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Posts Tagged ‘Diritti umani’

Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori –LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Mistral Air: le deportazioni assicurate di Poste Italiane

27 gennaio 2014 Lascia un commento

Forse è perché oltretutto sono dipendente di Poste Italiane, ma a me ‘sta cosa che Mistral Air (compagnia aerea del gruppo Poste Italiane ) fosse estremamente attiva nella deportazione di essere umani mi ha fatto sempre incazzare non poco.
Ho avuto a che fare, per caso, durante una visita medica, anche con alcune persone che lavoravano direttamente per la compagnia, che difendevano schifosamente l’operato con frasi tipo “tanto se non lo facciamo noi lo fa un altro”, “ma sono direttive di Stato”, “ma signora, non si tratta di deportazioni”.

Si tratta proprio di deportazioni, le parole sono tante, hanno varie sfaccettature: qui la parola adatta è “deportazione”, che piaccia o no.
Perché non piace eh, se incontri i fanciullini tutti cravatta e scarpe a punta, che lavorano per società simili, determinate parole non piacciono, danno fastidio, costringono ad allentare un po’ il nodo della cravatta.
Iniziative importanti, mentre nei CIE divampa la protesta : da 3 giorni va avanti un determinato sciopero della fame e della sete nel Cie di Ponte Galeria, che ha bisogno della solidarietà attiva di tutti noi.
Questoinvece  quel che è accaduto oggi, attraverso il sito Macerie (ma lo seguite sì?)davanti a tre uffici postali di Milano.
Qui un vecchio post a riguardo: LEGGI
Sempre dal sito Macerie invece, vi consiglio di leggere il post “Sì, fuoco ai CIE”, perché sì. Punto.

Questa mattina un gruppo di solidali con le lotte dei reclusi del Cie ha dato vita a tre presidi-lampo di fronte ad altrettanti uffici postali di Porta Palazzo e della Barriera di Milano. Manifesti sulle vetrine, volantini e interventi al megafono per segnalare a clienti e impiegati che PosteItaliane, attraverso la loro controllata MistralAir, collaborano con le deportazioni dei senza-documenti. Una piccola contestazione, che però ha fatto andare in confusione gli impiegati di Porta Palazzo, che si sono barricati nell’ufficio lasciando fuori alcuni clienti e che hanno riaperto solo all’arrivo di una volante della polizia – rimasta poi di piantone fino all’orario di chiusura.
macerie @ Gennaio 27, 2014

Un appello per Abdulhadi Al Khawaja, prima che sia troppo tardi

27 aprile 2012 3 commenti

Grazie ad Annalena Di Giovanni
( per leggere altro sul Bahrain pubblicato in questo blog: QUI )

Di sciopero della fame non si muore mai. Si vince e basta. Prima o poi. Gandhi non e’ morto, ha vinto. Le suffragette, anche loro hanno vinto, e infatti oggi noi donne abbiamo diritto al voto. I prigionieri palestinesi, anche loro stanno vincendo. Di sciopero della fame non si muore.

E quindi neache Abdulhadi Al Khawaja, classe 1961, attivista e co-fondatore del Centro per I Diritti Umani in Bahrain, morira’ di sciopero della fame.

Eppure non sappiamo dove sia. Non sappiamo neanche quanto vivo sia, visto che il Governo del Baharain si rifiuta di provarlo. Abdulhadi porta avanti la sua protesta per avere diritto a un giusto processo. Gli e’ stata data la condanna all’ergastolo per reato d’opinione. Ha smesso di mangiare che era febbraio. Per tutta risposta, le autorita’ hanno di nuovo posticipato il processo di un’altra settimana. I giorni passano. Prima era il giorno numero settantasette, ieri era il numero settantotto. Il bahrain, chi lo conosce, e poi di ingiustizie e’ pieno il mondo, e insomma tanto alla fine abdulhadi, questo Gandhi arabo, mica morira’ di sciopero della fame, perche’ di scioepro della fame non si muore mai, si vince.

Giorno numero settantanove.

Il crimine di Abdulhadi e’ quello di aver speso una vita documentando e denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate in quest’isoletta nel bel mezzo del Golfo del petrolio, una briciola sulle mappe chiamata Bahrain, che conosciamo solo per la Formula Uno, perche’ ci stazionano i Marines della Quinta flotta piazzati a tener d’occhio l’Iran, e per i bordelli di Manama (la capitale) in cui i rampolli sauditi vanno a divertirsi ogni fine settimana. Pero’ questa briciola geografica ospita uno dei movimenti di resistenza passiva piu’ dignitosi, piu’ determinati e piu’ longevi del pianeta, unico in tutto il mondo arabo. Un movimento che Abdulhadi ha nutrito e ispirato per decadi, quando ha cominciato a gridare forte e chiaro dell’apartheid in vigore in Bahrain e di un re che premiava o torturava i propri sudditi in base alla confessione religiosa. Tanto e’ bastato perche’ Abdulhadi vincesse la sua fita di fuggitivo dal passaporto strappato, la schiena segnata dalle frustrate, le figlie cresciute a giro per il mondo con un documento di profughe politiche, un giorno in prigione l’altro fuori poi di nuovo in prigione e poi ancora le torture, fino a quel febbraio 2011 in cui le rivolte in Bahrain sono finalmente comparse su qualche testata internazionale, ed Abdulhadi, ritenutone colpevole, e’ stato condannato per non aver tenuto la bocca chiusa.

Ho incontrato Zeinab, la figlia di Al Khawaja, per la prima volta nel novembre 2008. Mi ha detto “Sai, una volta che conosci i tuoi diritti, diventa difficile tenere la bocca chiusa”. Semplice. Questo le ha insegnato il padre, che una volta che hai imparato cosa ti spetta, la liberta’ che hai in testa e’ l’unica cosa che conta. Nessuno te la puo’ togliere, basta che impari a non tenere la bocca chiusa. Per questo settantanove giorni fa Abdulhadi ha smesso di mangiare: perche’ voleva essere libero. Perche’ sa che una volta che ti hanno tolto la liberta’ fisica per non essere rimasto zitto, il massimo di te che possono tenersi e’ soltanto la vita. E cosi’ sono passati settantanove giorni. Pero’ ditemi voi voi cosa fareste, se sapeste che vostro padre e’ lasciato li’ a morir di fame in carcere, terreste la bocca chiusa o scendereste a urlare in strada? Cosa farete, se di sciopero della fame si muore anche?

E no, di sciopero della fame non si muore mai, Abdulhadi non morira’. Ce lo dice anche il Governo del Bahrain, che non e’ morto e che e’ in buona salute. Peccato che a dirlo siano gli stessi che hanno impedito all’ambasciatore danese – Abdulhadi ha la cittadinanza, anzi per anni quelli danesi sono stati gli unici documenti che aveva – di incontrare di persona Abdulhadi per vedere se e’ ancora vivo, lo stesso governo che spara contro un sit-in disarmato, intossica gli ospedali con tonnellate di lacrimogeni e incarcera i medici che hanno soccorso donne e banbini. Lo stesso Governo che ha sancito e santificato l’apartheid contro una maggioranza che aveva la sola colpa di non essere di religione musulmano-sunnita, che ha manipolato campagne di demonizzazione a mezzo stampa, messo i cittadini gli uni contro gli altri, venduto l’isola, torturato con elettroshock e trapano chiunque cercasse di far trapelare cosa stesse succedendo in Bahrain in questi decenni, “importato” contadini baluci dal Pakistan per armarli e mandarli a sparare nei villaggi fuori da Manama. Quello stesso Governo che di fronte all’imminente morte per sciopero della fame di Abdulhadi ha deciso di posticipargli l’udienza di un’altra settimana, che magari e’ la volta buona per levarselo di torno, lui e quel suo vizietto di non tenere la bocca chiusa. E allora, davvero non si muore di sciopero della fame? vogliamo fidarci del governo del Bahrain, o vogliamo aprire la bocca?

Settantanove giorni. Da qualche parte, nella sua cella, probabilmente dopo una buona dose di sevizie come e’ d’usanza nelle carceri del Bahrain, Zeinab conta la distanza fra le sue ore, e la morte del padre. Che tanto, di sciopero della fame non si muore mai.

Vero?

Vero. Pero’ che facciamo se poi alla fine di sciopero della fame si muore anche. Che facciamo se Abdulhadi muore di sciopero della fame, se sappiamo, e restiamo a bocca chiusa. Con che faccia ci leggeremo gli occhi, domani allo specchio, se di sciopero della fame si muore anche.

Facciamo qualcosa. Qualsiasi cosa. Non restiamo a bocca chiusa. andiamo all’ambasciata del Bahrain, invadiamo internet, facciamo pressione, Sono settantanove giorni. Settantanove. Non c’e’ piu’ tempo. Liberta’ per Abdulhadi Al Khawaja.

http://byshr.org/

http://www.bahrainrights.org/en

Grazie al blog che vi link qui e che vi consiglio: Leggi ( also for the english version)

Dal carcere alle camere di sicurezza: deliri di un neo ministro della giustizia

7 gennaio 2012 5 commenti

Una "camera di sicurezza" delle questure e caserme italiane

Bell’idea ha avuto il nostro nuovo ministro della Giustizia: ha intenzione di svuotare le carceri mandando i detenuti in attesa di giudizio dentro le camere di sicurezza presenti in caserme e questure italiane, o meglio, senza tradurre i nuovi arrestati direttamente in carcere ma tenendoli nelle caserme fino alla direttissima, quindi per circa 48 ore.
Proprio gli stessi luoghi che più volte denunciamo per la violenza con cui vengono trattati i reclusi,
che senza aver la possibilità di entrare nel sistema carcerario (pieno di doveri ma anche di diritti minimi,ogni tanto), rimangono in mani che spesso hanno solo infinita esperienza con il manganello e gli anfibi …
le camere di sicurezza non hanno nulla: non hanno finestre, non hanno bagno, non hanno acqua corrente , non hanno strutture dove poter far respirare una boccata d’aria, non hanno mense dove poter fare i pasti… ma di che parla la Guardasigilli?
Ma come le viene in mente di proporre una cosa del genere?
Sa come è fatta una cella di sicurezza? Sa che quello che appare in questa foto è il top che si può trovare perché altre sembrano segrete, tanto che per entrare devi abbassare la testa?
La signora Severino sa qual è l’odore delle camere di sicurezza?
Sa che la maggiorparte della vita di un detenuto è fatta di ginnastica, di un po’ di socializzazione e magari anche di studi, di un po’ di cibo cucinato col fornelletto al butano (l’è dura senza nemmeno finestra… poi li fate passare per suicidi quando muoiono intossicati?); in una camera di sicurezza niente di tutto ciò sarebbe possibile.
Quanta gente vuole mandare a morire, signora Ministro?
Chi passa in quelle stanze, chi subisce la violenza psicologica e spesso fisica di quei luoghi fuori dal mondo e dalla legge, respira una boccata aria pulita e fresca quando mette piede in carcere… in confronto il sovraffollato putrido balordo carcere è una vacanza…

Un articolo dettagliato a riguardo

Cina: una riforma per instaurare lo Stato di Polizia

4 settembre 2011 2 commenti

La Cina avanza a passo spedito verso il capitalismo del nuovo millennio e si conferma tra i portabandiera del massacro delle libertà individuali.

La proposta di legge fa rabbrividire ma, malgrado la notizia abbia una decina di giorni, sembra essere completamente sfuggita ai nostri eccelsi giornalisti; nessuno ne ha parlato da queste parti.
Il governo cinese vuole dare nuovi poteri alla sua polizia alla luce delle oltre 80.000 proteste l’anno -sedate con la più becera repressione- che si accavallano nello sterminato paese, mosse da minoranze che da intere comunità e categorie in lotta, di cui noi ignoriamo praticamente tutto.
Nuovi poteri per acciuffare e tenere in stato di detenzione i sospettati: un arresto “occulto” che può durare fino a sei mesi.
Praticamente è la legalizzazione del rapimento di stato: basta un sospetto e rischi fino a 6 mesi di scomparsa: ti acchiappano senza comunicare nulla alla tua famiglia, alla stampa, al mondo. Sparisci nel nulla, per lunghi sei mesi, detenuto in un luogo che non esiste.
Sarebbe una variazione della “sorveglianza domiciliare” che permetteva ad alcuni sospetti (in questi mesi c’è stata un’escalation di arresti di attivisti, dissidenti e avvocati), un sistema di controllo più leggero del carcere. Così la comunicazione alle famiglie doveva esser data entro 24 ore (anche perché l’arresto era domiciliare) e un procuratore doveva confermare lo stato di privazione di libertà entro un mese.
Modificando tutto ciò il potere repressivo nelle mani della polizia diventerebbe preoccupante: nessuna comunicazione alle famiglie “perché potrebbero ostacolare le indagini”, detenzione in luoghi completamente sconosciuti all’opinione pubblica, prolungamento a sei mesi per la convalida del fermo.
Quasi da rimpiangere la Lettre de Cachet delle monarchie francesi, in cui bastava il timbro del re per finire in gattabuia: almeno si finiva in gattabuia, qui si sparisce nel nulla …

Sri Lanka, crimini impuniti

16 giugno 2011 1 commento

Io ho impiegato più di tre ore a vedere questo video, malgrado duri cinquanta minuti.
Perché non è sopportabile. Perché troppo spesso manca il respiro e la resistenza.
E’ stato pubblicato da Peacerporter, che ringrazio infinitamente perché dona spazio ad un pezzo di mondo dilaniato che a nessuno interessa.
Perché non si può non far circolare questo documentario.

DA PEACEREPORTER
I cinquanta minuti del documentario di Channel 4 intitolato ‘Sri Lanka’s Killing Fields’, frutto di due anni di lavoro, mostrano video, foto e testimonianze inedite di combattenti e civili tamil sistematicamente giustiziati dai soldati singalesi con un colpo alla testa, molti dopo essere stati torturati e, nel caso delle donne, stuprate. Cadaveri sparsi o allineati a terra, denudati e oltraggiati dai militari, poi lanciati e accatastati sui cassoni dei camion dell’esercito, tra lo scherno e le battute a sfondo sessuale di giovani soldati trasformati in bestie.
Immagini impressionanti e disumane, la cui autenticità – come già capitato in precedenza – è stata contestata dal ministero della Difesa dello Sri Lanka, ma certificata dagli esperti del Consiglio per i diritti umani dell’Onu di Ginevra.

Dopo aver visionato il video in anteprima, il relatore speciale dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, Christof Heyns, ha dichiarato che esso ”contiene le prove definitive deicrimini” commessi dal governo di Mahinda Rakapaksa.
”Sono rimasto scioccato da queste scene orribili – ha affermato il ministro degli Esteri britannico, Alistair Burt – che costituiscono una prova evidente delle violazioni dei diritti umani su cui il governo dello Sri Lanka deve indagare, se non vuole affrontare un’azione internazionale”.
Oltre alle immagini delle esecuzioni sommarie (che iniziano dal 33esimo minuto del filmato), il documentario ripercorre le ultime drammatiche settimane di guerra (gennaio-maggio 2009), durante le quali almeno 40 mila civili tamil sono stati uccisi dalle forze singalesi comandate da Mahinda Rakapaksa e da suo fratello Gotabhaya, capo della Difesa. Gordon Weiss e Benjamin Dix, responsabili della missione Onu in Sri Lanka, raccontano alle telecamere di Channel 4 la frustrazione e la rabbia che provarono quando furono costretti dal governo di Colombo a lasciare la zona di conflitto alla vigilia dell’offensiva finale, ricordando la disperazione della popolazione che li supplicava di non abbandonarli a morte certa.
Vengono poi raccontati, con immagini e testimonianze inedite, i sistematici bombardamenti dell’esercito sulle ‘No Fire Zone’ in cui il governo aveva intrappolato centinaia di migliaia di civili tamil sfollati: bombe sulle tendopoli, bombe sugli ospedali strapieni di donne, vecchi e bambini feriti, bombe sulle colonne di profughi in fuga, bombe sulle linee dirifornimento umanitarie.
Una carneficina frutto non di errori balistici, ma di criminale pianificazione. Testimoni raccontano come le coordinate degli ospedali temporanei che la Croce Rossa Internazionale forniva ai generali singalesi per evitare che li bombardassero per errore, venivano invece usate per prendere meglio la mira: 65 granate in poche settimane, quasi ogni giorno, e quasi sempre sparate a distanza di pochi minuti, così da uccidere anche i soccorritori.
‘Sri Lanka’s Killing Fields’ – che non manca di denunciare i crimini dei guerriglieri tamil, accusati di aver usato i profughi civili come ‘scudi umani’ sparando contro chi cercava di fuggire – racconta infine il destino dei civili tamil superstiti, internati in campi militari senza cibo e cure mediche e sottoposti a torture e stupri, e l’occupazione militare cui ancora oggi sono sottoposte le regioni del nord, con notizie di abusi e soprusi di ogni genere.
”Due anni fa – è la conclusione del documentario – la popolazione civile tamil implorava la comunità internazionale di non abbandonarla ed è stata tradita. Oggi i sopravvissuti chiedono alla comunità internazionale di avere giustizia: saranno ancora abbandonati?”.
La risposta sembra contenuta nelle parole di Steve Crawshaw, dirigente di Amnesty International, anch’egli intervistato nel filmato: ”Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità per deferire alla corte internazionale dell’Aja il regime libico: il contrasto tra questo e l’assoluto silenzio e la totale inazione di fronte a decine di migliaia di morti in Sri Lanka è impressionante, inspiegabile e moralmente indifendibile”.

Enrico Piovesana

Mistral Air, del gruppo Poste Italiane: deportiamo carne umana!

21 Mag 2011 10 commenti

PUBBLICO QUESTA NOTIZIA CON UN CONATO DI VOMITO.
UN CONATO DI VOMITO CHE MI SALE OGNI VOLTA CHE PARLIAMO DI SEGREGAZIONE E DEPORTAZIONE, OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI MIGRANTI E DI QUELLA CASTA CHE SIAMO NOI AVENTI DIRITTI AD ESSER “CITTADINI”.
UN CONATO DI VOMITO PERCHE’ QUESTA COMPAGNIA AEREA, COMPLICE DELLA DEPORTAZIONE DI PERSONE CHE HANNO COMMESSO SOLAMENTE IL REATO DI MUOVERE IL LORO CORPO AL DI FUORI DELLA LORO TERRA NATALE, E’ PARTE DEL GRUPPO POSTEITALIANE, CHE CONOSCO FIN TROPPO BENE. 

Prima un pacco prioritario, poi un imbolsito cardinale, un poliziotto di guardia, poi un plico di raccomandate o un gruppo di fedeli che cantano inni oppure ancora un tunisino in via di rimpatrio imbarcato con l’inganno e guardato a vista. Su e giù intorno all’Europa e al Mediterraneo tra Lampedusa, Fiumicino, Linate, Lourdes e, ovviamente, Tunisi. Miracoli della tecnica e della faccia tosta.

Vi stiamo parlando dei voli della Mistral Air, compagnia fondata trent’anni fa da Bud Spencer e ora parte integrante del gruppo Poste Italiane. Se di notte gli aerei della compagnia si occupano soprattutto di trasportar cassoni di corrispondenza, di giorno ai cassoni vengono sostituiti i sedili e le stesse aeromobili vengono dedicate al trasporto passeggeri (volenti o nolenti). Salita agli onori delle cronache per aver incassato qualche anno fa un succulento accordo con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la multinazionale vaticana dedicata al turismo religioso, ora la Mistral Air si è aggiudicata dal ministero degli Interni la maggior parte dei trasporti di senza-documenti tunisini da Lampedusa ai Cie della penisola e poi dai Cie a Tunisi (quando a Tunisi li fanno atterrare, perché ultimamente c’è di nuovo il coprifuoco e qualche aereo ha dovuto tornarsene indietro). Insomma, la compagnia aerea delle Poste Italiane si occupa (insieme alla ceca Travel Service) delle deportazioni di massa decise da Maroni per bilanciare la concessione dei permessi temporanei che hanno svuotato Cie e Cai all’inizio del mese passato. E giacché mistral airl’affitto di un aereo della Mistral Air costa al Ministero seimila euro all’ora, il gran via-vai degli ultimi mesi ci permette di dire che le Poste hanno scalato talmente veloci la lista dell’infamia di chi lucra sull’imprigionamento dei senza-documenti da essere già fianco a fianco della Croce Rossa e di Sodexo, della Misericordia e di Connecting People, i campioni di sempre.

macerie @ Maggio 14, 2011

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