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Posts Tagged ‘rita algranati’

Un’intervista a Seda Aktepe, uscita dal carcere di Pisa

10 maggio 2013 Lascia un commento

Da Infoaut:
Dopo 8 giorni di detenzione in regime di isolamento Seda Atkepe è stata rilasciata ieri, 8 maggio, dal carcere Don Bosco di Pisa. Era stata arrestata a Castiglioncello (Li) sulla base di un mandato di cattura internazionale spiccato dal governo turco che l’accusa di militare per l’MLKP (Partito Marxista Leninista Turco), un’organizzazione dissidente dichiarata fuori legge dalle autorità turche.
Nello specifico a Seda viene contestato di aver manifestato il 7 dicembre 2004 contro una legge sull’inasprimento del regime carcerario turco, violando i diritti umani e civili dei detenuti. In quella circostanza venne arrestata con altre 45 persone. In Turchia aveva già scontato 8 mesi di carcere preventivo prima di giungere al giudizio. Nel 2009 insieme ad altre 26 persone è accusata di aver aiutato l’MLKP pur non facendone parte e per questo condannata a 6 anni e 3 mesi di galera. La corte suprema turca ha convalidato questa sentenza. Tra il primo e il secondo grado di giudizio Seda ha avuto modo di riparare in Svizzera dove le è stato riconosciuto lo status di rifugiata politica. La mancata comunicazione del suo status giuridico da parte delle autorità svizzere ai circuiti informatici dell’interpol ha portato alla cattura di Seda in Italia. La pronta attivazione delle reti di solidarietà militanti a Pisa ha fatto sì che il caso di Seda non passasse sotto silenzio, sollecitando sia l’intervento dell’ambasciata svizzera sia costringendo Ankara a ritirare l’istanza di carcerazione per non incorrere nell’ennesimo “scandalo umanitario” capace di fungere da ostacolo al processo di accreditamento turco presso le istituzioni europee.
Ma ciò che più conta è stata la capacità di reagire all’abuso delle autorità turche e italiane e all’uso selvaggio e scarsamente regolamentato dell’Interpol, attivando un pronto supporto legale e il coinvolgimento trasversale e internazionale delle realtà militanti in Italia e Svizzera. Dopo la conferenza stampa di questa mattina presso Exploit a Pisa abbiamo incontrato Seda. Con lei abbiamo affrontato la situazione politica dei movimenti studenteschi turchi, delle loro forme di organizzazione, la questione kurda e l’attivismo politico come rifugiata politica.

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No all’estradizione di Seda Aktepe!

7 maggio 2013 Lascia un commento

LIBERTA’ PER SEDA!

Un po’ di aggiornamenti presi dal sito Exploit Pisa su Seda Aktepe, rifugiata turca che ha ottenuto l’asilo politico in Svizzera e che è stata arrestata il 30 aprile a Castiglioncello dalle autorità italiane, che vorrebbero estradarla, come richiesto dalla Turchia.
Qui gli aggiornamenti e i link sulle estradizioni da e per l’Italia.
LIBERTA’ PER SEDA, LIBERTA’ PER TUTTI!
NO ALLE ESTRADIZIONI.

(6 Maggio)
Stamattina c’è stata la prima udienza della corte d’appello di Firenze sul “caso Seda”; gli avvocati che abbiamo riunito hanno ufficializzato la richiesta di asilo politico in Italia, che andrebbe ad aggiungersi a quella già riconosciuta dalla Svizzera del Febbraio scorso.
Le misure cautelari saranno decise entro 5 giorni a partire da oggi; aspettiamo e speriamo che Seda possa almeno uscire dal carcere. Purtroppo nonostante il suo fidanzato sia stato ammesso in aula non gli è stato permesso di incontrarla; e dal giorno dell’arresto non gli è stata concessa una visita in carcere.

(6 Maggio)
I sindacati svizzeri, oltre ad aderire all’appello, inviano richieste per la scarcerazione immediata di Seda al Consolato e all’Ambasciata d’Italia in Svizzera. Qui potete leggere il loro comunicato.

[ricordiamoci che questo governo ha appena estradato Lander verso la Spagna]
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L’Italia che estrada: un appello per Seda, rifugiata turca

5 maggio 2013 3 commenti

Seda!

Martedì 30 aprile 2013 Seda è stata arrestata in uno ostello a Castiglioncello. Le mancava un documento, che le era stato rilasciato in Svizzera in quanto rifugiata politica. Questo documento è stato presentato subito dopo. Attualmente si trova nel carcere di Pisa e non ha nessun contatto con i suoi parenti. Ha ottenuto un difensore d’ufficio e si trova in stato di isolamento.

Seda ha ottenuto l’asilo politico in Svizzera poichè in Turchia doveva fronteggiare persecuzione e reclusione detentiva in quanto oppositrice del governo. In Turchia Seda aspetta una condanna detentiva per aver preso parte ad una manifestazione e questo è il motivo per cui è stata condannata. Avrebbe fatto propaganda per una “organizzazione illegale” di sinistra. La Turchia considera illegali le organizzazioni critiche verso il governo, sebbene esse siano legali negli altri paesi.

NO ALLE ESTRADIZIONI!

La Turchia abusa dell’Interpol al fine di perseguire le persone critiche verso il governo. I mandati di cattura dell’Interpol impediscono ai rifugiati politici di muoversi liberamente, in questo modo si realizza una persecuzione ben oltre i confini turchi.
Seda ha ottenuto in Svizzera l’asilo politico. In Svizzera Seda è “legale” sotto ogni aspetto. L’Italia è tenuta a rispettare i diritti umani e assicurare la protezione dalla persecuzione politica.

La nostra richiesta è chiara: noi chiediamo che la giustizia italiana riconosca il pronunciamento della Svizzera, secondo cui Seda è dichiarata rifugiata politica. Deve essere rilasciata immediatamente e in ogni caso non deve essere lasciata in balia dello stato torturatore turco. Spetta ora alla magistratura italiana, opporsi a questa situazione ingiusta.

Questo comunicato arriva dalla Svizzera e ci racconta la storia di Seda Aktepe appena avvenuta, qui, nel nostro paese,
e ci parla di una ragazza detenuta in isolamento nel carcere di Pisa, a rischio estradizione verso la Turchia.
A pochi giorni dall’infame estradizione di Lander… rieccoci.

Qui il comunicato dei compagni pisani: link
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Estradizioni: il diritto virtuale italiano

16 settembre 2009 4 commenti

di Valentina Perniciaro, L’Altro 16 Settembre 2009

Le uniche volte che il nostro paese è riuscito a prendere alcuni dei militanti della lotta armata riparati all’estero, ciò è avvenuto solo grazie alla frode, ad accordi sottobanco, a manovre che hanno aggirato leggi e trattati internazionali.
Nell’1987-88 tre militanti accusati di partecipazione a banda armata arrivarono dopo una poco chiara triangolazione con Spagna e Francia, dove in quel momento Mitterrand affrontava la sua prima coabitazione e ministro dell’Interno, coautore dell’intera operazione insieme a quello italiano, era Charles Pasqua. Personaggio noto per gli intrighi e i metodi spicci affidati ad operazioni coperte dei servizi. Allora la Francia espulse in Spagna i tre italiani, richiesti dalla nostra magistratura per una processo in corso nell’aula bunker di Rebibbia.

Cesare Battisti

Cesare Battisti

Nel Frattempo la Spagna aveva negoziato lo scambio dei tre con quello di un militante basco accusato di appartenere all’Eta e da mesi detenuto Rebibbia. In questo modo non solo venne aggirata la dottrina Mitterrand ma lo stesso trattato che regolava la materia delle estradizioni tra paesi europei. Ai tre, per fortuna, andò bene perché nel corso dei processi le loro posizioni si alleggerirono. Alla fine scontarono “solo” alcuni anni di detenzione preventiva.
Non è stato così per la prima “estradizione” diretta dalla Francia, quella di Paolo Persichetti nell’agosto 2002. Un polverone mediatico accompagnò l’episodio, volgarmente festeggiato con un brindisi a villa Certosa da Berlusconi e i suoi sodali durante una cena in cui era presente anche mamma Rosa. All’annuncio, dato via telefono dall’allora capo della polizia De Gennaro al ministro degli Interni Beppe Pisanu presente alla festa, si levò un coro di applausi e qualcuno invitò a levare i bicchieri in aria per brindare alla caccia riuscita. Non si trattava di un’estradizione realizzata secondo i crismi dei trattati europei ma di una consegna speciale. Erano gli anni in cui a livello internazionale era entrata in voga la prassi delle extraordinary rendition e da noi Cia e Sismi rapivano Abu Omar, l’Iman di via Quaranta a Milano mentre funzionava a pieno regime l’agenzia di disinformazione di Pio Pompa.

Persichetti il giorno del "rapimento"

Persichetti il giorno del "rapimento"

Il vecchio decreto d’estradizione che pesava sulla testa di Persichetti, firmato nel 1994 dal primo ministro francese Balladur nel corso della seconda coabitazione (destra al governo e il socialista Mitterrand all’Eliseo), non era più valido perché due delle tre condanne inflitte erano prescritte. Per riaverlo l’Italia imbastì un’enorme montatura giudiziaria esportando a Parigi la pista investigativa che avrebbe dovuto condurre a scoprire gli autori dell’attentato mortale contro Marco Biagi, avvenuto pochi mesi prima. Gli investigatori bolognesi crearono di sana pianta la «pista francese», una pesante campagna stampa venne orientata contro gli esuli ritenuti gli animatori del «santuario parigino della lotta armata». Non c’era nulla di vero. Semmai a Parigi c’era la centrale politica dell’amnistia, una spina nel fianco da sempre mal sopportata dalle autorità e dalla magistratura italiana. Arrestato in serata, nel corso della notte Persichetti venne trasferito e consegnato all’alba sotto il tunnel del Monte Bianco. Viste le accuse indicate nelle rogatorie internazionali e l’inchiesta sull’attentato Biagi che l’aspettava in Italia, Persichetti avrebbe avuto il diritto di dimostrare la propria estraneità nel corso di una regolare nuova procedura di estradizione, che mai ci fu.
Nel 2004 fu il turno di Rita Algranati e Maurizio Falessi, riparati da anni in Algeria. Vennero consegnati via il Cairo alla Digos dopo un accordo con i servizi algerini. Nessuna procedura d’estradizione, nessun giudice ha mai valutato se le pretese italiane fossero fondate, le accuse di natura politica o meno, i processi coretti. Nessun timbro o decreto ha mai sancito e reso legale quell’episodio. Fu un atto di pirateria internazionale, un’azione di contrabbando di vite umane. Presi e caricati a forza su un volo diretto in un paese terzo, ad attenderli trovarono le autorità italiane che preventivamente avevano concordato il tutto. Per giunta dopo un anno di carcere le condanne di Falessi risultarono prescritte.

Rita Algranati il giorno del suo di rapimento

Rita Algranati il giorno del suo di rapimento

È arrivata poi la vicenda Battisti. Prima in Francia, dove il grosso della battaglia giudiziaria ruotò attorno alla contumacia. La tesi italiana era che questa non inficiava minimamente il diritto alla difesa, soprattutto perché a detta degli italiani Battisti aveva comunque nominato dalla latitanza un legale di fiducia. In realtà uno dei primi avvocati di Battisti venne arrestato per un certo periodo, mentre la nomina del secondo, si è poi accertato, era frutto di un falso. Tuttavia ancora non bastava. Bisognava convincere i giudici di una chambre d’accusation, che seppur ben disposti erano comunque vincolati da leggi e giurisprudenza. Alla fine l’Italia strappò l’avviso favorevole sulla base di una promessa, il varo di una legge che avrebbe consentito alle persone condannate in contumacia di chiedere la riapertura del processo. Non si era mai visto che qualcuno venisse estradato in virtù di una legge che non ancora c’era. Era l’inizio del diritto virtuale all’italiana, la giustizia creativa che seguiva il solco delle evoluzioni della finanza. In effetti, una modifica derisoria dell’articolo 175 del codice di procedura venne poi introdotta, ma questa non ha mai previsto automatismi. È rimasto sempre un collegio di giudici a vagliarne la pertinenza. Così la Francia concesse l’estradizione sulla base dell’ennesimo raggiro: la promessa della riapertura di un processo che non sarebbe mai venuto, prova ne è il fatto che di fronte al Supremo tribunale brasiliano si discute d’ergastolo. Il Brasile ne chiede la commutazione, l’Italia risponde che non ce n’è bisogno perché si tratterebbe di una «pena virtuale». Ma il Brasile si farà fregare come la Francia?

su Cesare Battisti…

30 gennaio 2009 Lascia un commento

PROSEGUE LA POLEMICA SUL CASO BATTISTI, ANCHE A CAUSA DELLE SUE DICHIARAZIONI.
Tralasciando i commenti su quello che ha dichiarato alla stampa brasiliana, vi lascio il link di un contributo audio preso da Radio Onda D’urto di un’intervista a Paolo Persichetti,ex  militante delle Brigate Rosse estradato o meglio, rapito, dalla Francia nell’agosto 2002.
Per ascoltarlo : intervista

INVECE QUI VI METTO UN INTERVENTO MOLTO INTERESSANTE DI ORESTE SCALZONE A RIGUARDA, che uscirà completo domani sul suo blog:

Paris, 30.1.2009

Se mi tengo strettamente al punto di vista dell’interesse particolare dei fuoriusciti dall’Italia del dopo- anni ‘70/’80, rifugiatisi in Francia e altrove, al loro destino, devo dire che questa inedita isteria di Stato e di “scrittori e popolo”, di <società civile> e di plebi aizzate a urlare al linciaggio, lo spettacolo del “Tutti contro uno!” , eppoi di così mediocre consistenza, spessore foss’anche semplicemente simbolico, è andata talmente oltre che – fuori dai confini d’Italia – ha doppiato il capo, il punto di non-ritorno oltre il quale ogni parola in più  ottiene l’effetto contrario, si rivela controproducente.battisti_arresto

Dunque, potrei dire, “Continuate così, ancora uno sforzo… Se un Berardi o un Borghezio – ma non solo – non esistessero, ci converrebbe inventarli! Ogni bercio o sofisma in più, è per noialtri un’assicurazione sul futuro, contro ogni rischio d’estradizione : una manna…”.

Lo spettacolo di sé che sta dando “l’impresa-Italia”, che stanno dando la <società politica> e in generale i piani alti delle istituzioni e della società ;  gli umori che la loro abietta majeusi fa trasudare dal vaso di Pandora del bassoventre della società, lasciano infatti, prima ancora che scandalizzati, allibiti anche persone che “naturalmente” si troverebbero dalla loro parte.

Mi risulta che figure pubbliche brasiliane, che mantenevano una forte perplessità ed incredulità rispetto a giudizî – che gli sembravano eccessivi e propagandistici – sullo stato delle garanzie giuridiche in Italia e sulla natura del suo <ordine giuridico interno>, hanno modificato radicalmente, un giorno dopo l’altro, il loro giudizio, rispetto a ciò che venivano ascoltando e constatando de visu ogni giorno. Insomma, la “parte italiana, richiedente”, si è cacciata da sé nella condizione di quell’orribile condizione che il gergo mafioso definisce “dell’incaprettato” : ormai, più si agita, più aggiunge berci, spinge al proscenio personaggi, argomenta e vocifera, più si condanna al discredito, dunque alla sconfitta. Se invece di fermarsi, tanto più rilancia quanto più è frustrata, la spirale viziosa si serrerà intorno al suo collo.

Spingendo in avanti dei soggetti privati, le parti lese ; facendosene scudo, alibi, esponendole come “teste di turco” ; giocando empiamente sul loro dolore, aizzandole, mettendo a prezzo la loro sofferenza ; non decidendo mai una legge sui risarcimenti materiali, e cooptandone qua e là qualcuno, retribuendolo con candidature ed elezioni al Parlamento e altre cariche politiche ; raccontandogli l’infame dottrina per la quale senza la <retribuzione> consistente nel castigo, nella punizione certa e <infinita> di chi la <verità giudiziaria> ha decretato colpevole ; stravolgendo la norma, la dottrina, la Costituzione e pretendendo di legare la pena al primato della logica detta <retributiva> ; dismettendo le proprie prerogative sovrane – per esempio in materia d’indulto ed amnistia – e facendole coincidere con la logica che presiede all’istituto della grazia; scatenando in modo demenziale e criminale un mercato e una “guerra fra tutti e tutti” gli egotismi identitarî, legittimistici, vittimarî ; spandendo psicosi e <razeionalizzazioni> di passioni tristi, sospetti, risentimenti, rancori….,  hanno fatto e continuano a fare gli apprendisti stregoni.

Il guaio è che seminano vento, e tutti raccoglieremo tempesta : a cominciare dal fatto di subire una sorta di conformazione, di coazione mimetica che ci porta a ritorcere specularmene e all’infinito quest’atteggiamento delirante e livido, che prima che distruttivo d’altrui è eticamente suicidario, mortifero.

La pretesa di esportare la stessa operazione altrove ; di chiedere agli altri Stati, loro “pari”, di dimettere anch’essi le loro prerogative e facoltà, per transmutarsi in mandanti e al contempo in esecutori di una mortale caccia all’uomo condotta da una parte privata, parte in causa, che meriterebbe il massimo di rispetto e compassione e invece viene violentata, plagiata e prostituita, fatta oggetto di uso strumentale, demagogico demma sua sofferenza ; la pretesa di sindacare la facoltà di un altro Paese di decidere su estradizioni o asili, accampando le ragioni delle parti civili, prima che un crimine è una perfetta idiozia.

Hanno perso il lume della ragione. Sono arrivati a straparlare di “terrorista comune”, quando – come gli aveva fatto osservare Cossiga – l’applicazione a un Battisti della legge “speciale”, “emergenziale” che porta il suo nome, e prevede l’applicazione di una aggravante che comporta un elevato moltiplicatore di pene, se in sentenza i comportamenti incriminati sono dichiarati compiuti <per fini di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale>, è una cialtroneria da gente che ha perso la testa. Così come lasciarsi andare, spinti dal livore, a definire il Brasile <Repubblichetta sudamericana>. Così come portare al parossismo più grottesco la banalizzazione <negazionista> del genocidio degli Ebrei, stabilendo comparazioni tra Battisti e… Eichmann (e questo, da parte di gente che – perlatro in modo al solito doppiopesistico – ostenta scandalo e stigmatizza negazionismo, chi quando si osa anche solo parlare anche di Gulag, Laogaï e foibe, chi quando si evocano Hiroshima, o le stragi da colonizzazioni e da tratta…).

Epperò non ci rallegriamo. Primo, se pensiamo a tanti compagne e compagne di destino, in quella stagione, tuttora rinchiusi, a tempo pieno o parziale, dietro quelle mura.

Secondo, se pensiamo a questo incrementarsi vertiginoso di un populismo penale, di una tendenza allo Stato penale, della sua capacità di infettare in modo virale le teste, producendo – ben peggio che acquiescenza – malinteso “giustizierista” che obiettivamente attacca allo stesso bindolo chi crede di combatterlo, e cade nella più vieta corsa mimetica.

Non ci rallegriamo, last but not least, quando vediamo il compiersi di una ‘deriva’ da tempo intrapresa da uno che ha condiviso tratti di nostri percorsi, come Battisti.

Ora viene a dirci, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che nella sua fuga dalla Francia, sulla quale aveva spalmato il libro <La mia latitanza>, sarebbe stato aiutato dai servizî segreti francesi.

Tendo a non crederci, ma se devo crederci devo chiedermi (e potremmo chiedergli conto) di quali contropartite abbia dato, quali servigî resi, visto che non risulta che i “servizî” siano associazioni di assistenza ai fuggiaschi, che benevolmente aiutano ad esfiltrarli…

E a chi dovesse accampare stati di necessità assoluta, di indigenza, questioni di vita o morte, verrebbe comunque da chieder conto di questa rivelazione di una macchia, di una miseria privata, senza una ragione foss’anche la più opportunistica. E chiedere come non se ne scusi innanzitutto con uomini e donne che gli sono stati compagni di destino e si sono battuti per lui.

E se poi dovesse essere – come tendo a credere – un parto della spettrale fantasia da inventore di gialli polizieschi, quale sarebbe la ratio?

Viene in mente un’altro inspiegabile gesto, che sembra una piccola ignobiltà gratuita. Noi non sappiamo se la signora Carla Bruni-Sarkozy abbia in qualche modo “intercesso” per lui. Se no, non si vede perché dire in proposito una falsità. Se sì, e se – al centro di attacchi volgari, inauditi, conditi di allusioni pesanti che la mettono in causa “come donna” (a proposito, che dire del silenzio plumbeo dell’intellighentzsjia femminista, ancora una volta?) – questa persona è andata in TV a schermirsi, a negare, che senso ha non rispettare una doverosa discrezione e – con strumentalità da parvenu che vogliono sfruttare fino in fondo una relazione e una persona – andare a smentire la sua smentita, confermando ciò che le attira un vero linciaggio?

Il quadro di un ambiente nel suo complesso malsano, di un Paese malato, più ancora che altri, di una società violentata e sfigurata, viene completato dall’episodio – sintomatico, rivelatore – di una intervista mai data, fittiziamente costruite con spezzoni di frasi dette al telefono per spiegare la propria indisponibilità a farsi intervistare, da una compagna rifugiata in Francia. Si tratta di estorsione volgare, di manipolazione, di truffa, di vero e proprio stupro morale. Questo non è un episodio isolato : è un frutto avvelenato. Il frutto avvelenato di chi pensa di trattarci, non già da <nemici>, o da vinti ; e nemmeno, a ben vedere, da “folli” e/o “criminali” : ma piuttosto da ‘scherzi di natura’, impensabili se non in termini di marionette e di pupari . Mostri, da espellere dall’umano : vale a dire, <sotto-uomini>. Unter-Menschen.

Ecco, questo c’è al fondo. Per noi e per tutti, non éscenderemo nel gorgo, muti”. […segue ]

o.s.

Questa è la ‘base’ per interventi e risposte a domande d’intervista. Essa è come un estratto, un’estrapolazione, da un ragionamento più ampio.

Un primo “allargamento”sarà pubblicato sul BlackBlog domani, 31.1.2009

 

Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti. Richiamato l’ambasciatore Valensise

27 gennaio 2009 Lascia un commento

DAL BLOG INSORGENZE
Dopo la richiesta di archiviazione fatta dalla procura generale brasiliana, a seguito della concessione dello status di rifiugiato politico, l’Italia richiama l’ambasciatore Valensise a Brasilia per consultazioni

di Paolo Persichetti Liberazione 28 gennaio 2009

Cesare Battisti non verrà estradato, per questo l’Italia ha deciso di richiamare il proprio ambasciatore in Brasile Michele Valensise. La rappresaglia diplomatica (che nel linguaggio paludato della diplomazia è il segnale di un grave stato di crisi prossimo alla rottura delle relazioni ufficiali) è stata presa dal ministro degli Esteri Franco Frattini dopo la diffusione, nella serata di lunedì, del nuovo parere sulla estradizione – questa volta negativo –  espresso dalla procura generale brasiliana. Antonio Fernando De Souza, nell’aprile del 2008, si era detto favorevole; ora però, a seguito della sopravvenuta concessione dell’asilo politico, da parte del ministro della Giustizia Tarso Gendro, non ha potuto fare altro che inchinarsi e domandare l’archiviazione dell’intera procedura.

Genro Tarso 

Genro Tarso

Tra Italia e Brasile non vi è alcun accordo sul riconoscimento reciproco delle sentenze di giustizia e la dottrina giuridica estradizionale è materia che attiene ancora alle decisioni sovrane della politica. Il parere era stato richiesto dal presidente del Supremo tribunale federale (Stf) Gilmar Mendes, dopo le forti reazioni italiane e le pesanti pressioni diplomatiche. Prima il presidente della repubblica Napolitano, poi il presidente della Camera Fini, avevano scritto a Lula per rappresentare lo «stupore e il rammarico» delle autorità italiane. Lo stesso ambasciatore Valensise, accompagnato da un legale brasiliano incaricato dal nostro governo, era stato ricevuto dal presidente del Supremo tribunale federale. Circostanza che ha rasentato l’ingerenza negli affari interni brasiliani. Come avrebbe reagito l’Italia se un ambasciatore estero avesse incontrato il presidente della corte di Cassazione per fare pressione nell’ambito di una procedura in corso?
Lula aveva risposto con una breve ma ferma lettera nella quale ribadiva che la decisione era un atto sovrano del Brasile fondato su indiscutibili basi giuridiche interne e internazionali (art. 4 della costituzione brasiliana, legge post-dittatura del 1997 sul diritto d’asilo e convenzione Onu del 1951, riconosciuta anche dall’Italia). A questo punto la parola torna al Tribunale supremo che si riunirà il prossimo 2 febbraio per pronunciarsi sulla scarcerazione. Per altro l’estradizione di Battisti, se fosse avvenuta, avrebbe sollevato non pochi problemi all’Italia. Infatti la condizione posta dalla procura generale era la commutazione dell’ergastolo comminatogli (abolito dal codice penale brasiliano) a 30 anni di reclusione. Ove mai l’Italia avesse accolto la richiesta (non avrebbe potuto fare altrimenti), si sarebbe posto un problema di uguaglianza di trattamento di fronte a tutti gli altri ergastolani. In questa vicenda l’Italia ha sommato una lunga serie di gaffes e comportamenti arroganti, mostrando di considerare il Brasile una repubblica delle banane che avrebbe dovuto piegarsi supinamente all’attività lobbistica della nostra magistratura, spesso convinta d’essere la fonte battesimale della giustizia mondiale pronta a dare lezioni di legalità al mondo intero. Nonostante il pluridecennale contenzioso aperto con le autorità parigine, quasi 90 procedure di estradizione (accolte solo in due casi), l’Italia non ha mai pensato di mettere in discussione in modo così palese la sovranità interna della Francia. Forse non a caso Gianni Agnelli definiva lo Stivale una «repubblica di fichi d’india».
Questa disfatta diplomatico-giudiziario riapre con forza la questione della mancata chiusura politica degli anni 70. All’estero nessuno riesce a capire come dopo 30 anni permanga ancora una tale volontà di disconoscere la natura sociale del conflitto

Rita Algranati allarrivo in Italia 

La “consegna straordinaria” di Rita Algranati

armato che traversò quel decennio e che, una volta concluso, andava affrontato e chiuso. L’Italia continua a negare l’emergenza giudiziaria, i numerosi casi di tortura denunciati nei primi anni 80 (anche da Amnesty). Fino ad ora ben 7 paesi hanno detto no alle richieste d’estradizione italiane: la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia. Poi il Canada, il Nicaragua, l’Argentina e il Brasile. Solo grazie a degli atti di pirateria internazionale, favoriti dal clima post Torri gemelle, l’Italia è riuscita a riavere alcuni rifugiati. Clamoroso fu il caso di Rita Algranati nel 2004, scambiata con i servizi algerini, complice l’Egitto. Insomma la vera anomalia internazionale continua ad essere quella italiana. Per quanto ancora?

Scarcerata, FINALMENTE, Marina Petrella!

6 agosto 2008 2 commenti

SCARCERATA MARINA PETRELLA, RIDOTTA ORMAI A 39 KG.
FINALMENTE UN PO’ DI RAZIOCINIO IN TERRA FRANCESE. ORA SI CONTINUA A LOTTARE PER BLOCCARE L’ESTRADIZIONE. 

Marina Petrella, Processo Moro

 

DALLA PRIMA PAGINA DI LIBERAZIONE DI OGGI

«Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi.
La decisione era nell’aria da alcuni giorni, dopo il cordoglio suscitato dalla scomparsa di uno degli avvocati di Marina Petrella, Jean-Jacques De Félice, figura storica del foro di Parigi sempre in prima fila nella difesa dei sans papiers e dei senza tetto, membro del comitato di difesa dell’Fln ai tempi della guerra d’Algeria. A smuovere le acque è stata anche la ferma presa di posizione del professore Frédéric Rouillon, titolare della cattedra di psichiatria presso l’università René-Descartes che in passato aveva denunciato la presenza di gravi errori nelle scelte terapeutiche impiegate sulla fuoriuscita. Sulle pagine del quotidiano Libération del primo agosto, il responsabile del servizio dove la Petrella è in cura, aveva spiegato che il ricovero d’urgenza della paziente era avvenuto disattendendo quanto previsto dalla legge e domandone, per questo, una rapida scarcerazione affinché potesse essere sottoposta ad un trattamento terapeutico efficace. Non c’è stata, quindi, nessuna particolare sorpresa quando nella serata di lunedì 4 agosto le agenzie hanno diramato la notizia che il giorno successivo sarebbe stata discussa la rimessa in libertà, su richiesta stessa della procura generale che annunciava anche il suo orientamento favorevole alla scarcerazione.
Se è vero che questa decisione non influisce minimamente sulla proseguio della procedura d’estradizione, il Consiglio di Stato deve infatti ancora pronunciarsi sul ricorso sospensivo depositato dall’avvocato Irène Terrel, tuttavia segnala un evidente cambio di rotta del potere politico francese.
Un cambio di strategia che si era già palesato con le dichiarazioni rese dal presidente della repubblica francese a conclusione del vertice del G8 in Giappone e con l’invio di una lettera al primo ministro Berlusconi, nella quale si chiedeva al governo italiano di farsi latore di una domanda di grazia presso il Quirinale. Gli argomenti esposti da Sarkozy sono andati col tempo affinandosi dopo la confusione iniziale. Soprattutto l’ospite dell’Eliseo ha insistito ripetutamente sull’insensatezza di sanzioni penali, per giunta infinite, che restano ancora pendenti a distanza di decenni dai fatti incriminati.
Che Sarkozy sia in qualche modo tornato sui suoi passi, lo dimostra anche la politica globale messa in campo negli ultimi tempi sull’intera materia dei residui penali dei conflitti politico-sociali che hanno segnato la fine del Novecento.
È di questi giorni, infatti, la concessione della liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, membro di Action directe in semilibertà da un anno, arrestata nel 1987 e condannata a diversi ergastoli. Dopo Joëlle Aubrun, liberata a seguito delle sue gravi condizioni di salute e deceduta nel frattempo, e Jean-Marc Rouillan, messo in semilibertà da alcuni mesi, Sarkozy ha deciso la chiusura degli «anni di piombo» francesi. Tutti i militanti legati alla stagione della lotta armata svoltasi in Francia tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il Centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime di prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale. Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche securitarie si indirizzano ormai contro i migranti, i residui penali del Novecento rappresentano solo una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Solo in Italia il passato divora il futuro e si nutre di vendette senza fine. Come è accaduto per Rita Algranati estradata nel 2004 per scontare l’ ergastolo.
PAOLO PERSICHETTI, LIBERAZIONE 6 Agosto 2008

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