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Posts Tagged ‘forte prenestino’

Compra Scarceranda, ODIA il carcere!

27 novembre 2012 2 commenti

E’ già possibile acquistare Scarceranda, l’agenda di Radio Onda Rossa contro il carcere,

Disegno tratto da Scarceranda 2013

che viene inviata gratuitamente a chiunque sia privato della propria libertà.
Ancora una volta un agenda che vada a scandire giorno dopo giorno l’
ODIO per il carcere, e il desiderio,
semplice e così facile da capire,
di distruggerlo, abbatterlo, ridurre il carcere in macerie.
Il carcere, in ogni sua forma.

E domani avremo il piacere di presentarla a Roma, al Forte Prenestino,
in una bella serata contro il carcere, per gli amanti della libertà

ore 20,30 presentazione dell’AGENDA 2013 e cena contro il carcere
ore 22 proiezione di “CESARE DEVE MORIRE”
di Paolo e Vittorio Taviani (Ita 2012) 76′

Qui invece potete trovare l’elenco dei testi presenti sul quaderno allegato all’agenda:
testi di Salvatore, Paolo, Nicola Valentino, Vincenzo Ruggero, un mio brano, i testi della campagna 10×100 e molte lettere, poesie e ricette provenienti direttamente dal carcere, così come i tanti disegni.

Scarceranda 2013 + Quaderno 08

SENZA IL CARCERE
Dal carcere un grido: Amnistia! – S. Ricciardi
L’abolizionismo penale è possibile ora e qui – V. Ruggiero
Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo – N. Valentino
L’ideologia vittimaria – P. Persichetti

IL CARCERE DENTRO
Pillole carcerarie – P. Persichetti

IL CARCERE FUORI
Perugia: La strategia della paura – Info404
G8 Genova 2001 non è finita – Campagna 10×100

POESIE
Marco Cinque, Fabio Costanzo, Valentina Perniciaro, Emidio Paolucci, Manuela Fedeli, K.H., Sergio Gaggiotti “Rossomalpelo”, Daniela Del Gaizo

LETTERE

INDIRIZZI DELLE CARCERI ITALIANE

COMPRA SCARCERANDA! Per ogni copia venduta un’altra verrà inviata ad un detenuto.
ODIA IL CARCERE!

Annunci

Una serata a sostegno dei 10: GENOVA NON E’ FINITA!

27 luglio 2012 2 commenti

venerdì 27 luglio 2012
al Forte Prensetino

serata a sostegno dei 10
Genova non è finita

The Koffin Kats  psychoblly from USA
&
Cockroaches da Roma

a seguire dj set con  Murder Farts & Lubna Barracuda
Alberto e Marina liberi!!!

Per la libertà di tutti e tutte,
perché ogni tipo di prigionia sia abbattuta,
perché chi scappa possa vivere senza il terrore di essere acciuffato,
perchè la galera ci fa schifo,
sempre
per chiunque

Mostra fotografica della comune di Oaxaca

20 ottobre 2010 Lascia un commento

ROMPIAMO IL SILENZIO!
MOSTRA FOTOGRAFICA DELLA COMUNE DI OAXACA, MESSICO

Una mostra che nasce a Oaxaca, nel cuore stesso della ribellione di quei giorni dell’anno 2006.
Una ribellione lunga mesi che è cominciata rivendicando migliori condizioni per gli alunni e i maestri, per poi estendersi a tutta la popolazione.
Una ribellione che ha visto l’autogestione di un’intera città, dove si è costituita una nuova forma di società comune e solidale.
Una ribellione finita nel sangue.

L’esposizione collettiva itinerante risulta ambiziosa nel suo contenuto: circa 200 fotografie (panoramiche e stenopate, a colori e in bianco e nero), montate su pannelli di legno, alle quali si aggiungono serigrafie, articoli di giornale, testimonianze sulla repressione d’ottobre, poesie, disegni, brani musicali e manifesti di cortei che rimandano alle lotte, ai sogni e al dolore di quei giorni: una mostra che narra la dignità, la determinazione e la creatività di una città.
Donne, uomini, bambini, indigeni e meticci, che camminano oltre le divisioni, le barriere, le differenze di colore e di classe: sono gli attori stessi ad averne voluto l’esistenza, per portare la loro parola al di là dell’oceano.
Fotografi e artisti, giornalisti e poeti hanno donato i loro documenti e le loro opere in una tensione comunicativa, d’amicizia e di solidarietà, per diffondere la storia di quei giorni.
La mostra è realizzata da La Parole Qui Roule che riunisce individui appartenenti a diversi collettivi di appoggio e solidarietà con il Messico in Francia e Belgio.
Il tour in Italia (Lugano, Roma, Bologna, Milano) è organizzato dalla piattaforma di solidarità con il Messico REDEMEX di cui fanno parte il collettivo Nodo Solidale, il collettivo zapatista Marisol di Lugano e l’Osservatorio America Latina dell’XM24.

La mostra sarà a Roma al Forte Prenestino, tutte le sere dal 23 al 26 ottobre 2010 dalle ore 19.30

SABATO 23 OTTOBRE
Ore 19.30
Aperitivo benefit e inaugurazione della mostra. Saranno presenti i curatori
A seguire
Proiezione di “BRAD una noche màs en las barricadas” Collettivo 2007, VIDEOHACKERS, Brasile, 55′, sottotitoli in italiano

Sinossi: il documentario si apre con la ultima scena girata da Brad Will, che a Ottobre 2006 si trovava a Oaxaca per documentare la ribellione popolare come giornalista indipendente di Indymedia, lì dove incontrò la morte per mano dei paramilitari.
Questo filmato narra la storia di Brad e del suo legame con il movimento,ripercorrendone i momenti salienti: Seattle, Praga, Genova, Quito, Oaxaca.
Questo documentario nasce dalla volontà dei suoi amici e delle persone che l’hanno conosciuto di narrare questa storia di ordinaria ingiustizia.

Durante le serate di apertura della mostra sarà in funzione la Trattoria
al Forte Prenestino, Via Delpino, Centocelle

Collettivo zapatista di Lugano “Marisol” (Svizzera)- http://czl.noblogs.org/
Osservatorio America Latina del centro sociale XM24 di Bologna (Italia) –http://reporter.indivia.net/
Colettivo Nodo Solidale di Roma (Italia) –http://www.autistici.org/nodosolidale/

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!

22 aprile 2010 Lascia un commento

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!
Roma, mercoledì 21 aprile 2010

Oggi un centinaio di persone tra studenti universitari, nativi e migranti, attivisti/e dei centri sociali, occupanti dei movimenti per il diritto all’abitare, antirazzisti e antirazziste si sono incontrati/e all’Università La Sapienza di Roma per dare vita a un’iniziativa di denuncia e boicottaggio contro i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti).
L’obiettivo era il gruppo “La Cascina”, che gestisce il servizio mensa della Facoltà di Economia e il bar universitario a piazzale Aldo Moro. Questa società, tramite l’affiliata “Auxilum”, dal 1° marzo è entrata nella gestione dei servizi interni al lager di Ponte Galeria.

Abbiamo scelto di denunciare la linea complice di quest’azienda che, oltre ad avallare l’esistenza e contribuire alla mala-gestione del CIE di Roma, è responsabile di somministrare cibo scadente, se non scaduto, e troppo spesso “condito” con psicofarmaci, allo scopo di aumentare il controllo sui migranti e le migranti reclusi/e.
È stato aperto uno striscione che diceva «La cascina: complice dei lager! No ai CIE» davanti all’ingresso della mensa di Economia, mentre altri/e entravano nelle sale distribuendo volantini e adesivi informativi, denunciando al megafono gli orrori di Ponte Galeria, invitando gli studenti e le studentesse a boicottare gli esercizi gestiti da “La Cascina”, parlando con lavoratori e lavoratrici e informandoli/e, molti/e per la prima volta, del profilo infame dei loro datori di lavoro.
Ci siamo poi spostati con un corteo spontaneo che ha bloccato la strada fino a La Sapienza, per poi proseguire dentro l’università fino al bar di piazzale Aldo Moro. Anche qui abbiamo denunciato la complicità di “Auxilium/Cascina” e invitato al boicottaggio attivo gli studenti presenti.
L’iniziativa si è conclusa con un pranzo sociale e una mostra tematica sulle condizioni del CIE di Roma al pratone dell’università.

Per costruire le prossime iniziative della campagna contro i CIE
GIOVEDÌ 29 APRILE ORE 19.00 AL FORTE PRENESTINO, CENTOCELLE

CHIUDERE I CIE SUBITO
NON RENDERTI COMPLICE!
BOICOTTA “LA CASCINA”

Ascolta la CORRISPONDENZA di Radio Onda Rossa.

In memoria di Marinella Cammarata, stuprata a Piazza Navona

8 marzo 2010 7 commenti

Il materiale che pubblico qui è decisamente lungo.
E’ anche “vecchio”, se è possibile datare fatti del genere per poi relegarli nell’oblio della memoria.
La storia di Marinella non è caduta nel silenzio, Marinella non l’abbiamo dimenticata.
Non abbiamo dimenticato i suoi stupratori, non abbiamo dimenticato tutti coloro che hanno protetto quegli stupratori.
Per questo le canzoni della Banda Bassotti non passano per il mixer di Radio Onda Rossa, per questo non suonano in spazi occupati,
per questo vengono boicottati anche dalle pagine di questo blog.
Parliamo oggi di Marinella, oggi che è 8 marzo e le persone si regalano mimose.
Oggi che è 8 marzo e la violenza sulle donne non è minimamente diminuita, anzi.

IL LIBRETTO DELLA  MEMORIA, IN RICORDO  DI MARINELLA E’ STATO REALIZZATO DAL MARTEDì AUTOGESTITO DA FEMMINISTE E LESBICHE DI RADIO ONDA ROSSA 87.9FM
SOLIDARIETA’ AUTODIFESA CONTRATTACCO.

In memoria di Marinella

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre, contro la violenza maschile sulle donne_

Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi.
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina.
«… aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza  «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda».
Quella ragazza è Marinella.
Nei mesi di novembre e dicembre 2007 il Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  di Radio Onda Rossa ha condotto un ciclo di trasmissioni dedicate alle strategie delle donne contro la violenza.
La trasmissione dedicata a Marinella è la trasmissione sulla memoria.
La memoria ci aiuta a costruire una nostra storia, a tessere le nostre genealogie e a scegliere le nostre relazioni, ad agire consapevolmente nel nostro contesto.
La nostra storia ci dà forza.
Il motore che ci ha spinte a raccontare, in radio prima e in questo libricino poi, è stato il persistere nel presente di una modalità di connivenza con gli stupratori che avviene non solo colpevolizzando la vittima di stupro, sostenendo pubblicamente gli stupratori o rendendosi complici col silenzio, ma anche subordinando la lotta contro la violenza sulle donne ad altre istanze considerate politicamente “prioritarie”.
Ribadiamo ancora una volta che non c’è progettualità politica senza una radicale trasformazione delle relazioni, che non c’è antifascismo senza antisessismo.

Dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche (18.12.2007)
È su questo che lavoreremo oggi, sull’importanza della costruzione della memoria delle donne, sull’importanza delle mobilitazioni delle donne durante le vicende di Marinella, ma anche su come, quando le donne presero una posizione forte contro le connivenze nei confronti degli stupratori, questo generò una rottura e una lacerazione fortissima con molte parti del movimento, per le quali il discorso sulla violenza contro le donne era comunque subordinato alla lotta di classe e all’antifascismo. Poiché questi discorsi ci sembrano quanto mai attuali, diamo il via alla nostra trasmissione.
Innanzitutto vogliamo dirvi come abbiamo costruito la trasmissione: ci siamo rivolte alle compagne femministe e abbiamo chiesto loro di aiutarci nella costruzione di questo passato prossimo.
Parliamo infatti di una memoria dolorosa da ricostruire, ma necessaria; per questo  ringraziamo le nostre compagne per essersi messe in gioco ancora una volta.
Per tutto quello che vi diremo riguardo i fatti e il processo di Marinella, abbiamo utilizzato “Marinella, storia di una violenza, storia di un’ ingiustizia” edito dall’Associazione per l’Informazione Il Paese delle Donne che venne redatto subito dopo la morte di Marinella e che raccoglie tutti i documenti della vicenda, le testimonianze di Marinella e delle persone che le sono state vicine e tutto quello che una rete estesa di donne mise in atto in quelle circostanze per sostenerla.

Il fatto
Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi a bordo di un’autovettura «nell’intento di trovare un parcheggio e recarci a sorbire un caffè».
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina. «Dopo essermi qualificato», testimonierà, «ed aver mostrato il tesserino, aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza che «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda»,al sopraggiungere del brigadiere e dei suoi amici esclama: «E adesso che succede?». Il dr. Pedone è il primo a soccorrerla. Dichiarerà nella sua deposizione: «Dopo essermi avvicinato ai tre che erano gomito a gomito, e chiarisco che tutto si svolgeva in un metro quadro, la cosa che sul momento mi ha colpito di più è stata la quantità di sangue su di loro e sulla ragazza. Ho allontanato il terzo giovane, quello che la teneva, le mani sulle spalle, ferma contro l’angolo del muro ed ho aiutato la ragazza a sollevarsi e a ricomporsi».
Esterrefatti dall’ intervento del brig. Fragassi e dei suoi due amici, i tre giovani non oppongono resistenza, ma protestano, seccati: «Ma ché, ci arrestate per così poco?». Attirato dal vocìo, un abitante dello stabile s’affaccia. Il brig. Fragassi gli grida di chiamare ambulanza e carabinieri. Il dr. Pedone, intanto, interroga la donna in lacrime. «Le ho chiesto», dirà, « che cosa avesse fatto quella sera e mi ha risposto che era stata a cena senza dirmi altro. Le ho chiesto quanti anni avesse e mi ha detto 30. Le ho detto che l’avremmo accompagnata all’ospedale e mi ha risposto “che ci andiamo a fare all’ospedale?”. Alla mia richiesta se la stessero violentando mi ha risposto di sì con uno sguardo stralunato».
Comincia cosi, la vigilia dell’ 8 marzo, a due passi da Piazza Navona, la vicenda dello stupro subito da Carla Maria Cammarata. Uno stupro come, purtroppo, ne avvengono tanti ma, questo, con qualcosa di unico: il fatto che un brigadiere dei CC e due suoi amici abbiano colto i colpevoli in flagrante.
Trascorrono pochissimi minuti. Il brig. Fragassi e il sig. Tarani continuano a sorvegliare i ragazzi che rimangono fermi e silenziosi. Il dr. Pedone sempre vicino alla donna, «il cui stato di shock, anzi, era in aumento». Arriva sul posto un fotografo de Il Tempo, il sig. Maurizio Piccirillo. Scatta fotografie su fotografie. Quasi in simultanea arrivano ambulanza e carabinieri. Affermerà il sig. Tarani: «La donna continuava a piangere, in evidente stato di shock, ripetendo “mi hanno violentata, arrestateli!”» e cosi confermerà il brig. Fragassi: «Dopo aver consegnato i giovani ai carabinieri, mi sono avvicinato alla donna per aiutarla a salire sull’ambulanza e l’ho sentita ripetere “mi hanno violentata, arrestateli”.
Vedendo i tre aggressori salire sull’autopattuglia dei carabinieri, la donna chiede: “E adesso a loro che succede?” Trasportati al reparto operativo della Legione Carabinieri, si legge nel rapporto steso quella notte, i tre giovani, interrogati, assumono atteggiamenti diversi: autolesionismo Ghelli, assoluto mutismo Putti e «spontanea confessione di essere colui che si era congiunto con la donna mentre i suoi amici la reggevano in attesa del loro turno» Sandro Ramoni.
Giunta al posto di polizia del Santo Spirito, Carla Maria Cammarata, ripete al poliziotto di aver subito violenza (atti relativi alla denuncia orale) e viene ricoverata per gli esami del caso.
Al medico di guardia che la visita invece non dirà nulla, rivolgendosi sottovoce soltanto all’infermiera che le è vicino. Dopo di che si addormenta. Sono le 2,50 della mattina e all’ospedale arriva il brig. Fragassi. La fa svegliare da un’infermiera, la conduce in una stanzetta e lì raccoglie, per scritto, la sua querela. Lei firma e, di nuovo sola, si riaddormenta. Al risveglio, rifiutata la visita ginecologica, Carla Maria Cammarata lascerà il Santo Spirito. Nessuno la cerca e lei non cerca nessuno. Non sarà rintracciata fino al pomeriggio del giorno seguente.
Nelle stesse ore di quella mattina, intanto, il Sost. Procuratore della Repubblica, dott. Vittorio Paraggio, convalida gli arresti di Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli che saranno trasferiti al carcere di Regina Coeli con l’imputazione di: a) atti osceni in luogo pubblico; b) concorso tra loro ed uso di violenza per costringere C.M. Cammarata a congiungersi con loro; c) procurate lesioni dalle quali risulta alla vittima una malattia ed uno stato confusionale guaribile in due giorni.
Nuovamente interrogati, nel pomeriggio, in carcere, i tre giovani ritrattano quanto precedentemente confessato (da Ramoni) ai carabinieri e, negando tutto, si protestano innocenti. Renderanno al Sost. Procuratore Paraggio quelle che saranno definite nella sentenza del primo processo «versioni difensive che presentano evidenti contraddizioni, risultando decisamente contrastanti dalle deposizioni rese al momento dell’arresto, da quelle dei testimoni (Fragassi, Pedone e Tarahi) e da quelle della parte lesa (C.M. Cammurata)».
Così commenteranno, infatti, i giudici del primo processo: «Con l’evidente intento di fare sfumare l’immagine manifestatasi agli occhi delle persone sopraggiunte (il brigadiere e i suoi due amici) plasticamente rese dal Tarani come una mischia da rugby, tutti e tre gli imputati cercano di non evocare una concorde sopraffazione della vittima».
Colti in flagrante, Ramoni, Putti e Ghelli negano prima lo stupro di gruppo. Poi lo stupro. Maria Carla Cammarata li avrebbe avvicinati lei, offrendosi. Si continua a leggere nella sentenza del primo processo: «Le modalità con le quali questo adescamento sarebbe avvenuto, sono descritte in modo diverso da Putti, Ghelli e Ramoni che si trovano anche in disaccordo nel dire a chi per primo, come e quando la donna si è  rivolta e che cosa stessero loro facendo in quel momento».
È da notare che, nel corso del processo, a dibattimento già iniziato, Vittorio Putti cambierà la sua versione una volta di più.
Rinviati tutti e tre a giudizio direttissimo, Ramoni, Putti e Ghelli, dovranno comparire davanti al Tribunale il 15 di marzo.
Ed è la volta di Marinella ad essere interrogata. Alla prima domanda, se si senta bene e ce la faccia a rispondere, dice «Sono ancora scioccata».
Si comincia a domandarle dell’aggressione. «La notte del 6, mentre passavo da Piazza dei Massimi, che è un posto dove passo abitualmente, stavo andando dal mio amico Eric a Tor di Nona quando ho incontrato questi ragazzi». I1 numero preciso degli aggressori non lo sa. «Al 70% credo fossero 5».
Era d’accordo?
«D’accordo non ero perché mentre mi violentavano gli altri mi tenevano ferma e se fossi stata d’accordo non era necessario tenermi ferma». Non si ricorda le modalità dell’aggressione ma soltanto il fatto che «io provenivo dal Pantheon, loro da Piazza Navona e stavano camminando». Aggiunge: «Credo che prima di aggredirmi i ragazzi mi abbiano detto qualcosa, ma non ricordo che cosa».
Come mai non ricorda?
«Non ho ricordi chiari», risponde Marinella; poi, insistendo le domande, dice: «soffro d’amnesia, specialmente delle cose importanti. Cinque mesi fa ho avuto un incidente stradale e non ricordavo assolutamente niente».
Afferma di essere stata in cura, per le crisi di amnesia, dal dottor Crebelli. Spiega: «Fino a settembre scorso ho fatto una terapia antidepressiva e ritengo che quei medicinali mi abbiano provocato le crisi d’amnesia».
L’interrogatorio continua. Le si chiede dell’ematoma che ha in fronte e lei non sa dire quando o come, chi o che cosa possa averglielo procurato. E invece più precisa nel descrivere gli abiti che indossava quella notte e che ancora indossa.
Le viene chiesto perché abbia lasciato l’ospedale. «Mi sono dimessa perché volevo raggiungere il mio ragazzo», risponde lei, «perché mi sentivo umiliata in quanto ritenevo che prima o poi tutti avrebbero saputo il fatto».
I1 «prima o poi» di Marinella era già «ora», perché lo stupro che aveva subito era già articolo da prima pagina, ma questo lei non lo sapeva. Seduta davanti al dr. Paraggio continuava a rispondere alle domande. Domande che si ripetono. Perché ha lasciato l’ospedale? «Perché è tutto un sistema di cose che alla fine l’unica umiliata è la donna».
E ancora: «Perché non volevo essere sottoposta a visita ginecologica». «Perché mi vergognavo». «Perché non mi va di affrontare le mamme di questi ragazzi che dicono che gli rovino i figli. Del resto questa è una condizione comune a tante donne».
Ma, le viene ricordato, lei ha già firmato una denuncia, alle 2,50 del giorno 6, davanti al brigadiere Fragassi. E lei: «Mi ricordo di avere sottoscritto il verbale durante la mia degenza. Effettivamente credo di aver detto di volere la punizione dei ragazzi miei aggressori. In quel momento ero molto arrabbiata. Ma ci ho ripensato e non mi va di affrontare il processo. Del resto anche questa è una cosa comune a tante donne». Le si ricorda che, avendo fatto denuncia, la procedibilità è d’ufficio. «Sì, questo l’ho capito benissimo».
Inizia a questo punto tutta una serie di domande che,abbandonato l’esame del fatto, comincia ad esplorare il «chi era lei» e «che cosa avesse fatto prima che il fatto accadesse». Molte di queste domande, che indagano la vita di Marinella, sono non-pertinenti ed illegittime. Ma sono proprio quelle sulle quali si accaniranno gli avvocati dei violentatori, che dalla sua debolezza fisica, sociale e psicologica trarranno «giustificazione» agli atti dei loro difesi.
Terminate  infine le domande, Marinella firma e l’iter giudiziario prosegue.
I1 10 marzo, tre giorni dopo, incaricherà l’avvocata Tina Lagostena Bassi di difenderla. I1 «caso Cammarata” intanto è  diventato non solo di pubblico dominio, non solo un fatto di cronaca che la coincidenza con 1’8 marzo ha reso ancora più eclatante, ma, per le modalità con le quali è avvenuto (il luogo centrale, l’ora tarda, il numero degli aggressori, la debolezza della donna), un caso sul quale si confrontano valori morali e sociali. In tutta Italia, sui giornali, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, non si contano i commenti e le posizioni che esprimono solidarietà alla vittima e indignazione per i violentatori. A Roma, il corteo dell’8 marzo si svolge all’insegna della solidarietà con Marinella. Le donne magistrato della Procura romana, costituite in una Associazione, hanno, come primo gesto, inviato una diffida all’allora sindaco di Roma «colpevole di non garantire la vivibilità», anche di notte, della capitale.
La pressoché unanime condanna dell’evento reso inconfutabile dalla testimonianza di Fragassi, Pedone e Tarani non impedirà comunque che, una volta di più, emergano in un processo per stupro linguaggi e modalità difensive che, tralasciando l’accaduto, tutto puntano sul discredito della vittima.

I PROCESSI

Il primo processo

Il 15 marzo il processo inizia. L’aula è affollatissima.
Diverse associazioni di donne (il Comitato promotore della legge contro la violenza sessuale, il Tribunale 8 Marzo, il Comitato per la trasformazione della la giustizia) chiedono di costituirsi parte civile. Dopo un’ora di consultazione, i giudici respingono la richiesta. Respingono anche la richiesta degli avvocati difensori di produrre perizie sulle interviste rilasciate dalla Cammarata.
Inizia il dibattimento. La prima udienza si esaurisce in mezz’ora.
Il processo viene fissato per martedì 22.
Il 22 marzo depongono Marinella e i suoi violentatori. Ogni incertezza, ogni “non ricordo” di Maria Carla Cammarata è sottolineato da un coro di dissenso e dagli insulti che partono dal gruppo dei parenti e degli amici dei violentatori.
Chiamati a deporre, i tre stupratori espongono le loro differenti versioni, guardandosi di sfuggita, tra arroganze e insicurezze. Il Presidente Stipo, infine, esclama «ma sforzate la logica, provate a difendervi meglio!».

Foto di Valentina Perniciaro _Scelgono le donne_

I1 24 è il giorno della sentenza. Molti i parenti degli imputati e gli amici del quartiere (Centocelle).
Molte le femministe ed i giornalisti. Presenti anche le telecamere della trasmissione Oggi in Pretura.
L’udienza è aperta da pochi minuti e già alcuni amici dei violentatori parlano ad alta voce, offendendo Marinella (che non c’è) e le donne presenti. In un coro di proteste da parte di coloro che vorrebbero l’allontanamento dei soli provocatori, l’aula viene fatta sgombrare e nell’uscire, gli uni accalcati con le altre, oltre agli insulti volano i pugni ed alcune femministe vengono colpite.
Sgombrata l’aula, il processo continua. Iniziato il dibattimento, gli avvocati difensori dei tre imputati, l’avv. Militerni (Putti), Fassari (Ramoni) e Gentiloni Silveri (Ghelli), fanno arringhe lunghissime, irte di difficoltà.
La prima è quella di dover difendere un reo confesso. Perciò la confessione che Sandro Ramoni rese appena arrestato di «essere colui che si era congiunto con la donna mentre gli altri la reggevano in attesa del loro turno” viene così scusata dai suo avvocato:“La fragilità delle risposte di chi ignora che cosa sia un interrogatorio non è la confessione di un delitto; è prova di inconscia ingenuità».
Il fatto poi che i tre imputati abbiano fornito in carcere versioni successive e contrastanti dell’accaduto, l’avv. Fassari lo considera «argomento irrilevante». Si indugia invece a lungo nel sottolineare «il comportamento tranquillo, tale da allontanare ogni sospetto- tenuto dai tre giovani al momento dell’arresto. Concordi, i loro avvocati li definiranno «tre bravi ragazzi incensurati», vittime «del martellante rumore dei mass media».
E si arriva ad affrontare la seconda difficoltà che viene, agli avvocati dei violentatori, dal fatto di essere stati, i loro difesi, colti in flagrante da ben tre testimoni, di cui uno brigadiere dei carabinieri. Di frase in frase, di gesto in gesto, le dichiarazioni dei testimoni vengono passate al setaccio. Così il brigadiere dei carabinieri Fragassi, il principale testimone, diventa da accusatore accusato. Stessa cosa succederà a Marinella.

Marinella non aveva lavoro fisso, in passato aveva fatto uso di droga, era separata e la stessa sera, due ore prima di essere stuprata, era stata fermata per non aver pagato  insieme a due amici un conto al bar
Da una parte quindi  «tre bravi ragazzi incensurati”, dicono gli avvocati, dall’altra una donna che non risponde  minimamente ai canoni correnti, mentre assomma su di sé i più comuni pregiudizi sociali. Beffardamente diranno: «Vogliamo credere che questi tre ragazzi siano rimasti sconvolti da questa Madonna del Ghirlandaio?». Il fatto che Carla Maria Cammarata asserisca in una denuncia di essere stata violentata, per loro non prova nulla. Per tutti e tre gli avvocati della difesa Marinella è una bugiarda.
«Noi possiamo compiangere la vita sbandata, squallida, miserevole della Cammarata… ma questa donna non ha il diritto di farci credere che la sua inesperienza di vita le ha impedito di reagire adeguatamente! » , sostiene l’avv. Fassari, che al secondo processo dichiarerà: «La Cammarata ha mentito dal primo all’ultimo secondo».
«Che sia stata stuprata lo afferma solo lei!» , esclama l’avv. Militerni, che subito dopo parlando del «concetto di infallibilità della querelante» fa riferimento al fatto che le femministe sostengano Marinella e le credano. Concetto che lui definirà «un elemento di fanatismo che è sinonimo di violenza» Quanto invece, secondo loro, a Marinella non ci sia da credere, i tre avvocati cercano di dimostrarlo con argomenti che approfittano fino in fondo della debolezza sociale della vittima.
Il «chi era» Marinella, l’avv. Militerni lo spiegherà, a suo modo, così bene da poter asserire, alla fine: «credo di avervi dimostrato come, in questo caso, la querelante non sia l’altra metà del cielo, come diceva Mao Tze Tung ma, come diceva Milton, la parte storta dell’uomo».

Al termine del primo processo il PM chiederà 5 anni e 8 mesi per i suoi violentatori e la loro interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La prima sentenza del processo
Motivata in 15 pagine, la sentenza emessa dai giudici Antonio Stipo, Gustavo Barbalinardo e Francesco Minervino, riporta l’attenzione su ciò che realmente importa: il fatto accaduto.
Ritenendo «inverosimili» le versioni addotte dai tre imputati che descrivono una ragazza che «da sola, in piena notte, in zona centrale, affronta spontaneamente tre individui sconosciuti proponendo loro con ovvi e disparati rischi di avere sul posto ed immediatamente un simultaneo rapporto sessuale», i giudici considerano «perfettamente logico oltreché dichiarato e testimoniato, il contrario: che sia stata la ragazza a formare oggetto inizialmente d’apprezzamenti e quindi d’aggressione fisica da parte di un gruppo di giovani forti della loro superiorità nei confronti di un soggetto solo ed inerme».
Si legge ancora nella sentenza che «ai tre imputati va addebitato lo stato di confusione mentale della vittima» e come «non vada sottaciuto l’intento calunnioso» delle pretese versioni dell’accaduto fornite dai violentatori.
Confermate tutte e tre le accuse – atti osceni, stupro di gruppo e procurate lesioni – Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vengono condannati alla pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione.
La sentenza rimbalza sui mass media. Marinella viene più volte intervistata. Apparirà anche nella trasmissione televisiva della RAI Samarcanda.
Intervistata da Emanuela Moroli per Paese Sera, dichiarerà:
«… La violenza della città? La paura di andare sola? Prima di quella notte non ci avevo mai pensato, e adesso mi sembra che non sia successo a me, troppo brutto, troppo atroce… Quando ci vivi tutta la tua vita dentro la violenza, finisce che neanche te ne accorgi più … Però ti senti disperata, io in questi ultimi anni mi sono sentita proprio disperata come qualcosa di doloroso che non mi riuscivo a strappare di dosso … La mia famiglia? No, no, loro sono buoni, sono cari, mio padre è proprio bravo e poi vanno d’accordo. Era tutto quello che c’era fuori che mi spaventava, mi toglieva la speranza. Forse quando le donne della manifestazione dicono: per una società senza violenza – pensano ad un posto dove non sei disperata, dove hai fiducia. … io oggi mi sento diversa.
Sono passate poche ore dalla fine del processo, ma sento che non sarò mai più la stessa. Forse tutte quelle donne che mi hanno fatto coraggio, forse le parole che ha detto la mia avvocatessa durante il processo, così bene, così vere… E mai possibile che un’esperienza così atroce ti può cambiare in meglio?».

Il secondo processo
Il 15 novembre, Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli compaiono per il processo di secondo grado davanti alla Corte d’Appello di Roma, III sezione penale, composta dai giudici Giuliano Nardelli, Nicola Placentino ed Ennio Malzone. Il  processo ricomincia.

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre contro la violenza maschile sulle donne_

Il PM chiede che la pena indicata nella sentenza di primo grado venga scontata di un anno e l’avv. Tina Lagostena Bassi sottolinea l’alto valore del precedente giudizio. Giudizio nel quale Marinella per prima cercava giustizia, non vendetta. Di parere contrario si dichiarano gli avvocati dei tre violentatori. 4 anni e 8 mesi per uno stupro di gruppo colto in flagrante sono per loro «una pena eccedente il raffronto con reati di pari gravità» e descrivono i loro difesi come «capri espiatori, sacrificati al vantaggio di cosiddetti valori collettivi».
Dirà l’avv. Militerni che i giudici si sono pronunciati  «ipervalutando acriticamente in senso accusatorio» lo stupro solo «per soddisfare l’ansia di un giudizio immediato reso inevitabile dal martellante clamore dei mass media che sulla vicenda avevano espresso unanime ma poco civile auspicio di condanna esemplare». E preciserà: «La sentenza è scaturita non da un libero convincimento del giudice ma piuttosto da un giudizio redatto all’insegna di un sospetto iniziale e del dogmatismo».
Nel corso di questo secondo processo, le tesi difensive vengono riproposte senza sostanziali mutamenti. Di nuovo si mettono sotto accusa i testimoni e particolarmente il brigadiere Fragassi, accusato dall’avv. Michele Gentiloni Silveri (Ghelli) di «aver teso a forzare la parte lesa e a obbligarla a sporgere querela».
Di nuovo al centro del dibattimento non c’è l’aggressione e l’indagine su chi l’ha compiuta, ma la vittima, Carla Maria Cammarata, alla quale non viene neanche riconosciuto il diritto di difendersi dalle offese che, per difendere i violentatori, gli avvocati le infliggono. Sarà l’avv. Militerni che definirà «suggestioni e puntigliose precisazioni» le obiezioni di Marinella su tutto ciò che poteva mettere in dubbio la sua credibilità.
Rincareranno gli avvocati: «Tutte le donne sono estremiste e bugiarde», e all’obiezione del procuratore Labiate: «Mi sembra un’affermazione maschilista», risponderanno: «No, signor procuratore, è un dato scientifico»
In appello, di fronte a una sentenza che ha riconosciuto la gravità del reato di stupro di gruppo, l’ulteriore impegno degli avvocati difensori è quello di dimostrare con maggiore vigore quanto poco «valga» la vittima e quanto, perciò, la valutazione della gravità del reato su di lei compiuto debba essere ridimensionata, in questo pienamente interpretando lo spirito del Codice Rocco.
Asserirà l’avv. Fassari (Ramoni): «La pena appare sproporzionata all’entità del fatto. Sotto il profilo delle conseguenze, altra cosa è violentare una bambina ed altra aggredire una donna matura; che conosce gli aspetti meno nobili della vita, che può raccontare tutto serenamente al fidanzato; che poche ore dopo si rammarica di avere sporto querela».
Tutti e tre gli avvocati chiederanno dunque la riduzione della pena. Insisteranno sul fatto che l’aggressione “non è stata particolarmente efferata», sulla giovanissima età dei violentatori, sul fatto che costoro «si sarebbero sbagliati» nell’interpretare l’atteggiamento della donna, «chiaro solo all’ultimo». Negherà la «confusione mentale» da shock per imputarla a cause precedenti. Chiederanno inoltre la perizia ematologia che i primi giudici avevano ritenuto irrilevante e ripeteranno che le diversità delle versioni dei violentatori non sono menzogne che la mancanza di tempo e la confessione del Ramoni hanno impedito di far collimare, ma dipendono dal fatto che i «tre erano frastornati e incapaci di dare risposte adeguate». Gentiloni Silveri chiederà l’assoluzione di Ghelli per mancanza di prove.
La corte si ritira.
Nella seconda sentenza i giudici accoglieranno molte delle tesi difensive, valuteranno «fortemente ridimensionato il fatto», perché «il rapporto fu compiuto solo da Ramoni; la violenza esercitata sul soggetto passivo fu minima, il dissenso della parte lesa fu inequivocabile solo nel momento in cui gli imputati passeranno a vie di fatto».

Ora decido IO!

Se prima era stata riconosciuta la gravità del reato anche nella valutazione delle conseguenze (lo shock riportato da Marinella), in questa seconda sentenza si parte dal presupposto che «il trauma psicologico della violenza subita» abbia soltanto aggravato «un precedente stato confusionale» dipendente da «una crisi in atto. Crisi dovuta all’assunzione di alcol da parte di un soggetto che mal lo sopportava essendo dedito anche a sostanze stupefacenti». A questo «stato di crisi»  i tre giudici addebitano i «non ricordo» di Marinella, inficiando così anche la credibilità di una denuncia di cui dicono «è evidente che i particolari descritti nella querela sono espressione del convincimento che la donna si era fatta dell’accaduto sulla base di quello che aveva sentito dire in giro, non già il ricordo dei fatti che ella aveva a memoria». E quel «sentito dire in giro» sarebbe riferito ai tre soccorritori testimoni!
Proseguendo la lettura si arriva alla frase che forse più di ogni altra è stata riportata dai giornali: «In effetti» dicono i giudici, «la violenza fisica esercitata sulla donna fu minima a causa delle scarse risorse di difesa della stessa e consistette nel fatto che il Ghelli e il Putti ebbero a tenerla e a sorreggerla per le braccia per consentire al Ramoni di congiungersi con lei». Confermato lo stupro di gruppo, la valutazione è che è stata violenza, sì, ma, «data la debolezza della vittima», una violenza piccola piccola.
Minimizzato il reato, i tre giudici escludono inoltre che tre giovani violentatori possano essere considerati elementi sociali pericolosi e «non reputando che sussista un’esigenza di tutela della collettività», accolgono anche qui le tesi degli avvocati della difesa che parlavano di «tre bravi ragazzi» che si sono arresi al brigadiere Fragassi «senza opporre resistenza».
La conclusione del processo d’Appello è che Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vedono riaffermata la loro responsabilità di aver stuprato in gruppo Maria Carla Cammarata, però vengono assolti dal reato di lesioni (confusione mentale) per insufficienza di prove, hanno revocata l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e la loro pena viene ridotta da 4 anni e 8 mesi ciascuno a 2 anni e 1 mese. Concessa la condizionale, viene loro data la libertà.
Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli usciranno quella sera stessa dal carcere, il 15 novembre 1988.
La sentenza è accolta dai battimani – un’ovazione – e dalle esclamazioni di giubilo dei parenti e degli amici dei violentatori.

Pochissimi giorni dopo, il 19 novembre di quello stesso anno, Marinella muore.
Nadia Cammarata, sorella di Marinella, racconta: «Io avvertii che dentro di lei qualcosa di profondo si era spezzato […] Sono certa, e me l’ha confermato più di qualche medico, che senza quel colpo la sua energia vitale avrebbe vinto il male che aveva e che in fondo non era molto grave».

Il movimento femminista (continua dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  del 18.12.2007)
Durante il processo e subito dopo le compagne femministe a Roma fecero numerose iniziative, oltre a seguire il processo, organizzarono dei presidi delle manifestazioni…
Proponiamo alcuni stralci dalle mail che ci sono arrivate da alcune compagne a cui abbiamo chiesto di aiutarci a ricostruire questa storia:
> Per alcuni anni facemmo dei sit in una piazza di Centocelle e fummo anche aggredite da amici e amiche e parenti degli stupratori, la madre di uno di loro era la fioraia del quartiere da tutti conosciuta; una compagna ricordo che fu proprio ferita in faccia da un pugno di uno di loro; alla manifestazione a Centocelle invece fummo insultate per buona parte del percorso dalle madri di famiglia che stavano ai balconi.
> Abbiamo fatto anche una iniziativa a Piazza Navona luogo dello stupro. abbiamo fatto un bel video montando immagini nostre e del processo di Marinella (Maria Carla Cammarata – ndr). Ci siamo occupate davvero tanto di quella vicenda, che ha segnato profondamente anche il rapporto con il movimento nel quale alcune di noi gravitavano.
L’episodio centrale scatenante di queste tensioni, che si erano inevitabilmente create quando le compagne hanno fatto rivendicazioni, detto alcune cose, è stato un concerto al Forte Prenestino avvenuto nel 1990, in cui  tra il pubblico furono riconosciuti dalle compagne presenti alcuni amici degli stupratori e un fratello dello stupratore. Questi facevano parte di un gruppo di strada, i “Road kids”.
Ricordiamo la condotta di questi amici e parenti degli stupratori durante il processo, non erano semplicemente venuti ad assistere a un processo, avevano anche insultato le femministe presenti, nonché la stessa Marinella.
Al Forte la Banda Bassotti (gruppo musicale romano molto attivo nel movimento, legato alla Gridalo Forte Records- ndr) stava all’entrata in sottoscrizione. Quando le compagne hanno cacciato gli amici degli stupratori, la Banda Bassotti ha reagito difendendoli e dicendo che non potevano essere cacciati.
Dopo questo episodio, in cui la Banda Bassotti ha espresso chiaramente una posizione di complicità e forte connivenza con gli stupratori, è stata fatta una riunione a cui ha partecipato una parte del movimento. A questa riunione risale la famigerata frase, della Banda Bassotti: “sono proletari che sbagliano”, mettendo quindi come priorità la lotta di classe davanti alla lotta contro la violenza sulle donne e giustificando a tutti gli effetti gli stupratori.
> appostamenti e inseguimenti per le scale della radio (Radio Onda Rossa – ndr) con minacce alle compagne della trasmissione (Il sussurro di Cassandra, trasmissione gestita dalle compagne femministe – ndr) da parte del gruppo delle donne dei Bassotti. Manifestazione con pestaggio a Centocelle (e il naso rotto di una di noi) e poi spaccature, amicizie e sodalizi andate in frantumi, schieramenti e ambiguità, chiacchiere da corridoio a gogò, senza fine, con risvolti personali pesantissimi. E uno stabilirsi di un confine tra chi stava di qua e chi stava di là.

La pietra dello scandalo è un atto di forza delle compagne che decidono di allontanare da uno spazio sociale i conniventi con gli stupratori. Una delle mail riportava questa affermazione che diceva “Un fascista non poteva entrare, qualcuno che sosteneva uno stupratore invece si” . Quindi diventa lampante come la reale spaccatura fosse quella tra chi, da un lato, sosteneva che non ci può essere antifascismo senza antisessimo e che le pratiche di liberazione dal fascismo implicano anche le pratiche di liberazione dagli schemi sessisti e chi, al contrario, sosteneva che la priorità spettasse a istanze, quali l’antifascismo o la lotta di classe, ritenute più alte e scollegate dalla lotta contro la violenza di genere.
> abbiamo ricevuto sputi e insulti in pubblico ad iniziative dove incontravamo i Bassotti e purtroppo le loro compagne. Ma noi ci siamo difese bene. Il boicottaggio del gruppo in un certo senso continua ad avere degli strascichi ancora oggi, nel senso che ogni tanto qualcuna chiede di avere informazioni su questa vicenda.

Anche dal punto di vista simbolico fu importante, per esempio proprio in quegli anni i volantini e il linguaggio che si praticava dentro Radio Onda Rossa cominciò ad esprimersi in modo sessuato, a tener conto della declinazione al femminile; al di là che questo sia più o meno elaborato come concetto, fu un’imposizione, le compagne occuparono degli spazi dal punto di vista simbolico, acquisirono autorevolezza conquistando molti spazi di cui molte di noi arrivate dopo abbiamo beneficiato, certo è che il prezzo di questa ribellione è stato pagato molto caro, e stato un periodo molto difficile.
Nel raccontare la storia di Marinella, le testimonianze di chi l’ha accompagnata dicono che vivendo questa esperienza insieme alle altre donne, per quanto difficile, lei l’ aveva assunta come un dare voce a tutte le donne che avevano subito violenza, che era rinata, aveva ricominciato a dar valore a se stessa, per il valore che poteva avere in rete con le altre donne e che allo stesso modo questa forte spaccatura tra femministe e movimento creò una rete di donne molto più forte, molto più determinata a prendere i suoi spazi.

Ancora sgomberi a Roma

24 febbraio 2010 1 commento

Ieri all’idroscalo di Ostia oggi a Centocelle. Le politiche abitative diventano ordine pubblico.
Questa mattina intorno alle 10.30 ingenti forze di polizia, carabinieri, finanza e vigili urbani, hanno sgomberato i nuclei familiari che presidiavano da venerdì scorso l’ex scuola Tommaso Grossi in via degli Eucalipti nel VII municipio.
Il primo gruppo di carabinieri ha fatto irruzione sfondando il cancello di entrata, per poi spintonare le persone che hanno provato a resistere pacificamente allo sgombero. Una delle donne che presidiano da venerdì la struttura è stata immobilizzata e minacciata di arresto e solo l’intervento degli altri occupanti ha impedito che questo avvenisse.
Più di dieci persone hanno raggiunto il tetto dell’edificio per proseguire il presidio a oltranza. Più di cinquanta agenti sono saliti e hanno portato coloro che provavano a resistere fuori dalla scuola, provando a dividere i migranti dagli italiani. Questa operazione non è riuscita per l’opposizione di tutti i presenti.
In un clima di continue provocazioni anche la stampa e i fotografi sono stati insultati dalle forze dell’ordine.

Questo avviene alla vigilia del dibattito in consiglio comunale è ha l’obiettivo di avvelenare l’aria e disegnare le prove generali per un piano casa che non fornisce risposte adeguate all’emergenza abitativa di questa città. Attaccare in questo modo, dopo le cariche sotto la prefettura, i movimenti per il diritto all’abitare aumenta la tensione in maniera irresponsabile. Questo avviene perché la politica sta abdicando al suo ruolo consegnando le conseguenze della crisi e i conflitti inevitabili al prefetto e al questore di Roma.
I nuclei sgomberati si riuniranno, ospitati dal Forte Prenestino in via Federico Delpino, in assemblea alle 13.30. insieme ai movimenti per il diritto all’abitare convocano una conferenza stampa per le 15 di oggi sulla piazza del Campidoglio.

Roma 24 febbraio 2010
Movimenti per il diritto all’abitare

E’ USCITA SCARCERANDA 2010

17 dicembre 2009 Lascia un commento


BELLA PIU’ CHE MAI, LA SCARCERANDA DEL 2010 E’ PRONTA!

SCARCERANDA DAL 1999 L’AGENDA CONTRO IL CARCERE.
CONTRO OGNI CARCERE GIORNO DOPO GIORNO.
PERCHE’ DI CARCERE NON SI MUOIA PIU’, MA NEANCHE SI VIVA. 

Scarceranda è un’agenda autoprodotta da Radio Onda Rossa dal 1999. Il suo motto fin dalla nascita è “contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva”.
Potete contribuire alle edizioni future di Scarceranda inviando i vostri disegni e scritti: saggi, racconti, poesie, ricette culinarie.
Scarceranda ospita le “Ricette evasive”: ricette culinarie di facile preparazione pensate soprattutto per chi è prigioniero/a riutilizzando anche parte del vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria.
Scarceranda partecipa ogni anno alla mostra “Crack! Fumetti dirompenti” organizzata al CSOA Forte Prenestino di Roma, esponendo le tavole delle edizioni passate e raccogliendo disegni per l’edizione dell’anno successivo.
Dal 2006 insieme all’agenda è allegato un Quaderno con testi e immagini aggiuntivi. La collana dei Quaderni di Scarceranda può essere richiesta anche separatamente dall’agenda dell’anno in corso.
Scarceranda viene donata alle persone prigioniere che ne facciano richiesta o segnalate a Radio Onda Rossa che provvede alla spedizione postale in carcere.

Tratto da Scarceranda 2010

Se volete far giungere la Scarceranda in carcere potete comunicarci il nominativo del prigioniero/a e il carcere in cui si trova (città).
Scarceranda è auto-distribuita e auto-promossa. Se volete organizzare iniziative di presentazione o di sostegno, prendervene più copie per distribuirla in conto vendita, contattateci per metterci d’accordo. 

Scarceranda (agenda + Quaderno) è in vendita a 12 euro. La si può trovare presso Radio Onda Rossa e in altri punti vendita (infoshop, centri di documentazione, librerie) sparsi per l’Italia.
Si può acquistare Scarceranda per corrispondenza pagandola preventivamente tramite conto corrente postale o versamento on-line. [Il versamento di 12 euro a copia va effettuato sul conto corrente postale 61804001 intestato a Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 indicando in maniera leggibile nominativo e indirizzo cui si vuole venga spedita l’agenda e la causale Scarceranda. Se si effettua il bonifico online l’IBAN è IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001.]

I PROSSIMI APPUNTAMENTI ROMANI PER SEGUIRE SCARCERANDA:

17 Dicembre 2009 h. 19 @ libreria cafè Giufà :: presentazione + aperitivo
18 Dicembre 2009 h. 20 @ Forte Prenestino :: presentazione + cena evasiva
20 Dicembre 2009 h. 18:30 @ Bottega Kinkelibà (Via Macerata 54, Roma) :: presentazione + pizzette, tarallucci e vino
29 Dicembre 2009 h. 18 @ Odradek :: saluti e brindisi di fine anno
31 Dicembre 2009 h. 11 @ carcere di Rebibbia :: presidio di solidarietà

CENE EVASIVE
Alla Taverna del CSOA Forte Prenestino ogni terzo venerdì del mese cena con le ricette evasive a sostegno di Scarceranda.

Tratto da Scarceranda 2010

 

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