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Posts Tagged ‘Taranto’

Senza diritto all’ossigeno: i fumi dell’Ilva di Taranto

25 novembre 2013 4 commenti

Era il marzo del 2011 quando misi su questo blog un video di alcune esplosioni notturne provenienti dall’Ilva di Taranto.
Oggi il buongiorno mi è stato nuovamente dato da immagini incommentabili di fumi neri alzarsi in aria, per ricadere sulla vita (sulla morte dovremmo scrivere) di un’intera città, di un intero splendido golfo, di centinaia di migliaia di persone.

In questi due anni, decine di tavoli tecnici, di menzogne, di risate vendoliane al telefono (qui i commenti li lascio a voi che le vie respiratorie si ingolfano di secrezioni improvvise impedendomi la sopravvivenza), di bla bla bla eppure…
ecco Taranto ieri mattina, ecco Taranto anche in questo momento probabilmente.

Ci inquinate da millenni, ci uccidete, ci rendete metastasi impazzite: ma la pagherete, senza ombra di dubbio.

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Le notti di Taranto, ottobre 2012

9 ottobre 2012 4 commenti

Ho pochissime parole per descrivere questo video: è stato girato 4 notti fa….

12 ore di Taranto… il video è un timelapse di circa 12 ore, dalle ore 20:07 alle ore 7:30 del mattino, montato su 4022 scatti fotografici ripresi ogni 10 sec
Data riprese 5 Ottobre 2012 quartiere tamburi
Produzione Aumedia
Realizzazione Andrea Basile

Il comunicato dopo le folli perquisizioni ai danni della Masseria Foresta

31 maggio 2012 Lascia un commento

Il 29 maggio veniva eseguita una perquisizione ai danni della Masseria Foresta di Crispiano con tanto di blitz mattutino delle forze dell’ordine. Sembra che le indagini siano iniziate dopo la comparsa di alcune scritte “No Tav” nel paese limitrofo. Non ci interessa entrare nel merito di queste insulse accuse se non per esprimere solidarietà e vicinanza a tutti i compagni colpiti da questi provvedimenti. Chi conosce i ragazzi della Foresta sa che la masseria è un luogo in cui si parla e si attuano esperimenti di autogestione e di autoproduzione, oltre a innumerevoli iniziative politiche, culturali e musicali (nessun pericoloso “quartier generale” al contrario di quanto scrive Repubblica).

Chi vive in quel luogo cerca tutti i giorni di sviluppare nuove forme di socialità e di vita in comune e forse questo fa molto più paura di qualche scritta sul muro.Ci sembra però che le perquisizioni dei carabinieri dei giorni scorsi si inseriscano in un quadro più generale di repressione e di tensione verso qualsiasi forma di dissenso. Da settimane Monti, Manganelli e il ministro Cancellieri rilasciano dichiarazioni deliranti volte a instaurare un clima di terrore che accomuna la gambizzazione di Adinolfi e l’attentato di Brindisi, cercando di compattare il paese contro il comune nemico dell’anarco-insurrezionalismo. In un paese sommerso dai debiti e strozzato dalla crisi sappiamo che questo è solo fumo negli occhi e che il vero obbiettivo è restringere gli spazi del dissenso e aprire quelli per la repressione. Non a caso viene attaccato il movimento “No Tav”, capace di creare un largo consenso intorno alla resistenza di una popolazione e alla ferma volontà della gente della Val Susa di opporsi a un’ opera inutile e insostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico.
Occupy ArcheoTower – Taranto

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Foto di Valentina Perniciaro

Manduria e la “tendopoli che non c’è”

30 marzo 2011 Lascia un commento

Un’idea di cosa sia la tendopoli sorta tra Manduria e Oria ce l’ha Marek, un tunisino di trent’anni: “This is a prison”, dice in un inglese arabizzato quanto basta per capire che la nostra conversazione non può andare avanti. C’è qualcuno che parla italiano? o inglese? Sì, qualcuno c’è. “Quello che ti posso dire è che non so perché sono qui. Io voglio andare in Francia. Tutti noi vogliamo andare in Francia o in Germania”.

Sono giovani, alcuni giovanissimi, i profughi tunisini che ormai da tre giorni affollano l’ex spazio militare tra Manduria e Oria. Con gli ultimi 827 arrivi hanno abbondantemente superato le mille unità, sedici delle quali sono donne. Vivono, tutti, senza sapere cosa sarà di loro, con l’incubo del rimpatrio da una parte e la voglia di abbandonare l’Italia dall’altra. La Francia è la meta più ambita: lì hanno famigliari, amici, amanti. Qui, invece, non hanno ben chiaro cosa fare. “Mangio, dormo e fumo tutto il giorno”, continua l’interprete di cui non conosco il nome. “Scusa amico, quanti chilometri per Taranto?”. Circa quaranta.

Hamza, ventidue anni, ha un’amica che fa l’avvocato a Napoli. Il suo inglese è fluente. Spiega che la vita nella tendopoli è uno schifo. La doccia è fredda, il cibo è brutto, la corrente elettrica c’è solo per due ore al giorno. Mi mostra le foto della sua odissea nel Mediterraneo registrate sul suo cellulare. Sono le foto di una bagnarola oberata di

"Porta Europa" a Lampedusa

esseri umani al di là di qualsiasi “capienza massima”. “Do you want?”. I want. “Money”. Rido, ride. Poi mi dà il suo numero di telefono non prima di aver commentato l’arretratezza tecnologica del mio. Non ho soldi per comprarne uno nuovo. Ride ancora, di gusto questa volta.

Hamza ha in testa una serratissima road map da rispettare: Taranto-Napoli-Roma-Lucca-Parigi. Ma la vede nera, almeno finché sarà circondato da quelle recinzioni metalliche. E’ deluso. Quando è sbarcato a Lampedusa gli avevano detto cose diverse: gli avevano detto che sarebbe arrivato in un posto migliore, che sarebbe stato libero di muoversi in Europa in poco tempo, che avrebbe ricevuto 300 euro insieme a tutti i suoi connazionali. “This is my 300 euro”, dice sorridendo mentre mi mostra un sacchetto di plastica contenete una saponetta, uno shampoo e un piccolo asciugamani.
“Quanti chilometri per Taranto?”. Sempre quaranta.
“Perché siamo in questa gabbia?”. Bella domanda, la verità è che non lo sa nessuno il perché. A dirla tutta non si sa bene nemmeno cosa sia quella gabbia. “E’ un centro di accoglienza e riconoscimento”, improvvisa il serafico Nicola Lonoce, responsabile della logistica del campo per conto del Consorzio Nuvola (che raccoglie le cooperative sociali del territorio), satellite del Consorzio internazionale Connecting people. E’ lo stesso Lonoce a confessare che formalmente quel campo semplicemente non è. “Chi è scappato ieri (circa 130 persone, ndr) non ha commesso nessun reato”. In poche parole non è scappato. Ha semplicemente fatto quanto è in suo diritto di fare, andare per la sua strada. Da clandestino.
Anche i poliziotti sono lì nel caso in cui succeda qualcosa, ma non possono impedire la fuga né tanto meno negare l’accesso al campo. Uno di loro, in un momento di rara confidenza forse concessa per sfinimento, mette a nudo l’imbarazzo normativo e organizzativo della situazione, dice: “Se questi decidono di uscire, chi li ferma? Ce li ritroviamo addosso. E se ne arrivano altri? che si fa?”.

Solo domande a Manduria, ognuna proveniente da una prospettiva differente. Di risposte, finora, nemmeno l’ombra. L’unico che prova a fornire è Lonoce, ma non è certo lui che può colmare l’enorme vuoto che aleggia attorno quel non luogo legislativo. Spiega, però, che la prospettiva burocratica dei 1500 di Manduria è richiedere la protezione internazionale per riuscire a ottenere la protezione umanitaria, con la quale saranno liberi di circolare per l’Europa per un anno. In condizioni di normalità ci vogliono circa quattro-cinque mesi, un’eternità, vista la situazione. E’ possibile tuttavia che la Commissione territoriale – ente preposto al rilascio della protezione umanitaria – riceva un’ordine di semplificazione burocratica per accelerare il tutto. “E’ possibile, ma non è certo”.
Ecco, appunto, di certo non c’è nulla, così ognuno fa e dice un po’ quello che gli passa per la testa. “Non si può parlare con i profughi”, mi fa una non meglio identificata persona con fare da poliziotto in borghese. “C’è un decreto che lo proibisce”.
La conversazione surreale non procede oltre, Hamza ha una cosa più importante da chiedermi. Il suo sorriso a metà strada tra la rassegnazione e la simpatia svanisce d’improvviso, si fa serio e mi chiede di essere sincero. E’ vero che verranno tutti rimpatriati? e che cosa posso fare io per aiutarlo, io con il mio lavoro da giornalista?
Rifletto, ma non sa dare una risposte che non sia pura retorica, almeno agli occhi di chi non sa che farsene, in questo momento, di un giornale. Rifletto e mi chiedo per quanto tempo ancora si potrà continuare a rispondere “non lo so” alle domande di mille e cinquecento persone trattenute in una tendopoli per mere ragioni burocratiche.
L’altra piccola certezza riguarda il fatto che nell’immediato i profughi tunisini riceveranno un attestato nominativo con il quale saranno liberi di uscire dal campo per dodici ore. Spiego questa cosa ad Hamza il quale non trova meglio di fare che sorridere amaro. “There is no future”, dice. E mi saluta.

Francesco Lefons
da 20centesimi

Le emissione dell’Ilva di Taranto

7 marzo 2011 Lascia un commento


E’ dalle immagini riprese dal noto ambientalista Fabio Matacchiera che abbiamo la conferma definitiva di quel che causa l’impianto industriale dell’Ilva di Taranto. Dalle pagine de Il Mattino la notizia ha avuto eco, ma il video su youtube era stato già lanciato da decine di utenti su facebook e i social network più usati. Il Gruppo Riva oltretutto, ha querelato Matacchiera per le parole usate durante le immagini (solo pochi mesi fa aveva pubblicato un altro video simile), ma lui non si dice preoccupato, visto la quantità di materiale raccolto sulla nocività delle polveri e dei fumi dell’Ilva.
«Sempre più operai mi riferiscono di storie vissute all’interno della fabbrica che riguardano problemi ambientali. Loro hanno a cuore il proprio lavoro, ma sentono un certo disagio e lo trasmettono. Perché hanno una forte sensibilità, ma è difficile ascoltare la loro voce. Ho ricevuto alcune segnalazioni dai lavoratori. Nella notte tra il 3 e il 4 marzo – spiega – è stato riattivata la linea “D” dell’agglomerato che sarebbe stata ferma alcuni giorni per manutenzione. Alle 23,30 mi sono appostato e grazie alla tecnologia ad infrarossi, con una speciale telecamera di tipologia militare, abbiamo ripreso l’a re a dall’esterno. Puntavamo a dimostrare che gli impianti di abbattimento fumi dell’Ilva di Taranto non sarebbero sufficienti a contenere le emissioni, specie durante la notte. Le segnalazioni arrivano. Gli operai, ripeto, vogliono difendere l’ambiente e la loro salute».

Il bello è  che solo dieci giorni fa s’è riunito un tavolo tecnico presso il ministero dell’Ambiente proprio puntato alla sperimentazione e alla realizzazione di impianti capaci di ridurre drasticamente le emissioni di diossine dall’acciaieria di Taranto: soprattutto la garanzia di controlli continui.
Abbiamo visto

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