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Posts Tagged ‘comunicato’

Ottobrata romana: 16-17-18 ottobre 2013, a due anni dagli scontri di San Giovanni

20 settembre 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _15 ottobre 2011_

Questo blog ha scritto molto riguardo il 15ottobre2011, l’ha vissuto sulla sua pelle (soprattutto dentro ai polmoni)…
una giornata che ha cambiato diverse cose, anche dentro di me,
che ha visto alzarsi spaccature velenose poi calmatesi col tempo, purtroppo o perfortuna, all’interno del movimento.

Una giornata che ha visto alzarsi il livello dello scontro, ma che ha scatenato violenza tra noi,
che ha rispolverato la delazione tra i compagni, i comunicati contro gli “sfasciacarrozze” e tante altre cose capaci di creare cicatrici ancora più che dolorose.
Innegabile il fatto che è una giornata che c’ha insegnato tanto, perché era tanto che non si teneva una piazza in quel modo, malgrado caroselli ogni istante più violenti e una pioggia di lacrimogeni che giusto nei boschi valsusini si era vista ultimamente.
Una giornata che poi puuuffff, è un po’ scomparsa dalle strade per apparire troppe volte dentro le aulee dei tribunali penali:
l’unico reale strascico di quelle giornate fino ad ora è stata una feroce e surreale repressione…

tra poco, a distanza di due anni, si tornerà a vivere la stessa piazza,
e quello che leggete nel box qui sotto è un comunicato che gira per la rete…

i testi caldi :) sul 15 ottobre:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

16 – 17 – 18 Ottobre 2013 – Roma

Tre Giornate di Lotta in Solidarietà ai Rivoltosi e alle Rivoltose del 15 Ottobre 2011

15 ottobre 2011, una data impressa nella memoria di molti.
Che ci sarebbe stata una sommossa era nell’aria e così è successo.

Quel giorno, nelle strade di Roma, migliaia di persone si sono scontrate per diverse ore con la polizia attaccando i responsabili della miseria e dell’oppressione di tutti. Sono state colpite banche, agenzie interinali, compro oro, supermercati, auto di lusso, edifici religiosi, militari e amministrativi. Se molti sono scesi in piazza con intenzioni bellicose, altri hanno disertato le fila rassegnate dell’ennesimo inutile corteo approfittando della situazione che si era creata, altri ancora, sono arrivati quando si è sparsa la voce che gli scontri erano iniziati, quando si è capito che lo spettacolo era saltato, che si faceva sul serio.

Foto di Valentina Perniciaro _i muri del 15 ottobre 2011_

Quella che si è vista è una disponibilità a battersi che fa paura a chi comanda, così come fa paura la simpatia verso i ribelli, più diffusa di quanto gli amministratori del consenso vogliano farci credere. Infatti nonostante la condanna dei gesti da parte dei politici di ogni colore e la montagna di fango riversata dai professionisti della calunnia, abbiamo constatato quanto fosse popolare la convinzione che le ragazze e i ragazzi scesi in strada “hanno fatto bene” e che, anzi, la prossima volta “bisogna fare di più”. Una giornata di lotta memorabile il cui senso è sintetizzato da alcune delle scritte tracciate sui muri della capitale: “oggi abbiamo vissuto”, “pianta grane non tende”.

In quella giornata, chi si è battuto ha fatto debordare il corteo dagli argini della protesta sterile nella quale gli organizzatori volevano imbrigliarlo. Il carrozzone della sinistra riformista (disobbedienti, Sel, Idv, Cgil, Arci, Legambiente, Fai, Cobas, ecc…) si riproponeva di giocare le solite vecchie carte: partire da slogan altisonanti, sparati a tutto volume da colorati e pacifici sound system lungo le strade della capitale, per poi incanalare la rabbia e monetizzarla sotto forma di consenso politico e potere di contrattazione. Sono gli stessi che plaudono agli scontri quando si verificano in località distanti, possibilmente esotiche, per poi dissociarsi e calunniare quando le stesse cose avvengono a casa loro. Il 15 ottobre è finalmente emersa una prima risposta reale a trent’anni di lotta di classe a senso unico, cioè da parte dei padroni contro gli sfruttati. La fine di ogni spazio di contrattazione è diventata palpabile. “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente” era scritto sullo striscione di uno degli spezzoni più combattivi.

Foto di Valentina Perniciaro _piazza San Giovanni, 15 ottobre_

Il sistema capitalista che domina le nostre vite si manifesta sempre più inequivocabilmente come una guerra totale al vivente. Un’oppressione che diventa sempre più insostenibile e per questo aumentano continuamente quelli a cui la strada in salita della rivolta appare come l’unica via sensata e percorribile. L’insurrezione è il peggiore incubo di chi governa questo mondo, un incubo che può sembrare un’ipotesi lontana ma che si sta manifestando, a scadenze sempre più ravvicinate, nelle metropoli del mondo. La congiura dei rivoltosi abbraccia ogni angolo del pianeta. Nel ventunesimo secolo una metropoli può infiammarsi per un omicidio da parte della polizia, per un parco da salvare e persino per l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus, ma dietro le motivazioni d’occasione è facile scorgere la rivolta contro l’insostenibile degrado a cui è ridotta la vita, la voglia di farla finita, una volta per tutte, con questo vecchio mondo. Se politici, poliziotti e giornalisti si interrogano sul perché quel giorno si sia scatenata la rivolta, noi ci dovremmo domandare, invece, perché la rivolta non esploda tutti i giorni. La catastrofe è, infatti, ogni giorno in cui non accade nulla.

“Ogni giorno 15 ottobre” abbiamo letto in una lettera scritta da un compagno privato della libertà in seguito a quei fatti, ed è da qui che vogliamo ripartire. Se infatti quella giornata è stata una dimostrazione di potenzialità e un’apertura di possibilità, come in ogni battaglia sono stati fatti dei prigionieri. Va detto chiaramente: queste compagne e questi compagni non vanno dimenticati, vanno difesi e vanno liberati.

E’ da qui che si vuole continuare, dal 16 ottobre di due anni dopo. Per questo ci incontreremo tutti e tutte a Roma nelle giornate del 16, 17 e 18 ottobre, per riportare la conflittualità intorno al processo del 15 nel luogo dove è nato, nelle strade di questa metropoli. Una tre giorni di lotta in solidarietà agli imputati e alle imputate di questo processo che vede schierati, tra gli altri, alcuni padroni della città nel ruolo di accusatori.

Costoro chiedono risarcimenti milionari, accusando chi si è ribellato di aver “leso l’immagine turistica della città”. Bene, rispediamo le accuse al mittente: per una volta anche la nostra città è stata all’altezza delle altre capitali europee. Il Comune di Roma, l’Ama, l’Atac, la Banca Popolare del Lazio, oltre ai ministeri della Difesa e degli Interni, si sono costituite parte civile al processo e sono fra le componenti di quella macchina del potere che ci opprime, che ci impedisce di godere della nostra vita, delle nostre relazioni, dello spazio in cui viviamo: non mancheremo di farglielo notare.

In questo processo, la procura, vuole riutilizzare il reato di devastazione e saccheggio, un’accusa che ha già comportato pesanti condanne, a cominciare dal processo per Genova 2001. Il reato di devastazione e saccheggio è un’arma spianata contro ogni lotta che assuma il carattere della concretezza. Un’arma terroristica che colpisce nel mucchio, una vera e propria rappresaglia di un potere isterico e ferito. Un’accusa paradossale perché rivolta a chi si è battuto coraggiosamente contro l’unica entità responsabile della devastazione e del saccheggio a livello planetario: il sistema capitalista. Con questa farsa giudiziaria il potere si pone l’obiettivo di chiudere un’agibilità di piazza che rischia di far esplodere la polveriera nazionale.

Inoltre gli imputati e le imputate, come nel processo No Tav, sono scelti con precisione chirurgica, toccando tutto il frammentato arcipelago antagonista. L’obiettivo è chiaro: distruggere con fermezza ogni solidarietà rivoluzionaria faticosamente costruita negli ultimi anni. Perché non basta declinare la solidarietà come un concetto passivo, come qualcosa che arriva dopo gli arresti, dopo la sfortuna. La solidarietà deve essere pensata e praticata quotidianamente come un qualcosa che si genera nella lotta. Condividere il modo in cui viviamo e praticarlo ci permette di costruire quella solidità, da cui il termine solidarietà deriva, che permetterà alle varie iniziative conflittuali e autonome di propagarsi e moltiplicarsi.

Ed ecco perché una tre giorni di lotta. Una tre giorni di iniziative diffuse e molteplici che vogliono portare la difesa nelle strade dei quartieri in cui viviamo, mettendo in campo pratiche conflittuali nella città. E’ necessario rispondere con la giusta misura agli attacchi a cui si viene sottoposti. La ripetizione della solidarietà di maniera non è sufficiente. Abbiamo pensato a una tre giorni pratica con una modalità teorica di condivisione che prova a fare un piccolo salto in avanti. Provare non solo a condividere i momenti della tre giorni ma anche la sua preparazione è un tentativo in questa direzione. Diventare solidi per essere ancora più fluidi. Essere raggiungibili e riproducibili.

La nostra guerra non è finita e le giornate come il 15 separano e dividono, solo nella misura in cui dei muri si alzano tra chi ha deciso di percepirsi nella battaglia e chi ha deciso di chiamarsene fuori. Ed è di questa guerra che nei giorni dell’ottobrata romana vorremmo percorrere un altro pezzo di strada. Questa guerra che è nelle nostre vite, nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre montagne. Questa guerra che ora prende la forma di un processo ai nostri compagni e alle nostre compagne ma che coinvolge tutti e tutte noi in ogni istante e in ogni luogo.

Complici e Solidali

https://ottobrataromana.noblogs.org/

Verso e oltre il processo per i fatti del 15 ottobre, “Nè spettatori, nè vittime”: fate girare

15 giugno 2013 1 commento

Vi giro e vi chiedo di spammare questo comunicato.
Perché quella è stata per tutti noi una giornata importante, che ha segnato chi ne ha fatto parte volente o nolente:
una giornata che ha sicuramente mutato equilibri e affinità, che ha fatto male al cuore e allo stesso tempo è stata una boccata d’ossigeno.
Una giornata che non è finita, perché ce la vogliono far pagare cara.
Qui il comunicato della Rete Evasioni: spammate!

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Tra lunedì 20 e mercoledì 22 maggio si è svolta all’università La Sapienza di Roma una tre giorni di dibattiti e discussioni, che si è poi conclusa, la settimana successiva, con una serata musicale a sostegno degli imputati e delle imputate per i “fatti del 15 ottobre” 2011.

Le discussioni hanno visto la partecipazione di diversi gruppi e collettivi, di ragazzi e ragazze, compagni e compagne di Roma e di altre parti d’Italia.

I collettivi autorganizzati di Scienze Politiche e Giurisprudenza, la Fucina 62 e la Rete Evasioni, hanno proposto dibattiti intorno a temi quali il carcere, le pratiche di piazza e l’organizzazione del controllo
poliziesco e statale nel suo assetto attuale. È stato un momento importante per parlare a distanza di tempo del 15 ottobre, sia rispetto alla repressione che ne è seguita, sia per scambiarsi sensazioni e riflessioni che quella giornata ancora suscita in molti di noi; si è avuto inoltre modo di misurare complessivamente l’inasprimento della repressione nei confronti dei movimenti di lotta.

Un’opportunità per discutere, incontrarsi e per organizzare quella solidarietà che, per chi lotta quotidianamente contro questo sistema, diviene ormai una tappa fondamentale e una pratica da assumere
collettivamente.

È stata anche l’occasione per ribadire la necessità di supportare la “cassa di solidarietà 15 ottobre”, indispensabile per affrontare le prossime scadenze processuali e le spese di chi è ancora detenuto.

EVASIONE!

EVASIONE!

Il prossimo 27 giugno si terrà presso il tribunale di Roma, a Piazzale Clodio, la prima udienza del processo del terzo troncone di indagini a carico di 18 persone accusate, tra le altre cose, di “devastazione e saccheggio”. Invitiamo tutti e tutte a partecipare numerosi, per far sentire le nostre voci e ribadire ancora una volta in modo determinato la nostra solidarietà e complicità.

Sentiamo forte l’esigenza di continuare, e possibilmente allargare, questo percorso: organizzare una rete solidale che sia in grado di affrontare al meglio, su un piano materiale e politico, i prossimi passaggi che riguardano il processo del 15 Ottobre e non solo.

L’accanimento poliziesco e giudiziario che nell’ultimo periodo si è scagliato contro ogni forma di conflitto non deve passare. Esige invece una risposta all’altezza della situazione.

Lanciamo un appello generale, rivolto a coloro che come noi ritengono necessario tenere alta l’attenzione rispetto alla questione della repressione, per dare inizio a un percorso determinato che sia in grado
di rilanciare in modo efficace la solidarietà e la complicità nelle lotte. Invitiamo tutti e tutte a partecipare all’assemblea che si terrà dopo il presidio, il 27 giugno all’università La Sapienza alle 17,00.

Sarà un momento di confronto per aggiornarci rispetto il processo per il 15 Ottobre e decidere insieme quali iniziative intraprendere nei prossimi mesi.

Tutte libere, tutti liberi!
Complici e Solidali a Roma

ulteriori info e aggiornamento sul sito della ReteEvasioni
sul 15 ottobre un po’ di link:
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

Conflitto, rivolta, autonomia e libertà: una quattro giorni a Roma

7 maggio 2013 Lascia un commento

4 GIORNI A SOSTEGNO DEGLI IMPUTATI E DELLE IMPUTATE PER LA RIVOLTA DEL 15 OTTOBRE 2011
Rete Evasioni e Collettivi Autorganizzati presentano:

CONFLITTO-RIVOLTA-AUTONOMIA-LIBERTA’
– Tutti i giorni al piazzale della facoltà di FISICA, Università La Sapienza –
Lunedì 20 Maggio:    ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Decostruire il carcere” esperienze, riflessioni ed analisi su detenzione, legalità e controllo sociale
a cura del collettivo Autorganizzato di Scienze politiche

Martedì 21 Maggio:   ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Su la testa! Pratiche e forme di conflitto nelle strade che si agitano”
presentazione dell’opuscolo “prima, dopo e durante un corteo” a cura della Rete Evasioni

Mercoledì 22 Maggio: ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Devastazione e Saccheggio, tra controinssurrezione e stato d’eccezione”
a cura del collettivo autorganizzato di Giurisprudenza e Fucina 62

Giovedì 30 Maggio:  OUR POTENCIAL, OUR PASSIONS!
Al piazzale della Minerva dell’Università La Sapienza
– dalle 20.00 aperitivo, cena e proiezione video “Autodefensa”
dalle 22.00 concerto con : ARDECORE
ALTERNATIVE ROCK, una rilettura della musica popolare romana
SERPE IN SENO  Hardcore rap, presentazione del nuovo disco “CARNE”
A seguire dj-set/live-set:  Electro-Techno, Drum’n’bass, Break beat :
MINIMAL ROME / THC / KNS / BLACK SAM

flyer4giorniulteriori info e aggiornamento sul sito della ReteEvasioni
sul 15 ottobre un po’ di link:
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
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Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

Altre pesanti condanne per il 15 ottobre

7 gennaio 2013 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _15ottobre_

Galera.
Solo galera. Non c’è altro modo di affrontare le cose in questo paese.
Ancora le parole usate solo : devastazione, saccheggio, resistenza pluriaggravata e lesioni a pubblico ufficiale.
Devastazione e saccheggio: il nuovo paradigma penale che fa penetrare le sue radici nel codice Rocco, si presenta ancora una volta,
per la prima in questo 2013, dopo che lo scorso anno c’ha portato via dei compagni.
Ora in cella, o in fuga.

Sei condanne a sei anni: sei per sei fa trentasei…
trentasei anni di galera per una giornata di resistenza,
dove migliaia di persone hanno difeso una piazza e l’incolumità dei manifestanti da folli caroselli e feroce repressione.
Ma la risposta a tutto ormai è DEVASTAZIONE e SACCHEGGIO,
che comporta un pacco d’anni minimi da far paura,
quelli che non ti danno nemmeno se stupri una persona.

Altri trentasei anni di carcere per il 15 ottobre: oltre a 30.000 euro cadauno di risarcimento danni.
Pensano di toglierci dalle strade rovinando le nostre vite, quelle dei nostri compagni e amici.
SOLIDARIETA’ AI MANIFESTANTI CONDANNATI!

Proverò ad aggiornare con maggiori notizie-
per info serguire : ReteEvasioni

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

i testi caldi 🙂  son qui:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Due vademecum per muoversi tra piazze, cordoni, celle e domandine

11 dicembre 2012 2 commenti

La Rete Evasioni nasce all’indomani del 15 ottobre,
per sostenere attivamente e portare solidarietà a tutti e tutte coloro colpiti dalla repressione seguita a quella giornata di mobilitazione internazionale.
Pesanti, pesantissime le conseguenze legali per molti giovanissimi dimostranti,
che dati in pasto alla stampa (soprattutto grazie al meticoloso lavoro infame di La Repubblica) si sono visti sbranare dai tribunali, con richieste di carcerazioni pesantissime,
molte immediatamente effettive.
La Rete Evasioni, appunto, nasce in un clima estremamente sfavorevole non solo alle persone colpite ma a tutti coloro che hanno vissuto e analizzato quella piazza come qualcosa di nuovo, da conoscere ed affrontare,
con cui muoversi spalla a spalla, malgrado differenze e metodologie.
Questo è quel che abbiamo pensato mettendo in piedi questa rete: il portare solidarietà, un aiuto effettivo in aula, in cella e in qualunque luogo di privazione della libertà;
a coloro considerati, anche da buona parte del movimento italiano, “sfasciacarrozze”.

In quest’anno di governo tecnico il livello di repressione nei confronti di chi manifesta è aumentato vertiginosamente,
così come la partecipazione dei giovanissimi, che riempiono le piazze spesso senza rendersi conto della violenza dei manganelli che si trovano difronte.
E così sono stati prodotti due libricini,
due piccoli libretti che provano ad essere un aiuto tascabile,
per i nuovi masticatori di marciapiedi e conflitto,
ma anche per chi avrà la sfortuna di essere acciuffato,
quindi ammanettato, incarcerato, processato e magari condannato.

Un libricino sul “come stare in piazza”, sul come muoversi tra i cordoni, sul come muoversi col proprio materiale tecnologico, sul come gestire la tensione e la calma nei momenti di panico e scontro.
Poi, un libricino sul come affrontare la galera,
un piccolo vademecum che cerca di spiegare a chi lo ignora completamente,  quali sono i meccanismi della detenzione, le sue parole d’ordine, i piccolo consiglio che aiutano a gestire con lucidità la propria carcerazione.

Vi consiglio di leggerli,
di scaricarli, magari anche di stamparli e diffonderli nelle strutture, piazze, città, collettivi, consultori che frequentate….insomma, ovunque.

– PRIMA, DURANTE e DOPO il CORTEO: file PDF
– GUIDA PER CHI HA LA SFORTUNA DI ENTRARE IN CARCERE: File PDF

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

Il 15 ottobre e gli scontri a San Giovanni: un anno dopo

15 ottobre 2012 7 commenti

Ci sarebbe da scriverci per ore, (io ho fatto già abbastanza danni con queste due pagine a caldo : – Delazione e rimozione della propria storia Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti)

Foto di Valentina Perniciaro _resistenza a Piazza San Giovanni_

sarebbero molte le pagine da dover riempire per valutare quella giornata, un anno fa.
Ci sarebbe anche, ancora e più di prima, da essere furiosi, per il comportamento di “tanta” piazza, di quei signori della piazza che pensano sempre di poter gestire e prevedere ogni mossa, ogni slogan, ogni pulsione di rabbia e rivolta.
Gli è andata male a lor signori,
ma è andata male anche a chi quella piazza l’ha voluta determinare da capo, spontaneamente,
senza la minima organizzazione, ma con tanto fiato in gola e petto gonfio da battiti emozionati.
E’ andata male perché dal comportamente surreale in piazza, al rientro a casa, c’è stata la scoperta della delazione,
della caccia al mostro, infiltrato o black bloc che sia.
E’ andata male perché l’ondata repressiva è stata veramente di portata bellica, e le condanne che son seguite a quei giorni sono pesanti, spropositata, avvolte in una nuvola di oblio dei compagni, un silenzio che non si può accettare.
Faticoso scriverne, perché la rabbia è tanta per quella giornata così speciale, sotto tutti i punti di vista.
Siamo tornati a casa tutti molto cambiati da quel corteo,
per quel che mi riguarda sento che c’è stato uno spartiacque, una pagina girata con delusione e rabbia.

Aspettando che le piazze tornino a riempirsi,
aspettando che il conflitto, in tutte le sue forme e la sua autodeterminazione, tornino a riempire le strade…

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
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Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Inizia il processo ai NOTAV: hanno inserito il turbo

9 giugno 2012 5 commenti

Caselli atto primo:
a due giorni dalla riconferma a capo del palagiustizia di Torino nonostante lo sformanento di età ecco la prima sorpresa (poi neanche troppo sorpresa) del programmino punitivo del noto magistrato.
46 rinvii a giudizio su 46,
questa la allarmante verità che emerge dagli atti presentati questa mattina ai legali del movimento no tav.
Le accuse sono tutte confermate e così i no tav indagati si dovranno presentare, dalle loro dimore di restrizione e per quattro ancora dal carcere in aula ad inizio luglio per l’udienza preliminare. Ma le sorprese non finiscono qui ed ecco allora spuntare il calendario delle udienze vere e proprie, palagiustizia blindato e prenotato per tutte le settimane centrali del mese di luglio escluse le domeniche e i sabati.
Si chiama procedura d’urgenza ed è stata adottata in pochi casi di estrema importanza, ultimo quello del processo minotauro per le infiltrazioni mafiose nel nord Italia (ovviamente dopo aver messo al sicuro e fuori inchiesta i politici istituzionali piemontesi che spuntavano nei primi incartamenti). Ma di quale urgenza stiamo parlando in questo caso?
Urgenza movimento no tav, sì perchè il 26 luglio scadono i termini per la custodia cautelare, passati i sei mesi finalmente gli imputati in attesa di giudizio sarebbero tornati liberi. E invece no, pur di mantenere vivo un procedimento che cadeva da solo facendo acqua da tutte le parti nelle motivazioni di carcerazione e nelle prove si procede con urgenza. I commenti in questo caso li lasciamo tutti per i lettori, per il movimento questo processo diventa inevitabilmente come nel caso di nina e marianna e nel caso degli altri processi no tav un momento di lotta contro una giustizia di parte, pericolosa e inaffidabile.

Altro materiale NOTAV: QUI
Il sito NOTAV.INFO: QUI

Il comunicato dopo le folli perquisizioni ai danni della Masseria Foresta

31 maggio 2012 Lascia un commento

Il 29 maggio veniva eseguita una perquisizione ai danni della Masseria Foresta di Crispiano con tanto di blitz mattutino delle forze dell’ordine. Sembra che le indagini siano iniziate dopo la comparsa di alcune scritte “No Tav” nel paese limitrofo. Non ci interessa entrare nel merito di queste insulse accuse se non per esprimere solidarietà e vicinanza a tutti i compagni colpiti da questi provvedimenti. Chi conosce i ragazzi della Foresta sa che la masseria è un luogo in cui si parla e si attuano esperimenti di autogestione e di autoproduzione, oltre a innumerevoli iniziative politiche, culturali e musicali (nessun pericoloso “quartier generale” al contrario di quanto scrive Repubblica).

Chi vive in quel luogo cerca tutti i giorni di sviluppare nuove forme di socialità e di vita in comune e forse questo fa molto più paura di qualche scritta sul muro.Ci sembra però che le perquisizioni dei carabinieri dei giorni scorsi si inseriscano in un quadro più generale di repressione e di tensione verso qualsiasi forma di dissenso. Da settimane Monti, Manganelli e il ministro Cancellieri rilasciano dichiarazioni deliranti volte a instaurare un clima di terrore che accomuna la gambizzazione di Adinolfi e l’attentato di Brindisi, cercando di compattare il paese contro il comune nemico dell’anarco-insurrezionalismo. In un paese sommerso dai debiti e strozzato dalla crisi sappiamo che questo è solo fumo negli occhi e che il vero obbiettivo è restringere gli spazi del dissenso e aprire quelli per la repressione. Non a caso viene attaccato il movimento “No Tav”, capace di creare un largo consenso intorno alla resistenza di una popolazione e alla ferma volontà della gente della Val Susa di opporsi a un’ opera inutile e insostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico.
Occupy ArcheoTower – Taranto

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Foto di Valentina Perniciaro

Un comunicato che racconta di una donna che muore in caserma, a Trieste. Ancora una volta

21 aprile 2012 2 commenti

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[foto di Valentina Perniciaro, senza via d’uscita]
Lunedì 16 aprile a Opicina, paese nel comune di Trieste, una giovane donna Ucraina è morta nella cella di sicurezza del commissariato.
Un’altra storia di morte a Trieste dopo quella di Riccardo Rasman di qualche anno fa ucciso a sangue freddo in casa sua dalla polizia. Poliziotti che identificati sono stati condannati a sei mesi con la condizionale e mai sospesi dal lavoro.
A Trieste per strada e per i bar più volte si è sentito parlare di pestaggi e violenze perpretate dalla polizia e dai carabinieri nei riguardi di ragazzi ubriachi o persone indifese e isolate, alcuni ragazzi anche sistematicamente.
Questa storia, come tante fa acqua da tutte le parti, a noi non interessa ora raccontare il fatto in se perchè ci addollora tanto il silenzio inquietante che questa città per l’ennesima volta dimostra difronte alla violenza delle carceri e della polizia.

Pagheranno ogni violenza!
Morte allo Stato e tutti i suoi servi in divisa.

Anarchici Triestini

Sgomberata la Fazenda occupata di Casalotti: maledetti!

12 aprile 2012 Lascia un commento

Ieri, nella giornata nazionale di mobilitazione in solidarietà con il popolo Notav in lotta, il presidio di Roma ha accolto con un boato ribelle i compagni della nuova occupazione di Via Boccea, la Fazenda occupata.
Un luogo importantissimo e appena nato, foraggiato ed alimentato da decine di giovani compagni della zona nord di Roma, infinitamente bisognosa di luoghi simili, dove è possibile crescere collettivamente, vivere e magari anche divertirsi al di fuori dei meccanismi dell’industria del divertimento.
Situato nel quartiere periferico di Casalotti, la Fazenda poteva diventare cardine di una nuova atmosfera in quel quartiere dormitorio nato nell’abusivismo tipico della campagna romana e poi abbandonato per decenni dall’amministrazioni comunali di ogni colore politico.
Un quartiere altamente invivibile, privo di qualunque luogo di incontro, privo di biblioteche, di centri sportivi, di parchi pubblici, di cinema o luoghi di aggregrazione: un quartiere ogni giorno più devastato da speculatori e palazzinari,
Che da questa mattina ha perso l’unico spazio libero, strappato con forza all’abbandono totale.
Una boccata d’aria già uccisa: maledetta sbirraglia.

Ieri la mobilitazione notav aveva occupato dei locali a Scalo San Lorenzo: l’immediato arrivo di Digos e camionette avevano palesato la squallida minaccia.
“Se lasciate questo posto non sgomberiamo la Fazenda di Boccea” avevano detto squallidamente.
Il posto è stato lasciato e stamattina i compagni di Roma Nord si sono comunque svegliati circondati da blindati che dopo pochi secondi hanno rotto il cancello e sono entrati identificando tutti i compagni presenti;
La proporzione tra guardie e occupanti era di 8 a 1 … Ma tutto ciò non ci stupisce di certo!

Per chi volesse comunque i compagni aspettano rinforzi all’angolo tra la via Boccea e Casal del Marmo, per decidere poi tutti insieme quale risposta dare a questo maledetto sgombero !

CASE PER TUTTI
GUARDIE PER NESSUNO

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Foto di Valentina Perniciaro _Beirut devastata dai bombardamenti israeliani_

11 aprile: APPELLO NOTAV

30 marzo 2012 4 commenti

Appello dal movimento No Tav

Questo appello è rivolto a tutti gli uomini e donne che, in questi lunghi mesi di occupazione militare, in questi mesi di lotta e resistenza NoTav, si sono schierati al nostro fianco in ogni dove d’Italia.
Grazie a voi è stato chiaro a chi ha cuore e intelligenza che la lotta dei No Tav di quest’angolo di Piemonte è la lotta di tutti coloro che si battono contro lo sperpero di denaro pubblico a fini privatissimi, contro la devastazione del territorio, contro la definitiva trasformazione in merce delle nostre vite e delle nostre relazioni sociali.
Difendere la propria terra e la propria vita è difendere il futuro nostro e di tutti. Il futuro dei giovani condannati alla precarietà a vita, degli anziani cui è negata una vecchiaia dignitosa, di tutti quelli che pensano che il bene comune non è il profitto di pochi ma una migliore qualità della vita per ciascun uomo, donna, bambino e bambina. Qui e ovunque. In ogni ospedale che chiude, in ogni scuola che va a pezzi, in ogni piccola stazione abbandonata, in ogni famiglia che perde la casa, in ogni fabbrica dove Monti regala ai padroni la libertà di licenziare chi lotta, ci sono le nostre ragioni.

Dopo la terribile giornata del 27 febbraio, quando uno di noi ha rischiato di morire per aver tentato di intralciare l’allargamento del fortino della Maddalena, il moltiplicarsi dei cortei, dei blocchi di strade, autostrade, porti e ferrovie, in decine e decine di grandi e piccole città italiane ci ha dato forza nella nostra resistenza sull’autostrada.
In quell’occasione abbiamo capito che, nonostante le migliaia di uomini in armi, il governo e tutti i partiti Si Tav erano in difficoltà. Si sono aperte delle falle nella propaganda di criminalizzazione, si sono aperte possibilità di lotta accessibili a tutti ovunque.

Il 27 febbraio non si sono limitati a mettere a repentaglio la vita di uno dei noi, hanno occupato un altro pezzo di terra, l’hanno cintata con reti, jersey, filo spinato.

Il prossimo mercoledì 11 aprile vogliono che l’occupazione diventi legale.
Quel giorno hanno convocato i proprietari per la procedura di occupazione “temporanea” dei terreni. Potranno entrare nel fortino fortificato come guerra solo uno alla volta: se qualcuno non si presenta procederanno comunque. L’importante è dare una patina di legalità all’imposizione violenta di una grande opera inutile. Da quel giorno le ditte potranno cominciare davvero i lavori.

I No Tav anche questa volta ci saranno. Saremo lì e saremo ovunque sia possibile inceppare la macchina dell’occupazione militare.

Facciamo appello perché quel giorno e per tutta la settimana, che promoviamo come settimana di lotta popolare No Tav, ci diate appoggio.
Abbiamo bisogno che la rete di solidarietà spontanea che ci ha sostenuto in febbraio, diventi ancora più fitta e più forte.
Non vi chiediamo di venire qui, anche se tutti sono come sempre benvenuti,
vi chiediamo di lottare nelle vostre città e paesi.
Vi chiediamo di diffondere la resistenza.

Movimento No Tav

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Sabato di nuovo in piazza: con chi lotta contro la Tav, con chi lotta per il diritto alla casa, con chi lotta contro il carcere

12 marzo 2012 3 commenti

SIAMO TUTTI NO TAV  – SIAMO TUTTI SENZA CASA

Venerdì 9 Marzo circa 200 precari dei movimenti per il diritto all’abitare hanno messo in atto una protesta pacifica occupando l’androne ed il tratto di strada antistante il CIPE (comitato interministeriale per la programmazione economica), che proprio quel giorno approvava ulteriori finanziamenti a compensazione per la TAV.
1 km di TAV = 1000 case popolari questo era lo slogan della manifestazione con la quale si voleva affermare non solo il principio della solidarietà con i valsusini, ma che la lotta NO TAV, per quello che rappresenta è anche la lotta per i nostri  bi–sogni e per i nostri diritti.
Il pestaggio della polizia, il contemporaneo sgombero della tendopoli dello spreco in via Marcello Boglione in VII° Municipio, il successivo tentativo (fallito) di sgombero dell’occupazione di via di casal boccone con l’uso di lacrimogeni e la distruzione totale della struttura da parte dei reparti della celere, l’arresto di 4 attivisti (ora 3 a piede libero ed uno –paolo – agli arresti domiciliari con restrizione totale della possibilità di comunicare), hanno trasformato una protesta simbolica in una vergognosa giornata di repressione delle lotte sociali e del dissenso.
Le responsabilità di quanto accaduto sono chiare e precise. Vanno cercate nelle politiche liberiste ed antipopolari del governo Monti che dopo aver nuovamente massacrato il diritto alla pensione, prosegue ora nella privatizzazione e nella svendita dei beni comuni, in una nuova contro –riforma del mercato del lavoro che rinchiuderà definitivamente le nostre vite in uno stato di precarietà assoluta e permanente.
Vanno cercate nel Sindaco di Roma Alemanno  che prosegue nelle sue politiche di s–vendita del patrimonio pubblico e dei beni comuni – privatizzando ancora l’acqua ed i servizi pubblici locali, regalando ancora la città agli interessi forti delle banche e dei cementificatori. Vanno cercate nella persona del questore di Roma che, mentre la città cade nelle mani della criminalità organizzata, sceglie di prendersela con chi non può permettersi affitti e mutui da 1000 o 1500 euro al mese, promettendo un escalation di arresti e sgomberi.
Ora è chiaro, oltre all’emergenza legata alla crisi economica c’è n’è un altra. La chiusura di ogni spazio di agibilità sociale e politica, la repressione di chi reclama i propri diritti o semplicemente esprime il proprio dissenso e le proprie idee, come accaduto anche con le condanne e le accuse spropositate addebitate  ed inflitte a persone riconosciute o rastrellate a caso durante le grandi manifestazioni di piazza. Per questo crediamo che non solo i movimenti per il diritto all’abitare, ma una città intera, debba mobilitarsi per impedire questa deriva poliziesca e autoritaria.
2,7 miliardi di euro è il costo del solo tunnel TAV della valsusa. Oltre 20 miliardi di euro il costo della intera tratta Torino – Lione (senza contare i finanziamenti per le compensazioni).
Con questi soldi:
Quante casa popolari potrebbero essere realizzate? Quanti Asili Nido? Di quanti ospedali potrebbe essere impedita la chiusura? Quanti centri anti-violenza potrebbero  essere finanziati? Quanti luoghi potrebbero essere recuperati e messi  a disposizione della cittadinanza? Quanti precari e disoccupati potrebbero ricevere un reddito minimo garantito?
Fermiamo questa folle corsa ai profitti di pochi a danno di tutti. Continuiamo a lottare per il diritto alla casa e all’abitare. Per la difesa dei territori, dei beni comuni, dell’acqua pubblica. Per una cultura libera ed indipendente. Per l’accesso e la libera circolazione dei saperi e delle persone. Per la garanzia di servizi pubblici e di qualità. Per i diritti dei lavoratori e un reddito minimo garantito per disoccupati e precari. Per la libertà di pensiero e di movimento.
Le lotte sociali non si arrestano. I nostri diritti e le nostre idee non si sgomberano.
Un’altra Roma è possibile. Un altro mondo è necessario

SABATO 17 MARZO 2012 ORE 15.00
DA PIAZZA VITTORIO
CORTEO CITTADINO
Invitiamo ad organizzare in questi giorni mobilitazioni diffuse in ogni territorio
Paolo Libero! Tutte e Tutti i Liberi!
 
MOVIMENTI PER IL DIRITTO ALL’ABITARE
 
Per adesioni e comunicazioni: abitare@autistici.org

Il comunicato di Radio Onda Rossa sulle condanne per il 15 ottobre

24 febbraio 2012 Lascia un commento

Alla vigilia della manifestazione del 25 febbraio in Val di Susa a sostegno del movimento NO TAV, la magistratura ha inflitto condanne pesantissime a due imputati per i fatti accaduti durante la manifestazione del 15 ottobre 2011 a Roma:
5 anni di reclusione a Giuseppe Ciurleo e 4 anni a Lorenzo Giuliani che si vanno ad aggiungere a quelle di 3 anni e 4 mesi a Giovanni Caputi e 2 anni a Robert Scarlett, anch’essi inquisiti per i medesimi fatti.
A questo punto ogni componente del movimento non può evitare la domanda: perché la repressione opera oggi con tale ferocia?
Al di là della evidente sproporzione tra reati contestati e condanne, avvertiamo il peso tutto politico di questa sentenza. Emerge netta un’offensiva dello Stato che, nel quadro generale di costrizioni e minacce che stiamo vivendo, di attacco al salario, ai diritti e alle condizioni di vita, cerca di imporre al conflitto di classe rigide regole di comportamento.
Gli arresti del 14 dicembre 2010, del 15 ottobre 2011, del movimento NoTav sono tutte dentro questo tentativo di imposizione di regole e modelli che vogliono segnare uno spartiacque tra un “dentro” e un “fuori” delle compatibilità del quadro capitalistico di gestione della crisi.
Regole che, all’interno del movimento, hanno lo scopo di recidere ogni legame solidaristico tra i movimenti e di avallare la nauseante differenza tra “buoni” e “cattivi”. Di questo passo, per usare le affermazione del procuratore di Torino Giancarlo Caselli, gli articoli del Codice penale finiranno per essere gli unici strumenti regolatori del conflitto di classe.
Non cadiamo nel tranello, come sta avvenendo per le condanne di Genova 2001. Vediamo con preoccupazione il riproporsi di una sostanziale incomprensione di alcune componenti del movimento, pensiamo al contrario che queste sentenze, dal duro monito repressivo, non debbano passare sotto silenzio.
Radio Onda Rossa continua ad essere al fianco dei compagni e compagne arrestate per il 15 ottobre e di tutte e tutti coloro che pagano con le denunce e la galera la loro voglia di ribellione.

La redazione di ROR

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:

Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Aggressione al centro Ararat di Roma

28 novembre 2011 3 commenti

Il giorno 26 novembre, tra le 22.30 e le 23.00, una trentina di uomini armati di bastoni di ferro a volto scoperto ha tentato di fare irruzione nel centro Ararat di Testaccio a Roma, entrando nel cortile antistante al centro, rompendo tavoli, sedie e vetri e costringendo i rifugiati politici kurdi lì ospitati a chiudersi dentro la sede.

Gli aggressori hanno ripetutamente minacciato i kurdi intimandogli di non uscire più da Ararat e di non farsi vedere per il vicino quartiere di Testaccio, che ospita numerosi locali notturni.
Solo il sangue freddo mostrato da alcuni dei rifugiati presenti ha impedito il precipitare degli avvenimenti.

L’episodio sembrerebbe una “spedizione punitiva” organizzata dal giro dei buttafuori di alcuni tra questi locali, infastiditi dalla presenza di alcuni rifugiati nelle vicinanze.
I carabinieri, accorsi sul posto dopo che queste persone si erano dileguate, hanno potuto accertare i danni e accompagnato i testimoni nei locali notturni della zona. Non è possibile tollerare o minimizzare questo atto gravissimo che ha avuto come obiettivo dei rifugiati, visti evidentemente  come persone deboli che si può impunemente colpire. Chiediamo alle istituzioni e alla società civile di vigilare per evitare che episodi come quello di ieri sera abbiano a ripetersi con conseguenze non prevedibili.
Comunicato stampa della Rete Kurdistan Roma

Per info: 3498327322 – retekurdistanroma@gmail.com – ass.senzaconfine@gmail.com

Magari un po’ meno di fiducia nelle istituzioni e nella “società civile” sarebbe utile, ma vabbhé, poca polemica in questi casi.

Comunicato sulla condanna a Giovanni Caputi: COLPIRNE UNO PER RI-EDUCARNE MIGLIAIA

19 novembre 2011 17 commenti

Colpirne uno per…ri-educarne migliaia
E’ arrivata la prima condanna per le\gli arrestate\i del 15 ottobre. Una condanna pesante che ci sembra essere, ancora una volta, la vendetta della Legge nei confronti di chi ha poco o niente per difendersi.
Sembra che abbiano deciso di far pagare tutto a lui.
Dopo tutto l’insopportabile marasma mediatico creatosi subito dopo gli scontri del 15 ottobre, la repressione continua a colpire, sempre più seriamente.

Foto di Valentina Perniciaro, Genova 2002, TUTTI LIBERI

Giovanni Caputi, l’unico che era ancora in stato di detenzione, dentro Regina Coeli, proprio perché senza alcuna dimora, è stato condannato con il rito abbreviato dal Tribunale di Roma a tre anni e 4 mesi di detenzione per resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.
Ma la procura fa già sapere che forse non basta e, ora che ha ottenuto la trasmissione degli atti dal tribunale, vuole indagare anche per il reato di devastazione.
Vogliamo continuare a sostenere chi si è trovato prima colpito da accuse pesanti e poi da una condanna che trasforma una persona nel capro espiatorio delle migliaia che c’erano in piazza.
Ora che il governo dei banchieri si è insediato, crediamo che sia ancora più importante sottolineare contro chi continueremo a scagliare la nostra rabbia: i padroni, le banche, la classe politica tutta. Tutti pronti ad abbracciare il commissariamento de facto delle istituzioni europee, per un modello economico giunto al capolinea.
Noi, però, abbiamo un’arma che loro non hanno.
Quella solidarietà che si mette in moto quando sentiamo che uno spirito affine è in difficoltà. E allora il nostro impegno deve essere quello di far sentire a Giovanni tutta la nostra solidarietà.
Lanciamo un appello alla Roma solidale, se ancora esiste: cerchiamo collettivamente un domicilio per Giovanni, affinché almeno possa uscire da quell’infame luogo che è Regina Coeli, seppur in regime di arresti domiciliari.
Raccogliamo dei soldi, affinché possa fare un minimo di spesa.
Mandiamogli dei vestiti, al contrario di quello che credono i buoni cittadini, in carcere fa molto freddo.
Regaliamogli dei libri, senza di loro dentro il tempo può sembrare infinito.
Scriviamogli lettere, per far sentire a Giovanni che fuori ci sono delle persone che lottano anche per lui.
Facciamogli sentire la nostra voce fuori dal carcere di Regina Coeli, e facciamola risuonare nelle strade.
Partecipiamo in massa il prossimo 5 dicembre all’udienza del processo contro Ilaria, Robert, Stefano.

 Continuiamo a sottoscrivere per le spese legali presso il c\c di Radio Onda Rossa: conto corrente postale CCP n. 61804001 intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001, Via dei Volsci 56 – 00185 Roma. Causale: “15 ottobre”; effettuando un bonifico bancario intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 Codice IBAN: IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001 Causale: “15 ottobre”.

Se il silenzio è il primo sintomo della loro vittoria, noi continueremo sempre a gridare.
 Le nostre lotte camminano con Giovanni e per Giovanni.
 Libere/i tutte/i

 I compagni e le compagne

Dai Cobas un comunicato condivisibile sul 15 ottobre, finalmente

15 novembre 2011 10 commenti

ATTORNO E DOPO IL 15
Per una critica di merito e di metodo

SUL DISSENSO

Partiamo dagli esiti: delle rare, quanto preziose, critiche ufficialmente espresse e fin qui giunteci dall’ interno della Confederazione Cobas sui fatti del 15 che ci riguardano, e su ciò che ne è seguito, non sembrano, ad ora, potersi rintracciare effetti visibili, udibili all’esterno.

Barricate in Via Merulana, 15 ottobre 2011

Delle due l’una: o davvero l’atteggiamento, tutto intero, avuto in quella giornata, e ciò che ne è seguito in termini di comunicati e interviste, sono condivisi dal corpo dei Cobas, o, se dissenso c’è, le difficoltà a farlo emergere sono tali da dover mettere in discussione la verticalità assunta da questa organizzazione.
Quale che sia il caso tra i due, noi, preferendo mantenere una concezione organizzativa orizzontale e libertaria, lontana dall’idea di ‘partito’ che emerge perfino dalle pettorine da alcuni indossate nell’occasione, scegliamo di dire la nostra, e deliberatamente lo facciamo in modo pubblico.

SULLA DELAZIONE

“La Repubblica” ha messo a disposizione di zelanti cittadini il proprio sito, a che si possano rintracciare e punire i “teppisti” del 15 ottobre. Fin qui nulla di nuovo.

Osservare però che, da parte delle “pettorine Cobas”, a calci e pugni qualcuno dei “teppisti” sia stato fatto allontanare dal corteo, a rischio di farlo cadere in mano alle “forze dell’ordine”; o che dal microfono uscissero richieste quali “La polizia ci dica dove dobbiamo andare!” (taluno cui ci sforziamo di non credere, ci ha riferito perfino un “Arrestateli!”); e riscontrare successivamente che in tutte le dichiarazioni provenienti dall’ “ufficialità” della Confederazione i suddetti “teppisti” fossero indicati come “sfasciacarrozze, sfasciavetrine, sfascioni”, senza neppure sfiorarne un’interpretazione sociale, o almeno generazionale, se non politica, e addebitando loro d’aver “violentato” tout court la manifestazione; riscontrare infine, da un lato l’assunzione acritica di comportamenti quanto meno discutibili: “il corteo ha reagito, si è ribellato…”, dall’altro, in proposito del mancato intervento della polizia nella prima fase dei disordini, l’affermazione “nessuna traccia di loro in tutto il corteo…”, quasi a poterne con-dividere l’eventuale uso di manganello e manette…, beh… tutto ciò fa sì che le distinzioni circa il fenomeno largamente più preoccupante emerso nella circostanza, quello cioè della delazione, dicesi delazione (interessante l’approfondimento in merito rintracciabile in Radioondadurto – O.S.), si facciano talmente sottili da divenire quasi trasparenti…

SULLE PETTORINE, SUI SERVIZI D’ORDINE

Solo perché ci appare calzante – non importa chi l’abbia usata in questi giorni, né lo conosciamo-, rubiamo la seguente espressione: “Nessuno pensa che assaltare qualche banca, bruciare qualche auto, perfino scontrarsi con la polizia in assetto di guerra sia “il preludio della rivoluzione sociale”, ma il problema della violenza, del suo uso, della sua oggettiva necessità, è un problema che non può essere ignorato né, peggio, affrontato con la logica del questurino”.

Possono tuttavia essere di notevole interesse, anche in dialettico contrasto con l’idea appena espressa, le (poche) esperienze di non-violenza-attiva, ove queste non siano malintese, come perlopiù accade, e interpretate come legalità… Fondamentale la differenza.
In merito all’intero argomento non abbiamo pregiudizi, né vogliamo relegare alle “circostanze particolari”, si tratti d’Egitto o Tunisia, l’uso delle forme di lotta.
Ma poiché s’affaccia, nel dibattito tra chi ha organizzato il 15, la possibile costituzione di “servizi d’ordine”, e almeno in nuce ve n’è già stata una pratica, è bene ricordare che la lunga critica in merito trova sue significative ragioni e che, in ogni caso, nel passaggio alla “forza”, sarebbe etico considerare innanzitutto il nemico, non chi lo combatte, sia pure in forme che non si dovessero condividere.

SU PIAZZA SYNTAGMA E ALTRO

In uno dei comunicati della Confederazione v’è una presa di posizione netta contro “gli anarchici greci” e in favore del “servizio d’ordine del Partito comunista greco (KKE) che scaccia a bastonate dalla piazza 500 anarchici che attaccavano la polizia…”.

Noi non abbiamo la pretesa, a differenza di chi, a ragione o a torto, si ritiene all’altezza di poterlo fare, di giudicare con tanta sicumera quei fatti, conosciamo tuttavia, e propendiamo per altre versioni e letture, anche problematiche. Abbiamo in ogni modo chiara l’immagine di un servizio d’ordine del KKE schierato a difesa del parlamento greco, già presidiato dalla polizia, e siamo tra i tanti che conservano buona memoria di servizi d’ordine di tal fatta a noi ostili, in passate circostanze e luoghi più vicini.
Non vorremmo essere mai partecipi di quanto – mal dissimulato, ma meglio sarebbe dire velleitariamente minacciato, nell’espressione “non crediamo affatto indispensabile l’uso di forze di dissuasione” – si profila all’orizzonte delle cosiddette “regole d’ingaggio”.

SU CIÒ CHE È STATO IGNORATO

Lacrimogeni e blindati in Piazza San Giovanni _foto Valentina Perniciaro_

Anche qui prendiamo in prestito, non importa da chi giacché siamo per un movimento senza nome e guardiamo al senso delle cose, un’espressione usata da altri, senz’altro aggiungere: “La novità vera è che i ragazzi delle periferie sono ricomparsi nel centro e non per fare lo shopping e lo faranno sempre più spesso, insieme a tutti gli altri e le altre che desiderano la fine del vecchio mondo. Il “teppismo” di questi ragazzi è autodifesa, la loro furia è direttamente proporzionale al desiderio che hanno di trasformare la loro vita. La cecità di chi si ostina a non voler vedere la decomposizione sociale in corso, una disabilità mentale coadiuvata da una sorta di revisionismo storico applicato al presente che sfocia in feroce risentimento contro l’attualità, dimostra solo la lontananza del ceto politico movimentista dalla verità del tempo e la sua esteriorità al movimento che trasforma lo stato di cose presenti”.

SULLA RAPPRESENTANZA

Posto che mai si dovrebbe dimenticare che i cobas stessi non sono nati su un’idea di rappresentanza, ma di movimento conflittuale, tanto meno si può pretendere di esportare, su una complessità sociale come quella attuale, un modello progressivamente trasformatosi e che mostra già le sue crepe. L’esperienza può solo essere utilizzata al fine di mettere a disposizione, non  tentando velleitariamente di egemonizzare, la propria intelligenza delle cose. La critica del “politico”, della “rappresentanza”, non solo quella istituzionale, è sempre più evidente, e resistere a questo può solo rispondere a interessi, presunzioni e risentimenti di ceto politico.

Si fanno i conti con la realtà e si è anche costretti a prendere atto di necessità imposte, così si utilizza anche la forma-sindacato, ma guai a dimenticare la propria genesi e adattarsi ad accomodamenti in successione. L’attualità di Oakland ci dice che si può fare scioperi anche senza sindacati e inamovibili leaders, quella di Roma, forse, che “Hessel non abita in Italia” (cfr. http://senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica )

PER FINIRE

E’ vero, singoli gesti -in singoli momenti non sempre-  hanno forse messo a repentaglio il corteo; gesti non condivisibili, certo, ma se così è avvenuto, non c’è da fare la litania autocentrata delle lamentele, tanto meno c’è da rilasciare interviste. Se si ha l’intento di mettere a disposizione dei conflitti la propria intelligenza per spingerli in avanti, c’è piuttosto da chiedersi quale tipo di previsioni si sono fatte prima. C’è da chiedersi, noi tutti, beninteso, se si è stati in grado di capire cosa bolle nel sociale, nella classe frantumata, non nella cosiddetta “società civile” (che odiosa espressione!) e dentro la crisi. C’è da chiedersi in che misura si è stati incapaci di interpretare, intercettare, eventualmente indirizzare la rabbia, correggendone la mira.

Ci sarebbe da starne alla testa, non alla coda.
Nell’immediato ci sembrano urgenti due cose:

  • si approfondisca e allarghi il confronto, che esso sia aperto e privo di timori sui temi, tutti, che il 15 ha posto in campo
  • si dia piena solidarietà agli arrestati, si assuma il compito della loro assistenza legale e della loro liberazione.

Cobas Scuola Milano
Cobas Scuola Varese

Una risposta al documento dei Cobas, da Infoaut (grazie)

3 novembre 2011 7 commenti

Ho pensato e ripensato, durante il tanto tempo impiegato nella lettura delle 7 -sottolineo sette- cartelle della Confederazione Cobas sul 15 ottobre, se scrivere qualcosa a riguardo.
Ho pensato e ripensato anche di aver causato qualche mal di stomaco a chi ha scritto quel testo per quei due post, scritti molto a caldo e molto incazzati e letti in pochi minuti da migliaia di persone, sull’atteggiamento dei Cobas in piazza e soprattutto sulle parole urlate dalle trombe di quel camion, a me tanto caro per un buon decennio.
Poi cavolo…ma come si fa a rispondere a quelle pagine?

Foto Baruda

Io non ci son riuscita, non mi son voluta nè rodere il fegato nè scompisciarmi dalle risate pubblicamente, ma ringrazio chi al posto mio ha scritto e risposto, anche perché tirato direttamente e istericamente in ballo.
Quindi copio-incollo l’articolo a firma della redazione di Infoaut uscito poco fa sul loro sito, ma prima di farlo riprendo le parole che chiudono l’articolo chiedendomi: ma Piero Bernocchi, che da anni e anni e anni è portavoce di quella struttura … qualcuno l’ha mai votato?
Scusate, so’ polemica,
leggetevi l’articolo, che è meglio!

A proposito di un documento della Confederazione Cobas.

Sono ormai passati diversi giorni dagli eventi accaduti il 15 ottobre a Roma. Il dibattito che si è in seguito sviluppato all’interno del movimento sul corteo degli indignados, soprattutto in rete attraverso una serie di comunicati e testimonianze, è stato senza dubbio interessante. Fra le molte cose che abbiamo letto, di ogni tipo e colore, ci ha colpito negativamente il documento della confederazione COBAS. Complessivamente, le 7 cartelle (!) intitolate “UN IGNOBILE ATTACCO AI COBAS, L’ANALISI DEL 15 OTTOBRE E COME CONTINUARE” rappresentano dal nostro punto di vista più che l’analisi politica di un evento di piazza, una sorta di sfogo, tanto sguaiato quanto isterico, che davvero poco aiuta alla comprensione di quanto avvenuto. L’assunto di base, che il testo vorrebbe dimostrare, appare frutto di una lettura dietrologica degli accadimenti, che come sempre avviene in questi casi, rovescia le cause con gli effetti. Secondo i COBAS il 15 ottobre qualche mente diabolica avrebbe ordito un piano scellerato atto a distruggere il corteo degli indignados e quindi di impedire di parlare dai palchi in piazza San Giovanni, tanto per fargli “pagare” il presunto accordo elettorale con SEL. Aldilà della evidente infondatezza dell’assunto, vorremmo qui porre l’accento su alcuni passaggi del suddetto documento. A pagina 3 viene così scritto:

“Letteralmente agghiacciante, infine, la motivazione venuta da alcuni (tipo il comunicato su Info-Aut di una ben nota area, “Volevano fare un comizio. E invece…”, che irride agli organizzatori, considerati venduti al centrosinistra e che inneggia ai distruttori che avrebbero impedito il subdolo piano) secondo la quale il corteo sarebbe stato demolito giustamente perché nascondeva un patto scellerato con SEL da parte di alcuni dei promotori (Uniti per l’Alternativa).”

Fa comodo evidentemente fare finta di non capire. Intanto, il titolo dell’editoriale viene citato in modo distorto, piegato alle esigenze di una lettura forzata; quello corretto recita “Doveva finire con qualche comizio”, e solo ai più superficiali può sembrare che non vi sia differenza. In secondo luogo, il contenuto non è riassumibile nei termini in cui viene fatto dai COBAS. Il nostro editoriale, molto semplicemente, vorremmo dire materialisticamente, si limita a leggere quanto appena avvenuto e fornisce una prima impressione e alcune chiavi di lettura. Nessuno afferma che “il corteo è stato demolito giustamente”, né che la causa di ciò sia dovuta al “patto scellerato con SEL da parte dei promotori”. Quello che diciamo, lo ripetiamo per i duri d’orecchio, è che l’avere scelto di non passare con il corteo vicino ai palazzi del potere non poteva fare altro che lasciare mano libera alla spontaneità e all’improvvisazione. Il punto è questo, e ancora oggi non abbiamo letto da nessuna parte, COBAS compresi, perché sia stato scelto per il corteo un percorso che accuratamente evitasse l’incrocio con un qualsiasi luogo simbolo del potere. Gli organizzatori hanno promosso il solito rituale corteo da piazza della Repubblica a San Giovanni, prefetto e questore hanno tirato un bel sospiro di sollievo e di gioia quando ne sono venuti a conoscenza. Noi, pensavamo e continuiamo a pensare che un corteo come quello di Roma avesse il dovere quantomeno di provare ad avvicinarsi ad essi. E continuiamo a pensare che se così fosse stato, probabilmente oggi parleremmo di un altro 15 ottobre. Ma l’assenza di risposte su questo punto (o la ridicola scusa che piazza Navona sarebbe stata troppo piccola per contenere 2-300 mila persone, come se il corteo avesse dovuto concludersi per forza lì) non poteva che alimentare le voci che da tempo giravano sui presunti accordi sottobanco con SEL e ARCI ,voci che certamente non abbiamo messo in giro noi, e che oltretutto non è che suscitino chissà quale sorpresa.

C’è poi un altro elemento che vorremmo sottolineare. Ed è il linguaggio utilizzato dai COBAS nel comunicato. Siamo abituati da tempo immemore a leggere sulla stampa mainstream(una volta si sarebbe detto “borghese”) giudizi, formule e terminologie che più che

Foto Baruda _I Cobas il 15 ottobre_

raccontare e spiegare, definiscono e giudicano i movimenti e le lotte secondo una morale perbenista, quando non forcaiola. Ritrovare però quello stesso linguaggio dentro a un comunicato di un sindacato di classe, non concertativo, aut organizzato, di sinistra come i COBAS ci lascia appunto interdetti. Sorvoliamo ancora sulle numerose e pesanti allusioni che una mente nemmeno troppo sveglia leggerebbe come volgari giudizi sprezzanti verso di noi, e ci limitiamo a riportare alcune dei termini utilizzati: i soggetti sociali protagonisti degli scontri di Roma e coloro che in seguito si sono permessi di non condannarli al rogo, vengono definiti di volta in volta devastatori, sfasciavetrine, sfasciacarrozze, folli, sciagurati, “compagneria”, apprendisti stregoni, gruppettari politicanti, degradati, sedicenti antagonisti, distruttori ecc. Se questo è il linguaggio dei COBAS, ci chiediamo davvero cosa differenzi i suoi maitre à penser da quelli di Repubblica, Corriere e Libero.

Ma poiché conosciamo tante compagne e compagni dei COBAS, ci chiediamo se quello riportato nel comunicato sia davvero il pensiero e il linguaggio degli iscritti e dei militanti del sindacato. I tanti con i quali in passato abbiamo condiviso lotte e battaglie, alcune anche eroiche, e tutte vissute con partecipazione e trasporto non crediamo, e non vogliamo credere che possano riconoscersi in quel testo. Come non vi si riconoscono le tante nostre compagne e nostri compagni iscritti ai COBAS. Non vi si riconoscono alcune compagne del centro Italia che hanno partecipato al recente Feminist Blog Camp, che imbarazzate, ci hanno tenuto a nel loro intervento a prenderne le distanze (per quanto non fossero presenti in vesti sindacali). Non vi si riconoscono compagne e compagni che conosciamo e che insegnano nelle scuole a Torino, in provincia, in Valle di Susa. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Tra il serio e il faceto sorge quindi, per concludere, un interrogativo. Chi ha scritto quel comunicato, rappresenta davvero gli iscritti e i militanti dei COBAS? Siccome a parlare, nei comizi e in tv, è sempre e solo Piero Bernocchi, potrebbe sembrare di sì. Ma abbiamo appena visto che la realtà che conosciamo è un’altra. Sorge quindi un’ulteriore domanda. Se in un apparato elefantiaco come la CGIL , negli ultimi 10 anni abbiamo visto avvicendarsi alla sua guida prima Cofferati, poi Epifani e ora la Camusso; nella CISL D’Antoni, Pezzotta e Bonanni, come mai nei COBAS continua a dominare ininterrottamente da quasi 15 anni la figura di Piero Bernocchi? Nemmeno vivessimo nella Bulgaria di Zivkov! Speriamo che questa eterna leadership abbia garantito un costante e progressivo aumento delle tessere sindacali. Potremmo sbagliarci. Ci risulta invece, e qui certamente non sbagliamo, che il buon Bernocchi sia da anni un pensionato. Non sarebbe il caso, per il bene di tutti e tutte, che passasse la mano a qualcuno più giovane e coraggioso, e concludesse la sua carriera come leader della categoria alla quale appartiene?

La redazione di Infoaut.org

sulla giornata del 15 ottobre:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”

NOTAV verso il 15 ottobre: Que se vayan todos!

9 ottobre 2011 4 commenti

Scriviamo queste righe dalle nostre montagne, sperando che dalle Alpi possano arrivare a tutto lo stivale, da Cortina a Lampedusa. La nostra valle vive un momento di lotta intensa, di resistenza: ogni giorno è qui, ormai, un giorno decisivo. Dai nostri presidi, dalle nostre baite, dai nostri paesi, dalle strade e dai sentieri che li collegano, attorno al fortino militarizzato creato dal governo a difesa del non-cantiere dell’Alta Velocità, stiamo resistendo. Ed è da resistenti che ci rivolgiamo a voi, che ci rivolgiamo all’Italia. La lotta No Tav è una lotta per la difesa della salute e del territorio, ma non solo: è una lotta contro la consegna della ricchezza prodotta collettivamente, in tutto il paese, nelle mani di pochi. È una battaglia contro l’alleanza strategica tra stato e mafia, ma è anche l’idea di un mondo diverso, costruito insieme attraverso nuove pratiche di decisione dal basso. È un movimento in difesa della nostra valle, che amiamo ora come non avevamo mai amato, ma è anzitutto un grido che si leva da un luogo nel mondo, rivolto a tutto il mondo.

Foto di Valentina Perniciaro _La battaglia (vinta) di Venaus, dicembre 2005_

Il 15 ottobre, in Europa e non solo, migliaia di persone risponderanno all’appello che giunge dagli indignados spagnoli: da coloro che, a partire dal marzo scorso, hanno deciso di trasformare, a modo loro, la vita politica del loro paese. Persone comuni – non eroi! – proprio come noi e voi, che hanno invaso le piazze delle loro città, parlando alla Spagna della società che vorrebbero costruire, sulle ceneri della classe politica che governa il loro paese. Come la Val Susa non può vincere senza l’Italia – e, lo diciamo con convinzione, un’Italia migliore non può nascere senza la vittoria della Val di Susa – così i ragazzi spagnoli non possono vincere senza l’Europa. Che cosa vogliono? Una politica e un’economia al servizio di tutte e tutti, il rispetto per l’essere umano e per l’ambiente, la morte definitiva dell’accentramento del potere mediatico, dell’abuso sistematico di quello politico, della corruzione, del commissariamento globale da parte della grande finanza. Ogni volta che ripetiamo questi stessi, identici concetti nelle nostre assemblee popolari, ogni volta che li gridiamo lungo le vigne o sotto le reti della militarizzazione, sentiamo di portare avanti una lotta che è la loro stessa; ma è la stessa degli studenti greci e tunisini, dei ragazzi che vengono arrestati sul ponte di Brooklyn e di quelli che cambiano la storia in piazza Tahirir.

Allora che aspettiamo? Il tiranno che ci governa è a Roma! A Roma è il mandante politico dell’invasione militare della Valle, a Roma è il mandante politico del Tav: decrepito, vergognoso e trasversale, proprio come in Spagna, proprio come in Grecia. A Roma sono i palazzi che hanno partorito una manovra di assassinio di due o tre generazioni, e mentre con una mano rapinano gli italiani di 20 miliardi di euro, con l’altra firmano gli accordi con la Francia per regalarne 22 al malaffare, distruggendo con il Tav le nostre vite e la nostra vallata. Mentre già discutono la necessità di una manovra bis per attaccare ancora più a fondo, in nome dei diktat della BCE, la società italiana, spendono 90.000 euro al giorno per gasarci al CS e reprimere in ogni forma il nostro dissenso, per la sola colpa di esserci ribellati al loro decennale strapotere. Questo è ormai la Val di Susa, del resto: un pericoloso esempio per tutte e tutti, da sradicare con la forza. Cosa aspettate? Cosa aspettiamo? Se vogliamo un futuro, un futuro qualsiasi, non abbiamo scelta: dobbiamo sfidare la casta – tutta la casta! – e dobbiamo vincere. A Roma ci saremo per sentire ancora il vostro abbraccio, dopo mesi difficili in cui abbiamo sofferto, ma anche sognato; e tra i nostri sogni ci sarà sempre quello in cui vi vediamo marciare fin sotto i palazzi del potere, e lanciare tutti insieme il grido che arriva, forte e chiaro, dalla Spagna: Que se vayan todos!

NoTav.info

Comunicato dalle carceri greche

12 luglio 2011 Lascia un commento

Il paese è impantanato nella crisi del debito e lo Stato greco è al collasso. Tale debito è stato creato dalla politica europea attuata da tutti i governi negli ultimi tre decenni, dai fondi dei capitalisti per lo “sviluppo” per cui ingenti somme si muovevano tra i fattori politici ed economici; ora vogliono costringere noi a pagare , i diseredati di questa società.

tratto da Scarceranda 2009

Il memorandum e i contratti firmati dal governo greco hanno legato un cappio intorno al collo del suo popolo che si stringe ogni giorno di più, hanno ipotecato il futuro di almeno due generazioni per la convenienza dei creditori della Grecia, stanno svendendo tutto il paese e la sua ricchezza ai grandi capitali internazionali.
Nonostante il fatto che la politica attuata dalla giunta parlamentare del PASOK, per volere della troika (Fondo Monetario Internazionale, Commissione europea, Banca centrale europea) non solo non risolve il problema del debito, ma sta gettando sempre più profondamente la società greca verso il fallimento e la distruzione, un nuovo protocollo chiamato “medio termine” è stato votato il 28 / 6 dalla Camera sferrando un nuovo, più feroce e più spietato attacco contro il popolo. L’accordo, con la svendita e la subordinazione del Paese alle grandi multinazionali, è la condizione per assicurare a governo greco un nuovo prestito che darebbe un’ulteriore proroga fino alla proclamazione del definitivo collasso economico.

Sappiamo tutti che i  responsabili sono i nostri governanti. Sono i banchieri, i giocatori d’azzardo nel mercato azionario, i ricchi. Sono loro che possiedono i mezzi di produzione e sfruttano la forza-lavoro per il profitto.
Sappiamo che la crisi del debito greco fa parte della crisi economica globale. Sappiamo che l’umanità ha raggiunto questa situazione di stallo a causa dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, a causa di oppressione e di ingiustizia. Si è arrivati a questo punto perché ci sono pochi ricchi a privilegiati contro la maggioranza delle persone. Perché i poveri di tutto il mondo sono in crescita mentre la ricchezza globale, anche se è abbondante, rimane nelle mani del potere economico.

L’umanità ha raggiunto un punto morto, perché un vicolo cieco è il sistema stesso del capitalismo ad essere un vicolo cieco, è in fase di stallo nello stesso sistema dei mercati, è in fase di stallo nel sistema politico della democrazia rappresentativa.
La gente, gli oppressi di tutto il mondo, hanno capito la causa di questa impasse.
Nella maggior parte dei paesi del mondo, ribolle la base sociale.
Tutta la società greca si ribella contro le politiche del regime.  E ‘disgustata da 300 parlamentari che continuano spudoratamente ad arricchirsi con il sangue del popolo greco in mezzo alla crisi economica. E ‘disgustata dalle tangenti e “regali” che passano di mano tra potere economico e politico. E ‘disgustata dallo stesso sistema politico ed economico. E ‘disgustata dalle menzogne ​​e dal terrorismo del governo che ci impone di pagare un debito per il quale non siamo responsabili per non perdere i profitti di banchieri, industriali, capitalisti. L’intera società greca è riunito intorno a due posizioni comuni:

Noi non pagheremo il debito
Noi non pagheremo per la crisi economica.

Tratto da Scarceranda 2010

L’intera comunità greca dei diseredati è ora apertamente rivoltato contro l’intero sistema politico, contro il sistema economico di sfruttamento e di ingiustizia contro l’Unione europea e le sue politiche dettate dalle grandi imprese. Tutto il paese è nelle strade, chiedendo profonda sconvolgimenti economici e politici.

La lotta può essere solo una in prigione e fuori. Siamo prigionieri e detenuti di tutte le nazionalità del sistema carcerario in cui viviamo il doppio fardello della crisi economica. Uno stato greco in bancarotta non è in grado di coprire le più elementari esigenze delle carceri in tutto il paese. Molti prigionieri provengono da famiglie indigenti a cui lo stato non è in grado di assicurare il minimo vitale. Quindi non solo viviamo il costo della crisi economica, ma come prigionieri dietro le sbarre non abbiamo alcuna possibilità di cercare il modo di risolvere i problemi della sopravvivenza  nostra e delle nostre famiglie che sono in un vicolo cieco.

La prigione è un meccanismo basato sulla povertà e riproduce le disuguaglianze e le ingiustizie. La prigione è un depravato meccanismo ingiusto e inumano. Si tratta di un meccanismo di classe e antisociale che dovrebbe essere abolito.
Sappiamo che esiste la possibilità di risolvere i notevoli problemi fondamentali della vita in carcere perché, come detto prima, la vita nella crisi diventa più difficile dietro le sbarre. Di qui lo slogan dei detenuti nelle carceri greche oggi è “rilascio immediato di tutti i prigionieri”.
La nostra lotta di oggi non può che essere condivisa. Comune tra tutti i prigionieri, comune tra tutti gli oppressi di tutte le nazionalità che sono nelle strade e nelle piazze delle città greche.  Cominciamo qui e ora una vera lotta conflittuale che impedisca il passaggio dell’accordo. E l’unico modo per farlo è quello di minacciare di fatto il funzionamento del sistema politico ed economico .
E’ ora di cacciare tutto i politici. Rifiutiamo di pagare un euro in più per il debito. Facciamola finita con la democrazia rappresentativa, come annunciano le assemblee popolari in tutto il paese.

Buttiamo fuori dalle piazze quelli che si sono infiltrati e stanno cercando di mettere un freno alla lotta per impedire la ribellione, per preservare il sistema stesso.

Buttiamo fuori del nostro paese i ricchi corvi per tornare alla proprietà pubblica che i governi stanno svendendo alle grandi imprese e impadroniamoci di tutte le ricchezze di questa terra per gestirle noi stessi. Non abbiamo bisogno di padroni, non abbiamo bisogno di governanti. Possiamo prenderci la nostra vita. Per porre fine allo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, per prendere la nostra vita nelle nostre mani, aprendo la strada a una società di eguaglianza economica, di solidarietà, giustizia e libertà per tutti. Per una società senza ricchi e poveri. Per la rivoluzione sociale. Non lasciare nulla immutato.

Per cambiare tutto.
Per la libertà.

 

Questo testo è co-firmato da un totale di 468 donne e uomini detenuti delle carceri: Koridallos (anche ala F maschile), Ioannina, Avlona, ​​Nafplio e Corfù. Almeno 789 donne e uomini prigionieri hanno deciso di rimanere al di fuori delle celle della prigione durante la chiusura di mezzogiorno a: Koridallos (anche A, D, F ali maschile), Diavata, Amfissa, ala D1 maschile di Grevena. Un totale di 1.508 detenuti protesteranno attraverso l’astensione dal pasto in: Grevena, ala B maschio di Larissa, Ioannina, Avlona, ​​Malandrino, Diavata, Cassandra e Salonicco.

Gigi Fallico: il comunicato dei suoi coimputati

25 maggio 2011 6 commenti

Ci troviamo oggi a celebrare l’ennesima udienza di questo processo, senza uno degli imputati.

Foto di Valentina Perniciaro _TUTT@ LIBER@_

Lunedì mattina, il nostro compagno Gigi è stato trovato morto in cella.
Da giorni lamentava tutti i sintomi di un infarto: violenti dolori al petto e pressione arteriosa alle stelle.
Nonostante le segnalazioni e le richieste di cure è stato abbandonato letteralmente al suo destino.
Una tachipirina, un diuretico e poi di nuovo in cella da solo.
I primi riscontri dell’autopsia confermano che Gigi da ormai qualche giorno aveva un infarto in corso.
La notte in cui è morto il cuore gli si è letteralmente spaccato in due.
Questo processo ha già emesso la sua prima sentenza. E purtroppo è una sentenza che non prevede appelli.
Gigi non è morto per cause naturali, nè per una fatalità.
Gigi è stato ucciso.
Fosse stato libero, anche indagato ma libero, non sarebbe morto.
Invece, Gigi ha avuto l’imprudenza di ammalarsi in carcere.
Un luogo incivile, medievale, un luogo dove ogni conquista dell’umanità smette di esistere.
Un luogo popolato da decine di migliaia di proletari, dalla classe pezzente, dai “dannati della terra”, semplicemente dai poveri.
Ogni anno sono centinaia le persone che muoiono in carcere per le violenze subite.
Centinaia di omicidi che sappiamo resteranno impuniti per la giustizia di questo stato.
Non potrebbe d’altronde essere altrimenti: lo stato non processa se stesso.
Ma noi sappiamo che esiste una giustizia che va oltre la aule di tribunale e che trova
la sua forza nell’eguaglianza sociale, nel progresso umano, nel superamento del capitalismo che ogni giorno mostra il suo volto
sui posti di lavoro, nel bombardamento di civili, nelle stragi dei migranti in fuga.
A questa giustizia guardava Gigi.
Era un comunista.
E noi sappiamo ciò che si perde quando muore un comunista.

Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio

I FUNERALI DI LUIGI SARANNO SABATO MATTINA ALLE 9.30 NELLA CHIESA ADIACENTE ALLA SUA BOTTEGA, IN VIA SANDRO SANDRI, A CASAL BRUCIATO.

A QUESTO LINK POTETE ASCOLTARE IL BREVE SPAZIO FATTO OGGI A RADIO ONDA ROSSA, CON MANOLO E COSTANTINO.

Firenze e i 400colpi! LIBERI TUTT@

7 maggio 2011 Lascia un commento

Come forse già saprete, la mattina del 4 maggio, a Firenze, è scattato un intervento poliziesco coordinato dalla Dccp, ex Ucigos, che ha effettuato perquisizioni e disposto arresti. Imputazione, ancora una volta, è “associazione a delinquere”, come già aBologna il mese scorso, a Torino un anno fa, e a Lecce tra un grado e l’altro di giudizio dell’operazione “Nottetempo”, iniziata nel 2005 con l’etichetta di “associazione sovversiva”.  In 22 son sottoposti a misure cautelari, 5 agli arresti domiciliari e i restanti con obbligo di firma; la maggior parte frequenta lo spazio liberato 400 colpi.
Secondo la lingua della Legge, delinquente è chi devia dal suo schema di società. In questa società, delinquente è chi non è capace di comunicare secondo le leggi della Lingua. Ma ciò che emerge da dietro i reati contestati ai giovani compagni fiorentini -manifestazioni non autorizzate, imbrattamenti di sedi di enti istituzionali, blocchi, danneggiamenti di banche, resistenze ed offese a pubblico ufficiale – è una loro potenziale diffusione, alla faccia della Legge. E questo lo dichiara anche il capoccione della Digos fiorentina.
Diffusione di quelle pratiche, che aldilà di ogni specializzazione e settorialità, volevano e riuscivano a dialogare con i focolai di malcontento e rabbia di cui la attuale società è disseminata, alla faccia della Lingua.

macerie @ Maggio 6, 2011

QUI INVECE IL COMUNICATO dello SPAZIOLIBERATO400COLPI

“Associazione a delinquere”, dicono loro. Noi diciamo autonomia, conflitto, azione diretta. La definiscono “smantellata”. Noi ridiamo pensando alla loro illusione.

 Che l’operazione sia il frutto dell’ennesima montatura giuridica è cosa ovvia, e non abbiamo nessuna voglia di sprecare parola in merito.
Non ci stupisce il fatto che a subire obblighi di firma e perquisizioni siano stati anche diversi compagni che non partecipano alle assemblee dello Spazio Liberato 400Colpi. Sono i compagni con cui abbiamo condiviso percorsi di lotta, sono le amicizie politiche che, aldilà dei confini geopolitici classici, ci siamo sempre proposti di coltivare. Dei legami che sono stati capaci di produrre conflitto e che ci hanno fatto respirare aria nuova in una Firenze pacificata.

“Bliz contro gli anarchici”, dicono loro. Noi diciamo operazione anti-insurrezionale contro tutti quelli che hanno deciso di abbandonare il feticismo dell’identità per costruire una prospettiva rivoluzionare reale dell’oggi. Contro chi, al di là di parrocchie e liturgie, ha avuto il coraggio di abitare con determinazione quei piccoli spazi di conflitto che negli ultimi mesi hanno creato crepe all’interno del dispositivo metropolitano senza portarsi dietro bandiere nè dogmi, ma confrontandosi con umiltà con un reale da conoscere e sovvertire. Contro quel movimento reale che dai tempi dell’ “onda” ha iniziato ad emergere dalle sabbie mobili del rivendicazionismo studentista e della “protesta civile”, e fottendosene contemporaneamento di cristallizzare la propria identità all’interno di una delle “aree militanti”.

Giornali e TV potranno dipingerci quanto vogliono come una setta anarcoide isolata. Sappiamo che lì fuori, nelle scuole, nelle università, nei quartieri, ci sono tanti compagni che ci conoscono e riconoscono come compagni. Fratelli con cui abbiamo condiviso materialmente e non tutti gli episodi “delittuosi” di cui ci incolpano: dall’occupazione di scuole e facoltà, dai picchetti antisfratto ai blocchi dei flussi metropolitani passando per i cortei selvaggi. Siamo sicuri che queste amicizie politiche si dimostreranno più forti di ogni operazione sbirresca.

Lo sciopero irreversibile avanza, crea sempre più crepe, preoccupa il Partito dell’Ordine partendo dal ministero dell’interno fino ad arrivare al funzionario Digos locale. Una mobilitazione studentesca più piccante del solita, una Piazza del Popolo in rivolta, una insieme di piccoli gesti scioperanti e di nuovi legami. Il bisogno di espandere ed organizzare questo movimento reale a Firenze come in altre città ha già iniziato a farsi programma. Difficile, ambizioso, pericoloso, certo.

Ma nulla potrà fermare questa nuova primavera.

LIBERTA’ PER TUTTI I COMPAGNI
A TESTA ALTA PER IL CONFLITTO SOCIALE

Spazio Liberato 400Colpi
per l’autonomia diffusa

Ispezioni in carcere, chiunque può accompagnare i parlamentari

5 maggio 2011 1 commento

Non siamo abituat@ alle buone notizie ma questa volta è innegabile.
Avevamo parlato proprio pochi giorni fa del processo che si sarebbe svolto contro le mamme di una compagna e un compagno e la consigliera regionale Anna Pizzo, per un ingresso in carcere che secondo la magistratura era illegale. Quando di legale quegli arresti avevano veramente poco, visto l’impianto accusatorio, poi caduto.
Delle mamme che riescono a vedere i loro figli, privati della possibilità di aver colloqui, attraverso l’accompagnamento di un parlamentare (o consigliere regionale) in visita in carcere.
C’è stata la piena assoluzione, e ne sono entusiasta

Assolta la consigliere regionale Anna Pizzo
Ispezioni in carcere, chiunque può accompagnare i parlamentari

di Paolo Persichetti, Liberazione 6 maggio 2011

I parlamentari o i consiglieri regionali che conducono visite ispettive nelle carceri possono avvalersi dell’ausilio di accompagnatori di loro scelta. Membri del governo, parlamentari europei, sindaci e presidenti della provincia, magistrati a capo dei tribunali e delle procure dove hanno sede le carceri, presidenti delle Asl competenti per territorio, garanti dei detenuti ed altri ancora. E’ piuttosto ampia, anche se ancora del tutto insufficiente per rendere le mura delle prigioni trasparenti, la schiera di figure istituzionali che possono entrare nelle carceri per condurre visite ispettive senza previa autorizzazione. Nel corso delle visite queste autorità possono avvalersi delle presenza di accompagnatori, anche questi autorizzati a varcare la soglia degli istituti di pena senza necessità di nessuna autorizzazione. Lo prevede l’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario.

Rivolta di Attica, 1971

Una prassi consolidata, che tuttavia non è indicata nella norma, contiene il numero degli accompagnatori ad un massimo di due a testa. L’amministrazione penitenziaria non ha alcuna autorità per introdurre limitazioni ad una norma di legge. Lo ha ribadito ieri con una decisione lampo il gip del Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi su una denuncia depositata nel dicembre 2009 dalle direzioni del carceri romane di Regina Coeli e Rebibbia femminile contro l’allora consigliera presso la regione Lazio, Anna Pizzo, insieme alle due persone che l’avevano accompagnata durante le visite nei due istituti di pena. Si trattava delle madri di due giovani di un centro sociale della Capitale, il Macchia rossa, situato nel popolare quartiere della Magliana e finito al centro di un teorema accusatorio ispirato da alcuni esponenti locali del Pdl, ex An, che avevano come unico scopo quello di sloggiare l’occupazione, da parte di una decina di famiglie senza casa, di una scuola abbandonata da anni. Occupazione che ostacola la realizzazione di alcuni lucrosi progetti speculativi (cf. Liberazione del 10 dicembre 2009).
I due, Gabriele e Francesca, erano finiti in carcere e si trovavano in isolamento. Poche settimane prima, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi era morto nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini dove era finito dopo le percosse subite prima di passare davanti all’udienza di convalida dell’arresto in tribunale. Sui media campeggiavano da giorni polemiche e denunce sulle condizioni in cui si svolgevano i fermi nelle stazioni dei carabinieri e nei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio. La visita in carcere venne realizzata per verificare le condizioni di salute e di detenzione dei due giovani e nel rispetto delle procedure previste. All’ingresso dei due istituti la consigliera regionale e le due donne che l’accompagnavano si videro obbligate a compilare un prestampato dell’amministrazione penitenziaria nel quale era indicata, senza altra possibilità di scelta, la funzione di “collaboratore” (da intendersi come figura stabile e continuativa) per qualificare il ruolo di accompagnatrici. Nel declinare le loro generalità le due donne fecero presente di non rientrare in quella fattispecie, ma poiché la burocrazia penitenziaria non prevedeva altre possibilità furono costrette a riempire l’unica casella esistente. Sulla base di queste dichiarazioni, in qualche modo “imposte” per un’imperizia burocratica dovuta ad una forzata interpretazione restrittiva della legge, le direzioni dei due istituti hanno successivamente inviato una segnalazione in procura provocando l’apertura d’ufficio di un procedimento penale per false dichiarazioni. «Il fatto non sussiste», ha stabilito il Gup.

Sotto processo le mamme di compagni e compagne: vergogna!

28 aprile 2011 Lascia un commento

Il 5 maggio p.v.si avvierà l’udienza che vede come imputate le mamme di Francesca e Gabriele e l’ex consigliera regionale di SEL Anna Pizzo.

Il 14 settembre 2009 viene messo in atto un assurdo e scenografico arresto dei compagni, della compagna e di alcuni occupanti della ex scuola 8 marzo. Tali arresti, voluti dal PDL romano, si basavano su accuse false ed infamanti con l’unico scopo di bloccare una piccola lotta sociale in corso che vedeva protagoniste alcune decine di famiglie che, con i compagni del C.S.O.A. Macchia Rossa, avevano occupato l’ex scuola 8 Marzo abbandonata da anni.

Il giorno dopo gli arresti, le mamme di Francesca e Gabriele, accompagnate da alcuni consiglieri regionali, si recano in visita presso il carcere di Regina Coeli e Rebibbia. Il direttore di Regina Coeli Mauro Mariani denuncia la presenza della madre di Gabriele che in quanto familiare diretto non poteva vedere il proprio figlio prima dell’interrogatorio di garanzia. Il suo zelo contagia anche a direttrice di Rebibbia Femminile dr.ssa Zainahi, che a posteriori denuncia la madre di Francesca. La comunicazione della chiusura delle indagini ed il provvedimento di rinvio a giudizio per le mamme e per la consigliera Anna Pizzo seguono di lì a poco con sospetta tempestività, quando i compagni e la compagna erano ancora agli arresti domiciliari.

Le mamme e la consigliera Anna Pizzo sono entrate in carcere perché conoscono la violenza che regna all’interno delle caserme, dei commissariati e degli istituti penitenziari. E’ di soli pochi giorni più tardi l’agghiacciante notizia della morte di Stefano Cucchi: ragazzo assassinato per mano di carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici dell’Ospedale Pertini, quelli cioè che dovrebbero essere i tutori della legge, delle buone condizioni di vita all’interno delle carceri e assicurare l’assurdo concetto di “rieducazione” e di quelli che dovrebbero garantire il diritto alla salute ed alla vita. Ma le nostre madri non vengono dalla montagna del sapone, Sconvolte politicamente e ed ancor più emotivamente dall’arresto e da una campagna stampa che ci dipingeva come dei mostri, degli aguzzini, dei razzisti, guerrafondai , dei ladri e come cioè persone prive di qualunque scrupolo, hanno voluto costatare con i loro occhi, che ai loro figli non fosse stato torto un capello. Hanno voluto con la loro presenza dimostrarci la loro vicinanza e solidarietà, per un arresto ingiusto che si era abbattuto su di noi e che stava infamando un intero movimento.

L’aver rinviato a giudizio le mamme e la consigliera Anna Pizzo, è soltanto l’ennesimo tassello di un accanimento giudiziario ed una campagna diffamatoria, come non se ne vedevano da molti anni e che da aprile 2009 ha intessuto la cronaca della ex scuola 8 marzo. Crediamo che questa udienza sia l’antipasto di un boccone ben più ghiotto che vuole mettere a processo non solo i compagni e la compagna ma attraverso loro anche un intero movimento come quello per il diritto all’abitare , che si organizza e lotta. Questo processo vuole mettere alla sbarra la capacità di tanti/e di autodeterminarsi e sottrarsi al ricatto del affitti a nero e dello sfruttamento e riconosce nella lotta e nello strumento della autorganizzazione l’unica possibilità di riscatto politico e sociale.

CSOA Macchia Rossa
Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa

per Mohammed Bannour, morto sul lavoro, dentro l’università

28 dicembre 2010 Lascia un commento

IL 28 DICEMBRE DALLE 17 ALL’UNIVERSITA’ DI ROMA LA SAPIENZA PRESSO il CANTIERE nella FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE
ci sarà un’ INIZIATIVA DEL COMITATO 5 APRILE PER RICORDARE L’ENNESIMO MORTO SUL LAVORO, IN UN CANTIERE DELL’UNIVERSITA’ PIU’ GRANDE D’ITALIA…IN FASE DI RISTRUTTURAZIONE.

MOHAMMED BANNOUR, 35 ANNI TUNISINO, E’ MORTO SUL COLPO A CAUSA DEL RIBALTAMENTO DI UN MACCHINARIO CHE
LO HA SCHIACCIATO CONTRO UN MURO. LASCIA LA MOGLIE E TRE FIGLI, UCCISO SUL LAVORO IL 22 DICEMBRE 2010, MENTRE
NELLA CITTA’ DI ROMA SI ESPRIMEVA IL DISSENSO DI STUDENTI E STUDENTESSE ALLA RIFORMA GELMINI.
SI INVITANO COLORO CHE HANNO INTERESSE A MANTENERE VIVA L’ATTENZIONE SUL CASO SPECIFICO E SULLE STRAGI SUL
LAVORO, A PARTECIPARE A QUESTO APPUNTAMENTO.
SI STA ORGANIZZANDO UNA INIZIATIVA CON IL MOVIMENTO STUDENTESCO PER IL 22 GENNAIO 2011, A UN MESE DALLA MORTE
DEL LAVORATORE, ANCHE PER AVERE RISCONTRI SUGLI ESITI DELL’INDAGINE E PER SAPERE SE IN QUEL CANTIERE SONO STATE RISPETTATE TUTTE LE NORME DI SICUREZZA E SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO.

COMITATO 5 APRILE – snodo romano della RETE NAZIONALE SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO
bastamortesullavoro@gmail.com

 

Aggressione fascista a Magliana: il comunicato

18 marzo 2010 Lascia un commento

AGGRESSIONE FASCISTA  A MAGLIANA !

La sera del 14 marzo un gruppo di razzisti armati di bastoni e con i volti semicoperti da sciarpe e fazzoletti hanno fatto irruzione nel bar bangladese di via Murlo. Pochi minuti di terrore violenza e devastazione, ai danni di quanti/e erano nel locale.
Questo, è soltanto l’ultimo episodio in ordine temporale, di provocazioni e aggressioni ai danni della comunità bangladese che vive e lavora a Magliana, così come di una serie di atti simili nella città di Roma, compiuti da persone certe della loro impunità.

"Monnezza" a Magliana!

Esattamente 48 ore prima di questo assalto razzista sono apparse sui muri del nostro quartiere scritte razziste, inneggianti al Fascismo e firmate “Senza Padroni”.
I carabinieri di Bernardo e Casarsa, i consiglieri del Pdl e lo stesso sindaco Alemanno coadiuvati dai giornali stanno depistando le indagini dichiarando che è solo una banda di teppisti e bulli di quartiere. Ma i veri mandanti politici e morali di questa aggressione sono proprio Alemanno, Fabrizio Santori, Augusto Santori e Federico Rocca e il circolo Pdl  “Magliana senza padroni” che da mesi incitano con le loro parole alla violenza razzista a Magliana e in tutta la città!
Noi compagne/i del CSOA Macchia Rossa denunciamo il clima di intolleranza nei confronti dei/delle migranti che sta crescendo nel nostro quartiere e nella città. Sono all’ordine del giorno episodi di piccole e grandi violazioni ai danni dei lavoratori/trici e residenti di origine straniera.

Denunciamo politicamente e pubblicamente, quanti strumentalizzano i ragazzini di Magliana, con false idee di ribellione, e che usano la pratica dell’aggressione ai danni dei/delle migranti come vile palestra per preparare la “carne da macello” a  scontri più difficili. Non ci interessa sapere chi sono gli autori materiali di questo raid. Per noi sono un gruppo di fascisti e razzisti, coperti dalle guardie e questo ci basta: noi non siamo spie e informatori dei carabinieri, noi non li denunceremo alle forze dell’ordine neanche se sapessimo chi sono. Noi non siamo spie come loro! Noi li affronteremo sul terreno della lotta politica e sociale e su quello dell’antifascismo e sia chiaro che se qualcuno oserà toccare un compagno o una compagna del centro sociale Macchia Rossa ne dovrà rispondere politicamente e seriamente.Al Sit-in e al Corteo di lunedì e martedì a Magliana sono venuti i consiglieri municipali Santori e Rocca e il delegato alla sicurezza Ciardi del Pdl a portare una falsa e strumentale solidarietà, ma per fortuna gli\le antirazzisti\e hanno pacificamente ma in maniera determinata respinto questa infame provocazione fascista e non hanno permesso che partecipassero né al sit in né al corteo!
Purtroppo agli sciacalli strumentalizzatori del Pdl si sono aggiunti anche quelli del Pd, che con in testa il presidente-sceriffo del XV Municipio Gianni Paris hanno convocato una manifestazione a puro scopo elettorale sulla vicenda dell’assalto razzista di Via Murlo. Invece di sostenere la manifestazione indetta dalla comunità Bangladese di martedì scorso, dove hanno partecipato solo pochi e generosi compagni di Rifondazione e Sinistra e Libertà,
il Pd ha indetto un’altra manifestazione per Venerdi 19 a cui noi non parteciperemo e invitiamo i compagni e le compagne sinceramente antirazzisti\e a non partecipare.

Centro Sociale Occupato Autogestito “Macchia Rossa” Magliana

Ancora sgomberi a Roma

24 febbraio 2010 1 commento

Ieri all’idroscalo di Ostia oggi a Centocelle. Le politiche abitative diventano ordine pubblico.
Questa mattina intorno alle 10.30 ingenti forze di polizia, carabinieri, finanza e vigili urbani, hanno sgomberato i nuclei familiari che presidiavano da venerdì scorso l’ex scuola Tommaso Grossi in via degli Eucalipti nel VII municipio.
Il primo gruppo di carabinieri ha fatto irruzione sfondando il cancello di entrata, per poi spintonare le persone che hanno provato a resistere pacificamente allo sgombero. Una delle donne che presidiano da venerdì la struttura è stata immobilizzata e minacciata di arresto e solo l’intervento degli altri occupanti ha impedito che questo avvenisse.
Più di dieci persone hanno raggiunto il tetto dell’edificio per proseguire il presidio a oltranza. Più di cinquanta agenti sono saliti e hanno portato coloro che provavano a resistere fuori dalla scuola, provando a dividere i migranti dagli italiani. Questa operazione non è riuscita per l’opposizione di tutti i presenti.
In un clima di continue provocazioni anche la stampa e i fotografi sono stati insultati dalle forze dell’ordine.

Questo avviene alla vigilia del dibattito in consiglio comunale è ha l’obiettivo di avvelenare l’aria e disegnare le prove generali per un piano casa che non fornisce risposte adeguate all’emergenza abitativa di questa città. Attaccare in questo modo, dopo le cariche sotto la prefettura, i movimenti per il diritto all’abitare aumenta la tensione in maniera irresponsabile. Questo avviene perché la politica sta abdicando al suo ruolo consegnando le conseguenze della crisi e i conflitti inevitabili al prefetto e al questore di Roma.
I nuclei sgomberati si riuniranno, ospitati dal Forte Prenestino in via Federico Delpino, in assemblea alle 13.30. insieme ai movimenti per il diritto all’abitare convocano una conferenza stampa per le 15 di oggi sulla piazza del Campidoglio.

Roma 24 febbraio 2010
Movimenti per il diritto all’abitare

Martino Zicchitella

20 dicembre 2009 2 commenti

Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

MARTINO ZICCHITELLA

– Nasce a Marsala il 26 aprile 1936
– pochi anni dopo si trasferisce a Torino
– svolge attività extra-legali e viene arrestato per rapina del ‘66
– evade dal carcere di Firenze
– riarrestato milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri
– milita nei Nuclei Armati Proletari
– resta ucciso a Roma, durante un’azione armata dei N.A.P. il 14 dicembre 1976

Scritture di Martino Zicchitella
– “Memoriale redatto da Zicchitella; Anarchismo n.10 – 11, Catania 1976
“Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce, mi era stato accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il “lager del Salento”, percuotere i nuovi arrivati. Già il compagno S. N. in un memoriale presentato alla magistratura alcuni mesi fa, descriveva fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomenti; egli si riferiva al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre dalla disperazione con un’arma da taglio, fu oggetto di un pestaggio da parte degli agenti di custodia, che lo ridussero in fin di vita a colpi di manganello e calci. Lo stesso poi (il suo nome era Caradonna), fu abbandonato in una cella sotterranea senza che gli fossero state apprestate le cure necessarie.
Trasferito in questo stabilimento, ebbi modi di constatare, e subire, i metodi che venivano messi in atto: un trattamento riservato quasi sempre ai compagni o simpatizzanti di sinistra.
Il 30 giugno 1975 faceva il mio ingresso nella menzionata casa penale proveniente da Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bobò di Lecce invece, appena preso in consegna dal corpo di guardia del carcere, mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di custodia, questa frase: “E adesso che cosa avanzi?”
Certo non potevo immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80 giorni. Dopo essere stato portato in un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante, fui perquisito da cima a fondo, senza rispetto alcuno della personalità umana, con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in una sezioncina detta “Reparto isolamento”: qui fui rinchiuso in una cella che non aveva alcun arredo, solo mura, porte e inferriate di ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire in un corridoio dove c’erano ad attendermi un numero considerevole di guardie (una quindicina ).
Mi fecero percorrere il corridoio della sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un sotterraneo dello “la campana”. Si trattava di tre anguste celle lunghe due metri e trenta per uno e cinquanta. Appena scesi gli scalini e spinto in una delle tre cellette (la seconda), venni aggredito da alcune guardie che erano nel corridoio precedentemente, agli ordini di un appuntato.
Queste mi furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente per mezzora con calci e pugni, tanto da farmi svenire e procurarmi lesioni e dolori che accusai per oltre un mese. Dopo il primo pestaggio, chiusero la porta della cella e quella della sezione andandosene. Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l’unica suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c’erano ancora escrementi umani.
Di lì a poco tempo con un rumore assordante di chiavi e ferri sbattuti, arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il secondo pestaggio, l’appuntato era sempre lo stesso, aprirono la mia cella e mi si avventarono nuovamente addosso, dicendomene di tutti i colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
Mi strapparono da dosso la camicia e i pantaloni e questa volta ricevetti anche dei colpi con un bastone. Insomma avevo le ossa e il corpo in stato pietoso, era blu per le ecchimosi, il sangue mi fuoriusciva dal naso, dalla bocca, dalle abrasioni alle braccia e al corpo. Prima che se ne andassero gettarono nella cella due secchi d’acqua allagando l’angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24 giorni, cioè nudo con acqua sul pavimento e con scarso cibo, per i primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio di luce, e non presi una boccata d’aria all’esterno.
Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano subito o subirono vessazioni e pestaggi.
Il trattamento fu pressappoco analogo per tutti: il B.D.S. fu addirittura messo in un reparto denominato “il forno”, locale strettissimo e privo di finestre, nel buio più totale, per diversi giorni. Altri due mesi, poi me li fecero trascorrere in una cella di un piano superiore, dove c’era un pancaccio e un gabinetto alla turca. Alla “campana” per tutta la durata dei 24 giorni non mi fu data né una branda né un materasso. Dormivo a terra con una coperta sudicia che subito si inzuppava d’acqua, che mi veniva consegnata la sera alle 21 e ritirata la mattina alle 8.
Continue furono le istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi per il controllo della ronda, la luce era accesa giorno e notte, naturalmente per tutto il tempo che rimasi in quel buco, non potei acquistare cibo, né scrivere a mia madre, la quale dopo il mio trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato. […]

– Martino Zicchitella, “Assassinio di un uomo”, Porto Azzurro, in: Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua
“Questa è la giustizia del nostro paese, condanne assurde, senza troppo andare per il sottile, labili indizi per ciò che concerne la colpevolezza, prove ed alibi di innocenza non tenuti in considerazione. Perché? Si tratta di un pregiudicato, pregiudicato divenuto per protesta di una società che fa schifo, democrazia di capitalisti, uomini che sfruttano milioni di altri uomini, salariandoli con molliche di pane, briciole lasciate cascare dalla loro sontuosa mensa, briciole che non sfamano, gocce che tengono in vita un moribondo.
Pregiudicato è colui che, stanco dei soprusi, stanco di essere sfruttato, stanco del massacrante turno di lavoro, dice al padrone: basta, ladro, restituiscimi ciò che mi hai rubato prima.
Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
Stenti e fame durante l’espiazione della pena.
Stenti e fame dopo l’espiazione, scacciato e insultato.
Pregiudicato e operaio da noi, negro in America non sono che forme di preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come servi della gleba, quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire un’esistenza squallida, nella miseria, senza sapere cosa significa desiderare pane e mortadella, di non aver avuto da bambino il piacere di possedere un giocattolo costoso, a volte il calore e l’affetto di una famiglia, del focolare.
L’orfanotrofio, il correzionale, il carcere, ecco sfornato il pregiudicato. Ed ora? … marcisca in una patria galera … rieducarlo ora? macché, carne da macello, taluni gridano pena di morte, altri no! Fatelo vivere, fatelo vegetare, l’organizzata industria della giustizia deve avere la sua materia prima.
Polizia, carabinieri, parte di una florida industria che produce … pregiudicati, e criminali, il carcere è l’università ove si laurea, la scuola per delinquere, il giovane che vi è rinchiuso oggi per un furtarello, sarà il rapinatore o l’assassino di domani, non importa, l’industria non deve fallire.
Le carceri magazzini di carne umana sono zeppe, si raggiunge ormai, in ogni stabilimento penale o giudiziario, la saturazione, uno sull’altro come animali, l’esempio più classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in un’angusta cella, dico tre persone … tre giovani vite stroncate nel fiore dell’età per una assurda condizione carceraria, per il sadismo edilizio che costringe tre giovani a stare rinchiusi in due metri quadrati di spazio.
Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio, Viale, Bosio, Mochi Sismondi, compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro fianco ho compreso veramente il valore di ciò che significhi lotta per la libertà, lotta al capitalismo: ed a tutte le sue strutture borghesi, con profonde radici fasciste.
Con loro ho vissuto momenti di vera fratellanza, fummo commensali, discutemmo sulle occupazioni delle fabbriche, delle università, la Fiat, Palazzo Campana. Su queste basi capeggiai nell’estate ’68 una rivolta passiva. Un sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di più per i detenuti, che si riformassero i codici, che si varasse l’ordinamento carcerario, fui prelevato di peso, attaccato dalla Stampa per il mio gesto e trasferito in casa di rigore. Ancora una volta dovetti subire la repressione da parte della polizia e voluta dai capitalisti.
Dovrò ancora scontare oltre 15 anni di carcere per dei reati che non ho commesso, con ingiustizie e provocazioni: uscirò … debbo uscire per scendere ancora in piazza e alzare la destra, serrare il pugno, dovrò contestare, dovrò combattere la polizia mia acerrima nemica, il capitalismo dovrà essere sconfitto, e con loro i servi e i fascisti, dovrò uscire per raggiungere i miei compagni e marciare al loro fianco verso un nuovo orizzonte.”

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persone o per l’evento in cui ha incontrato la morte
– Nuclei Armati Proletari, “Onore al compagno Zicchitella”, Roma 1976
“Il compagno Martino Zicchitella nacque a Marsala il 26-4-1936 ma fin da piccolo ha vissuto a Torino, la città della borghesia savoiarda, degli ex-repubblichini, la citta dei Valletta, la città in cui la sperequazione capitalistica è più evidente e più umiliante. La città metropoli in cui, già negli anni del boom, la vita sociale è pianificata, controllata e manipolata; dove ogni attività è finalizzata alla produzione di plusvalore e consenso, attraverso l’utilizzazione dei più rudimentali mass-media del tardo capitalismo.
Dai casermoni di Via Verdi ai portici di Via Roma lastricati di marmo, alla Barriera di Milano, alla Crocetta, i salariati di Torino si battono tra centinaia di contraddizioni giornaliere, simili a quelle di qualsiasi altro paese capitalista, ma tutte riconducibili a una sola: quella della propria appartenenza di classe, del proprio potere di acquisto dal quale dipende la gradazione della propria identità umana e sociale. Qui l’acquisizione e l’interiorizzazione dei valori legati all’ideologia borghese non sono scelta, sono induzione violenta, costante, asfissiante.
Martino sceglie la strada dell’appropriazione violenta ed individuale del benessere padronale: quella della rapina, per cui viene arrestato nel ’66.
Durante l’alluvione di Firenze, Martino evade, vive ancora contraddittoriamente la sua realtà di proletario detenuto; salverà invece alcuni giovani dalla melma dell’Arno.
Il carcere e lo scontro che in esso si vive collettivamente gli fanno acquisire i primi elementi di coscienza rivoluzionaria e lo portano nel ’68 alla testa, come direzione ed avanguardia riconosciuta, delle prime dimostrazioni pacifiche nelle carceri “Nuove” di Torino, alle quali il potere risponde brutalmente, come sempre.
Nel ’70 Martino ha pienamente chiarificato la sua identità, ha identificato lo Stato anche nelle sue appendici carcerarie e riesce ad evadere da Alessandria.
Rimane fuori poche ore con le gambe spezzate per il salto dal muro di cinta. Ripreso viene massacrato dalle guardie e rimarrà claudicante.
Nel ’71 è alla testa della rivolta delle “Nuove”. Con lui altri compagni che in quelle lotte e da quelle lotte hanno con sequenzialmente maturato la scelta della lotta armata; all’interno della quale rappresentano le avanguardie più alte e più coscienti del proletariato detenuto, al quale la loro prassi fornisce le più chiare indicazioni: l’evasione e l’organizzazione combattente.
Il ’71 è l’anno di Attica per i proletari che si ribellano in USA; quello di Porto Azzurro per i compagni come Martino. Le successive rivolte ad Alghero, Noto, Enna, lo vedono farsi carico, nella gestione delle lotte, degli interessi di sopravvivenza dei proletari prigionieri, della loro necessità di organizzarsi e combattere.
Nel ’74 a Viterbo inizia un confronto con altre avanguardie espresse dalle lotte dei detenuti sulla costituzione in organizzazione politico-militare all’esterno di alcune avanguardie rivoluzionarie.
Con la presenza a Viterbo di un militante dei NAP, il confronto prosegue e si sviluppa interno-esterno, sul piano politico quanto su quello organizzativo-militare.
Partecipa così alla costruzione e alla realizzazione della operazione coordinata con l’attacco armato interno-esterno del maggio ’75 che vede al primo posto la parola d’ordine della liberazione dei combattenti comunisti prigionieri.
L’attacco interno non coglie l’obiettivo della liberazione ma, per effetto dell’attacco esterno che vede imprigionato il boia Di Gennaro, è comunque un momento di enorme crescita politico-militare che Martino fa suo patrimonio all’interno dell’organizzazione dei NAP.
Trasferito a Lecce per rappresaglia subisce per mesi torture fisiche e psicologiche ma non cessa di porsi come direzione dello scontro organizzando e realizzando con un altro militante dei NAP l’azione armata dell’agosto ’76 che porta alla liberazione di 11 prigionieri.
La sua morte nello scontro di Roma caratterizza e definisce la sua vita e la sua coerenza di combattente comunista.”

Martino Zicchitella

Presidio permanente in via del Policlinico

11 dicembre 2009 Lascia un commento

VIALE DEL POLICLINICO: PARTE UN PRESIDIO PERMANENTE CONTRO LA RENDITA

Lo scorso 4 dicembre, giornata nazionale contro gli sfratti e gli sgomberi, i movimenti per il diritto all’abitare hanno iniziato a presidiare uno stabile vuoto di proprietà della Bnl/Paribas, in viale del Policlinico 137.
Come il palazzo dell’Unicredit al civico successivo, questo edificio vuoto è l’emblema del meccanismo speculativo che consente alla rendita di trarre profitti, mentre la città vive una crisi abitativa che riguarda oltre 50mila nuclei.
Le stesse banche responsabili di una crisi economica che grava su soggetti precari nel lavoro, con contratti a nero o prossimi al licenziamento, e che rischiano di conseguenza l’insolvenza dei mutui o lo sfratto per morosità.
E mentre le banche si arricchiscono tenendo vuoti interi palazzi, Alemanno presenta un Piano Casa all’insegna del social housing, guardando agli interessi delle imprese e dei costruttori invece che ai bisogni di chi vive in emergenza abitativa. 
Nonostante le minacce di sgombero e l’annullamento dell’incontro in prefettura, il presidio all’interno dello stabile Bnl è rimasto determinato nel perseguire i suoi obiettivi: denunciare il comportamento delle banche e aprire una stagione di conflitto nei confronti di un’amministrazione che affronta la questione abitativa in termini di ordine pubblico da una parte e facendo regali alla rendita dall’altra.
La capacità di affermare con forza che a Roma “nessuno prende casa” e che è necessario proseguire insieme nella mobilitazione (unendo sfrattati, inquilini alle prese con le dismissioni, inquilini senza titolo, cittadini “depositati” nei residence, occupanti per necessità) ha prodotto la riapertura di una trattativa sul blocco degli sfratti e degli sgomberi con il prefetto, con un incontro che si terrà domani alle ore 17.
Da oggi, mentre in clima natalizio si lavora all’immagine di una città pacificata, l’iniziativa di denuncia nei confronti delle banche e della rendita proseguirà con una tendopoli in viale del Policlinico, nello spazio antistante ai due palazzi di proprietà Bnl/Paribas e Unicredit.

Lunedì 14 dicembre, in occasione dell’incontro con Antoniozzi sul piano casa del comune, ci mobiliteremo a partire dalle ore 10 con un presidio sotto l’assessorato in Lungotevere de’ Cenci.

Roma, 10 dicembre 09

Coordinamento cittadino di lotta per la casa
Blocchi Precari Metropolitani

Addio Sher Khan, “tigre” dei diritti dei migranti

10 dicembre 2009 4 commenti

Sher Khan è morto stanotte ! 
Morto di freddo e di patimenti (fuori dal CIE-Ponte Galeria solo da 3 giorni , “ perché privo di permesso nonostante il soggiorno in Italia da almeno 20  anni”) in quella multietnica P.za Vittorio divenuta anche il sacello della  tragica storia del riscatto degli immigrati. 
Morire di freddo nella metropoli della storia è un infamia da gridare ai  quattro venti.

Sher Khan

Con oltre 600 chiese,centinaia di palazzi monumentali e di luoghi pubblici al coperto, 20000 appartamenti sfitti, una decina di occupazioni di case, oltre 30 spazi-centri sociali occupati , svariate sedi sindacali confederali e di base , circoli e sezioni di partito : morire di freddo a Roma è una bestemmia, 
un controsenso, l’indice barbaro della modernità che continua ad uccidere per cattiveria, qualunquismo, indifferenza.
Ne portiamo tutti la responsabilità, quella di non aver fatto abbastanza per lenire la sofferenza !
Sher Khan era parte di noi. Lo abbiamo conosciuto tra i primi, per la prestanza irriverente con cui affrontava e tutelava i bisogni-diritti negati ai suoi simili. Per l’assillo che metteva ovunque ci fosse un sopruso : con quel fiero volto, simpatico e sorridente; con quelle manone calorose e gesticolanti; con quel cipiglio da capopopolo , arringante e ritmante fluviali slogan da megafono.
Lo abbiamo aiutato e sostenuto; cazziato per alcune ingenuità ed errori , dovuti per lo più allo stato di esclusione programmata a cui le istituzioni  costringono gli immigrati per far ricadere su di loro le colpe e i misfatti della politica.
Sher Khan Addio ! Addio al tuo – di tanti – sogno di emancipazione e liberazione , di cui avvertiamo e sentiamo il peso per non essere riusciti a  soddisfare : prendiamo rinnovato impegno perché il tuo sacrificio non sia stato inutile, così che altri tuoi-nostri fratelli e sorelle potranno realizzarlo !

Addio Sher Khan , la terra ti sia accogliente .
Un saluto a pugno chiuso.

 Vincenzo Miliucci per la Confederazione Cobas

RASTRELLAMENTI AL PIGNETO

6 ottobre 2009 Lascia un commento

Un rastrellamento in piena regola ha sconvolto ieri pomeriggio la vita di un quartiere multietnico di Roma, il Pigneto.

Alle 18,30 numerose volanti e blindati della Guardia di finanza hanno circondato l’isola pedonale.  Decine di agenti in assetto antisommossa, creando il panico tra i cittadini, hanno violentemente percosso e arrestato chiunque avesse la pelle scura. Le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in alcuni appartamenti, all’angolo tra via del Pigneto e via Campobasso, dove hanno divelto porte, sfondato finestre, sequestrato merci e beni degli abitanti.

MIgranti in corteo per le strade del Pigneto

MIgranti in corteo per le strade del Pigneto

La retata si è conclusa con 25 arresti di cittadini senegalesi e nigeriani, persone che vivono da anni nel nostro quartiere, lavoratori immigrati che mai hanno fatto male a nessuno. Con la scusa della sicurezza, la nostra città sta respirando in questi  mesi un clima di violenta repressione: blitz contro immigrati, sgomberi di centri sociali e di spazi occupati in risposta all’emergenza abitativa.

Operazioni eclatanti, che colpiscono proprio i più deboli con l’obiettivo di aprire nuovi spazi agli interessi economici che governano la città. Come accaduto al Pigneto, un quartiere che si vorrebbe “ripulire”, per renderlo una ricca vetrina dedita al commercio. Forse, dietro lo sgombero, si nascondono gli interessi legati al mercato degli immobili in una zona che vive una gravissima emergenza sfratti e dove il prezzo delle case è in costante ascesa. Noi, cittadini del quartiere siamo preoccupati di questa grave spirale di violenza dello Stato. Vogliamo che il Pigneto sia un quartiere dell’accoglienza, non della repressione e della speculazione.

Organizziamo a questo scopo il 10 ottobre un pomeriggio e serata di incontri con il quartiere, sui problemi di case, scuole, e del razzismo, che si concluderà alle 21 con 5252_101943474511_101672204511_1946277_476424_n_1un’assemblea per preparare insieme la manifestazione del 17 ottobre contro il razzismo e il pacchetto sicurezza.

Oggi 6 ottobre, ore 12, conferenza stampa, Via del Pigneto angolo via Campobasso

Comitato di quartiere Pigneto- Prenestino
Osservatorio antirazzista Pigneto
Per info: 3386034789
per info foto: 3384171445

 qui un link con un sacco di sbirraglia che commenta, per chi non soffre di nausee : http://www.pigneto.it/news.asp?id=776

Comunicato del comitato d’occupazione 8 Marzo

16 settembre 2009 3 commenti

LIBERTA’ PER LA COMPAGNA E I COMPAGNI ARRESTATI!
NON ABBIAMO NULLA DA NASCONDERE!
NOI NON PAGHIAMO IL PIZZO, NOI LOTTIAMO! 

Lunedi 14 settembre 5 compagni di lotta dell’8 Marzo occupata di Magliana

sono stati prelevati dai carabinieri in modo coatto alle ore 4.40 di

mattina e portati a Regina Coeli e a Rebibbia.

Le forze del dis-ordine si sono introdotti con la forza nell’edificio della

ex-scuola che ospita tutti noi: famiglie di sfrattati, precari,

disoccupati; ci hanno costretto a rifugiarci sul tetto per difendere il

nostro spazio.

Ci hanno detto che era solo una perquisizione, ma il modo di agire era

quello di uno sgombero ben organizzato. Non ci sono riusciti e per

ritorsione hanno portato via 5 occupanti. Hanno sfondato le porte della

varie stanze spaventando anche i bambini che sono stati perfino costretti a

saltare il primo giorno di scuola.

Proseguono così il gioco e gli interessi dei consiglieri del Pdl come Luca

Gramazio, Augusto Santori, Luca Malcotti e dei palazzinari romani, in

primis Gaetano Caltagirone e Domenico Bonifici che usano l’arma della

diffamazione mezzo stampa, attraverso “Il Messaggero” e “Il Tempo”

per colpire al fianco un movimento che fa paura a questa classe politica

incapace di risolvere problemi come la casa, il lavoro, la precarietà, il

reddito, e che teme che queste questioni mobilitino lotte generalizzate.

Non abbiamo nulla da nascondere.

Le diffamazioni diffuse da sedicenti giornalisti, che qui non sono mai

venuti a fare un’inchiesta, non ci hanno fatto recedere dalla nostra lotta

perché questa nasce dalla necessità di abitare in una casa e dal

desiderio di un diverso convivere, di riprenderci la vita e non

sopravvivere.

Per questo, in questi due anni di occupazione, abbiamo recuperato uno

spazio pubblico abbandonato al degrado da ben 30 anni, riaprendolo a tutto

il quartiere. E’ così che ci siamo guadagnati la solidarietà degli

abitanti, molti dei quali, oggi sotto sfratto, si sono conquistati, anni fa

e con la lotta, la loro casa.

Gabriele, Francesca, Simone, Sandro e Sandrone devono essere immediatamente

rimessi in libertà, perché l’unica colpa che hanno è quella di essere

lavoratori precari e non potersi permettere di acquistare una casa.

In particolare chiediamo con forza la liberazione di Sandrone, attualmente

recluso presso il centro clinico di Regina Coeli che proprio ieri e’ stato

medicato d’urgenza. Affetto da un tumore per il quale e’ in attesa di un

terzo intervento chirurgico al San Camillo, dovrebbe ricevere a breve

notizie sulla data dell’operazione ma il sequestro del suo cellulare ne

rende difficile, se non impossibile, la reperibilità.

Questi 5 compagni rischiano di dover passare ancora dei giorni privati

della loro libertà personale per un’inchiesta costruita senza nessun

fondamento concreto, tanto che le accuse più gravi sono già cadute così

come cadranno tutte le altre!

 

GIOVEDÌ 17 ALLE ORE 17.30 A PIAZZA DE ANDRÈ : ASSEMBLEA CITTADINA

VENERDÌ 18 ALLE ORE 17.30 A VIA DELL’IMPRUNETA 51:
CORTEO CITTADINO A MAGLIANA

Per adesioni:

occupa@inventati.org

 

Comitato d’occupazione 8 Marzo

Le luci dell'alba e quelle delle perquisizioni in corso, sul tetto dell'8marzo occupata

Le luci dell'alba e quelle delle perquisizioni in corso, sul tetto dell'8marzo occupata

Sanzione dal basso ad Impregilo: comunicato stampa

10 aprile 2009 Lascia un commento

All’ ora di pranzo diverse decine di studenti delle scuole e giovani precari hanno dato vita ad un’azione di sanzione dal basso alla Benetton di Via Cola di Rienzo. Abbiamo bloccato l’ingresso dell’esercizio commerciale3263_1125054079216_1013059323_404558_5796009_n con uno striscione con su scritto “Benetton e Impregilo vergogna!”, volantinato dentro il negozio e ai passanti, accesi diversi fumogeni.
La Benetton è infatti uno dei maggiori azionisti di Impregilo, l’azienda che ha costruito l’ospedale crollato all’Aquila e responsabile di progetti che violentano e devastano territori e popolazioni in Italia (vedi la TAV e l’emergenza rifiuti a Napoli) e all’estero (con progetti in Colombia, Turchia, Sud Africa). Mentre si svolgevano i funerali di stato con il cordoglio ipocrita delle Istituzioni, con questa azione abbiamo voluto denunciare i responsabili di speculazioni e malgoverno del territorio che hanno portato all’aumento delle vittime del terremoto in Abruzzo. Nelle prossime settimane continueremo a portare la nostra solidarietà dal basso alla popolazione colpita e a dare vita ad una campagna di denuncia delle responsabilità di quello che è successo, monitoreremo l’opera di ricostruzione e di aiuto alle popolazioni colpite e vigileremo sull’opera del governo e sulle operazioni di speculatori e avvoltoi.
Studenti e giovani precari solidali

Comunicato del Fronte Popolare (F.P.L.P) sul nuovo governo Netanyahu

10 aprile 2009 Lascia un commento

 

Il 1° aprile 2009 il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha rilasciato una dichiarazione respingendo il governo Netanyahu come un governo di terrore, guerra e pulizia etnica e ha chiesto alla comunità internazionale di boicottare Israele e il suo governo.
La dichiarazione dell’FPLP ha sottolineato che questo governo, come nel complesso lo stato Sionista di Israele, è basato sull’assoluto rifiuto dei diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione, al ritorno e a uno stato Palestinese indipendente. La dichiarazione rimarcava anche che questo governo dovrebbe essere rifiutato da tutti in quanto è incompatibile con i diritti umani e la legge internazionale ed è un governo di cultura del crimine.
pal_sassoLa composizione del governo include come Primo Ministro il noto razzista estremista Netanyahu; Barak, il direttore ufficiale dei crimini di guerra nella Striscia di Gaza coinvolto negli assassini dei leader Palestinesi a Beirut e Tunisi e nell’omicidio dell’eroico combattente Delal Mughrabi; e il Ministro degli Esteri Lieberman, il successore di Kahane, sostenitore del colonialismo e degli insediamenti e fautore dei trasferimenti e della pulizia etnica. Ai fini di rispettare gli standard politici, legali, etici ed umanitari, continuava la dichiarazione, gli stati Arabi e la comunità internazionale nella sua totalità devono boicottare questo governo per una vittoria della giustizia e della pace.
Il compagno Jamil Mizher, membro del Comitato Centrale dell’FPLP, ha affermato che il governo estremista di Netanyahu ha pianificato altre aggressioni contro il popolo Palestinese, incluso l’ebraicizzazione di Gerusalemme, la costruzione di insediamenti ed attacchi costanti. Il compagno Mizher ha sottolineato che è più urgente che mai giungere all’unità nazionale Palestinese per affrontare questa aggressione. Egli ha rimarcato che nessun governo Sionista, nonostante tutti i suoi crimini di guerra e attacchi in 61 anni, è riuscito a soggiogare il popolo Palestinese, e che anche quest’altro fallirà.

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org

Cariche e decine di fermi a Bergamo, mentre Forza Nuova sfila tranquilla

1 marzo 2009 1 commento

Oggi, sabato 28 febbraio, a Bergamo la Questura ha dimostrato quali sono le direttive per la gestione dell’ordine pubblico e del dissenso: i fascisti di forza nuova sono stati fatti sfilare – nonostante non avessero neanche chiesto l’autorizzazione per un corteo – con tutto il loro armamentario da apologia del fascismo e caschi e spranghe bene in vista, mentre le forze dell’ordine hanno attaccato, con scene da mattanza cilena, in maniera deliberata e gratuita i manifestanti che si erano opposti all’apertura della sede di FN. Alla fine della riuscita e determinata manifestazione antifascista il questore ha condotto una vera e propria “caccia all’uomo” verso i manifestanti che si stavano disperdendo, guidando la Celere verso atti brutali nei confronti di chiunque capitasse a tiro, giornalisti compresi: persone prese e sbattute a terra, tenute a terra ad anfibiate, picchiate. Video e fotografie inchiodano le scelte scriteriate e autoritarie del questore Rotondi che ha dato precise indicazioni a celerini e carabinieri di rastrellare – a fine manifestazione – più manifestanti possibili. Chiediamo le immediate dimissioni di un questore che si è dimostrato accondiscendente verso i naziskin e ha disposto il fermo di 60 manifestanti, facendo caricare anche chi fuori dalla questura chiedeva semplicemente informazioni sui fermati. L’apertura di una sede di forza nuova è una vergogna per Bergamo, così come il comportamento della polizia oggi in piazza. Contro il fascismo e i suoi “padrini” [in divisa o seduti in parlamento, tanti sono i legami fra FN Bergamo e Alleanza Nazionale] non un passo indietro. Chiediamo l’immediata liberazione di tutt* i compagn* arrestati e pestati brutalmente dalla polizia.
Antifascisti/e bergamaschi/e

Qui un montaggio video della giornata
e qui una corrispondenza del 4 marzo con Radio Onda Rossa, con un sunto della situazione dopo qualche giorno

verso lo sciopero: BASTA CREPARE DI LAVORO!

4 dicembre 2008 1 commento

6 DICEMBRE , 1° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE ALLA TYSSEN-KRUPP
B A S T A , CREPARE DI LAVORO !

Il 6 dicembre 2007 un incendio sviluppatosi alle acciaierie Tyssen-Krupp di Torino uccideva 7 operai : 7 vite spezzate ed altrettante famiglie distrutte !

nomortilavoro.org

Dal blog: comitatonomortilavoro.org

Dopo la rabbia, la commozione generale, le tante parole al vento spese dalle massime istituzioni , quei martiri del lavoro sono usciti di scena .
La sporca politica ha ripreso il sopravvento inscenando “ l’emergenza securitaria”, scatenando la caccia al rom e all’immigrato , militarizzando il paese e la sceneggiata dell’esercito nelle strade.
Eppure si continua a morire di lavoro peggio che in Iraq ed Afganistan!
La strage alla Tyssen-Krupp non è stata la prima , purtroppo non sarà l’ultima : i 4 morti al giorno per causa del lavoro e delle malattie professionali , sono lì a testimoniarlo!
Solo l’operato del giudice Guariniello e del GUP di Torino, che hanno fatto rinviare a giudizio l’Ammistratore Delegato della Tyssen per “ omicidio volontario”, nonché aver disposto l’ammissione degli operai e delle loro associazioni come parti civili, ci rende meno amara questa tragedia e ci sprona a non lasciare niente di intentato ovunque !

Nel frattempo, la sporca politica rende sempre più inefficaci i provvedimenti di contrasto e sanzione nei confronti delle aziende , vedi :
 ulteriore limitazione dei poteri di intervento di RLS ed Ispettori del lavoro ( testo unico L.81/08 e Direttiva     Ministero Lavoro/sett.08);
 deregolamentazione mercato del lavoro ( L. 133/08) ;
 detassazione degli straordinari ( L. 126/08) ;
 sterilizzazione dell’azione legale e dei processi, intesa a frenare l’attività sanzionatoria dei giudici del           lavoro e penali ( DDL 1441-quater,in discussione alla Camera).

vauroIl segnale è evidente e tremendo. I padroni sono sollecitati ad utilizzare la crisi per stravolgerla a loro esclusivo favore, attivando : licenziamenti, cassa integrazione, precarietà, ritmi-orari massacranti, meno spese e controlli sulla salute e sicurezza dei lavoratori . 

BASTA CON LA SPORCA POLITICA E LA CRIMINALITA’ DATORIALE .
BASTA CON LE STRAGI DEL LAVORO, CON IL PREVENTIVATO GENOCIDIO.

NON FACCIAMO MORIRE UNA SECONDA VOLTA CHI SI E’ GIA’ IMMOLATO PER IL LAVORO SALARIATO !!
PRENDIAMO IMPEGNO A NON SMETTERE DI LOTTARE FIN QUANDO NON SIA CESSATO LO STILLICIDIO DEI MORTI DEL LAVORO, FIN QUANDO NON SIA STATO CONQUISTATO IL LAVORO STABILE E SICURO .

 

NELLA SETTIMANA CHE PRECEDE LO SCIOPERO GENERALE DEL 12 DICEMBRE – in cui cade 
il 1° anniversario della strage alla TyssenKrupp – E NELLE MANIFESTAZIONI CHE 
SI TERRANNO IN TUTTA ITALIA , FACCIAMO SENTIRE OVUNQUE LA VOCE DELLA PROTESTA CONTRO IL LAVORO CHE UCCIDE .

Roma 4 dicembre 
2008 CONFEDERAZIONE COBAS

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