Archivio

Posts Tagged ‘violenza sessuale’

Un altro stupratore in divisa… Dino Maglio, carabiniere

9 febbraio 2015 1 commento

Il nome di Massimo Pigozzi mi risuona spesso nella testa: il nome di un poliziotto stupratore mi rimane incastrato nei processi neuronali, la rabbia lo blocca tra le sinapsi, così che la memoria possa essere sempre bruciante e viva.
Perchè questi non vanno dimenticati: non vanno dimenticati i nomi dei maschi aguzzini e stupratori,
poi se son uomini di Stato, che calzano a pennello una divisa da tutori dell’ordine bhè…
lì il processo di memoria fa giri pindarici, e non si stacca più dal mio corpo.

Te la ricordi sta foto Ommemerd?? _foto di Baruda_

Oltre al nome di Massimo Picozzi, poliziotto; o di Francesco Tuccia, soldato dell’esercito italiano
possiamo aggiungere quello, ripugnante, di Dino Maglio, che indossava la divisa di Carabinieri e cha ha un storia molto particolare che è riuscita a “guadagnarsi” articoli sul Guardian.

Dino Maglio l’ha costruita bene la sua macchina di stupri seriali: era un internazionalista probabilmente questo playmobil dallo stupro facile perché aveva scelto come tecnica quella del Couchsurfing, parola che a molti sembrerà insulsa ma che rappresenta una piattaforma nata non da molto tempo ma con una fruizione in impennata, che permette ai viaggiatori lowcost di scambiarsi ospitalità, di offrire il proprio divano per una vacanza alternativa.
Lui ne ha ospitate diverse di ragazze, e sempre le drogava e violentava.

Il bello di tutta questa storia è che il fanciullo negli ultimi mesi era ai domiciliari proprio perchè denunciato da una sua ospite australiana di soli sedici anni: lui confessò anche di averla drogata e di aver avuto un rapporto sessuale con lei, minorenne.
Ma d’altronde è un carabiniere: ha continuato ad esserlo anche dopo questa denuncia,
ha continuato ad essere carabiniere anche quando con tutti i domiciliari in atto ha continuato ad adescare fanciulle con la stessa identica tecnica del Couchsurfing.
Il totale è 16 ragazze provenienti dalle più disparate zone del mondo.
Lui è Dino Maglio, 35 anni, Carabiniere.
Aho, tutte belle marcite e putrefatte ste mele di Stato!

Noi impariamo a difenderci, noi impariamo a non farci metter le mani addosso:
una manciata di giorni fa ho saputo che un uomo di merda che ha rovinato la mia vita per anni ha fatto di peggio su un’altra donna, che però è riuscita ad ottenere un allontanamento da lei e dalla sua bimba piccolissima.
Eppure lui è tra noi, nessuno lo è andato a prendere per il collo come sarebbe dovuto essere. Già molto tempo fa.
Anzi, ero matta io. E probabilmente, per quella brava gente che siamo, ora sarà matta lei.

lo schifo totale. Arriverà il giorno, pezzo di merda, arriverà…

LEGGI:
Pigozzi: il poliziotto stupratore
Omini di Stato, stupratori in divisa
Finanzieri che stuprano
Soldati americani e basi in Italia
Mario Placanica, assassino stupratore

 

 

Il soldato americano accusato di due stupri, tenta il 3° evadendo dalla caserma di Vicenza

9 dicembre 2014 4 commenti

Stiamo parlando, semplicemente, di uno stupratore seriale.
Uno che ha stuprato una minorenne lo scorso anno e che pochi mesi dopo ha stuprato una donna incinta di sei mesi che dopo lo stupro è stata anche pestata e che ha dato al mondo un bambino con gravi problemi neurologici, che ancora non è provato siano dovuti alla violenza subita ma…

Questo stupratore però, non è un semplice stupratore:
è un soldato americano assegnato alla base militare presente a Vicenza, contro il cui allargamento si è mobilitata l’Italia intera.
Immaginate fosse stato un migrante proveniente da qualunque altro paese, immaginate in quanti secondi l’avrebbero buttato in una cella, con prime pagine allarmate e xenofobe: in questo caso nessuna mobilitazione, nessun Salvini, nessuna caccia allo stupratore straniero, anzi.

Il fanciullo, che in dodici mesi ha collezionato due stupri e un violento pestaggio, è ai domiciliari all’interno della caserma Del Din (ex Dal Molin), domiciliari dai quali a quanto pare si scappa con molta facilità.
E’ di tre notti fa la sua fuga (ed è difficile immaginare che sia stata la prima, sinceramente): un po’ di cuscini dentro la brandina a simulare un corpo addormentato, una corda calata da una finestra e la via della libertà,
che per questa merda umana significa solo: STUPRARE.
E così ci ha riprovato, avvicinando una donna (anch’essa visibilmente incinta) in modo aggressivo chiedendo una prestazione sessuale e una volta vistosi rifiutare ha pensato bene di attraversare la strada, aggredire una seconda donna e poi colpirla al volto con un pugno: il tutto è stato filmato dalle telecamere di sorveglianza e una pattuglia della polizia è arrivata subito.
Davanti si è trovata Jerelle Lamarcus Gray, militare statunitense, ben noto alle forze dell’ordine vicentine: un ragazzo di 22 anni, uno stupratore seriale impunito che ancora non sa se avrà un processo qui in Italia, dove ha ripetutamente stuprato e pestato, o negli Stati Uniti, così come la maggiorparte dei soldati americani colpevoli di reati comuni in paesi terzi.

Lo stupro è un’arma di guerra, da sempre usata dai portatori di anfibi e fucili:
lo stupro fa parte della cultura militare, dell’occupazione dei territori, della dominazione.
Lo stupro di un soldato è manifesto di una cultura da distruggere “col ferro e col fuoco”:

Gettiamo a mare le basi americane!
Ogni stupro è un atto di guerra contro ognuna di noi, e prima o poi lo pagherete caro

Stupratore di 4 donne e torturatore a Bolzaneto: è Massimo Pigozzi, poliziotto

1 ottobre 2013 19 commenti

Una sentenza di Cassazione, a conferma dei due precedenti gradi di giudizio, che condanna il poliziotto Massimo Pigozzi a dodici e anni e mezzo di reclusione per lo stupro di ben 4 donne. Stupri che il Picozzi compieva durante l’espletamento delle sue mansioni lavorative, quindi all’interno delle camere di sicurezza della Questura di Genova ai danni di donne in stati di fermo.

Massimo Pigozzi però noi lo conosciamo già, il suo nome, prima degli stupri “in divisa” era già noto alla magistratura,
ma soprattutto a noi che eravamo per quelle strade in quei giorni indimenticabili; non un poliziotto qualunque, un playmobil tra i troppi che ce ne sono…
Massimo Pigozzi -mi piace ripetere il suo nome tipo nenia, così che il tempo lo lasci comunque indelebile nella memoria-  era ben noto come torturatore, e per questo già condannato a tre anni e due mesi, per aver … non so trovare il verbo adatto…  divaricato le dita delle mani di un manifestante fino a spaccargli la mano (dopo Giuseppe Azzolina fu suturato con 25 punti e ha riportato una lesione permanente ) .

Insomma, Massimo Pigozzi è un uomo di Stato e in quanto tale è stato condannato per aver compiuto tortura su un uomo in stato di fermo,
e in quanto tale ha stuprato ben 4 donne dentro una Questura anche loro in stato di fermo, quindi in una condizione di debolezza totale.
La corte di Cassazione ha per questo stabilito che il risarcimento venga pagato dallo Stato, dal Viminale per essere precisi, perchè se stupro c’è stato,
dice senza troppi giri di parola la sentenza depositata oggi – e c’è stato per ben 4 volte- è stato possibile per volere dello Stato, che dopo la condanna per i fatti di Bolzaneto ha pensato bene di mantenere quel personaggio a svolgere il suo lavoro,
avendo oltretutto modo di avvicinare e poter rimanere solo con persone in stato di fermo.

Dopo i giorni di Genova ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo la condanna a tre anni e due mesi per i fatti di Bolzaneto, ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo uno stupro e poi un altro e poi un altro e poi un altro, tutti avvenuti in caserma mentre continuava a fare il suo mestiere.
Oggi il terzo grado di giudizio: il fatto che sia la magistratura a toglier dalle caserme questi personaggi e non il “furor di popolo” mette un po’ di tristezza, ma tant’è.

Son sentenze che però andrebbero lette e rilette in faccia a chi diceva che a Genova in quei giorni c’è stata la “sospensione della democrazia”,
o a chi parla di “mele marce” quando avvengono certi fatti in caserma.

1.3.1.2.
ACAB

Diana uccide gli stupratori: W DIANA!

2 settembre 2013 15 commenti

Iniziamo direttamente dalle sue parole, le parole di Diana La Cazadora de Choferes ( Diana, la vendicatrice di autisti) giunte come rivendicazione delle sue gesta al giornale messicano La Polaka.

“Pensano che poiché siamo donne siamo deboli e abbiamo bisogno di lavorare fino a tarda notte per mantenere le nostre famiglie non possiamo far altro che tacere questi atti che ci riempiono di rabbia; le mie compagne hanno sofferto in silenzio, ma non possiamo tacere di più, siamo state vittime di violenze sessuali da parte dei conducenti che coprono il turno di notte qui a Juárez e nessuno difende o fa nulla per proteggerci, quindi io sono uno strumento per vendicare diverse donne che apparentemente siamo deboli per la società, ma non lo siamo veramente, noi siamo coraggiose e noi ci faremo rispettare per mano nostra. Le donne di Juarez sono forti”.

Diana, questo il nome che si è scelta per firmare le sue azioni , è una donna dai lunghi capelli biondi e dalla gonna scura, questo è quello che sappiamo. E sappiamo che è già definita una “serial killer”, e che si aggira nella città che ha il più alto tasso di stupri e assassinii di donne al mondo (proprio un bel primato): Ciudad Juarez, centro operaio messicano a pochi kilometri dal confine statunitense.
Una cittadina dove appunto le donne sono preda di stupri continui soprattutto durante gli spostamenti per recarsi nei centri industriali, fuori dalla città, e son quindi i camionisti e autisti delle corriere le categorie più accusate delle continue violenze sessuali.
Per ora i morti son due: Roberto Flores Carrera, autista di corriera di 45, morto con un colpo alla testa e
Freddy Zarate, stessa età, stesso mestiere e stesso colpo in testa.

Le poche e chiare righe di Diana ci raccontano le motivazioni di queste due morti,
e ci fanno pensare/sperare che proseguirà nel suo lavoro,
alla faccia del “se non ora quando”.

10, 100, 1000 DIANA!

Egitto: lo stupro del branco come arma politica

26 febbraio 2013 1 commento

Anche i muri si mobilitano contro le aggressioni sessuali nelle piazze egiziane

Articolo preso da Contropiano a firma di Enrico Campofreda

”Ricordo le mani sopra il mio corpo che mi afferrano e stringono sotto i maglioni. Strappano il reggiseno, cercano i seni. Tante mani sulla schiena, sulle gambe, i miei pantaloni erano stati abbassati. Con tutta la forza provavo a tirarli su. Inutilmente. Poi ho sentito le dita nell’ano e nella vagina, tante penetrazioni davanti e dietro“.

E’ la testimonianza shock di una donna che frequentava piazza Tahrir. Una giovane piena di speranze per se stessa e per l’Egitto che quest’abuso ha allontanato dalla vita pubblica. Si tratta del volto nero della piazza della Rivoluzione, un lato inconfessabile e a lungo inconfessato sebbene qualche episodio allarmante s’era già verificato durante i 18 giorni della lotta anti Mubarak. Il più famoso riguarda la cronista sudafricana Lara Logan che nel corso d’una diretta televisiva venne circondata da una folla di uomini col classico sistema dei cerchi concentrici, allontanata dalla troupe e abusata sessualmente.

Il cerchio infernale

E’ definito così dalle poverette che ne sono state inghiottite. La tattica usata mostra come l’azione sia non solo premeditata in sé ma abbia, e lo  vedremo, ulteriori finalità. Durante più d’una delle adunate ciclopiche ospitate dal grande spazio nel cuore del Cairo è accaduto che una folla di almeno duecento uomini formasse due linee iniziando ad attraversare la piazza. Ondeggiavano, cantavano, ripetevano slogan. Un’accattivante coreografia. Davano l’impressione di partecipazione e tripudio. Individuate le vittime – due o tre donne isolate – si disponevano a U chiudendo il cerchio. Ne nascevano tre concentrici. Gli uomini di quello più interno iniziavano a palpeggiare e spogliare la donna. Chi formava il secondo faceva finta di aiutare le donne impedendo l’avvicinamento a chi volesse davvero soccorrerle. Il terzo cerchio distoglieva la folla estranea da ciò che stava accadendo. Secondo la testimonianza di una vittima “La confusione era assoluta, capivo di essere in pericolo e abusata ma pensavo che quelli dietro mi aiutassero. Fingevano. Tutto era confuso, il cerchio s’ingrandiva e io ero in balìa di cento braccia”.

Un sistema consolidato

Molte donne sono uscite non solo stuprate ma pestate da ginocchiate e seviziate da lame. Taluni attivisti di Tahrir, che in seguito hanno creato strutture contro le molestie sessuali sulle donne, ricordano l’assenza di episodi preoccupanti nella piazza nel corso della rivolta. Dicono che il caso della Logan fu un unicum sebbene il malcostume delle molestie faccia parte dei comportamenti delle fasce maschili egiziane più degradate. Ora i giovani del movimento fanno ammenda, hanno compreso in ritardo d’aver sottovalutato quel pericolo oppure di averlo etichettato politicamente e catalogato come l’altro famoso caso dell’attivista Samira Ibrahim, abusata da medici in divisa all’interno del Museo Egizio della piazza, durante un fermo ai primi di marzo 2011 dopo che Mubarak aveva già lasciato il potere. Insomma si pensava che il machismo sadico fosse opera di poliziotti frustrati, come coloro che mesi dopo picchiarono e spogliarono, sempre a piazza Tahrir, il povero corpo di un’attivista. Non era così.

Tradizione machista

Come in altri angoli del mondo il machismo che mira a fischiare, importunare, toccare le donne che transitano in strada è presente nella sottocultura locale della stessa megalopoli cairota. Episodi rimasti tristemente noti sono narrati anche dallo scrittore Ala Al-Aswani in una  celebre pubblicazione: la gioventù maschile egiziana pratica da sempre molestie sessuali verso il genere femminile. Purtroppo né più né meno del bullismo occidentale, questo non giustifica né l’uno né l’altro e soprattutto diventa inammissibile che un moto di cambiamento sia infestato di simili reati. Le prime a tacere sono state le vittime. Pudore, imbarazzo, sottomissione di ritorno, paura per il futuro le hanno inizialmente bloccate. Gli stessi media locali, che pure avevano raccolto alcune testimonianze,  non hanno insistito come gli attivisti uomini che non volevano infangare il simbolo di Tahrir. Ma proprio quest’ultimi sulla spinta delle manifestanti più coscienti e coraggiose hanno compreso che l’omertà non serve alla causa del nuovo Egitto, oltre ovviamente alla condizione della donna.

Stupro come arma politica

Una teoria elaborata dal novembre scorso e ora apertamente diffusa dai  Socialisti Rivoluzionari è l’ipotesi dell’uso dello stupro quale strumento per allontanare le donne dalla vita pubblica. Un altro volto dei misteri d’Egitto come i baltagheya nella ‘battaglia dei cammelli’, gli agenti infiltrati nelle stragi del Maspero e dello Stadio, l’immagine dell’Egitto mubarakiano che sta sopravvivendo anche per l’immobilismo dell’Egitto attuale. Il dito è puntato sul governo Qandil, sulla gestione islamica che non prende provvedimenti contro gli odiosi crimini, ma anche sulla presunta opposizione di El Baradei-Sabbahi-Moussa. Il cerchio si chiude se si parla delle strutture di sicurezza: polizia, forze armate, intelligence al di là di qualche sostituzione di vertice sono formate dagli stessi uomini di due anni or sono. NOIDUE!Tahrir_puliziegeneraliQuelli che massacravano di botte Khaled Said, abusavano di Samira, picchiavano e spogliavano le attiviste in strada, violentavano anche gli uomini. Non solo praticando torture ai detenuti ma abusando dei cittadini. Una storia diventata di pubblico dominio è quella di un conducente di bus che venne sodomizzato e filmato da due poliziotti, quindi ricattato e umiliato con la diffusione del videotape nel suo quartiere.

I princìpi della violenza

Non stupisce che l’abuso sessuale diventi un’arma politica, assassina come i colpi al cuore che hanno fatto in due anni più di mille martiri. E che si serve degli strati più miserabili per attuare il proprio disegno reazionario. Indagini compiute dai gruppi antistupro individuano le pedine di tale  disegno in una delle aree più degradate di una capitale che conta più di un quarto dell’intera popolazione del Paese. Sono adolescenti e giovani reclutati in località come Nazlet El-Saman, assoldati per molto meno dei picchiatori di mestiere. Ricevono anche un solo dollaro a testa per creare caos, colpire l’immagine della piazza e svuotarla. “La svuotano non solo dalle donne ma della stessa presenza di tanti cittadini disgustati da violenza e viziosità. E’ l’ennesimo livello di boicottaggio di cui si serve il potere dopo aver detto per tutto il 2011 che nella piazza circolava droga” sostengono all’Ong che ha creato l’Harrassmap, iniziativa di lavoro volontario per arginare il turpe fenomeno.

I quotidiani che rimuovono lo stupro e la condanna a Tuccia

1 febbraio 2013 11 commenti

Sembro una pazza, sfoglio sfoglio questi due quotidiani che ho davanti e rimango basita.
Io trovo infinite difficoltà a scrivere dopo una sentenza di tribunale, avendo un rifiuto totale per l’impianto giudiziario e ancor di più per quello carcerario: non sono capace a commentare la galera altrui,
soprattutto quando ad andarci sono stupratori, a maggior ragione se vestiti di qualche divisa di stato.
Per noi “contro il carcere” sempre e comunque non è mica facile da gestire una pagina di commento su otto anni di carcere ad un militare che ha lasciato una ragazza in fin di vita, sulla neve abruzzese, in piena notte, a morire là (cosa non avvenuta per un soffio)

La cosa che mi lascia sconvolta, e sfoglio sfoglio questi maledetti due giornali, è che a quanto pare anche il Corriere della Sera e Il Messaggero son così libertari e intrisi di pensieri abolizionisti che non reputano doveroso scriverne o non sanno come farlo.
Ieri si è concluso il processo dello stupro di Pizzoli, contro il soldato Francesco Tuccia
processo discusso e da sempre presidiato da donne di tutta italia,
ieri la colpevolezza del bravo soldatino dal faccino pulito è stata sancita dai loro tribunali
eppure tutto tace.
Tutta questa carta e nessuno si è degnato di mettere nemmeno una breve.
Una breve che raccontasse cosa è accaduto, con quale forza e dignità quella ragazza ha deposto e vissuto tutto il processo,
nessuno nella stampa nazionale (parlo di quel che ho davanti ovviamente) si è degnato di raccontarcelo,
di mettere una foto dell’infinita solidarietà attiva fuori da quel tribunale aquilano. Nulla.

“il colloquio con i prof. si fa da casa via Skype” una pagina di questo c’è sul Corriere della Sera..
di spazio da buttare o riempire un po’ a caso ce ne stava tanto quindi..
uno così inizia a pensare che sia proprio una scelta politica, o no?

Abbiamo dei quotidiani illeggibili perchè intrisi di una cronaca becera e poi certe cose si omettono.
Otto anni per uno stupro selvaggio e mostruoso, effettuato da un soldato dell’esercito italiano,
vengono rimossi, almeno dal quotidiano più venduto d’Italia.
Vergognatevi

Pagine di questo blog che ne hanno parlato
Uomini in divisa, stupratori in divisa
Lo stupro di Pizzoli e le donne del PD di L’aquila
Ci riguarda tutte
Si apre il processo

a piazza Tahrir, sul corpo delle donne

29 gennaio 2013 2 commenti

Come dicevo nel precedente post in questi giorni son riuscita solo a seguire da lontano il susseguirsi degli eventi egiziani,
prendo e ripubblico con piacere invece, un articolo comparso su Sguardisuigeneris che analizza a caldo gli stupri avvenuti a tonnellate in piazza Tahrir e nei vicoli circostanti.
Stupri che parlano chiaro.

I corpi della rivoluzione. Appunti sulle violenze di piazza Tahrir

Non è facile prendere parola, con le notizie che arrivano rapide, numerose e confuse. Vogliamo provare a farlo comunque, denunciando sin d’ora la provvisorietà di queste note. Più che un’analisi, forse, si tratta di un segnale di vicinanza alle donne di piazza Tahrir. Donne i cui volti ci sono diventati familiari, soprattutto attraverso la mediatizzazione massiccia della cosiddetta Primavera Araba e di tutto ciò che ne è conseguito sino ad oggi. Volti sui quali, sin dall’inizio, si sono costruiti significati ambigui, sempre ed eternamente eurocentrici. Volti facilmente traducibili in icone pop del cosiddetto “protagonismo femminile” che trasforma la politica in mero civismo. Per noi, quei volti, sono sempre stati qualcosa più di questo. Quei volti, oggi, sono anche quelli di corpi straziati da una repressione che – come sempre – passa prima di tutto sul corpo delle donne.

Le cronache di oggi, ancora incalzanti e parziali, raccontano di stupri di gruppo ad opera dei contro-rivoluzionari egiziani: gruppetti di uomini che accerchiano una donna in piazza, la molestano, aggrediscono, stuprano. Queste violenze non sono effetti collaterali del caos. Queste violenze non colpiscono le donne perché sono più deboli. Queste violenze non nascono dal nulla.

Queste violenze testimoniano, ancora una volta, che il corpo delle donne viene usato/abusato come terreno politico. Testimoniano che “decidere” delle donne e sulle donne è un atto di violenza politica. Può esserlo a vari livelli. A livello fisico e personale con aggressioni e stupri; a livello fisico e generalizzato con norme che violano la libertà delle donne; a livello verbale con ingiurie e insulti; a livello simbolico con immagini e immaginari e così via. La lista è infinita e non fa che definire gli attributi dello spazio politico in cui le donne si muovono. La violenza del patriarcato non esplode come una tempesta, ma si radica nella società, in Egitto come altrove.

Questi stupri sono parte di quella violenza e come tali vanno combattuti al fianco delle donne. Pare che molti uomini si stiano organizzando per far fronte, insieme alle donne, alle aggressioni di gruppo. Non direi che proteggono le donne – come se la rivoluzione fosse una contesa tra uomini giocata, guarda caso, sul corpo delle donne. Direi che continuano la loro rivoluzione, uomini e donne insieme. Dove le donne sono più colpite, perché sul loro ruolo si gioca la tenuta di un sistema sociale vecchio e marcio o la costruzione di uno nuovo. Questo vale a sud e a nord del mediterraneo.

Laboratorio Sguardi Sui Generis

Di seguito riportiamo la traduzione di un comunicato diffuso da alcune donne sul sito ‘The uprising of women in the Arab world‘:

I nostri corpi non sono campi di battaglia

Con le proteste di questi giorni in Egitto contro i Fratelli Musulmani, stiamo assistendo con grande sdegno al fatto che le donne che protestano vengono picchiate e umiliate nelle strade. Lo stesso identico fenomeno avvenne durante le proteste contro Mubarak e contro l’esercito egiziano.
È interessante osservare come nelle fasi di conflitto politico il ruolo della donna venga ridotto da cittadina attiva a ‘corpo femminile’ aggredito dal regime in carica. Il suo corpo diventa campo di battaglia: una testimonianza della brutalità del regime e dello sfruttamento di quanti vogliono rovesciarlo. La retorica suona così: il regime sta attaccando anche i più deboli, dobbiamo proteggerli!

Comunque è altrettanto interessante notare come la maggior parte di quelli che sono shockati dalla brutalità usata contro le donne durante le proteste non sembrino curarsi della violenza fisica, sessuale e psicologica con cui le donne del mondo arabo si ritrovano a fare i conti ogni singolo giorno della loro vita.

Essere scandalizzati per la brutalità di un regime contro i suoi cittadini e cittadine è fondamentale; è irrilevante che la vittima sia un uomo o una donna, dovremmo denunciarla allo stesso modo. Ma dov’è lo stesso sdegno per quanto riguarda le leggi nazionali che tollerano i crimini ‘d’onore’, lo stupro,  le molestie sessuali, la violenza domestica e la mutilazione degli organi genitali femminili?
Queste leggi stanno sopravvivendo ai cambi di regime politico, sono avallate dai precetti religiosi e trascurate da quelli laici.

La secca conclusione è che le donne vengono continuamente sfruttate per le cause politiche ma quando si tratta dei loro diritti vengono lasciate indietro. Stiamo assistendo al ripetersi di questo fenomeno continuamente in tutto il mondo arabo e oltre.

Donne e uomini dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri, nel bene e nel male. La lotta per avere più giustizia e più libertà non fa distinzione tra i generi. È tempo per noi donne di prendere in mano il nostro destino, di imporci come cittadine allo stesso modo degli uomini, senza distinzione.
Nessuna distinzione quando si tratta di prendere parte ad una rivoluzione, nessuna distinzione quando si tratta di mettere in pratica i nostri diritti e le nostre libertà pubbliche e private in ogni giorno della nostra vita.

I nostri corpi non sono campi di battaglia.

Il 2012 e la tortura di Stato: un anno importante

1 gennaio 2013 2 commenti

Se proprio bisogna fare un bilancio possiamo dire che il 2012 è stato un anno importante, almeno sotto un punto di vista, pesante come un macigno di basalto: la tortura.
In questi dodici mesi abbiamo iniziato a scardinare l’apparato costruito dal ministero dell’Interno per sventrare la sovversione armata, l’eteronimo De Tormentis ha preso il volto di Nicola Ciocia e con lui, la sua banda di colleghi, scelti ed addestrati per girare l’Italia per torturare.

Non solo le torture del 1982, il cosiddetto anno cileno, venute alla luce, ma un vero e proprio apparato parallelo composto da molti uomini dell’Ucigos quali, oltre al già nominato Nicola Ciocia, Gaspare De Francisci, Umberto Improta e Oscar Fioriolli.
Parliamo di una tortura che ha radici e anche modalità diverse dalle sevizie e dai pestaggi brutali che in questi anni hanno portato alla morte diverse persone, per mano di uomini di Stato.
Insomma, non una cosa dalle caratteristiche occasionali (anche se purtroppo diffuse), ma una pratica sistematica, scientifica e pianificata dai piani alti dello Stato, su mandato del governo e con copertura politica: effettuata da squadrette che agivano coperte dall’anonimato, con l’uso di tecniche specifiche quali il waterboarding (la simulazione d’affogamento con acqua e sale), le scariche elettriche, le sevizie di natura sessuale, o ancora fucilazioni simulate, bruciature, tagliuzzamenti a persone trattenute per settimane “illegalmente” e messe sotto tortura in caserme o appartamenti appositamente usati come sala di tortura.
Squadrette

Non è anacronistico oggi parlare di tutto ciò: non lo è perché dei nomi già fatti in queste poche righe non tutti sono vecchi torturatori in pensione, anzi.
Oscar Fioriolli questore ad Agrigento, Modena, Palermo, Genova (subito dopo il G8) e poi a Napoli è attualmente incaricato di dirigere la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico, costituita nel 2008  «con l’obiettivo – come recita il comunicato del ministero degli Interni – di formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività»

Ora sappiamo che proprio Oscar Fioriolli ha interrogato Elisabetta Arcangeli, tirandole i capezzoli con una pinza mentre le infilava un manganello nella vagina, come testimonia Salvatore Genova, suo collega.
Il 2012 ci ha regalato un po’ di questi nomi, e non è poco.
Il 2012 ha quindi portato gli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo a presentare la richiesta di revisione del processo che vide Enrico Triaca, torturato proprio dallo stesso Nicola Ciocia, condannato per calunnia nel momento in cui denunciò il trattamento subito. Un’istanza, depositata davanti alla corte d’appello di Perugia, il cui obiettivo è quello di far luce sull’intero apparato di polizia parallelo che aveva il mandato di torturare gli appartenenti delle organizzazioni armate rivoluzionarie.

Questo 2013 ci trova in attesa di una risposta dalla corte d’appello perugina a riguardo, per poter mandare avanti questa lunga battaglia anche in un’aula di tribunale.
Mi raccomando intanto non vi dimenticate il nome di Oscar Fioriolli….
LINK SULLA TORTURA:

1)  Jean Paul Sarte, sulla tortura
2)
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5)
Arresto del giornalista Buffa
6)
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7)
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 )
Il pene della Repubblica
9)
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10)
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17)
La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20)
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21)
Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista 
26) Intervista al medico Massimo Germani
27) Oscar Fioriolli: biografia di un torturatore28) Processo Triaca: si tenta la riapertura del processo

Ieri, al tribunale di L’Aquila: apertura processo allo stupratore in mimetica

19 ottobre 2012 6 commenti

Ieri è stata una lunga giornata: alle 5.30 di mattina salto in motorino per attraversare la città, sotto un manto di stelle e lontana ancora dalle luci dell’alba.

Foto @baruda _Ieri, tribunale di L’Aquila_

Poi una bella partenza, di macchine e sorrisi, di compagne assonnate e determinate a raggiungere il tribunale di L’Aquila, ora sito tra i capannoni della zona industriale di Bazzano, proprio sotto al Gran Sasso e al suo panorama che ruba il cuore.
Determinate eccome, a presenziare all’apertura del processo contro Francesco Tuccia,
militare del 33° Reggimento Acqui, di stanza a L’Aquila, stupratore maledetto, torturatore, assassino mancato solo per una gran fortuna.
Tutte lì, da diverse parti d’Italia ad urlare a quella donna che siamo tutte con lei,
ad urlarle che non è sola, che siamo tutte state stuprate insieme a lei, in quella lunga maledetta e ghiacciata notte di Pizzoli.
Tutte presenti sì, col cuore in gola, a portare vicinanza a chi ha il coraggio di denunciare e testimoniare, di rialzarsi e reagire,
di deporre a volto scoperto e senza vergogna, per rispondere a violenza e menzogne,
Sul suo corpo, su quello di tutte noi.
Un presidio di donne, che malgrado le mille differenze di parole d’ordine e pratiche, si son ritrovate lì, perché non c’era altro posto dove dovevamo stare: davanti alle camionette di quell’esercito che nell’operazione “strade sicure” nella martoriata città di L’aquila, ha portato solo militarizzazione, rabbia, e il corpo di una donna maciullato da una violenza sessuale brutale,
avvenuta con metodologie che ricordano molto gli stupri di guerra.

Foto @baruda _ Tribunale di l’Aquila_

Eravamo lì, torneremo lì: affinchè nessuna donna si senta sola, affinchè nessuno stupratore si senta tranquillo.
I vostri tribunali ci interessano poco, son gli stessi che carcerano a noi, quindi: Francesco Tuccia esci fuori adesso, te lo facciamo un bel processo!
Vi allego un testo, scritto da un compagno del 3e32, letto ieri sera cn molto piacere: lo sguardo di un uomo, di un compagno, di un terremotato, sull’arrivo colorato e determinato di una manciata di donne incazzate! Grazie Alessandro, grazie a te.

Oggi a Bazzano (L’Aquila) ho assistito, tra l’altro, alla prima contestazione ad una camionetta di militari in quanto militari presenti su questo territorio. Non poteva che venire da delle donne sopratutto dopo quello che di tremendo è successo e il contesto dove ci trovavamo: fuori il tribunale di L’aquila per la prima udienza al militare stupratore di Pizzoli.
Queste donne venute da più parti, hanno fatto sentire con la loro presenza la vittima della violenza meno sola. Ma hanno fatto sentire meno sole anche tutte le altre donne di questo territorio militarizzato. Hanno fatto sentire meno soli anche noi uomini che ci troviamo, anche noi, su questo territorio – nostro malgrado – militarizzato. Forse era dovuta anche a questa frustrazione la presenza discreta e del tutto minoritaria di alcuni nella prima parte del presidio.
Volevamo dare la solidarietà a voi donne toccate per prime e direttamente sui corpi da questa infame militarizzazione.
Una lotta alla militarizzazione non può che partire dalla questione di genere perché secondo me è una lotta che attacca il genere portato alla sua massima costruzione ed esaltazione con la divisa militare.
Per questo reputo una bella vittoria l’ammissione a parte civile delle donne del centro antiviolenza al processo contro Francesco Tuccia. Allo stesso tempo, credo che, parallelamente, una tale lotta debba essere portata nelle strade militarizzate che viviamo nella sua dimensione intrinseca di conflitto sociale e materiale a partire dal genere, senza correre il rischio di essere disinnescata nelle aule di tribunale.

Mentre parlavo con una compagna romana che di teatri di guerra ne conosce, prendevo coscienza con amarezza di quanto per me tutto questo fosse divenuto normale: la militarizzazione, la violenza, i divieti, la frammentazione creata ad arte che ora ti impedisce di lottare. Un raggio di sole è uscito per primo oggi dalla nebbia di Bazzano: era dentro quelle urla di donne che forse per la prima volta a L’Aquila non facevano più sentire così sicuri quei signori in divisa.

Grazie compagne!!!
Alessandro

Foto @baruda _CI RIGUARDA TUTTE_

Ah….c’era sempre la richiesta delle donne del PD: non ve la dimenticate : QUI

Il 18 ottobre a L’Aquila: perché CI RIGUARDA TUTTE

10 ottobre 2012 5 commenti

Sullo stupro di Pizzoli leggi QUI  sul rientro in servizio dei complici; QUI  con un comunicato del 3e32 e QUI sulla merdosa richiesta delle donne del PD di L’Aquila.

CI RIGUARDA TUTTE
Il 12 febbraio 2012, in una discoteca di Pizzoli (L’Aquila), una giovane donna di 20 anni è stata stuprata e ridotta in fin di vita. Accusato di questa aggressione e tentato omicidio è Francesco Tuccia, un militare in servizio all’Aquila per l’operazione “Aquila sicura” partita dopo il terremoto.
La ragazza è stata ridotta in fin di vita e le sono state procurate lesioni gravissime e permanenti. Il 18 ottobre all’Aquila si terrà la prima udienza del processo.
Quel giorno GIOVEDI’ 18 OTTOBRE alle ore 08.30 noi saremo lì sotto il Tribunale de L’Aquila (Zona Industriale di Bazzano) a dire che:
CI RIGUARDA TUTTE l’animalità, l’efferatezza e la viltà degli uomini che in una notte di febbraio hanno massacrato il corpo e la vita di una donna lasciata sul selciato a morire.
CI RIGUARDA TUTTE il massacro del corpo e dei desideri di ogni donna, di ogni età condizione e luogo, che viene disprezzata, usata, maltrattata, percossa, uccisa, stuprata.
CI RIGUARDA TUTTE l’uso che si fa dei nostri corpi in nome di una sicurezza che non ci tutela ma, anzi, ci usa per emettere leggi razziste e repressive. Non ci stancheremo mai di dire che la violenza di certi uomini sulle donne non dipende dalla nazionalità/cultura/religione, né dalla classe sociale di appartenenza.
CI RIGUARDA TUTTE perché non vogliamo più doverci difendere da padri, fidanzati, amici, vicini di casa, datori di lavoro, fratelli, zii, medici, maestri, militari….
Saremo lì ad affermare la voglia e il diritto di autodeterminare le nostre vite.

GIOVEDI’ 18 OTTOBRE Ore 8:30 Tribunale de L’Aquila Zona Industriale di Bazzano

Centro Antiviolenza per le Donne – L’Aquila e Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche di Roma –

Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche tutti i martedì dalle 17.oo alle 23.oo su Radio Onda Rossa (87.9 fm) http://mfla.noblogs.org/

Su stupri, gravidanze e candidati al senato americano…

28 agosto 2012 1 commento

Non ci permettete di parlare di altro, troppo spesso.
Non ci permettete di dormire profondamente, come sarebbe anche nostro diritto.
Non ci permettete di rimuovere, di scarnificare quella violenza, magari addirittura di dimenticarla.
E non mi piace parlare “agli uomini”, mi scuso da subito perchè lo sto facendo,
mi scuso perché sono una donna cresciuta tra gli uomini, perché sono una donna innamorata degli uomini, perché sono una mamma di un uomo,
quindi scusate, scusate questo modo di parlare non corretto,
che sembra generalizzare.  Ve ne chiedo scusa, ma ogni tanto forse è meglio parlare così, indisponenti, generalizzanti, sofferenti e poco “politicamente corrette”,
ma almeno quando parliamo di stupro, di aborto, di quel che lacera le nostre carni
fatecelo fare.
Permettetecelo, e state zitti (senza perfavore)… ma accogliete le mie scuse.

Foto di Valentina Perniciaro

Non avevo possibilità di accedere alla rete mentre Todd Akin, candidato al senato statunitense, vomitava le sue parole su stupri legittimi e illegittimi, sull’impossibilità di esser fecondate…
insomma, quei deliri nazisti che passano sempre sulla nostra pelle,
dentro la nostra fica, parole che lacerano la carne più di un pene indesiderato e bastardo,
parole assassine, criminali, che io non riesco a sostenere senza aver voglia di …

non lo so, le parole che ho letto nell’articolo che vi riporto qui sotto cercano di spiegare a questo boia in cravatta cosa sia uno stupro, cosa sia una gravidanza causata da uno stupro e quindi un’intera vita da madre di un bimbo nato dalla più becera delle violenze,
un bimbo che abbia QUEL patrimonio genetico,
ringrazio la donna che l’ha scritte
e fossi in lui ringrazierei il genere femminile tutto, perché è ancora vivo: siamo incapaci a stuprare, ma non ad uccidere e lui ispira un forte desiderio di sangue…
almeno a me, che non son pacifista, che non son non violenta,
che son stufa che tutto passi sul corpo mio e delle mie compagne.

Onorevole Todd Akin,
le scrivo riguardo allo stupro. Sono le due di notte e non riesco a dormire qui nella Repubblica Democratica del Congo. Mi trovo a Bukavu nella City of Joy per servire e sostenere e lavorare con centinaia, migliaia di donne che sono state stuprate e violate e torturate in questa incessante guerra per i minerali combattuta sui loro corpi.
Mi trovo in Congo ma le potrei scrivere da una qualsiasi località degli Stati Uniti, Sud Africa, Regno Unito, Egitto, India, Filippine o da uno dei tanti campus dei college statunitensi. Le potrei scrivere da una qualsiasi città o villaggio dove mezzo miliardo di donne del pianeta viene stuprato nel corso della sua vita.
Mr. Akin, le sue parole mi hanno tenuta sveglia.

In quanto sopravvissuta allo stupro, mi sto riprendendo dalla sua recente affermazione di essersi espresso male quando ha detto che le donne non restano incinte dopo uno stupro legittimo e che stava parlando “a braccio”. Intendiamoci. Lei non ha fatto una semplice osservazione superficiale buttata lì. Lei ha fatto una dichiarazione molto specifica dettata da ignoranza che indica chiaramente che non ha alcuna consapevolezza di che cosa significa essere stuprati. E non una dichiarazione casuale, ma una fatta con l’intenzione di regolamentare per legge l’esperienza di donne che sono state stuprate. Forse ancora più terribile: era una finestra nella psiche del Gop (Grand Old Party, ovvero il Partito Repubblicano, n.d.t.).

Lei ha usato l’espressione stupro “legittimo” come se esistesse anche lo stupro “illegittimo”.
Cercherò di spiegarle l’effetto che ha sulle menti, cuori e anime dei milioni di donne che vengono stuprate su questo pianeta. È una forma di stupro reiterato. Il presupposto alla base della sua affermazione è che non ci si deve fidare delle donne e delle loro esperienze. Che la loro comprensione di cosa è lo stupro deve essere stabilita da un’autorità superiore, più qualificata. Così facendo vengono delegittimati, minati e sminuiti l’orrore, l’invasività, la profanazione che hanno sperimentato. Questo le fa sentire sole e impotenti tanto quando si sentivano al momento dello stupro.
Quando lei, Paul Ryan e 225 dei vostri cofinanziatori giocate con le parole sullo stupro insinuando che solo lo stupro “forzato” debba essere trattato seriamente come se tutti gli stupri non fossero forzati, fate riaffiorare una marea di ricordi sul modo in cui gli stupratori si sono divertiti con noi mentre venivamo violentate – intimidendoci, minacciandoci, riducendoci al silenzio. Il vostro giocare con parole come “forzato” e “legittimo” è giocare con le nostre anime che sono state spezzate da peni non voluti che ci entravano dentro, strappando la nostra carne, le nostre vagine, la nostra coscienza, la nostra fiducia in noi stesse, il nostro orgoglio, il nostro futuro.

Ora lei dice di essersi espresso male quando ha detto che uno stupro legittimo non può causare una gravidanza.
Credeva forse che lo sperma di uno stupratore sia diverso dallo sperma di un amante, che si verifichi un qualche misterioso processo religioso e che lo sperma dello stupratore si autodistrugga per via del suo contenuto malefico? O stava forse insinuando che le donne e i loro corpi sono in qualche modo responsabili di rifiutare lo sperma di uno stupro legittimo, mettendo ancora una volta l’onere su di noi?
Ciò che ha detto sembrerebbe implicare che restare incinta dopo uno stupro indica che non era uno stupro “legittimo”.

Ecco cosa le chiedo di fare.

La merda

Voglio che chiuda gli occhi e immagini di essere nel suo letto o contro un muro o rinchiuso in un piccolo spazio soffocante. Immagini di essere legato lì e immagini che un estraneo amico o parente aggressivo, indifferente, invasato le strappi i vestiti di dosso e penetri il suo corpo – la parte più personale, sacra, privata del suo corpo – e che si faccia strada dentro di lei con tale violenza e odio da lacerarla. Poi immagini lo sperma di questo estraneo schizzare dentro di lei e riempirla senza potersene liberare. Sta piantando qualcosa dentro di lei. Immagini di non avere alcuna idea di che cosa consista quella vita, spiritualmente concepita nell’odio, senza conoscere lo stato mentale o fisico dello stupratore.
Poi immagini che arrivi una persona, una persona che non ha mai sperimentato lo stupro, e che quella persona le dica che non ha altra scelta se non tenere il prodotto di quello stupro che le cresce dentro contro la sua volontà e che quando sarà nato avrà il volto del suo stupratore, il volto della persona che ha sostanzialmente distrutto il suo essere e lei dovrà guardare quel volto ogni giorno della sua vita e verrà giudicato severamente se non riuscirà ad amare quel volto.

Non so se riesce a immaginare niente di tutto questo (una posizione di comando richiederebbe questo tipo di empatia), ma se è disposto a scendere nel cuore di queste tenebre, capirà presto che non c’è nessuno che possa fare la scelta di avere o non avere quel bambino se non la persona che lo porta dentro.
Ho passato molto tempo con le madri che hanno dato alla luce bambini che sono il prodotto di uno stupro. Ho visto come si torturano lottando contro il loro odio e la loro rabbia, cercando di non proiettarli sui propri figli.
Chiedo a lei e al Gop di uscire dal mio corpo, uscire dalla mia vagina, dal mio utero, di uscire da tutti i nostri corpi. Queste non sono decisioni che sta a voi prendere. Queste non sono parole che sta a voi definire.
Perché non usate il vostro tempo per porre fine allo stupro invece di ridefinirlo? Usate le vostre energie per perseguire i criminali che distruggono le donne con tanta facilità invece di fare distinguo linguistici usando un linguaggio manipolativo che minimizza la loro distruzione.
E a proposito, ha appena dato a milioni di donne un’ottima ragione per fare in modo che non venga eletto mai più, e un’ottima folle ragione per insorgere.

Eve Ensler
Articolo originale su Huffpost, traduzione di Flavia Vendittelli

A Carlo Giuliani: sul suo assassino stupratore, e sui pestaggi di Milano

4 luglio 2012 19 commenti

T’hanno trafitto il volto con il loro piombo incandescente,
Trafitto volto e gioventù sparandoti un colpo da una pistola d’ordinanza,
che dritto dritto è arrivato sul tuo viso.
Quante volte t’ho scritto nel corso di questi anni, undici lunghi anni, Carlo caro…
Tante volte t’ho scritto e parlato, molte altre t’ho urlato col sangue bollente e la voce forte,
Tra migliaia di altri, come avessimo la forza di farti tornare.
Di marciare ancora con te, almeno una volta.
Oggi ti scrivo di nuovo, scrivo di nuovo a te, uno di noi,
Quello che ha pagato più di tutti, quello che è rimasto per terra, destinato a rimanerci.
Ti scrivo perché tra pochi giorni 10 tra i trecentomila che eravamo probabilmente varcheranno la soglia di un carcere:
ti scrivo perché è inimmaginabile pensare che possano far finire Genova e la sua triste storia già vecchia di più di un decennio, tra le sbarre, dentro una cella, per un malloppo d’anni che fa paura anche solo pensarlo.

Ma ti scrivo anche perché sul tuo assassino se ne scoprono sempre di nuove,
su di lui, e su tantissimi suoi colleghi:
una lista di abusi, soprusi, torture e stupri perpetrati continuamente da uomini in divisa,
a busta paga dello Stato, lo stesso che poi carcera noi.

Il tuo assassino, Mario Placanica, ha visto la sbarra di un tribunale uscendone pulito,
il tuo sangue rossissimo non ha sporcato di molto la sua fedina penale..
ma ora è nuovamente alla sbarra.
Per stupro però, per violenza sessuale su una bambina di 11 anni: la denuncia è stata fatta dalla mamma della piccola, ex compagna di Mario Placanica, carabiniere in congedo, assassino di Stato.
Insomma Carlè, la mano che t’ha strappato la vita non è solo quella di un Carabiniere , “fedele nei secoli”,
è anche quella di uno stupratore.
Di uno stupratore di una bimba.

Nient’altro che uno stupratore.
Lo schifo che provo è troppo, alla vigilia della sentenza Diaz e ad una settimana da quella del processo per “devastazione e saccheggio” …
così ti scrivevo così, per sfogo, per rabbia e per amore.
Amore verso chi lotta,
amore verso chi si ribellerà a quelle catene,
amore verso il tuo corpo ucciso,
che mai abbiamo vendicato.

Da Milano invece un’ altra notizia: questa volta la divisa non è color scarafaggio ma puffo,
questa volta la divisa non era indossata, ma i due vigliacchi pestatori di anziani sono uomini di Stato.
Come te sbagli?
Due poliziotti in uscita libera, Davide Sunseri e Federico Spallino, entrambi 24enni, che per divertirsi pestano a sangue un anziano signore,Luigi Vittorino Morneghini, mandandolo all’ospedale con il “volto fracassato” ed una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Sulla sua cartella clinica si legge di «un impressionante numero di fratture», tra cui diverse lesioni allo zigomo, al setto nasale, al bulbo oculare e alla mascella, che hanno comportato un «fracasso di faccia» con una «deformazione permanente del viso».

NON PARLATECI DI MELE MARCE,
QUI SON PROPRIO LE RADICI DELL’ALBERO AD ESSERE MARCITE:
ASSASSINI, TORTURATORI E STUPRATORI.
NIENT’ALTRO CHE QUESTO, NELLE STRADE, NELLE CARCERI E NEI CIE,
LA POLIZIA UCCIDE E STUPRA.

Qui il servizio di La7 in cui si vede il pestaggio:

SEGUI IL SITO 10×100.it GENOVA NON E’ FINITA!

A poche ore dalle sentenze….LEGGI

Omini di stato,stupratori in divisa…

14 giugno 2012 12 commenti

Assolutamente difficile per me parlare dello stupro avvenuto in una balorda notte innevata a L’Aquila, città che amo profondamente.
Ne avevo scritto un po’, con somma fatica,
a fatti avvenuti da poco,
quando i playmobile del 33° Reggimento Aqui erano tornati in servizio, a pattugliare le strade di una città anch’essa stuprata,
malgrado ben tre di loro fossero coinvolti in uno stupro selvaggio,
che per una carrellata di eventi fortuiti non s’è trasformato in un omicidio.

La merda

Barbaro.
Di un uomo (uno??) che sevizia una donna, una giovanissima donna,
con un oggetto di ferro, fino a lasciarla agonizzante a terra, in una pozza di sangue a sporcar la neve,
fino a quelle tante ore di sala operatoria, a ricucire un utero totalmente sventrato dal caporale Francesco Tuccia,
da ieri agli arresti domiciliari.

Non mi piacciono i discorsi che paragonano le condanne e quindi le decisioni dei tribunali di sorveglianza..
ma sono a meno di un mese dal rigetto dell’affidamento in prova ai servizi sociali del mio compagno, Paolo Persichetti,
condannato per un fatto avvenuto nel lontano 1987,
e che ancora, a meno di tre anni dal fine pena, non ha diritto a dormire una notte con me e con il suo bambino.
Francesco Tuccia invece dorme nel suo letto…ed io, che son contro il carcere, che rabbrividisco per la privazione di libertà di chiccessia…rimango attonita.
Vorrei conoscere, ogni giorno di più, uno ad uno i giudici dei tribunali di sorveglianza di questo paese di merda, dove la galera te la fai (tutta, fino all’ultimo giorno) solo se i tuoi reati son politici, solo se contrasti lo Stato e i suoi apparati.
Qui si legge chiaramente che non è esclusa la possibilità di reiterazione del reato eppure si concedono i domiciliari : perfetto!
Un soldato, un uomo di Stato, un perfetto stupratore (leggete a questo link della conferma dei 12 anni di carcere per Massimo Pigozzi, poliziotto già condannato per le torture di Bolzaneto del G8, per violenza sessuale su quattro donne nelle camere di sicurezza di quella maledetta caserma) …

Vi allego il comunicato comparso sul sito 3e32 scritto dalle varie componenti del movimento aquilano:

La notizia della concessione degli arresti domiciliari al militare Francesco Tuccia, accusato di tentato omicidio e violenza sessuale nei confronti di una studentessa universitaria laziale ci induce a una serie di considerazioni con le quali intendiamo contribuire a mantenere viva  l’attenzione su questa vicenda.

Mentre il presunto colpevole continua a negare la violenza, sostenendo l’inverosimile teoria di un rapporto consenziente, il suo avvocato non ci dispensa neanche stavolta dalle ennesime parole fuorvianti e scorrette come quelle secondo cui dopo tre mesi di detenzione il suo assistito avrebbe “imparato la lezione”, quasi che fossimo di fronte alla marachella di un bambino.

Parole che ci sembrano la spia di un contesto culturale allarmante nel quale ben comprendiamo l’amarezza e i timori con cui la vittima e la sua famiglia hanno accolto la misura dei domiciliari all’ex-caporale.

A tal proposito ci chiediamo: se l’accusato si fosse macchiato dei soli reati di tentato omicidio e lesioni -magari durante un tentativo di rapina – quale sarebbe stata la valutazione del giudice?

Di fronte ai casi di violenza sessuale e stupro – reato gravissimo, anche se solo dal 1996 è considerato tra i reati contro la persona –  i giudici (spesso maschi) sembrano più propensi al garantismo e inclini a un atteggiamento mentale e, quindi, “culturale”, non altrettanto inflessibile e severo, come per esempio nei  reati contro il patrimonio. Come se i beni mobili o immobili valessero più dell’integrità fisica e mentale di una donna.  Quello stesso garantismo che vediamo applicato in questi casi, vorremmo vederlo sempre e comunque, indipendentemente dalla natura del reato e dall’identità e  appartenenza nazionale e  sociale dell’indagato. Perché è difficile non chiedersi cosa sarebbe accaduto sin dall’inizio di  questa vicenda se l’indagato non fosse stato un caporale dell’esercito.

Anche le modalità ed il linguaggio utilizzati dai mass media per parlare di casi di violenza contro le donne riflettono il livello di arretratezza culturale del nostro paese: morbosa curiosità per particolari che ledono sempre la donna ed il suo diritto alla riservatezza, grande affanno per stabilire se la donna violentata o uccisa sia una “brava persona”, perché, in caso contrario, scattano subito le attenuanti per il maschio e via via il disinteresse per una storia che non fa più notizia.

Mentre le donne continuano la lotta per superare le violenze subite, circondate dall’indifferenza complice di chi sceglie sempre di non vedere, perché la violenza degli uomini interroga in profondità le coscienze delle donne e degli uomini e, proprio per sottrarsi a ciò, si sceglie di non nominarla mai.

Rinnoviamo la nostra solidarietà alla ragazza ed alla sua famiglia e continuiamo a rivendicare il diritto per tutte e tutti di vivere libere/i dalla violenza maschile, che solo in Italia e solo dall’inizio dell’anno ha ucciso 58 donne.

Auspichiamo che l’informazione e i media vogliano  tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla violenza di genere, i cui dati allarmanti ci sembrano gravemente sottovalutati.

Collettivo Fuorigenere, Comitato 3e32 , Centro Antiviolenza per le Donne, Associazione Biblioteca delle Donne “Melusine”


Tortura: un’intervista al dottor Massimo Germani

10 maggio 2012 4 commenti

La Tortura in Italia non esiste. Non esiste nel codice penale, al contrario di reati come “devastazione e saccheggio” che per una vetrina ti regalano più di dieci anni di possibile condanna.
La tortura no, non esiste.
Figuriamoci se esiste quella di Stato allora, quella che sevizia i corpi dei prigionieri, corpi privati della propria libertà e completamente in mano dello Stato: una mano che spesso ha tenuto elettrodi, tubi per aumentare la pressione dell’acqua, manganelli da infilare in vagine e così via.
In questa lunga intervista Paolo Persichetti, che con forza manda avanti la sua battaglia contro la tortura e per una memoria storica totale ed effettiva, parla con Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico dell’ospedale san Giovanni di Roma, coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi.

Una persona, Germani, che per lavoro e formazione ha una quotidianità intrisa di torture subite e che ha reagito con stupore ed orrore nell’apprendere quel che è ripetutamente accaduto nelle sudicie stanze delle nostre caserme, questure, carceri.
Vi consiglio di leggerla, malgrado il  male che faccia

Massimo Germani: «La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio»

di Paolo Persichetti
Gli Altri,
27 aprile 2012

In Italia c’è stata e continua ad esserci la tortura. Non è una novità anche se recentemente sono emerse circostanze nuove che portano a rileggere in modo più compiuto quanto è accaduto. Per esempio nel 1982, quando il governo allora guidato da Giovanni Spadolini decise di ricorrervi per contrastare la lotta armata. Libri, inchieste giornalistiche e televisive, blog, le rivelazioni per la prima volta senza reticenze di Salvatore Genova (un funzionario di polizia in forza alla squadra speciale dell’Ucigos, creata nel dicembre 1981 dal ministro della Giustizia Virginio Rognoni per condurre le indagini sul sequestro Dozier) apparse sull’Espresso del 6 aprile, hanno aperto squarci importanti. Oggi conosciamo i nomi dei torturatori, di chi ha dato gli ordini e di chi li ha coperti. Un film, Diaz, ci reintroduce nell’atmosfera del massacro nella palestra della scuola di Genova e delle sevizie nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Tuttavia siamo portati sempre a soffermarci sugli aspetti politici e giuridici che il ricorso alla tortura implica all’interno della società. Una riflessione che non deve cessare ma anzi va ancora di più approfondita. Questa volta però vogliamo proporvi uno sguardo diverso, quello di un medico-terapeuta che cura i torturati. Questo anche perché esiste un risvolto ancora sconosciuto: nelle carceri Italiane ci sono da più decenni persone che hanno subito torture, non hanno visto riconosciuto questo trattamento violento subito, non sono state curate.
E’ venuto il momento di cominciare a parlarne e soprattutto esigere la loro scarcerazione.

Che cosa accade nella psiche di una persona torturata?
Negli ultimi dieci anni si è capito che la tortura, come ogni tipo di violenza interpersonale, soprattutto se ripetuta e prolungata nel tempo, provoca degli effetti assolutamente specifici che vanno molto al di là della classica sindrome da stress post-traumatico.

Che tipo di effetti?
Si assiste ad una frantumazione dell’identità che da luogo a patologie della personalità di tipo dissociativo. La nostra identità è fatta di tante cose messe insieme che vanno a costruire quello che si vede all’esterno e quello che sentiamo dentro. Una composizione complessa di fattori con molte facce: culturale, politica, religiosa, sociale… che ad un certo punto si frammentano e si dissociano dando vita ad una serie di fenomeni clinici, spesso purtroppo non riconosciuti, che se non sono trattati in modo specifico possono divenire cronici aggravandosi nel tempo, anche lontano dall’episodio di tortura e di violenza.

Come si scatena questo sfaldamento della personalità?
La tortura produce conseguenze che investono la profondità della psiche. Rispetto ai traumi dovuti ad incidenti, catastrofi naturali, qui si tratta dell’incontro con qualcosa di negativo che viene portato da un altro uomo e che dal punto di vista analitico è chiamato il “male incarnato”. E’ il ritorno ad un’angoscia primitiva che ognuno di noi ha nella fase infantile ma che impariamo ad allontanare con un rapporto genitoriale sufficientemente buono. Quest’angoscia può ricomparire se ci si ritrova completamente inermi nelle mani di qualcuno che vuole distruggerci. L’idea di un io stabile e unitario ci sembra un fatto acquisito. In realtà non è così. Si tratta di un equilibrio fragile. Ce ne accorgiamo solo in determinati momenti della nostra vita, quando subiamo dei lutti, dei contraccolpi, ma in genere si tratta di brevi esperienze. Questa percezione stabile e unitaria dell’io può andare completamente in frantumi proprio nei momenti in cui incontriamo un essere umano che ci tiene in pugno e vuole annientarci.

Parli di “fenomeni non riconosciuti”. Soffermiamoci un momento su questo punto. In un contesto dove la tortura è stata praticata ma non riconosciuta, il perdurare di questa menzogna che effetti ha? Siamo abituati a riflettere sugli effetti politici e storici ma sulla singola persona quali conseguenze si ripercuotono?
Uno dei problemi nelle persone che hanno subito torture è proprio il dopo. Si è visto nelle ricerche compiute sui sopravvissuti ai campi di concentramento che quanto accade dopo, soprattutto nell’immediato, quando sembra che è finita, si è scampati, fuggiti, è molto importante. Se viene meno il riconoscimento da parte dei riferimenti che c’erano prima si incrementata in modo esponenziale la violenza subita. In questo caso la tortura raggiunge il suo scopo primario, anche se implicito: non solo estorcere informazioni ma distruggere l’identità e indurre al silenzio civile, politico e sociale. L’effetto finale della tortura è far sì che le persone non siano più tali e si trasformino in fantasmi che sopravvivono nel mondo. In modo che attraverso questo silenzio e questa sofferenza siano testimoni del potere, siano monito a tutti di cosa può succedere a chi prende posizioni diverse da quelle possibili o richieste dal potere stesso.

Dunque il riconoscimento ha una doppia valenza, storico-politica ma anche clinico-sociale?
Certo, se c’è un riconoscimento da parte della collettività, che può essere più o meno allargata, come poter tornare in un gruppo sociale di riferimento, in qualche modo sentire una condivisione e un sostegno da parte del gruppo in cui si è reinseriti, l’effetto è positivo. Aiuta a ritrovare le proprie radici, la possibilità di ritornare a quelle che precedentemente erano le proprie identità. Questo ovviamente è un qualcosa che non prelude automaticamente alla possibilità di un recupero.

Fino ad ora mi hai descritto la condizione dell’inerme, quella che per definizione è definita “vittima assoluta”. Tuttavia nei militanti che hanno subito torture si tende a rifiutare questa identità. Esiste una differenza?
Questo è un punto molto importante. La ricerca clinica ha dimostrato che la consapevolezza del rischio a cui si va incontro facendo certe cose, sapere che si può essere presi, messi in carcere, subire delle violenze, nella maggioranza dei casi è un fattore di protezione importante. Aiuta rispetto a quello che può essere il risultato finale di una esperienza di tortura o di violenza. Questo è possibile perché si ha la consapevolezza che quello che sta accadendo, la sofferenza subita, è legato ad un significato. Questo significante può svolgere una funzione di protezione, come tutte le credenze condivise che riescono a sopravvivere alla esperienza della tortura: siano esse religiose, sociali o politiche. Naturalmente questo non significa che chi ha una fede politica o religiosa sia esente dalle conseguenze della tortura. Ho in mente tante persone che nonostante questo sono uscite distrutte e hanno dovuto fare percorsi lunghi prima di ritrovare un senso di sè, una certa soddisfazione e fiducia negli altri.

In Italia, i militati della lotta armata torturati, e che nel frattempo non sono diventati “collaboratori di giustizia”, sono rimasti in carcere per molti decenni. Ancora oggi ci sono almeno due casi che hanno oltrepassato i 30 anni. Come è definibile questa situazione?
Anche questa è un’altra cosa importante dal punto di vista umano e clinico. Le persone che hanno subito trattamenti inumani e degradanti, o di vera e propria tortura, soprattutto se sono in regime carcerario avrebbero dovuto subire accertamenti sulle loro condizioni di salute psico-fisiche in strutture specializzate nel riconoscimento e nella cura di questo tipo di patologie. Le patologie dissociative sono fenomeni ed hanno sintomi che spesso sfuggono anche a psicologi o medici, o anche a psichiatri che non hanno una grossa esperienza di questo tipo. Possono quindi essere facilmente sottovalutati o presi per altri tipi di problematiche e non riconosciuti. Inoltre non siamo di fronte a patologie che volgono spontaneamente verso una guarigione nel tempo. Lasciate a se stesse nella maggior parte dei casi evolvono verso un peggioramento e una cronicizzazione.

Farlo sarebbe stato un riconoscimento implicito delle torture. In realtà la macchina giudiziaria e quella carceraria hanno lavorato per seppellire ogni prova. Subito dopo le torture c’è stato l’articolo 90, la sospensione della riforma carcerario e l’ulteriore inasprimento delle condizioni detentive.
Spiegaci un’altra cosa: hai riscontrato un uso e degli effetti specifici della tortura sul corpo delle donne?

Se pensiamo alle sevizie sessuali, non c’è differenza. Ci siamo resi conto che durante le torture anche la maggior parte degli uomini ha subito forme di abuso sessuale. Se già le donne, soprattutto all’inizio, non raccontano le sevizie perché se ne vergognano, per gli uomini è ancora più difficile. Pensiamo a chi, attraversando il Sahara, è passato per le carceri libiche o in quelle afgane. Esistono invece differenze importanti per quanto riguarda gli effetti. Sono in corso delle ricerche (tra qualche anno ne sapremo di più). Oggi si sa che nelle donne è più alta l’incidenza dei fenomeni dissociativi e l’incidenza delle sindromi depressive gravi, che si presentano come fenomeno secondario. Se oltre l’80% di chi ha subito tortura va incontro a sindromi depressive, insieme a quadri clinici che presentano iperattivazione continua, sensazione di pericolo imminente, stati ansiogeni, tensione interna molto forte che spesso porta ad avere scoppi di rabbia, nelle donne si arriva al 90% con forme ancora più gravi.

Il tuo lavoro ti ha messo davanti a tanti racconti di torture che arrivano da Paesi lontani. Che effetto ti hanno fatto le testimonianze delle torture italiane?
Sul piano emotivo mi hanno toccato di più. Faccio fatica a dirlo perché in questi anni molte cose che ho sentito mi hanno colpito in un modo incredibile, tuttavia devo sottolineare questa piccola ma significativa differenza. Quando ho letto della caserma di Castro Pretorio, ad esempio, un luogo che conosco, ci passo davanti, sentire questa cosa… Ecco, penso che questo vada colto, vada valorizzato per far capire che queste cose possono succedere veramente vicino a noi. E’ importante cercare di comunicarle nel modo giusto, che non è quello di far scandalo ma di avere una sensibilità più diffusa su qualcosa che altrimenti può essere sentita come lontana. Poi ovviamente sopravviene la riflessione e allora voglio dire che ogni tanto c’è un dibattito sul ricorso all’uso della tortura da impiegare magari solo in casi eccezionali, “se c’è il terrorista con la bomba che vuol far saltare in aria una scuola”. Questi discorsi che hanno la pretesa di essere realisti sono invece molto pericolosi. Guai a cedere alla tentazione di cominciare a contrattare. Ci deve essere un tabù della tortura. Non deve esistere, non va fatta. Questo ci impone di lottare contro di essa concretamente, al di là delle parole. In Italia è arrivato il momento, perché non è mai troppo tardi, di approvare una legge contro il reato di tortura.

1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2)
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5)
Arresto del giornalista Buffa
6)
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7)
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 )
Il pene della Repubblica
9)
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10)
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11)
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17)
La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20)
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21)
Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista 

Tornano in servizio nell’operazione “Strade Sicure” gli stupratori di L’Aquila del 33° Reggimento Aqui

22 febbraio 2012 17 commenti

Sono giorni che non aggiorno queste pagine,
sono giorni che penso a quella fanciulla, giovanissima, viva per miracolo trattata come nemmeno al mattatoio si trattan le carni vive,
lasciata nel gelo di una notte invernale nei boschi intorno a L’Aquila,
lasciata nel gelo che uno stupro ti lascia per sempre dentro.
Ovunque.
Stuprata sicuramente da una persona, probabilmente da più di una, data l’incredibile ferocia che si riscontra nelle ferite che ha riportato,
stuprata e seviziata, viste quante ore di lavoro ci son state per ricucire il suo corpo.
E’ viva, circondata dalle donne che è giusto ora abbia accanto.

Poco dopo il suo ritrovamento è stato fermato un ragazzo.
Questa volta non c’hanno potuto parlare dello straniero, del rumeno stupratore, dell’innata violenza del “clandestino”…non potevano farlo,
perché il colpevole ( e chi era con lui) indossa la divisa del 33° Reggimento Aqui, dell’Esercito Italiano.
Non è stato arrestato, figuriamoci, infondo era solo sporco di sangue.
Infondo dopo un po’ ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale consenziente: così consenziente che se il corpo sventrato di quella donna, non fosse stato visto per caso, sarebbe morta per il sangue perso e per assideramento.
Così consenziente che ancora non riesce a parlare, a tenersi in piedi, a pensare di tornare a quel che era fino ad una manciata d’ore prima quella violenza bastarda.
Lo stupro è sempre stato un’arma da guerra: non c’è esercito che non l’ha usato contro il suo nemico.
Lo stupro, la violazione del corpo di una donna, è parte della cultura militare di sopraffazione e violenza con cui vengono alimentati tutti gli eserciti. Lo stupro è potere, come la divisa infondo.
Come le armi che portano ed ostentano.
Lo stupro è parte integrante della mentalità di chi sceglie la guerra come mestiere.

Lo stupro a quanto pare non comporta nessuna punizione nella rigida disciplina militare: perchè i tre caporali indagati, tra cui proprio colui che ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale quella notte, con la ragazza trovata in fin di vita nel gelo di un bosco, sono regolarmnete tornati in servizio, nei servizi di pattugliamento del centro storico, all’interno dell’operazione ” Strade Sicure”.
Strade sicure si…la militarizzazione coatta della città di L’Aquila avvenuta all’indomani del terremoto ora comporta anche questo: stupratori in divisa, a pattugliare le strade per renderle più sicure.

Io spero solo che tante tante tante donne, circondino ogni camionetta dell’esercito a L’Aquila…spero solo che ti trovino.
Per seguire un po’ gli sviluppi della cosa seguite il sito del 3e32

Per costruire una manifestazione nazionale in solidarietà agli egiziani in lotta

10 gennaio 2012 1 commento

Al fianco della popolazione egiziana in lotta: verso il 25 gennaio!

Foto di Valentina Perniciaro ...Il Cairo ... quando anche il Nilo chiama alla rivolta

Ad un anno dall’inizio delle rivolte della popolazione contro il sistema militare dittatoriale, in Egitto la rivoluzione continua.
Mubarak è stato cacciato da un movimento composto dalle categorie sociali oppresse che ha dato vita ad un moto di trasformazione reale del paese.
Ma questo processo di liberazione è ancora sotto attacco: le violenze sui manifestanti continuano, giorno e notte, per mano della giunta militare al potere, nonostante questo, le piazze continuano a lottare ed autodifendersi.

Attivisti, lavoratori, studenti, blogger, uomini, donne e bambini hanno risposto a testa alta alla repressione premeditata e mirata.
Anche la tenacia e la rabbia di migliaia di donne fanno parte della risposta al dominio militare che pensava di poter ricattare l’intera popolazione imprigionando più di 12.000 persone e usando violenza mirata nei confronti di donne e bambini.

Dall’Egitto un appello internazionale, raccolto già da alcune città italiane, chiama a mobilitarsi in tutto il mondo al fianco della popolazione che continua la lotta.
Il 25 gennaio le piazze egiziane torneranno a riempirsi, non per una celebrazione nazionale ma per cacciare la dittatura dello SCAF.

Per costruire insieme un 25 gennaio di mobilitazione anche a Roma incontriamoci in un’assemblea cittadina domenica 15 gennaio, alle ore 17.00, all’occupazione del Porto Fluviale, in via del Porto Fluviale 12 [Metro Piramide, Linea B]

 

QUESTO VIDEO RACCONTA LE VIOLENZE DELLO SCAF, POST CADUTA DI MUBARAK!

L’esercito egiziano e le donne e le violenze a sfondo sessuale

17 dicembre 2011 15 commenti

Una piccola serie di scatti e poi il video raccapricciante, che non hanno bisogno di parola alcuna.
Un articolo di Al-Arabiya che parla di queste foto: LEGGI
Il massacro è stato di una violenza inaudita…i corpi a terra sono troppi e come si vede chiaramente dal video e da molti altri, i colpi di pistola volavano come i sassi e le molotov.
QUI  qualche riga sui fatti delle ultime due giornate al Cairo.

Joy ha tentato il suicidio: Assassini!

24 aprile 2010 Lascia un commento

Chi vuole la morte di Joy

Mesi e mesi di vita rubata tra Cie e carcere dopo anni di vita rubata dai suoi sfruttatori. Quello di Joy non è un tentato suicidio, ma un tentato omicidio, e sappiamo bene chi vuole la sua morte: chi sta facendo di tutto per non farla uscire dal Cie, chi da settimane cerca di piegarla e distruggerla psicologicamente, chi cerca di isolarla impedendo i colloqui con lei e negandole la linfa vitale delle relazioni. Tutti/e costoro – e i loro complici – sono responsabili del gesto disperato di Joy che oggi i suoi avvocati hanno voluto denunciare con un comunicato stampa mandato alle agenzie.
Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome.
Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi.
A quanto risulta ad Apcom, il 17 aprile scorso, la donna ha ingerito un intero flacone di sapone ed è stata ricoverata in ospedale dove le è stata praticata una lavanda gastrica. Sentito da Apcom, l’avvocato Eugenio Losco, che insieme con il collega Massimiliano D’Alessio difende la donna, conferma l’episodio: “Se l’è cavata, ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano”. L’avvocato si riferisce al suicidio, nel gennaio scorso, a San Vittore di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo per la “rivolta” in cui fu coinvolta anche Joy. “Joy è nei Cie da quasi un anno in attesa di espulsione ed è fisicamente e psicologicamente molto provata, sia per la detenzione che per il dilatarsi dei tempi di inoltro della denuncia che ha fatto contro i suoi sfruttatori e che le farebbe ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale” continua il legale, sottolineando che la situazione per Joy, in Italia dal 2002 per fare la parrucchiera e poi diventata prostituta, si è “ulteriormente aggravata dopo che il 12 aprile scorso, giorno in cui era prevista la sua liberazione, le è stato comunicato che sarebbe dovuta rimanere al Cie per altri due mesi”. Per quanto riguarda la vicenda della presunta violenza sessuale (l’ispettore accusato ha sporto querela contro la donna), l’avvocato fa sapere che l’8 giugno prossimo il Gip Guido Salvini ha fissato l’incidente probatorio per l’audizione della donna nigeriana.

Giuseppe Uva: la violenza è a sfondo sessuale

22 marzo 2010 2 commenti

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l’uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell’ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell’amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un’intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall’amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell’Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi.
La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell’uomo, Lucia. D’altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L’avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull’utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi.
Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull’accadimento».

Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell’Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati.

In memoria di Marinella Cammarata, stuprata a Piazza Navona

8 marzo 2010 7 commenti

Il materiale che pubblico qui è decisamente lungo.
E’ anche “vecchio”, se è possibile datare fatti del genere per poi relegarli nell’oblio della memoria.
La storia di Marinella non è caduta nel silenzio, Marinella non l’abbiamo dimenticata.
Non abbiamo dimenticato i suoi stupratori, non abbiamo dimenticato tutti coloro che hanno protetto quegli stupratori.
Per questo le canzoni della Banda Bassotti non passano per il mixer di Radio Onda Rossa, per questo non suonano in spazi occupati,
per questo vengono boicottati anche dalle pagine di questo blog.
Parliamo oggi di Marinella, oggi che è 8 marzo e le persone si regalano mimose.
Oggi che è 8 marzo e la violenza sulle donne non è minimamente diminuita, anzi.

IL LIBRETTO DELLA  MEMORIA, IN RICORDO  DI MARINELLA E’ STATO REALIZZATO DAL MARTEDì AUTOGESTITO DA FEMMINISTE E LESBICHE DI RADIO ONDA ROSSA 87.9FM
SOLIDARIETA’ AUTODIFESA CONTRATTACCO.

In memoria di Marinella

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre, contro la violenza maschile sulle donne_

Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi.
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina.
«… aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza  «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda».
Quella ragazza è Marinella.
Nei mesi di novembre e dicembre 2007 il Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  di Radio Onda Rossa ha condotto un ciclo di trasmissioni dedicate alle strategie delle donne contro la violenza.
La trasmissione dedicata a Marinella è la trasmissione sulla memoria.
La memoria ci aiuta a costruire una nostra storia, a tessere le nostre genealogie e a scegliere le nostre relazioni, ad agire consapevolmente nel nostro contesto.
La nostra storia ci dà forza.
Il motore che ci ha spinte a raccontare, in radio prima e in questo libricino poi, è stato il persistere nel presente di una modalità di connivenza con gli stupratori che avviene non solo colpevolizzando la vittima di stupro, sostenendo pubblicamente gli stupratori o rendendosi complici col silenzio, ma anche subordinando la lotta contro la violenza sulle donne ad altre istanze considerate politicamente “prioritarie”.
Ribadiamo ancora una volta che non c’è progettualità politica senza una radicale trasformazione delle relazioni, che non c’è antifascismo senza antisessismo.

Dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche (18.12.2007)
È su questo che lavoreremo oggi, sull’importanza della costruzione della memoria delle donne, sull’importanza delle mobilitazioni delle donne durante le vicende di Marinella, ma anche su come, quando le donne presero una posizione forte contro le connivenze nei confronti degli stupratori, questo generò una rottura e una lacerazione fortissima con molte parti del movimento, per le quali il discorso sulla violenza contro le donne era comunque subordinato alla lotta di classe e all’antifascismo. Poiché questi discorsi ci sembrano quanto mai attuali, diamo il via alla nostra trasmissione.
Innanzitutto vogliamo dirvi come abbiamo costruito la trasmissione: ci siamo rivolte alle compagne femministe e abbiamo chiesto loro di aiutarci nella costruzione di questo passato prossimo.
Parliamo infatti di una memoria dolorosa da ricostruire, ma necessaria; per questo  ringraziamo le nostre compagne per essersi messe in gioco ancora una volta.
Per tutto quello che vi diremo riguardo i fatti e il processo di Marinella, abbiamo utilizzato “Marinella, storia di una violenza, storia di un’ ingiustizia” edito dall’Associazione per l’Informazione Il Paese delle Donne che venne redatto subito dopo la morte di Marinella e che raccoglie tutti i documenti della vicenda, le testimonianze di Marinella e delle persone che le sono state vicine e tutto quello che una rete estesa di donne mise in atto in quelle circostanze per sostenerla.

Il fatto
Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi a bordo di un’autovettura «nell’intento di trovare un parcheggio e recarci a sorbire un caffè».
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina. «Dopo essermi qualificato», testimonierà, «ed aver mostrato il tesserino, aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza che «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda»,al sopraggiungere del brigadiere e dei suoi amici esclama: «E adesso che succede?». Il dr. Pedone è il primo a soccorrerla. Dichiarerà nella sua deposizione: «Dopo essermi avvicinato ai tre che erano gomito a gomito, e chiarisco che tutto si svolgeva in un metro quadro, la cosa che sul momento mi ha colpito di più è stata la quantità di sangue su di loro e sulla ragazza. Ho allontanato il terzo giovane, quello che la teneva, le mani sulle spalle, ferma contro l’angolo del muro ed ho aiutato la ragazza a sollevarsi e a ricomporsi».
Esterrefatti dall’ intervento del brig. Fragassi e dei suoi due amici, i tre giovani non oppongono resistenza, ma protestano, seccati: «Ma ché, ci arrestate per così poco?». Attirato dal vocìo, un abitante dello stabile s’affaccia. Il brig. Fragassi gli grida di chiamare ambulanza e carabinieri. Il dr. Pedone, intanto, interroga la donna in lacrime. «Le ho chiesto», dirà, « che cosa avesse fatto quella sera e mi ha risposto che era stata a cena senza dirmi altro. Le ho chiesto quanti anni avesse e mi ha detto 30. Le ho detto che l’avremmo accompagnata all’ospedale e mi ha risposto “che ci andiamo a fare all’ospedale?”. Alla mia richiesta se la stessero violentando mi ha risposto di sì con uno sguardo stralunato».
Comincia cosi, la vigilia dell’ 8 marzo, a due passi da Piazza Navona, la vicenda dello stupro subito da Carla Maria Cammarata. Uno stupro come, purtroppo, ne avvengono tanti ma, questo, con qualcosa di unico: il fatto che un brigadiere dei CC e due suoi amici abbiano colto i colpevoli in flagrante.
Trascorrono pochissimi minuti. Il brig. Fragassi e il sig. Tarani continuano a sorvegliare i ragazzi che rimangono fermi e silenziosi. Il dr. Pedone sempre vicino alla donna, «il cui stato di shock, anzi, era in aumento». Arriva sul posto un fotografo de Il Tempo, il sig. Maurizio Piccirillo. Scatta fotografie su fotografie. Quasi in simultanea arrivano ambulanza e carabinieri. Affermerà il sig. Tarani: «La donna continuava a piangere, in evidente stato di shock, ripetendo “mi hanno violentata, arrestateli!”» e cosi confermerà il brig. Fragassi: «Dopo aver consegnato i giovani ai carabinieri, mi sono avvicinato alla donna per aiutarla a salire sull’ambulanza e l’ho sentita ripetere “mi hanno violentata, arrestateli”.
Vedendo i tre aggressori salire sull’autopattuglia dei carabinieri, la donna chiede: “E adesso a loro che succede?” Trasportati al reparto operativo della Legione Carabinieri, si legge nel rapporto steso quella notte, i tre giovani, interrogati, assumono atteggiamenti diversi: autolesionismo Ghelli, assoluto mutismo Putti e «spontanea confessione di essere colui che si era congiunto con la donna mentre i suoi amici la reggevano in attesa del loro turno» Sandro Ramoni.
Giunta al posto di polizia del Santo Spirito, Carla Maria Cammarata, ripete al poliziotto di aver subito violenza (atti relativi alla denuncia orale) e viene ricoverata per gli esami del caso.
Al medico di guardia che la visita invece non dirà nulla, rivolgendosi sottovoce soltanto all’infermiera che le è vicino. Dopo di che si addormenta. Sono le 2,50 della mattina e all’ospedale arriva il brig. Fragassi. La fa svegliare da un’infermiera, la conduce in una stanzetta e lì raccoglie, per scritto, la sua querela. Lei firma e, di nuovo sola, si riaddormenta. Al risveglio, rifiutata la visita ginecologica, Carla Maria Cammarata lascerà il Santo Spirito. Nessuno la cerca e lei non cerca nessuno. Non sarà rintracciata fino al pomeriggio del giorno seguente.
Nelle stesse ore di quella mattina, intanto, il Sost. Procuratore della Repubblica, dott. Vittorio Paraggio, convalida gli arresti di Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli che saranno trasferiti al carcere di Regina Coeli con l’imputazione di: a) atti osceni in luogo pubblico; b) concorso tra loro ed uso di violenza per costringere C.M. Cammarata a congiungersi con loro; c) procurate lesioni dalle quali risulta alla vittima una malattia ed uno stato confusionale guaribile in due giorni.
Nuovamente interrogati, nel pomeriggio, in carcere, i tre giovani ritrattano quanto precedentemente confessato (da Ramoni) ai carabinieri e, negando tutto, si protestano innocenti. Renderanno al Sost. Procuratore Paraggio quelle che saranno definite nella sentenza del primo processo «versioni difensive che presentano evidenti contraddizioni, risultando decisamente contrastanti dalle deposizioni rese al momento dell’arresto, da quelle dei testimoni (Fragassi, Pedone e Tarahi) e da quelle della parte lesa (C.M. Cammurata)».
Così commenteranno, infatti, i giudici del primo processo: «Con l’evidente intento di fare sfumare l’immagine manifestatasi agli occhi delle persone sopraggiunte (il brigadiere e i suoi due amici) plasticamente rese dal Tarani come una mischia da rugby, tutti e tre gli imputati cercano di non evocare una concorde sopraffazione della vittima».
Colti in flagrante, Ramoni, Putti e Ghelli negano prima lo stupro di gruppo. Poi lo stupro. Maria Carla Cammarata li avrebbe avvicinati lei, offrendosi. Si continua a leggere nella sentenza del primo processo: «Le modalità con le quali questo adescamento sarebbe avvenuto, sono descritte in modo diverso da Putti, Ghelli e Ramoni che si trovano anche in disaccordo nel dire a chi per primo, come e quando la donna si è  rivolta e che cosa stessero loro facendo in quel momento».
È da notare che, nel corso del processo, a dibattimento già iniziato, Vittorio Putti cambierà la sua versione una volta di più.
Rinviati tutti e tre a giudizio direttissimo, Ramoni, Putti e Ghelli, dovranno comparire davanti al Tribunale il 15 di marzo.
Ed è la volta di Marinella ad essere interrogata. Alla prima domanda, se si senta bene e ce la faccia a rispondere, dice «Sono ancora scioccata».
Si comincia a domandarle dell’aggressione. «La notte del 6, mentre passavo da Piazza dei Massimi, che è un posto dove passo abitualmente, stavo andando dal mio amico Eric a Tor di Nona quando ho incontrato questi ragazzi». I1 numero preciso degli aggressori non lo sa. «Al 70% credo fossero 5».
Era d’accordo?
«D’accordo non ero perché mentre mi violentavano gli altri mi tenevano ferma e se fossi stata d’accordo non era necessario tenermi ferma». Non si ricorda le modalità dell’aggressione ma soltanto il fatto che «io provenivo dal Pantheon, loro da Piazza Navona e stavano camminando». Aggiunge: «Credo che prima di aggredirmi i ragazzi mi abbiano detto qualcosa, ma non ricordo che cosa».
Come mai non ricorda?
«Non ho ricordi chiari», risponde Marinella; poi, insistendo le domande, dice: «soffro d’amnesia, specialmente delle cose importanti. Cinque mesi fa ho avuto un incidente stradale e non ricordavo assolutamente niente».
Afferma di essere stata in cura, per le crisi di amnesia, dal dottor Crebelli. Spiega: «Fino a settembre scorso ho fatto una terapia antidepressiva e ritengo che quei medicinali mi abbiano provocato le crisi d’amnesia».
L’interrogatorio continua. Le si chiede dell’ematoma che ha in fronte e lei non sa dire quando o come, chi o che cosa possa averglielo procurato. E invece più precisa nel descrivere gli abiti che indossava quella notte e che ancora indossa.
Le viene chiesto perché abbia lasciato l’ospedale. «Mi sono dimessa perché volevo raggiungere il mio ragazzo», risponde lei, «perché mi sentivo umiliata in quanto ritenevo che prima o poi tutti avrebbero saputo il fatto».
I1 «prima o poi» di Marinella era già «ora», perché lo stupro che aveva subito era già articolo da prima pagina, ma questo lei non lo sapeva. Seduta davanti al dr. Paraggio continuava a rispondere alle domande. Domande che si ripetono. Perché ha lasciato l’ospedale? «Perché è tutto un sistema di cose che alla fine l’unica umiliata è la donna».
E ancora: «Perché non volevo essere sottoposta a visita ginecologica». «Perché mi vergognavo». «Perché non mi va di affrontare le mamme di questi ragazzi che dicono che gli rovino i figli. Del resto questa è una condizione comune a tante donne».
Ma, le viene ricordato, lei ha già firmato una denuncia, alle 2,50 del giorno 6, davanti al brigadiere Fragassi. E lei: «Mi ricordo di avere sottoscritto il verbale durante la mia degenza. Effettivamente credo di aver detto di volere la punizione dei ragazzi miei aggressori. In quel momento ero molto arrabbiata. Ma ci ho ripensato e non mi va di affrontare il processo. Del resto anche questa è una cosa comune a tante donne». Le si ricorda che, avendo fatto denuncia, la procedibilità è d’ufficio. «Sì, questo l’ho capito benissimo».
Inizia a questo punto tutta una serie di domande che,abbandonato l’esame del fatto, comincia ad esplorare il «chi era lei» e «che cosa avesse fatto prima che il fatto accadesse». Molte di queste domande, che indagano la vita di Marinella, sono non-pertinenti ed illegittime. Ma sono proprio quelle sulle quali si accaniranno gli avvocati dei violentatori, che dalla sua debolezza fisica, sociale e psicologica trarranno «giustificazione» agli atti dei loro difesi.
Terminate  infine le domande, Marinella firma e l’iter giudiziario prosegue.
I1 10 marzo, tre giorni dopo, incaricherà l’avvocata Tina Lagostena Bassi di difenderla. I1 «caso Cammarata” intanto è  diventato non solo di pubblico dominio, non solo un fatto di cronaca che la coincidenza con 1’8 marzo ha reso ancora più eclatante, ma, per le modalità con le quali è avvenuto (il luogo centrale, l’ora tarda, il numero degli aggressori, la debolezza della donna), un caso sul quale si confrontano valori morali e sociali. In tutta Italia, sui giornali, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, non si contano i commenti e le posizioni che esprimono solidarietà alla vittima e indignazione per i violentatori. A Roma, il corteo dell’8 marzo si svolge all’insegna della solidarietà con Marinella. Le donne magistrato della Procura romana, costituite in una Associazione, hanno, come primo gesto, inviato una diffida all’allora sindaco di Roma «colpevole di non garantire la vivibilità», anche di notte, della capitale.
La pressoché unanime condanna dell’evento reso inconfutabile dalla testimonianza di Fragassi, Pedone e Tarani non impedirà comunque che, una volta di più, emergano in un processo per stupro linguaggi e modalità difensive che, tralasciando l’accaduto, tutto puntano sul discredito della vittima.

I PROCESSI

Il primo processo

Il 15 marzo il processo inizia. L’aula è affollatissima.
Diverse associazioni di donne (il Comitato promotore della legge contro la violenza sessuale, il Tribunale 8 Marzo, il Comitato per la trasformazione della la giustizia) chiedono di costituirsi parte civile. Dopo un’ora di consultazione, i giudici respingono la richiesta. Respingono anche la richiesta degli avvocati difensori di produrre perizie sulle interviste rilasciate dalla Cammarata.
Inizia il dibattimento. La prima udienza si esaurisce in mezz’ora.
Il processo viene fissato per martedì 22.
Il 22 marzo depongono Marinella e i suoi violentatori. Ogni incertezza, ogni “non ricordo” di Maria Carla Cammarata è sottolineato da un coro di dissenso e dagli insulti che partono dal gruppo dei parenti e degli amici dei violentatori.
Chiamati a deporre, i tre stupratori espongono le loro differenti versioni, guardandosi di sfuggita, tra arroganze e insicurezze. Il Presidente Stipo, infine, esclama «ma sforzate la logica, provate a difendervi meglio!».

Foto di Valentina Perniciaro _Scelgono le donne_

I1 24 è il giorno della sentenza. Molti i parenti degli imputati e gli amici del quartiere (Centocelle).
Molte le femministe ed i giornalisti. Presenti anche le telecamere della trasmissione Oggi in Pretura.
L’udienza è aperta da pochi minuti e già alcuni amici dei violentatori parlano ad alta voce, offendendo Marinella (che non c’è) e le donne presenti. In un coro di proteste da parte di coloro che vorrebbero l’allontanamento dei soli provocatori, l’aula viene fatta sgombrare e nell’uscire, gli uni accalcati con le altre, oltre agli insulti volano i pugni ed alcune femministe vengono colpite.
Sgombrata l’aula, il processo continua. Iniziato il dibattimento, gli avvocati difensori dei tre imputati, l’avv. Militerni (Putti), Fassari (Ramoni) e Gentiloni Silveri (Ghelli), fanno arringhe lunghissime, irte di difficoltà.
La prima è quella di dover difendere un reo confesso. Perciò la confessione che Sandro Ramoni rese appena arrestato di «essere colui che si era congiunto con la donna mentre gli altri la reggevano in attesa del loro turno” viene così scusata dai suo avvocato:“La fragilità delle risposte di chi ignora che cosa sia un interrogatorio non è la confessione di un delitto; è prova di inconscia ingenuità».
Il fatto poi che i tre imputati abbiano fornito in carcere versioni successive e contrastanti dell’accaduto, l’avv. Fassari lo considera «argomento irrilevante». Si indugia invece a lungo nel sottolineare «il comportamento tranquillo, tale da allontanare ogni sospetto- tenuto dai tre giovani al momento dell’arresto. Concordi, i loro avvocati li definiranno «tre bravi ragazzi incensurati», vittime «del martellante rumore dei mass media».
E si arriva ad affrontare la seconda difficoltà che viene, agli avvocati dei violentatori, dal fatto di essere stati, i loro difesi, colti in flagrante da ben tre testimoni, di cui uno brigadiere dei carabinieri. Di frase in frase, di gesto in gesto, le dichiarazioni dei testimoni vengono passate al setaccio. Così il brigadiere dei carabinieri Fragassi, il principale testimone, diventa da accusatore accusato. Stessa cosa succederà a Marinella.

Marinella non aveva lavoro fisso, in passato aveva fatto uso di droga, era separata e la stessa sera, due ore prima di essere stuprata, era stata fermata per non aver pagato  insieme a due amici un conto al bar
Da una parte quindi  «tre bravi ragazzi incensurati”, dicono gli avvocati, dall’altra una donna che non risponde  minimamente ai canoni correnti, mentre assomma su di sé i più comuni pregiudizi sociali. Beffardamente diranno: «Vogliamo credere che questi tre ragazzi siano rimasti sconvolti da questa Madonna del Ghirlandaio?». Il fatto che Carla Maria Cammarata asserisca in una denuncia di essere stata violentata, per loro non prova nulla. Per tutti e tre gli avvocati della difesa Marinella è una bugiarda.
«Noi possiamo compiangere la vita sbandata, squallida, miserevole della Cammarata… ma questa donna non ha il diritto di farci credere che la sua inesperienza di vita le ha impedito di reagire adeguatamente! » , sostiene l’avv. Fassari, che al secondo processo dichiarerà: «La Cammarata ha mentito dal primo all’ultimo secondo».
«Che sia stata stuprata lo afferma solo lei!» , esclama l’avv. Militerni, che subito dopo parlando del «concetto di infallibilità della querelante» fa riferimento al fatto che le femministe sostengano Marinella e le credano. Concetto che lui definirà «un elemento di fanatismo che è sinonimo di violenza» Quanto invece, secondo loro, a Marinella non ci sia da credere, i tre avvocati cercano di dimostrarlo con argomenti che approfittano fino in fondo della debolezza sociale della vittima.
Il «chi era» Marinella, l’avv. Militerni lo spiegherà, a suo modo, così bene da poter asserire, alla fine: «credo di avervi dimostrato come, in questo caso, la querelante non sia l’altra metà del cielo, come diceva Mao Tze Tung ma, come diceva Milton, la parte storta dell’uomo».

Al termine del primo processo il PM chiederà 5 anni e 8 mesi per i suoi violentatori e la loro interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La prima sentenza del processo
Motivata in 15 pagine, la sentenza emessa dai giudici Antonio Stipo, Gustavo Barbalinardo e Francesco Minervino, riporta l’attenzione su ciò che realmente importa: il fatto accaduto.
Ritenendo «inverosimili» le versioni addotte dai tre imputati che descrivono una ragazza che «da sola, in piena notte, in zona centrale, affronta spontaneamente tre individui sconosciuti proponendo loro con ovvi e disparati rischi di avere sul posto ed immediatamente un simultaneo rapporto sessuale», i giudici considerano «perfettamente logico oltreché dichiarato e testimoniato, il contrario: che sia stata la ragazza a formare oggetto inizialmente d’apprezzamenti e quindi d’aggressione fisica da parte di un gruppo di giovani forti della loro superiorità nei confronti di un soggetto solo ed inerme».
Si legge ancora nella sentenza che «ai tre imputati va addebitato lo stato di confusione mentale della vittima» e come «non vada sottaciuto l’intento calunnioso» delle pretese versioni dell’accaduto fornite dai violentatori.
Confermate tutte e tre le accuse – atti osceni, stupro di gruppo e procurate lesioni – Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vengono condannati alla pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione.
La sentenza rimbalza sui mass media. Marinella viene più volte intervistata. Apparirà anche nella trasmissione televisiva della RAI Samarcanda.
Intervistata da Emanuela Moroli per Paese Sera, dichiarerà:
«… La violenza della città? La paura di andare sola? Prima di quella notte non ci avevo mai pensato, e adesso mi sembra che non sia successo a me, troppo brutto, troppo atroce… Quando ci vivi tutta la tua vita dentro la violenza, finisce che neanche te ne accorgi più … Però ti senti disperata, io in questi ultimi anni mi sono sentita proprio disperata come qualcosa di doloroso che non mi riuscivo a strappare di dosso … La mia famiglia? No, no, loro sono buoni, sono cari, mio padre è proprio bravo e poi vanno d’accordo. Era tutto quello che c’era fuori che mi spaventava, mi toglieva la speranza. Forse quando le donne della manifestazione dicono: per una società senza violenza – pensano ad un posto dove non sei disperata, dove hai fiducia. … io oggi mi sento diversa.
Sono passate poche ore dalla fine del processo, ma sento che non sarò mai più la stessa. Forse tutte quelle donne che mi hanno fatto coraggio, forse le parole che ha detto la mia avvocatessa durante il processo, così bene, così vere… E mai possibile che un’esperienza così atroce ti può cambiare in meglio?».

Il secondo processo
Il 15 novembre, Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli compaiono per il processo di secondo grado davanti alla Corte d’Appello di Roma, III sezione penale, composta dai giudici Giuliano Nardelli, Nicola Placentino ed Ennio Malzone. Il  processo ricomincia.

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre contro la violenza maschile sulle donne_

Il PM chiede che la pena indicata nella sentenza di primo grado venga scontata di un anno e l’avv. Tina Lagostena Bassi sottolinea l’alto valore del precedente giudizio. Giudizio nel quale Marinella per prima cercava giustizia, non vendetta. Di parere contrario si dichiarano gli avvocati dei tre violentatori. 4 anni e 8 mesi per uno stupro di gruppo colto in flagrante sono per loro «una pena eccedente il raffronto con reati di pari gravità» e descrivono i loro difesi come «capri espiatori, sacrificati al vantaggio di cosiddetti valori collettivi».
Dirà l’avv. Militerni che i giudici si sono pronunciati  «ipervalutando acriticamente in senso accusatorio» lo stupro solo «per soddisfare l’ansia di un giudizio immediato reso inevitabile dal martellante clamore dei mass media che sulla vicenda avevano espresso unanime ma poco civile auspicio di condanna esemplare». E preciserà: «La sentenza è scaturita non da un libero convincimento del giudice ma piuttosto da un giudizio redatto all’insegna di un sospetto iniziale e del dogmatismo».
Nel corso di questo secondo processo, le tesi difensive vengono riproposte senza sostanziali mutamenti. Di nuovo si mettono sotto accusa i testimoni e particolarmente il brigadiere Fragassi, accusato dall’avv. Michele Gentiloni Silveri (Ghelli) di «aver teso a forzare la parte lesa e a obbligarla a sporgere querela».
Di nuovo al centro del dibattimento non c’è l’aggressione e l’indagine su chi l’ha compiuta, ma la vittima, Carla Maria Cammarata, alla quale non viene neanche riconosciuto il diritto di difendersi dalle offese che, per difendere i violentatori, gli avvocati le infliggono. Sarà l’avv. Militerni che definirà «suggestioni e puntigliose precisazioni» le obiezioni di Marinella su tutto ciò che poteva mettere in dubbio la sua credibilità.
Rincareranno gli avvocati: «Tutte le donne sono estremiste e bugiarde», e all’obiezione del procuratore Labiate: «Mi sembra un’affermazione maschilista», risponderanno: «No, signor procuratore, è un dato scientifico»
In appello, di fronte a una sentenza che ha riconosciuto la gravità del reato di stupro di gruppo, l’ulteriore impegno degli avvocati difensori è quello di dimostrare con maggiore vigore quanto poco «valga» la vittima e quanto, perciò, la valutazione della gravità del reato su di lei compiuto debba essere ridimensionata, in questo pienamente interpretando lo spirito del Codice Rocco.
Asserirà l’avv. Fassari (Ramoni): «La pena appare sproporzionata all’entità del fatto. Sotto il profilo delle conseguenze, altra cosa è violentare una bambina ed altra aggredire una donna matura; che conosce gli aspetti meno nobili della vita, che può raccontare tutto serenamente al fidanzato; che poche ore dopo si rammarica di avere sporto querela».
Tutti e tre gli avvocati chiederanno dunque la riduzione della pena. Insisteranno sul fatto che l’aggressione “non è stata particolarmente efferata», sulla giovanissima età dei violentatori, sul fatto che costoro «si sarebbero sbagliati» nell’interpretare l’atteggiamento della donna, «chiaro solo all’ultimo». Negherà la «confusione mentale» da shock per imputarla a cause precedenti. Chiederanno inoltre la perizia ematologia che i primi giudici avevano ritenuto irrilevante e ripeteranno che le diversità delle versioni dei violentatori non sono menzogne che la mancanza di tempo e la confessione del Ramoni hanno impedito di far collimare, ma dipendono dal fatto che i «tre erano frastornati e incapaci di dare risposte adeguate». Gentiloni Silveri chiederà l’assoluzione di Ghelli per mancanza di prove.
La corte si ritira.
Nella seconda sentenza i giudici accoglieranno molte delle tesi difensive, valuteranno «fortemente ridimensionato il fatto», perché «il rapporto fu compiuto solo da Ramoni; la violenza esercitata sul soggetto passivo fu minima, il dissenso della parte lesa fu inequivocabile solo nel momento in cui gli imputati passeranno a vie di fatto».

Ora decido IO!

Se prima era stata riconosciuta la gravità del reato anche nella valutazione delle conseguenze (lo shock riportato da Marinella), in questa seconda sentenza si parte dal presupposto che «il trauma psicologico della violenza subita» abbia soltanto aggravato «un precedente stato confusionale» dipendente da «una crisi in atto. Crisi dovuta all’assunzione di alcol da parte di un soggetto che mal lo sopportava essendo dedito anche a sostanze stupefacenti». A questo «stato di crisi»  i tre giudici addebitano i «non ricordo» di Marinella, inficiando così anche la credibilità di una denuncia di cui dicono «è evidente che i particolari descritti nella querela sono espressione del convincimento che la donna si era fatta dell’accaduto sulla base di quello che aveva sentito dire in giro, non già il ricordo dei fatti che ella aveva a memoria». E quel «sentito dire in giro» sarebbe riferito ai tre soccorritori testimoni!
Proseguendo la lettura si arriva alla frase che forse più di ogni altra è stata riportata dai giornali: «In effetti» dicono i giudici, «la violenza fisica esercitata sulla donna fu minima a causa delle scarse risorse di difesa della stessa e consistette nel fatto che il Ghelli e il Putti ebbero a tenerla e a sorreggerla per le braccia per consentire al Ramoni di congiungersi con lei». Confermato lo stupro di gruppo, la valutazione è che è stata violenza, sì, ma, «data la debolezza della vittima», una violenza piccola piccola.
Minimizzato il reato, i tre giudici escludono inoltre che tre giovani violentatori possano essere considerati elementi sociali pericolosi e «non reputando che sussista un’esigenza di tutela della collettività», accolgono anche qui le tesi degli avvocati della difesa che parlavano di «tre bravi ragazzi» che si sono arresi al brigadiere Fragassi «senza opporre resistenza».
La conclusione del processo d’Appello è che Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vedono riaffermata la loro responsabilità di aver stuprato in gruppo Maria Carla Cammarata, però vengono assolti dal reato di lesioni (confusione mentale) per insufficienza di prove, hanno revocata l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e la loro pena viene ridotta da 4 anni e 8 mesi ciascuno a 2 anni e 1 mese. Concessa la condizionale, viene loro data la libertà.
Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli usciranno quella sera stessa dal carcere, il 15 novembre 1988.
La sentenza è accolta dai battimani – un’ovazione – e dalle esclamazioni di giubilo dei parenti e degli amici dei violentatori.

Pochissimi giorni dopo, il 19 novembre di quello stesso anno, Marinella muore.
Nadia Cammarata, sorella di Marinella, racconta: «Io avvertii che dentro di lei qualcosa di profondo si era spezzato […] Sono certa, e me l’ha confermato più di qualche medico, che senza quel colpo la sua energia vitale avrebbe vinto il male che aveva e che in fondo non era molto grave».

Il movimento femminista (continua dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  del 18.12.2007)
Durante il processo e subito dopo le compagne femministe a Roma fecero numerose iniziative, oltre a seguire il processo, organizzarono dei presidi delle manifestazioni…
Proponiamo alcuni stralci dalle mail che ci sono arrivate da alcune compagne a cui abbiamo chiesto di aiutarci a ricostruire questa storia:
> Per alcuni anni facemmo dei sit in una piazza di Centocelle e fummo anche aggredite da amici e amiche e parenti degli stupratori, la madre di uno di loro era la fioraia del quartiere da tutti conosciuta; una compagna ricordo che fu proprio ferita in faccia da un pugno di uno di loro; alla manifestazione a Centocelle invece fummo insultate per buona parte del percorso dalle madri di famiglia che stavano ai balconi.
> Abbiamo fatto anche una iniziativa a Piazza Navona luogo dello stupro. abbiamo fatto un bel video montando immagini nostre e del processo di Marinella (Maria Carla Cammarata – ndr). Ci siamo occupate davvero tanto di quella vicenda, che ha segnato profondamente anche il rapporto con il movimento nel quale alcune di noi gravitavano.
L’episodio centrale scatenante di queste tensioni, che si erano inevitabilmente create quando le compagne hanno fatto rivendicazioni, detto alcune cose, è stato un concerto al Forte Prenestino avvenuto nel 1990, in cui  tra il pubblico furono riconosciuti dalle compagne presenti alcuni amici degli stupratori e un fratello dello stupratore. Questi facevano parte di un gruppo di strada, i “Road kids”.
Ricordiamo la condotta di questi amici e parenti degli stupratori durante il processo, non erano semplicemente venuti ad assistere a un processo, avevano anche insultato le femministe presenti, nonché la stessa Marinella.
Al Forte la Banda Bassotti (gruppo musicale romano molto attivo nel movimento, legato alla Gridalo Forte Records- ndr) stava all’entrata in sottoscrizione. Quando le compagne hanno cacciato gli amici degli stupratori, la Banda Bassotti ha reagito difendendoli e dicendo che non potevano essere cacciati.
Dopo questo episodio, in cui la Banda Bassotti ha espresso chiaramente una posizione di complicità e forte connivenza con gli stupratori, è stata fatta una riunione a cui ha partecipato una parte del movimento. A questa riunione risale la famigerata frase, della Banda Bassotti: “sono proletari che sbagliano”, mettendo quindi come priorità la lotta di classe davanti alla lotta contro la violenza sulle donne e giustificando a tutti gli effetti gli stupratori.
> appostamenti e inseguimenti per le scale della radio (Radio Onda Rossa – ndr) con minacce alle compagne della trasmissione (Il sussurro di Cassandra, trasmissione gestita dalle compagne femministe – ndr) da parte del gruppo delle donne dei Bassotti. Manifestazione con pestaggio a Centocelle (e il naso rotto di una di noi) e poi spaccature, amicizie e sodalizi andate in frantumi, schieramenti e ambiguità, chiacchiere da corridoio a gogò, senza fine, con risvolti personali pesantissimi. E uno stabilirsi di un confine tra chi stava di qua e chi stava di là.

La pietra dello scandalo è un atto di forza delle compagne che decidono di allontanare da uno spazio sociale i conniventi con gli stupratori. Una delle mail riportava questa affermazione che diceva “Un fascista non poteva entrare, qualcuno che sosteneva uno stupratore invece si” . Quindi diventa lampante come la reale spaccatura fosse quella tra chi, da un lato, sosteneva che non ci può essere antifascismo senza antisessimo e che le pratiche di liberazione dal fascismo implicano anche le pratiche di liberazione dagli schemi sessisti e chi, al contrario, sosteneva che la priorità spettasse a istanze, quali l’antifascismo o la lotta di classe, ritenute più alte e scollegate dalla lotta contro la violenza di genere.
> abbiamo ricevuto sputi e insulti in pubblico ad iniziative dove incontravamo i Bassotti e purtroppo le loro compagne. Ma noi ci siamo difese bene. Il boicottaggio del gruppo in un certo senso continua ad avere degli strascichi ancora oggi, nel senso che ogni tanto qualcuna chiede di avere informazioni su questa vicenda.

Anche dal punto di vista simbolico fu importante, per esempio proprio in quegli anni i volantini e il linguaggio che si praticava dentro Radio Onda Rossa cominciò ad esprimersi in modo sessuato, a tener conto della declinazione al femminile; al di là che questo sia più o meno elaborato come concetto, fu un’imposizione, le compagne occuparono degli spazi dal punto di vista simbolico, acquisirono autorevolezza conquistando molti spazi di cui molte di noi arrivate dopo abbiamo beneficiato, certo è che il prezzo di questa ribellione è stato pagato molto caro, e stato un periodo molto difficile.
Nel raccontare la storia di Marinella, le testimonianze di chi l’ha accompagnata dicono che vivendo questa esperienza insieme alle altre donne, per quanto difficile, lei l’ aveva assunta come un dare voce a tutte le donne che avevano subito violenza, che era rinata, aveva ricominciato a dar valore a se stessa, per il valore che poteva avere in rete con le altre donne e che allo stesso modo questa forte spaccatura tra femministe e movimento creò una rete di donne molto più forte, molto più determinata a prendere i suoi spazi.

Tutt@ a salutarle, prima della deportazione … la solidarietà è un’arma!

12 febbraio 2010 Lascia un commento

Sabato 13 febbraio 2010 appuntamento alle 10.00 di mattina alla stazione Ostiense per andare al CIE di Ponte Galeria a salutare Helen e Florence e far sentire la nostra solidarietà ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame.
La notte scorsa hanno trasferito furtivamente in diversi CIE le cinque donne imprigionate dopo la rivolta nel CIE di via Corelli a Milano, che il 12 febbraio avrebbero dovuto essere scarcerate insieme a Mohamed Ellabboubi, morto in circostanze misteriose nel carcere di San Vittore.
Stanno cercando di obbligarle al silenzio perché durante il processo una di loro ha denunciato il tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo Vittorio Addesso.
Pensano così di indebolire la solidarietà e la protesta dentro e fuori i lager di stato, che in questi mesi si è sviluppata in diverse città.

Joy, Helen, Florence, Debbie, Priscilla e tutti i rivoltosi di Corelli non sono più invisibili.
La violenza istituzionale sulla loro pelle non deve passare inosservata.
La solidarietà è un’arma!

Invitiamo tutti e tutte sabato 13 febbraio alle 10.00 alla stazione Ostiense per andare in treno davanti al CIE di Ponte Galeria.
Saluteremo Helen e Florence che stanno per essere deportate a Ponte Galeria ed esprimeremo sostegno ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame nei CIE di Roma, Torino, Milano e Bari.

FINCHE’ I CIE ESISTERANNO NESSUNO E NESSUNA POTRA’ DIRSI LIBERO/A CONTRO LA VIOLENZA RAZZISTA E SESSISTA DELLO STATO CONTRO OGNI GABBIA E REPRESSIONE LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE CHIUDERE I CIE

Da Singapore e dalle multinazionali del grasso: sessimo, pesante, a tavola.

10 luglio 2009 Lascia un commento

Copio, incollo e ringrazio il blog Femminismoasud.
bk-super-seven-incher

Leggo e inorridisco. Una nuova pubblicità della Burger King a Singapore. Tutto ruota attorno alla grandezza del panino e al doppio senso a proposito della maionese. La bocca spalancata della donna fa il resto. Tanto per essere ancora più chiara: in inglese per dire “pompino” dici “blow job”.

Ringrazio Veronica per la segnalazione e condivido un bell’articolo da Global Voices:

Burger King ha lanciato un nuovo panino a Singapore chiamato “Super Sette Pollici” [in]. Per promuovere il nuovo prodotto, un’agenzia pubblicitaria locale ha affisso dei manifesti che vanno ricevendo attenzione e critiche in tutto il mondo[in].
La pubblicità è stata criticata per certe allusioni sessuali per vendere il prodotto. Ecco il testo integrale dell’annuncio:

Soddisfate il desiderio per qualcosa di lungo, succulento e cotto alla griglia con il NUOVO SUPER SETTE POLLICI DI BURGER KING. Ne vorrete ancora, dopo aver assaggiato lo strabiliante hamburger accompagnato da una porzione di manzo, ricoperto con formaggio americano, croccanti cipolle e l’abbondante e nutriente salsa di carne A1.

La campagna pubblicitaria proseguirà per tutto il mese. Questa la reazione diDan Mitchell [in]:

Ci sono due “colpi” lì dentro. Carino. Il panino (di per sè un’oscenità), ripieno di un’anormale maionese ultra-bianca, fluttua nell’aria direttamente di fronte all’inquietante pallido profilo di una giovane donna a bocca aperta che sembra spaventata a morte da quella carne virile. Sexy!

So good aggiunge [in]:

Quando dico “caldo”, “polposo” e “7 pollici” a cosa pensate? Bene, non siete i soli. Questa l’idea dei pubblicitari dietro questa nuova campagna, i quali apparentemente non hanno saputo resistere all’idea/immagine di una donna che fa sesso orale con un gigantesco pezzo di carne lungo 7 pollici. Nel caso non se ne colga l’allusione, hanno deciso di sottolineare il punto.

Garr’s posterous scrive che la pubblicità è stupida e offensiva [in]:

Sul loro sito ne spiegano l’obiettivo: “A Singapore, il brillante e vibrante arredamento stile americano ha reso i nostri ristoranti il luogo di ritrovo preferito per i giovani, inclusi studenti universitari e liberi professionisti.” OK, quindi non ci si rivolge a famiglie o bambini (credo), ma ciò è comunque offensivo per i ragazzi e i giovani professionisti. Dov’è il rispetto per il cliente? Pur mettendo da parte l’oggettivazione della donna nella pubblicità, l’annuncio è povero semplicemente perchè è così, beh, stupido…non è intelligente. È questo Burger King? Davvero? Chi ha potuto pensare che fosse una buona idea?

Questa non è la prima volta che una pubblicità di Burger King viene criticata per le allusioni sessuali. C’è stata quella natiche quadrate [in] per promuovere i menu per bambini, un annuncio che spingeva il cliente ad “darsi piacere“ [in], unBK King [in] senza maglietta, e un annuncio dove compariva il termine slang per la foto di una vagina.

Burger King [in] ha rilasciato questa dichiarazione sulla campagna pubblicità di Singapore:

“La Burger King Corporation valuta e rispetta tutti i propri clienti. L’annuncio riguarda la promozione limitata al mercato di Singapore e non circola negli Stati Uniti nè in altri mercati. È stata prodotta da un’agenzia con sede a Singapore e non dall’agenzia pubblicitaria di Burger King negli Stati Uniti, Crispin Porter and Bogusky.”

Finanzieri che stuprano…

17 giugno 2009 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Genova 2007_

Foto di Valentina Perniciaro _Genova 2007_

I due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego, sono indagati per violenza sessuale. Oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati: fra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta fino a tre anni di carcere

Hanno accostato con la pattuglia di servizio. Un normale controllo antiprostituzione, all’apparenza, uno dei tanti previsti dalle ordinanze del Comune. Il cliente, impaurito, ha fatto scendere la ragazza, ha messo in moto ed è sgommato via. Lei, romena, una ventina d’anni, davanti ai due uomini in divisa grigia e basco verde era pronta a recitare la solita formula: «Non ho documenti, non ho un fidanzato, qui si lavora poco, la multa non so come pagarla». Invece di vedersi recapitato il verbale da 450 euro, la lucciola è stata invitata a seguire il capopattuglia in auto. Qui è stata costretta a un rapporto orale, poi ancora a un rapporto completo mentre l’autista, fuori, voltava lo sguardo da un’altra parte.

Adesso i due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego della guardia di finanza, sono indagati per violenza sessuale. banner_donneperbeneOre 2 di lunedì notte, viale De Gasperi, oltre la circonvallazione esterna. Tra le viuzze laterali dello stradone che porta all’i mbocco dell’Autolaghi e dell’A4 c’è la solita attività notturna di prostitute e clienti. La Fiat Bravo blu notte con bande laterali verde e gialla punta i fari su un’auto in sosta isolata. Dal finto controllo all’aggressione della lucciola, è un attimo. Lo stupro si consuma in meno di mezz’ora. La ragazza è scossa, si produce in un pianto ininterrotto, disperato. L’autista della pattuglia, racconterà più tardi la ragazza alla polizia, le si avvicina senza dire nulla e senza saper bene se per consolarla o filar via in fretta. Quando la pattuglia delle Fiamme gialle rimette in moto, ci sono un paio di compagne di marciapiede attorno alla ragazza. Raccolgono i suoi singhiozzi. Una di loro prende la targa della pattuglia e fa il 113.

 

Agli agenti delle volanti la ragazza fa un racconto dettagliato, lucido, prima di essere portata al soccorso violenze sessuali della Mangiagalli per le visite di rito, il tampone e il referto. I due finanzieri vengono portati in questura di prima mattina, la loro auto parcheggiata nel piazzale e a disposizione della scientifica per i rilievi. Dopo qualche titubanza, il graduato e il sottufficiale ammettono: «Abbiamo fatto una cazzata».

La loro posizione, tralasciati gli ovvi imbarazzi di Questura e comando provinciale della Gdf, è delicatissima. I due militari rischiano, oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati. Tra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta una pena fino a tre anni di carcere. Oltre a uno scontato provvedimento disciplinare — e la «piena collaborazione» con la magistratura, fanno sapere i vertici milanesi delle Fiamme gialle — e a un possibile approfondimento d’indagini per verificare se i due militari avessero già commesso violenze in passato

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Stupri Made in Italy e nessuna condanna esemplare..

21 marzo 2009 Lascia un commento

ansa123674962702170003_big

Oliviero Toscani contro la violenza sulle donne

@Stuprò una romena, condannato a cinque anni Accusato di aver stuprato una romena di 38 anni dopo averla minacciata con un taglierino, un italiano, Alessio Amadio, di 40 anni, è stato condannato a cinque anni di reclusione dai giudici della settima sezione del tribunale di Roma presieduti da Gennaro Romano. Accolte in pieno, quindi, le richieste del pm Antonella Nespola.
Alla parte lesa è stato riconosciuto, sotto forma di provvisionale, un risarcimento di 15 mila euro. Magdalena, questo il nome della parte lesa, denunciò di essere stata violentata il 15 maggio 2008 in un call center, del quale è titolare la convivente dell’imputato, nei pressi di Piazza Vescovio, dove lavorava come addetta alle pulizie. “Non solo sono stata violentata alle sei del mattino mentre facevo le pulizie – ha dichiarato la donna, assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, durante il processo – ma ho perso anche il posto di lavoro.
E poi, il Comune si era impegnato ad aiutarmi ed invece non si è costituito nemmeno parte civile. Io non chiedo nulla, solo riavere il mio posto di lavoro e continuare a vivere in maniera dignitosa”.  (18 marzo)

@Il gup del Tribunale di Sciacca(Agrigento) Cinzia Alcamo ha condannato a sei anni di reclusione al termine del processo celebrato con il rito abbreviato V.V. di 54 anni, accusato di avere abusato sessualmente della figlia che all’epoca dei fatti non aveva compiuto i 14 anni. Secondo quanto emerso durante il dibattimento, l’uomo avrebbe minacciato la bambina dicendole che se avesse raccontato a qualcuno delle sue turpi abitudini “papa’ e mamma divorziano e tu resti in mezzo alla strada”. La vicenda si sarebbe svolta nell’estate del 2005 quando l’uomo aveva cominciato a dare alla figlia lezioni di guida dello scooter. I giudici hanno disposto per il condannato anche il divieto di dimora in Sicilia e la decadenza dalla potesta’ genitoriale.(20 marzo)

25_11_2006-002-copia

@Un turista italiano di 60 anni e’ stato arrestato ieri pomeriggio in Thailandia per crimini legati allo sfruttamento sessuale dei minori. E’ accaduto nella famosa localita’ marittima di Pattaya, dove la polizia locale ha stretto le manette ai polsi dell’uomo accusato di aver tentato di avere rapporti sessuali con un bambino. Il 21 gennaio un altro italiano era stato arrestato per la terza volta per sfruttamento sessuale di bambini: era stato colto in flagrante mentre faceva sesso con un 12enne. Secondo l’Ecpat, la rete internazionale di organizzazioni impegnate nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini, in vetta alla triste classifica degli habitue’ del turismo sessuale nei paesi asiatici restano americani ed australiani. Bangkok, Pattaya, Chiang Mai, Chiang Rai and Phuket le mete preferite: in base alle ultime stime, sono circa 250mila i bambini e gli adolescenti fatti prostituire o “usati” per realizzare immagini e video porno. Il mercato del sesso con minori mostra una diminuzione delle minori thailandesi trafficate nel business sessuale locale, se non per un gruppo di minoranza etnica che vive nel Nord. In aumento invece bambini e adolescenti provenienti da Cambogia, China (provincia dello Yunnan), Laos, Myamar e Vietnam. La Thailandia si conferma uno maggiori produttori e distributori di video e foto pedopornografici (21 marzo)

@Violenza sessuale aggravata dall’uso di sostanze alcoliche ed affidamento di arma da sparo a persona minore. Per queste accuse il gip del tribunale di Chieti ha emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Antonio D’Alessio, 31 anni. All’uomo gli uomini della Squadra mobile hanno sequestrato una pistola Beretta calibro 9×21, modello 98 FS, che il teneva regolarmente nella sua abitazione per uso sportivo. Secondo quanto si spiega in una nota, D’Alessio era solito frequentare una comitiva di adolescenti. In passato di intrecciare una relazione sentimentale con alcune ragazze del gruppo. La sera del 2 febbraio scorso, poi, dopo una serata passata presso la sua abitazione, in compagnia di due ragazze del gruppo, dopo averle indotte a bere una ingente quantità di sostanze alcoliche, restava solo con una giovane, appena maggiorenne ed abusava di lei, mentre la ragazza era in stato di malessere per la sbornia. Dopo lo stupro la giovane si decide a denunciare, dopo che la sua comitiva si reca sotto l’abitazione di D’Alessio a chiedere spiegazioni per il suo comportamento. Solo l’intervento della volante ha evitato il linciaggio. L’accusa è conessa al fatto che D’Alessio ha fatto esplodere alcuni colpi di pistola ad un ragazzino del gruppo. (21 marzo)

ANCORA STUPRATORI ITALIANI: e il minimo della pena

14 marzo 2009 Lascia un commento

Sei anni e otto mesi di reclusione ai danni di un 41enne che avrebbe piu’ volte molestato sessualmente la figlia della convivente. I fatti risalgono al 2004, in un comune del bolognese, quando la ragazzina aveva dodici anni. All’uomo venne trovato materiale pedo-pornografico e anche munizioni detenute illecitamente. Secondo l’accusa l’uomo, che di professione fa il militare, avrebbe toccato la ragazzina costringendola anche a rapporti non completi. Poi lei racconto’ quello che aveva subito ad un amichetto, che a sua volta riferi’ ai genitori e cosi’ partirono le indagini.

MERDE! SEI ANNI E OTTO MESI. E SE ERA RUMENO? MERDE MERDE
MERDE VOI E LE VOSTRE INDAGINI FASULLE, MERDE VOI E I MAGISTRATI.
SEMPRE E SOLO SUL CORPO DELLE DONNE, DEGLI OPPRESSI E DEGLI EMARGINATI.

STUPRO CAFFARELLA: l’indagine crolla, la Questura sbanda

4 marzo 2009 Lascia un commento

SUI PRESUNTI STUPRATORI DELLA CAFFARELLA
Tratto da Indymedia

Anita Cenci

Clamoroso colpo di scena nelle indagini sullo stupro della Caffarella. I profili genetici dei due romeni accusati di essere gli autori della rapina del 14 febbraio scorso, sfociata poi in una brutale violenza carnale, non sarebbero sovrapponibili a quelli trovati sul corpo e gli abiti della minorenne vittima dell’aggressione. La notizia resa nota ieri rischia di far crollare il castello accusatorio, un po’ troppo affrettato, messo in piedi dagli uomini della squadra mobile della Capitale diretti da Vittorio Rizzi, tanto più che le analisi sono state condotte nei laboratori della Criminalpol del Tuscolano, dunque fatte in casa.

Vittorio Rizzi

Vittorio Rizzi

La procura ha disposto nuovi accertamenti dopo aver appreso i risultati delle prime analisi. La preoccupazione a San Vitale è palpabile. L’ansia è alle stelle e la pressione sui tecnici di laboratorio della scientifica enorme. Se i nuovi esami dovessero confermare quanto già emerso: cioè che il dna di Karol Racz, il bassino descritto con un «naso da pugile» e la pelle scura, arrestato in un campo nomadi di Livorno, non avrebbe «alcuna somiglianza» con il profilo genetico individuato sui tamponi; e se quello dell’altro romeno, il biondino con gli occhi azzurri, Alexandru Isztoika, fermato a Primavalle, continuasse a mantenere soltanto «alcune analogie» con le tracce di liquido seminale ritrovate sulla vittima, saremmo di fronte ad uno sconcertante buco nell’acqua.
Anche perché a moltiplicare dubbi e sospetti sulle modalità e risultati dell’inchiesta sopraggiungono nuovi elementi. Col passar dei giorni, infatti, sono venuti a mancare altri decisivi i riscontri probatori, come la mappatura del traffico telefonico, un’ossessione di Rizzi. I telefonini personali dei due inquisiti, non quelli derubati ai due ragazzi e mai ritrovati, all’ora dello stupro non risultano agganciati ai ripetitori telefonici presenti nella zona della Caffarella. Le tracce rinvenute dicono che quei telefonini si trovavano ognuno in zone di- verse della città. Per chi è convinto della colpevolezza dei due romeni, ovviamente ciò potrebbe spiegarsi con la volontà di precostituirsi un alibi. Ma i due sbandati che vivevano in

a sinistra Alexandru Isztoika, a destra Karol Racz

a sinistra Alexandru Isztoika, a destra Karol Racz

una piccolabaraccopoli nella periferia nord di Roma, a ridosso del quartiere del Quartaccio, zona con grossi problemi di disagio e degrado sociale, non sembrano tipo così ingegnosi. E poi bisognerebbe ancora trovare i presunti complici. In ogni caso due coincidenze a discarico sono già troppe per un’inchiesta venduta all’opinione pubblica come un grande successo. «Un lavoro fatto in strada.
Di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Un lavoro da veri poliziotti», aveva spiegato raggiante il questore Giuseppe Caruso.
Un intuito forse troppo politicamente in sintonia con i desiderata del sindacoAlemanno e la voglia della città di trovare subito i due mostri. Nell’immediatezza del fatto, il comune avviò subito operazioni di sgombero e controlli in vari insediamenti sul litorale, ad Acilia, Casalotti, Dragona, Ladispoli, Settebagni. Oltre 200 carabinieri furono impiegati in azioni di rastrellamento e identificazione delle comunità Rom.
Decisiva per la cattura dei due romeni era stata la loro rassomiglianza con gli identikit realizzati con la collaborazione della quindicenne aggredita. Arrestato nel pomeriggio del 17 febbraio dagli uomini del commissariato di Primavalle, il ventenne pastore con i capelli biondi era già stato monitorato subito dopo lo stupro del 21 gennaio al Quartaccio. Che su di lui fossero subito caduti i sospetti degli inquirenti lo lascerebbe supporre anche l’apparizione di una sua foto prima dell’arresto su un
free pressdella Capitale. Isztoika confessò la notte successiva ma di fronte al gip, tre giorni dopo, ritrattò ogni cosa asserendo di aver subito in questura pressioni fortissime. Razc ha invece negato tutto e pochi giorni fa quattro persone (dei rom che vivono nel campo di Torrevecchia dove aveva lavorato) si so- no presentate in questura per confermare il suo alibi. Intanto è stato riconosciuto «senza esitazione» dalla donna
caffarella2violentata in via Andersen. Una identificazione che però potrebbe essere con-
testata a causa dall’inquinamento mediatico dovuto alla diffusione della sua immagine prima della ricognizione con la vittima. Resta, infine, un altro dubbio: inizialmente si era detto che a uno degli autori della violenza mancavano quattro dita. Poi, dopo gli arresti dei due romeni, il monco è scomparso. Troppe imprecisioni per dei mostri annunciati con troppa fretta. «Finalmente non sarò più il nipote di Vincenzo Parisi» (capo della polizia dal 1987 al 1994) aveva detto Vittorio Rizzi nel corso di una trionfale conferenza stampa. Se il dna non dovesse aiutarlo, continuerà ad esserlo ancora per molto tempo.
3 marzo 2009 

L’inchiesta sullo stupro alla Caffarella sprofonda. Ieri è stata la giornata della difesa. 01-coll-dna-knoll-lI legali dei due romeni accusati della brutale aggressione avvenuta il giorno di san Valentino si sono rivolti al tribunale del riesame per chiedere la revoca dell’arresto. L’istanza verrà esaminata lunedì 9 marzo. Lorenzo La Marca, avvocato di Karl Racz, il romeno arrestato nel campo nomadi di Livorno, ha tenuto una conferenza stampa molto polemica nei confronti degli inquirenti che stanno conducendo l’inchiesta.
«Durante la testimonianza, la ragazza che ha subito lo stupro – ha spiegato il legale – ha individuato una persona diversa dal mio assistito». La Marca è un fiume in piena, e trattiene a fatica la sua indignazione, «se la Procura della Repubblica ha deciso di non indagare quest’altra persona avrà avuto le sue ragioni. Non sono in condizioni di sapere perché non siano state svolte indagini nei confronti delle persone identificate fotograficamente dalle parti offese. Il verbale è chiaro, ci sono nome e cognome e fotografia di un’altra persona». In effetti, sembra che soltanto dopo la chiamata di correo fatta dal connazionale di Racz, il «biondino con gli occhi chiari», la quindicenne abbia cominciato ad indicarlo come l’altro possibile aggressore.
Nella richiesta di scarcerazione il legale ha sottolineato le numerose discordanze presenti nelle circa 400 pagine degli atti depositati in questi giorni. Nell’incartamento mancano ancora le audizioni dei testimoni a discarico, indicati da Racz per confermare il proprio alibi. Nel primo interrogatorio, il romeno aveva indicato il nome di alcuni suoi connazionali con i quali si sarebbe trovato nella parte opposta della città all’ora dell’aggressione. Per quanto riguarda l’esame del Dna che scagiona il suo assistito, il difensore ha sottolineato come l’analisi sia stata molto accurata, utilizzando tamponi, abiti, cicche, fazzoletti, tracce di sangue e impronte digitali trovate sul luogo della violenza e addosso alle vittime. Inoltre l’identikit realizzato sulla base delle indicazioni fornite dalla ragazza, «contiene caratteristiche fisiognomiche diverse da quelle del mio assistito che raggiunge appena il metro e sessanta, è stempiato e non assomiglia assolutamente a un pugile. Mentre lo

l'arresto di Karol Racz

l'arresto di Karol Racz

stupratore ha altre fattezze, è descritto come una persona alta circa un metro e settantacinque, con capelli scuri e folti e con un viso da pugile». Infine, conclude il penalista, «la coppietta riferisce che gli aggressori comunicavano tra loro in buon italiano, mentre il mio cliente non parla la nostra lingua. Oggi, infatti, ho chiesto al Gip di poter incontrare Racz con un interprete proprio perché non riusciamo a comunicare». Insomma l’inchiesta fa acqua da tutte le parti e colerà a picco se presto non arriveranno novità dai nuovi accertamenti disposti dalla procura, affidati questa volta a un biologo esterno. Bisognerà vigilare perché la difesa non ha i mezzi per designare periti di parte. A mettere ulteriormente in crisi l’impianto accusatorio sono state anche le impronte digitali, non attribuibili agli indagati, rilevate sulle sim card dei telefonini delle vittime e che gli aggressori avevano gettato sul luogo della violenza.
A confortare gli inquirenti resta il riconoscimento molto deciso di Isztoika, fatto dalla quindicenne, e la confessione che questi ha reso in questura durante la notte – a detta della polizia – ricca di dettagli difficili da inventare. Ma il biondino ha ritrattato davanti al Gup sostenendo di aver subito fortissime pressioni e minacce. In questura rispondono che la sua deposizione è videofilmata, tant’è che si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di una denuncia per calunnia. Resta tuttavia da chiarire cosa è accaduto prima che Isztoika comparisse davanti al pm. Pare che sia stato per molte ore in mano ai poliziotti romeni chiamati in rinforzo. Insomma, in questura mettono le mani avanti e fanno sapere che i due romeni erano sprovvisti di cellulari, per questo non vi sarebbero tracce nelle celle della Caffarella. In realtà, Isztoika ne possedeva uno ma non l’aveva con sé perché scarico e senza credito.
Resta la sensazione di un’indagine conclusa con troppa fretta, attraversata da un pregiudizio investigativo che ha viziato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per giunta, il capo della mobile, Vittorio Rizzi, non è nuovo a errori del genere. Già in passato aveva costruito inchieste sulla base di riconoscimenti fatti da testi suggestionati, fragili, forzati e privi di riscontri fattuali. arrestiL’ansia di successo e una sorta di sudditanza verso i desiderata della politica, in questo caso la pulsione xenofoba della destra contro romeni e comunità Rom, hanno spinto a scovare quelli che alla fine potrebbero risultare soltanto dei facili, troppo facili, capri espiatori.
Delitti imperfetti è il titolo di un libro scritto da Luciano Garofalo, responsabile del Ris di Parma, da cui è stata tratta l’omonima serie televisiva giunta alla sua quinta edizione. Versione nostrana della serie cult americana Csi. «In realtà, nessun delitto è perfetto, c’è sempre una traccia», dice il protagonista. Forse è venuta l’ora di pensare la stessa cosa anche per chi fa le indagini. Nessuna inchiesta è perfetta 

4 marzo 2009

STUPRATORI ITALIANI IN LIBERTA’

28 febbraio 2009 Lascia un commento

Questa volta la vittima è romena. Ed è un bimbo di soli 8 anni. violenza_donne
Stuprato davanti alla sorella poco più grande nel cortile davanti casa, da un italianissimo maiale di 28 anni, ANIELLO GRADITO, a Cicciano, nel napoletano. Pare abbia ripetutamente abusato del bimbo (e forse non solo di lui) mentre veniva lasciato a giocare , affidato ad alcuni vicini, nel cortile mentre i genitori -venditori ambulanti- andavano a lavorare. Una violenza, da quel che dicono gli inquirenti, più che nota nella zona e che si ripeteva da molto tempo.

Ancora italianissimi stupratori a Nola. In tre sono stati arrestati ( Salvatore Mariniello, Aniello Iengo e Mauro Cirullo, tutti di Massa di Somma) ma altri sono indagati per una violenza di gruppo ai danni di una ragazzina di soli 14 anni. Secondo quanto stanno ricostruendo i Carabinieri la ragazza sarebbe stata minacciata e ripresa durante gli stupri con alcuni cellulari. Per costringerla nuovamente a subire uno stupro di gruppo, è stata minacciata con una pistola.

Mentre Davide Buroni, lo stupratore di una ventenne (violenza avvenuta nel dicembre 2007 ) è già in libertà dopo che era stato condannato con rito abbreviato a soli 4 anni e 2 mesi, di cui la buona parte trascorsi agli arresti domiciliari.
SE ERA RUMENO AVEVANO BUTTATO LA CHIAVE, CI AVEVANO MASSACRATO CON LE PRIME PAGINE DI TUTTI I GIORNALI, CON I DECRETI SPECIALI, I LINCIAGGI, LE RONDE.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

LO STUPRATORE E’ MASCHIO, LO STUPRATORE  HA QUASI SEMPRE LE CHIAVI DI CASA E NON HA PASSAPORTO. 
BASTA VIOLENZA SUL CORPO DELLE DONNE, BASTA DEMAGOGIA E RAZZISMO.
L’UNICA RONDA E’ L’AUTODIFESA, E’ LA COLLETTIVITA’, E’ L’AUTODETERMINAZIONE

O li bruciano o li stuprano: arrestato mentre violenta un bimbo Rom, era stato già arrestato per i raid contro i campi

7 febbraio 2009 Lascia un commento

 Nel settembre del 2007 era stato arrestato perchè autore, insieme ad altre 40 persone, di un raid contro un campo nomadi abusivo nella zona di Ponte Mammolo, alal periferia di Roma. Il 4 febbraio scorso F.L., 42 anni, è stato sorpreso dalla polizia e arrestato perchè si era appartato con un bambino rom di 12 anni all’interno del Parco di via Lemonia, nel quartiere Tuscolano. Gli uomini della squadra mobile, diretti da Vittorio Rizzi, hanno ricostruito i contorni della vicenda. Il ragazzino, che chiedeva l’elemosina nel parco, era stato adescato dall’uomo che gli aveva promesso del denaro se lo avesse seguito in un luogo appartato. Il bimbo, del tutto ignaro del pericolo, aveva raggiunto l’uomo dietro una siepe e alcuni cittadini insospettiti hanno subito chiamato il 113 e gli agenti intervenuti, hanno arrestato l’uomo, sorpreso in atteggiamenti intimi con il minore. Gli investigatori della squadra mobile hanno contestato all’uomo l’induzione alla prostituzione e la violenza sessuale ai danni di un minore di 14 anni. (ANSA).

VIOLENZA SULLE DONNE: MA QUALI ROMENI

27 gennaio 2009 4 commenti

QUESTE SONO LE NOTIZIE DELLA SOLA GIORNATA DI OGGI.
PER FAR CAPIRE CHE LA VIOLENZA SULLE DONNE NON HA ETNIA NE’ NAZIONALITA’ E  CHE SPESSO I PRIMI STUPRATORI SONO I MARITI, I FIDANZATI, I PADRI… ITALIANISSIMI. 
NON CI PRENDESSERO PER IL CULO CON L’ALLARME ROMENI. NON VOGLIAMO LE STRADE PIENE DI SOLDATI, PERCHE’ NON CI TUTELANO DALLA CULTURA MASCHILISTA OMOFOBICA E XENOFOBA CHE CI CIRCONDA. 
NON VOGLIAMO LA POLIZIA SUGLI AUTOBUS, LE RONDE, LE CAMPAGNE D’ODIO, IL FASCISMO SQUADRISTA RAZZISTA. 

LA VIOLENZA SULLE DONNE NON HA ETNIA E DI SOLITO LO STUPRATORE HA LE CHIAVI DI CASA!

_dsc0792

Foto di Valentina Perniciaro _manifestazione nazionale LIBERE E INDECOROSE, Roma novembre 2008_

Avellino, 27 gen. – (Adnkronos) – Un uomo di 60 anni, professore preso un istituto superiore di Avellino e’ stato arrestato dai carabinieri in quanto ritenuto responsabile di abusi, avvenuti negli ultimi tre anni nei confronti di una studentessa. Secondo quanto si e’ appreso, il docente, abusando della propria posizione, avrebbe costretto la ragazza a subire atti sessuali sia all’interno della scuola, che all’esterno. Per la studentessa il professore nutriva una vera e propria ossessione e la perseguitava anche fuori la scuola.

Torino, 27 gen. -(Adnkronos)- Ha abusato della figlia dodicenne della sua compagna e quando quest’ultima ha sporto denuncia l’ha costretta, facendola minacciare dai suoi familiari, a ritrattare. Con queste accuse gli agenti del commissariato torinese Barriera di Milano hanno arrestato per violenza sessuale un giovane di 27 anni. Secondo quanto emerso dalle indagini l’uomo, findanzato con la mamma della bambina, avrebbe approfittato della sua permanenza nella casa della vittima, per violentarla durante la notte.

Bari, 27 gen. – (Adnkronos) – E’ stato posto agli arresti domiciliari dai carabinieri della Compagnia di Triggiano, Michele D’Alba, 30 anni, con precedenti, ritenuto l’autore di una violenza sessuale ai danni di una ragazzina di 16 anni di un paese a sud est di Bari. L’episodio risale a una fredda serata d’inverno dello scorso novembre. Verso le 22.40 la giovane stava facendo rientro a casa. Ad un certo punto, si accorse che due persone la stavano seguendo. Decise cosi’ di cambiare strada, ma sfortunatamente per lei ne imbocco’ una senza uscita.

*LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE *
*NON DIPENDE DAL PASSAPORTO LA FANNO GLI UOMINI*

*Invitiamo tutte a partecipare a un presidio *
*contro la violenza maschile sulle donne,*

*giovedì 29 gennaio – dalle ore 16 in poi*
*scalinata del campidoglio, roma*

Il Comune di Roma ha indetto per giovedì 29 gennaio (dalle ore 16) una
seduta straordinaria del consiglio comunale per discutere una serie di

provvedimenti speciali per la “sicurezza” delle donne.

*Le istituzioni e i media ancora una volta non hanno alcun ritegno nell’usare le donne che già subiscono violenza per parlare di altro e per distogliere l’attenzione dal fatto che la *violenza contro le donne da sempre la compiono uomini – di qualunque nazionalità e classe sociale essi siano.*
*La politica e le istituzioni non hanno mai dedicato alcun ‘consiglio straordinario’ al fatto che le donne in Italia **nel 90% dei casi (dati Istat) **subiscono violenze o vengono uccise da familiari, ex o conoscenti*, perché vorrebbe dire ammettere che c’è un intero sistema sociale ed economico che sfrutta le donne e cerca di controllare le loro vite con la  ‘cultura’ dello stupro.

*LE DONNE INSIEME *
*POSSONO SCONFIGGERE LA PAURA DELLO STUPRO,*
*POSSONO DENUNCIARE E DIFENDERSI*

*Presidio dalle ore 16 – scalinata del Campidoglio*
*giovedì 29 gennaio, roma *

L’Assemblea romana di femministe e lesbiche



Foto di Valentina Perniciaro NO E' NO!

Foto di Valentina Perniciaro NO E' NO!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: