresso e  che si è dimostrato di fatto del tutto inefficace a risolvere i problemi della città e che ha causato numerosi disagi alla popolazione, tanto che  Michelle Bachelet nei giorni scorsi si è vista costretta a sostituire quattro suoi ministri per le montanti proteste.
Una miscela esplosiva di insoddisfazione, disillusione e rabbia che ha provocato gravissimi incidenti a Santiago e in tutto il Cile questo giovedì  29 marzo per la commemorazione del Giorno del Giovane Combattente.
Il sottosegretario agli interni, Felipe Harboe ha informato  che 819 persone sono state arrestate, di cui 747 appartengono alla regione metropolitana,  38 poliziotti sono feriti di cui alcuni in modo grave e numerosi  danni sono stati causati alle strutture pubbliche.
Più della metà degli arrestati sono minori di età.
La giornata era iniziata con il dispiegamento di 4000 carabinieri e in un clima di repressione generale.
Alcuni Avvocati di Diritti Umani hanno accusato le Autorità e i mezzi di comunicazione di aver esaltato gli animi e provocato i cittadini già esasperati da situazioni difficili.
All’alba della giornata di giovedì carabinieri  avevano  fatto irruzione nell’Università di Santiago dove in una tesi sostenuta  anche dai media si trovavano sostanze  chimiche per la fabbricazione di bombe molotov e alcuni machetes che dovevano essere usati durante le manifestazioni.
Pronta la smentita dell’Università, le cui autorità hanno  espresso risentimento con il governo per  la  criminalizzazione che è stata fatta degli studenti e della stassa Università. La professoressa  del corso di danza africana,  Sig.ra Muunzenmeyr ha confermato che le spade erano a disposizione del corso per uno spettacolo  e che erano senza affilatura della lama, mente  i professori dei corsi di Chimica e Biologia hanno comunicato  che le sostanze chimiche erano residui di laboratorio in attesa di essere raccolti  da una ditta specializzata in smaltimento di rifiuti speciali.0046_tito_homenaje_a_los_hermanos_vergara_toledo_comuna_de_estaci_n_central
Già dall’alba del 28 marzo inoltre,   un grande dispiegamento di forze di polizia si trovava a Villa Francia,  uno dei quartieri più poveri alla periferia di Santiago,  luogo dove sempre maggiori sono stati gli scontri in passato. Posti di blocco di polizia si sono formati  anche nelle vicinanze delle abitazioni dei dirigenti sociali più conosciuti, come negli anni più bui della dittatura.
Nel corso degli scontri alcuni bus della linea del Transantiago sono stati dati alle fiamme,  così come si sono registrati casi di sospensione dell’energia elettrica dovuti probabilmente  ad alcune esplosioni. La  polizia ha risposto ai manifestanti con l’uso massiccio di gas lacrimogeni e idranti.
Senza dubbio questa è stata una delle giornate commemorative del Giorno del Giovane Combattente più violenta degli ultimi anni e dovrebbe far riflettere il fatto di come a distanza di un anno emergano tutte le ombre in un governo che pure era stato salutato come “di sinistra”  nella nuova primavera latinoamericana.
La sfida vera che Michelle Bachelet a questo punto si trova a dover affrontare sta sia nel   riuscire a recuperare fiducia e consenso  del  suo elettorato ma più ancora nel  conquistare i sentimenti dei  ceti più poveri del suo paese, degli emarginati di sempre, dei giovani e degli studenti, dei mapuche, degli operai e dei contadini e questo, a suon di arresti e dure repressioni pare oltremodo difficile.
TESTO PRESO IN PRESTITO DAL BLOG DI ANNALISA MELANDRI

Mamme e bimbi in cella: tutto il mondo è paese

24 febbraio 2009 Lascia un commento

Argentina: madri detenute con i loro bambini
Immagini del carcere femminile di Los Hornos, nei pressi di La Plata, che ospita le mamme con i figli fino a 4 anni. Nel carcere sono ospiti 63 bambini, che rimarranno insieme con le loro mamme fino all’età di 4 anni. I reati di cui sono accusate le detenute sono soprattutto legati a furti, traffico di droga e omicidi. Le condizioni di vita all’interno del carcere sono durissime. Nel 2005 una detenuta morì e altre due furono ferite gravemente a seguito di una ribellione.

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“Erano belle giornate”: i voli della morte spiegati da Silvio Berlusconi

18 febbraio 2009 1 commento

DUE VOLI A SETTIMANA, PER CIRCA DUE ANNI, CHE COME UNICA DIREZIONE AVEVANO L’OCEANO.
OCEANO DOVE SONO STATI LANCIATI 30.000 CORPI VIVI, DI PERSONE, DI OPPOSITORI  CHE PRIMA DEL VOLO ERANO STATE TORTURATE E SEVIZIATE DALLO STATO ARGENTINO.3000_muertos_desaparecidos_torturados1  ARGENTINA, fino al 1983.
SILVIO BERLUSCONI E’ STATO IN GRADO DI DIRE: “Non farò come quel dittatore argentino che faceva fuori i suoi oppositori portandoli in aereo con un pallone, poi aprivano lo sportello. Erano belle giornate, li facevano scendere dall’aereo . Andate un po’ fuori a giocare. Il che fa ridere, ma è drammatico ” 
Oggi era in prima pagina del principale giornale argentino, il quotidiano di Buenos Aires Clarin.
L’articolo, mezza pagina,  precisa che »non è chiara la ragione« per la quale Berlusconi avrebbe parlato cosi dei desaparecidos. L’articolo del quotidiano è stato ripreso dall’agenzia locale Telam ed ha subito avuto ampia eco nelle tv e gli on-line a Buenos Aires

Se ve lo volete sentire/ascoltare: “trarre il bene da ogni male”, non ci sono parole.

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