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Posts Tagged ‘Diritti umani’

Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori –LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Mistral Air: le deportazioni assicurate di Poste Italiane

27 gennaio 2014 Lascia un commento

Forse è perché oltretutto sono dipendente di Poste Italiane, ma a me ‘sta cosa che Mistral Air (compagnia aerea del gruppo Poste Italiane ) fosse estremamente attiva nella deportazione di essere umani mi ha fatto sempre incazzare non poco.
Ho avuto a che fare, per caso, durante una visita medica, anche con alcune persone che lavoravano direttamente per la compagnia, che difendevano schifosamente l’operato con frasi tipo “tanto se non lo facciamo noi lo fa un altro”, “ma sono direttive di Stato”, “ma signora, non si tratta di deportazioni”.

Si tratta proprio di deportazioni, le parole sono tante, hanno varie sfaccettature: qui la parola adatta è “deportazione”, che piaccia o no.
Perché non piace eh, se incontri i fanciullini tutti cravatta e scarpe a punta, che lavorano per società simili, determinate parole non piacciono, danno fastidio, costringono ad allentare un po’ il nodo della cravatta.
Iniziative importanti, mentre nei CIE divampa la protesta : da 3 giorni va avanti un determinato sciopero della fame e della sete nel Cie di Ponte Galeria, che ha bisogno della solidarietà attiva di tutti noi.
Questoinvece  quel che è accaduto oggi, attraverso il sito Macerie (ma lo seguite sì?)davanti a tre uffici postali di Milano.
Qui un vecchio post a riguardo: LEGGI
Sempre dal sito Macerie invece, vi consiglio di leggere il post “Sì, fuoco ai CIE”, perché sì. Punto.

Questa mattina un gruppo di solidali con le lotte dei reclusi del Cie ha dato vita a tre presidi-lampo di fronte ad altrettanti uffici postali di Porta Palazzo e della Barriera di Milano. Manifesti sulle vetrine, volantini e interventi al megafono per segnalare a clienti e impiegati che PosteItaliane, attraverso la loro controllata MistralAir, collaborano con le deportazioni dei senza-documenti. Una piccola contestazione, che però ha fatto andare in confusione gli impiegati di Porta Palazzo, che si sono barricati nell’ufficio lasciando fuori alcuni clienti e che hanno riaperto solo all’arrivo di una volante della polizia – rimasta poi di piantone fino all’orario di chiusura.
macerie @ Gennaio 27, 2014

Un appello per Abdulhadi Al Khawaja, prima che sia troppo tardi

27 aprile 2012 3 commenti

Grazie ad Annalena Di Giovanni
( per leggere altro sul Bahrain pubblicato in questo blog: QUI )

Di sciopero della fame non si muore mai. Si vince e basta. Prima o poi. Gandhi non e’ morto, ha vinto. Le suffragette, anche loro hanno vinto, e infatti oggi noi donne abbiamo diritto al voto. I prigionieri palestinesi, anche loro stanno vincendo. Di sciopero della fame non si muore.

E quindi neache Abdulhadi Al Khawaja, classe 1961, attivista e co-fondatore del Centro per I Diritti Umani in Bahrain, morira’ di sciopero della fame.

Eppure non sappiamo dove sia. Non sappiamo neanche quanto vivo sia, visto che il Governo del Baharain si rifiuta di provarlo. Abdulhadi porta avanti la sua protesta per avere diritto a un giusto processo. Gli e’ stata data la condanna all’ergastolo per reato d’opinione. Ha smesso di mangiare che era febbraio. Per tutta risposta, le autorita’ hanno di nuovo posticipato il processo di un’altra settimana. I giorni passano. Prima era il giorno numero settantasette, ieri era il numero settantotto. Il bahrain, chi lo conosce, e poi di ingiustizie e’ pieno il mondo, e insomma tanto alla fine abdulhadi, questo Gandhi arabo, mica morira’ di sciopero della fame, perche’ di scioepro della fame non si muore mai, si vince.

Giorno numero settantanove.

Il crimine di Abdulhadi e’ quello di aver speso una vita documentando e denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate in quest’isoletta nel bel mezzo del Golfo del petrolio, una briciola sulle mappe chiamata Bahrain, che conosciamo solo per la Formula Uno, perche’ ci stazionano i Marines della Quinta flotta piazzati a tener d’occhio l’Iran, e per i bordelli di Manama (la capitale) in cui i rampolli sauditi vanno a divertirsi ogni fine settimana. Pero’ questa briciola geografica ospita uno dei movimenti di resistenza passiva piu’ dignitosi, piu’ determinati e piu’ longevi del pianeta, unico in tutto il mondo arabo. Un movimento che Abdulhadi ha nutrito e ispirato per decadi, quando ha cominciato a gridare forte e chiaro dell’apartheid in vigore in Bahrain e di un re che premiava o torturava i propri sudditi in base alla confessione religiosa. Tanto e’ bastato perche’ Abdulhadi vincesse la sua fita di fuggitivo dal passaporto strappato, la schiena segnata dalle frustrate, le figlie cresciute a giro per il mondo con un documento di profughe politiche, un giorno in prigione l’altro fuori poi di nuovo in prigione e poi ancora le torture, fino a quel febbraio 2011 in cui le rivolte in Bahrain sono finalmente comparse su qualche testata internazionale, ed Abdulhadi, ritenutone colpevole, e’ stato condannato per non aver tenuto la bocca chiusa.

Ho incontrato Zeinab, la figlia di Al Khawaja, per la prima volta nel novembre 2008. Mi ha detto “Sai, una volta che conosci i tuoi diritti, diventa difficile tenere la bocca chiusa”. Semplice. Questo le ha insegnato il padre, che una volta che hai imparato cosa ti spetta, la liberta’ che hai in testa e’ l’unica cosa che conta. Nessuno te la puo’ togliere, basta che impari a non tenere la bocca chiusa. Per questo settantanove giorni fa Abdulhadi ha smesso di mangiare: perche’ voleva essere libero. Perche’ sa che una volta che ti hanno tolto la liberta’ fisica per non essere rimasto zitto, il massimo di te che possono tenersi e’ soltanto la vita. E cosi’ sono passati settantanove giorni. Pero’ ditemi voi voi cosa fareste, se sapeste che vostro padre e’ lasciato li’ a morir di fame in carcere, terreste la bocca chiusa o scendereste a urlare in strada? Cosa farete, se di sciopero della fame si muore anche?

E no, di sciopero della fame non si muore mai, Abdulhadi non morira’. Ce lo dice anche il Governo del Bahrain, che non e’ morto e che e’ in buona salute. Peccato che a dirlo siano gli stessi che hanno impedito all’ambasciatore danese – Abdulhadi ha la cittadinanza, anzi per anni quelli danesi sono stati gli unici documenti che aveva – di incontrare di persona Abdulhadi per vedere se e’ ancora vivo, lo stesso governo che spara contro un sit-in disarmato, intossica gli ospedali con tonnellate di lacrimogeni e incarcera i medici che hanno soccorso donne e banbini. Lo stesso Governo che ha sancito e santificato l’apartheid contro una maggioranza che aveva la sola colpa di non essere di religione musulmano-sunnita, che ha manipolato campagne di demonizzazione a mezzo stampa, messo i cittadini gli uni contro gli altri, venduto l’isola, torturato con elettroshock e trapano chiunque cercasse di far trapelare cosa stesse succedendo in Bahrain in questi decenni, “importato” contadini baluci dal Pakistan per armarli e mandarli a sparare nei villaggi fuori da Manama. Quello stesso Governo che di fronte all’imminente morte per sciopero della fame di Abdulhadi ha deciso di posticipargli l’udienza di un’altra settimana, che magari e’ la volta buona per levarselo di torno, lui e quel suo vizietto di non tenere la bocca chiusa. E allora, davvero non si muore di sciopero della fame? vogliamo fidarci del governo del Bahrain, o vogliamo aprire la bocca?

Settantanove giorni. Da qualche parte, nella sua cella, probabilmente dopo una buona dose di sevizie come e’ d’usanza nelle carceri del Bahrain, Zeinab conta la distanza fra le sue ore, e la morte del padre. Che tanto, di sciopero della fame non si muore mai.

Vero?

Vero. Pero’ che facciamo se poi alla fine di sciopero della fame si muore anche. Che facciamo se Abdulhadi muore di sciopero della fame, se sappiamo, e restiamo a bocca chiusa. Con che faccia ci leggeremo gli occhi, domani allo specchio, se di sciopero della fame si muore anche.

Facciamo qualcosa. Qualsiasi cosa. Non restiamo a bocca chiusa. andiamo all’ambasciata del Bahrain, invadiamo internet, facciamo pressione, Sono settantanove giorni. Settantanove. Non c’e’ piu’ tempo. Liberta’ per Abdulhadi Al Khawaja.

http://byshr.org/

http://www.bahrainrights.org/en

Grazie al blog che vi link qui e che vi consiglio: Leggi ( also for the english version)

Dal carcere alle camere di sicurezza: deliri di un neo ministro della giustizia

7 gennaio 2012 5 commenti

Una "camera di sicurezza" delle questure e caserme italiane

Bell’idea ha avuto il nostro nuovo ministro della Giustizia: ha intenzione di svuotare le carceri mandando i detenuti in attesa di giudizio dentro le camere di sicurezza presenti in caserme e questure italiane, o meglio, senza tradurre i nuovi arrestati direttamente in carcere ma tenendoli nelle caserme fino alla direttissima, quindi per circa 48 ore.
Proprio gli stessi luoghi che più volte denunciamo per la violenza con cui vengono trattati i reclusi,
che senza aver la possibilità di entrare nel sistema carcerario (pieno di doveri ma anche di diritti minimi,ogni tanto), rimangono in mani che spesso hanno solo infinita esperienza con il manganello e gli anfibi …
le camere di sicurezza non hanno nulla: non hanno finestre, non hanno bagno, non hanno acqua corrente , non hanno strutture dove poter far respirare una boccata d’aria, non hanno mense dove poter fare i pasti… ma di che parla la Guardasigilli?
Ma come le viene in mente di proporre una cosa del genere?
Sa come è fatta una cella di sicurezza? Sa che quello che appare in questa foto è il top che si può trovare perché altre sembrano segrete, tanto che per entrare devi abbassare la testa?
La signora Severino sa qual è l’odore delle camere di sicurezza?
Sa che la maggiorparte della vita di un detenuto è fatta di ginnastica, di un po’ di socializzazione e magari anche di studi, di un po’ di cibo cucinato col fornelletto al butano (l’è dura senza nemmeno finestra… poi li fate passare per suicidi quando muoiono intossicati?); in una camera di sicurezza niente di tutto ciò sarebbe possibile.
Quanta gente vuole mandare a morire, signora Ministro?
Chi passa in quelle stanze, chi subisce la violenza psicologica e spesso fisica di quei luoghi fuori dal mondo e dalla legge, respira una boccata aria pulita e fresca quando mette piede in carcere… in confronto il sovraffollato putrido balordo carcere è una vacanza…

Un articolo dettagliato a riguardo

Cina: una riforma per instaurare lo Stato di Polizia

4 settembre 2011 2 commenti

La Cina avanza a passo spedito verso il capitalismo del nuovo millennio e si conferma tra i portabandiera del massacro delle libertà individuali.

La proposta di legge fa rabbrividire ma, malgrado la notizia abbia una decina di giorni, sembra essere completamente sfuggita ai nostri eccelsi giornalisti; nessuno ne ha parlato da queste parti.
Il governo cinese vuole dare nuovi poteri alla sua polizia alla luce delle oltre 80.000 proteste l’anno -sedate con la più becera repressione- che si accavallano nello sterminato paese, mosse da minoranze che da intere comunità e categorie in lotta, di cui noi ignoriamo praticamente tutto.
Nuovi poteri per acciuffare e tenere in stato di detenzione i sospettati: un arresto “occulto” che può durare fino a sei mesi.
Praticamente è la legalizzazione del rapimento di stato: basta un sospetto e rischi fino a 6 mesi di scomparsa: ti acchiappano senza comunicare nulla alla tua famiglia, alla stampa, al mondo. Sparisci nel nulla, per lunghi sei mesi, detenuto in un luogo che non esiste.
Sarebbe una variazione della “sorveglianza domiciliare” che permetteva ad alcuni sospetti (in questi mesi c’è stata un’escalation di arresti di attivisti, dissidenti e avvocati), un sistema di controllo più leggero del carcere. Così la comunicazione alle famiglie doveva esser data entro 24 ore (anche perché l’arresto era domiciliare) e un procuratore doveva confermare lo stato di privazione di libertà entro un mese.
Modificando tutto ciò il potere repressivo nelle mani della polizia diventerebbe preoccupante: nessuna comunicazione alle famiglie “perché potrebbero ostacolare le indagini”, detenzione in luoghi completamente sconosciuti all’opinione pubblica, prolungamento a sei mesi per la convalida del fermo.
Quasi da rimpiangere la Lettre de Cachet delle monarchie francesi, in cui bastava il timbro del re per finire in gattabuia: almeno si finiva in gattabuia, qui si sparisce nel nulla …

Sri Lanka, crimini impuniti

16 giugno 2011 1 commento

Io ho impiegato più di tre ore a vedere questo video, malgrado duri cinquanta minuti.
Perché non è sopportabile. Perché troppo spesso manca il respiro e la resistenza.
E’ stato pubblicato da Peacerporter, che ringrazio infinitamente perché dona spazio ad un pezzo di mondo dilaniato che a nessuno interessa.
Perché non si può non far circolare questo documentario.

DA PEACEREPORTER
I cinquanta minuti del documentario di Channel 4 intitolato ‘Sri Lanka’s Killing Fields’, frutto di due anni di lavoro, mostrano video, foto e testimonianze inedite di combattenti e civili tamil sistematicamente giustiziati dai soldati singalesi con un colpo alla testa, molti dopo essere stati torturati e, nel caso delle donne, stuprate. Cadaveri sparsi o allineati a terra, denudati e oltraggiati dai militari, poi lanciati e accatastati sui cassoni dei camion dell’esercito, tra lo scherno e le battute a sfondo sessuale di giovani soldati trasformati in bestie.
Immagini impressionanti e disumane, la cui autenticità – come già capitato in precedenza – è stata contestata dal ministero della Difesa dello Sri Lanka, ma certificata dagli esperti del Consiglio per i diritti umani dell’Onu di Ginevra.

Dopo aver visionato il video in anteprima, il relatore speciale dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, Christof Heyns, ha dichiarato che esso ”contiene le prove definitive deicrimini” commessi dal governo di Mahinda Rakapaksa.
”Sono rimasto scioccato da queste scene orribili – ha affermato il ministro degli Esteri britannico, Alistair Burt – che costituiscono una prova evidente delle violazioni dei diritti umani su cui il governo dello Sri Lanka deve indagare, se non vuole affrontare un’azione internazionale”.
Oltre alle immagini delle esecuzioni sommarie (che iniziano dal 33esimo minuto del filmato), il documentario ripercorre le ultime drammatiche settimane di guerra (gennaio-maggio 2009), durante le quali almeno 40 mila civili tamil sono stati uccisi dalle forze singalesi comandate da Mahinda Rakapaksa e da suo fratello Gotabhaya, capo della Difesa. Gordon Weiss e Benjamin Dix, responsabili della missione Onu in Sri Lanka, raccontano alle telecamere di Channel 4 la frustrazione e la rabbia che provarono quando furono costretti dal governo di Colombo a lasciare la zona di conflitto alla vigilia dell’offensiva finale, ricordando la disperazione della popolazione che li supplicava di non abbandonarli a morte certa.
Vengono poi raccontati, con immagini e testimonianze inedite, i sistematici bombardamenti dell’esercito sulle ‘No Fire Zone’ in cui il governo aveva intrappolato centinaia di migliaia di civili tamil sfollati: bombe sulle tendopoli, bombe sugli ospedali strapieni di donne, vecchi e bambini feriti, bombe sulle colonne di profughi in fuga, bombe sulle linee dirifornimento umanitarie.
Una carneficina frutto non di errori balistici, ma di criminale pianificazione. Testimoni raccontano come le coordinate degli ospedali temporanei che la Croce Rossa Internazionale forniva ai generali singalesi per evitare che li bombardassero per errore, venivano invece usate per prendere meglio la mira: 65 granate in poche settimane, quasi ogni giorno, e quasi sempre sparate a distanza di pochi minuti, così da uccidere anche i soccorritori.
‘Sri Lanka’s Killing Fields’ – che non manca di denunciare i crimini dei guerriglieri tamil, accusati di aver usato i profughi civili come ‘scudi umani’ sparando contro chi cercava di fuggire – racconta infine il destino dei civili tamil superstiti, internati in campi militari senza cibo e cure mediche e sottoposti a torture e stupri, e l’occupazione militare cui ancora oggi sono sottoposte le regioni del nord, con notizie di abusi e soprusi di ogni genere.
”Due anni fa – è la conclusione del documentario – la popolazione civile tamil implorava la comunità internazionale di non abbandonarla ed è stata tradita. Oggi i sopravvissuti chiedono alla comunità internazionale di avere giustizia: saranno ancora abbandonati?”.
La risposta sembra contenuta nelle parole di Steve Crawshaw, dirigente di Amnesty International, anch’egli intervistato nel filmato: ”Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità per deferire alla corte internazionale dell’Aja il regime libico: il contrasto tra questo e l’assoluto silenzio e la totale inazione di fronte a decine di migliaia di morti in Sri Lanka è impressionante, inspiegabile e moralmente indifendibile”.

Enrico Piovesana

Mistral Air, del gruppo Poste Italiane: deportiamo carne umana!

21 maggio 2011 10 commenti

PUBBLICO QUESTA NOTIZIA CON UN CONATO DI VOMITO.
UN CONATO DI VOMITO CHE MI SALE OGNI VOLTA CHE PARLIAMO DI SEGREGAZIONE E DEPORTAZIONE, OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI MIGRANTI E DI QUELLA CASTA CHE SIAMO NOI AVENTI DIRITTI AD ESSER “CITTADINI”.
UN CONATO DI VOMITO PERCHE’ QUESTA COMPAGNIA AEREA, COMPLICE DELLA DEPORTAZIONE DI PERSONE CHE HANNO COMMESSO SOLAMENTE IL REATO DI MUOVERE IL LORO CORPO AL DI FUORI DELLA LORO TERRA NATALE, E’ PARTE DEL GRUPPO POSTEITALIANE, CHE CONOSCO FIN TROPPO BENE. 

Prima un pacco prioritario, poi un imbolsito cardinale, un poliziotto di guardia, poi un plico di raccomandate o un gruppo di fedeli che cantano inni oppure ancora un tunisino in via di rimpatrio imbarcato con l’inganno e guardato a vista. Su e giù intorno all’Europa e al Mediterraneo tra Lampedusa, Fiumicino, Linate, Lourdes e, ovviamente, Tunisi. Miracoli della tecnica e della faccia tosta.

Vi stiamo parlando dei voli della Mistral Air, compagnia fondata trent’anni fa da Bud Spencer e ora parte integrante del gruppo Poste Italiane. Se di notte gli aerei della compagnia si occupano soprattutto di trasportar cassoni di corrispondenza, di giorno ai cassoni vengono sostituiti i sedili e le stesse aeromobili vengono dedicate al trasporto passeggeri (volenti o nolenti). Salita agli onori delle cronache per aver incassato qualche anno fa un succulento accordo con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la multinazionale vaticana dedicata al turismo religioso, ora la Mistral Air si è aggiudicata dal ministero degli Interni la maggior parte dei trasporti di senza-documenti tunisini da Lampedusa ai Cie della penisola e poi dai Cie a Tunisi (quando a Tunisi li fanno atterrare, perché ultimamente c’è di nuovo il coprifuoco e qualche aereo ha dovuto tornarsene indietro). Insomma, la compagnia aerea delle Poste Italiane si occupa (insieme alla ceca Travel Service) delle deportazioni di massa decise da Maroni per bilanciare la concessione dei permessi temporanei che hanno svuotato Cie e Cai all’inizio del mese passato. E giacché mistral airl’affitto di un aereo della Mistral Air costa al Ministero seimila euro all’ora, il gran via-vai degli ultimi mesi ci permette di dire che le Poste hanno scalato talmente veloci la lista dell’infamia di chi lucra sull’imprigionamento dei senza-documenti da essere già fianco a fianco della Croce Rossa e di Sodexo, della Misericordia e di Connecting People, i campioni di sempre.

macerie @ Maggio 14, 2011

Il vizietto di giustiziare

2 maggio 2011 1 commento

Ci risiamo!
Il mondo si sta abituando a questo come fosse normale. È palesato da quel che sento dire sul mio posto di lavoro.
‘Bhè, se è vero quel che ha fatto!”

Metodi di esportazione di democrazia

Oh mamma, allora ormai è proprio un fattore culturale, ormai è passata, ormai è così!
Giustiziano IL nemico con un colpo in testa, come dei sicari mafiosi, e sembra tutto normale. Però leggono la Bibbia, so’ brave cristiane, so’ pure di sinistra, se glielo chiedi probabilmente ti dicono che sono contrari alla pena di morte… Eppure è normale, non c’è niente di strano nello sparare in testa alla gente. E’ normale appoggiare e sostenere eserciti che non solo usano quotidianamente armamenti vietati dalle convenzioni internazionali, non solo intossicano i territori con uranio impoverito, fosforo bianco ed altro…non solo no. Come con Saddam… Si trova il nemico e lo si ammazza.
Pum. Un colpo in testa e il problema è risolto!
Il popolino è contento! Il santo Papa ha portato fortuna, ora siamo tutti più tranquilli… Più di dieci anni di terrore nel mondo quando bastava un proiettilino in un occhio.
Il pianeta ora è esultante! Evviva i giustizieri!
Evviva il far west

ECCO POI QUANT’E’ VERA LA FOTO!

P.S. : ovviamente già è stato seppellito,  meno di otto ore dopo!
Nell’azzurro mare afgano. Un pianeta impazzito, c’è poco da fa.

Israele e l’odio contro i rifugiati africani

14 aprile 2011 2 commenti

Una storia interrante pubblicata su Al-Jazeera english, a firma Mya Guarnieri, giornalista della testata residente a Tel Aviv.
Una zoommata sullo stato di Israele che lascia da parte il conflitto arabo-israeliano e racconta
una storia diversa, che non parla nè ebraico nè arabo, ma una miriade di dialetti africani,
che all’interno del territorio israeliano cercavano rifugio.
Molti provenienti dal Sudan, raccontano il dramma della fuga dalla guerra e dai massacri, spesso giovanissim@
raccontano ad Al-Jazeera come erano rimasti stupefatti dell’accoglienza israeliana, rispetto a quella ricevuta
in altri paesi, come l’Egitto.
Ma era il lontano 1999 e le cose sono di molto cambiate per questa numerosa comunità di rifugiati,
con base nel sud del paese, intorno alla città di Eilat, sbocco sul Mar Rosso dello stato d’Israele.
I bambini sono stati tagliati fuori dalla scuola comunale; il municipio di Eilat ha esposto decine di bandiere rosse
Come parte di una campagna di aperta ostilità nei confronti degli africani presenti, campagna finanziata
con fondi pubblici e richiesta dai dipendenti statali.
La campagna ha il simpatico nome “Proteggiamo le nosre case”, a sottolineare ancora una volta lo stampino xenofobo di quello stato,
non solo contro il “nemico arabo”.
La situazione ad Eilat sta rapidamente degenerando con un aumento delle organizzazioni che tentano di negare le motivazioni per cui i rifugiati ottengono il diritto d’asilo
o di accusarli di essere affiliati di al-Qaeda o Hamas che si infiltrano nel paese.
Nell’intervistare alcuni esponenti di queste organizzazioni xenofobe, la giornalista chiede se non siano
a stampo razzista, la risposta che riceve sarebbe divertente, se non fosse una tragedia che scontano sulla pelle troppe persone:
“non possiamo essere razzisti, siamo ebrei”.
Nel frattempo però le donne e gli uomini rifugiati vengono spesso insultati o picchiati per strada,
le  bandiere rosse scelte come simbolo di quest’ennesima pagina xenofoba e razzista d’Israele sono in continuo aumento e il sospetto
che un sentimento simile dilaghi nel paese è più che fondata.”VIa da casa nostra”, “Deportate 200.000 clandestini lontani da qui”…una pagina di xenofobia che
il popolo d’Israele poteva risparmiarsi…ma ci siamo abituati.

Siria: donne a bloccar autostrade

13 aprile 2011 2 commenti

Una  giornata di lotta interamente al femminile quella di oggi in Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Aleppo e le sue donne rosse_

La prima località è stata Baida, piccolo villaggio a qualche decina di kilometri da Banias, cittadina costiera. Dalla mattinata quasi cinquecento donne sono scese in strada chiedendo la scarcerazione dei loro compagni, figli e mariti, arrestati dalle forze governative durante le precedenti manifestazioni, che in quella zona sono state forti e hanno visto cadere a terra decine di persone.
Dopo un paio d’ore dall’inizio della mobilitazione si sono spostate sull’autostrada che porta a Latakia e poi al confine turco, bloccandola. ” Le donne di Baida stanno bloccando l’autostrada, vogliono indietro i loro uomini” è stato il lancio dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. In queste settimane, nel solo villaggio che oggi manifestava, sono stati arrestati 200 residenti e due persone sono rimaste uccise durante gli scontri.
Dall’inizio delle proteste contro il presidente Bashar al-Assad e tutto il potere che detiene nelle mani, i morti ufficiali sono duecento: il governo continua a bombardare la popolazione dicendo che il tutto è opera di “infiltrati” provenienti dall’estero che vogliono destabilizzare il potere.

Centinaia di altri ” infiltrati”, in gran parte studenti, hanno invece manifestato nella città settentrionale di Aleppo, seconda per importanza e numero di abitanti nel paese. Nel campus che circonda la facoltà di lettere studenti e forze di sicurezza si sono scontrati per molto tempo, prima che i gas disperdessero tutto: si parla di soli quattro arresti, almeno sulla stampa ma molte testimonianze parlano di pestaggi selvaggi portati avanti da agenti in borghese. A cui dopo poco si son aggiunti dei “civili”, sostenitori del regime. Le manifestanti fermate sono state rilasciate poco dopo.

Anche l’università di Damasco ha vissuto diversi momenti di mobilitazione in giornata.

GAZA: pubblicato il rapporto Goldstone in italiano

11 marzo 2011 4 commenti

Le parole “missione d’inchiesta” come anche “nazioni unite” sanno di ridicolo ormai, a maggior ragione se parliamo di Medioriente o di qualunque cosa abbia a che fare con lo stato d’Israele… ma insomma… questa è la traduzione in italiano del rapporto Goldstone, redatto dopo la guerra mossa dallo Stato ebraico contro la Striscia di Gaza tra dicembre 2008 e il gennaio successivo, quella detta dall’esercito israeliano “Operazione piombo fuso“. Di quell’operazione non possiamo dimenticare l’uso costante di armi vietate dalle convenzioni internazionali come il fosforo bianco, le bombe a frammentazione, le munizioni Dum Dum, le bombe D.I.M.E e tanto altro, che hanno portato alla morte di più di 1400 persone e che avvelenano il suolo di Gaza e tutti coloro che lo popolano.
Grazie ai traduttori, che ci rendono più facile la lettura

La tortura in Egitto, ecco una sfilza di corpi

8 marzo 2011 Lascia un commento

Amnesty International dopo aver preso visione di queste immagini ha immediatamente avvertito e sollecitato le autorità egiziane perchè si avvii immediatamente un’indagine su scatti che mostrano decine di corpi di detenuti del carcere di al-Fayoum (nel deserto egiziano, ad un centinaio di kilometri da Il Cairo) apparentemente morti dopo tortura. I video sono stati girati tutti e tre nell’obitorio di Zenhoum l’8 febbraio di quest’anno, a rivoluzione in corso, da Malek Tamer, fratello di uno di quei corpi torturati e poi uccisi. Amnesty racconta dalle pagine del suo sito che Malek si era recato in obitorio perché avvertito da un amico, che aveva riconosciuto il fratello tra quei corpi, tutti con il nome attaccato sulla fronte con un pezzo di carta. Le immagini testimoniano, attraverso le ferite presenti sui cadaveri, delle torture subite prima di essere uccisi ed ora le autorità egiziane dovranno aprire un’inchiesta per stabilire le circostanze della morte di tutti e 68.
Questo numero è quello riportato nella lista presente nell’obitorio di Al-Fayoum, uno dei penitenziari più grandi del paese. La maggior parte delle ferite visibili sono su testa, bocca ed occhi, alcuni hanno bruciature o colpi di arma da fuoco ed alcuni le dita delle mani amputate e quelle dei piedi prive di unghie..

Malek Tamer, all’interno dell’obitorio era con Mohamed Ibrahim Eldesouy, il cui fratello è stato ritrovato lì: entrambi sono stati visti l’ultima volta il 30 gennaio, quando sono stati trattenuti dall’esercito in stato. La comunicazione data alle famiglie era per entrambi la stessa: avrete informazioni sul luogo di detenzione del vostro familiare entro due giorni presso il dipartimento penitenziario gestito dal ministero dell’interno. Una settimana dopo eccoli spuntare morti all’obitorio: il certificato di morte parla di soffocamento per uno e di cause da accertare per l’altro.
Delle quasi ventiduemila persone evase o fuggite durante i giorni della rivoluzione, più della metà sarebbe stato riarrestato o si sarebbe ricostituito, stando alle notizie di Amnesty International

 

Tunisia (3): morti su morti, anche oggi. Un bollettino agghiacciante

13 gennaio 2011 2 commenti

Mentre il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali fa annunciare al suo primo ministro che si provvederà ad abbassare i prezzi di quei prodotti base che in questi ultimi giorni sono vertiginosamente aumentati, la situazione degenera ancora una volta. Le notizie si susseguono frettolose…Appena un’oretta fa si cominciava a parlare di fumi provenienti da barricate nel centro di Tunisi e anche del fischio di qualche pallottola, ora invece i bollettini hanno altre parole d’ordine, ogni momento più drammatiche. La polizia sta aprendo il fuoco contro un folto gruppo di manifestanti in Rue de la Libertè e in Rue Palestine (proprio così) in pieno centro e contemporaneamente sta blindando interi quartieri della capitale, come nella zona di via La Fayette. In pochi minuti siamo già ad altri due morti da aggiungere alla lunga lista pubblicata poco fa ed un ferito in condizioni drammatiche: tutti sembrerebbero essere stati colpiti in avenue de Lyon, così riferisce da pochi minuti FrancePresse.

Nelle ultime ore invece arrivano diverse notizie dalla città di Gafsa e altre, più drammatiche da Gabes.

Una violenta manifestazione in quest’ultima città (importante centro minerario del paese) avrebbe già un bilancio di 6 morti. Da Gafsa ci arrivano notizie attraverso le parole di un sindacalista in collegamento telefonico con al-Jazeera “«In questo momento la città di Gafsa versa in uno stato di anarchia completa con bande che stanno saccheggiando liberamente i negozi del centro. Questa mattina c’era stata una manifestazione sindacale caricata dalla polizia che è intervenuta con il lancio di gas, ferendo 4 persone – ha affermato – subito dopo la polizia si è ritirata e sono giunte in città bande di incappucciati che stanno saccheggiando i negozi». Secondo il sindacalista «si tratta di bande organizzate e legate al governo perché hanno come obiettivo quello di screditare il movimento di protesta e di portare il terrore tra i cittadini».

Io quando posso provo ad aggiornare

Tunisia…siamo arrivati a 66 morti

13 gennaio 2011 5 commenti

Ci sono 58 nomi e cognomi, quindi almeno questo numero purtroppo si può confermare. Cinquantotto morti ammazzati dalle pallottole e dalla repressione del governo, della polizia e dell’esercito tunisino, dall’inizio dei tumulti contro il carovita, iniziati il 17 dicembre scorso.
E’ al-Arabiya che, citando fonti di alcune organizzazioni per i diritti umani tunisine, ci racconta nome per nome gli ultimi minuti di questi giovanissimi uccisi. E’ lo stesso Souhayr Belhassen, presidente del FIDH (Federazione internazionale delle leghe dei diritti dell’uomo) a dirci che a questo bilancio vanno aggiunti altri otto nomi, di persone uccise nel corso della lunga notte precedente, nella periferia di Tunisi.
Oggi ci sono stati diversi momenti di scontri finchè l’esercito non ha deciso di battere in ritirata lasciando nel centro città la gestione alle poche camionette di polizia posizionate nei punti nevralgici: poco fa è ricominciato un finto lancio di lacrimogeni intorno a Rue de Rome dove centinaia di manifestanti stavano tentando di arrivare ad Avenue Bourguiba. La situazione più critica stamattina sembra essere a Biserta, città vicino a Tunisi dove l’esercito è schierato per le strade da ieri sera in modo massiccio: le agenzie di tutto il mondo non fanno altro che battere notizie sui saccheggi che sono avvenuti nella cittadina appena la polizia s’è ritirata per lasciare mano libera all’esercito, che non sta ancora intervenendo.
Poco dopo però (lo riferisce l’Ansa) alcune decine di giovani hanno formato un corteo spontaneo per tentare di fermare i saccheggi e la distruzione dei negozi: molti tra la popolazione sostengono che siano stati organizzati e pianificati dalla polizia, «Non vogliamo saccheggi, la polizia è andata via perchè qualcuno li potesse fare. Noi non vogliamo saccheggi, sono atti premeditati». Non fanno altro che ripetere questo.
Sousse invece, terza città del paese, posizionata sulla costa mediterranea, sta vivendo un partecipato sciopero generale, indetto dai sindacati di Ugtt a sostegno del movimento di protesta che sta infiammando la Tunisia: domani a Tunisi sono previste due ore di sciopero generale. La rivolta sta avvolgendo anche località famose perchè importanti centri turistici: ieri anche ad Hammamet si sono registrati due morti, mentre a La Marsa e Sidi Bou Said la situazione sta rapidamente precipitando. Forse con questi nomi e queste località in fiamme il mondo si accorgerà di qualcosa.
Yalla Shabab, non vi lasciamo soli

AGGIORNAMENTI QUI

Strage di civili nel Delta del Niger

4 dicembre 2010 Lascia un commento

E’ strage vera e propria in Nigeria, nella regione del Delta del Niger, roccaforte dei ribelli del Delta del Niger.

L’incursione dell’esercito è stata decisamente pesante e le notizie che arrivano nel nostro occidente completamente mediatizzato sono contrastanti e vaghe. Misna ci parla di bombardamenti da ieri mattina e di 50 morti bruciati vivi dentro le case nel villaggio di Ayakoromo: l’unità speciale dell’esercito cerca i ribelli bruciando vive famiglie.
L’Ansa riferisce di 150 vittime civili,
L’obiettivo principale dell’incursione era catturare John Togo, uno dei principali comandanti militari della Forza di liberazione del Delta del Niger (Ndlf), organizzazione che, al contrario del Mend, non ha aderito al programma di amnistia avviato lo scorso anno dal governo. Il quotidiano nazionale nigeriano The Vanguard invece minimizza l’azione delle squadre speciali, parlando di appena quattro morti in villaggi usati come base dal gruppo ribelle.
Basta, poco altro si riesce a sapere da quelle terre lontane e fertili, dove il petrolio sgorga come il sangue dei civili, vittime di uno sfruttamento territoriale che sta risucchiando le energie di un’intera popolazione.

 

Uomini che uccidono le donne: Medioriente e Sudest asiatico

10 novembre 2010 Lascia un commento

UN ARTICOLO DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!
QUELLO CHE SI PUO’ DEFINIRE GIORNALISMO…COMPLIMENTI A ROBERT FISK, COME SEMPRE.
QUESTO LUNGO ARTICOLO E’ VERAMENTE INTERESSANTE

Uomini che uccidono le donne
di Robert Fisk The Independent, 7 settembre 2010

Una tragedia, un orrore, un crimine contro l’umanità. I particolari degli omicidi – donne decapitate, bruciate, lapidate, pugnalate, folgorate, strangolate e seppellite vive per lavare “l’onore di famiglia” – sono terrificanti. Le ultime statistiche mondiali pubblicate dall’Onu nel 2007 parlano di circa cinquemila morti all’anno, ma in Medio Oriente e nel sudest asiatico molte associazioni di donne sospettano che le vittime siano al meno quattro volte di più.

Foto di Valentina Perniciaro _Bismillaaaaaaah_

L’Independentha condotto un’indagine durata dieci mesi in Giordania, Pakistan, Egitto, Gaza e Cisgiordania per rac contare questi crimini, che riguardano soprattutto donne giovanissime, spesso adolescenti. Tra le vittime ci sono anche degli uomini e, sebbene i giornalisti la descriva no come un’usanza prevalentemente musulmana, i delitti d’onore avvengono anche nelle comunità cristiane e indù.

Il concetto di “onore” (ird in arabo ) – l’onore della famiglia e della comunità -va al di là della religione e trascende la pietà umana. Le volontarie che lavorano nelle organizzazioni peri diritti umani, ad Amnesty International, nelle associazioni delle donne, e negli archivi dei mezzi d’informazione, ci dicono che la strage delle innocenti accusate di aver disonorato la famiglia si aggrava ogni anno che passa.
I delitti d’onore sono frequenti soprattutto tra i kurdi dell’Iraq, tra i palestinesi della Giordania, in Pakistan, e in Turchia. Forse però questa sproporzione dipende dal fatto che in alcuni Paesi la stampa è più libera di denunciare e compensa la segre tezza che circonda gli stessi delitti in Egitto, dove il governo nega che esistano, e in altri Paesi del Golfo e del Medio Oriente. Da molto tempo i delitti d’onore sono aumen tati anche in Occidente: in Gran Bretagna, in Belgio, in Russia, in Canada. In molti Pa esi del Medio Oriente, le autorità sono complici dì questi crimini, e riducono o addirittura annullano le condanne degli assassini se le donne fanno parte della famiglia, oppure classificano gli omicidi come suicidi per evitare i processi.

E’ difficile mantenere la calma di fronte all’elenco sterminato dei delitti d’onore. Come si deve reagire davanti a un uomo che violenta la figlia e poi, siccome è rimasta incinta, la uccide per salvare l’onore della famiglia, come è successo in Egitto?

Medine Mehmi, una ragazza turca di sedici anni della provincia dì Adiyaman, a febbraio è stata sepolta viva sotto un pollaio dal padre e dal nonno perché “aveva amici maschi”.
Aisha Ibrahim Duhulow aveva 13 anni nel 2008 quando, dopo esser stata accusata di adulterio, è stata trascina ta in una buca scavata nel terreno, sepolta fino al collo, e lapidata da cinquanta uomini. Il suo crimine? Essere stata violentata da tre uomini.

A Daharki, in Pakistan, una ragazza è stata uccisa dai familiari mentre partoriva il suo secondo figlio. Prima di essere massacrata con un’ascia, le hanno tagliato il naso, le orecchie, e le labbra. Il primo bambino, ancora piccolo, è stato trovato morto tra i suoi vestiti. La testa del neonato spuntava appena, mentre il torso era ancora nell’utero. I tre cadaveri erano in stato avanzato di decomposizione. Alcune donne volevano seppellirli, ma un religioso musulmano si è rifiutato di pronunciare una preghiera per loro perché trattandosi di una “donna maledetta e dei suoi figli illegittimi” sarebbe stato un atto empio.
Nell’agosto del 2008, in Belucistan, cinque donne sono state sepolte vive per aver commesso reati contro l’onore delle fami glie. Hamida, Rahima, e Fauzia erano adolescenti. Degli uomini le hanno picchiate, gli hanno sparato, e le hanno gettate ancora vive in una fossa dove le hanno coperte di pietre e di terra. Altre due donne, di 45 e di 38 anni, hanno fatto la stessa fine per aver protestato. Le più giovani erano colpevoli di aver voluto sposare uomini non scelti dalle loro famiglie. Un parlamentare pachistano, Israrullah Zehri, ha dichiarato in aula che quegli omicidi facevano parte “di una tradizione secolare che bisogna continuare a difendere”.

Foto di Valentina Perniciaro _maternità sciita_

Nel dicembre del 2003 Multan, ancora in Pakistan, una ragazza di 13 anni, Afsheen, è stata assassinata dal padre perché, dopo un infelice matrimonio combinato, era fuggita con un altro uomo, Hassan. Afsheen veniva da una famiglia istruita di ingegneri e avvocati, “Le ho messo dei sonniferi nel tè e poi l’ho strangolata col dupatta (una lunga sciarpa che fa parte del costume tradizionale delle pachistane) “, ha confessato il padre alla polizia. “L’onore è l’unica cosa che conta per un uomo. Era la mia figlia preferita. Sento ancora le sue grida e avrei voglia di tagliarmi le mani e di farla finita”. I parenti avevano trovato Afsheen a Rawalpindi in compagnia di Hassan, e le avevano promesso che se fosse tornata a casa non le avrebbero fatto nulla. Mentivano.


Giovanissime

In Pakistan in base alle leggi del qisas(il ter mine arabo con cui si definisce la legge del taglione) i parenti della vittima possono decidere di perdonare il suo assassino. Nel giugno del 2002, a Bara Kau, Zakir Hussain Shah ha tagliato la gola alla figlia diciottenne Sabiha perché aveva “disonorato” la famiglia. Poi la madre e il fratello di Sabiha lo hanno perdonato ed è stato scarcerato.

Più di dieci anni fa, la commissione pachistana per i diritti umani registrava mille delitti d’onore all’anno. La seconda in classifica dietro il Pakistan è la Turchia, anche se si deve tener conto del fatto che le autorità degli altri Paesi mentono quando di chiarano che da loro queste cose non succedono. La polizia turca ha dichiarato che tra il 2000 e il 2006 sono state uccise per motivi di onore 480 donne, un quinto delle quali fra i 19 e i 25 anni di età. Da altre statistiche rese pubbliche cinque anni fa in Tur chia da alcune associazioni per la difesa dei diritti delle donne risulta che ogni anno vengono sacrificate in nome dell’onore almeno 200 vittime. Ma ormai queste cifre sono superate e sono molto inferiori alla realtà.

Buona parte dei delitti d’onore sono commessi nelle regioni a maggioranza kurda. Secondo un sondaggio, il 37 per cento dei cittadini di Diyarbakir nel Kurdistan turco approva l’uccisione delle donne colpevoli di avere relazioni extraconiugali. Nel 2006 le autorità della zona kurda dell’Anatolia sudorientale registravano almeno una volta al mese il caso di una donna che tentava il suicidio per ordine della famiglia.

Derya, una ragazza di diciassette anni che si era innamorata di un compagno di scuola, ha ricevuto sul cellulare un sms del lo zio che diceva: “Hai infangato il nome della nostra famiglia. Per lavare l’onta, ucciditi, prima che ci pensiamo noi”. Anche la zia di Derya era stata uccisa dal nonno per gli stessi motivi. Cosi la ragazza ha cercato di eseguire l’ordine dei parenti: si è gettata nel Tigri, ha cercato di impiccarsi, e si è tagliata i polsi, ma è sopravvissuta. A quel punto si è rifugiata in una casa di accoglienza per donne scappate dalla famiglia.

Il giornalista turco Mehmet Farac, nel suo libro dal titolo Women in the Grip of Tribal Customs, (Donne nella morsa delle usanze tribali), ricorda l’omicidio di cinque ragazze avvenuto nella provincia di Sanliurfa alla fine degli anni Novanta. Due di loro (una aveva appena dodici anni) erano state sgozzate sulla pubblica piazza, altre due erano state schiacciate da un trattore, e alla quinta aveva sparato il fratello minore. Una di quelle sgozzate si chiamava Sevda Gok: mentre il cugino adolescente le tagliava la gola, i fratelli la tenevano ferma.

Uccidere le donne per difendere l’onore è una prassi diffusa nelle zone rurali del Paese, ma non è una prerogativa esclusiva dei kurdi. Nel 2001 Sait Kina ha pugnalato a morte la figlia tredicenne perché aveva parlato con dei ragazzi per la strada. L’ha assalita nel bagno con un’ascia e un coltello da cucina. I poliziotti che hanno ritrovato il cadavere hanno notato delle ferite talmente profonde che per tenere insieme il corpo della ragazza hanno dovuto avvolgere il suo corpo con una sciarpa. Alla polizia, Sait Kina ha dichiarato:”Ho fatto il mio dovere”. Sempre nel 2001 un tribunale di Istanbul ha ridotto l’ergastolo a cui erano stati condannati tre fratelli che avevano gettato la sorella da un ponte dopo averla accusata di essersi prostituita. La corte ha infatti concluso che l’omicidio era stato “provocato” dal comportamento di lei.


Incidenti domestici

Aso Kamal,un kurdo-britannico impegnato in campagne di sensibilizzazione dei kurdi iracheni per conto della rete antiviolenze Doaa, sostiene che tra il 1991 e il 2007, solo nelle tre province kurde dell’Iraq, sono state assassinate 12.500 donne, di cui 350 nei primi sette mesi del 2007. Il dato più sconcertante è che solo cinque assassini sono stati condannati. Molte donne ricevono dai familiari l’ordine di suicidarsi ustionandosi con l’olio da cucina. Nel 2007, nell’ospedale di Sulaimaniyah, i medici hanno curato molte donne per ustioni gravissime che mai avrebbero potuto essere state provocate da incidenti domestici, come invece sostenevano le vittime.

Foto di Valentina Perniciaro _NO!_

Sirwa Hassan è morta per aver riportato ustioni sull’86 per cento del corpo. Era kurda, madre di 3 figli, e abitava in un villaggio vicino al confine con l’Iran. Nel 2008 un funzionario sanitario di Sulamaniyah ha dichiarato all’agenzia stampa AFP che nel mese di maggio, nel giro di 10 giorni, 14 giovani donne erano state uccise per motivi d’onore. Nel 2000 le autorità kurde di Sulaimaniyah avevano decretato che “il pretesto di lavare un’onta non può costituire una circostanza attenuante nei casi di omicidio o maltrattamento delle donne”. Perciò è stato deciso che i tribunali non potevano più applicare la vecchia legge del 1969 che consentiva degli sconti di pena per i colpevoli. Ma la nuova legge non ha cambiato le cose.

In Iraq i delitti d’onore non riguardano solo i kurdi. Nel 2008 la polizia di Bassora segnalava 15 casi al mese di donne uccise per aver “violato le usanze islamiche in ma teria di abbigliamento”. Due anni fa una diciassettenne, Rand Abdel Qader, è stata ammazzata di botte dal padre perché si era presa una cotta per un soldato britannico. Un’altra ragazza, Shawbo Ali Rauf, 19 anni, è stata uccisa dai familiari con sette colpì di pistola durante un picnic a Dokan: nel suo cellulare era stato trovato il numero di uno sconosciuto.


Comportarsi bene

Secondo alcune organizzazioni giordane impegnate nella difesa dei diritti delle don ne, i delitti d’onore sono più frequenti nelle comunità cristiane che nelle comunità mu­sulmane. Spesso le vittime sono proprio delle donne cristiane che vogliono sposare dei musulmani. La comunità cristiana, però, rifiuta di parlare dell’argomento e quindi la maggior parte dei casi noti riguardano omicidi commessi da uomini musulmani. Nel 1999 un tizio di nome Sirhan si è vantato della bravura con cui ha ucciso sua sorella Suzanne di sedici anni: le ha sparato quattro colpi alla testa tre giorni dopo che la ragazza ha denunciato alla polizia di essere stata violentata. “Ha sbagliato, anche se non era colpa sua”, ha dichiarato il fratello, “in ogni caso meglio che muoia una persona sola, piuttosto che tutta la famiglia per la vergogna”. Da allora si è rotto il silenzio sui delitti d’onore. La famiglia reale giordana li ha condannati e il governo ha cominciato lentamente a combatterli inasprendo le pene.

Fino a poco tempo fa i tribunali giordani si mostravano ancora molto clementi con i responsabili dei delitti d’onore. Nel marzo del 2008 il tribunale penale di Amman ha condannato a 6 e 3 mesi di carcere due uomini che in un raptus d’ira avevano ucciso rispettivamente la moglie e la sorella. Nel primo caso, il marito aveva trovato sua moglie in casa in compagnia di un uomo e sospettava che i due avessero una relazione. Nel secondo caso, il colpevole aveva sparato alla sorella di 29 anni perché era uscita dì casa senza chiedere il permesso del marito. Ad agosto, invece, il tribunale penale dì Amman ha condannato a dieci anni di carcere un uomo che aveva ucciso la sorella. La difesa costruita sulle ragioni d’onore è stata respinta, ma solo perché non c’erano testimoni che confermassero l’accusa di adulterio mossa dall’assassino nei confronti della vittima.

Nei territori palestinesi, Human Rights Watch accusa il sistema giudiziario di non fare abbastanza per proteggere le donne di Gaza e della Cisgiordania dagli omicidi d’onore. Nel 2009 a Gaza un uomo è stato arrestato per aver picchiato a morte la figlia con una catena di ferro dopo aver scoperto che la ragazza possedeva un cellulare. L’uomo temeva che la figlia lo usasse per parlare con uomini estranei alla famiglia. Poco dopo, però, nonostante l’omicidio, il padre è stato rilasciato.

Anche in Paesi liberali come il Libano ogni tanto ci sono dei delitti d’onore. Il caso più clamoroso è quello di Mona Kaham, 31 anni, sgozzata dal padre nella sua camera da letto perché aveva scoperto che il cugino l’aveva messa incinta. Il padre omicida si è costituito al commissariato di Roueiss, alla periferia sud di Beirut, con il coltello ancora in mano e ha detto ai poliziotti: “Ho la coscienza pulita”. Da un sondaggio d’opinione è emerso che il 90,7 per cento dei li banesi è contrario ai delitti d’onore e, tra i pochi favorevoli, c’è chi pensa che questo tipo di omicidio possa essere utile per limitare il numero dei matrimoni misti. La situazione della Siria somiglia a quella del Libano. Ci sono gruppi di attivisti dei diritti civili che invocano l’inasprimento della legislazione nei confronti di chi uccide una donna per motivi d’onore, ma il governo si è limitato a portare a due anni di carcere la pena per l’uomo che uccide la moglie adultera.

Foto di Valentina Perniciaro _tesori mediorientali_

In Iran e in Afghanistan gli omicidi per motivi d’onore sono spesso provocati dalle faide tribali. In Iran, per esempio, un funzionario della provincia di Khuzestan, abitata da una consistente minoranza araba, ha dichiarato nel 2003 che in due mesi 45 donne erano state uccise per onore e che nessuno dei colpevoli era stato punito. Tutte le vittime avevano rifiutato matrimoni combinati o erano sospettate di avere avuto contatti con uomini estranei alle loro famiglie. In India una coppia di fidanzati indù, Yogesh Kumar e Asha Saini, è stata assassinata dalla famiglia della futura sposa perché il suo promesso sposo era di una casta inferiore – i due sono stati legati e uccisi con una potente scossa elettrica.

In Cecenia, Ramzan Kadirov, il presidente scelto dai russi, da tempo incoraggia attivamente gli uomini a uccidere per questioni d’onore.Quando a Grozny sono state trovate uccise sette donne, assassinate con colpi d’arma da fuoco nella testa e nel petto, Kadirov ha dichiarato che erano state uccise perché conducevano “una vita immorale”. Nel commentare la notizia di una giovane che aveva chiamato la polizia per lamentarsi degli abusi del padre, il presidente ceceno ha suggerito che l’uomo avrebbe dovuto uccidere la figlia: “Se non la fa fuori, che razza d’uomo è?”.
Ma veniamo all’Occidente. Qui a volte le famiglie immigrate si portano dietro, insieme ai bagagli, le tradizioni crudeli dei loro villaggi. A San Pietroburgo un immigrato azero è stato accusato di aver assoldato dei sicari per uccidere la figlia perché “non rispettava le tradizioni nazionali” e portava la minigonna. Nella periferia di Toronto, Kamikar Kaur Dhillon ha tagliato la gola alla nuora Amandeep perché voleva lasciare suo figlio, forse per un altro uomo. Il suocero omicida ha dichiarato alla polizia canadese che una separazione avrebbe attirato la vergogna sulla famiglia. A Londra una sikh del Punjab, Surjit Athwal, è stata uccisa per volontà della suocera perché aveva tentato di fuggire da un marito violento. Tulay Goren, una quindicenne kurda di origine turca che abitava nel nord di Londra, è stata torturata e uccisa dal padre, musulmano sciita, perché voleva sposare un sunnita. Scotland Yard ha ammesso molto tempo fa che avrebbe dovuto riaprire le indagini su oltre cento casi (alcuni risalgono a più di dieci anni fa) di donne che hanno avuto una morte violenta. Oggi si pensa che siano state vittime di delitti d’onore.


In cassaforte

Alcuni anni fa in Pakistan, in quella che all’epoca si chiamava la provincia della Frontiera di Nordovest, un anziano capo locale mise due banconote sul tavolo che ci separava, una da cinquanta rupie e l’altra da cento. “Ora mi dica”, chiese Rahat Gul, “quale delle due ha più valore?”. Poi perse la pazienza e prese la banconota da cento rupie. “Venga con me”. Si alzò e mi guidò lungo uno stretto corridoio fino a una piccola stanza da letto. C’era una branda, una radio militare e, in fondo, una gigantesca cassaforte inglese. Trafficò con la combinazione, aprì la porta di ferro, mise dentro la banconota e la richiuse. “È come una donna”, disse. “Dev’essere protetta, perché è più preziosa di noi”.

Secondo lui sarei dovuto rimanere colpito dall’importanza che attribuiva alle donne. Quello che mi aveva colpito, invece, era il fatto che il valore che attribuiva alle donne era solo di tipo economico, e questo potrebbe essere uno dei motivi della misoginia che scatena i delitti d’onore.

“Quando scriverai dei delitti d’onore succederanno due cose”, mi ha detto un vecchio amico egiziano ad Alessandria. “Prima diranno che te la prendi con i musulmani, anche se tutto questo non ha niente a che vedere con l’Islam. E poi ti accuseranno di aver attaccato l’Egitto, la Giordania, il Pakistan, o la Turchia”. Staremo a vedere.

Nell’ufficio di Ahmed Najdawi, un anziano avvocato giordano, le pareti sono decorate con le fotografie del suo eroe, Saddam Hussein. C’è perfino una foto di Saddam che gli stringe la mano. Ad Amman l’ex leader iracheno è ancora un eroe per molti. Ahmed Najdawi spesso difende in tribunale i responsabili dei delitti d’onore, uomini che hanno ucciso la moglie, una figlia o una sorella. È convinto che a questo problema sia stata data troppa importanza per motivi politici, perché “i musulmani sono un bersaglio facile”. Succede in tutto il mondo, dice, soprattutto nelle culture orientali. Mi parla dell’impero Ottomano, che ha formulato “leggi primitive per difendere usanze primitive”, e dice che “le usanze sono più forti delle leggi”.

So già cosa mi dirà. In passato non trattavamo così le donne anche noi occidentali? “In Europa mandavano al rogo le adultere”. Sì, è vero. E fino a non molto tempo fa in Gran Bretagna le donne nubili che rimanevano incinte venivano rinchiuse in manicomio. Tornato a Beirut, apro la mia vecchia copia delle opere di Shakespeare alla più cruenta delle sue tragedie, Tito Andronico. Lavinia, la figlia del protagonista, è stata violentata e mutilata, e Andronico sta pensando di ucciderla per riscattare il suo onore.

Tito: “Fece bene l’impetuoso Virginio quando uccise la figlia con la propria destra perché era stata violentata, insozzata e deflorata?”.
Saturnino: “Fece bene, Andronico. La fanciulla non doveva sopravvivere alla vergogna e con la sua presenza rinnovare il dolore di lui. Quindi il destino di Lavinia è segnato”.

Foto di Valentina Perniciaro MENO FAMIGLIA!

Tito: “Muori, muori, Lavinia, che la tua vergogna muoia con te, e con la tua vergogna il dolore del padre tuo!”.

Ma il dolore del padre muore? “Resta il rimorso”, dice Najdawi. “Questi delitti so no istigati dalle convenzioni sociali. Ma con il passare del tempo gli uomini provano ri morso. Nessuno uccide la moglie, la sorella o la figlia senza poi provare rimorso”.

Niente si avvicina di più alla tragedia di Tito Andronico delle storie degli stupri di gruppo commessi dai militari statunitensi ad Abu Ghraib. Le ho sentite ripetere tante volte ad Amman, e una mia fonte molto affidabile di Washington mi ha assicurato che sono vere. È per questo, dice, che Barack Obama ha rinunciato all’idea di rendere pubbliche le fotografie che George Bush si era rifiutato di mettere in circolazione. Quelle che abbiamo visto sono già abbastanza vergognose. Ma quelle che non ab biamo visto mostrano i soldati americani che violentano le donne irachene.

Lima Nabil, una giornalista che oggi dirige un centro di accoglienza per ragazze costrette a fuggire di casa, dice che ad Abu Ghraib le donne sono state torturate molto più degli uomini. In prigione, quasi tutte le donne sono state violentate. Alcune quando sono uscite erano incinte e le loro famiglie le hanno uccise per cancellare la vergogna. Lima ha scritto molti articoli sui delitti d’onore in Giordania e come altri giornali sti ha ricevuto delle minacce.

“La legge è appena stata emendata, adesso prevede l’uguaglianza tra uomini e donne nelle questioni d’onore. Dice che la donna deve essere trattata nello stesso mo do se uccide il marito”, spiega l’avvocato Najdawi. “Se un marito uccide la moglie, in ogni caso è considerato omicidio intenzionale e non possono dargli meno di dieci anni. Nonostante le attenuanti rimane un omicidio intenzionale”. Per questo i tribunali giordani stanno comminando pene di 14 anni agli uomini che uccidono per onore, chiedendo che scontino la condanna per intero.

Lima Nabil mi racconta una storia che ho sentito anche da altri tre giornalisti e da alcune ong di Amman. Nella città di Madabad una donna ha lasciato il marito per l’amante e sono andati insieme dal capo della tribù per impedire che la famiglia in vocasse il delitto d’onore, “II capo ha concesso il divorzio al marito e ha ordinato alla donna di sposare l’amante”, dice. “Poi per compensare ha ordinato alla sorella dell’amante di sposare il marito abbandonato”. Così la legge tribale ha evitato un omicidio, ma perché la povera sorella ha dovuto sposare il marito tradito?

Una delle donne più dure con cui ho parlato è Frazana Bari. Insegna all’università Quaid al-Azam di Islamabad, appare spesso in televisione, e con le sue idee liber tarie riesce a far arrabbiare alcuni dei suoi studenti, una cosa che in Pakistan potrebbe essere pericolosa. Bari è un personaggio necessario nel suo Paese, una voce solitaria che canta fuori dal coro.

“Per gli uomini l’onore è legato al comportamento delle donne perché le vedono come proprietà della famiglia e della comunità”, dice. “Le donne non hanno un’iden tità autonoma, non sono esseri umani indi pendenti. Gli uomini pensano anche che le donne siano una loro estensione. Quando violano le regole si sentono colpiti nella lo ro stessa identità. Di conseguenza le donne devono inculcare questi principi anche nei loro figli. Se i tuoi figli non rispettano le regole, come madre hai fallito”.

Dopo non molto, nella nostra conversazione fa capolino la parola feudale. “L’Islam diventa uno strumento di violenza solo quando esiste un certo sistema feudale. Bi sogna inserire il problema nel suo contesto sociale. In Pakistan si commettono più delitti d’onore che in India perché in Pakistan non è stata fatta nessuna riforma agraria, le terre tribali non sono controllate dal gover no centrale. È un sistema feudale. Questo tipo di barbarie è esistito anche in Europa, e oggi alcune regioni del Pakistan sono co me l’Europa di molti secoli fa”. A questo punto Bari scuote la testa. “Qualche tempo fa, una donna incinta è stata sospettata di avere una relazione extraconiugale e la fa miglia l’ha fatta sbranare dai cani. È un modo brutale di uccidere le persone. Ho difficoltà a spiegare una cosa del genere”. Non sono riuscito a trovare nessuno che fosse in grado di spiegarmi l’origine di tanto sadismo.

Molti delitti d’onore, in particolare tra i palestinesi, sembrano essere causati da questioni di denaro e di eredità. Naima al Rawagh, che a Gaza dirige il Programma di responsabilizzazione delle donne, sostiene che si non tratta di un problema religioso, ma culturale. Sto cominciando a stancarmi di sentir parlare di “cultura” e di “usanze tribali”. Ma Naima va avanti: “I motivi reli giosi non valgono per i casi di Gaza. Negli ultimi anni abbiamo notato che molte don ne sono state uccise per denaro. Un fratello uccide la sorella per avere tutta l’eredità e poi dice che lei aveva disonorato la fami glia”.

Tariq Rahman, un collega di Frazana Bari all’università di Islamabad, professore di storia dell’Asia meridionale, mi ha detto la stessa cosa e senza saperlo ha citato un esempio simile a quello della cassaforte fatto dal vecchio pachistano. “Dato che una donna è una specie di tesoro o una cassaforte in cui è conservato l’onore dell’uomo, in pratica è una sua proprietà. Deve essere custodita, naturalmente, ma come si custo disce uno scrigno, non per se stesso ma per quello che contiene”.


Religione e cultura

Naima al Rawagh sospira. “Mi creda, 1.400 anni fa era meglio di oggi”, dice con un sorriso triste. Questo mi confonde quasi quanto le spiegazioni sulle origini del delitto d’onore. I giordani mi hanno detto che è un’usanza palestinese indotta: uomini che un tempo possedevano ville e fattorie e ora vivono in dieci in una stanza nei campi profughi. Altri mi hanno detto che l’usanza è nata in Egitto, ma naturalmente gli egiziani negano e attribuiscono questa tradizione all’Arabia Saudita.

Naima al Rawagh dice di non conoscere nessun uomo palestinese che sia stato ucciso per onore, anche se mi racconta la storia terrificante di uno che cinque anni fa vole va risposarsi. “Sua moglie lavorava, era indipendente economicamente e spendeva tutto per lui. Lo aveva mandato in Egitto per comprare alcuni prodotti, ma lui aveva usato i soldi per comprarsi un’altra moglie. Quando tornò, lei non lo uccise. Gli versò un sonnifero nel tè e poi gli tagliò il pene. Lei è finita in prigione. Lui è morto in ospedale”. Anche se questa storia sembra la trama di un film noir, Naima dice che gli uomini di Gaza sono veramente terrorizzati.

“C’è una ragazza che si era innamorata di un suo cugino. Lui se l’è portata a letto e poi lo ha raccontato agli altri cugini. Così quelli sono andati da lei e l’hanno minacciata: ‘Se non vieni a letto con noi, lo diciamo a tutti’. La ragazza è stata violentata da diversi cugini ed è rimasta incinta. Il padre era molto malato e lei non voleva che gli venisse un infarto. Così si è sposata con uno dei cugini. Ma lui vuole chiedere il divorzio perché non sa se il bambino è suo. Una per sona della famiglia è venuta a consultarsi con me. Noi però non diamo consigli, cerchiamo solo di aprire gli occhi alle persone, poi sono loro a dover decidere qual è la cosa giusta da fare. Io non ero favorevole a questo matrimonio, ma la ragazza ha pensato che così avrebbe salvato la sua reputazione”.

Dovrei aggiungere che Naima ha 38 anni e si è appena sposata. Suo marito è d’accordo con lei, c’è troppa violenza nei con fronti delle donne, ma pensa che sia colpa loro “perché non rispettano la famiglia”. Dice che le ha consigliato di aprire un centro per gli uomini vittime della violenza. Lei si è laureata in politiche sanitarie internazionali e pianificazione alla Brandeis University in Massachusetts. Suo marito ha un negozio di alimentari.

Tutto questo mi lascia perplesso. Inda gare sui delitti d’onore fa nascere in me interrogativi inquietanti sui miei sentimenti nei confronti del mondo arabo e musulma no nel quale vivo da 34 anni. Ho scoperto molte cose di questa civiltà che fanno impallidire il nostro Occidente “civilizzato”. Non posso non essere colpito dal rispetto e dalla cura che i figli dedicano ai loro genitori. Nessun parente anziano viene abbando nato in una casa di riposo. Quando invec chiano, le madri e i padri vengono curati in casa e muoiono nel loro letto con tutta la famiglia intorno. Sono spontaneamente cordiali con gli stranieri, anche con quelli dagli occhi azzurri come me, che vengono subito invitati a pranzo e a cena nelle loro case da famiglie che avrebbero tutti i motivi per odiare i Paesi da cui provengono.

Ma vedo anche gli aspetti meno affascinanti di questa società. Nei campi palestinesi, le notti sono spesso popolate dalle urla di rabbia di genitori e figli, perché esse re profughi significa vivere in famiglie numerose senza casa né futuro, affollate in due stanze, caldo, zanzare, umiliazione. Allora succede che molti padri picchiano i figli. Lo sento dire in continuazione e a volte, purtroppo, lo vedo con i miei occhi.

Di solito evito le domande e le risposte stupide. Ma perché qui, quando discutono, uomini e donne urlano così tanto? Perché usano tanta energia in un modo così inutile? Najdawi ha cercato di spiegarmelo senza che glielo chiedessi, mentre parlavamo di onore. “Non difendo i delitti d’onore”, ha detto. “Ma questa società funziona così. Noi siamo molto emotivi, lo siamo sempre stati”.


Cromwell come i taliban

La sua spiegazione non mi è piaciuta. Tutti siamo emotivi. E certo, anche in Occidente c’è chi uccide il marito, la moglie, e perfino i figli. Ma qui c’è un sistema: i delitti d’onore hanno dei precedenti, rientrano nella tra dizione. Si basano su un ragionamento di storto e falsato. “I capi religiosi sono molto importanti da questo punto di vista”, dice Najdawi. “Con la rivoluzione francese, l’Europa si è liberata del potere che il clero esercitava sulla società. Purtroppo qui non ci siamo riusciti, e l’Occidente ha addirittura rafforzato il potere dei nostri fanatici religiosi, perché siete stati voi a creare i taliban in posti come l’Afghanistan”.

Come Najdawi, molte delle donne decise a denunciare i delitti d’onore come crimini contro l’umanità ricordano agli occidentali che non è solo un fenomeno musul mano e che non dovrebbe essere usato a scopi politici accusando una religione. Ra na Husseini, che ha parlato di molti casi sui giornali ed è autrice di un libro coraggioso e sconvolgente, Murder in the Name of Honour(Omicidio in nome dell’onore), fa no tare che le donne “sono sempre state uccise in molti Paesi, da musulmani, cristiani, yazidi, indù, e sikh”. E la maggior parte delle donne con le quali ne ho discusso in tutto il Medio Oriente ha parlato di tradizioni tribali più che religiose.Ma la verità è che noi occidentali non possiamo cambiare lo stato delle cose, non possiamo convincere gli anziani dei villaggi afgani ad accettare l’uguaglianza tra i sessi e mettere fine ai delitti d’onore. Sarebbe stato come voler persuadere Enrico VIII dei vantaggi della democrazia parlamentare o Cromwell di quelli delle convenzioni di guerra.


Una lettera per Asma

L’assurdità di questa pretesa è stata messa in evidenza da una dichiarazione recente di Navi Pillay, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Pillay ha af fermato che “le violenze commesse in no me dell’onore sono crimini che vìolano il diritto alla vita, alla libertà, all’integrità fisica, il divieto della tortura e di qualsiasi trattamento degradante, disumano o crudele, la proibizione della schiavitù, il diritto alla libertà da qualsiasi discriminazione di genere, dalla violenza e dallo sfruttamento sessuale, il diritto alla privacy, l’obbligo di denunciare leggi discriminatorie e pratiche di violenza nei confronti delle donne”. Immagino come stiano tremando dalla paura nella provincia afgana di Helmand e in Belucistan.

Sono seduto nella sala d’attesa di uno studio legale ad Amman, e una donna di mezza età con l’aria preoccupata mi passa davanti camminando lentamente a testa bassa, con gli occhi fissi sul pavimento. C’è qualche problema d’onore anche in questo posto? Forse ho davanti a me un’altra po tenziale vittima? Intuito giornalistico, penso. Ma l’ufficio di Asma Khodr è pieno di luce. E proprio dietro alla porta c’è una vecchia macchina da scrivere appoggiata su uno scaffale con il nastro rosso e nero dell’inchiostro ancora avvolto sulla bobina. Apparteneva a Emily Bicharat, la prima donna avvocato di Amman, la prima presidente del Sindacato delle donne giordane, morta quattro anni fa. Asma Khodr è orgogliosa di questo pezzo d’antiquariato e del ruolo svolto da Bicharat nella lotta per i diritti delle donne in una società dominata dai maschi. Suo padre deve aver pensato la stessa cosa della figlia, perché sulla sua scrivania c’è una lettera incorniciata datata 20 dicembre 1972. È stata scritta ad Asma dal padre quando lei era più giovane e stava per entrare nel mondo della legge.

In caratteri arabi sottili c’è scritto: “Immagino che diventerai un avvocato che difende i diritti umani, che capisce i problemi e si schiera dalla parte delle vittime. Servi rai la nostra patria con la mente aperta e saprai persuadere gli altri ad accettare le loro responsabilità con i tuoi discorsi pieni di convinzione”.

Niente male per essere la lettera scritta da un padre, le dico, e Asma ride. “Quella donna che ha appena visto uscire dal mio studio”, dice, “è stata sposata per vent’anni. Ha avuto un pessimo rap porto con il marito e ha subito tanta violen za. Ma non può lasciarlo o scappare di casa perché lui potrebbe denunciarla e anche ucciderla. La legge è stata cambiata perché questo non possa più succedere, ma la gente ancora non ci crede”. Quindi il mio intu ito aveva ragione.

Ma è cambiata così tanto la legge? Quella donna è davvero al sicuro? Non sono convinto della risposta di Khodr. “Non si può cambiare la legge da un giorno all’altro quando la società non è ancora pronta”, di ce. “Il passaggio deve essere graduale. Ep pure non possiamo ignorare il fatto che dei cambiamenti ci sono stati. Secondo le nostre nuove leggi, il 95 per cento dei delitti d’onore viene punito con un minimo di die ci anni. La legislazione araba si basa essenzialmente su quella francese, che è patriar cale. Il Corano non parla di delitti d’onore, solo di frustate in caso di adulterio. Storica mente, la lapidazione era un’usanza ebrai ca, in seguito è stata adottata dai musulmani più conservatori. Era una pratica patriarcale, perciò si è diffusa facilmente. Ma in Europa durante il Medioevo le donne non venivano forse mandate al rogo per strego neria? La Chiesa a quei tempi svolgeva lo stesso ruolo patriarcale”.

Parliamo fino a pomeriggio inoltrato del sindacato delle donne, dell’Egitto, di povertà e religione. “Il modo migliore per responsabilizzare le donne (ammetto che quest’espressione non mi è mai piaciuta) è dare loro più op portunità economiche”, dice Asma. “Ci vuole giustizia sociale e sviluppo per libe rarsi dal patriarcato. Non si può contare solo sulla legge. Nessun potere istituzionale o statale può fare tutto da solo. La gente che vuole conservare a tutti i costi questo sistema patriarcale fa ricorso a qualunque cosa, perfino a Dio”.

A questo punto Asma Khodr dice una cosa che suona strana sulla bocca di un avvocato: “Credo nella purezza degli esseri umani. Il crimine è un prodotto della comunità ed è questo che va cambiato. Le donne e gli uomini sono vittime di questa situazione”. Secondo me è troppo gentile con gli uomini. Certo, anche loro sono vittime, ma chiaramente non provano tutto quel rimorso o quel dolore dei quali Najdawi parla in modo così accorato.

Uscendo dallo studio di Khodr compro un giornale. Mi cade l’occhio su un titolo: “Uomo condannato a dieci anni per l’omicidio della sorella”. All’inizio, per aver ucciso la sorella quindicenne con una pietra dopo averla accoltellata 33 volte, gliene avevano dati quindici, ma la pena è stata abbassata quando il padre della vittima, che è anche suo padre, ha ritirato la denuncia. Il motivo dell’omicidio? A 15 anni, la ragazza era già sposata e divorziata. L’articolo, scritto dall’infaticabile Rana Husseini, sembra un compendio di tutte le trage die legate ai delitti d’onore. Il matrimonio prematuro, il suo fallimento, la furia del fratello quando una sera la vede “guardare un altro uomo”, il tribunale che accetta il perdono del padre. I suoi tre giudici – Nayef Samarat, Talal Aqrabi e Hani Subeiha sono i nomi di questi veri eroi – si sono rifiutati di considerarlo un delitto d’onore. In fondo dieci anni sono sempre dieci anni, valgono più di cento rupie.


Robert Fisk
è un giornalista britannico. Vive a Beirut ed è corrispondente dal Medio Oriente per l’Independent. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è “II martirio di una nazione. Il Libano in guerra” (II Saggiatore 2010).

Kurdistan turco: armi chimiche contro i combattenti del PKK

25 agosto 2010 3 commenti

PER ORA NON PUBBLICO LE FOTO DI CUI SI PARLA: sono raccapriccianti
Armi chimiche contro i guerriglieri curdi? Fotografie diffuse da attivisti per i diritti umani accusano l’esercito turco
di Michele Vollaro

Sono foto raccapriccianti e sconcertanti, quelle che dimostrerebbero l’utilizzo di armi chimiche da parte della Turchia contro i guerriglieri curdi. Una serie di immagini che raffigurano i corpi di otto membri del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), uccisi lo scorso settembre durante un attacco dell’esercito turco e poi gettati in un lago per tentare di nasconderne le prove.

REUTERS/Osman Orsal (TURKEY)

REUTERS/Osman Orsal (TURKEY) Soldati turchi nella provincia di Sirnak

I resti resi irriconoscibili da strane ustioni e mutilazioni causate dalle sostanze sprigionate. A denunciarlo per primi lo scorso 12 agosto il quotidiano tedesco Taz e il settimanale Der Spiegel, che hanno ricevuto le fotografie da una delegazione di attivisti, avvocati e medici tedeschi in visita in Kurdistan prima a marzo. I partecipanti alla delegazione, le immagini sono state consegnate loro da un’associazione curda per la difesa dei diritti umani, che per motivi di sicurezza non è possibile citare. Trentuno immagini che mostrano il ritrovamento dei cadaveri dei guerriglieri del Pkk, l’organizzazione armata fondata negli anni Ottanta da Abdullah Ocalan per opporsi al centralismo del governo turco, rivendicando autonomia politica e culturale a favore della minoranza curda nel paese. Le fotografie sono state poi consegnate ai media tedeschi nel mese di luglio, mentre nello stesso periodo un’altra delegazione composta da giuristi internazionali si è recata nella regione sud-orientale e ha ricevuto altre immagini che testimonierebbero crudeli violazioni sui cadaveri dei combattenti curdi e il probabile uso di armi chimiche.
In base al racconto dei membri dell’associazione per i diritti umani curda, i guerriglieri sono stati uccisi durante un attacco dell’esercito turco nei pressi del villaggio di Çukurca, vicino il confine con l’Iraq. Lo scorso 8 settembre, lo stato maggiore turco diede la notizia di un agguato in quel villaggio costato la vita a un soldato turco. E del conseguente invio in loco di elicotteri e di unità di rinforzo dell’esercito per combattere la ribellione. Quasi una routine in una zona considerata roccaforte della guerriglia curda, che – secondo informazioni diffuse da loro stessi – conterebbe attualmente circa 7.000 combattenti ben armati e addestrati, nascosti sulle montagne. Più volte le organizzazioni per i diritti umani, sia turco-curde sia internazionali, hanno denunciato violazioni da parte della Turchia delle convenzioni che regolano il diritto bellico, in questo conflitto che dura da oltre vent’anni. Denuncie che questa volta sono corroborate da una testimonianza e fotografie che non lasciano abito a dubbi.
Un residente del villaggio avrebbe osservato il combattimento: gli otto combattenti curdi si erano nascosti in una grotta per sfuggire ai soldati che avanzano. Questi, dopo averli scoperti, avrebbero sparato una granata nell’antro; poi, attesa una decina di minuti, i militari sarebbero entrati nella grotta per prelevare gli otto corpi senza vita e si sarebbero accaniti su di essi, sparandogli contro e passandoci sopra con i blindati. Prima di pubblicare la denuncia, Der Spiegel ha fatto controllare l’autenticità di queste immagini ad Hans Baumann, esperto tedesco di falsi fotografici, il quale ha attestato che le fotografie sono autentiche e che non sono state ritoccate. A supporto della tesi che i turchi avrebbero usato armi chimiche c’è anche il rapporto del medico forense Jan Sperhanke del Policlinico universitario di Amburgo-Eppendorf, contattato dalla Taz, il quale conferma che “è molto probabile che gli otto curdi siano morti a causa dell’uso di armi chimiche”.

Combattenti PKK in addestramento, AFP PHOTO/MUSTAFA OZER

Inoltre le fotografie mostrano i segni di quello che potrebbe essere stato un espianto, compiuto probabilmente, secondo Sperhanke, per asportare quegli organi che avrebbero potuto dimostrare come le morti siano state causate da agenti chimici vietati. Secondo Murat Karayilan, il presidente del Consiglio esecutivo del Congresso del popolo del Kurdistan (Kck, l’istanza collegiale che dirige le azioni del Pkk dai monti del Qandil, nel nord dell’Iraq), l’utilizzo di armi chimiche si protrae da oltre 16 anni.
“Non è una novità”, ha affermato in un’intervista all’agenzia di stampa curda FiratNews. “Lo Stato turco utilizza armi chimiche contro i nostri guerriglieri sin dal 1994 quando si trovò in grossa difficoltà. Ancora nella Primavera del 1999, credo in maggio, 20 dei nostri guerriglieri, sotto il comando del compagno Hamza, furono massacrati da gas chimici nei pressi di Sirnak. Dico questo perché, dopo gli scontri, i nostri compagni trovarono un proiettile chimico che era stato sparato nel luogo degli scontri. Quel proiettile fu inviato in Europa, dove all’epoca mi trovavo anche io. Ho potuto seguire personalmente le analisi presso un laboratorio di Monaco di Baviera che dichiarò che quel proiettile aveva contenuto sostanze chimiche capaci di avvelenare una certa porzione di territorio”. Un’accusa che, se confermata, proverebbe che la Turchia ha violato la Convenzione sulle armi chimiche, siglata a Parigi nel 1993 e ratificata dal paese oggi guidato da Recep Tayyip Erdogan nel giugno 1997. Immediata la reazione del governo di Ankara. Secondo il portavoce del primo ministro Erdogan, sarebbe tutto frutto di una campagna diffamatoria messa in piedi dal Pkk con l’aiuto di organizzazioni internazionali ostili al suo governo. Sulla stessa linea il ministero degli Esteri turco che respinge le accuse affermando che la Turchia rispetta rigorosamente la Convenzione di Parigi. La denuncia pubblicata dei due media tedeschi, intanto, ha portato il Partito socialdemocratico (Spd) e i Verdi (Grünen) a chiedere l’apertura di un’inchiesta internazionale. “La Turchia deve urgentemente fornire spiegazioni”, ha dichiarato in merito alla vicenda la co-presidente dei Grünen Claudia Roth.
Secondo l’esponente politica tedesca, infatti, i dati raccolti duranti gli ultimi mesi e le molte segnalazioni sospette, compreso il fatto che le autopsie degli otto membri del Pkk ripresi nelle foto siano state secretate dalle autorità turche, rendono necessario che la vicenda venga verificata dall’esterno. Ma, stranamente, Ankara rifiuta di sottoporsi a qualsiasi inchiesta internazionale sostenendo che si tratta di una “chiara intrusione in faccende interne alla Turchia”. In questi giorni, mentre stiamo scrivendo, altri esperti incaricati da Der Spiegel e da altri quotidiani internazionali stanno verificando nuove fotografie che riguarderebbero altri guerriglieri del Pkk e alcune autopsie eseguite da medici turchi su sei vittime curde che si sospetta siano state uccise da armi chimiche. Queste nuove fotografie sono state consegnate alle delegazioni internazionali durante la loro ultima visita in Kurdistan, a fine luglio, dalla stessa organizzazione curda per i diritti umani che aveva consegnato le prime fotografie.

EMILY, COLPITA AL VOLTO DALLA POLIZIA ISRAELIANA HA PERSO UN OCCHIO

8 giugno 2010 Lascia un commento

EMILY, COLPITA AL VOLTO HA PERSO UN OCCHIO
Il dramma di una giovane americana ferita da un candelotto lacrimogeno sparato dai poliziotti israeliani a Qalandiya.

DI BARBARA ANTONELLI

Ramallah, 07 giugno 2010, (foto dal sito http://www.stopthewall.org), Nena News –
Il 31 maggio Emily Henochowicz, una artista americana 21enne, era scesa in strada come tanti altri, palestinesi e stranieri, per partecipare a una delle manifestazioni spontanee organizzate nelle ore successive all’uccisione di 9 attivisti turchi della «Freedom Flottiglia» da parte dei soldati israeliani. A Qalandyia, il grande posto di blocco che divide Ramallah da Gerusalemme, erano più o meno le 12 quando un candelotto di gas lacrimogeno sparato dalla polizia israeliana, l’ha colpita in pieno volto, distruggendole letteralmente l’occhio sinistro e provocandole diverse altre fratture al viso. Ricoverata all’ospedale di Hadassah, di Gerusalemme, Emily ha subito l’asportazione del bulbo oculare il giorno dopo. Ora l’ambasciata Usa a Tel Aviv ha chiesto alle autorità israeliane di aprire subito un’indagine che chiarisca come sia avvenuto il ferimento grave di Emily.
Secondo diversi testimoni la guardia di frontiera israeliana (un corpo paramilitare della polizia) avrebbe sparato in successione tre candelotti di alluminio ad alta velocità mirando direttamente ai manifestanti. Come sempre accade in questi casi, la versione della polizia è diversa: secondo una nota diffusa dalle autorità israeliane oggi, una indagine interna avrebbe accertato che il candelotto avrebbe colpito prima il muro e poi Emily.
Jonathan Pollack, un attivista israeliano contro l’occupazione, che era presente alla manifestazione, al contrario sostiene, insieme ad altri manifestanti, che «Emily era a soli 10 o 15 metri di distanza dalla polizia, il che indica che l’impatto è stato fortissimo e che il candelotto sparato da così breve distanza ha colpito la giovane americana ad alta velocità». Il codice di condotta militare israeliano – ha aggiunge Pollack – prevede  in questi casi che il gas lacrimogeno deve essere lanciato con una traiettoria di 60 gradi, ma in molti casi questo non avviene e l’esercito spara direttamente sui dimostranti e a distanza molto ravvicinata».
Altre testimonianze sono state raccolte dallo studio legale dell’avvocato Michael Sfard. L’avvocato, che rappresenterà Emily, ha chiesto che il distretto di polizia competente per la Cisgiordania, apra subito un’indagine. Nipote del famoso sociologo Bauman, Sfard assiste legalmente da anni diverse associazioni pacifiste israeliane e ha rappresentato presso le corti israeliane molti casi di violazioni di diritti umani a danno di palestinesi. In passato ha curato gli interessi legali delle famiglie di tre cittadini stranieri uccisi dall’esercito israeliano: la famiglia di James Miller, il fotografo inglese ucciso a Gaza, e quelle di due attivisti dell’ «International Solidarity Movement» entrambi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, Tom Hurndall e Rachel Corrie.
«I testimoni che si trovavano a Qalandyia – riferisce Sfard –  hanno detto tutti che  il lancio del gas lacrimogeno è avvenuto a distanza molto ravvicinata». Il caso di Emily Henochowicz si aggiunge a una lunga lista di altri attivisti, che hanno subito ferite, in alcuni casi gravissime e con conseguenze irreversibili, durante manifestazioni pacifiche. A maggio, Hasen Brejieyah del villaggio di Al Masara, vicino Betlemme, è stato colpito da un candelotto in testa. Lo stesso per Imad Rizka palestinese con cittadinaza israeliana, di Jaffa, ferito al viso nella manifestazione conclusiva dei tre giorni della Conferenza sulla resistenza popolare non violenta a Bi’lin.  Bassem Abu Rahma, sempre di Bi’lin,è morto nel 2009, ucciso da un candelotto di gas che gli ha perforato il torace.
Tristan Anderson è ancora in coma con danni irreversibili al cervello e impossibilitato ad essere rimpatriato negli Stati Uniti, dopo che l’esercito gli ha sparato un candelotto di gas lacrimogeno in testa.
Emily era arrivata da New York a Gerusalemme 6 settimane fa, per studiare arti visuali alla Bezalel Accademy, un istituto di arte e design a Gerusalemme. Il suo lavoro più recente trova proprio ispirazione dall’esperienza di vita vissuta nei Territori occupati palestinesi.

Gli scontri di Via Triboniano

21 maggio 2010 Lascia un commento

Il campo di Via Triboniano

Posto qui sotto un comunicato del Comitato Antirazzista Milanese dopo i fatti di Via Triboniano e la giornata di scontri e resistenza attiva che hanno portato avanti i rom del campo che le forze dell’ordine volevano sgomberare.
Non si sono fermati davanti a nessuno, hanno pestato tutti quelli che si trovavano davanti e sapete quanti bimbi ci sono dentro i campi rom delle nostre città: una bimba sembrerebbe esser rimasta particolarmente ferita e aver riportato la frattura del braccio.
Balordi.
Ma qui la fila di balordi è lunga, a partire dal Comune di Milano, che nemmeno ha voluto incontrare una delegazione di rappresentanti di associazioni milanesi per i Diritti Umani.
Loro fanno muro, un muro razzista e vergognoso: fortunatamente dall’altra parte questa volta hanno trovato fiamme e barricate, sassi e rabbia
Scriviamo questo comunicato sull’onda degli avvenimenti accaduti in via Triboniano nelle ultime ore  per fornire l’esatta descrizione dei fatti dopo che un’autentica ridda di falsità alimentata da mass media e forze politiche ha cominciato a circolare.
Iniziamo col dire che i rom di via Triboniano sono usciti dal campo poco dopo le 16 per  raggiungere i mezzi pubblici e andare al presidio di Piazza della Scala di fronte a
Palazzo Marino, sede del consiglio comunale.
Il presidio, deciso nell’assemblea pubblica tenutasi domenica 16 maggio, era stato  comunicato alle autorità competenti (Questura di Milano) già lunedì mattina, prima via telefonica,  avendone un riscontro positivo, di seguito via fax.
Dopo circa 500 metri  di via Barzaghi , che collega il campo rom al piazzale del cimitero maggiore, uno sbarramento di polizia e carabinieri ha fattivamente impedito ai rom
di andare a prendere il tram 14, unico mezzo di comunicazione per raggiungere il centro città.

L’intento di ps e carabinieri, evidentemente istruiti dalle forze politiche che alimentano da tempo la SOLUZIONE FINALE  per i rom di Triboniano, era quella di impedire
in tutti i modi di raggiungere il presidio: era soprattutto di impedire di rendere pubblica la proposta politica che questi avevano formulato.
Fuori dai luoghi comuni sui rom parassiti e approfittatori, la richiesta era e resta molto chiara: tramite i fondi europei stanziati per le comunità rom e gestiti dal Comune ( fino ad ora utilizzati solo per funzione di controllo dei rom e per ingrassare la miserabile gestione caritatevole di alcune associazioni cattoliche) si chiede la concessione di aree abbandonate
dentro il territorio del comune di Milano, autorecuperabili a costo zero,  e garantendo la continuità scolastica ai bambini.

un fotogramma degli scontri

Una proposta troppo intelligente (e in fin dei conti persino moderata) per i razzisti che stanno nel consiglio comunale di milano e che si annidano anche tra tante associazioni, cattoliche e/o democratiche: tutti pronti ad alimentare la parossistica immagine dei rom disadattati, criminali e stupidi, manovrati da un gruppo di sobillatori di professione, cioè i compagni e le compagne del comitato antirazzista di milano.

Dopo l’opposizione agli sgomberi di giovedì scorso, tutti i mezzi di comunicazione hanno pompato a dismisura questa immagine, creando le condizioni per giustificare la rappresaglia di Polizia e Carabinieri, che oggi ha potuto scatenarsicon una gragnuola di colpi mirati a chi voleva andare a prendere un tram. A tale violenza è stata opposta una resistenza straordinaria: all’attacco razzista e annientatore  si è  risposto con l’attacco a mani nude, pietre, bombole, barricate; per ben tre volte la polizia ha dovuto arretrare scomposta, e solo dopo aver lanciato decine di lacrimogeni e aver scagliato un blindato contro i rom, è riuscita a sfondare e a farsi largo.
Nel frattempo l’intera zona veniva isolata : i pochi, (troppo pochi) solidali accorsi che hanno avuto la dignità di non voltarsi dall’altra parte mentre veniva consumato l’ennesimo pogrom razzista, sono stati tenuti a più di un chilometro di distanza, mentre arrivavano ambulanze e decine di altri blindati, e già cominciava a girare la versione ufficiale: “una
manifestazione non autorizzata è stata dispersa dai celerini che sono stati proditoriamente attaccati dai rom”.
Credono di fermare la lotta con manganellate e menzogne? Pare proprio di no.
I rom rilanciano. La lotta va avanti:


Domenica ore 15:00 assemblea cittadina
al campo rom di via Tiboniano.

Comitato Antirazzista Milanese – 20 maggio 2010

All’attenzione dell’assessore Mojoli
All’attenzione del sindaco Moratti

Oggetto: piattaforma rivendicativa delle comunità rom di via Triboniano

Lo sgombero dei campi di via Triboniano, preannunciata dalle autorità locali a partire dal 30 giugno è un ultimatum inaccettabile così come le proposte che ci ha fatto la Casa della Carità che gestisce i campi dal 2007 sulla base del Patto per la Legalità e la Solidarietà.
Un Patto razzista che siamo stati costretti a firmare sotto la minaccia dello sgombero che è avvenuto il 17 giugno 2007. Lo sgombero ha infine coinvolto oltre 100 famiglie, costrette a rifugiarsi prima in Bovisa e in Bacula, venendo nuovamente sgomberate (2008 e 2009), con conseguenze devastanti per oltre 400 persone
Le barricate di giovedì 13 maggio sono quindi il frutto di una decisione collettiva che siamo stati costretti a prendere di fronte alla prospettiva di finire anche in mezzo alla strada, senza alcuna soluzione accettabile per le oltre 100 famiglie residenti, con quasi 200 bambini regolarmente inseriti a scuola.

La piattaforma che segue è stata votata dall’assemblea dei quattro campi di via Triboniano:

1) Cessazione degli sfratti delle famiglie residenti sulla base dell’applicazione del Patto per la  Legalità che è ormai da considerare nullo
2) Individuazione di soluzioni abitative alternative ai campi, che garantiscano a tutti i nuclei  famigliari residenti un’abitazione degna e il rispetto di tutti i diritti umani e politici sanciti dalla legislazione internazionale
3) Salvaguardia della continuità scolastica per tutti i bambini inseriti a scuola
4) Destinazione dei fondi stanziati sulla “questione Triboniano” per garantire eventuali lavori  di ristrutturazione delle abitazioni (manodopera a nostro carico) e per istituire corsi di
formazione e di avviamento al lavoro.
5) Riconoscimento del consiglio di via Triboniano come unico organismo deputato a  sviluppare trattative con le istituzioni preposte e a gestirne gli esiti.

L’accettazione della piattaforma qui esposta è condizione necessaria e sufficiente affinché tutti i nuclei famigliari abbandonino via Triboniano volontariamente e in maniera pacifica

I rom di via Triboniano
Milano 20 maggio 2010

Per salvare la vita di AVNI ER, oppositore turco, giornalista comunista.

2 marzo 2010 Lascia un commento

LA SOLIDARIETÀ È UN’ ARMA: USIAMOLA!
APPELLO per AVNI ER

Qualche giorno fa è stato trasferito nel CIE di Bari il cittadino turco Avni Er rispetto al quale il governo turco di Ankara ha avanzato tempo addietro formale richiesta di estradizione.
Avni Er è colpevole solo di aver svolto nel corso degli anni una puntuale denuncia delle violazioni dei diritti umani e della libertà d’informazione in Turchia.
Avni Er è un oppositore politico, accusato di appartenere al partito comunista DHKP-C . Il 1° aprile 2004 un’operazione repressiva ha provocato l’arresto di 82 persone in Turchia ed altre 59 persone tra Germania, Olanda, Belgio, Grecia ed Italia.
Tra loro giornalisti dell’opposizione, membri di organizzazioni democratiche e per la difesa dei diritti umani, avvocati ed artisti.
Avni Er, a seguito di un processo scandaloso durante il quale testimoniarono contro di lui, a volto coperto, i torturatori turchi, fu condannato dalla Corte di Assise di Perugia nel 2006 con successiva conferma della Corte d’Appello di Perugia.

Seguì una vasta campagna di mobilitazione e sensibilizzazione cui aderirono diverse associazioni nazionali (Arci, CRVG- Conferenza nazionale del volontariato della giustizia, Antigone) e vari esponenti politici; ci fu una dichiarazione a tutela dell’incolumità di Avni Er e per il rispetto delle norme internazionali a difesa dei diritti dell’individuo da parte dell’europarlamentare Giulietto Chiesa; ci furono molti ordini del giorno da parte del Consiglio provinciale di Lecce (19 marzo 2008), del Consiglio Regionale della Toscana, della Sardegna e della Campania.
Anche il Consiglio Regionale della Puglia, in data 24 giugno 2008, sottoscrisse una mozione contro l’estradizione di Avni Er in Turchia, con esplicito riferimento all’art.10 della Costituzione italiana che recita:
” Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Ricordiamo che secondo associazioni internazionali ed autorevoli come Human Rights Watch, Amnesty International, nonché la Commissione ONU per i diritti umani ed il comitato Europeo per la prevenzione della tortura, in Turchia vi è il fondato timore di violazioni dei diritti, di trattamenti inumani e degradanti, di tortura.
Ricordiamo inoltre che il curdo Ocalan, nonostante il riconoscimento dell’asilo costituzionale rilasciato dal governo italiano, è da 11 anni detenuto in regime di isolamento totale nell’isola di Imrali. Infine, a dimostrazione della condizione politica in Turchia, citiamo il tentativo di qualche giorno fa dell’ennesimo colpo di stato manu militari.
Allo stato attuale, Avni Er ha inoltrato formale richiesta d’asilo nel nostro paese e, per quanto affermato, – anche in considerazione che la Corte d’Appello d’Anversa il 7 febbraio 2008, impegnata a giudicare 11 militanti del DHKP-C, si è rifiutata di riconoscere tale organizzazione quale “gruppo terroristico”, prosciogliendo tutti gli imputati;
CHIEDIAMO
a tutte le forze democratiche, ai partiti, alle associazioni, alla società, ai sindacati, di aderire e sottoscrivere l’appello in favore di Avni Er, affinchè GLI VENGANO RICONOSCIUTE TUTTE LE FORME DI TUTELA ED IL PRINCIPIO DI NON RESPINGIMENTO.

Per adesioni e sottoscrizioni del documento inviare e-mail presso csidf@libero.it Info: 339 8277593

__AUDIO DA RADIO BLACKOUT__Diretta con Avni Er, dal Cie di Bari, comunista, ma soprattuto nel suo paese, la Turchia,  un giornalista; un paese in cui la libera opinione non può avere espressione. Qui in Italia ha scontato la pena a cui era stato condannato, ma uscito dal carcere, non avendo permesso di soggiorno rinnovato, è stato trasferito al Cie da dove verrà rimpratiato; si invitano i solidali a spingere per far si che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato politico, per evitargli la morte al ritorno al suo paese.


Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!

Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.

Jamal Juma' nella sua terra violentata

Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:

Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org

I FATTI

Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere

Lettera Pro Forma in italiano:

Cari x, 
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai  difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,

in inglese:

Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.

Durban 2: la polemica sul nulla

22 aprile 2009 Lascia un commento

Durban II: Conferenza sul razzismo, una polemica misteriosa
Pubblicato in Internazionale

Sedici pagine, cinque sezioni e 143 punti, ma nessun elemento polemico al suo interno nei confronti di alcun governo o gruppo particolare, ma solo, una burocratica e, volendo, anche noiosa sequenza formale di passi presi, da prendere e da mettere a punto per combattere il razzismo in tutte le sue forme. È questo quello che emerge da un’analisi approfondita della versione integrale della bozza del documento finale approvato venerdì scorso e che dovrà essere ratificato nella ‘Conferenza contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le intolleranze connesse’ apertasi oggi nella sede Onu di Ginevra.un-logo-copy Dopo aver passato in rassegna tutti i 143 punti in cui è articolato il documento, non è stato possibile trovare traccia di alcun passaggio che potesse risultare offensivo nei confronti di alcun governo particolare o di alcun gruppo etnico, religioso preciso.
Seppur frutto di una revisione, il documento preso in esame integralmente questa mattina sembra (visti i toni formali e diplomatici che lo caratterizzano) difficilmente aver potuto lasciare spazio ad attacchi particolari. Nella versione approvata venerdì comunque (prima quindi che molti paesi occidentali confermassero la loro volontà di boicottare l’appuntamento) gli unici riferimenti precisi e degni di nota a qualche gruppo in particolare si trovano nella sezione più ampia (la quinta e ultima) e sono relativi ai migranti e ai richiedenti asilo, ai Rom-Sinti ai Gitani, alle popolazioni indigene di Asia e America Latina, ai discendenti degli schiavi africani, alle donne (discriminazione di genere), ai portatori di handicap o ai malati di Sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/Aids).

Sulla base della lettura effettuata, alcuni dei passaggi del documento politicamente più rilevanti e in una certa misura critici sono quelli in cui si ricorda agli Stati di “assicurarsi che qualsiasi misura presa nella lotta contro il terrorismo venga portata avanti nel pieno rispetto dei diritti umani, in particolare del principio di non discriminazione…” o, riguardo i migranti, l’invito a “prendere misure per combattere il persistere di comportamenti xenofobi o stereotipizzazioni negative dei non cittadini (ovvero migranti e richiedenti asilo, ndr) , anche da parte di politici, forze di sicurezza, funzionari dell’immigrazione e responsabili dei media, che hanno portato a violenze xenofobe, omicidi e attacchi a migranti, rifugiati e richiedenti asilo”.
Sempre sul fronte migranti – l’unico dove forse è possibile trovare passaggi che potrebbero aver irritato alcuni governi europei ed occidentali – il documento chiede un “approccio bilanciato e generale alle migrazioni”, invitando al dialogo internazionale e ad accordi di partnership tra paesi, oltre a “rinnovare la richiesta agli Stati di rivedere e, se necessario, modificare le politiche migratorie che risultano incompatibili con gli obblighi posti dal diritto umanitario internazionale”.

Riguardo alle polemiche relative a presunti passaggi antisemiti o anti-israeliani nel documento, dall’analisi effettuata non è stato possibile trovarne traccia.
Anzi, nella relazione al punto 12 si denuncia “l’aumento del numero di incidenti legati a violenza o intolleranza razziale o religiosa e che include islamofobia, anti-Semitismo, Cristianofobia, e anti-Arabismo”, mentre al punto 60 di chiede “con urgenza agli Stati di punire le attività violente, razziste e xenofobiche di gruppi fondati su principi neo-Nazisti o neo-fascisti e altre ideologie violente” mentre al punto 66 si “ricorda che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato, e in questo contesto chiede agli stati membri di adottare le risoluzioni dell’Assemblea Generale 60/7 e 61/225”.
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CILE: il GIORNO DEL GIOVANE COMBATTENTE…in memoria dei fratelli Toledo

29 marzo 2009 Lascia un commento

 

Il 29 marzo si celebra in Cile il Giorno del Giovane Combattente in memoria di Eduardo e Rafael Vergara Toledo uccisi dalla dittatura di Pinochet quello stesso giorno dell’anno 1985, avevano rispettivamente 20 e 18 anni.
La famiglia Vergara Toledo, di umili origini era formata da quattro figli e Pablo il maggiore, già appartenente al MIR era stato di esempio di n1621246156_193834_3140901impegno sociale e militanza per gli altri fratelli. Morirà anch’egli nel 1988 insieme ad Aracely Romo giovane donna militante del MIR.
Solo nel 2005 si è stabilito che l’assassinio di Eduardo e Rafael Vergara Toledo fu  commesso da funzionari di polizia nel clima di “repressione politica dell’epoca”.
Recentemente sono stati accusati  come autori materiali dell’omicidio i poliziotti Francisco Toledo Puente, Marcelo Muñoz Cifuentes, Álex Ambler Hinojosa e Jorge Martin Jiménez.  Il giudice Gajardo ha tenuto a precisare che “nel modo in cui sono avvenuti i fatti si è evidenziato  che si è trattato non solo di una azione di polizia tendente a controllare e reprimere episodi di delinquenza comune ma una azione concentrata e diretta contro i fratelli Vergara Toledo che si è conclusa  con la loro morte”.
Tuttavia all’accusa non è seguita ancora condanna,  perché secondo quanto hanno scritto recentemente gli anziani genitori di Eduardo e Rafael in una lettera alle autorità chiedendo giustizia,  si “cancella il ricordo e si sostiene l’impunità come base per la governabilità e la stabilità politica”.
Eduardo e Rafael furono uccisi mentre insieme ad altri quattro giovani cercavano di rapinare una panetteria con l’intento di procurare liquidità per la causa rivoluzionaria del MIR. Secondo le versioni della stampa dell’epoca e della polizia locale ci furono scontri a fuoco nel quale per legittima difesa i poliziotti uccisero i due giovani. Successivamente  una perizia balistica sui due corpi  dimostrò invece che i ragazzi furono colpiti alle spalle e che quindi non c’era stato uno scontro a fuoco con essi e venne inoltre ricostruita sulla base di numerosissime testimonianze,   tutta la realtà sociale locale  in riferimento al periodo storico,   dimostrando che il paese dove avvenne l’episodio in quel giorno era in stato di allerta e che nella stessa giornata fu uccisa  una giovane militante del MIR  ed altri quattro giovani furono trovati massacrati.

Scontri a Santiago de Chile  (AP Photo/Roberto Candia)

Scontri a Santiago de Chile (AP Photo/Roberto Candia)

Come ogni anno, da quel giorno,  si ripetono le manifestazioni a Santiago e in tutto il Cile  per ricordare la tragica morte di quei due ragazzi che hanno dato la vita per la libertà del loro paese, chi li ricorda oggi come rivoluzionari “lo fa più  per la forma in cui sono vissuti che non per   il modo in cui sono morti”.
Quest’anno la manifestazione a Santiago è stata particolarmente violenta e ad oggi si contano più di 800 giovani arrestati molti dei quali minorenni.
La protesta però si inserisce e viene amplificata dal  clima di crescente insoddisfazione per la politica dell’attuale presidente del Cile, Michelle Bachelet , il cui gradimento tra la popolazione sta calando dal 55 al 42% odierno.
Dopo l’iniziale euforia per la vittoria della “presidenta” circa un anno fa, crescenti proteste hanno scosso la società cilena. Iniziando dalla “rivolta dei pinguni” nel maggio dello scorso anno, duramente repressa dalle forze di polizia,  che ha visto studenti scendere in piazza e far sentire la loro voce contro una scuola settaria e di bassa qualità retaggio della dittatura di Pinochet.  Una  rivolta che se inizialmente  ha interessato direttamente i giovani studenti,  successivamente ha poi coinvolto  i loro genitori e ampi settori della società civile.
Da nord a sud il paese è scosso alle radici. La morte di Augusto Pinochet,  probabilmente nello stesso istante in cui è stata accolta con gioia da tutti i cileni che hanno subito perdite,  lutti e privazioni della libertà durante la dittatura,  ha riaperto vecchie ferite e ha reso evidente  nei giorni precedenti e successivi alla morte del vecchio tiranno,  come l’esercito cileno sia ancora pesantemente compromesso con il pinochettismo e che sia ben lontano dall’essere l’istituzione al servizio della società che la Concertazione di Bachelet  ipocritamente vuole far credere.
Ci sono importanti settori dell’oligarchia, militari ed ecclesiastici che di fatto muovono ancora i fili del potere e della politica istituzionale.
In questo anno di governo di Bachelet la protesta in Cile,  dal movimento degli studenti si è estesa  alla base popolare, al movimento mapuche, ai lavoratori del settore sanitario e a quello dei trasporti.
n1621246156_193833_5248214Su questo substrato di profonda insoddisfazione e di rivendicazioni portate avanti con determinazione si è aggiunta ultimamente infatti la protesta per il Transantiago , il nuovo sistema di trasporto pubblico urbano, annunciato come una rivoluzione innovativa e foriera di progresso e  che si è dimostrato di fatto del tutto inefficace a risolvere i problemi della città e che ha causato numerosi disagi alla popolazione, tanto che  Michelle Bachelet nei giorni scorsi si è vista costretta a sostituire quattro suoi ministri per le montanti proteste.
Una miscela esplosiva di insoddisfazione, disillusione e rabbia che ha provocato gravissimi incidenti a Santiago e in tutto il Cile questo giovedì  29 marzo per la commemorazione del Giorno del Giovane Combattente.
Il sottosegretario agli interni, Felipe Harboe ha informato  che 819 persone sono state arrestate, di cui 747 appartengono alla regione metropolitana,  38 poliziotti sono feriti di cui alcuni in modo grave e numerosi  danni sono stati causati alle strutture pubbliche.
Più della metà degli arrestati sono minori di età.
La giornata era iniziata con il dispiegamento di 4000 carabinieri e in un clima di repressione generale.
Alcuni Avvocati di Diritti Umani hanno accusato le Autorità e i mezzi di comunicazione di aver esaltato gli animi e provocato i cittadini già esasperati da situazioni difficili.
All’alba della giornata di giovedì carabinieri  avevano  fatto irruzione nell’Università di Santiago dove in una tesi sostenuta  anche dai media si trovavano sostanze  chimiche per la fabbricazione di bombe molotov e alcuni machetes che dovevano essere usati durante le manifestazioni.
Pronta la smentita dell’Università, le cui autorità hanno  espresso risentimento con il governo per  la  criminalizzazione che è stata fatta degli studenti e della stassa Università. La professoressa  del corso di danza africana,  Sig.ra Muunzenmeyr ha confermato che le spade erano a disposizione del corso per uno spettacolo  e che erano senza affilatura della lama, mente  i professori dei corsi di Chimica e Biologia hanno comunicato  che le sostanze chimiche erano residui di laboratorio in attesa di essere raccolti  da una ditta specializzata in smaltimento di rifiuti speciali.0046_tito_homenaje_a_los_hermanos_vergara_toledo_comuna_de_estaci_n_central
Già dall’alba del 28 marzo inoltre,   un grande dispiegamento di forze di polizia si trovava a Villa Francia,  uno dei quartieri più poveri alla periferia di Santiago,  luogo dove sempre maggiori sono stati gli scontri in passato. Posti di blocco di polizia si sono formati  anche nelle vicinanze delle abitazioni dei dirigenti sociali più conosciuti, come negli anni più bui della dittatura.
Nel corso degli scontri alcuni bus della linea del Transantiago sono stati dati alle fiamme,  così come si sono registrati casi di sospensione dell’energia elettrica dovuti probabilmente  ad alcune esplosioni. La  polizia ha risposto ai manifestanti con l’uso massiccio di gas lacrimogeni e idranti.
Senza dubbio questa è stata una delle giornate commemorative del Giorno del Giovane Combattente più violenta degli ultimi anni e dovrebbe far riflettere il fatto di come a distanza di un anno emergano tutte le ombre in un governo che pure era stato salutato come “di sinistra”  nella nuova primavera latinoamericana.
La sfida vera che Michelle Bachelet a questo punto si trova a dover affrontare sta sia nel   riuscire a recuperare fiducia e consenso  del  suo elettorato ma più ancora nel  conquistare i sentimenti dei  ceti più poveri del suo paese, degli emarginati di sempre, dei giovani e degli studenti, dei mapuche, degli operai e dei contadini e questo, a suon di arresti e dure repressioni pare oltremodo difficile.
TESTO PRESO IN PRESTITO DAL BLOG DI ANNALISA MELANDRI

L’ F.P.L.P. denuncia le azioni contro il prigioniero Sa’adat

21 marzo 2009 Lascia un commento

Urgente: l’FPLP denuncia le azioni arbitrarie di Israele contro il compagno Sa’adat
Tratto da: http://www.pflp.ps/english
Un portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha denunciato le azioni arbitrarie e di ritorsione messe in atto n762789514_986290_1173dalle autorità carcerarie e dalle forze dell’occupazione razzista contro il Segretario Generale dell’FPLP, il compagno leader Ahmed Sa’adat. I continui trasferimenti del compagno Sa’adat da una prigione ad un’altra nelle più dure condizioni, anche alla luce del deterioramento delle sue condizioni di salute, sono un tentativo di isolare Sa’adat e costituiscono un crimine di guerra e la violazione dei suoi diritti. Il compagno Sa’adat viene maltrattato dai sionisti e il peggioramento delle sue condizioni di salute è un risultato diretto delle carceri israeliane, a causa dei quotidiani abusi e delle quotidiane violazioni delle forze d’occupazione, uniche responsabili delle conseguenze di questa situazione. L’FPLP chiede a tutte le istituzioni per i diritti umani ed umanitarie, alla Croce Rossa e all’ONU di intervenire urgentemente per porre dine a queste quotidiane vessazioni israeliane contro il compagno Sa’adat e contro tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane.

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli coll.autorg.universitario@gmail.com http://cau.noblogs.org

NAOMI KLEIN E IL BOICOTTAGGIO AD ISRAELE

12 gennaio 2009 10 commenti

 

Israele : boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni – 10/01/09

di Naomi Klein

È ora. Un momento che giunge dopo tanto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all’apartheid in Sud Africa.boycott-israel-275x275
Nel luglio 2005 una grande coalizione di gruppi palestinesi delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid». Nasce così la campagna “Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni” (Boycott, Divestment and Sanctions), BDS per brevità.
Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l’assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l’adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta antiapartheid. «Il boicottaggio del Sud Africa fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto…. Questo sostegno internazionale deve cessare.»
Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. E semplicemente non sono abbastanza buone. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell’arsenale nonviolento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.

1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani. Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava “impegno costruttivo”. Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 Israele accresce costantemente la propria criminalità: l’espansione degli insediamenti, l’avvio di una scandalosa guerra contro il boycott_logoLibano e l’imposizione di punizioni collettive su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e 3 miliardi di dollari annui in aiuti che gli Stati Uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con moteplici altri alleati. Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosur. Nei primi nove mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo di scambi commerciali con l’Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l’8 dicembre i ministri europei hanno “rafforzato” l’Accordo di Associazione UE-Israele, una ricompensa a lungo cercata da Gerusalemme.È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di commercio durante la guerra, l’indice della Borsa di Tel Aviv è salito effettivamente del 10,7 per cento. Quando le carote non funzionano, i bastoni sono necessari.

2. Israele non è il Sud Africa. Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (le proteste, le petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito. Ed infatti permangono reminiscenze dell’apartheid profondamente desolanti: documenti di identità con codici colorati e permessi di viaggio, case rase al suolo dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, eminente uomo politico sudafricano, ha detto che l’architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è “infinitamente peggiore dell’apartheid”.

3. Perché mettere all’indice solo Israele, quando Stati Uniti, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e in Afghanistan? boycott-israel-free-palestineIl boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata contro Israele è pratica: in un paese così piccolo e così dipendente dal commercio potrebbe effettivamente funzionare.

4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c’è bisogno di più dialogo, non di meno. A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato “Shock Economy” ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato Andalus. Andalus è una casa editrice attivista, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l’unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce che tutti i proventi vadano al lavoro di Andalus, e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l’economia di Israele, ma non gli israeliani.

Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza City. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D’altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta antiapartheid ricordano bene. L’argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l’un l’altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l’uno con l’altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.
Proprio riguardo ad ora, parecchi orgogliosi sionisti si stanno preparando per un punto a loro favore: forse io non so che parecchi di quei giocattoli molto 1_882312_1_34high-tech provengono da parchi di ricerca israeliani, leader mondiali nell’Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti. Alcuni giorni dopo l’assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «A causa dell’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di prendere in considerazione fare affari con voi né con qualsiasi altra società israeliana.»
Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non è stata politica. «Non possiamo permetterci di perdere neppure uno dei nostri clienti: è stata pura logica difensiva commerciale.»
È stato questo tipo di freddo calcolo che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sud Africa due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.

Traduzione di Manlio Caciopo per Megachip

Articolo orginale: http://www.thenation.com/doc/20090126/klein?

Report israeliano contro Israele

9 dicembre 2008 1 commento

Sono giorni caldi per lo Stato Israeliano. Pochi giorni fa è stato proprio da un’assemblea del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che è stato richiesto un boicottaggio dello stato d’Israele per le sue politiche di Apartheid.
Domenica invece l’allarme è scattato proprio da dentro il confine dello Stato Ebraico d’Israele: allarme scontato per chi segue le vicende israelo-palestinesi, ma estremamente importante proprio per la sua provenienza. E’ l’A.C.R.I., l’associazione per i diritti civili in Israele, a dichiarare con un lungo report che, dopo gli Stati Uniti, è proprio lo Stato Israeliano il meno legalitario del mondo occidentale.

campo profughi di Deheishe_

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina: campo profughi di Deheishe_

Il report è stato pubblicato per “macchiare” il 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e sottolinea l’incredibile incremento delle tassazioni nel paese e il parallelo e drastico abbassamento di qualunque investimento sul sociale.

Questo report dell’associazione è basato su un lavoro di inchiesta che ha focalizzato l’attenzione soprattutto sulle città che hanno una grande prevalenza di arabi israeliani come Ramle, Lod, Haifa e Jaffa. Città miste dove le minoranze arabe, ma non solo,  subiscono discriminazioni che vanno peggiorando di anno in anno, di governo in governo. Non viene tralasciato nulla da questa attenta associazione: I qurtieri arabi sono privi di  infrastrutture e quelle che ci sono sono in stato d’abbandono, non esistono edifici pubblici o parchi fruibili per giovani e non, il sistema scolastico e sanitario è completamente insufficiente, per una popolazione composta in gran parte di minorenni.
Da un quartiere all’altro della stessa città c’è il palesarsi di due società parallele; in centro ci sono scuole ed ospedali e soprattutto è garantito il diritto all’esser bambini, mentre poco più in là, nelle periferie arabe o in quelle delle nuove migrazioni degli ebrei etiopi, c’è un tasso di mortalità infantile e un’assenza di cure mediche difficile da trovare anche nei principali paesi del mondo non industrializzato. In 13 anni c’è stato un taglio alle spese sanitarie del 44% e nello stesso arco di tempo è aumentata del 50% la spesa pro capite per le cure private. Accessibili, ovviamente, solo ai cittadini di serie A, quelli con nazionalità israeliana.

Foto di Valentina Perniciaro _Insediamento israeliano in West Bank_

Foto di Valentina Perniciaro _Insediamento israeliano in West Bank_

L’allarme non sfiora solo la popolazione arabo-israeliana, ma anche tanti cittadini ebrei immigrati con il sogno della “terra per tutti gli ebrei del mondo”. Quel sogno si infrange immediatamente: uno stato in guerra non ha tempo nè soldi da dedicare alla spesa pubblica e sociale, l’industria bellica è un baraccone costoso che occupa interamente l’attenzione dei governi israeliani.
Migranti e disabili, cittadini israeliani, vivono in condizioni di emarginazione sociale ed economica spaventosa: e cifre sono spaventose. I portatori di handicap hanno una delle peggiori situazioni economiche dei paesi occidentali: i sussidi ammontano a circa 70% in meno rispetto ad un veterano dell’esercito. Per I migranti la situazione non è migliore: l’enorme quantità di immigrati ebrei etiopi trova solo lavori a bassissimo costo, con stipendi che sfiorano il 40% in meno dei loro colleghi di altra provenienza.

Oltre a questi dati troviamo pesanti limitazioni alla libertà personale e alla privacy, con livelli di controllo della popolazione impressionanti: continuano ad aumentare I controlli su migliaia di linee telefoniche e caselle di posta elettronica, un aumento vertiginoso di telecamere e sistemi di controllo sofisticati. Per quell che riguarda il sistema penitenziario si registrano continue violazioni dei diritti umani, perpetrate soprattutto contro I palestinesi residenti o I migranti di serie B, oltre a condizioni igienico-sanitarie allarmanti.
L’ACRI sottolinea anche l’incremento, soprattutto nell’ultimo anno, di violenze personali compiute contro i palestinesi nei territori, da parte dei coloni israeliani. Di questa miriade di attacchi, spesso con conseguenze gravissime, solo l’8% vede l’apertura di un inchiesta da parte delle autorità israeliane, anche se gli attacchi hanno causato la morte di civili: il resto passa sotto silenzio quando non viene appoggiato direttamente da operazioni militari dello stesso esercito.

L’O.N.U. e il boicottaggio ad Israele …e Napolitano??

8 dicembre 2008 3 commenti

IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU INVITA AL BOICOTTAGGIO DEL REGIME ISRAELIANO DELL’APARTHEID.
MA IN ITALIA TUTTO TACE…NON SI PUO’ DIRE, NON SI PUO’ SAPERE!

“Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri”.

L’Assemblea generale dell’ONU ha esaminato il 24 e 25 novembre 2008 il rapporto del Segretario generale sulla situazione in Palestina.

Il Presidente dell’Assemblea, Miguel d’Escoto Brockmann (Nicaragua), ha fatto di questo dibattito una questione di principio. Aprendo la seduta, ha dichiarato: « Io invito la comunità internazionale ad alzare la sua voce contro la punizione collettiva della popolazione di Gaza, una politica che non possiamo tollerare. Noi esigiamo la fine delle violazioni di massa dei Diritti dell’uomo e facciamo appello ad Israele, la Potenza occupante, affinché lasci entrare immediatamente gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Questa mattina ho parlato dell’apartheid e di come il comportamento della polizia israeliana nei Territori palestinesi occupati sembri così simile a quello dell’apartheid, ad un’epoca passata, un continente più lontano. Io credo che sia importante che noi, all’ONU, impieghiamo questo termine. Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose con il loro nome. Dopotutto, sono le Nazioni Unite che hanno elaborato la Convenzione internazionale contro il crimine dell’apartheid, esplicitando al mondo intero che tali pratiche di discriminazione istituzionale devono essere bandite ogni volta che siano praticate.

FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA

FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA

Abbiamo ascoltato oggi un rappresentante della società civile sudafricana. Sappiamo che in tutto il mondo organizzazioni della società civile lavorano per difendere i diritti dei Palestinesi e tentano di proteggere la popolazione palestinese che noi, Nazioni Unite, non siamo riusciti a proteggere. Più di 20 anni fa noi, le Nazioni Unite, abbiamo raccolto il testimone della società civile quando abbiamo convenuto che le sanzioni erano necessarie per esercitare una pressione non violenta sul Sud Africa. Oggi, forse, noi, le Nazioni Unite, dobbiamo considerare di seguire l’esempio di una nuova generazione della società civile chef a appello per una analoga campagna di boicottaggio, di disinvestimento e di sanzioni per fare pressione su Israele. Ho assistito a numerose riunioni sui Diritti del popolo palestinese. Sono stupefatto che si continui ad insistere sulla pazienza mentre i nostri fratelli e le nostre sorelle palestinesi sono crocifissi. La pazienza è una virtù nella quale io credo. Ma non c’è alcuna virtù nell’essere pazienti con la sofferenza degli altri. Noi dobbiamo agire con tutto il nostro cuore per mettere fine alle sofferenze del popolo palestinese (…) Tengo ugualmente a ricordare ai miei fratelli e sorelle israeliani che, anche se hanno lo scudo protettore degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, nessun atto di intimidazione cambierà la Risoluzione 181, adottata 61 anni fa, che invita alla creazione di due Stati. Vergognosamente, oggi non c’è uno Stato palestinese che noi possiamo celebrare e questa prospettiva appare più lontana che mai. Qualunque siano le spiegazioni, questo fatto centrale porta derisione all’ONU e nuoce gravemente alla sua immagine ed al suo prestigio. Come possiamo continuare così?».

L’ambasciatore Miguel d’Escoto Brockmann è un sacerdote cattolico, teologo della liberazione e membro del Comitato politico del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). Personalità morale riconosciuta, è stato eletto per acclamazione, il 4 giugno 2008, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

L’Anti-Defamation League (ADL) è stata la prima organizzazione sionista a reagire, chiedendo al Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki Moon, di mettere fine a questo « circo » così come alla « cosiddetta giornata di solidarietà con il popolo palestinese ». Infine, ha denunciato il carattere a suo dire « antisemita » delle proposte del Presidente Miguel d’Escoto Brockmann che essa ritiene ispirate da un secolare antigiudaismo cattolico.

Foto di Valentina Perniciaro _Betlemme in corteo_

Foto di Valentina Perniciaro _Betlemme in corteo_

SONO PASSATI QUASI DIECI GIORNI DA QUESTE DICHIARAZIONI, MA LA STAMPA ITALIANA, QUELLA “UFFICIALE” E LETTA DA QUESTO MISERO POPOLO CHE SIAMO NE HA CONTINUAMENTE TACIUTO. 

FORSE NAPOLITANO DOPO IL VIAGGIO IN ISRAELE, MOLTO RECENTE, NON HA AVUTO MODO DI REALIZZARE LA DITTATURA MILITARE CHE E’ L’OCCUPAZIONE ISRAELIANA DEI TERRITORI PALESTINESI.

NON SI PUO’ STARE DALLA VOSTRA PARTE..CHI APPOGGIA ISRAELE HA LE MANI SPORCHE DI SANGUE.
DI SANGUE INNOCENTE, SANGUE DI UN POPOLO STUPRATO DA OLTRE 60 ANNI, SANGUE DI UNA TERRA MASSACRATA.
PALESTINA LIBERA….STOP OCCUPATION
IL MURO CADRA’ SUI VOSTRI CARRIARMATI, SULLE RUSPE, SULLE SEGHE CHE TAGLIANO ULIVI MILLENARI. 

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